Bab El – Mandeb, la seconda trappola

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

ISPI

Il fronte del Mar Rosso si riapre nel momento più critico della guerra tra Stati Uniti e Iran. I ribelli Houthi nello Yemen hanno annunciato infatti un “embargo marittimo immediato” contro i porti dell’Arabia Saudita, minacciando di colpire le petroliere dirette ai porti del regno lungo lo stretto di Bab el-Mandeb. “Ribadiamo il diritto del nostro popolo di rispondere a un blocco con un blocco e di rispondere a ogni escalation con un’escalation”, ha dichiarato in un comunicato il portavoce del gruppo, considerato vicino all’Iran dopo che la scorsa settimana diversi scontri a fuoco lungo la frontiera con l’Arabia Saudita, avevano minacciato un cessate il fuoco con il regno che dura da oltre quattro anni. La reazione dei mercati non si è fatta attendere: il Brent ha sfiorato i 91 dollari al barile, massimo da metà giugno, prima di ripiegare verso gli 88 in seguito alle indiscrezioni riferite da Reuters relative ad una proposta di mediazione, un cessate il fuoco di dieci giorni tra Washington e Teheran, pensata per riaprire uno spiraglio diplomatico dopo il naufragio dell’intesa siglata a giugno. Tra le due notizie, quasi contemporanee, si misura la fragilità dell’intero scacchiere: un fronte che si apre a sud, mentre un altro prova, faticosamente, a chiudersi a nord.


Vannacci supera i limiti della decenza

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Massimiliano Panarari, La Stampa

Quando viene superato il limite, se il limite non c’è? Fuor di metafora (e di quesito filosofico), l’esempio più immediato proviene, ancora una volta, da Roberto Vannacci, il quale ha rilanciato ieri sui suoi canali social un video realizzato con l’Ai che varca l’ennesima frontiera della decenza nello scontro politico. Ambientazione in un anfiteatro romano, musica e scenografia da Gladiatore, il trionfante condottiero (novello Cesare? dittatore pro tempore? imperatore prossimo venturo? chissà…) “Robertus Vannaccius” – proprio così negli hashtag di accompagnamento – siede nella “tribuna d’onore” del Colosseo accanto a Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e all’augusta consorte di origine dacia Camelia Mihailescu, che fa il dito medio ai prigionieri giù nell’arena, mentre i leoni scalpitano per divorarli. Guai ai vinti, dunque: i malcapitati Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, legati a coppie, ai quali Vannaccius non riserva alcuna clemenza e indirizza il pollice verso, che parecchi dei suoi giovani seguaci scambieranno per il dislike di Facebook (d’altronde, nella propaganda digitale tutto si tiene).

Il miles gloriosus (e furioso) decreta, insomma, la loro condanna a morte, assecondato dalle urla del pubblico, tramite la falce e il martello che «loro non hanno mai usato» (essendo i politici di sinistra per natura degli “scioperati”). Ed ecco arrivare, arruolato per eseguire questa “sentenza” ultimativa, un gladiatore dalle fattezze di Giuseppe Barboni, il giustiziere di San Benedetto del Tronto. Il video made in Grok – non prodotto formalmente dallo staff di Futuro nazionale – è (auto)citazionista e come molti di quelli fatti con l’intelligenza artificiale pure un po’ confusionario. Ma, soprattutto, è di cattivissimo gusto e inaccettabile e, quindi, come si ripete in queste ore, l’ex generale ha oltrepassato l’ennesima soglia. Giustissimo. Ma non verissimo. Nel senso che la vannacciana «strategia della feccia» – termine da lui utilizzato insieme a quello di «figli di nessuno», nell’assemblea costituente del suo partito – non riconosce alcun limite, puntando sempre e solo a colpire al di sotto della cintola e a “épater les bourgeois”. Altrimenti che comunicazione politica (della) sporca (dozzina) sarebbe? La propaganda serrata di quest’ultima versione dell’imprenditore politico sicuritario e della paura mira innanzitutto a far parlare di sé, e a creare hype, apparendo “coerente” con slogan antisistema sempre più radicali, massimalisti e sovversivi. È l’overdose populista, un’addiction sempre crescente, e una rincorsa estremista nella campagna elettorale permanente che non ha fine, ma finisce per essere legittimata proprio dalla maggioranza di governo lanciata al suo inseguimento. Come insegnano le inesorabili leggi del marketing politico, chi detta l’agenda, ovvero l’originale, prevale sempre sulle copie: e oggi Meloni e Salvini stanno proprio normalizzando le parole d’ordine di Fn, a partire dal “format della remigrazione”. Quello che era impensabile – fino a pochi anni or sono – viene sdoganato all’insegna di una profezia che si autoavvera. La politica vannacciana è geneticamente “fuori legge”, a partire dal lessico che dall’occhieggiare al ventennio si è fatto direttamente (para)fascista, dai “badogliani” alla Decima mas, dal “me ne frego” agli “attributi”, senza dimenticare la retorica nazionalista novecentesca (da Piave a Caporetto). Semplicemente, stando fermo sul suo (non più così) criptofascismo, l’ex parà mena le danze e conduce il gioco – e così Fn si gonfia nei sondaggi e nei consensi. E stando fermo, anzi (con più precisione in riferimento al video) seduto accanto alla premier e al presidente del Senato – senza Crosetto, Salvini, né men che meno i moderati della maggioranza –, presenta pure il manifesto politico-visuale della sua offerta e della sua idea di coalizione spostata tutta a destra che più a destra non si può.

In ogni caso a muoversi, e moltissimo, è la sua comunicazione (diretta o dei proxy), come mostra il “feccioso” video gladiatorio. Un trionfo imperiale di trash, che rientra nella categoria della “slopaganda”, la propaganda Ai slop (ossia la “sbobba artificiale”), che mescola estetica iperrealista (o surreale) e contenuti acchiappaclic di infima qualità. Ampiamente usata da Trump, a cui l’ex generale si ispira in tutto e per tutto anche nello spostare l’asticella del consentito e dell’intollerabile ogni volta più in là. Come da esemplare «strategia della feccia», giustappunto.

Nell’immagine: Vannaccius imperator, fotogramma tratto dallo squallido video


«Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola»

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

«Prefazione»

Di Riccardo Bagnato Bulgarelli
L’ autore era inviato di alcune testate italiane a Genova, ed è il curatore del libro

Genova, luglio. Il caldo che sale dai vicoli come un respiro. L’odore del mare che non vedi ma senti, sempre, dietro ogni angolo. E quella luce particolare che taglia le ombre nette sui palazzi e fa brillare i sampietrini come fossero onde. Genova era così in quei giorni di luglio 2001. Era bella. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo.

Il G8 di Genova, dal 18 al 22 luglio 2001, fu uno di quei momenti in cui la storia sembra concentrarsi in pochi giorni, in poche ore, in pochi luoghi. Questo libro nasce dalla necessità di tornare su quei giorni: di raccogliere le voci di chi c’era, di chi vide, di chi subì, di chi ancora oggi porta dentro di sé il peso e la speranza di quella storia.

In quei giorni due mondi si guardavano senza vedersi, separati da una linea rossa tracciata sulle mappe e presidiata da migliaia di uomini in divisa. La chiamavano così: la zona rossa. Come il colore del pericolo. Come il colore del sangue che avrebbe macchiato l’asfalto di piazza Alimonda. Da una parte, il cuore del centro storico blindato, dove non si entrava senza il timbro giusto. Dall’altra, trecentomila persone che premevano contro le transenne con i loro cartelli, i loro cori, la loro rabbia e la loro speranza.

Il 20 luglio morì Carlo Giuliani, aveva ventitré anni. Fu colpito da un proiettile sparato da un carabiniere — un ragazzo poco più giovane — durante gli scontri del pomeriggio. C’è una fotografia, scattata un istante prima: Carlo con il braccio alzato, un estintore tra le mani, il volto coperto da un passamontagna. E c’è un’altra fotografia, scattata un istante dopo: Carlo a terra, immobile, e attorno a lui il vuoto. Tra quelle due immagini, tutto. Poi venne la notte.

E la notte portò la Diaz.

La scuola Diaz era un edificio come tanti, in via Cesare Battisti. Durante il G8 era diventata un dormitorio per i manifestanti. La sera del 21 luglio — era quasi mezzanotte — le forze dell’ordine entrarono. Quello che accadde fra quelle mura, nei minuti che seguirono, è stato raccontato da decine di testimoni, ricostruito in tanti processi e certificato da decine di sentenze. Ma le parole dei documenti ufficiali non restituiscono il suono dei manganelli sulla carne, delle urla, del vetro che si rompe, dei corpi che cadono: ottantadue feriti, di cui una sessantina ricoverati in ospedale, tre in prognosi riservata, novantatré arresti. 

E poi Bolzaneto. La caserma dove i fermati vennero condotti per l’identificazione. Ciò che accadde lì dentro — le umiliazioni, le percosse, le torture, sì, usiamo questa parola — appartiene a un repertorio d’altri tempi. Amnesty International, nei giorni successivi, parlò di «violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea».

Ma questo libro non è solo questo. È soprattutto un racconto. Personale e corale. Perché a Genova, in quei giorni, erano arrivate trecentomila persone da ogni parte d’Italia, d’Europa, del mondo. Un popolo attraversato da mille anime diverse ma unito da una domanda di fondo: è possibile un’altra globalizzazione? È possibile un mondo in cui il mercato non sia l’unica legge, in cui i diritti vengano prima dei profitti?

Erano giovani e vecchi, preti e anarchici, sindacalisti e studenti, madri coi bambini, ragazzi e ragazze. Erano le Tute Bianche e i Beati Costruttori di Pace, erano Medici Senza Frontiere e i Centri Sociali del Nord-Est, erano Pax Christi, Mani Tese e Nigrizia, Amnesty International e Via Campesina, il sindacato della CGIL e Attac, la Tavola della Pace e la Rete di Lilliput, Emergency e Jubilee 2000. Erano 1.187 sigle diverse — millecentottantasette modi di dire la stessa cosa: che il mondo così com’era non andava bene. Che l’acqua doveva restare pubblica, i farmaci accessibili e il clima doveva essere difeso. Che il debito dei paesi poveri andava cancellato e le transazioni finanziarie tassate. Che il libero commercio non poteva esistere senza regole sociali e ambientali. Quel movimento chiedeva la sovranità alimentare contro i brevetti sulle sementi e la difesa dei servizi pubblici come beni comuni; proponeva il disarmo e dunque la riduzione delle spese militari, la giustizia climatica e il commercio equo; e si opponeva alle politiche migratorie restrittive, rivendicando una carta dei diritti dei migranti.

Tutto era cominciato qualche anno prima, nel Chiapas messicano, dove era scoppiata la rivolta zapatista proprio il giorno in cui era entrato in vigore il NAFTA, l’accordo di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada. Per i popoli indigeni di quella regione, il trattato implicava la fine delle terre comuni e la vittoria di un modello economico inaccettabile; inventarono allora una forma nuova di resistenza grazie a internet — locale nelle radici, globale nel messaggio — che avrebbe ispirato tutti i movimenti successivi. Il momento di svolta arrivò però a Seattle, negli Stati Uniti, cinque anni dopo, quando cinquantamila manifestanti bloccarono il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio: nacque il «popolo di Seattle». Da lì il movimento crebbe rapidamente, contestando i vertici di Washington, Praga, Nizza, Québec e Göteborg. A Napoli, nel marzo 2001, la violenta repressione del Global Forum anticipò quanto sarebbe accaduto al G8 di luglio.

Dentro la zona rossa, a Genova, si ritrovavano proprio i potenti che avevano voluto quell’accordo e i trattati successivi. I principali responsabili di una globalizzazione neoliberale contestata dagli zapatisti prima, dal popolo di Seattle poi. Erano i capi di Stato e di governo delle otto potenze industriali mondiali: USA, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Giappone e Russia. I vertici dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale. Tra gli invitati anche i rappresentanti di Algeria, Nigeria, Sudafrica, Mali, Senegal. Era il G8: il summit che doveva governare la globalizzazione. Fuori, il futuro era già lì, e bussava alle porte. Ma la risposta fu la repressione. Due anni dopo — due anni dopo Genova, due anni dopo l’11 settembre, due anni dopo che il mondo era cambiato ancora una volta — quel movimento era ancora vivo. Il 15 febbraio 2003, contro la guerra in Iraq che gli Stati Uniti  del presidente George W. Bush stavano per scatenare, scesero in piazza tra i dodici e i quattordici milioni di persone, in più di seicento città del mondo. Fu la più grande manifestazione coordinata nella storia dell’umanità. Il New York Times scrisse: «Le imponenti manifestazioni contro la guerra tenutesi in tutto il mondo questo fine settimana ci ricordano che sul pianeta potrebbero esserci ancora due superpotenze: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale» (Patrick E. Tyler, «A New Power in the Streets», New York Times, 17 febbraio 2003). Un riconoscimento importante, che sollevava una domanda: può l’opinione pubblica mondiale diventare un soggetto politico? Poi, però, la guerra fece quello che le riesce meglio: seppellì la risposta.

Quello che state per leggere è solo in parte il racconto di quei giorni. È anche il racconto di quello che i processi, le sentenze e i venticinque anni trascorsi da quel luglio 2001 hanno lasciato dietro e dentro di sé. È il tentativo di restituire, a venticinque anni di distanza, parte di quell’esperienza e di quei sentimenti.

C’è Francesca che racconta quello che ha preceduto l’evento nella sua città. Leonardo, che ha attraversato tutte le giornate del G8 da manifestante — e chissà cosa avrà pensato, la sera del 20, tornando nel suo sacco a pelo. Gabriella, giornalista, inviata nella zona rossa per raccontare l’altro versante. Luca, uno dei volti dei Disobbedienti, e oggi impegnato nelle missioni di Mediterranea Saving Humans, a salvare persone nel Mare Nostrum — come se non avesse mai smesso di cercare un altro mondo. Ebe, che dovette rimanere a casa, mentre suo fratello era potuto partire per Genova. Lorenzo, che alla Diaz fu picchiato e arrestato. Roberto, che negli anni dopo dovette scrivere una delle sentenze più importanti su quanto successe nella caserma di Bolzaneto — e chissà cosa avrà provato, a mettere nero su bianco l’orrore. Gilberto e Alessandra, avvocati del Genoa Legal Forum, che corsero da un commissariato all’altro aiutando i fermati. Vittorio, che si trovò a fare il portavoce del Genoa Social Forum, e questo gli cambiò la vita. Silvia, all’epoca non ancora sedicenne e oggi sindaca della città di Genova. Donatella, che i movimenti sociali li ha studiati per anni, con la pazienza dello scienziato e la passione della militante. Glauco, venuto a Genova per testimoniare una certa idea repubblicana — quella delle istituzioni che proteggono, non che picchiano. Carlo, della rete PeaceLink. Christophe e Vincent, di Attac Francia, che avevano attraversato le Alpi per organizzare quel controvertice. E Haidi. Haidi Gaggio Giuliani, la madre di Carlo. A lei, in particolare, va la nostra gratitudine per aver accettato di partecipare a questo racconto.

A tutti e tutte, grazie. Grazie per aver ripreso in mano i vostri ricordi e per averli affidati a queste pagine. 

Questo libro vuole essere un atto di conoscenza e di coscienza. Una storia che parla di noi — di quello che eravamo, di quello che siamo diventati, di quello che potremmo ancora essere.

Perché quello che accadde a Genova riguarda tutte e tutti. Riguarda chi non c’era e chi non era ancora nato. Riguarda l’idea che ci portiamo dentro — spesso senza saperlo — di cosa sia lo Stato, di cosa sia la democrazia, di cosa siano i diritti e i doveri. Riguarda quel confine sottile tra il potere e chi lo subisce, tra la forza e la legge, tra l’ordine pubblico e la libertà di scendere in piazza a dire no. Una libertà che appare oggi più fragile che mai.

Da qui nasce una domanda: sarebbe potuta andare diversamente? Non possiamo saperlo, ma il solo fatto di porla significa rifiutare l’idea che la storia sia un destino già scritto. Significa che siamo ancora in tempo — siamo sempre in tempo — per un mondo migliore.

Venticinque anni dopo possiamo dirlo: quel movimento aveva ragione. 

Ma la lezione più difficile è un’altra. 

Avere ragione non basta.

© 2026 Riccardo Bagnato Bulgarelli
Pubblicato in «Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola»
Prima edizione a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli — parallels.it (2026)
Licenza CC BY-ND 4.0

 

«IL TALLONE DI FERRO»

Di Gilberto Pagani
Legale del
«Genova Legal Forum » e della famiglia Giuliani

Il mio G8 è cominciato il 14 luglio 2001, una settimana prima dell’inizio ufficiale. Una colonna di anarcociclisti provenienti dalla Germania era bloccata alla frontiera di Chiasso e ad alcuni di loro veniva impedito di entrare in Italia perché rappresentavano un pericolo per la sicurezza pubblica. Dopo estenuanti trattative alla frontiera e un ricorso urgente al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale, ndc) che consentiva loro l’accesso in Italia, sono andato a Genova insieme ad altre decine di avvocati di tutta Europa per dare supporto legale ai manifestanti che in quei giorni convenivano da tutto il mondo.

In quei due giorni si è visto quanto fosse importante la nostra presenza. Dopo la prima giornata dedicata ai migranti, svoltasi in tutta tranquillità e con intensa partecipazione, nei giorni seguenti abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il tallone di ferro del potere che si scagliava contro il più grande movimento sociale degli ultimi anni. Non a caso anche Amnesty International ha riconosciuto quanto accaduto a Genova nel luglio 2001 come una delle più gravi violazioni dei diritti umani in occidente del dopoguerra.

I giorni di Genova, le grandi manifestazioni, ma anche le innumerevoli violazioni delle leggi, le violenze gratuite ed efferate contro persone pacifiche ed inermi, l’omicidio di Carlo Giuliani hanno avuto come sfondo comune la partecipazione massiccia di giovani e meno giovani provenienti da tutti gli angoli della terra, che a migliaia sono sfilati nei cortei, hanno partecipato ai dibattiti e alle tante iniziative e sono stati vittime della violenza di stato. Abbiamo visto il nuovo movimento globale dispiegarsi in maniera mai vista prima. Non erano delegazioni estere, ma una moltitudine di persone, in gran parte non appartenenti ad organizzazioni tradizionali, che si riconoscevano in questo grande movimento che si opponeva alle pretese di comando e di ordine mondiale che i potenti della terra riuniti a Genova intendevano imporre e gridava che un altro mondo è possibile.

Dalla nostra postazione al Convergence Centre sono passati tutti: dagli irlandesi che abbiamo “scortato” sino al campeggio (si sentivano protetti da tre avvocati e un prete…), alle centinaia di persone che chiedevano informazioni, volevano presentare denunce per le violenze subite, si offrivano di testimoniare su ciò che avevano visto. Decine i feriti che avevano paura di farsi visitare in ospedale a Genova. E quante persone ho incontrato, non tanto in quei giorni, ma negli anni successivi quando si è trattato di permettere a tutte le vittime della mattanza, della «macelleria messicana», di poter difendere i propri diritti prima per essere scagionati da accuse gravissime, poi per avere un risarcimento per quello che avevano ingiustamente subito.

Per un caso della vita sono stato l’unico avvocato che ha potuto entrare nel carcere di Pavia prima dell’inizio dell’udienza di convalida, cioè la procedura di verifica della legittimità degli arresti. In quel momento c’erano decine di ragazzi (le donne erano in un altro carcere) percossi brutalmente e arrestati alla Diaz, torturati a Bolzaneto, in procinto di affrontare un’udienza in cui si decideva se dovessero restare in carcere per una serie di reati gravissimi. Quel che segue è storia.

L’accusa di devastazione, saccheggio e associazione sovversiva è stata archiviata quando è emersa la verità dei fatti, in seguito alla quale molti agenti e funzionari sono stati condannati per gli abusi e le violenze, ma a pene miti (non era ancora stato introdotto il reato di tortura) e i danni subiti da centinaia di manifestanti sono stati risarciti dopo un gran numero di sentenze, fino alla Corte di Cassazione e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nulla potrà mai risarcire il dolore, l’angoscia, la sofferenza, lo stress traumatico che le vittime di Genova hanno subito, ma per lo meno è stata completamente ribaltata la narrazione iniziale confezionata dagli apparati statali e da gran parte della stampa.D. è stato il primo che ho visto, indossava la stessa maglietta sporca del suo sangue, il braccio ingessato (molti alla Diaz hanno subito fratture del genere per proteggersi dalle manganellate sulla testa), era stato portato direttamente dal pronto soccorso a Bolzaneto. Poi molti altri ne ho incontrati con un rapporto che è andato ben al di là del consueto rapporto avvocato/cliente. Quello che abbiamo vissuto a Genova e quello che apprendevamo nei racconti di chi aveva fatto quella terribile esperienza ci hanno resi più vicini e accomunati tra di noi.

Mi ricordo la notte alla Questura di Pavia, le centinaia di ragazzi passati per la Diaz e Bolzaneto e in procinto di essere espulsi, angosciati dal dover affrontare un viaggio per tornare ai loro paesi accompagnati dalle stesse divise di coloro che li avevano brutalizzati. Mi ricordo, quella stessa notte, i dialoghi aspri e concitati con Prefetto e Questore che alla fine hanno consegnato a me alcuni giovani inglesi scarcerati ed espulsi perché non vi era altro modo di farli giungere a destinazione. Mi ricordo S., giovane quacchera americana, pacifista per definizione, catapultata in un incubo che però l’ha indotta a diventare avvocata per difendere gli stessi diritti che a lei erano stati negati. Mi ricordo soprattutto della mamma di Carlo, la dolce Haidi che mai ha avuto parole d’odio contro chi prima le ha assassinato il figlio con un colpo di pistola, poi ha fatto di tutto per coprire le responsabilità non solo di chi impugnava l’arma ma di chi aveva congegnato la trappola nella quale è caduto tutto il movimento.

Da che mondo è mondo, il potere si è retto su arbìtri e violenze, cui si è tentato di opporsi con un sistema normativo basato sulla divisione dei poteri e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma lo stato di guerra mondiale a pezzi (come diceva Papa Francesco) giustifica e consolida uno stato permanente di labilità e di evanescenza dei diritti. I diritti che pensavamo consolidati (la libertà di opinione, di movimento, l’habeas corpus, ovvero il diritto a non essere detenuti arbitrariamente senza controllo giudiziario) sono ormai precari. Ma non è con l’idealizzazione a un ritorno a uno Stato di diritto —  nemmeno più teorizzato — che si può pensare di rimediare a queste storture e a queste ingiustizie.

Oggi domina un nuovo assolutismo, e il principe alle cui imposizioni tutti devono sottostare si chiama silenzio. Il silenzio mediatico, il silenzio politico, il silenzio delle coscienze che tacciono sul genocidio di Gaza, così certificato dalla Commissione ONU nel settembre 2025, sullo sfruttamento bestiale dei lavoratori in occidente, sulla politica criminale che affama i popoli, il tutto coperto dalla compiacente comprensione dell’informazione mainstream e infiorettato dalle fake news. Le disumane regole di sfruttamento e di prevaricazione sono giustificate con il perenne momento “eccezionale” e fatte rispettare con la violenza. Ma la brutalità e la violenza dispiegate a Bolzaneto e a Guantanamo e oggi in Ucraina, in Palestina, in Venezuela e in Iran non hanno alcun carattere di eccezionalità. Sono ormai la regola, la regola secondo la quale le norme sono continuamente modificabili e modificate secondo i bisogni del momento e secondo la legge del più forte.

© 2026 Gilberto Pagani
Pubblicato in «Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola»
Prima edizione a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli — parallels.it (2026)
Licenza CC BY-ND 4.0

«Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola» (a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli, parallels, 2026), da cui è tratta la testimonianza della sindaca di Genova, Silvia Salis, racconta quelle giornate attraverso le voci di chi le ha vissute: Vittorio Agnoletto, Luca Casarini, Haidi Gaggio Giuliani, Carlo Gubitosa, Gilberto Pagani, Alessandra Ballerini, Roberto Settembre, Lorenzo Guadagnucci, Francesca Pongiluppi e molti altri. Dalla morte di Carlo Giuliani al blitz alla Diaz, fino a Bolzaneto: un atto di memoria collettiva sui rapporti tra Stato e cittadini. Il libro è acquistabile esclusivamente online, su parallels.it e nelle principali librerie digitali. Prezzo: 20 € (brossura), 9,99 € (eBook)

 


Al-Hayya, l’uomo di Teheran scampato ai raid: “È un duro, con lui niente disarmo a Gaza”

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Non è iraniano e non è neanche sciita, eppure è l’uomo di Teheran. Dentro Hamas, a Gaza, fuori da Gaza. Il 62 enne Khalil al-Hayya ha sempre creduto, e tuttora crede, che il vero alleato per il movimento islamista palestinese non stia da cercare nella penisola arabica, piuttosto sull’altipiano iranico, e che professi una fede non sunnita ma, comunque, anti-israeliana, anti-americana, anti-occidentale. Dunque la sua elezione a leader, carica che manterrà fino al prossimo anno, è la prova che Hamas non si sposta dalla posizione dove si trovava il 7 ottobre 2023, ossia sotto l’ombrello di ciò che resta del cosiddetto Asse della Resistenza, di cui la Repubblica islamica è, ancora e nonostante due guerre, ispiratrice e padrona.

Al-Hayya coltivava un rapporto personale sia con la Guida Suprema Ali Khamenei, ostentato diffondendo le foto delle sue visite a Teheran, sia con il più fedele dei proxies iraniani, Hassan Nasrallah, segretario di Hezbollah fino al giorno in cui una pioggia di bombe israeliane lo ha seppellito nel suo bunker di Beirut. È inoltre documentato un incontro, in Libano nel luglio 2023, con Mohammad Saeed Izadi, generale dei pasdaran incaricato di tenere i contatti con Hamas e Jihad islamica palestinese.

Secondo fonti dell’intelligence americana, in quell’occasione al-Hayya riferisce di un piano che sarebbe stato messo in pratica di lì a poco, ideato dal capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, di cui era il braccio destro: un assalto sanguinario ai kibbutz vicini al recinto della Striscia. Del giorno che ha cambiato il Medio Oriente, al-Hayya dirà: «In realtà sarebbe dovuta essere un’operazione limitata, per catturare un po’ di soldati israeliani e scambiarli con i detenuti palestinesi, ma l’esercito sionista è collassato».

Nato a Gaza City nel novembre del 1960 e cresciuto in una famiglia conservatrice che, come altre, ha subito le conseguenze della Guerra dei Sei Giorni, al-Hayya studia l’Islam e si lega ai Fratelli musulmani. Incontra lo sceicco Ahmed Yassin nel marzo del 1980, rimanendone folgorato: non a caso è presente all’atto costitutivo di Hamas, nel 1987.

«Con lui al potere, non cambierà niente nella strategia del gruppo», ragiona Guy Aviad, autore e analista israeliano che segue da anni il movimento islamista. «Non permetterà la smilitarizzazione della Striscia né ordinerà alle Brigate Qassam di lasciare le armi». La linea più dura.

L’uomo è un sopravvissuto, in un certo senso. Più accumula peso politico, più Israele tenta di ucciderlo. Al-Hayya ha la furbizia, o la fortuna, di scampare a diversi attentati, al prezzo, però, di vedere scorrere il sangue della propria famiglia: nel maggio 2007, in un raid dell’Idf sulla sua casa, perde sette parenti, tra cui due fratelli; nel 2008 un drone uccide suo figlio Hamza, combattente delle Brigate Qassam; nel 2014 a morire è il primogenito, Osama, la nuora e tre nipoti; nel settembre 2025, da ultimo, al-Hayya è nell’edificio di Doha distrutto dall’Idf grazie al tracciamento dei telefonini: lui si ferisce, a perdere la vita e suo figlio Human. E un altro figlio, Azzam, è morto quest’anno in un raid aereo nel quartiere Daraj a Gaza City.

Sopravvissuto e negoziatore. Per tre volte guida la delegazione di Hamas che tratta indirettamente con Israele il rilascio degli ostaggi. In Egitto firma l’accordo in 20 punti di Trump sulla tregua a Gaza e la creazione del Board of Peace, mai entrato in attività. Una trattativa di cui si parla meno, ma cruciale per gli equilibri interni, è quella che al-Hayya nel 2022 conduce per riannodare il filo col dittatore siriano Bashar al-Assad, alawita e protetto degli ayatollah iraniani, con cui l’allora leader di Hamas, Khaled Mesh’al aveva rotto. Una mossa fondamentale, quella di al-Hayya, nata in nome e per conto dell’Asse della Resistenza anti-Israele. E che oggi gli consente la vittoria al ballottaggio proprio contro Mesh’al, il vecchio capo, che non è certo un moderato, ma non ha il favore di Teheran.

Nell’immagine: Kalilil al-Hayya  con Ali Kamenei


Vivere, e morire, dalla parte “sbagliata”

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Mauro Palma, il manifesto

Non so cosa faccia più rabbrividire nell’esaminare il video dell’uccisione di Abderrahim Fakir nell’operazione di fermo e ammanettamento da parte della Polizia a Bologna, al Pilastro. Certamente, l’assoluta assenza di minima professionalità degli agenti che non si sono neppure resi conto che stavano finendo di contenere un cadavere. Accanto, l’incapacità degli operatori sanitari presenti che assistono perché sembrano essere più presi, nonostante il loro ruolo specifico, dalla necessità che sia assicurata la completa contenzione dell’uomo fermato che non la sua salute; e l’inettitudine degli astanti che sembrano assistere a qualcosa di ‘normale’, non capace di suscitare un moto di turbamento, se non sdegno, neppure quando l’uomo a terra più volte richiede aiuto. Ancor più fanno rabbrividire i commenti di molti sui social all’interno di una crescente adesione a un modello che non riconosce talune persone come portatrici di diritti, neppure quelli più elementari e fondamentali.

C’è una crescente abitudine al sopruso di chi si sente dalla parte giusta e, simmetricamente, non riconosce come persona chi, nel suo schema mentale, è nella parte sbagliata e, come tale, può essere oggetto di ogni vessazione, fino anche alla morte: non è una persona, ma un nemico. Il suo essere persona di origine straniera, anche se da anni radicata nelle stesse vie, ne aumenta l’inimicizia.

Viene alla mente un’affermazione di Hanna Arendt, nel suo Le origini del totalitarismo, dove individuava la vera sventura per una collettività non già nella negazione di singoli diritti, ma nell’incapacità di riconoscere ogni persona, indipendentemente dalle sue specificità, come appartenente al suo stesso corpo sociale e titolare di diritti: una società che non riconosce l’appartenenza di ogni sua parte determina la disgregazione del proprio tessuto democratico e individua progressivamente nuovi nemici al proprio interno.

Questo è un rischio attuale per il nostro Paese che sembra abituarsi anche a immagini che dovrebbero non lasciare minimi spazi di giustificazione, in particolare da parte di chi ha una qualche responsabilità istituzionale: non lascia margini di possibile estensione della legittima difesa, comunque la si vorrà scrivere e proporre al nuovo esame parlamentare, l’immagine del calcio in testa al morente da parte del gioielliere pistolero, oggi divenuto simbolo di chi prospetta il modello di giustizia ‘fai da te’, dopo aver promosso o supportato ronde, fustigatori nelle metropolitane o altre variegate forme di privatizzazione della sicurezza urbana.

Né lascia margini di possibile interpretazione positiva quella muta inazione dei presenti mentre per più minuti due agenti di polizia sono pesantemente sopra una persona a terra, che invoca aiuto, senza avere la capacità professionale di permettergli di respirare. Immancabilmente si sentiranno tra breve le voci urlanti quando gli agenti riceveranno l’inevitabile avviso di garanzia, all’unisono con la cagnara che continua attorno a una sentenza pronunciata da tre diversi collegi ad Asti, Torino e Roma. Del resto si era già sentito il coro del consenso immediato al poliziotto da parte delle stesse forze politiche anche dopo l’uccisione di Mansouri a Rogoredo, prima di aver fatto silenzio dopo ciò che l’indagine faceva emergere. E, andando indietro a un’altra vicenda, anche dopo i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, tuttora in dibattimento, c’era chi – sempre con ruolo istituzionale – era andato a dare il proprio sostegno a chi di lì a poco sarebbe stato incriminato.

Sono vicende che non sembra abbiamo suggerito una maggiore cautela; al contrario ogni volta si è alzato il tiro, sempre basandosi sul presunto consenso popolare, rinunciando a qualsiasi ruolo di direzione democratica che dovrebbe avere chi ha responsabilità politica e istituzionale, all’affannosa ricerca di consenso. Ed esponendo anche il Paese a censure internazionali: l’intervento odierno al Pilastro sembra la riproposizione del caso fiorentino di dodici anni fa della morte di Riccardo Mogherini che ha portato alla condanna dell’Italia da parte dei giudici di Strasburgo per violazione, sostanziale e procedurale, dell’articolo 2 della Convenzione che sancisce l’obbligo inderogabile per lo Stato di tutelare la vita di ogni persona nel suo territorio. Sono passati soltanto due mesi dalla conferma di quella sentenza da parte della Grande Camera.

Vi si legge che «Alla luce di quanto sopra, la Corte non è convinta che, all’epoca dei fatti, le autorità statali avessero adempiuto adeguatamente al loro obbligo positivo di formare i propri agenti delle forze dell’ordine in modo da garantire che essi possedessero il livello di competenza richiesto nell’impiego di tecniche di immobilizzazione, come la posizione prona, che potevano rappresentare un pericolo per la vita». Sembra proprio che questa valutazione possa affermarsi anche oggi. Tristemente. Perché si sente crescere l’abitudine a considerare alcune vite quasi volatili, non connesse a persone, aspirazioni, affetti, ma numeri e casi ingombranti, di cui non si memorizzano i nomi e si ricorda soltanto vagamente che erano vite altre, casi difficili, esuberi forse.

Ma anche le voci di chi s’indigna risultano deboli, sempre segnate dalla paura di perdere terreno sul tema della sicurezza, declinato come riduzione di spazi di libertà e non come garanzia di effettività dei diritti per tutti. Dimenticando che l’inseguimento di paure, presunte e adeguatamente costruite, non possa essere il terreno anche di chi intenda credibilmente opporsi all’attuale impianto culturale e di azione governativa, di chi voglia costituire un modello sociale che sia concretamente alternativo a chi pensa di estendere la legittima difesa fino al confine della vendetta e a chi crede che sia sicura una città dove l’impreparazione professionale può tradurre la necessità di fermare il comportamento anomalo di una persona nella sua morte.


Una fondazione italiana costringe la Procura ticinese a restituirle tre milioni bloccati in Svizzera

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Gotham City, tvsvizzera.it

Per quasi 15 anni, circa tre milioni di euro sono rimasti bloccati su conti bancari ticinesi. Il denaro apparteneva a una fondazione ospedaliera italiana, vittima di un vasto sistema di sottrazione indebita di fondi. Per riottenerlo, l’istituzione ha infine deciso di agire contro il Ministero pubblico ticinese, accusandolo di aver rallentato ingiustificatamente la procedura. In due sentenze emesse tra maggio e giugno 2026, il Tribunale penale federale le ha dato ragione.

Settanta milioni di euro sottratti

La Fondazione Salvatore Maugeri, con sede a Pavia, è un importante centro di cura e riabilitazione. Tra la fine degli anni Novanta e il 2011, circa 70 milioni di euro sono usciti dalle sue casse senza destare sospetti. Secondo quanto accertato dalla magistratura italiana, il meccanismo sfruttava falsi contratti di consulenza medica per trasferire denaro verso società estere.

Una parte di quei fondi sarebbe servita per finanziare il tenore di vita di Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia dal 1995 al 2013. Processato per corruzione, l’ex governatore è stato condannato in via definitiva nel 2019 a cinque anni e dieci mesi di reclusione. Anche diversi intermediari e dirigenti sono stati riconosciuti colpevoli. La stampa italiana aveva ribattezzato la vicenda “caso Maugeri”.

La pista ticinese

Come spesso accade in operazioni di questo tipo, il denaro è transitato attraverso la Svizzera, in questo caso mediante conti bancari a Lugano e Bellinzona. Già nel 2011 la Procura di Milano aveva chiesto alle autorità elvetiche di congelare gli averi coinvolti nella vicenda.

Una volta divenute definitive le condanne in Italia, i giudici milanesi hanno ordinato che quasi tre milioni di euro bloccati in Ticino fossero restituiti alla Fondazione Maugeri, riconosciuta come parte lesa. Prima, però, bisognava rendere esecutiva la decisione in Svizzera.

Ed è qui che la procedura si è arenata. Dal 2019 la fondazione ha ripetutamente chiesto al Ministero pubblico ticinese di procedere al versamento delle somme. Senza successo. Il procuratore ha di volta in volta richiamato presunte contraddizioni nelle richieste italiane, un procedimento penale aperto in Ticino oppure la necessità di garantire il diritto di essere sentite ad altre persone coinvolte. Nel frattempo, gli anni passavano e il denaro restava congelato

Richiamo del Tribunale

Alla fine di gennaio 2026 la fondazione si è così rivolta al Tribunale penale federale (TPF) denunciando un “diniego di giustizia”. Il richiamo ha avuto effetto. Poche settimane dopo, il 2 marzo, la procura ticinese ha finalmente emanato la decisione che consente la restituzione delle somme. Il ricorso è così divenuto privo di oggetto.

Tuttavia, il 4 maggio i giudici del TPF hanno ritenuto che il Ministero pubblico avesse effettivamente ritardato la procedura senza valido motivo, condannandolo a versare un’indennità alla fondazione. L’importo, pari a 2’000 franchi, ha soprattutto un valore simbolico.

L’ultimo ricorso

La vicenda non era però ancora conclusa. Un ex collaboratore della fondazione, anch’egli condannato in Italia a oltre sette anni di carcere e titolare di una parte delle somme depositate su conti svizzeri, ha tentato di bloccare la restituzione. Sosteneva che quel denaro non fosse collegato ad alcun reato.

Con una decisione del 9 giugno 2026Collegamento esterno, il Tribunale penale federale ha respinto il suo ricorso e confermato la restituzione, sancendo che i fondi appartenevano effettivamente alla fondazione.

Quindici anni dopo la prima richiesta di assistenza giudiziaria e otto anni dopo la condanna definitiva pronunciata in Italia, la Fondazione Maugeri potrà dunque recuperare i suoi tre milioni di euro: una piccola parte dei circa 70 milioni sottratti, la maggior parte dei quali era già stata recuperata in Italia.

La Fondazione Maugeri era assistita dagli avvocati Pascal Del Prete, mentre l’ex collaboratore della fondazione era rappresentato da Mario Postizzi. I due legali non hanno risposto alle richieste di commento.

Nell’immagine: il “Celeste” ai tempi dello splendore: il 29 marzo 2010 Roberto Formigoni è appena stato eletto per il quarto mandato alla testa della Regione Lombardia.


Piscina di Carona: il disa­stro della poli­tica

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Al caso della piscina di Carona si è aggiunto un nuovo capi­tolo. Una mag­gio­ranza inter­par­ti­tica del Con­si­glio comu­nale di Lugano ha inviato al Tri­bu­nale can­to­nale ammi­ni­stra­tivo una “richie­sta di sol­le­cita trat­ta­zione del ricorso con­cer­nente la variante (…) (…) di Piano rego­la­tore del com­parto del cen­tro bal­neare di Carona”.

L’obiet­tivo è acce­le­rare la deci­sione sul ricorso che blocca il pro­getto di ‘glam­ping’ (cam­peg­gio di lusso) che verrà con­cesso in usu­frutto per 40 anni e per quat­tro soldi al Tou­ring Club Sviz­zero (Tcs) ma che alla cit­ta­di­nanza di Lugano costerà, alla fine, ben 12 milioni di fran­chi. Per­ché un legi­sla­tivo comu­nale arriva a eser­ci­tare una pres­sione così inu­suale sull’auto­rità giu­di­zia­ria? La rispo­sta sta nella con­trad­di­zione in cui si sono cac­ciati i par­titi che gover­nano la città. Da un lato, la crisi cli­ma­tica rende sem­pre più urgente disporre di infra­strut­ture pub­bli­che per affron­tare le ondate di calore. Lugano ha appena regi­strato un numero record di giorni tro­pi­cali con­se­cu­tivi e la cani­cola è ormai una costante delle estati. Man­te­nere chiuso uno dei prin­ci­pali cen­tri bal­neari cit­ta­dini, per di più situato in altura, è quindi una scelta sem­pre più dif­fi­cile da giu­sti­fi­care. Dall’altro lato, il pro­getto di pri­va­tiz­za­zione resta bloc­cato dai ricorsi e nes­suno sa quando arri­verà una deci­sione defi­ni­tiva. La città rischia così di restare per anni senza la piscina e senza il nuovo pro­getto. È que­sta pro­spet­tiva che mette oggi in dif­fi­coltà le forze poli­ti­che che hanno soste­nuto l’ope­ra­zione.

È stato però il Muni­ci­pio a sce­gliere di chiu­dere anti­ci­pa­ta­mente la piscina, soste­nendo che man­te­nerla in fun­zione sarebbe stato troppo costoso. Eppure una peri­zia com­mis­sio­nata dallo stesso ese­cu­tivo ha quan­ti­fi­cato in 467’500 fran­chi l’inve­sti­mento neces­sa­rio per garan­tire l’effi­cienza degli impianti bal­neari per diversi anni. Una cifra con­te­nuta rispetto al valore sociale di un’infra­strut­tura pub­blica sem­pre più neces­sa­ria.

Il pro­blema non è mai stato eco­no­mico, ma poli­tico. La chiu­sura della piscina è ser­vita a favo­rire il pro­getto a favore del Tcs, attri­buendo agli oppo­si­tori la respon­sa­bi­lità della situa­zione e spe­rando che la pres­sione dell’opi­nione pub­blica por­tasse al ritiro dei ricorsi. Oggi quella stra­te­gia pre­senta il conto. Di fronte all’emer­genza cli­ma­tica e all’incer­tezza sui tempi del pro­getto, diventa evi­dente l’assur­dità di una città che rinun­cia a una piscina pub­blica senza sapere quando potrà disporre della nuova strut­tura. La richie­sta rivolta al Tri­bu­nale nasce da que­sta impasse, ma non ne risolve la causa. La solu­zione più sem­plice resta quella che il Muni­ci­pio con­ti­nua a esclu­dere: stan­ziare un cre­dito straor­di­na­rio per ria­prire la piscina fino alla con­clu­sione della pro­ce­dura. Invece di cor­reg­gere un errore poli­tico, si pre­fe­ri­sce chie­dere al Tri­bu­nale di acce­le­rare. Invece di pre­oc­cu­parsi della urgenza cli­ma­tica e sani­ta­ria, ci si impe­gna a fondo nell’urgenza pro­ce­du­rale! Resta poi un inter­ro­ga­tivo: que­sta improv­visa urgenza nasce solo dalla con­sa­pe­vo­lezza dell’assur­dità della situa­zione o pesa anche la neces­sità di ras­si­cu­rare il Tcs, evi­tando che il pro­trarsi dell’incer­tezza metta in discus­sione il pro­getto? Se così fosse, emer­ge­rebbe ancora più chia­ra­mente come gli inte­ressi della popo­la­zione e della salute pub­blica siano stati subor­di­nati a un’ope­ra­zione di pri­va­tiz­za­zione.

In que­sta vicenda esce male anche la sini­stra luga­nese, con la lode­vole ecce­zione dei Verdi. Fino a pochi mesi fa, pur avendo ade­rito al pro­getto Tcs, soste­neva almeno la ria­per­tura della piscina. Oggi pre­fe­ri­sce unirsi e pri­vi­le­giare il pres­sing sul Tri­bu­nale invece di chie­dere con forza, insieme al Comi­tato popo­lare Piscina Parco Carona, la ria­per­tura imme­diata del cen­tro bal­neare. Un’occa­sione persa per dimo­strare che la difesa dei ser­vizi pub­blici e la rispo­sta all’emer­genza cli­ma­tica pos­sono tra­dursi in ini­zia­tive poli­ti­che con­crete.

Mat­teo Poretti, coor­di­na­tore Mps Luga­nese

Scritto per La Regione

Nell’immagine: una bellissima piscina vuota e abbandonata nel pieno della calura estiva


Iran, la strategia della sete: attacchi ai dissalatori del Golfo

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Se c’è una cosa che questa guerra ha mostrato al mondo è la capacità strategica degli eredi della grande Persia. Azione e reazione sono le ascisse e le ordinate di un piano iraniano che si dispiega nonostante i danni, le scosse alle fondamenta del regime e le perdite provocate dagli attacchi di Stati Uniti e, fino a un mese fa, di Israele. Dunque, non c’è niente di casuale se, per due giorni consecutivi, è stato preso di mira uno degli impianti di desalinizzazione del Kuwait. L’obiettivo è chiaro: assetare un alleato degli Stati Uniti e, con esso, una delle regioni più aride del pianeta.
Una strategia di guerra antica, biblica come l’assedio di Betulia, che risale ai tempi delle città fortezze del Medio Oriente e che ora la Repubblica islamica ripropone, per generare un deficit idrico, quindi il caos. Già negli anni Ottanta gli analisti della Cia mettevano in guardia la Casa Bianca sulla «estrema vulnerabilità a sabotaggi» delle strutture che producono acqua dolce nel Golfo (allora il 90 per cento dell’acqua desalinizzata proveniva, infatti, da soli 56 impianti) e sul rischio che attacchi militari possano scatenare crisi nazionali.

Le autorità del Kuwait denunciano il secondo raid sull’impianto di desalinizzazione che, come spesso avviene, è collegato a una centrale elettrica — quindi Teheran prova a generare due shock, idrico ed energetico, con un’unica azione — e ricordano che colpire strutture civili significa violare il diritto internazionale e la risoluzione Onu numero 2817. Ma la risposta dell’Iran è il silenzio.

La piccola monarchia del Golfo, che galleggia letteralmente sul petrolio, ha 5 milioni di abitanti e per l’acqua potabile dipende, al 90 per cento, dagli impianti che trattano l’acqua del mare anche col sistema dell’osmosi inversa. È una costante, in questa parte del mondo: l’Oman vi dipende all’86 per cento, l’Arabia Saudita al 70 per cento. Il governo non ha rivelato se il complesso colpito nelle ultime 48 ore sia di nuovo Doha West, cioè quello che venne danneggiato il 29 marzo scorso dai droni nel primo di sei attacchi iraniani sugli impianti che producono l’acqua potabile in Kuwait, lo Stato su cui Teheran ha concentrato la strategia della sete. Anche in Bahrein lo scorso 8 marzo avevano subito un raid su un dissalatore, il primo della rappresaglia iraniana, ma è rimasto un caso isolato.

Nella desertica penisola arabica i Paesi hanno riserve d’acqua dolce da milioni di metri cubi, sfruttano tecnologie di ultima generazione, come pioggia artificiale e riciclo delle acque reflue per l’agricoltura. Ovvio che, in emergenza, si attingerà a quelle cisterne per dissetare la popolazione, distribuendo l’acqua con le autobotti, ma alla lunga il livello della tensione sociale salirà. «In uno scenario estremo, ma non implausibile, gli attacchi sugli impianti dell’acqua potranno generare una pressione interna sui governi, come anche gli Stati Uniti stanno cercando di fare con l’Iran», scrive l’analista Zvi Bar’el su Haaretz.

Trump lo ha promesso: scatenare l’inferno sulla Repubblica islamica, colpendo centrali elettriche, ponti, e, accusano i pasdaran, anche le industrie dell’acqua. È vero che l’Iran, a differenza degli altri Paesi del Golfo, ha delle falde acquifere e negli anni ha sviluppato sistemi per gestire le siccità, con riserve idriche e dighe, e decentralizzando parti della rete di distribuzione, con acqua desalinizzata dal Mar Caspio. Però alcune aree sono più esposte. Uno degli ultimi raid dei caccia americani è stato su Qeshm, l’isola che è funzionale al controllo dello Stretto di Hormuz. Nelle prime fasi del conflitto gli iraniani dissero che a Qeshm era stato semi-distrutto un desalinizzatore e che, per questo, 30 villaggi erano rimasti a secco. Né Washington, né lo Stato ebraico, hanno rivendicato l’operazione.


Fiesta Spagna, la finale è uno schiaffo a Trump

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

East Rutheford – Non è un Mondiale Maga, Trump si rassegni. Make Argentina Great Again non vale più. E this is not America. Rossa di Spagna e blu di Argentina. Usa scansati, butta via i tuoi palloni ovali, le palle che finiscono sulle mazze e pure quelle dei playground da white men don’t jump, oggi New York non è tua, ma dell’unico gioco che da 96 anni non digerisci. Quello del pallone, della pelota, della bola, del balón, dove solo uno può toccarla con le mani mentre gli altri la accarezzano con i piedi. Ma tu che ne capisci di questi fili d’erba sfiorati dagli dei scesi in terra, da altre parti sarebbero benedetti come ostie, mentre qui le zolle sono in vendita dai 450 ai 3.000 dollari, a seconda delle dimensioni. Per un totale di 11,2 milioni di dollari destinati a finire nelle casse della Fifa, ma Mikie Sherrill, governatrice dello Stato, ha fatto sapere che loro hanno dovuto spendere 13,04 milioni di fondi pubblici per garantire che il tappeto erboso del campo fosse all’altezza degli standard richiesti e quindi il ricavato, nel caso, spetterebbe ai contribuenti. Money, money, come cantava Liza Minnelli.

Le tasche svuotate dei tifosi

È una transumanza umana quella in strada verso lo stadio. I ricchi in elicottero, il resto del mondo in cammino come può. Have a nice day, come no. Ma imparate a mettere servizi pubblici gratis quando ci sono i grandi eventi e non a svuotare le tasche di chi ha già pagato un salatissimo biglietto (forza, sindaco Mamdani, insisti). È un’attesa di cinque ore sotto il sole perché l’America del Super Bowl è una cosa, ma quella del Mondiale di calcio è uno strapazzo senza organizzazione, anche perché deve arrivare Donald e quindi massima allerta. Entra in campo l’Argentina, il portiere Emiliano Dibu Martínez che a diciassette partì per l’Inghilterra perché aveva visto il padre piangere perché non riusciva a pagare le bollette, resta in piedi a occhi chiusi, immobile per cinque minuti. Ma sta male? chiede sconvolto il collega americano. No, amico, prega. Basta aver letto qualcosa di P.P. Pasolini per sapere che considerava il calcio l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, mentre voi l’imbottite di hot-dog e ketchup.

L’esempio di Lamine Yamal

Lamine Yamal a nome di tutta la gioventù tamarra del mondo arriva con triplice catena al collo (oro e argento), ha appena fatto 19 anni, però la fascetta che ha in testa porta il numero 304, codice postale di Rocafonda, il quartiere povero di Mataró,città in cui è cresciuto. It’s a beautiful game cantano Robbie Willams in tuta azzurra con i capelli bianchi, e un’energica Laura Pausini, anche lei in paillettes. Mentre Tom Cruise, in nero, spettinato, con gli occhiali da sole in mano, non si capisce cosa dica, di sicuro non è Shakespeare e comunque non frega a nessuno.

Trump e Infantino seduti accanto

Dateci il pallone, la storia del mondo raccontata da 22 uomini che un giorno capirono che non c’è niente di più serio che giocarsi la geografia del cuore in un campo. Eravamo in centomila, cantava Celentano. Oggi siamo in 80.663 mila, il tifo argentino è una marea che inonda, se al Madison Square Garden quando Trump era andato a tifare i Knicks lo avevano fischiato, qui fanno di meglio, lo ignorano. Presidente e first lady sono seduti accanto a Infantino, a Donald fanno vedere la Coppa che poi dovrà consegnare, lui la tocca tre volte (valuterà i carati?) e dice qualcosa quando gliela tirano via. Sorry, non è tua. Meglio passarla a Iniesta e Kempes che se la sono guadagnata con i gol. Carlitos Alcaraz e l’attrice sudcoreana Jung Ho-yeon (Squid Game) portano la preziosa reliquia in campo in una custodia Vuitton. E qui bisogna dire: cari Galeano, Soriano, Montalbán, Carmelo Bene, dispiace non avervi più, ma almeno questa roba ve la siete evitata.

Matt Damon e l’Odissea

In tribuna c’è anche Matt Damon, che avendo appena interpretato Ulisse nel film Odissea, può capire cosa significhi metterci dieci anni per tornare a casa e riavere le tue cose. La Spagna sono 16 anni che non vince il Mondiale (ci è riuscita per la prima volta nel 2010) e l’Argentina non vuole mollare il suo «Per Diego, per l’ultima di Leo, per la quarta stella». Otto giocatori su 11 difendono quello che loro stessi hanno conquistato ai rigori in Qatar. Nel coro dei tifosi ci sarebbero anche le Malvinas, ma lasciamo perdere. Oddio, c’è anche Mick Jagger, meglio non sapere per chi tifa, altrimenti si sa già che vince l’altra. Shakira, colombiana, che canta Dai dai l’inno del torneo dice che pur avendo due figli spagnoli (avuti da Piqué, ex difensore della Roja) lei sostiene Messi. L’intervento di Madonna è registrato, ma la cantante scende in campo con Ronaldo e Ronaldinho per l’ultima strofa. Love, love, canta il coro di ragazzini (PS22 di Staten Island), loro non lo sanno ma fu il saluto di addio di Pelé nel ’77 quando lasciò i Cosmos. C’è anche Justin Bieber con chitarra, le due figlie del re di Spagna non sono nel palco d’onore per motivi di sicurezza e hanno viaggiato in aerei diversi, la musica è così stordente che il premier spagnolo Sanchez dà la mano a Trump. Sciò, basta show, non se ne può.La Spagna ci prova più dell’Argentina (in dieci e anchilosata), ma Dibu dice no, poi cede al sinistro di Ferran Torres nei supplementari. In fondo fu Isabella di Castiglia, regina di Spagna, a dare i soldi a Colombo per il Nuovo Mondo che ricambia.


Hutton: “Burnham lancerà una rivoluzione come fece Blair”

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Oggi Andy Burnham lancerà una rivoluzione come quella di Tony Blair nel 1997. Ma Burnham è diverso: sarà il Mario Draghi del Regno Unito. E il suo obiettivo finale sarà tornare in Ue». A parlare a Repubblica è Will Hutton, 76 anni, ex direttore dell’Observer, commentatore di riferimento del centrosinistra britannico e autore dell’ultimo libro: “This time no mistakes”.

Perché una rivoluzione, Hutton?

«Perché Andy farà subito tante cose: riforma dell’assistenza sanitaria, nazionalizzazione dell’acqua, troverà i soldi che mancano alla Difesa. Starmer non aveva una storia da raccontare. Burnham ce l’ha. Cambierà tutto».

Lo crede davvero? Sinora Burnham ha parlato soprattutto agli operai e al Nord, non a Londra o alla City.

«Sì, e lo ha dimostrato a Manchester, dove è riuscito a coniugare perfettamente investimenti e intervento dello Stato. Andy è uno che attrae il business, ma con regole chiare. E sa che la Borsa di Londra deve crescere sempre di più, perché dà fiducia agli investitori e dunque a tutto il Paese».

È questa la “quarta via” del Labour, dopo la terza di Tony Blair che provò a trovare una sintesi tra liberismo e socialdemocrazia?

«Non la definirei così, ma di certo Burnham si inscrive nella tradizione socialdemocratica».

Anche se ha definito l’ex leader laburista Neil Kinnock come il suo idolo?

«Certo. Neil non era uno stupido. Sotto sotto, è sempre stato un socialdemocratico moderno e liberale. E lo stesso sarà Burnham. Lui sarà un socialista liberale come Mario Draghi: welfare, servizi, solidità finanziaria, investimenti ma anche attenzione alla società, innovazione e Difesa. Sarà il nostro Draghi, perché è coraggioso come lui».

Il nuovo premier sarà coraggioso anche con l’Unione europea?

«Certo. Burnham si riavvicinerà e allineerà sempre di più all’Europa e al suo mercato unico. E alle prossime elezioni sono certo che prometterà di far tornare il Regno Unito in Ue: sarà il suo obiettivo finale».