Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran.
«Prefazione»
Di Riccardo Bagnato Bulgarelli
L’ autore era inviato di alcune testate italiane a Genova, ed è il curatore del libro

Genova, luglio. Il caldo che sale dai vicoli come un respiro. L’odore del mare che non vedi ma senti, sempre, dietro ogni angolo. E quella luce particolare che taglia le ombre nette sui palazzi e fa brillare i sampietrini come fossero onde. Genova era così in quei giorni di luglio 2001. Era bella. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo.
Il G8 di Genova, dal 18 al 22 luglio 2001, fu uno di quei momenti in cui la storia sembra concentrarsi in pochi giorni, in poche ore, in pochi luoghi. Questo libro nasce dalla necessità di tornare su quei giorni: di raccogliere le voci di chi c’era, di chi vide, di chi subì, di chi ancora oggi porta dentro di sé il peso e la speranza di quella storia.
In quei giorni due mondi si guardavano senza vedersi, separati da una linea rossa tracciata sulle mappe e presidiata da migliaia di uomini in divisa. La chiamavano così: la zona rossa. Come il colore del pericolo. Come il colore del sangue che avrebbe macchiato l’asfalto di piazza Alimonda. Da una parte, il cuore del centro storico blindato, dove non si entrava senza il timbro giusto. Dall’altra, trecentomila persone che premevano contro le transenne con i loro cartelli, i loro cori, la loro rabbia e la loro speranza.
Il 20 luglio morì Carlo Giuliani, aveva ventitré anni. Fu colpito da un proiettile sparato da un carabiniere — un ragazzo poco più giovane — durante gli scontri del pomeriggio. C’è una fotografia, scattata un istante prima: Carlo con il braccio alzato, un estintore tra le mani, il volto coperto da un passamontagna. E c’è un’altra fotografia, scattata un istante dopo: Carlo a terra, immobile, e attorno a lui il vuoto. Tra quelle due immagini, tutto. Poi venne la notte.
E la notte portò la Diaz.
La scuola Diaz era un edificio come tanti, in via Cesare Battisti. Durante il G8 era diventata un dormitorio per i manifestanti. La sera del 21 luglio — era quasi mezzanotte — le forze dell’ordine entrarono. Quello che accadde fra quelle mura, nei minuti che seguirono, è stato raccontato da decine di testimoni, ricostruito in tanti processi e certificato da decine di sentenze. Ma le parole dei documenti ufficiali non restituiscono il suono dei manganelli sulla carne, delle urla, del vetro che si rompe, dei corpi che cadono: ottantadue feriti, di cui una sessantina ricoverati in ospedale, tre in prognosi riservata, novantatré arresti.
E poi Bolzaneto. La caserma dove i fermati vennero condotti per l’identificazione. Ciò che accadde lì dentro — le umiliazioni, le percosse, le torture, sì, usiamo questa parola — appartiene a un repertorio d’altri tempi. Amnesty International, nei giorni successivi, parlò di «violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea».
Ma questo libro non è solo questo. È soprattutto un racconto. Personale e corale. Perché a Genova, in quei giorni, erano arrivate trecentomila persone da ogni parte d’Italia, d’Europa, del mondo. Un popolo attraversato da mille anime diverse ma unito da una domanda di fondo: è possibile un’altra globalizzazione? È possibile un mondo in cui il mercato non sia l’unica legge, in cui i diritti vengano prima dei profitti?
Erano giovani e vecchi, preti e anarchici, sindacalisti e studenti, madri coi bambini, ragazzi e ragazze. Erano le Tute Bianche e i Beati Costruttori di Pace, erano Medici Senza Frontiere e i Centri Sociali del Nord-Est, erano Pax Christi, Mani Tese e Nigrizia, Amnesty International e Via Campesina, il sindacato della CGIL e Attac, la Tavola della Pace e la Rete di Lilliput, Emergency e Jubilee 2000. Erano 1.187 sigle diverse — millecentottantasette modi di dire la stessa cosa: che il mondo così com’era non andava bene. Che l’acqua doveva restare pubblica, i farmaci accessibili e il clima doveva essere difeso. Che il debito dei paesi poveri andava cancellato e le transazioni finanziarie tassate. Che il libero commercio non poteva esistere senza regole sociali e ambientali. Quel movimento chiedeva la sovranità alimentare contro i brevetti sulle sementi e la difesa dei servizi pubblici come beni comuni; proponeva il disarmo e dunque la riduzione delle spese militari, la giustizia climatica e il commercio equo; e si opponeva alle politiche migratorie restrittive, rivendicando una carta dei diritti dei migranti.
Tutto era cominciato qualche anno prima, nel Chiapas messicano, dove era scoppiata la rivolta zapatista proprio il giorno in cui era entrato in vigore il NAFTA, l’accordo di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada. Per i popoli indigeni di quella regione, il trattato implicava la fine delle terre comuni e la vittoria di un modello economico inaccettabile; inventarono allora una forma nuova di resistenza grazie a internet — locale nelle radici, globale nel messaggio — che avrebbe ispirato tutti i movimenti successivi. Il momento di svolta arrivò però a Seattle, negli Stati Uniti, cinque anni dopo, quando cinquantamila manifestanti bloccarono il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio: nacque il «popolo di Seattle». Da lì il movimento crebbe rapidamente, contestando i vertici di Washington, Praga, Nizza, Québec e Göteborg. A Napoli, nel marzo 2001, la violenta repressione del Global Forum anticipò quanto sarebbe accaduto al G8 di luglio.
Dentro la zona rossa, a Genova, si ritrovavano proprio i potenti che avevano voluto quell’accordo e i trattati successivi. I principali responsabili di una globalizzazione neoliberale contestata dagli zapatisti prima, dal popolo di Seattle poi. Erano i capi di Stato e di governo delle otto potenze industriali mondiali: USA, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Giappone e Russia. I vertici dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale. Tra gli invitati anche i rappresentanti di Algeria, Nigeria, Sudafrica, Mali, Senegal. Era il G8: il summit che doveva governare la globalizzazione. Fuori, il futuro era già lì, e bussava alle porte. Ma la risposta fu la repressione. Due anni dopo — due anni dopo Genova, due anni dopo l’11 settembre, due anni dopo che il mondo era cambiato ancora una volta — quel movimento era ancora vivo. Il 15 febbraio 2003, contro la guerra in Iraq che gli Stati Uniti del presidente George W. Bush stavano per scatenare, scesero in piazza tra i dodici e i quattordici milioni di persone, in più di seicento città del mondo. Fu la più grande manifestazione coordinata nella storia dell’umanità. Il New York Times scrisse: «Le imponenti manifestazioni contro la guerra tenutesi in tutto il mondo questo fine settimana ci ricordano che sul pianeta potrebbero esserci ancora due superpotenze: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale» (Patrick E. Tyler, «A New Power in the Streets», New York Times, 17 febbraio 2003). Un riconoscimento importante, che sollevava una domanda: può l’opinione pubblica mondiale diventare un soggetto politico? Poi, però, la guerra fece quello che le riesce meglio: seppellì la risposta.
Quello che state per leggere è solo in parte il racconto di quei giorni. È anche il racconto di quello che i processi, le sentenze e i venticinque anni trascorsi da quel luglio 2001 hanno lasciato dietro e dentro di sé. È il tentativo di restituire, a venticinque anni di distanza, parte di quell’esperienza e di quei sentimenti.
C’è Francesca che racconta quello che ha preceduto l’evento nella sua città. Leonardo, che ha attraversato tutte le giornate del G8 da manifestante — e chissà cosa avrà pensato, la sera del 20, tornando nel suo sacco a pelo. Gabriella, giornalista, inviata nella zona rossa per raccontare l’altro versante. Luca, uno dei volti dei Disobbedienti, e oggi impegnato nelle missioni di Mediterranea Saving Humans, a salvare persone nel Mare Nostrum — come se non avesse mai smesso di cercare un altro mondo. Ebe, che dovette rimanere a casa, mentre suo fratello era potuto partire per Genova. Lorenzo, che alla Diaz fu picchiato e arrestato. Roberto, che negli anni dopo dovette scrivere una delle sentenze più importanti su quanto successe nella caserma di Bolzaneto — e chissà cosa avrà provato, a mettere nero su bianco l’orrore. Gilberto e Alessandra, avvocati del Genoa Legal Forum, che corsero da un commissariato all’altro aiutando i fermati. Vittorio, che si trovò a fare il portavoce del Genoa Social Forum, e questo gli cambiò la vita. Silvia, all’epoca non ancora sedicenne e oggi sindaca della città di Genova. Donatella, che i movimenti sociali li ha studiati per anni, con la pazienza dello scienziato e la passione della militante. Glauco, venuto a Genova per testimoniare una certa idea repubblicana — quella delle istituzioni che proteggono, non che picchiano. Carlo, della rete PeaceLink. Christophe e Vincent, di Attac Francia, che avevano attraversato le Alpi per organizzare quel controvertice. E Haidi. Haidi Gaggio Giuliani, la madre di Carlo. A lei, in particolare, va la nostra gratitudine per aver accettato di partecipare a questo racconto.
A tutti e tutte, grazie. Grazie per aver ripreso in mano i vostri ricordi e per averli affidati a queste pagine.
Questo libro vuole essere un atto di conoscenza e di coscienza. Una storia che parla di noi — di quello che eravamo, di quello che siamo diventati, di quello che potremmo ancora essere.
Perché quello che accadde a Genova riguarda tutte e tutti. Riguarda chi non c’era e chi non era ancora nato. Riguarda l’idea che ci portiamo dentro — spesso senza saperlo — di cosa sia lo Stato, di cosa sia la democrazia, di cosa siano i diritti e i doveri. Riguarda quel confine sottile tra il potere e chi lo subisce, tra la forza e la legge, tra l’ordine pubblico e la libertà di scendere in piazza a dire no. Una libertà che appare oggi più fragile che mai.
Da qui nasce una domanda: sarebbe potuta andare diversamente? Non possiamo saperlo, ma il solo fatto di porla significa rifiutare l’idea che la storia sia un destino già scritto. Significa che siamo ancora in tempo — siamo sempre in tempo — per un mondo migliore.
Venticinque anni dopo possiamo dirlo: quel movimento aveva ragione.
Ma la lezione più difficile è un’altra.
Avere ragione non basta.
© 2026 Riccardo Bagnato Bulgarelli
Pubblicato in «Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola»
Prima edizione a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli — parallels.it (2026)
Licenza CC BY-ND 4.0
«IL TALLONE DI FERRO»
Di Gilberto Pagani
Legale del «Genova Legal Forum » e della famiglia Giuliani
Il mio G8 è cominciato il 14 luglio 2001, una settimana prima dell’inizio ufficiale. Una colonna di anarcociclisti provenienti dalla Germania era bloccata alla frontiera di Chiasso e ad alcuni di loro veniva impedito di entrare in Italia perché rappresentavano un pericolo per la sicurezza pubblica. Dopo estenuanti trattative alla frontiera e un ricorso urgente al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale, ndc) che consentiva loro l’accesso in Italia, sono andato a Genova insieme ad altre decine di avvocati di tutta Europa per dare supporto legale ai manifestanti che in quei giorni convenivano da tutto il mondo.
In quei due giorni si è visto quanto fosse importante la nostra presenza. Dopo la prima giornata dedicata ai migranti, svoltasi in tutta tranquillità e con intensa partecipazione, nei giorni seguenti abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il tallone di ferro del potere che si scagliava contro il più grande movimento sociale degli ultimi anni. Non a caso anche Amnesty International ha riconosciuto quanto accaduto a Genova nel luglio 2001 come una delle più gravi violazioni dei diritti umani in occidente del dopoguerra.
I giorni di Genova, le grandi manifestazioni, ma anche le innumerevoli violazioni delle leggi, le violenze gratuite ed efferate contro persone pacifiche ed inermi, l’omicidio di Carlo Giuliani hanno avuto come sfondo comune la partecipazione massiccia di giovani e meno giovani provenienti da tutti gli angoli della terra, che a migliaia sono sfilati nei cortei, hanno partecipato ai dibattiti e alle tante iniziative e sono stati vittime della violenza di stato. Abbiamo visto il nuovo movimento globale dispiegarsi in maniera mai vista prima. Non erano delegazioni estere, ma una moltitudine di persone, in gran parte non appartenenti ad organizzazioni tradizionali, che si riconoscevano in questo grande movimento che si opponeva alle pretese di comando e di ordine mondiale che i potenti della terra riuniti a Genova intendevano imporre e gridava che un altro mondo è possibile.
Dalla nostra postazione al Convergence Centre sono passati tutti: dagli irlandesi che abbiamo “scortato” sino al campeggio (si sentivano protetti da tre avvocati e un prete…), alle centinaia di persone che chiedevano informazioni, volevano presentare denunce per le violenze subite, si offrivano di testimoniare su ciò che avevano visto. Decine i feriti che avevano paura di farsi visitare in ospedale a Genova. E quante persone ho incontrato, non tanto in quei giorni, ma negli anni successivi quando si è trattato di permettere a tutte le vittime della mattanza, della «macelleria messicana», di poter difendere i propri diritti prima per essere scagionati da accuse gravissime, poi per avere un risarcimento per quello che avevano ingiustamente subito.
Per un caso della vita sono stato l’unico avvocato che ha potuto entrare nel carcere di Pavia prima dell’inizio dell’udienza di convalida, cioè la procedura di verifica della legittimità degli arresti. In quel momento c’erano decine di ragazzi (le donne erano in un altro carcere) percossi brutalmente e arrestati alla Diaz, torturati a Bolzaneto, in procinto di affrontare un’udienza in cui si decideva se dovessero restare in carcere per una serie di reati gravissimi. Quel che segue è storia.
L’accusa di devastazione, saccheggio e associazione sovversiva è stata archiviata quando è emersa la verità dei fatti, in seguito alla quale molti agenti e funzionari sono stati condannati per gli abusi e le violenze, ma a pene miti (non era ancora stato introdotto il reato di tortura) e i danni subiti da centinaia di manifestanti sono stati risarciti dopo un gran numero di sentenze, fino alla Corte di Cassazione e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nulla potrà mai risarcire il dolore, l’angoscia, la sofferenza, lo stress traumatico che le vittime di Genova hanno subito, ma per lo meno è stata completamente ribaltata la narrazione iniziale confezionata dagli apparati statali e da gran parte della stampa.D. è stato il primo che ho visto, indossava la stessa maglietta sporca del suo sangue, il braccio ingessato (molti alla Diaz hanno subito fratture del genere per proteggersi dalle manganellate sulla testa), era stato portato direttamente dal pronto soccorso a Bolzaneto. Poi molti altri ne ho incontrati con un rapporto che è andato ben al di là del consueto rapporto avvocato/cliente. Quello che abbiamo vissuto a Genova e quello che apprendevamo nei racconti di chi aveva fatto quella terribile esperienza ci hanno resi più vicini e accomunati tra di noi.
Mi ricordo la notte alla Questura di Pavia, le centinaia di ragazzi passati per la Diaz e Bolzaneto e in procinto di essere espulsi, angosciati dal dover affrontare un viaggio per tornare ai loro paesi accompagnati dalle stesse divise di coloro che li avevano brutalizzati. Mi ricordo, quella stessa notte, i dialoghi aspri e concitati con Prefetto e Questore che alla fine hanno consegnato a me alcuni giovani inglesi scarcerati ed espulsi perché non vi era altro modo di farli giungere a destinazione. Mi ricordo S., giovane quacchera americana, pacifista per definizione, catapultata in un incubo che però l’ha indotta a diventare avvocata per difendere gli stessi diritti che a lei erano stati negati. Mi ricordo soprattutto della mamma di Carlo, la dolce Haidi che mai ha avuto parole d’odio contro chi prima le ha assassinato il figlio con un colpo di pistola, poi ha fatto di tutto per coprire le responsabilità non solo di chi impugnava l’arma ma di chi aveva congegnato la trappola nella quale è caduto tutto il movimento.
Da che mondo è mondo, il potere si è retto su arbìtri e violenze, cui si è tentato di opporsi con un sistema normativo basato sulla divisione dei poteri e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma lo stato di guerra mondiale a pezzi (come diceva Papa Francesco) giustifica e consolida uno stato permanente di labilità e di evanescenza dei diritti. I diritti che pensavamo consolidati (la libertà di opinione, di movimento, l’habeas corpus, ovvero il diritto a non essere detenuti arbitrariamente senza controllo giudiziario) sono ormai precari. Ma non è con l’idealizzazione a un ritorno a uno Stato di diritto — nemmeno più teorizzato — che si può pensare di rimediare a queste storture e a queste ingiustizie.
Oggi domina un nuovo assolutismo, e il principe alle cui imposizioni tutti devono sottostare si chiama silenzio. Il silenzio mediatico, il silenzio politico, il silenzio delle coscienze che tacciono sul genocidio di Gaza, così certificato dalla Commissione ONU nel settembre 2025, sullo sfruttamento bestiale dei lavoratori in occidente, sulla politica criminale che affama i popoli, il tutto coperto dalla compiacente comprensione dell’informazione mainstream e infiorettato dalle fake news. Le disumane regole di sfruttamento e di prevaricazione sono giustificate con il perenne momento “eccezionale” e fatte rispettare con la violenza. Ma la brutalità e la violenza dispiegate a Bolzaneto e a Guantanamo e oggi in Ucraina, in Palestina, in Venezuela e in Iran non hanno alcun carattere di eccezionalità. Sono ormai la regola, la regola secondo la quale le norme sono continuamente modificabili e modificate secondo i bisogni del momento e secondo la legge del più forte.
© 2026 Gilberto Pagani
Pubblicato in «Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola»
Prima edizione a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli — parallels.it (2026)
Licenza CC BY-ND 4.0
«Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola» (a cura di Riccardo Bagnato Bulgarelli, parallels, 2026), da cui è tratta la testimonianza della sindaca di Genova, Silvia Salis, racconta quelle giornate attraverso le voci di chi le ha vissute: Vittorio Agnoletto, Luca Casarini, Haidi Gaggio Giuliani, Carlo Gubitosa, Gilberto Pagani, Alessandra Ballerini, Roberto Settembre, Lorenzo Guadagnucci, Francesca Pongiluppi e molti altri. Dalla morte di Carlo Giuliani al blitz alla Diaz, fino a Bolzaneto: un atto di memoria collettiva sui rapporti tra Stato e cittadini. Il libro è acquistabile esclusivamente online, su parallels.it e nelle principali librerie digitali. Prezzo: 20 € (brossura), 9,99 € (eBook)