Non sono le impo­ste, sono i tagli alla spesa

Di Ivo Durisch 

Per capire cosa sia dav­vero lo Stato bastano due cifre. Da una parte i ser­vizi che il Can­tone offre. Dall’altra le impo­ste che i cit­ta­dini pagano per finan­ziarli.

Nel 2025 il Can­tone ha speso circa 4,6 miliardi di fran­chi. Tolti i giri con­ta­bili interni, i ser­vizi e gli aiuti alle per­sone val­gono circa 4,2 miliardi: 12’000 fran­chi per ogni abi­tante. Pre­sta­zioni che usiamo tutti i giorni o quando ne abbiamo biso­gno.

Le voci più grandi sono la sanità e la socia­lità, quasi 1,9 miliardi, il 45% di tutta la spesa. Den­tro ci sono le cure ospe­da­liere: 379 milioni; i sus­sidi di cassa malati: 255 milioni, più altri 171 milioni per chi riceve le pre­sta­zioni com­ple­men­tari; le pre­sta­zioni com­ple­men­tari Avs e Ai: 266 milioni in tutto; le pre­sta­zioni assi­sten­ziali: 100 milioni; gli isti­tuti per per­sone inva­lide: 133 milioni; le cure a domi­ci­lio: 101 milioni e le case per anziani: 42 milioni. C’è poi la scuola, dalle Ele­men­tari all’uni­ver­sità, che pesa per oltre un miliardo. Ci sono la sicu­rezza e la giu­sti­zia, dove solo la Poli­zia can­to­nale costa 118 milioni.

E infine c’è il tra­sporto pub­blico per circa cento milioni all’anno.

Sull’altro lato della bilan­cia ci sono le entrate. Per finan­ziare que­sti ser­vizi con­cor­rono le impo­ste can­to­nali, le par­te­ci­pa­zioni dei Comuni – finan­ziate attra­verso le impo­ste comu­nali – e la quota dell’impo­sta fede­rale diretta attri­buita al Can­tone – per un totale di circa 2,8 miliardi: quasi 7’900 fran­chi per abi­tante.

Le pagano soprat­tutto le per­sone, con le impo­ste sul red­dito, com­presa l’impo­sta alla fonte, e sulla sostanza. Le imprese ver­sano circa il 15% e il resto arriva da suc­ces­sioni, com­pra­ven­dite immo­bi­liari, atti nota­rili e impo­ste di cir­co­la­zione.

In media, dun­que, ogni abi­tante riceve quasi 12’000 fran­chi di ser­vizi e ne paga circa 7’900 in impo­ste, due terzi del valore di ciò che riceve; il resto lo coprono la soli­da­rietà del modello fede­ra­li­sta e i divi­dendi, o la remu­ne­ra­zione del capi­tale, di alcune par­te­ci­pate. Una quota impor­tante pro­viene dagli utili distri­buiti da Ban­ca­Stato e dalla Banca nazio­nale sviz­zera.

I ser­vizi pub­blici sono a dispo­si­zione di tutti: scuola, ospe­dali, sicu­rezza, strade, tra­sporti e aiuti sociali esi­stono per cia­scuno di noi quando ne ha biso­gno. L’impo­sta, invece, non è uguale per tutti.

Chi gua­da­gna molto paga molto di più, anche in per­cen­tuale. È il prin­ci­pio della pro­gres­si­vità fiscale. Sostan­zial­mente signi­fica che chi ha red­diti bassi e medi riceve dal Can­tone più di quanto paga. Chi si trova nella fascia più alta della distri­bu­zione dei red­diti fini­sce invece, oltre una deter­mi­nata soglia, per pagare più di quanto riceve diret­ta­mente.

Pren­diamo una cop­pia con un figlio. In ser­vizi que­sta fami­glia riceve circa 36’000 fran­chi l’anno. E quanto versa al Can­tone? Con 100’000 fran­chi di red­dito impo­ni­bile versa circa 7’800 fran­chi (riceve 28’000 fran­chi in più di quanto paga); con 150’000 versa circa 15’700 (ancora 20’000 in più); con 200’000 – un red­dito già molto alto – circa 24’600 (ancora 11’000 in più). Il pareg­gio arriva solo attorno ai 260’000 fran­chi di red­dito impo­ni­bile, cioè oltre 330’000 fran­chi di red­dito lordo, prima delle dedu­zioni. Solo sopra que­sta cifra una cop­pia con un figlio versa al Can­tone più di quanto riceve. Sono poche fami­glie, tutte in cima alla pira­mide della ric­chezza. Solo 3 fami­glie su 100 ver­sano al Can­tone più di quanto rice­vono.

In altre parole, quasi ogni fami­glia tici­nese riceve dal Can­tone più di quanto paga. Non per­ché “vive a spese dello Stato”, ma per­ché que­sto è il patto sociale che ci siamo dati.

Quando si fanno gli sgravi invece a gua­da­gnarci sono soprat­tutto i red­diti alti. Que­gli sgravi ridu­cono strut­tu­ral­mente le entrate e aggra­vano il disa­vanzo. Quando poi si decide di rie­qui­li­brare i conti soprat­tutto attra­verso la spesa, il risul­tato sono tagli ai ser­vizi. Così il conto degli sgravi fini­sce per pagarlo il cit­ta­dino comune con i ser­vizi e gli aiuti che gli ven­gono a man­care. “Meno Stato, più soldi in tasca” è un’illu­sione, per chi riceve dal Can­tone più di quanto versa — cioè quasi tutti — ogni ser­vi­zio tagliato è una per­dita, un costo che biso­gna coprire di tasca pro­pria. E il rispar­mio sulle impo­ste non com­pensa le per­dite.

Per­ché quando si taglia un ser­vi­zio, il biso­gno non spa­ri­sce. Cam­bia solo chi paga. La per­sona anziana che ha biso­gno di cure a casa ne ha biso­gno comun­que. Prima quel costo era di tutti, pagato con impo­ste in cui chi ha di più dà di più. Dopo il taglio, quel costo è solo suo. Diventa una tariffa uguale per tutti, che non guarda al red­dito.

I conti pub­blici vanno tenuti in ordine. Su que­sto non si discute. La vera domanda è un’altra: chi paga il rior­dino? Per la grande mag­gio­ranza dei tici­nesi va rove­sciato il modo di vedere le cose. Non sono le impo­ste a met­tere le mani nelle tasche dei cit­ta­dini. Sono i tagli alla spesa!

Ivo Duri­sch, capo­gruppo Ps

Scritto per La Regione

Nell’immagine: in piazza contro i tagli alla spesa


Eisenkot può battere Netanyahu tenendo Israele a destra

Di Ivo Durisch 

Di Michele Giorgio, il manifesto

La Knesset, nella notte tra giovedì e ieri, ha votato il proprio scioglimento. L’ufficialità scatta oggi, aprendo la campagna elettorale per le elezioni del 27 ottobre. È stato un voto parlamentare che non ha fatto molto rumore. Eppure, ha chiuso una legislatura segnata dal 7 ottobre 2023, dalla distruzione di Gaza con oltre 70mila palestinesi uccisi, dalla guerra di Stati uniti e Israele contro l’Iran, dall’occupazione israeliana del Libano del sud e della Siria meridionale e dalla guerra permanente nella regione del primo ministro Benyamin Netanyahu. Pochi hanno ricordato tutto questo. Ha fatto molto più rumore, invece, l’accelerazione senza precedenti nell’approvazione di provvedimenti fortemente identitari per la destra religiosa. Prima dello scioglimento, infatti, la maggioranza ha approvato in pochi giorni una serie di leggi che consolidano l’alleanza tra il Likud, l’ultradestra e i partiti religiosi ultraortodossi.

Tra i provvedimenti più controversi figurano il congelamento degli arresti per gli studenti delle yeshiva che si sottraggono alla leva militare, il mantenimento del servizio obbligatorio a 32 mesi, respingendo la richiesta dell’esercito di estenderlo a 36, e una norma che attribuisce uno status speciale agli israeliani impegnati nello studio religioso a tempo pieno, anche se il testo definitivo è stato modificato eliminando il paragone diretto con il servizio nelle Forze armate israeliane. La Knesset ha inoltre approvato una legge che consente la separazione tra uomini e donne nei programmi universitari avanzati destinati alla popolazione ultraortodossa. Sono state inoltre cancellate alcune liberalizzazioni introdotte negli anni scorsi nel sistema di certificazione kosher, restituendo maggiore centralità al Rabbinato.

Queste misure rappresentano un messaggio politico preciso. Netanyahu sa che, da un lato, sono apprezzate dai suoi attuali alleati di governo, che gliene sono grati, e, dall’altro, fanno scuotere la testa a molti elettori, inclusi i sostenitori di una destra più laica. Crede però che nei prossimi tre mesi sarà in grado di recuperare i consensi perduti presentandosi ancora una volta come il garante dell’identità nazionale e religiosa di Israele e come il leader capace di mantenere le promesse fatte ai suoi alleati. Rafforzando l’alleanza con i partiti ultraortodossi attraverso l’ultimo provvedimento che sospende l’arresto dei religiosi renitenti alla leva, Netanyahu pensa di essersi garantito una determinante ampia affluenza alle urne degli ultraortodossi, un segmento della popolazione con un’elevata partecipazione al voto: e ora sono particolarmente motivati.

La sua è una strategia che potrà risultare vincente? «Nessuno può, in questo momento, rispondere a questa domanda con sufficiente precisione», ci dice l’analista Michael Warschawski, esperto di sionismo religioso. «Saranno decisive», aggiunge, «le valutazioni che faranno in questi mesi non solo i religiosi ultraortodossi, ma anche i religiosi nazionalisti, per i quali la partecipazione di tutta la popolazione alle forze armate e alla sicurezza è un principio cardine». Warschawski dubita che Netanyahu abbia messo a punto una strategia elettorale vincente. Ritiene invece che il generale e leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, sia in possesso delle qualità necessarie per mettere in ombra il primo ministro.

Per lungo tempo gli analisti si sono domandati chi potesse sostituire Netanyahu. Un interrogativo che ha finito per rafforzare il leader del Likud. Anche molti elettori di destra, delusi dalla sua leadership e dalla sua personalità divisiva, non riuscivano a individuare un’alternativa convincente. Passare a un candidato come il centrista Benny Gantz significava qualche tempo fa dare l’impressione di aver cambiato schieramento. Non a caso il partito Blu e Bianco di Gantz, molto popolare appena tre o quattro anni fa, si è sciolto come neve al sole e i sondaggi ora lo danno sotto la soglia di sbarramento.

In questo vuoto si è inserito Eisenkot. Ex capo di stato maggiore, pragmatico e poco carismatico, Eisenkot è ritenuto da molti osservatori capace di offrire un’alternativa senza chiedere agli elettori della destra di rinnegare se stessi. Ha anche perduto un figlio in combattimento a Gaza, un dato significativo per la società israeliana. La forza della sua candidatura non risiede nella promessa di una rivoluzione politica, piuttosto nella possibilità di una continuità sempre a destra, ma diversa. In altre parole, come ha spiegato Noa Spiegel su Haaretz, «Eisenkot permette agli israeliani di sostituire Netanyahu senza cambiare la propria identità politica». Un elettore del Likud favorevole a una linea molto dura contro palestinesi, iraniani e arabi può votare per lui senza sentirsi passato al campo avversario.

Resta però da vedere se la sua ascesa sarà sufficiente a costruire una maggioranza alternativa. Al momento i numeri sembrano dargli ragione. Un nuovo sondaggio pubblicato dal quotidiano Maariv mostra il continuo calo di popolarità della coalizione di governo: la sua rappresentanza sarebbe scesa a 48 seggi, mentre il blocco di opposizione salirebbe a 62 e i partiti arabi ne otterrebbero 10. Non saranno le elezioni più importanti della storia di Israele degli ultimi trent’anni, come ha scritto qualcuno. Ma il possibile tramonto del regno di Benyamin Netanyahu, pur nel solco della destra dominante, accende un interesse attorno al voto che non si registrava da anni.

Nell’immagine: Gadi Eisenkot


Ilan Pappé: «Con o senza Bibi, il Paese non cambierà la sua rotta»

Di Ivo Durisch 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Nel suo libro recente «La fine di Israele», lo storico Ilan Pappè afferma che il progetto sionista è destinato a una «disintegrazione inevitabile» anche a causa dell’ascesa del Sionismo religioso, delle fratture all’interno della società israeliana, della distruzione di Gaza e delle politiche violente e aggressive contro i palestinesi che hanno profondamente trasformato il modo di vedere Israele da parte delle popolazioni occidentali.

Le elezioni del 27 ottobre mettono sul tavolo alcuni dei punti sollevati da Pappé. Abbiamo incontrato e intervistato lo storico israeliano nella sua città, Haifa
Israele va al voto il 27 ottobre, con quali prospettive?

La sconfitta di Netanyahu data per probabile da tanti in realtà non è affatto scontata. In ogni caso, qualunque sia l’esito di queste elezioni, non ci sarà alcun cambiamento fondamentale nelle azioni di Israele. Il genocidio progressivo che si sta consumando a Gaza continuerà, in un modo o nell’altro, a meno che la comunità internazionale o le potenze regionali non decidano di intervenire. Anche la pulizia etnica in Cisgiordania proseguirà perché tutte le principali forze politiche sioniste condividono, in misura maggiore o minore, l’idea della Grande Israele. Proseguirà anche la politica aggressiva nei confronti dei paesi vicini, come Libano e Siria, e resterà immutata la volontà di colpire l’Iran. Tuttavia, se Netanyahu e i suoi alleati attuali non saranno più al potere, lo stile del nuovo governo forse sarà più misurato e meno urlato, almeno nelle relazioni con l’esterno. Invece la frattura profonda che attraversa la società israeliana continuerà a esistere, in particolare quella tra ebrei laici e tradizionalisti, due mondi che ormai condividono ben poco, dal rapporto con le istituzioni dello Stato ai diritti civili.

I media occidentali già parlano del generale Gadi Eisenkot, rivale di Netanyahu, come di una speranza, dell’uomo del dialogo e del negoziato. Lei come lo vede?

Sono due persone molto diverse, ma un Eisenkot primo ministro non credo rappresenterà il personaggio dipinto dai media stranieri. Eisenkot in campagna elettorale non si occuperà in alcun modo dei palestinesi, la cui sorte non interessa praticamente a nessuno. Il suo tema centrale sarà la questione della leva militare obbligatoria anche per i giovani religiosi ortodossi. È un argomento importante per gli israeliani ebrei. La maggior parte, anche quelli di destra, vuole che gli ultraortodossi siano arruolati. Eisenkot, che ha perduto un figlio in combattimento a Gaza, può recuperare molti consensi puntando sull’arruolamento per tutti, mostrandosi ben diverso da Netanyahu che ha addirittura fatto approvare una legge che sospende l’arresto dei religiosi renitenti alla leva. Con lo stesso obiettivo, punterà sull’inchiesta statale sul 7 ottobre 2023 come chiede l’opinione pubblica (l’esecutivo in carica propone invece una indagine governativa), sull’indipendenza del sistema giudiziario, i diritti civili. La sua forza sta proprio nell’apparire distante da Netanyahu e dei suoi alleati. Si occuperà di Iran, Libano e di Hezbollah, però anche lui non dirà nulla a proposito dei palestinesi e di Gaza.

In questo quadro cosa faranno o potrebbero fare i partiti arabi che rappresentano la minoranza palestinese (21% della popolazione) in Israele? Il sistema politico li tiene ai margini. Eisenkot non intende allearsi con gli arabi che pure potrebbero regalargli la vittoria.

Si trovano in una situazione creata oggettivamente da circostanze storiche ma anche da loro decisioni strategiche: cercano di giocare sia negli ambiti politici israeliani e che in quelli palestinesi, e non funziona più. Il desiderio di rappresentare la loro società è genuino ma il sistema li usa per abbellire lo stato di apartheid e non per offrire uguaglianza o una vita migliore agli arabi. Purtroppo, i leader dei partiti arabi persino di fronte a una crisi tanto grave non riescono a superare le rivalità personali. È un problema, perché l’unico modo in cui potranno risultare importanti il 27 ottobre è unendosi e prendere un numero elevato di seggi. Dovranno ripensare la loro strategia.

Nell’immagine: Ilan Pappé


Labour, l’orgoglio ritrovato. Burnham infiamma la base: “Ora stop al neo-liberismo”

Di Ivo Durisch 

Di Marco Varvello, La Stampa

LONDRA. L’orgoglio ritrovato dei Laburisti britannici va in scena nella tarda mattinata inglese. Teatro: un blocco di cemento anni Cinquanta a due passi dal British Museum, il quartier generale londinese del “Trade Union Congress”, la federazione dei sindacati nazionali. Il nuovo leader, Andy Burnham, galvanizza gli animi frustrati dei vertici che lo hanno appena acclamato. Promette il ritorno ai valori fondativi del partito dei lavoratori e della sinistra progressista. Un programma di governo «orgogliosamente laburista», dice.

Significa dunque un cambiamento che metta fine «a 40 anni di neo-liberalismo, che ha fatto male a tante persone e a tante fasce sociali».Così scandisce le parole Burnham per compiacere l’ala sinistra del partito. Considerare «40 anni» vuole dire infatti comprendere anche i governi di Tony Blair, centrista moderato, di cui peraltro il nuovo leader fu giovane sottosegretario.

Tornare al Laburismo significa un maggiore intervento pubblico in economia, puntando a nazionalizzazione e re-industrializzazione di settori dell’apparato produttivo britannico messi fuori mercato dalla concorrenza globale. Obiettivi già compresi nel manifesto elettorale del 2024 che Starmer aveva cominciato a realizzare ma con eccessiva prudenza. Oltre alle ferrovie torneranno allo Stato la fornitura dell’acqua, di altri servizi essenziali e di quel che rimane delle acciaierie.

Poi un ambizioso piano casa, che soprattutto nelle grandi aree urbane riduca l’attuale drammatica carenza di abitazioni a prezzi accessibili. E ancora il decentramento su base regionale, con il trasferimento fuori Londra di pezzi di amministrazione dello Stato, ministeri e dipartimenti. Un modo per ridurre il divario con la megalopoli londinese e affrontare il malcontento delle regioni del Nord Inghilterra, dove la gente si sente dimenticata e si fa sedurre dalla protesta dalla destra populista.

Burnham è un politico navigato e buon comunicatore, pare anche per l’influenza della moglie, origini olandesi ed esperta di marketing e pubbliche relazioni. Così l’ottimismo per la nuova fase laburista trova subito il suo slogan: «Give back control», ridare il controllo alle aree finora emarginate. Una frase che non a caso riecheggia la vincente parola d’ordine della campagna Brexit: «Get back control», riprendere il controllo su base nazionale. Un riferimento quasi ironico visto che Burnham comunque continuerà nella politica di riavvicinamento all’Unione europea, anche per interesse dell’economia britannica.

Nel suo primo discorso da nuovo leader laburista, prima di pensare da lunedì al governo, Burnham ha dunque entusiasmato vertice e base del partito, tracciando il suo percorso politico e soprattutto invocando l’unità. Chiede di mettere da parte le tante «fazioni» – in italiano diremmo correnti – che hanno dilaniato i Laburisti anche recentemente, dalla cacciata dell’ex leader Jeremy Corbyn alla rimozione di Starmer. Con la sua elezione senza rivali Burnham almeno questo primo risultato lo ha già raggiunto. Sostenuto da oltre il 90 per cento del gruppo parlamentare e dai sindacati ha messo d’accordo quasi tutti.

Più difficile sarà mantenere questa armonia da luna di miele. Primo test ovviamente la formazione della squadra di governo, con la nomina dei ministri di maggiore peso. A cominciare dal Cancelliere dello Scacchiere, termine arcaico per indicare il super-ministro che raggruppa economia, finanze e tesoro. La sinistra laburista tifa per Ed Milliband, già leader nel passato e fautore di una restrittiva politica energetica di transizione verso le rinnovabili, a costo di penalizzare l’industria.

Troppo rigido e troppo di sinistra, imprese e mercati lo temono. Così per evitare scossoni finanziari Burnham potrebbe scegliere la centrista Shabana Mahmood, da ministra degli Interni promotrice di una draconiana legge per limitare l’immigrazione. Al diffondersi di questa indiscrezione la sterlina ha fatto un balzo all’insù. La sinistra laburista lo attende al varco e affila i coltelli. Burnham per ora se l’è cavata dicendo che non ha ancora deciso la lista dei ministri, la sta «finalizzando». Gli rimane un weekend di riflessione.

Nel frattempo l’unica certezza è per i suoi concittadini di Manchester. Già da lunedì sarà operativa la nuova sede decentrata di “n. 10 North”, una succursale al Nord del mitico numero 10 di Downing street, per dare anche plasticamente il senso di una maggiore attenzione al Settentrione. Dopo il grigio Starmer, disastroso comunicatore, Burnham sa bene che la politica dei giorni nostri richiede anche immediati visibili messaggi e slogan accattivanti.


Putin precipita nei sondaggi. Arrestato il blogger ribelle

Di Ivo Durisch 

Di Giovanni Pigni, La Repubblica

Continuano a calare gli indici di gradimento del presidente russo Vladimir Putin, toccando i livelli più bassi dall’inizio della guerra in Ucraina. Un recente sondaggio condotto dal centro demoscopico Fom mostra una flessione di cinque punti percentuali in una sola settimana, dal 71 al 66 per cento. Un calo di questa entità non si registrava dal settembre 2022, quando, per evitare il collasso del fronte, il Cremlino fu costretto a ricorrere alla mobilitazione.

Sebbene il livello di consenso nei confronti di Putin resti ancora superiore a quello registrato prima dell’invasione dell’Ucraina, la tendenza sembra indicare il progressivo esaurimento dell’effetto di rally around the flag, il fenomeno per cui, in tempo di guerra, l’opinione pubblica tende a stringersi attorno al proprio leader. Come osserva Denis Volkov, direttore dell’istituto di sondaggi Levada, il calo del consenso riguarda tutte le istituzioni dello Stato ed è principalmente dovuto al peggioramento del tenore di vita della popolazione.

Tra gli eventi più significativi della settimana segnalati dagli intervistati del Fom figura infatti la crisi del carburante, provocata dai raid ucraini contro le raffinerie, che ormai interessa vaste aree del Paese: in alcune regioni i prezzi della benzina sono aumentati sensibilmente, in altre il carburante viene razionato, mentre davanti alle stazioni di servizio si formano lunghe code. Pochi giorni fa, nella città di Lysva, nel Territorio di Perm, un automobilista ottantenne è morto dopo essersi sentito male mentre era in fila per fare rifornimento. Secondo i media russi, si tratta del secondo caso analogo in meno di un mese.

Tuttavia, nonostante il consenso verso il presidente sia in calo, sono poche le voci che si permettono di criticarlo pubblicamente. Proprio ieri il blogger critico di Putin Ilya Remeslo è stato arrestato con l’accusa di aver diffuso “fake news” sull’esercito, un reato che in Russia può comportare fino a dieci anni di carcere. In passato noto per le sue posizioni filogovernative, Remeslo era finito sotto i riflettori lo scorso marzo, quando aveva pubblicato un post in cui criticava apertamente la guerra e chiedeva le dimissioni del presidente. Dopo un breve ricovero in un ospedale psichiatrico, era stato dimesso e aveva continuato a pubblicare messaggi critici sul suo canale Telegram. Un giorno prima del suo arresto aveva scritto: «Tutto lascia pensare che si stia andando verso una situazione in cui anche un piccolo scossone potrebbe portare Putin a perdere il potere».

Nell’immagine: il blogger Ilya Remeslo


Ponte Morandi: un’equità riparatoria negata

Di Ivo Durisch 

Riceviamo e pubblichiamo queste riflessioni di un lettore di Naufraghi/e

La sentenza di ieri è di primo grado, quindi non è ancora definitiva. Questo significa che, al momento, nessuno dei condannati è destinato a scontare la pena in carcere in via immediata per questo specifico procedimento.

C’è un senso di ingiustizia legato all’eccessivo garantismo ed i gradi di giudizio; solleva così il dubbio che le classi dirigenti non espiino le proprie colpe anche in virtù della propria disponibilità economica, ergendosi al di sopra delle leggi, manipolando e corrompendo il sistema, la stabilità ed il patto sociale.

Questo sentimento è molto diffuso in Italia, specialmente dopo questo tipo di tragedie. La sensazione che la giustizia sia “troppo lenta” e che per i potenti valgano “due pesi e due misure” è un nodo profondo del patto sociale.

Con onestà, va fatto un distinguo fra i meccanismi giuridici (che sono oggettivi) e le percezioni politiche e sociali (che sono legittime e ampiamente condivise).

  1. Il “garantismo” non è un privilegio, ma il “processo giusto”
    La Costituzione italiana (articolo 111) sancisce il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva. I tre gradi di giudizio (con Appello e Cassazione) non sono un lusso per ricchi, ma uno strumento per ridurre al minimo gli errori giudiziari, che sarebbero devastanti per un innocente. Tuttavia, è innegabile che chi ha disponibilità economiche può permettersi un corpo di avvocati, consulenti tecnici e periti privati di altissimo livello, rendendo la difesa molto più efficace e complessa.
  2. Il vero problema: i tempi della giustizia
    Più che il “garantismo” in sé, il cortocircuito con il senso di giustizia è creato dalla durata dei processi. In Italia, un processo penale medio dura anni. Nel caso Morandi, il dibattimento ha richiesto 283 udienze. Il rischio concreto, in questi casi, è la prescrizione: se i termini scadono prima della sentenza definitiva, il reato si estingue, anche se la colpa è accertata in primo grado. Questo meccanismo, di fatto, premia la capacità di rallentare il processo (attraverso richieste di rinvii, incidenti probatori, ecc.), e su questo la disparità economica gioca un ruolo enorme.
  3. Cosa dice la sentenza di oggi sul “potere”
    Se da un lato la Procura aveva chiesto pene severe (quasi 400 anni totali), dall’altro il Tribunale ha ridotto drasticamente le condanne (es. Castellucci da 18 anni a 12). Per molti, questo è già un segnale che la “classe dirigente” viene trattata con guanti di velluto. Tuttavia, è importante notare che il Tribunale ha comunque condannato tutti i vertici, mandando un messaggio forte: la responsabilità penale per il crollo esiste e non è stata scaricata solo sui “capri espiatori”. Non sono stati assolti.
  4. Il nodo dell’espiazione della pena
    Come già espresso, oggi nessuno va in carcere. Perché la Cassazione arrivi a una sentenza definitiva potrebbero volerci altri 3 o 4 anni. Se in quegli anni la prescrizione dovesse “maturare”, il reato verrebbe cancellato: e qui sta l’errore!
    Questa è la vera ingiustizia percepita: non che i potenti non vengano condannati (oggi lo sono stati), ma che la macchina della giustizia sia così lenta da rischiare di rendere quelle condanne carta straccia ed una grottesca beffa.
  5. Il “patto sociale” è un punto dolente
    Quando il sistema giudiziario non dà risposte certe e tempestive, si incrina la fiducia nello Stato, nelle istituzioni e nella dirigenza, creando fratture, disagio e distanza. La disponibilità economica non permette di “manipolare” le prove (che sono tecniche e accertate dai periti), ma permette certamente di gestire meglio i tempi, di ingaggiare contro-perizie che seminano dubbi e di trascinare il processo fino allo scadere dei termini.
    In sostanza, il primo grado ha stabilito che i vertici sono colpevoli, anzi colpevolissimi!
    Il problema non è la legge in sé, ma la sua cronica lentezza. Fino a quando una condanna definitiva non arriverà, la società civile continuerà a percepire che, per i potenti, il carcere resta un’ipotesi remota, quasi astratta, mentre per il cittadino comune è una spada di Damocle che cade molto più in fretta.
  6. Perché la punizione (il carcere) in questo caso dovrebbe essere insostituibile
    La giustizia riparativa funziona nei reati tra persone (come una lite o un furto), ma nei disastri colposi dove c’è dolo eventuale o negligenza gravissima, la pena detentiva ha un valore simbolico irrinunciabile: sancisce che la vita umana non ha un prezzo e che certe negligenze, per quanto “tecniche”, equivalgono a un omicidio. Se tutto si risolve con un assegno, il messaggio che passa è esattamente “Chi ha soldi può comprare la propria impunità”. È questa rimane una ferita reale del nostro sistema, che purtroppo nessuna sentenza, da sola, può rimarginare.

Nell’immagine: la lettura della sentenza


Ciclone Trump contro Cina e tv: “Interferenze nel voto del 2020”. Ma il vero obiettivo è il Midterm

Di Ivo Durisch 

Di Maurizio Molinari, La Stampa

Con un discorso alla nazione di 25 minuti dalla East Room della Casa Bianca, il presidente Trump accusa la Cina di intromissione nelle elezioni nel 2020 per sollevare l’allarme su simili rischi nel voto di Midterm del prossimo novembre. E spingere il Congresso ad approvare il suo “SAVE America Act”.

Trump annuncia l’indagine su un presunto attacco informatico cinese ai dati di 220 milioni di elettori americani, non limitandosi a rilanciare accuse già note su un possibile interferenza di Pechino nelle presidenziali vinte da Joe Biden, ma aggiungendo che declassifica documenti segreti per dimostrarlo. Il vero obiettivo politico del discorso, pronunciato quando in Italia erano le 3 del mattino, è riportare al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza elettorale a pochi mesi dal voto di Midterm.

Affermare che il sistema americano è “esposto a manipolazioni e corruzione” significa infatti insinuare un dubbio che va oltre il passato. Se il 2020 è stato compromesso – è il messaggio che Trump suggerisce agli americani – chi garantisce che lo stesso non possa accadere nel novembre 2026, quando si rinnoveranno la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato? È la domanda che aleggia dietro ogni sua parola, ed è funzionale a preparare il terreno politico in caso di un risultato sfavorevole al suo partito, come i sondaggi preannunciano.

Non a caso, il discorso si chiude con un appello concreto al Congresso di Washington: approvare il “SAVE America Act”, la legge che impone l’obbligo di documento d’identità per votare in ogni angolo dell’America. È una battaglia che Trump e i repubblicani conducono da tempo, presentata come misura contro le frodi ma osteggiata dai democratici e da diverse organizzazioni per i diritti civili, che la considerano invece uno strumento per scoraggiare il voto di minoranze, anziani e cittadini a basso reddito, categorie meno propense a possedere un documento di identità valido con foto.

Le accuse rivolte alla Cina non sono accompagnate, almeno nel testo del discorso, da prove pubbliche verificabili: Trump parla però di documenti “declassificati” e pubblicati sul sito della Casa Bianca, e di un’indagine affidata a FBI e Direttore dell’intelligence nazionale, ma la sostanza probatoria resta da dimostrare.

L’atmosfera elettorale trova conferma nella polemica sul trattamento mediatico del discorso: Trump attacca duramente le reti tv, Abc e Nbc, che non hanno trasmesso l’intervento in diretta sui loro canali principali, arrivando a minacciarne le licenze. Un atteggiamento che si inserisce nel solco di uno scontro permanente con la stampa considerata ostile e che rafforza l’immagine di un presidente che intreccia sicurezza nazionale, propaganda elettorale e polemica mediatica in un unico messaggio. Con l’intento di mobilitare la propria base elettorale, che lo elesse nel 2024.

Nell’insieme, il discorso appare una mossa politica estiva tesa a definire lo scontro di Midterm: alimentare il sospetto sul voto passato per giustificare interventi sul voto futuro, che si annuncia assai combattuto proprio perché il vantaggio attribuito ai democratici – almeno alla Camera dei Rappresentanti – paventa per Trump il rischio di diventare un’”anatra zoppa”.


Kagan: “In caso di sconfitta alle midterm Trump invaliderà il voto, si rischia un colpo di Stato”

Di Ivo Durisch 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Fa impressione sentire un repubblicano che parla così dei repubblicani: «Ho iniziato a considerare il Gop come il partito della dittatura. Sono disposti a mantenere il potere con qualsiasi mezzo, e Trump guiderà la strada». Il problema è che Robert Kagan, già leader dei neocon durante l’amministrazione Bush, non si ferma qui: «Non escludo che cerchino di invalidare le elezioni, se a novembre perdessero le midterm. A quel punto saremmo già in uno scenario da colpo di Stato».

Perché ieri sera il presidente ha tenuto un discorso alla nazione?

«Stabilire un motivo per dichiarare che c’è stata la manipolazione delle elezioni di metà mandato, anche internazionale, per gasare i suoi sostenitori e impedire la conquista della Camera da parte dei democratici. E questo è il minimo. Vuole mettere in dubbio l’affidabilità del processo di voto elettronico americano. Nel peggiore dei casi, però, stava facendo la prova generale di quanto accadrà a novembre, denunciando interferenze straniere per manipolare il risultato e la partecipazione di illegali. Trump e l’amministrazione faranno tutto il possibile per impedire ai democratici di prendere la maggioranza alla Camera, e ancor meno al Senato».

Teme di perdere e si prepara a contestare il voto?

«Sì, assolutamente corretto».

Perché queste midterm sono così importanti?

«Se i democratici vinceranno, metteranno l’amministrazione in stato di accusa. Non so se ci sarà il terzo impeachment, ma di sicuro scatteranno le inchieste. Trump può ignorare il Congresso. Per il sistema americano, però, qualsiasi interruzione nel processo elettorale getterebbe seri dubbi sulla possibilità di tenere elezioni libere in futuro».

Si riferisce alle presidenziali del 2028?

«Assolutamente sì. Per Trump tutto si riduce a mantenere il potere in ogni modo concepibile, per massimizzare i suoi interessi personali e costringere il governo federale ad esaudire i suoi desideri. Tutto ciò che sfida questo potere va minato o distrutto. Perciò se le elezioni lo sfidano, farà qualcosa per impedire che abbiano successo nell’indebolirlo».

Potrebbe cancellare il voto o dichiaralo illegale?

«Sì. Posso immaginare uno scenario in cui lo speaker della Camera Mike Johnson si rifiuta di certificare il risultato e insediare il nuovo Congresso eletto, sostenendo che ci sono state irregolarità. L’amministrazione potrebbe usare le forze federali per sequestrare le urne, in modo da non poter sapere chi ha vinto. Più a lungo andrà avanti lo stallo, più il sistema inizierà a crollare. Se dovessimo arrivare a febbraio, marzo o aprile senza un Congresso in carica, sarebbe un momento reale di svolta nella storia americana».

Il presidente Trump cercherà di candidarsi al terzo mandato nel 2028?

«Lo dice spesso, forse per evitare di essere considerato un’anatra zoppa. Anche se non si candidasse, vuole mantenere il controllo del governo quando non sarà più alla Casa Bianca. Perciò gira voce che potrebbe sostenere un ticket composto dal vice Vance e suo figlio Don junior».

A quale scopo?

«Così la famiglia potrebbe proteggersi, perché la loro grande paura è venire accusati del furto di milioni di dollari, di aver usato il governo in modo improprio per riempirsi le tasche. Come ogni dittatura, temono che il prossimo regime li scopra e li mandi tutti in prigione. Quindi vogliono evitare che accada».

Potrebbero impedire le presidenziali del 2028?

«Sì, ma dipende da come andranno le midterm. Se avremo un’elezione libera e corretta, e i democratici vinceranno, potremo pensare al 2028. Se impediranno al Congresso di riunirsi perché ha vinto l’opposizione, la conclusione sarà diversa».

Cioè?

«Se annullassero il voto, o si rifiutassero di insediare un Congresso democratico, sarebbe già piena dittatura».

I guadagni della famiglia avranno qualche impatto sulla sua base?

«Dipende da come la descrivi. Se la base si riduce al 35%, allora direi di sì. La popolarità di Trump è molto bassa, ma i Maga non sono interessati alla corruzione. Le loro preoccupazioni sono razziali e religiose: quello che fa il presidente non importa, purché si occupi dei loro interessi su quei fronti».

Nel libro “Rebellion” ha scritto che se Trump non avesse vinto nel 2024, i seguaci avrebbero scatenato l’insurrezione. Lo teme ancora?

«Allora non davo per scontata la sua vittoria e avevo provato ad immaginare cosa sarebbe accaduto in caso di sconfitta. Ora la domanda chiave è un’altra: come reagirà il popolo se l’amministrazione annullerà le elezioni? Immagino proteste significative, allora vedremo come le gestirà il governo».

Prevede resistenze fra i repubblicani?

«No, non sono ottimista su questo. Una combinazione di paura e interesse personale terrà la maggior parte di loro con Trump. Da una parte hanno visto cosa succede a chi lo sfida, e dall’altra vogliono restare aggrappati al potere».

Come giudica i democratici?

«Sono terribili, perché hanno paura di trasformare le elezioni in una questione di sopravvivenza della democrazia. Parlano del pane quotidiano, o il prezzo del petrolio che sale a causa della guerra in Iran, e in parte lo capisco. Però sbagliano: devono chiarire che a novembre sarà in gioco la democrazia».

Nell’immagine: Robert Kagan


Stop piccoli schiavi

Di Ivo Durisch 

Di Sara Cecchetti, il manifesto

Lopeei, piccola area rurale della contea di Bokora nel distretto di Napak, si trova nel cuore della Karamoja, la regione con i tassi di povertà più alti di tutto l’Uganda. Addentrandoci nei suoi meandri più remoti, dove solo sporadici villaggi interrompono l’immensa savana semi-arida, si raggiunge una piccola scuola.

L’aula è essenziale, tetto di lamiera sorretto da travi di legno grezzo, panche e banchi scuri, pareti chiare segnate dal tempo. Sui muri, cartelloni didattici illustrano il ciclo riproduttivo dei bovini, con disegni dettagliati degli organi e annotazioni accurate: uno degli argomenti fondamentali per bambini che crescono in una terra dove la pastorizia è l’unico orizzonte di vita. Quel giorno, però, non si tiene lezione. Una trentina di capi villaggio sono riuniti sulle panche di legno. Uno dopo l’altro si alzano per prendere la parola su una delle piaghe della Karamoja: il traffico di bambini.

TRA I COORDINATORI dell’incontro c’è Michael Tumwesigye, ricercatore che, attraverso Panameet Africa Ltd, ha curato un’indagine approfondita sul fenomeno. Nel suo ufficio campeggia un grande cartellone con la scritta «Stop Child Trafficking». È lui a spiegare come, in questi villaggi isolati, il traffico di minori sia un meccanismo sistemico e radicato. Spesso organizzati da intermediari o, in alcuni casi, persino da anziani della comunità, i trafficanti reclutano o acquistano bambini promettendo loro opportunità di lavoro o istruzione in città. Secondo lo studio di Panameet Africa proprio nel distretto di Napak, circa il 14% dei bambini ha sperimentato forme di tratta in un arco di soli quattro mesi. Spesso sono le stesse famiglie a facilitare il processo, schiacciate dalla disperazione economica. Non stupisce che l’Uganda National Household Survey indichi che in Karamoja il 74,2% della popolazione è in stato di povertà, quasi cinque volte la media nazionale.

UNA VOLTA GIUNTI A KAMPALA, i minori vengono impiegati nell’accattonaggio forzato, nei lavori domestici e, nei casi più gravi, nello sfruttamento sessuale. Così, arrivati nella capitale, ci rechiamo a Katwe, uno degli slum più difficili, dove molti di questi bambini hanno trovato rifugio. Non è possibile entrare da soli. Per accedere alle zone più interne, soprattutto quelle abitate dai piccoli vittime di tratta, è indispensabile il consenso di un Local Council 1 (LC1), i capi locali che esercitano un’autorità informale ma ferrea all’interno dello slum. È uno di loro a condurci all’ingresso di una baracca dove otto bambini vivono ammassati in pochi metri quadri. Il tetto è di lamiera, le pareti di tavole di legno sconnesse. Sul pavimento, nient’altro che un telo di plastica logoro.

DUE RAGAZZE escono per parlare con noi: hanno 12 e 14 anni e sono entrambe arrivate dalla Karamoja. «Sono stata venduta da mia sorella maggiore – racconta la prima -. Ha detto ai miei genitori che mi avrebbero portata a Kampala per studiare, invece mi ha consegnata ai trafficanti. Per strada devo mendicare tutto il giorno e la sera consegno quello che guadagno. Se non porto abbastanza, mi picchiano o mi lasciano senza cibo». Alla domanda sul ruolo del governo nella lotta al fenomeno, risponde con rassegnazione, sostenendo che una o due volte al mese arrivano funzionari che portano via qualche bambino, ma si tratta di interventi sporadici, non di una vera soluzione.
«A Napak hanno introdotto leggi che vietano il traffico; ma non esiste nessun divieto di spostarsi da Karamoja a Kampala. Così, anche quando le autorità fermano i mezzi di trasporto, non hanno prove per dimostrare che si tratti di trafficanti» racconta l’altra ragazzina. Nello slum sono costrette a vivere a stretto contatto con i loro aguzzini: «Tutti sanno chi sono, ma nessuno ha il coraggio di ribellarsi» dicono.

AD ACCETTARE DI PARLARE con noi, è solo una ex trafficante, che ha abbandona l’attività dopo essere stata arrestata. «Dopo aver perso mio marito, non sapevo come sopravvivere e ho cominciato a trafficare bambini. Ho preso anche quelli dei miei fratelli; prima che mi arrestassero gestivo sette ragazzi. Ognuno di loro al giorno poteva guadagnare 5 o 10 mila scellini, quindi arrivavo a 70 mila al giorno e circa 2 milioni al mese» spiega la donna. Poco più di 500 dollari, uno stipendio molto alto rispetto alla media locale. Il pentimento iniziale viene però sostituito dalle sue ultime parole, in cui confessa che, se non riuscisse a trovare espedienti per sopravvivere, sarebbe disposta a tornare a trafficare bambini.

Nell’immagine: vittime della tratta a Katwe, uno slum di Kampala – Foto Sara Cecchetti


Ondate di calore: dieci passi per la sopravvivenza

Di Ivo Durisch 

Di Attilio Piattelli, il manifesto

Ormai è evidente: le ondate di calore, che sono una delle dirette conseguenze del cambiamento climatico, avranno una frequenza e un’intensità sempre maggiore e non possono essere trattate come un evento eccezionale. E tutto ciò che è prevedibile richiede organizzazione e misure strutturali. A differenza della Francia, dove piani nazionali di adattamento si susseguono dal 2011, elaborati a seguito della canicola del 2003 e sono declinati in piani territoriali, l’Italia è arrivata tardi al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc) e manca di una legge climatica organica con obiettivi vincolanti. Per questo, il Coordinamento FREE ha proposto dieci misure urgenti per non farci trovare impreparati in occasione dei prossimi eventi estremi.

Il primo passo è politico, ossia riconoscere il caldo estremo come emergenza climatica strutturale, un rischio sistemico nazionale con pesanti impatti sul diritto alla salute, all’abitare e al lavoro. Dobbiamo fare nostro il linguaggio dell’«adattamento collettivo» e non di quello individuale. Serve una legge climatica che recepisca il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, includendo un capitolo specifico su caldo e siccità, con stringenti obblighi per Stato, Regioni e Comuni. Il Pnacc deve diventare uno strumento operativo con target misurabili: primo fra tutti la drastica riduzione dell’eccesso di mortalità da caldo. Un indicatore che in Italia è ancora sottotraccia.

Parallelamente, il Piano nazionale caldo del 2005, oggi limitato a sanità e allerta, deve evolvere in un multisettoriale «Piano nazionale gestione ondate di calore 2.0» che copra edilizia, scuole, Rsa, lavoro e trasporti. Tutto ciò esige una forte «Cabina di regia» climatico-sanitaria presso la Presidenza del Consiglio, indispensabile per superare la cronica frammentazione tra Mase, Ministero della Salute e Protezione civile.

C’è poi l’urgenza della Giustizia Climatica. La crisi è classista: a pagare sono anziani, malati cronici, poveri, lavoratori esposti e residenti in periferie dense e prive di verde, costretti in case sovrariscaldate. Il quadro normativo deve riconoscere loro specifici diritti, orientando le priorità di investimento e intervento sugli edifici che accolgono i più fragili. Proponiamo un programma nazionale «alloggi freschi» per l’edilizia residenziale pubblica e sociale, per garantire case vivibili senza far esplodere i consumi. Più in generale le città devono farsi resilienti imponendo standard minimi per suolo permeabile, alberature e diffusi «rifugi climatici» in ogni quartiere. E anche scuole e ospedali necessitano di interventi mirati.

Sul fronte del lavoro servono norme inequivocabili, come soglie termiche precise per rimodulare gli orari o sospendere le attività, assicurando le piene tutele contrattuali per chi è a rischio. È fondamentale inoltre investire nella continuità energetica per garantire l’operatività ininterrotta di ospedali, Rsa, smaltimento reflui e reti di trasporto anche durante i picchi di calore.

Infine, il binomio imprescindibile: l’adattamento è vano se disgiunto dalla lotta alla dipendenza dai combustibili fossili. Adattamento e decarbonizzazione devono procedere sempre di pari passo. Occorre avviare una revisione critica per bloccare i nuovi progetti di generazione fossile e le infrastrutture del gas, azzerare in modo progressivo i dannosi sussidi ambientali e rivedere al rialzo gli obiettivi di decarbonizzazione previsti dal Pniec per il 2030, individuando puntualmente tutte le misure utili a raggiungerli.