L’UDC mette in discussione lo Stato di diritto

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

Di Jürg Müller-Muralt, Infosperber

In Svizzera è in corso, in un certo senso, un dibattito politico pubblico permanente. Dall’inizio del 2025 alla metà del 2026 solo a livello federale sono stati sottoposti a votazione popolare dieci progetti di legge – preceduti da un dibattito pubblico di portata spesso epica. La gamma dei temi è molto ampia e di varia rilevanza: si è discusso, tra l’altro, dell’estensione della sovranità doganale della Confederazione agli alcolici, di questioni relative al contante, alla tassazione individuale e alla creazione di un fondo per il clima, fino alla richiesta di ridurre drasticamente i canoni radiofonici e televisivi e di arrestare la crescita demografica a dieci milioni di persone. I referendum facoltativi e obbligatori, e il diritto di iniziativa, sono un tratto distintivo della democrazia elvetica.

È anche un prodotto di esportazione, e trova molti ammiratori anche oltre i confini svizzeri. In Germania, negli ultimi circa 40 anni sono già state presentate diverse proposte che si rifanno alla vicina Confederazione. Nel 2002, ad esempio, l’SPD e Bündnis 90/Die Grünen hanno presentato un progetto di legge per «l’introduzione dell’iniziativa popolare, del referendum popolare e del referendum consultivo nella Legge fondamentale». Nel Bundestag tedesco il progetto ha persino ottenuto la maggioranza, ma è fallito per mancanza della maggioranza dei due terzi.

Sull’onda della democrazia diretta cavalcano però anche ambienti la cui reputazione democratica non è al di sopra di ogni dubbio. Quando il Partito Nazionaldemocratico Tedesco (NPD) – oggi in gran parte irrilevante (dal 2023 «Die Heimat») – esaltava ripetutamente la democrazia diretta svizzera, non si trattava certo di un complimento di cui la Svizzera potesse andare fiera. Ormai praticamente tutti i partiti europei, da quelli populisti di destra a quelli di estrema destra, giocano la carta della democrazia diretta. Il Rassemblement National francese, il partito spagnolo Vox, l’FPÖ austriaco e gli attuali partiti della coalizione italiana Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sostengono gli strumenti della democrazia diretta. Il più attivo in questo senso è l’AfD in Germania. Nel suo programma politico si legge: «L’AfD si impegna a introdurre anche in Germania i referendum popolari sul modello svizzero».

Democrazia diretta e  demagogia

Ma torniamo alla Svizzera. Anche qui ci sono voci critiche che non vedono sempre la democrazia diretta sotto una luce rosea. Una delle prime voci di allarme fu quella del liberale di Neuchâtel Numa Droz, consigliere federale dal 1876 al 1892. Nel 1893 fu sottoposta a votazione la primissima iniziativa popolare federale: il divieto di macellazione senza stordimento. Fu approvata dal popolo e dai cantoni. L’iniziativa era fortemente improntata a risentimenti antisemiti ed era palesemente rivolta contro gli ebrei. Nel 1894 prese poi la parola Numa Droz. Per lui era chiaro che con l’introduzione dell’iniziativa popolare nel 1891 e con l’approvazione di questa iniziativa di matrice antisemita fosse iniziata «l’era della demagogia».

Le iniziative dell’UDC «minano i principi dello Stato di diritto»

Niccolò Raselli, ex giudice ordinario del Tribunale federale svizzero, ne parla in un articolo pubblicato di recente sulla rivista online «Geschichte der Gegenwart» dal titolo «Il potenziale seduttivo plebiscitario degli strumenti di democrazia diretta».

Nel suo saggio, Raselli illustra, sulla base delle iniziative dell’UDC tra il 2009 e il 2026, «come le votazioni democratiche siano state utilizzate per relativizzare i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, ma anche il diritto internazionale, nonché per minare i principi dello Stato di diritto».

  • Esempio 1: L’iniziativa per il divieto del burqa («Sì al divieto di coprirsi il volto», 2021). Secondo Raselli, un divieto generale di coprirsi il volto è una «misura drastica e sproporzionata. Le donne che indossano il velo integrale non vengono affatto protette dal divieto, ma piuttosto emarginate dalla vita pubblica e discriminate». La controproposta del Consiglio federale e del Parlamento è stata respinta nella votazione popolare, mentre l’iniziativa è stata approvata.
  • Esempio 2: L’iniziativa sui minareti («Contro la costruzione di minareti», 2009). È stata respinta dal Consiglio federale e dal Parlamento, ma approvata dal popolo. Secondo Raselli, essa viola «la libertà di religione, il divieto di discriminazione e, data la sua assolutezza, il principio di proporzionalità».
  • Esempio 3: L’iniziativa «Per l’espulsione degli stranieri criminali» (2010). Essa «revoca automaticamente agli stranieri, indipendentemente dal loro status ai sensi del diritto degli stranieri, il diritto di soggiorno e ogni diritto legale alla permanenza in Svizzera, qualora siano stati condannati per determinati reati o abbiano percepito in modo abusivo prestazioni delle assicurazioni sociali o dell’assistenza sociale». L’iniziativa non sarebbe compatibile né con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), né con il Patto II dell’ONU (Patto internazionale sui diritti civili e politici), né con il principio di proporzionalità. Il Consiglio federale e il Parlamento l’hanno quindi respinta. Il popolo l’ha invece approvata.
  • Esempio 4: Di conseguenza, il Parlamento ha inserito nel Codice penale una clausola per i casi di particolare difficoltà, che si applica quando l’espulsione comporterebbe un grave disagio personale e l’interesse pubblico all’espulsione non prevalerebbe, il che è valso al Parlamento l’immediata accusa di violazione della Costituzione da parte dell’UDC. E quest’ultima è passata all’azione: con la cosiddetta «iniziativa di applicazione» (2016) ha chiesto «l’espulsione senza eccezioni e sistematica dalla Svizzera degli stranieri che hanno commesso reati», accettando così di minare i principi dello Stato di diritto. L’iniziativa è stata respinta dal popolo.
  • Esempio 5: Dopo la bocciatura dell’iniziativa, l’UDC ha lanciato la cosiddetta «Iniziativa sull’autodeterminazione» («Diritto svizzero invece di giudici stranieri», 2018). Chiedeva che in futuro la Costituzione federale avesse la precedenza sul diritto internazionale, il che avrebbe portato alla denuncia della CEDU. Sebbene anche questa sia stata respinta dal popolo, «gli avvenimenti dimostrano tuttavia come l’iniziativa popolare venga sempre più spesso strumentalizzata come veicolo populista per l’affermazione di obiettivi estremisti».
  • Esempio 6: L’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa» (2014). Essa limita il numero dei permessi di soggiorno per gli stranieri in Svizzera attraverso quote massime annuali e contingenti e vieta i trattati internazionali che violino questo articolo. «L’iniziativa non è compatibile né con l’accordo sulla libera circolazione con l’UE né con quello degli Stati dell’EFTA. Il Consiglio federale e il Parlamento l’hanno respinta, mentre il popolo l’ha approvata. Di conseguenza, il Parlamento ha attuato l’iniziativa mediante una modifica legislativa conforme al diritto internazionale, il che ha valso al Parlamento, da parte dell’UDC, l’accusa di violazione della Costituzione.»
  • Esempio 7: L’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni» (2026). Essa mirava al diritto d’asilo e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati, alla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’UE, all’Accordo di Schengen, al Sistema d’informazione Schengen, indispensabile per la sicurezza, e all’Accordo di Dublino, rilevante per il funzionamento della procedura d’asilo. L’iniziativa è stata respinta dal popolo.
I populisti di destra vogliono aggirare il Parlamento

L’ex giudice federale Niccolò Raselli sottolinea che, dal punto di vista dei contenuti, non esistono barriere istituzionali efficaci contro le iniziative contrarie ai diritti umani. I diritti popolari, fortemente sviluppati, presuppongono una cultura politica improntata al rispetto e alla considerazione reciproca. Raselli conclude: «Per i populisti, democrazia non significa né separazione dei poteri né controllo del potere. Piuttosto, essi sperano che il legame plebiscitario con il cosiddetto popolo consenta loro di raggiungere meglio i propri obiettivi – aggirando il Parlamento –, ovvero l’assolutizzazione della sovranità popolare a scapito delle minoranze, l’emarginazione degli stranieri sulla base di caratteristiche nazionalistiche e culturalistiche quali la lingua, la religione o l’etnia, lo smantellamento delle garanzie dello Stato di diritto e il controllo della magistratura.»

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: la democrazia diretta in azione: votazione alla Landsgemeinde di Glarona nel maggio 2026


Musk incorona Le Pen: “L’ultima speranza della Francia”

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

La Stampa

«L’ultima speranza della Francia». Così Elon Musk ha definito Marine Le Pen, affidando il suo endorsement a un post su X, il social network dove il miliardario può contare su 240 milioni di follower. Il messaggio arriva a pochi giorni dalla decisione della leader del Rassemblement National di rilanciare la propria candidatura alle presidenziali francesi, nonostante una condanna per frode.

Il tifo verso destra

Per Musk non si tratta di una novità: il patron di Tesla e SpaceX aveva già espresso in passato apprezzamento per Le Pen. Ma questa è la prima volta che prende posizione apertamente dopo il ritorno ufficiale della leader dell’estrema destra nella corsa all’Eliseo, dove punta a sfidare il successore del presidente centrista Emmanuel Macron nel voto del prossimo anno. L’appoggio a Le Pen si inserisce nella rosa di sostegni politici che Musk ha costruito negli ultimi mesi tra i movimenti della destra radicale europea, come il partito tedesco AfD e il candidato ultranazionalista rumeno Călin Georgescu. La presa di posizione non ha tardato a provocare reazioni, come quella del ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, che ha invitato Musk a cambiare prospettiva citando un proverbio francese: «Solo gli sciocchi non cambiano idea».

La condanna per frode

Dal canto suo, la leader francese ha avviato all’inizio del mese la sua quarta campagna presidenziale. Il suo Rassemblement National, considera infatti le prossime presidenziali l’occasione perfetta per conquistare l’Eliseo dopo il decennio macroniano. Il tutto annunciandolo poche ore dopo la conferma in appello della condanna per appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo. La sentenza ha previsto un’interdizione dai pubblici uffici di 15 mesi (già trascorsi) e un anno di pena da scontare con sorveglianza elettronica. Le Pen ha però deciso di ricorrere alla Corte di Cassazione, cercando di mantenere aperta la strada verso la candidatura.

La «caccia alle streghe»

Già lo scorso anno Musk era intervenuto in sua difesa rilanciando le parole di Donald Trump, che aveva definito il procedimento giudiziario contro Le Pen una «caccia alle streghe». In quell’occasione la reazione di Parigi era stata molto più dura: accusa di ingerenza straniera negli affari interni francesi. Ma Musk non si era fatto scalfire: «Liberate Le Pen!», aveva scritto.

Nell’immagine: nerissimi


Che cosa è “Pickaxe Mountain”, il sito nucleare iraniano nel mirino di Trump

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

La Repubblica

Pickaxe Mountain potrebbe diventare il prossimo obiettivo dei raid Usa. Lo ha dichiarato il presidente americano Donald Trump accendendo i riflettori sul sito nucleare che gli iraniani avrebbero costruito a centinaia di metri sotto una montagna alta circa 1.600 metri e che si troverebbe a 1,5 chilometri a sud del centro di arricchimento dell’uranio di Natanz, nel cuore dell’altopiano iraniano nella provincia di Isfahan, ad alcune centinaia di chilometri da Teheran. In farsi “Kuh-e Kolang Gaz La”, “Monte del Piccone” in italiano, la montagna ospiterebbe un sito nucleare costruito sotto il granito, fino a 145 metri secondo l’Institute for science and international security (Isis) di Washington, addirittura a 600 metri secondo altre valutazioni.

il sito è però protetto da una roccia densa ed è così in profondità da poter resistere ai “bunker buster” americani. Risulterebbe quindi più difficile da colpire rispetto all’impianto di Fordow, cuore del programma nucleare di Teheran colpito a giugno dello scorso anno con diverse bombe Gbu-57.

Il complesso di Pickaxe Mountain si estenderebbe per circa un chilometro quadrato sul versante montuoso della catena degli Zagros e si sospetta che ospiti impianti di arricchimento dell’uranio e depositi di stoccaggio, all’interno di tunnel e bunker costruiti in profondità proprio per resistere agli attacchi. Dalla analisi delle immagini satellitari, condotta dall’Institute for science and international security, la costruzione del sito è iniziata intorno al 2020. Gli iraniani l’hanno protetto con una recinzione di sicurezza lunga diversi chilometri attorno alla montagna, collegandola alla recinzione perimetrale che circonda il complesso di arricchimento di Natanz.

L’Iran l’ha descritto come un impianto di assemblaggio di centrifughe, ma agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) non è mai stato concesso l’accesso. Le immagini satellitari hanno mostrato scavi estesi e la costruzione di tunnel, ma lo scopo esatto del complesso non è stato confermato pubblicamente. Secondo l’Aiea, qui potrebbe trovarsi una quantità di uranio arricchito al 60 per cento.

A partire dagli attacchi del giugno del 2025, molti analisti sostengono che le attività su Pickaxe Mountain siano decisamente aumentate. Secondo l’Institute for science and international security, il mese scorso veicoli e camion sono stati visti transitare lungo le strade che conducono agli ingressi occidentali della struttura e nelle zone circostanti. Tale attività, afferma l’istituto, indica “che i lavori all’interno del complesso del tunnel, così come il consolidamento dell’ingresso, sono in corso”.

Gli ingressi orientali erano stati precedentemente bloccati in modo parziale con terra, apparentemente per impedire ai veicoli di entrare o uscire rapidamente. Secondo l’istituto, l’attività viola il memorandum d’intesa firmato tra Stati Uniti e Iran, che impone a Teheran di mantenere lo status quo del suo programma nucleare, incluso il divieto di costruzione o ricostruzione presso i siti nucleari.


Anche senza la “tassa The Donald”, quanto ci costa il conflitto nello Stretto

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

Di Fabrizio Goria, La Stampa

Il conto lo pagheranno, alla fine, i consumatori. L’annuncio, e la retromarcia dopo nemmeno 24 ore, del presidente statunitenseDonald Trump di voler imporre un pedaggio del 20% sui carichi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz ha fatto tremare i mercati energetici globali. «Non manderemo più le nostre petroliere nell’area», spiega Herbjørn Hansson, amministratore delegato del colosso Nordic American Tankers, sintetizzando il caos che avvolge l’industria marittima. La Casa Bianca rivendica il ruolo di “guardiano” armato del canale per chiedere rimborsi – sotto forma di investimenti negli Usa – agli alleati, a cominciare dai Paesi del Golfo Persico. L’Iran dice che imporrà comunque dazi, incuranti del rumore geopolitico di fondo. Secondo gli esperti, il risultato sarà comunque un rincaro sistemico con prezzi più elevati per l’energia in tutto il mondo. E la rottura dei patti della navigazione finora in essere.

La tregua sui mercati non allontana l’incertezza

La calma di oggi è stata provvidenziale, ma non si potrà sapere quanto durerà. Come sottolineano gli esperti di Rand, i capovolgimenti di fronte possono continuare «fintanto che c’è un’escalation in corso fra Usa e Iran». L’idea di un rimborso obbligatorio calcolato sul valore totale delle merci che attraversano uno dei più cruciali snodi marittimi del pianeta ha fatto sussultare il prezzo del petrolio. E indotto gli Stati del Golfo a chiedere una dietrofront a Trump. Che è arrivato, a seguito della promessa di investimenti diretti negli Stati Uniti. «Ma dipenderà se le promesse saranno mantenute», ricordano gli analisti di Rand in una nota.

«Circa 16 dollari al barile»

Lo spauracchio del pedaggio del 20% non si può quindi ancora escludere, come evidenzia una fonte diplomatica a La Stampa. La quale sottolinea che, per una petroliera standard con un carico di due milioni di barili di greggio, la tassa si traduce in un esborso extra calcolato tra i 30 e i 34 milioni di dollari per un singolo viaggio. Una quota monstre che, secondo le proiezioni elaborate dall’analista Andy Lipow, numero uno dell’omonima casa d’affari, andrà ad aggiungere «circa 16 dollari al costo di ogni barile di petrolio». Non a caso, sia il greggio Wti sia il Brent sono rimasti intorno – se non oltre – a quota 80 dollari al barile. Rincari tutti trasmissibili ai consumatori, ricorda Goldman Sachs.

Lo scontro dentro l’amministrazione americana

La frattura è emersa non solo nel Golfo, bensì anche all’interno della stessa amministrazione Usa, in un cortocircuito istituzionale in grado di esporre il piano a inevitabili ricorsi nelle aule dei tribunali federali. La direttiva di Trump sarebbe entrata in collisione frontale con la linea diplomatica del Dipartimento di Stato. Solo poche settimane fa il Segretario di Stato Marco Rubio aveva scandito un principio inequivocabile, ricordando che «nessun Paese è autorizzato a imporre pedaggi o tasse su un corso d’acqua internazionale. Questa è la legge internazionale esistente». Un paradosso che mina la credibilità del provvedimento e offre un assist legale formidabile agli oppositori.

La bocciatura dell’Onu e degli armatori

L’Organizzazione Marittima Internazionale delle Nazioni Unite ha rigettato la proposta con una nota ufficiale, ribadendo che l’agenzia «si oppone con fermezza all’imposizione di tariffe per il passaggio attraverso stretti utilizzati per la navigazione internazionale». L’International Chamber of Shipping rincara la dose e condanna la misura parlando di un inaccettabile passo «retrogrado» per le catene di approvvigionamento. L’organizzazione, spiegano fonti qualificate, teme l’effetto domino e avverte che «per noi cedere su Hormuz aprirebbe le porte a simili tariffe protezionistiche in altri passaggi marittimi vitali».

Le compagnie energetiche sfidano la Casa Bianca

Da rilevare c’è anche il fatto che la reazione dell’industria privata è orchestrata, monolitica e determinata a boicottare le direttive della Casa Bianca attraverso strategie di elusione e una dura opposizione frontale. Mike Wirth, presidente e ceo di Chevron, in una nota ha parlato a nome dei grandi caricatori di energia e ha affermato con nettezza che la sua flotta «non pagherà mai pedaggi per spostare carichi attraverso Hormuz», ergendo la libertà di navigazione a principio globale non negoziabile. Anche il colosso tedesco della logistica Hapag-Lloyd ha bocciato il progetto senza mezzi termini, diramando un comunicato per definire l’idea «fondamentalmente sbagliata» e una «pessima idea» a prescindere dal beneficiario finale degli incassi. L’azienda sottolinea che i canali naturali, a differenza di infrastrutture artificiali da miliardi di dollari come Suez o Panama, non possono esigere dazi di transito. Tradotto: se ci dovesse essere incertezza su Hormuz, andremo su altre vie marine, meno costose e rischiose.

Il Golfo cerca una via d’uscita

Nel frattempo, i produttori di greggio del Golfo, sebbene chiamati in causa per il rimborso dei costi militari, stanno accelerando i piani per emanciparsi dal ricatto geografico dello stretto. Gli Emirati Arabi Uniti studiano nuovi terminali esterni, mentre l’Arabia Saudita potenzia a ritmi serrati il gigantesco oleodotto East-West per dirottare il greggio verso il Mar Rosso. Un modo per evitare nuovi ricatti geopolitici.


A che punto è il Mediterraneo? Lo scenario peggiore è terrificante

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

Di Alessandro Gianni, il manifesto

Solo pochi giorni fa, ho ricevuto una telefonata sconsolante da un pescatore di Licata: in mare di pesci ce ne sono pochi e la ripresa delle attività petrolifere di Eni (con rischi che denunciamo sin dal 2013) starebbe dando un ulteriore colpo alla locale marineria.
Anche a Sciacca, sempre sulla costa meridionale della Sicilia, la situazione è simile: sempre meno pesci. Stavolta, la «colpa» la danno al cambiamento climatico e dubito vada meglio altrove.

L’8 luglio, nel bel mezzo della tradizionale ondata di calore che ormai prende quasi tutta l’estate, è stata la Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo. Occasione per celebrare la bellezza di questo mare ma anche la sua fragilità.

L’area del Mediterraneo è un hotspot: i famosi 1,5°C di aumento delle temperature sono stati raggiunti già nel 2020 e la prospettiva è che localmente le temperature resteranno stabilmente più alte del 20% rispetto alle medie globali.

Secondo lo scenario peggiore (RCP8.5) dell’International Panel on Climate Change (il gruppo di scienziati che per l’Onu studia il cambiamento climatico) a fine secolo l’aumento locale delle temperature arriverebbe a + 5,6°C. Insomma, se non riduciamo davvero le nostre emissioni di gas serra, siamo fritti. O bolliti, se preferite.

Forse, riusciremo davvero ad adattarci a queste temperature ma si tratterebbe di un enorme esperimento di eugenetica: secondo il Lancet Countdown 2025 (Lancet è la più importante rivista mondiale di medicina) l’eccesso di calore – o, se preferite le «ondate di calore» – nel periodo 2012-2021 ha ucciso in media 546.000 persone l’anno, con un aumento della mortalità del 63,2 percento rispetto al periodo 1990-1999. Il conto totale è purtroppo ancora più salato: due milioni e mezzo di morti a causa delle polveri sottili che derivano dalla combustione di fonti fossili, circa centocinquantamila morti collegati alle polveri sottili da incendi boschivi causati dal cambiamento climatico e «soli» sedicimila morti da alluvioni, frane e simili.

Ovviamente, le temperature elevate hanno impatti notevoli anche sulla biodiversità del Mediterraneo che – con l’1 per cento di superficie – ospita tra il 5 e il 10% delle specie marine note. Come dimostrano i rapporti del progetto Mare Caldo di Greenpeace, le morie di organismi dei fondali sono sempre più frequenti e diffuse. Nel 2024, a Portofino il 94 per cento delle gorgonie rosse presentava fenomeni di necrosi (a venticinque metri di profondità) e i fenomeni di «sbiancamento» – tristemente famosi nelle barriere coralline dei tropici – ci sono anche da noi e colpiscono coralli e alghe calcaree. Altra nota dolente collegata all’aumento delle temperature è la presenza di oltre mille specie aliene registrate nel Mediterraneo, di cui oltre seicento sono considerate invasive. In generale, c’è poi una diffusione delle specie termofile: qualche anno fa, per vedere il pesce pappagallo del Mediterraneo bisognava andare nell’Egeo. Oggi, per esempio, è piuttosto comune in alcuni tratti della costa dell’Isola d’Elba. E anche la nidificazione delle tartarughe Caretta caretta nelle coste settentrionali del Mediterraneo (in Toscana e in Liguria come in Veneto) è un segnale chiaro.

Giusto per accennare poi alla plastica, il 7% delle microplastiche in mare si trova nell’1% che è il Mediterraneo in cui (dati del 2022) arrivano ogni anno 730 tonnellate di plastica. I maggiori «contribuenti»? Egitto (43,1%), Turchia (19,1%), Italia (7,6%) e Francia (5,2%). Almeno il campionato europeo degli inquinatori di plastica del Mediterraneo, lo abbiamo vinto a mani basse. Continuare a perdere tempo, è un lusso che non possiamo permetterci. Siamo lontanissimi dall’obiettivo del «30×30» di proteggere in modo efficace il 30% del mare entro il 2030. Non abbiamo bisogno di «parchi di carta» come il Santuario dei cetacei o la grande maggioranza delle aree marine oggi incluse nella rete Natura 2000 voluta dall’Unione Europea: servono vere misure di protezione e gestione. Dobbiamo ridurre la produzione di plastica che sta aumentando a ritmi vertiginosi mentre ne ricicliamo solo il 10%. Il negoziato per un Trattato Internazionale sulla plastica è andato a monte lo scorso anno per il pressing delle industrie: sono in corso negoziati informali che culmineranno in un nuovo tentativo nel marzo 2027. E, soprattutto, dobbiamo smetterla di usare combustibili fossili, puntando decisamente sulle fonti rinnovabili come fotovoltaico ed eolico (anche offshore) che, se ben fatti, ci aiuteranno a vincere la sfida del clima. Senza farci fregare dalle bufale della «cattura» della CO2 o peggio ancora dai fantomatici programmi del nostro governo che propone un nucleare di nuova generazione che semplicemente non esiste.

Nell’immagine: pesci nuotano vicino ad alcuni coralli sbiancati nel Parco marino di Kisite Mpunguti


Le Pen e il futuro del razzismo in Francia

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

Di Tahar Ben Jelloun, La Repubblica

E così Marine Le Pen, leader del Rassemblement National (estrema destra), si candida alle elezioni presidenziali e, se dobbiamo credere agli ultimi sondaggi che la danno al 36 per cento dei voti al primo turno, avrebbe delle buone possibilità di essere eletta.

Sarebbe la prima volta che una persona condannata dalla giustizia per appropriazione indebita di fondi pubblici osa presentarsi alle elezioni presidenziali. Bisogna dire che la sentenza emessa il 7 luglio dalla Corte d’Appello di Parigi è singolare: da una parte, conferma la colpevolezza di Marine Le Pen, dall’altra, le lascia la possibilità di presentarsi come candidata all’Eliseo. Il suo ricorso in Cassazione la colloca giuridicamente in una condizione di “presunta innocente” e quindi le consente di candidarsi come se nulla fosse accaduto in ambito giudiziario.

Aveva detto e ripetuto che non si sarebbe presentata se fosse stata condannata a portare un braccialetto elettronico. Condannata a tre anni di carcere — di cui due con sospensione condizionale della pena — dovrà scontare un anno di arresti domiciliari indossando un braccialetto elettronico e questo ridurrebbe enormemente i suoi spostamenti, rendendo impossibile il libero svolgimento della sua campagna.

Ritenuta colpevole di aver distratto 2,8 milioni di euro di fondi pubblici nell’arco di undici anni — ovvero nel corso di tre mandati al Parlamento europeo — lei continua a proclamarsi innocente. Nel processo di primo grado era stata condannata all’interdizione dai pubblici uffici per 45 mesi ma, avendo scontato la pena detentiva effettiva di 15 mesi, è di fatto libera da tale interdizione.

Il 73 per cento dei francesi intervistati esprime un giudizio positivo su di lei. La sua campagna è iniziata al fianco di Jordan Bardella, che ha promesso di nominare Primo ministro. Né la destra tradizionale, né la sinistra sono in grado di impedirle di vincere nell’aprile del 2027. Divisi come sono, i partiti non riescono nemmeno a designare un proprio candidato per sfidare Le Pen. La situazione è caotica e l’opinione pubblica è sempre più delusa dai politici, tanto che, con ogni probabilità, la maggioranza degli elettori non andrà a votare nell’aprile del 2027.

C’è poi il caso di Jean-Luc Mélenchon. Le sue prese di posizione a difesa della causa palestinese (si è rifiutato di definire Hamas un’organizzazione terroristica e ha definito la guerra condotta da Netanyahu come un genocidio) hanno portato molti francesi a considerarlo antisemita. Una cosa è certa: non riceverà nemmeno un voto dalla comunità ebraica. I media lo hanno ribadito più volte. Mélenchon viene accusato di antisemitismo perché è antisionista; egli respinge l’accusa e va avanti per la sua strada verso l’Eliseo. Mélenchon punta sui voti dei musulmani delle periferie che, stando ai sondaggi, lo sostengono. Il problema è che questa comunità, nel suo complesso, non ha l’abitudine di recarsi alle urne: le persone si astengono e si sentono distanti dalla politica. Lui conta sulla “sinistra profonda” — quella componente che non vediamo mai ma che esiste e che non si riconosce più nei partiti socialista o comunista. Ciò detto, se Mélenchon dovesse riuscire ad accedere al ballottaggio contro Marine Le Pen, sarebbe lei a vincere le elezioni presidenziali. La comunità ebraica nel suo insieme — la più importante e numerosa d’Europa — si mobiliterebbe per impedirgli di andare al potere, anche a costo di votare per l’estrema destra.

Sicura di sé e determinata, Marine Le Pen dichiara: “Saranno i francesi a decidere!”. Attualmente ha il vento in poppa e crede fermamente nel proprio destino; per la prima volta una candidata condurrà la campagna presidenziale al fianco del suo “futuro primo ministro”. Jordan Bardella, che ha trascorso mesi a prepararsi per una possibile candidatura, si differenzia da Marine sul piano ideologico sotto diversi aspetti. Sarebbe più liberale e più realistico.

Il problema è che questo partito — il cui fondatore, Jean-Marie Le Pen, non ha mai nascosto le proprie opinioni su ebrei e arabi — si presenta come puro e integro. Eppure alcuni dei suoi membri esprimono apertamente il loro razzismo e si rifanno all’eredità del padre di Marine. Con il Rassemblement National al potere, il razzismo — dichiarato o no — ha un roseo futuro davanti a sé.


Dieci fake news sulle ondate calore (e perché sono fake)

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

Di Luca Fraioli, La Repubblica

Si può ancora negare il cambiamento climatico dopo che Londra ha toccato i 35 gradi a maggio, l’Europa ha sperimentato il giugno più caldo della sua storia e mentre l’Italia è investita dalla terza ondata di calore in poche settimane? C’è chi lo fa, con affermazioni, apparentemente di buon senso, che puntano negare, appunto, il problema o quanto meno a sminuire la portata. Ne abbiamo scelte 10 e abbiamo chiesto ad Antonello Pasini, fisico del clima CNR, e direttore scientifico dell’Osservatorio meteorologico Milano Duomo, di spiegare perché sono errate, fuorvianti e non scientifiche.

1 – Fa caldo, ma ci abitueremo.

“Ovviamente dobbiamo adattarci, perché i fenomeni climatici che vediamo adesso li rivedremo anche nei prossimi decenni. Ma è assolutamente importante evitare situazioni ingestibili, cioè scenari futuri del cambiamento climatico tali che sarebbe probabilmente impossibile difendersi. Quindi bisogna pensare all’adattamento da una parte, ma soprattutto alla mitigazione da quell’altra”.

2 – Nella comunità scientifica non c’è accordo su quanto abbiano contribuito gli esseri umani.

“Questa è una stupidaggine. Nella scienza si discute di tutto, ma ci sono alcuni punti fermi e uno di questi è l’origine antropica della crisi climatica. Abbiamo mostrato con due modelli completamente diversi e assolutamente indipendenti indipendenti che viene fuori la stessa cosa, cioè che la colpa è la nostra, insomma. Non c’è spazio per dubbi dal punto di vista delle cause, dalla rivoluzione industriale in poi”.

3 – Il clima della Terra è sempre cambiato.

“E’ vero, ma questo è un fenomeno molto diverso dal passato. Per esempio è ubiquitario. Quando si parla di Annibale che ha passato le Alpi sugli elefanti, lo sappiamo bene che quell’epoca era abbastanza caldo in Europa e sulle Alpi. Ma era una cosa circoscritta geograficamente. Oggi l’innalzamento delle temperature riguarda tutto il Pianeta”.

4 – Le ondate di calore sono innescate da fenomeni naturali ciclici. Come per esempio El Nino.

“Non è così. Immaginiamo di essere su una scala mobile che sale. Se c’è El Niño ci fa andare su di un gradino, se invece c’è La Niña scendiamo di uno. Ma comunque andiamo verso l’alto, perché è il contributo antropico al riscaldamento globale che determina il la tendenza”.

5 – Il surriscaldamento dipende dall’attività solare e dall’avvicinamento della Terra alla nostra stella.

“E’ falso. Nel momento in cui la temperatura è partita per la tangente, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, il contributo di energia che ci è arrivata dal Sole non è aumentato, ma è addirittura diminuito”.

6 – Le ondate di calore ci sono sempre state, lo ricordano i nostri genitori e i nostri nonni.

“I più anziani ricorderanno il colonnello Bernacca, che ogni tanto in estate diceva ‘Attenzione, domani nelle città italiane si potranno raggiungere i 32°’. Magari adesso fosse così. Nel Mediterraneo è cambiata la circolazione, cioè non abbiamo più l’anticiclone delle Azzorre ma gli anticicloni africani che sono molto più forti”.

7 – Ci sono troppi pochi dati per poter attribuire i cambiamenti climatici alle attività umane.

“Dalla metà dell’Ottocento abbiamo dati con una risoluzione abbastanza buona per poter fare delle medie annuali. E si vedono bene gli andamenti: in particolare dagli anni Sessanta-Settanta in poi c’è stato lo stacco e l’aumento di 2 decimi di grado a decade. L’ultimo studio a cui ho partecipato evidenzia che dal 2013-2014 c’è stato un raddoppio della rapidità di aumento delle temperature”.

8 – Due gradi in più non sono tanti. Anzi, potrebbe anche essere piacevole.

“Quella è l’innalzamento della temperatura media globale. Poi bisogna vedere cosa succede a livello locale. L’Europa, per esempio si riscalda il doppio: quindi se il mondo si riscalda di 1 grado e mezzo, il nostro continente si riscalda di 3. Ma poi ci sono gli eventi estremi e le loro conseguenze sugli ecosistemi e sugli esseri umani: siccità, incendi, alluvioni, con ricadute sociali ed economiche, dall’agricoltura alle migrazioni”.

9 – Più CO2 in atmosfera vuol dire vegetazione più rigogliosa e quindi agricoltura più redditizia.

“E’ vero, con la CO2 le piantine, crescono di più. Però se alle radici manca l’acqua, o se quella poca acqua che c’è evapora dai suoli o evapotraspira dalle piante perché fa troppo caldo, la CO2 non serve. Se si dovesse deghiacciare il permafrost, la Siberia potrebbe diventare una zona agricola, solo che nel frattempo crollerebbero tutte le abitazioni e le infrastrutture che ci sono. E verrebbe immesso in atmosfera una quantità esagerata di metano, potentissimo gas serra”.

10 – Gli esseri umani sono ben poca cosa rispetto alla natura: non possono incidere né in una direzione né nell’altra

“Purtroppo non è così. Siamo la specie più invasiva che ci sia mai stata sulla Terra. Dalla rivoluzione industriale in poi abbiamo fatto aumentare la CO2 in atmosfera. Al 75% le nostre emissioni sono dovute all’uso di combustibili fossili, il restante 25% è legato alla deforestazione e all’agricoltura non sostenibile. Però aver scoperto che il riscaldamento globale è di origine antropica non è una sciagura, ma è anzi una buona notizia: perché così possiamo agire sulle cause. Se non dipendesse da noi potremmo difenderci”.

Nell’immagine: manifesti di Extinction Rebellion


Centinaia di morti per il caldo e la politica fa ben poco

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

Di Daniela Gschweng, Infosperber

Per giorni l’Europa ha sofferto temperature intorno ai 40 gradi. E la prossima ondata di caldo si sta già annunciando. Temperature intorno ai 30 gradi ormai sembrano quasi fresche. Si dice che il corpo riesca ad adattarsi.

Fino a un certo punto. In Germania, secondo l’Istituto Robert Koch (RKI), già prima del 21 giugno erano morte circa 810 persone a causa del caldo. Nella settimana successiva, caratterizzata da un caldo torrido protrattosi fino al 28 giugno, se ne sono aggiunti altri 4’310.

Si tratta di stime. Sono pochi quelli che muoiono direttamente per un colpo di calore. Il «caldo» viene quindi raramente indicato come causa sul certificato di morte. Per questo motivo, ogni anno, dalla settimana 15 alla 35 del calendario, l’RKI rileva la sovramortalità, che aumenta notevolmente nelle giornate calde.

Il Land meridionale del Baden-Württemberg, in cui vive all’incirca lo stesso numero di persone che in Svizzera, è stato particolarmente colpito, con 260 decessi registrati fino al 21 giugno. Anche in rapporto al numero di abitanti, la mortalità nei Land meridionali è risultata più elevata. In Svizzera, «nella settimana dal 22 al 28 giugno sono deceduti 175 anziani in più rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato», ha riferito «Schweiz heute». A titolo di confronto: la mortalità media in Germania è di 2’700 persone al giorno, in Svizzera di circa 200.

Il caldo ha messo a dura prova anche il sistema sanitario. Il personale infermieristico, i medici e i servizi di soccorso si sono lamentati sui social media dell’elevato carico di lavoro, soprattutto nelle grandi città.

I vertici politici minimizzano

La politica tedesca al riguardo non ha detto praticamente nulla. Si è occupata soprattutto delle imminenti riforme del sistema fiscale, pensionistico e sanitario. La copertura mediatica del pericoloso caldo si è limitata in gran parte ai media locali. Le immagini mostravano impianti di raffrescamento urbano a nebulizzazione e operai edili, mentre i giornalisti intervistavano persone afflitte dal caldo. Lo stesso in Svizzera. Con temperature così elevate, nelle scuole le lezioni erano praticamente impossibili. Un bambino avrebbe addirittura subito un colpo di calore, come riportato, ad esempio, dal giornale basilese «Bajour» citando un insegnante.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz “non vuole fare delle temperature una «questione prioritaria»  perché ciò non cambierebbe comunque il tempo. Non si vuole nemmeno suscitare aspettative”, ha fatto sapere il 29 giugno il suo portavoce (ZDF). Il consigliere federale svizzero e ministro dell’ambiente Albert Rösti dal canto suo ha messo in guardia contro «l’esagerazione».

A nessuno verrebbe in mente di accettare come inevitabili i decessi per droga e per incidenti stradali

A titolo di confronto: in Germania, lo scorso anno si sono registrati 2814 decessi per incidenti stradali e 2150 decessi per droga. Secondo l’RKI, nel 2023 e nel 2024 sono morte circa 3000 persone all’anno a causa del caldo, mentre nei primi otto mesi del 2025 il numero è stato di circa 2600.

Probabilmente nessuno direbbe che gli incidenti stradali e i problemi legati alla droga “sono sempre esistiti”. Sia lo Stato che i produttori di auto si impegnano molto per rendere la circolazione più sicura. Esistono numerose misure per ridurre il numero di decessi per droga. E la maggior parte dei decessi causati dal caldo sarebbe persino evitabile con uno sforzo minore.

In Germania la protezione dal caldo è di competenza dei Länder

A prima vista, il capo del governo tedesco aveva addirittura ragione con la sua cautela. In Germania, la protezione dal caldo è di competenza dei Länder. Entro sei mesi i Länder dovranno presentare una strategia di adattamento climatico, che includa anche piani di protezione dal caldo. Tuttavia non esistono linee guida uniformi o obbligatorie su ciò che un piano d’azione contro il caldo debba contenere. Già un sito web con consigli sulla protezione dal caldo può essere considerato una misura.

Esistono certamente soluzioni a medio e lungo termine per la resilienza al caldo: rimozione di asfalto, cemento o altre coperture artificiali dal terreno per restituirlo allo stato naturale, rinverdimento, «città spugna», ristrutturazione di ospedali e case di cura, norme edilizie, adeguamenti urbanistici o pozzi di acqua potabile. È difficile stabilire quali di queste misure possano rivelarsi più efficaci per aiutare concretamente i gruppi a rischio durante un’ondata di caldo, ma nel breve termine si fa ben poco.

Cercasi: misure concrete

A essere particolarmente a rischio sono gli anziani: secondo l’RKI il 58% delle persone decedute fino al 28 giugno a causa del caldo aveva più di 85 anni, mentre il 94% aveva più di 65 anni. Sono particolarmente a rischio anche i bambini, le donne incinte, i malati cronici e le persone con scarse risorse finanziarie. Questi vivono spesso dove fa più caldo: nei quartieri densamente edificati dei centri urbani.

Misure come le strutture nebulizzanti nelle piazze sono utili per migliorare il clima urbano nei luoghi molto frequentati. Tuttavia, sono di scarso aiuto per chi vive nell’appartamento mansardato della porta accanto. I suoi abitanti probabilmente riescono solo a sorridere con aria stanca quando sentono dire, l’ennesima volta, che dovrebbero bere molto. Attaccano coperte di sopravvivenza riflettenti alle finestre mansardate e acquistano un condizionatore, se ne hanno i mezzi. È certamente consigliabile avvertire la popolazione delle ondate di calore, e non è certo sbagliato bere molto. Mancano però misure concrete che proteggano efficacemente le persone particolarmente a rischio. Le stanze climatizzate, ad esempio, sono rare. Spesso non si sa nemmeno chi abbia bisogno di una protezione speciale né dove viva.

Lo Stato ha un dovere di assistenza

Per i datori di lavoro in Germania e in Svizzera esistono direttive piuttosto dettagliate che stabiliscono a partire da quale temperatura devono intervenire e alleggerire il carico di lavoro dei propri dipendenti – ad esempio fornendo bevande fredde gratuite, allentando le regole sull’abbigliamento o adeguando gli orari di lavoro. I datori di lavoro di solito si attengono a queste direttive, poiché ne sono responsabili e hanno un dovere di assistenza. La maggior parte delle persone particolarmente a rischio, tuttavia, non è occupata. È lo Stato che deve prendersi cura di loro.

La protezione dal caldo e la prevenzione del caldo sarebbero migliorate in Germania negli ultimi anni, ma la situazione è ancora ben lungi dall’essere buona, ha dichiarato alla «ZDF» Jonas Gerke, esperto di adattamento climatico presso l’Alleanza tedesca per il cambiamento climatico e la salute (Klug). Ci sono ancora molte lacune nella prevenzione del caldo. La protezione dal caldo non è garantita nemmeno negli edifici di nuova costruzione, ha dichiarato il presidente di Klug, Martin Herrmann, alla «Deutschlandfunk» (DLF). Un programma che sosteneva strutture come case di cura, asili nido e scuole nella ristrutturazione è stato addirittura sospeso nel 2026. In molti ospedali il caldo non è quasi un problema importante. Spesso solo il reparto di terapia intensiva è climatizzato.

Le misure attuali sono a malapena sufficienti per il futuro

La responsabilità ricade quindi in gran parte sui comuni, per lo più a corto di fondi. Esistono sì programmi di sostegno, ma chi non dispone di personale per presentare le domande di finanziamento non riceve niente, ha dichiarato Uwe Conradt, vicepresidente dell’Associazione delle città tedesche, alla «DLF».

In Svizzera, dopo l’ondata di caldo eccezionalmente letale del 2003, sono state adottate le prime misure strutturate, come i piani d’azione contro il caldo a più livelli. Tuttavia le misure previste e attuate dai singoli cantoni differiscono notevolmente, afferma l’Istituto svizzero di medicina tropicale. Anche l’Ufficio federale della sanità pubblica ritiene che le misure attuali difficilmente saranno sufficienti per il futuro.

In Germania, la protezione dal caldo dipende in ultima analisi dalla volontà politica e dall’iniziativa dei singoli, afferma Gerke. Ciò vale spesso anche per la Svizzera. Dal 2003 esistono piani d’azione contro il caldo a più livelli e progetti di successo per aiutare concretamente le persone particolarmente a rischio. Però spesso si basano sull’impegno dei singoli.

Durante la recente ondata di caldo, ad esempio, il Museum der Kulturen di Basilea ha reagito in modo rapido e senza burocrazia, aprendo gratuitamente le porte della sua mostra climatizzata. Il Kunstmuseum di Basilea ha concesso l’ingresso gratuito alle persone di età superiore ai 65 anni. Perché no? I musei spendono gran parte del loro budget per la climatizzazione dei propri spazi. Nel caso dei musei pubblici, questi costi sono in ultima analisi a carico della collettività. Nel frattempo, a Karlsruhe, in Germania, i clienti di Ikea si sono lamentati del ristorante climatizzato, affollato tutto il giorno da studenti. Il negozio di mobili ha lasciato correre.

La Francia ha agito con determinazione

Ben diversa è stata la situazione in Francia, colpita da temperature intorno ai 40 gradi e oltre in misura ancora più grave rispetto alla Germania. Il Paese ha reagito rapidamente. Nei dipartimenti particolarmente caldi, il governo ha vietato il consumo di alcolici. Diversi eventi sono stati annullati, le scuole sono state chiuse e i residenti a Parigi sono stati contattati telefonicamente dal Comune a titolo precauzionale.

Jean Castex, direttore generale della società ferroviaria francese SNCF, ha raccomandato alle persone a rischio di evitare i viaggi in treno. Il presidente francese ha esortato a prestare attenzione alle persone vulnerabili. Anche in Francia sono state intraprese iniziative isolate per proteggere la popolazione dal caldo: Strasburgo e Mulhouse, ad esempio, hanno offerto per alcuni giorni corse gratuite in tram, mentre i parcheggi «park and ride» erano gratuiti. Ciononostante, secondo i dati attuali, nel Paese si sono registrati almeno 1000 decessi dovuti al caldo.

Il caldo non è un problema che fa scalpore – ma non per questo è meno letale

Cifre del genere non sono inaspettate e, nel corso dell’estate, sono destinate probabilmente ad aumentare: l’ondata di caldo di fine giugno è stata come una prova generale, ha scritto l’OMS. La prossima si sta già annunciando.

Ci saranno anche estati più fresche. Ma almeno nei prossimi decenni le temperature continueranno a salire e con esse anche il numero di giornate calde. Anche se l’umanità cessasse immediatamente la produzione di tutti i gas serra. A ciò si aggiunge il cambiamento demografico. Ci saranno più persone anziane e quindi più vulnerabili.

Perché allora la politica si interessa così poco a questo tema? Il caldo non è un problema che fa scalpore, afferma Martin Herrmann. Non offre immagini drammatiche come le inondazioni. Le persone a rischio passano quasi inosservate. Anche altri esperti parlano di «killer silenzioso». La radio «Deutschlandfunk» ricorda che dopo eventi estremi l’attenzione di solito si affievolisce rapidamente.

Economia: a partire dai 30 gradi diventa costoso

Dal punto di vista economico, il caldo è un problema di lunga durata. Forse la politica dovrebbe occuparsi delle ripercussioni delle ondate di calore sul gettito fiscale. A partire dai 30 gradi, la produttività cala di circa il tre per cento per ogni grado in più. Allo stesso tempo, i costi energetici aumentano di circa l’1,2 per cento per grado, poiché occorre raffreddare di più, come ha sintetizzato il «Tagesschau» in uno studio dell’assicuratore Allianz Trade. Solo la Germania rischierebbe perdite fino a 131 miliardi di dollari se le ondate di calore del passato dovessero ripetersi. Il prodotto interno lordo (PIL) potrebbe diminuire del tre per cento entro il 2030. Naturalmente ciò dipende dal settore considerato e dalla durata dell’ondata di calore, ha dichiarato l’Istituto dell’economia tedesca di Colonia alla «Wirtschaftswoche».


Trump torna in guerra: “Blocco di Hormuz e siti nucleari nel mirino”

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Come nel giorno della marmotta, ogni mattina la guerra in Iran sembra tornare al punto di partenza. Il presidente Trump ha comunicato al Congresso la ripresa delle operazioni militari , in realtà per poter continuare a colpire senza l’autorizzazione parlamentare; ha annunciato nuovi bombardamenti tra la notte di ieri e oggi (già ieri sera colpite Bandar Abbas, Kish e Qeshm); ha avvertito che prenderà di mira il sito nucleare della Pickaxe Mountain, vicino Natanz. Ha imposto nuovamente il blocco alle navi sgradite che attraversano lo Stretto di Hormuz, e minaccia di tenerlo aperto con la forza per quelle amiche, chiedendo però il pagamento di un balzello del 20% sul valore dei beni trasportati. Poi ha annunciato che giovedì sera terrà un discorso alla nazione. Teheran prima ha fatto la voce grossa, prospettando rappresaglie in tutta la regione, ma poi ha scelto di trollare il capo della Casa Bianca prendendolo in giro. Di sicuro il cessate il fuoco non esiste più, mentre il negoziato che secondo il memorandum of understanding avrebbe dovuto risolvere il conflitto nell’arco di 60 giorni è ormai solo un ricordo sbiadito.

Dopo giorni di bombardamenti, provocati dalla diversa interpretazione delle modalità per il passaggio attraverso Hormuz, il presidente ha alzato il tiro con questo messaggio pubblicato ieri mattina sul suo social: «Lo Stretto è aperto e rimarrà aperto, con o senza l’Iran. Stiamo ripristinando il blocco navale, che impedisce esclusivamente alle navi o ai clienti dell’Iran di entrare o uscire. Tutti gli altri Paesi potranno usufruire dello Stretto in modo equo e libero».

Non ha spiegato come, ma servirebbe un intervento militare di grandi proporzioni, perché la scorta delle petroliere non si può fare solo dall’aria. Si capisce dal fatto che poi Trump ha aggiunto: «Gli Usa da ora in poi saranno noti come i custodi dello Stretto di Hormuz. In questa veste e per ragioni di equità, verranno rimborsati nella misura del 20% del valore di ogni carico trasportato, per i costi necessari a garantire la sicurezza». Quindi anche le navi amiche dovranno pagare, per rimborsare il servizio offerto. Secondo l’Onu non ci sono basi legittime per il pedaggio, ma il Pentagono ha confermato che il blocco navale riprenderà alle 10 di stasera.

Ebrahim Zolfaqari, portavoce militare iraniano, ha risposto così: «Non permetteremo agli Usa di intervenire nella gestione di Hormuz. Le forze armate iraniane reagiranno con fermezza a qualsiasi azione che provochi disordini o comprometta la sicurezza del passaggio navale». Poi ha ammonito: «Ai leader dei Paesi della regione mandiamo un avvertimento: qualsiasi collaborazione con gli Usa sarà considerata un atto di guerra. In caso di espansione del conflitto nella regione, le fiamme coinvolgeranno tutti i paesi dell’area». Il portavoce dei pasdaran, Hossein Mohebi, ha aggiunto: «Continueremo ad esercitare con forza la sovranità e il controllo su Hormuz, e costringeremo gli stranieri e i loro alleati ad arrendersi alla volontà del popolo iraniano». Il ministro degli Esteri Araghchi ha scelto invece l’ironia: «Il presidente Usa ha ragione. Chiunque garantisca un passaggio sicuro alle navi attraverso lo Stretto dovrebbe essere compensato. Il 20% è troppo. Saremo equi».

Con una lettera inviata venerdì al Congresso, Trump ha comunicato che gli attacchi contro l’Iran sono ripresi il 7 luglio. Lo ha fatto in conformità con il War Powers Act, per poterli proseguire senza l’autorizzazione dei parlamentari: «Le forze di terra Usa – ha scritto – non sono coinvolte». Resta da vedere se è l’inizio di una nuova escalation, o il tentativo di costringere l’Iran ad accettare le sue condizioni per la pace.

 


Cuba alla curva della storia, ora in ballo c’è il socialismo

Anche all’estero la democrazia semidiretta svizzera è oggetto di ammirazione, ma un giudice federale teme che i diritti fondamentali siano in pericolo 

Di Roberto Livi, il manifesto

Siamo alla fine del socialismo in Cuba? Il 18/19 giugno è stato approvato dal Parlamento e dal vertice del Pcc un pacchetto di 176 riforme (“Trasformazioni Economiche e Sociali”) che, almeno nel suo disegno, pretende di abbandonare il modello di direzione centralizzata dell’economia, per introdurre il mercato e il capitale privato.

Il direttore della prestigiosa rivista Temas, Rafael Hernández, avverte che tali misure sono state percepite da critici interni ed esterni come «negazione dell’essenza del socialismo come sistema in Cuba e, nella pratica, si tende a rappresentarle come un tradimento della causa». La risposta della direzione politica cubana (sia il presidente Díaz-Canel che il premier Marrero) è stata un netto no. Le misure decise rappresentano la volontà di «cambiare quello che deve essere cambiato», dunque di «riformare il modello socialista cubano, per rafforzarlo e renderlo veramente sostenibile», ovvero attuarlo e mantenerlo in Cuba con i propri mezzi.

IN UNA SERIE di interventi lucidi e coraggiosi Díaz-Canel ha ammesso che il pacchetto «ha contraddizioni e rischi» ma che la sua urgenza deriva dal grave pericolo del blocco energetico imposto da Trump. «Con i piatti vuoti non vi è sovranità» ha affermato. Senza energia «è possibile mantenere programmi e giustizia sociali?». Il presidente ha messo in chiaro che tali riforme vengono da lontano, dal VI Congresso (2016) poi rielaborate dal piano per eliminare le trampas allo sviluppo e infine dal Programma economico e sociale per il 2026 varato dal governo l’anno scorso. Ma a causa delle critiche, tali misure sono state messe in discussione in molti incontri con i cittadini e poi rielaborate nei «23 assi tematici del pacchetto di riforme».

Alcuni economisti hanno ipotizzato che si tratti di un «progetto di sviluppo sociale di mercato», ma – ha detto Díaz-Canel- noi ribadiamo che «seguiremo difendendo il nostro socialismo senza fare cambiamenti nel sistema politico». In particolare «continuiamo a ratificare la proprietà sociale (dei mezzi di produzione) come la principale forma di proprietà». «L’obiettivo – ha detto Marrero – è preservare le nostre conquiste e rilanciare l’economia a favore del benessere del popolo». Il presidente ha ammesso che vi sono rischi concreti. Il primo è che le riforme generino nuove diseguaglianze «incompatibili con i principi della Rivoluzione». Di fronte a questa possibilità la leadership proteggerà «le persone che sono in condizione vulnerabilità». Lo scopo essenziale delle riforme è «liberare le forze produttive in modo da produrre più ricchezza materiale per poterla distribuire con giustizia sociale». In questo quadro il settore privato non rappresenta in sè «un pericolo per la Rivoluzione» e nemmeno quella parte dell’esilio che è disposta a investire in Cuba per partecipare al suo sviluppo. L’importante, afferma il presidente, «è ricostruire il paese».

IL PRESIDENTE ha anche ammesso che le idee di riforma espresse (e anche approvate) negli anni precedenti non sono state realizzate per freni interni e per mancanza di consenso nel vertice politico. Quello che ne è seguito però è stato un immobilismo: oggi questo sarebbe una scelta peggiore che tentare riforme giudicate pericolose. Dunque «non vi è una unanimità» ma tutto il vertice (politico cubano) è consapevole («informato») che la crisi economico-sociale è drammatica e deve essere affrontata d’urgenza con riforme che diano fiducia alla popolazione.

Secondo vari economisti amici, si tratta di misure che avrebbero dovuto essere applicate prima che lo strangolamento attuato da Trump avesse posto Cuba con le spalle al muro, rendendone più difficile l’attuazione. Però negare le riforme in virtù di una ideologia – la purezza del socialismo cubano – «significa oggi condannare la popolazione dell’isola alla miseria».

Secondo l’economista Omar Everleny «chi oggi si mostra preoccupato per la perdita del socialismo cubano non si è accorto che i rapporti di produzione socialisti nell’isola sono già in crisi da anni. Proprio perché non vi è produzione di beni: la libreta e lo stipendio in pesos non servono più per vivere; le farmacie sono vuote; sanità e scuola sono in crisi; il sottosistema agropecuario non riesce nemmeno lontanamente a soddisfare le esigenze alimentari della popolazione. Negli ultimi anni più del 10% della popolazione è emigrata». Dunque «le riforme sono un tentativo di sottoporre il mercato a regole che possano trasformarlo in un catalizzatore dell’economia». «Non vi è più tempo per tentennamenti», al contrario è necessario dimostrare alla popolazione che, con il lavoro, è possibile avere una vita degna.

PRESIDENTE E PREMIER hanno messo in chiaro che anche l’apparato statale deve adeguarsi. «È necessario un cambiamento di mentalità». L’appello ideologico a «non tradire la Rivoluzione» non deve coprire la politica immobilista che ha portato Cuba dov’è ora. Un gruppo di economisti che da anni sostenevano la necessità di riforme di struttura sono stati interpellati dal presidente affinché dessero il loro parere e la loro assistenza. Uno dei più noti, anche per gli incarichi assunti in strutture dell’Onu, Julio Carranza, ha affrmato che ora l’importante è ordinare e coordinare le misure decise secondo un piano rigoroso di implementazione. Secondo l’economista Juan Triana i primi effetti concreti si possono sperare entro sei mesi, «e non per tutti». Per questa ragione viene reiterata la necessità che il processo di riforme si svolga con trasparenza e dando concrete possibilità alla società civile di controllarlo, in modo da «non lasciare indifesi gli strati sociali più deboli».

LA REAZIONE POPOLARE – soprattutto sui media dove l’influenza della diaspora è più forte – è stata mista di speranza e scetticismo. Ma quello che non è stato evocato apertamente – i convitati di pietra Trump e il suo supefalco Rubio – rappresenta certol’incognita più pericolosa. È molto difficile – per non dire impossibile – mettere in atto una sequenza virtuosa di riforme se continuerà lo strangolamento economico, finanziario e energetico imposto da Washington. Il recente black-out che ha messo al buio tutta Cuba lo dimostra.

In questo quadro si inserisce la polemica innescata dalle dichiarazioni del nipote di Raul Castro – il “cangrejo” o “Raulito”- che recentemente ha dichiarato a Usa Today di essere disposto a trattare con Trump su tutti i temi – compresa la «liberazione dei prigionieri politici» – se gli verrà affidato l’incarico. Raúl Guillermo Rodríguez Castro, ex colonnello del Minint, non ha nessuna carica ufficiale. Né l’esperienza per trattare temi così delicati come i rapporti con gli Usa. La sua entrata a gamba tesa nella diplomazia nazionale gli ha valso una marea di critiche. La più pesante, di contribuire a «uccidere la reputazione» del vertice politico nazionale.

IL PREMIER MARRERO ha messo in chiaro che le trattative con gli Usa continuano ma in modo riservato e da personale scelto e adatto al compito. Da loro dipenderà la possibilità di mettere in opera il pacchetto di riforme. Ma l’atteggiamento del segretario di Stato Marco Rubio lascia poche speranze. Ha addirittura convocato un vertice mondiale contro «il comunismo» e il «terrorismo degli antifa». E per lui, l’Avana è il covo più pericoloso del «comunismo».