Turismo di massa, la Svizzera non regge più

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Di Jörg Huwyler, tvsvizzera.it

Oltre 9 milioni di visitatori hanno raggiunto Lucerna nel 2025, il doppio rispetto a vent’anni fa. A livello nazionale, la Svizzera ha superato i 60 milioni di pernottamenti per il terzo anno consecutivo. Il reportage “Überrannt – Overtourism in der Schweiz”Collegamento esterno, prodotto dalla Raditoelevisione svizzera di lingua tedesca SRF e adattato e trasmesso anche da Falò, segue un gruppo di turisti singaporiani nel loro viaggio attraverso il Paese e documenta l’impatto di questo flusso crescente su città, trasporti e comunità di montagna.

Lucerna: meno pullman, stessi problemi

Nel 2024 fino a 200 autobus turistici al giorno convergevano sulla Schwanenplatz, intasando gli accessi alla città vecchia. Dal 2025 è in vigore una tassa di fermata di 100 franchi, che ha ridotto il traffico del 50%. Ma molti autisti aggirano la norma scaricando i passeggeri altrove, bloccando a volte le fermate del trasporto pubblico.

Il centro storico si trasforma: dove c’erano panetterie, farmacie e negozi di quartiere, oggi dominano boutique di orologi e souvenir. “La città diventa sempre meno vivibile per chi ci abita”, dice David Roth, consigliere nazionale socialista e residente di Lucerna.

Treni al limite

Le Ferrovie centrali hanno trasportato nel 2025 quasi 15 milioni di passeggeri, il 43% in più rispetto al periodo pre-Covid. Nei momenti di punta i convogli raggiungono il limite di capienza per ragioni di sicurezza. “Non è più come una volta, quando una famiglia portava due bagagli: oggi ogni persona ne ha due”, spiega Saranda Dhaka, capotreno. Sulla tratta per Interlaken sono stati soppressi posti a sedere per fare spazio ai bagagli. I rinforzi arriveranno solo nel 2027.

Lungern, il villaggio della serie Netflix

Il piccolo comune di Lungern, 2000 abitanti tra Lucerna e Interlaken, è diventato meta globale grazie alla serie coreana “Crash Landing on You”, riprodotta oltre un miliardo di volte su Netflix e girata in parte proprio lì. Nel 2025 sono arrivati con il treno circa 90’000 turisti, il doppio contando auto e bus. Gli abitanti lamentano comportamenti problematici: droni fatti volare vicino a elicotteri in servizio, rifiuti abbandonati, auto parcheggiate su fondi privati. La comunità ha risposto con segnaletica in sei lingue – tedesco, inglese, coreano, cinese, thai e arabo – con effetti già positivi sull’orientamento dei visitatori.

Un’economia paradossale

Nonostante i numeri da record, il turismo contribuisce solo al 7,1% del PIL della città di Lucerna. E il settore orologiero attraversa una crisi strutturale, con chiusure e tagli al personale anche tra le insegne più note. Sul Titlis si investe comunque: 150 milioni di franchi per un nuovo grattacielo firmato Herzog & de Meuron, con ristorante gourmet e boutique Rolex, puntando a passare da 1,2 a 1,5 milioni di visitatori annui. Tutto questo mentre il ghiacciaio si ritira: gli esperti stimano che fra 20-30 anni non esisterà più.

Nel 2025, 1,5 miliardi di persone hanno viaggiato all’estero, il 5% in più rispetto all’anno precedente. Per la Svizzera gli esperti prevedono ulteriore crescita. La sfida è trovare un equilibrio tra accoglienza e vivibilità, prima che il turismo consumi ciò che lo rende possibile.

Nell’immagine: turisti coreani al molo di Iseltwald


Iran, perché è ricominciata la guerra e le trattative non si fermano

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Donald Trump rigetta l’affermazione che lo Stretto di Hormuz sia chiuso: «È aperto, li abbiamo bombardati di brutto l’altra notte», ha detto intervenendo a Meet The Press dove ha rivendicato l’esistenza di un accordo «fatto ieri» (sabato, ndr), nel quale il regime ha «rinunciato a tutto e poi, lasciata la stanza, ha lanciato un drone». Nella notte il Comando Centrale Usa ha risposto colpendo obiettivi iraniani.

Nonostante questo continuo scambio di “cortesie missilistiche” che spostano nel tempo il perimetro di un’intesa, «questa non è una guerra senza fine», spiegano alti funzionari della Casa Bianca in un briefing cui La Stampa ha avuto accesso e nel quale si provano a definire i confini di una strategia che tiene insieme sforzi diplomatici e postura militare. L’espressione usata è «contesto cinetico», ovvero una conflittualità all’interno della quale, sostengono le fonti, gli iraniani continuano a mostrare di voler un accordo e allo stesso tempo «attaccano e noi colpiamo obiettivi mirati senza che questa diventi una guerra infinita».

A Washington leggono le mosse iraniane attraverso il prisma delle divisioni ai vertici della Repubblica islamica. «Le frange più radicali orchestrano gli attacchi, vogliono far deragliare i negoziati e soprattutto i termini di un’intesa sul nucleare; due giorni fa abbiamo ricevuto da altri la richiesta di tornare al tavolo. Ci hanno chiamato dicendo di aver fatto una caz…ta e di aver sbagliato» attaccando le navi. Poi nulla è cambiato. Anzi, alla richiesta formulata dall’Amministrazione di dichiarare pubblicamente aperto Hormuz, gli iraniani hanno risposto con la serrata. È questo il riferimento che Trump ha fatto sull’accordo «di ieri». Smentito in realtà da Teheran.

Nei giorni scorsi, lo stesso presidente aveva dichiarato che i negoziati continuano, pur in questo schema di attacchi e rappresaglie. La Casa Bianca non vuole stracciare il Memorandum d’intesa siglato in giugno e che apre la finestra di tempo di due mesi per negoziare un accordo più strutturato sul nucleare, fine delle sanzioni sblocco degli asset.

Per Washington malgrado il riaccendersi delle tensioni nel Golfo gli obiettivi su lungo termine non cambiano: ovvero un Iran senza nucleare e apertura senza pedaggio – o costi per i servizi – nello Stretto di Hormuz. Sul primo aspetto il nodo riguarda il materiale nucleare (nuclear dust in gergo) rimasto nelle centrali di Fordow, Isfahan e Natanz e sepolto sotto tonnellate di detriti dopo i bombardamenti del giugno 2025. Il recupero resta complicato, gli inviati statunitensi parlano di una convergenza raggiunta fra «iraniani, agenzia Onu sul nucleare (Aiea), e noi per portare fuori l’uranio arricchito presente nel Paese». Ma precisano: «Non ci sono che due opzioni: o lo consegnano oppure abbiamo operazioni militari a basso costo che consentiranno di seppellirlo una volta per tutto sottoterra, il presidente ha tutte le opzioni che vuole». «Siamo noi ad avere in mano le carte», puntualizzano i funzionari statunitensi. Senza la consegna del materiale nucleare non ci sarà nessun accordo, è la linea americana: ci sono strumenti economici, leve diplomatiche e anche l’opzione militare cui ricorrere per rendere l’uranio definitivamente inaccessibile.

Se un Iran de-nuclearizzato è l’obiettivo ultimo dei negoziati, la necessità impellente riguarda la navigabilità di Hormuz. Washington non cede sul presupposto di un ritorno alla situazione ante-conflitto, di libertà di navigazione lungo i corridoi nord e sud dello Stretto. «Gli iraniani avevano accettato questa clausola». Si fa inoltre notare che nel memorandum d’intesa «abbiamo esplicitamente indicato che la corsia meridionale sarebbe stata subito libera per il passaggio senza alcune onere». «Gli iraniani invece – secondo i funzionari Usa – sarebbero stati sorpresi da come rapidamente il traffico attraverso quell’arteria marittima (quella adiacente le coste dell’Oman) è ripreso e le frange più radicali hanno cominciato ad attaccare il ministro degli Esteri Abbas Araghchi per l’intesa». Da qui «la necessità» di riprendere gli attacchi con i droni e tornare a chiudere lo Stretto.


Vertice contro Antifa, i dubbi dei Paesi Ue e il pressing degli Usa: “Riunione tra ministri”

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

«Il segretario Rubio ospiterà una riunione ministeriale sulla rinascita del terrorismo politico il 16 luglio a Washington. Inviterà oltre 60 paesi da varie regioni, incluso l’emisfero occidentale, l’Europa e l’Asia». L’enfasi va posta sulla parola “ministeriale”, in questo commento che un portavoce del dipartimento di Stato ha rilasciato a Repubblica, mentre il governo italiano stava decidendo se partecipare e come al vertice contro i gruppi antifa in programma giovedì.

La nostra domanda riguardava in maniera specifica il livello della presenza, e la risposta faceva capire chiaramente quale fosse l’aspettativa dell’amministrazione Trump, a cui nel frattempo Roma si è adeguata inviando un sottosegretario. Passo importante e atteso dagli Usa, che il 13 novembre scorso avevano designato due gruppi italiani, la Federazione Anarchica Informale e il Fronte Rivoluzionario Internazionale, come organizzazioni terroristiche. Il livello ministeriale però spiega anche l’importanza politica che Washington attribuisce a questa offensiva, proprio mentre il capo della Casa Bianca sta facendo della lotta ai comunisti di ritorno uno dei suoi argomenti chiave per non perdere le elezioni midterm di novembre.

L’incontro di giovedì, secondo il Washington Post, è stato pensato e voluto da Sebastian Gorka, zar anti-terrorismo dell’amministrazione Trump. Di origini ungheresi, nel primo mandato Gorka aveva lavorato alla Casa Bianca alle dipendenze di Steve Bannon. Nella strategia anti-terrorismo pubblicata dall’amministrazione Trump a maggio, molta enfasi era stata posta sulla necessità di identificare e contrastare «i gruppi politici violenti e secolari, la cui ideologia è anti-americana, radicalmente transgender o anarchica, come Antifa», acronimo di antifascista. Il documento garantiva che «non permetteremo l’uso come arma a scopi faziosi di parte delle capacità americane senza pari contro il terrorismo». Durante una tavola rotonda tenuta ad ottobre dell’anno scorso, però, lo stesso Trump aveva avvertito che «abbiamo un serio problema di minaccia terroristica di sinistra nel nostro paese: radicali associati con i gruppi terroristici domestici antifa». Un allarme che si collega ora a quello lanciato nelle ultime settimane sul ritorno dei comunisti, sfruttando la vittoria dei candidati democratici socialisti nelle primarie per le midterm. Infatti il vertice è stato organizzato con grande fretta nel giro di pochi giorni, mandando la “concept note” e la richiesta di confermare la presenza entro venerdì. Lo scopo sarebbe creare un fronte comune per condividere le informazioni di intelligence e le operazioni di pubblica sicurezza, enfatizzando la minaccia proprio alla vigilia del voto.

Il problema è che molti paesi europei non vedono la questione negli stessi termini e non ritengono di avere un’emergenza antifa. L’Italia ad esempio considera la Fai-Fri pericolosa ma con letalità bassa. Gli europei temono che il vero scopo dell’amministrazione sia stabilire collegamenti tra i suoi oppositori interni di sinistra e gruppi terroristici stranieri, in modo da poterli perseguire con gli strumenti riservati a queste operazioni di sicurezza. Ciò attiverebbe sistemi di sorveglianza che scavalcherebbero le leggi ordinarie, per la necessità di contrastare una straordinaria minaccia terroristica in arrivo dall’estero. Secondo il Washington Post diversi paesi europei si sono rifiutati di partecipare, o hanno sollevato obiezioni, non perché prendano alla leggera la minaccia dell’estremismo di sinistra o di destra, come l’Italia che purtroppo ha alle spalle una drammatica stagione di terrorismo superata nel rispetto della Costituzione e delle sue leggi, ma perché temono la strumentalizzazione partitica di una questione così delicata.

Anche molti funzionari americani si sono opposti, perché temono che una volta superata questa linea rossa, nulla potrà impedire a future amministrazioni, anche democratiche, di usare gli strumenti anti terrorismo per perseguitare senza ragione gli oppositori politici.

Nell’ immagine: Marco Rubio


Treni di bambini al servizio della neutralità

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Di Carmen Bortolin, tvsvizzera.it

Il 16 giugno 1942, un treno carico di bambini monegaschi e francesi giunse alla stazione di Ginevra. Si trattava di uno dei numerosi convogli noti come “treni di bambini”. Sulle note del Salmo svizzero, le volontarie della Croce Rossa Svizzera, indossando le loro caratteristiche camicie bianche, attendevano sulle banchine per accogliere i piccoli provenienti dalla cosiddetta zona libera.

Sotto lo sventolio delle bandiere svizzere e tra la folla di curiosi, erano presenti anche dei fotografi. L’accoglienza dei bambini vittime della guerra, infatti, doveva essere documentata.

L’aiuto ai bambini, una tradizione svizzera

Già nel corso della Prima guerra mondiale, diverse associazioni caritative svizzere avevano allestito treni per ospitare nel Paese, per periodi di vacanza, i bambini provenienti dalle nazioni in conflitto. A seguito dello scoppio della Seconda guerra mondiale, svariate organizzazioni private dedicate all’infanzia si unirono nel Cartello svizzero di soccorso ai fanciulli vittime della guerra, con lo scopo di far giungere nella Confederazione minori francesi e belgi per soggiorni della durata di tre mesi. Le famiglie svizzere li accoglievano con l’intento di rimandarli a casa ben nutriti e riposati, per poi potersi prendere cura di altri bambini.

A partire dal gennaio del 1942, in seguito a una decisione del Consiglio federale, la direzione delle operazioni di soccorso infantile del Cartello fu affidata alla Croce Rossa Svizzera (CRS). Quest’ultima operava a supporto dell’esercito. Proprio a causa di tale legame militare e della sua contiguità con le istituzioni statali, la CRS si era impegnata a mantenere una rigorosa neutralità durante gli anni del conflitto. Di conseguenza, a partire dal 1942, impose condizioni molto severe per l’accoglienza dei minori.

I comuni, i servizi sociali locali e la CRS si occupavano di selezionare bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni; per essere autorizzati a viaggiare verso la Svizzera, questi dovevano essere muniti di nove documenti di accompagnamento, tra i quali figuravano un certificato medico rilasciato dal comune di residenza e un passaporto individuale. Durante il tragitto in treno, ogni bambino portava appesa al collo una targhetta recante il proprio nome, l’indirizzo dei genitori e il cantone di destinazione.

I piccoli provenienti dalla Francia e dal Principato di Monaco venivano inizialmente radunati a Lione, da dove partivano alla volta di Ginevra sotto la stretta sorveglianza dei soldati tedeschi. Dopo un’accoglienza festosa in territorio elvetico, venivano condotti presso ospedali e mense militari per essere sottoposti a un esame medico, prima di essere trasferiti nei rispettivi cantoni di accoglienza a bordo di treni speciali. Facevano ritorno alle loro case dopo tre mesi.

Aiuto umanitario o calcolo politico?

Non deve sorprendere che l’iniziativa di soccorso infantile abbia suscitato un forte interesse politico a livello nazionale verso la fine del 1941. In quanto Paese neutrale situato nel cuore del teatro bellico, la Svizzera era guardata con sospetto sia dagli Alleati sia dalle potenze dell’Asse. Mantenendo relazioni economiche con entrambi gli schieramenti, la nazione era sottoposta a pressioni sempre maggiori, e le autorità elvetiche dovettero individuare una strategia per continuare a legittimare la propria posizione di neutralità.

Poiché l’aiuto svizzero rivolto ai bambini riscuoteva un’eco favorevole all’estero, il Consiglio federale vi intravide un’opportunità per consolidare la propria immagine. I bambini rappresentavano le vittime innocenti della guerra, e la neutralità svizzera veniva così presentata come un’occasione preziosa per offrire loro un momento di sollievo e tregua.

La vicinanza della CRS allo Stato e il suo ruolo simbolico di custode dell’umanitarismo elvetico consentirono di mantenere l’iniziativa di soccorso infantile sotto l’egida dell’impegno umanitario, rafforzando parallelamente il controllo sulle condizioni e sulla frequenza degli ingressi nel Paese. Nel 1942, la CRS subentrò a una rete organizzativa già collaudata e incrementò in modo massiccio il numero dei “treni di bambini”: in quell’anno, ben 17’691 minori francesi e monegaschi furono portati in Svizzera a bordo di 40 convogli.

La Svizzera riservata a pochi

Tra i bambini francesi, vestiti con cura, che posavano per i fotografi nel giugno del 1942, con fiocchi tra i capelli e piccole bandiere svizzere tra le mani, alcuni mancavano all’appello: nessuno di loro era ebreo.

Ancor prima dell’intervento diretto della CRS, il Consiglio federale aveva adottato decisioni volte a limitare l’aiuto ai minori: se nel 1939, prima dello scoppio del conflitto, 300 bambini ebreiCollegamento esterno erano stati accolti in Svizzera, l’anno successivo ciò non fu più possibile a causa della politica elvetica, divenuta estremamente restrittiva nei confronti dei rifugiati. Affinché i treni di bambini potessero continuare ad arrivare dalla Francia, i piccoli di origine confessione ebraica dovevano esserne esclusi.

La situazione degli ebrei in Francia, nel frattempo, precipitò. Nell’autunno del 1941, la politica nazionalsocialista, articolata in tre fasi, fu implementata anche nell’Europa occidentale: gli ebrei subirono prima l’espropriazione dei beni, poi la persecuzione e infine la reclusione nei ghetti. Nel marzo del 1942, il primo convoglio di deportazione lasciò Parigi con destinazione Auschwitz. Poco tempo dopo, nell’estate dello stesso anno, ebbero inizio le prime deportazioni anche dalla zona libera.

Gli storici concordano sul fatto che il Consiglio federale e la CRS fossero pienamente consapevoli delle conseguenze di tali scelte: escludere i bambini ebrei dai treni equivaleva, di fatto, a condannarli all’arresto e alla successiva deportazione nei campi di concentramento. Diverse testate giornalistiche puntarono il dito contro il Consiglio federale e le organizzazioni caritative, sostenendo che i principi fondanti della Croce Rossa venissero traditi nel momento in cui si operavano discriminazioni tra i bambini basate sull’appartenenza religiosa e razziale.

Tuttavia, le critiche dell’opinione pubblica non scalfirono la decisione del Consiglio federale. L’11 novembre 1942, l’intero territorio francese fu infine occupato dalla Germania nazista, costringendo i treni di bambini a interrompere definitivamente le loro attività fino al termine della guerra.

Nell’immagine: bambini francesi e monegaschi all’arrivo a Ginevra il 16 giugno 1942


ONU: in Sudan è genocidio

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Da ISPIonline

Le Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale (ICC) nello stesso giorno hanno fatto sapere di aver raccolto informazioni in grado di provare che i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) si sono macchiati di crimini contro l’umanità e di genocidio nel conflitto civile che sta insanguinando il paese da più di tre anni. Il 15 aprile 2023 il Sudan è stato infatti sconvolto da una lotta di potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e il potente capo del gruppo paramilitare delle RSF – nonché suo vice nel consiglio di transizione che guidava al tempo il paese – il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemedti. L’ICC sta ora investigando gli attacchi avvenuti nella regione del Darfur contro le città di al-Genina nel 2023 e di el-Fasher nel 2025. In un’intervista all’emittente britannica BBC, la viceprocuratrice capo dell’CC Nazhat Shameem Khan ha dichiarato di essere in possesso di “prove evidenti” di crimini di guerra perpetrati dalle RSF. Ma non solo: nelle sue mani avrebbe la certezza che “collega quello che è accaduto sul campo a specifiche persone nella loro leadership.” Lo stesso giorno, la Missione investigativa dell’ONU sull’assedio di el-Fasher ha ribadito che le RSF hanno portato avanti uccisioni e stupri di massa, rapimenti di donne e bambine, e abbiano usato la fame come strumento di guerra. Tutti azioni che rientrano in un piano generale che può essere considerato genocidio.

Darfur: un nuovo genocidio?

La conquista di el-Fasher ha segnato uno degli episodi più drammatici della guerra, con oltre 6.000 persone uccise secondo l’ONU. Dopo avere perso il controllo della capitale Khartoum a marzo del 2025, le RSF avevano infatti scelto di consolidare il loro controllo nella regione del Darfur, intensificando gli sforzi per conquistare la città, ultimo significativo avamposto delle SAF nell’area. El-Fasher è caduta a ottobre 2025. Nei mesi successivi, la missione delle Nazioni Unite ha raccolto le testimonianze dei civili sopravvissuti, scoprendo che le RSF e i loro alleati hanno impedito l’arrivo dei rifornimenti e bombardato qualsiasi sistema di produzione alimentare. I sopravvissuti hanno poi raccontato di aver subito violenze sessuali in stanze dove ancora giacevano i cadaveri di altri civili, inclusi i membri della loro stessa famiglia. Le prove raccolte, e in generale una serie di testimonianze di attacchi sistematici avvicendatasi nei mesi di guerra, indicano dunque che i timori di un nuovo genocidio nella regione sono fondati. Nel 2008, la Corte Penale internazionale aveva infatti già accusato l’allora presidente Bashir di essere il responsabile di orchestrare una campagna contro le popolazioni africane non arabe dal 2003 al 2006. Braccio armato di Bashir fu la formazione dei Janjaweed. Hemedti e molti dei suoi uomini provengono proprio dalle fila di quelle milizie, composte perlopiù da esponenti delle tribù arabe beduine.

Una svolta nella giustizia internazionale?

Fino a oggi, il gruppo ha ripetutamente negato le accuse relative all’assedio di el-Fasher, dicendo che sono il prodotto di una campagna elaborata dai propri nemici. Ma, secondo Khan, la Corte penale internazionale è vicina a una svolta nell’inchiesta. Dopo aver visitato un campo di rifugiati nel Chad occidentale, la viceprocuratrice ha parlato con i giornalisti internazionali, sottolineando che “quello che hanno visto è uno schema di offese che in effetti è lo stesso di 20 anni fa”. In quanto tribunale penale internazionale, l’ICC era infatti già stata incaricata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU di investigare quanto accaduto nella regione all’inizio degli anni 2000. Alla fine dell’inchiesta, imputò l’allora presidente Omar al Bashir del crimine di genocidio e arrestò altre sette persone. Dopo essere stato estromesso dal potere da un colpo di stato dell’esercito nel 2019, Bashir risulta latitante. Secondo la BBC, potrebbe trovarsi in una struttura medica segreta nel paese. In un’udienza con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Khan aveva anche evidenziato come le RSF non stessero collaborando con gli investigatori. Il governo militare si è invece dimostrato più dialogante sugli attacchi recenti, ma – secondo Reuters –  ha fino ad ora rifiutato di consegnare diversi dei dirigenti accusati di crimini del conflitto precedente. La notizia delle nuove prove a carico delle RSF arriva poi in un momento in cui la legittimità della corte da venendo fortemente messa in discussione: Khan e il suo staff sono infatti soggette alle sanzioni degli Stati Uniti per aver emesso un mandato di arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altre autorità israeliane per sospetti crimini di guerra a Gaza.

Comunità internazionale impotente?
Il commento di Lucia Ragazzi, ISPI Africa CentreDopo la presa di el-Fasher, nel Darfur settentrionale, il fronte della guerra si è nuovamente spostato, concentrandosi sull’ampia area del Kordofan. L’occhio del ciclone è el-Obeid, capoluogo del Kordofan settentrionale, uno snodo commerciale e logistico cruciale tra il Darfur e Khartoum – e proprio per questo aspramente conteso, in quanto determinante per le strategie di entrambi i fronti. Sullo sfondo dei calcoli strategici restano le conseguenze sui civili. Nel corso della guerra si sono registrati gravi massacri, di cui quanto accaduto a el-Fasher è diventato un emblema, alimentando il timore che si possa ripetere, nonostante gli appelli per scongiurarlo.

Al momento, il Sudan risulta diviso sostanzialmente a metà, con l’esercito regolare (SAF) in controllo dell’est del paese e della capitale Khartoum e le RSF della parte occidentale, mentre alcune aree rimangono aspramente contese. Secondo un’analisi dell’International Crisis Group, nessuna delle due fazioni è sul punto di prevalere. Ora il conflitto si è spostato nella regione meridionale del Kordofan, che è diventato l’epicentro della guerra. Solo pochi giorni fa, il Commissionario per i diritti umani dell’ONU Volker Turk ha avvertito che una “catastrofe” simile a quella di al-Fasher si sta ripetendo ad al-Obeid, il capoluogo del Kordofan settentrionale, circondata dalle RSF. Secondo Turk, i civili nella città sono sotto assedio da 18 mesi, con mancanza di acqua pulita e attacchi continui da parte dei droni. Mezzo milione di persone vive nel centro urbano, e più di 83.000 sfollati vi hanno trovato rifugio. Il Commissario ha poi documentato esecuzioni sommarie, rapimenti, torture e violenza sessuale lungo le strade della regione percorse dagli sfollati, secondo riporta l’agenzia stampa Reuters. Il ministro degli esteri del governo guidato dalle SAF ha più volte denunciato poi il sostegno ricevuto dagli avversari dall’estero. Esperti dell’ONU sostengono infatti da tempo che siano in particolare gli Emirati Arabi Uniti a rifornire il gruppo di armi e droni. Fino a oggi, però, gli Emirati hanno negato ogni collegamento con la guerra in corso. D’altro canto, le stesse SAF stanno ricevendo il sostegno politico e militare di vari attori, tra cui Egitto e l’Arabia Saudita. Quella che era cominciata come una lotta di potere interna ha acquisito insomma anche le caratteristiche di una guerra per procura. E, mentre si delineano le circostanze che fanno temere un nuovo massacro, i drammatici numeri del conflitto continuano a salire: nel suo ultimo aggiornamento, il Programma Alimentare Mondiale stimava che ci sono 8,8 milioni di sfollati nel paese, mentre 4,6 milioni hanno cercato rifugio all’estero. 19,5 milioni (più di un terzo della popolazione) sono invece le persone che soffrono di insicurezza alimentare acuta. Solo pochi giorni fa, l’organizzazione non governativa Emergency raccontava che a Nyala, in Darfur, dove gestisce un centro pediatrico, circa il 60 per cento dei suoi pazienti soffriva di malnutrizione. In pratica, oltre 1 bambino ricoverato su 2. È impossibile dire quante siano le vittime. Ad aprile, il Progetto per la Localizzazione e i dati dei conflitti armati (ACLED) aveva tracciato più di 58.000 morti, ma il numero è certamente più alto. Secondo lo statunitense Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), le stime si aggirano fra 150.000 e 400.000.


L’Europa rilegga il suo passato

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Di Lucio Caracciolo, 

Dal 1945 l’Europa non è mai stata così vicina al conflitto totale. Il privilegio delle tre generazioni senza guerra ci si rivolta contro. La pace eterna era cassazione condivisa da tutti gli europei. Molto più cogente di qualsiasi trattato. Siamo in tempo per bloccare l’ingranaggio? Certo. Ma sbrighiamoci a indagarlo per metterci le mani e invertire la rotta.

Osserviamo una costante insidiosa: le storie dei cannoni d’agosto (1914) o settembre (1939) tendono a rimare. Le guerre che da europee degenereranno in mondiali hanno due coprotagoniste – Germania contro Russia – e un campo del sangue che vorrebbe qualificarsi indipendente: l’Ucraina. Fra loro una nazione dalle fasi lunari, la Polonia oggi ascendente ma sempre inquieta circa le intenzioni di entrambi gli imperi limitrofi. Il russo, eterna nemesi, ma anche il tedesco, solo sedato secondo il presidente Nawrocki. Né a Varsavia si adorano gli ucraini, accusati di poggiare su gli uni o gli altri secondo opportunità.

Scrive lo storico britannico Dominic Lieven nel suo capolavoro su “La fine della Russia zarista”: «Senza l’Ucraina, la sua popolazione, industria e agricoltura, la Russia del primo Novecento non sarebbe più stata una grande potenza. In questo caso, tutto lasciava ritenere probabile che la Germania avrebbe dominato l’Europa». Eppoi, entrambe le guerre mondiali «sono cominciate in Europa orientale». Qualcosa ricorda.

Difficile stabilire se Putin, al quinto anno di guerra contro “l’Occidente collettivo”, sia tentato dall’atomica per risolvere una partita abbastanza umiliante. La retorica nucleare dei “falchi” è massaggio alle nostre opinioni pubbliche per vellicarne il pacifismo, o minaccia concreta? Buona la seconda, giurano i tosti à la Karaganov – «lei è un uomo spaventoso» l’ha apostrofato in pubblico Putin, o il di lui inconscio. Fine della ricreazione. Si rompe il tabù. Serve una Bomba segnaletica, “tattica” – su cosa sia ognuno ha le sue idee – contro un paese Nato.

Al centro di questo scenario impazzito sta la questione tedesca. Chi si rivede! Finché la Germania non si sarà data un passato, noi altri europei non avremo un futuro. Né vera pace. Il continente delle micro/macro identità incontinenti, incastrate l’una nell’altra come bambole nella matrioska, ospita al suo centro uno spazio indeterminato d’impronta tedesca. Semiconduttore continentale. Sempre provvisorio, contestato, periodicamente insanguinato. Intermezzo tra mondo slavo e latino percorso dal fantasma irrequieto della “Vera” Germania in cerca di identità.

La storia tedesca non passa né si ripete a comando. Sui suoi usi e abusi la Germania ci offre una lezione di metodo. I germanofobi vi attingono selettivamente per demonizzare un paese di formidabile cultura cui applicano un riduttore di potenza. Calibrato sulla doppia catastrofe militare – perdere due guerre mondiali di seguito: un record – e sul senso di colpa da perpetuare all’infinito. Ideologia anti-tedesca cui odiatori professionali attingono secondo necessità.

I romani ricorrevano alla damnatio memoriae: cancellati dalla civitas i nefandi. Nel Novecento lo si è riprovato con la Germania via attribuzione ad personam (Kaiser o Führer) e ad nationem di prima e seconda guerra mondiale. Base su cui coltivare pedagogie umilianti per i tedeschi, tali da suscitare rimozione o ribellione. Così il passato non passerà mai. Se vogliamo emanciparci da questa psicosi che compromette il futuro della Germania, quindi dell’Europa, dobbiamo storicizzare la parabola tedesca, come tutte le altre. Tutto compreso: luci, ombre, orrori. Riportare alla storia ascoltando tutte le parti significa relativizzare i giudizi assoluti? Certamente sì. Con ciò si rianima il nazismo o, a casa nostra, il fascismo? Vero l’opposto: ci si abitua a trattarlo per quel che è: participio passato o passato remoto. Controassicurazione rispetto a chi volesse riprodurlo in rima. Educazione a considerare il Bene, identificato con l’Occidente, in tono altrettanto sfumato. E ritrovare il piacere di discutere in libertà. Di studiare prima di sentenziare.


Il boom digitale in India uccide

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Di Rubin Mathias, il manifesto

“Per molto tempo, la maggioranza dei lavoratori informatici non veniva considerata parte della classe lavoratrice. Ma la situazione sta diventando difficile”, dice Suman Dasmahapatra, coordinatore dell’IT and ITES Democratic Employees Association (IIDEA) di Bangalore, uno dei pochi sindacati emersi in un settore che ha sempre resistito all’organizzazione sindacale.

L’industria informatica indiana è stata a lungo il simbolo della modernizzazione del paese: uffici scintillanti, stipendi superiori alla media e promesse di mobilità sociale. Secondo i dati di NASSCOM, il settore impiega circa 5,4 milioni di professionisti, rendendolo uno dei più grandi bacini di colletti bianchi al mondo. Dietro questa facciata da “lavoro da sogno”, però, si è consolidata un’altra realtà. Giornate di 12-14 ore, riunioni notturne per seguire il fuso orario americano, precarietà, licenziamenti di massa e la paura costante di essere sostituiti da un altro lavoratore o, oggi, da un algoritmo.

Un’inchiesta del giornalista Parth MN per Rest of World ha documentato 227 casi di suicidio tra i lavoratori tech indiani tra il 2017 e il 2025. Una ricerca rileva che l’83% del personale soffre di burnout e uno su quattro lavora oltre 70 ore a settimana. Episodi spesso archiviati come “tragedie individuali”, ma che svelano il costo umano del boom digitale.

Stipendi relativamente alti, mutui da pagare, prestiti per la casa e per gli studi dei figli, o l’idea che il sindacato fosse «una cosa da operai di fabbrica» hanno fatto resistere il settore ai sindacati per molto tempo. Oggi, con i licenziamenti e l’arrivo dell’AI, questa sicurezza svanisce. Nel 2025 Tata Consultancy Services (TCS) ha annunciato il taglio di oltre 12.000 dipendenti (il 2% della forza lavoro globale), anche se dati indipendenti di India Today stimano il calo reale oltre le 30.000 unità. Nello stesso anno, secondo JobsPikr, Infosys ha eliminato oltre 8.000 posizioni, Wipro 5.500 e HCL Technologies 4.200 posti di lavoro.

IIDEA ha portato il caso TCS dinanzi alle autorità del lavoro del Karnataka. “Il segretario del lavoro ha inviato una notifica a TCS chiedendo chiarimenti”, spiega Dasmahapatra. “Tutti sanno che TCS è un ‘big shot’, ma ora i lavoratori non sono soli.”

A complicare lo scenario vi è l’entrata in vigore dei nuovi codici del lavoro voluti dal governo centrale. Promettono “flessibilità” agli investitori, ma per i sindacati indeboliscono le protezioni. “Le nuove leggi peggioreranno drasticamente gli orari e i diritti”, spiega Wilkin, del sindacato UNITE di Chennai. In India il lavoro è materia concorrente e gli stati, in feroce competizione per attrarre capitali, faticano a far rispettare le regole nei confronti delle multinazionali. “Gli stati sono intrappolati in una corsa al ribasso”, osserva Dasmahapatra. “Anche i governi ‘progressisti’ finiscono per piegarsi.”

Se le grandi multinazionali definiscono gli standard, le piccole e medie imprese sperimentano le forme più brutali di gestione. In un’azienda di circa 70 dipendenti, sei lavoratori sono stati rinchiusi in una stanza con i laptop e i telefoni sequestrati per ore, costretti a firmare le dimissioni. Il datore di lavoro ha poi minacciato i loro futuri impieghi.

Diffusi sono anche i bond contract, contratti che vincolano i dipendenti per anni, sotto pena di pesanti penali economiche; una forma di lavoro quasi coatto, tollerata dalle autorità. “Proviamo a salvare posti di lavoro, blocchiamo i licenziamenti e rompiamo i contratti-bond”, continua Wilkin. “In alcuni casi abbiamo evitato che chi era spinto alla ‘forced resignation’ si suicidasse, aiutandoli a capire che non era colpa loro”, dice Wilkin.

In una società di outsourcing, un lavoratore racconta settimane d’inferno, con turni dalle nove del mattino alle tre di notte, conclusi con una mail del CEO. “L’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro; siamo costretti a ridurre”. Il dipendente contesta. “Se davvero l’AI cambia il lavoro, dovresti formare i tuoi dipendenti, non buttarli fuori”, dice. “Non c’è stato alcun programma di aggiornamento professionale. Ci hanno solo detto che ‘l’AI sta cambiando tutto’ e ci hanno licenziati.” Chi resta vive un paradosso, spinto a usare l’AI per scrivere codice più in fretta, viene poi valutato nei colloqui sulla capacità di programmare a mano. “Ti dicono di usare l’AI per tutto, così non memorizzi più il codice. Poi, al colloquio, ti chiedono di scriverlo a mano. È una trappola.” L’AI incorpora il sapere collettivo di milioni di lavoratori, ma i guadagni di produttività restano alle imprese, mentre chi ha costruito quel sapere viene espulso.

Chi lavora nell’IT rimane più privilegiato di altre categorie, guadagna di più e vive nelle grandi città; per questo le proteste non esplodono facilmente e i partecipanti alle assemblee chiedono l’anonimato. Eppure qualcosa si muove. “Molti sono scettici”, racconta un lavoratore, “ma quando vedono che possiamo recuperare i salari o i documenti, capiscono che non sono soli.” La percezione del proprio impiego sta cambiando, passando da una carriera individuale a un terreno di diritti e solidarietà.

Un professionista con vent’anni di esperienza dice, “Stiamo pensando se abbia senso restare nell’IT o tornare all’agricoltura. Le leggi sono tutte dalla parte delle aziende. Se i benefici dell’AI non vengono restituiti ai lavoratori, a cosa serve questo progresso?”

Nell’immagine: India, IT sector


Michele Mari: “Lo Strega non mi cambia, resto un uomo solo”

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Di Raffaella De Santis, La Repubblica

Il giorno dopo la vittoria del premio Strega, stessa cosa. A Michele Mari, 70 anni, un curriculum letterario di prim’ordine, non vengono fuori sorrisi. Totemico, guarda l’intervistatrice che si è seduta davanti a lui per una chiacchiera che non deve durare più di venti minuti. Tutto organizzato da Einaudi, che pubblica il suo I convitati di pietra. Appuntamento nella sede romana di via Fabio Massimo. I giornalisti possono parlare al vincitore per un breve slot, come accade nel mondo del cinema e molto raramente in quello letterario. Mari ha vinto con netto distacco: 190 voti sui 152 di Matteo Nucci. Il vincitore dice di aver dormito solo tre ore e ha l’aria di chi vorrebbe essere altrove.

In “Leggenda privata” raccontava di suo padre, il designer Enzo Mari, come lei un uomo senza sorrisi. Scriveva che per lui, votato al culto dell’intelligenza, essere torvi era un segno di acume. Ne ha ereditato i tratti?

«Probabilmente, ma non li ho fatti miei come principio teorico. Credo che da parte mia ci sia a volte timidezza, imbarazzo, impaccio. Non essendomi allenato da bambino al sorriso, non ho sviluppato una mimica facciale sufficientemente sfumata e articolata. Diventato adulto, un tentativo di sorriso produce in me un risultato inevitabilmente falso, una sorta di ghigno, qualcosa di poco morbido».

Più volte ha detto che da ragazzo è riuscito a sopportare l’oppressione familiare grazie alle letture, soprattutto ai fumetti.

«Hanno costituito una via di fuga, fondamentalmente un mondo fantastico nel quale rifugiarmi. Mi rifugiavo tra quelle pagine come chi si chiude dentro una stanza serrando la porta o come chi mette la testa sotto il cuscino per paura dei mostri. Fuggivo così alle tensioni di casa mia».

Che tipo di tensioni?

«I miei genitori avevano un rapporto molto turbolento. Le liti e le sfuriate erano all’ordine del giorno. Infatti poi si sono separati. I fumetti erano allora la mia oasi, un’isola in cui proteggermi. Tanto che poi mi sono affezionato a questi compagni di viaggio, questi numi protettori, diventandone un collezionista, un feticista».

Li conserva ancora?

«Conservo quelli della mia infanzia, con vero spirito filologico, e ne ho comprati da adulto. Sono rimasto legato ai fumetti che leggevo su Linus negli anni Sessanta e a molti fumetti americani, in particolare Dick Tracy di Chester Gould e Li’l Abner di Al Capp. Aggiungerei poi Jeff Hawke di Sydney Jordan e Tintin, il fumetto belga creato da Hergé».

Le liti tra i genitori sono qualcosa che lascia il segno nella vita di un bambino.

«Tuttora ho come una sorta di riflesso condizionato. Se sento qualcuno che alza voce, che grida, ho subito una reazione di chiusura, di protezione, di panico, di sgomento. Mi viene come una specie di tuffo al cuore, un riflesso pavloviano, automatico».

Come ha vissuto la lite sul pulmino con Teresa Ciabatti?

«Sull’argomento non voglio tornare, perché quello che avevo da dire credo di averlo detto. Non entro nel merito, mi tengo la mia fama di totem».

È un’occasione persa, se lo lasci dire.

«Ci sarebbe da aprire un fronte su dove finisce il confine tra il privato e il pubblico. Quel pulmino era un luogo privato».

Lei comunque è un personaggio pubblico e ha l’occasione per dire ora cosa pensa. Magari si è pentito di aver pronunciato offese contro Michela Murgia.

«Non volevo offendere Teresa Ciabatti, la sua sensibilità, infatti mi sono scusato. Non era mia intenzione ferirla. Pensavo che la conversazione potesse finire senza drammi. Sono rimasto stupito dalla sua reazione. Evidentemente la sua sensibilità ha fatto sì che le mie parole la ferissero. Ho sentito che era successo qualcosa di cui non capivo l’origine».

Al di là della questione personale, rimane la sostanza delle cose dette. All’origine dello scontro ci sono i suoi giudizi su Murgia partendo dal suo aspetto, dalla sua presunta bruttezza.

«Qualunque cosa possa aver detto non può essere letta in chiave sessista. Nella mia intenzione il mio commento riguardava l’essere umano, il soggetto, la persona, non un uomo o una donna. Riguardava qualunque persona non si senta sicura del proprio aspetto,indipendentemente dal sesso. Chiunque si senta disapprovato, bullizzato. Una persona del genere più facilmente sarà portata a costruirsi delle sovrastrutture, a puntare sulla dialettica, sulla creatività, procurandosi quell’autorevolezza che fino a quel momento non le era consentita. Se ti senti lento, goffo, se non ti senti all’altezza dei canoni, va a finire che ti adatti o ti deprimi. Altre volte reagisci scrivendo oppure diventando un grande pianista, un politico. Sono rimasto sinceramente stupito dal fatto che la cosa sia stata letta in chiave sessista».

Questa deduzione può valere anche per lei? Anche lei come scrittore crede di essere il risultato di un disagio?

«Da ragazzo mi sentivo un corpo estraneo rispetto ai miei compagni. Non mi reputavo dotato di quella disinvoltura, di quella spigliatezza per cui c’era chi sapeva ballare, chi fumava, chi andava alle feste, chi aveva il motorino. Io andavo sempre a piedi, mi vestivo con le giacche smesse di mio nonno e di mio papà, mi sentivo un po’ goffo, un po’ brutto anatroccolo. Non so se questo poi abbia suscitato un mio investimento in direzione della creatività».

In realtà in quel pulmino lei non parlava della creatività di Murgia ma della sua intransigenza, di una durezza legata alla sua immagine.

«Sì, forse, ho detto anche qualcosa del genere, però non mi sembra una cosa offensiva. Conosco l’intransigenza. Mio padre era la persona più intransigente al mondo, non concedeva sconti a nessuno. Come ho scritto, provavo per lui un ammirato terrore».

Perché dopo lo scoppio della polemica si è trincerato nel silenzio?

«Se sento del clamore intorno a me, se della gente in strada mi chiede di spiegarmi, io chiudo le finestre e vado a dormire. Mi isolo, non ho il gusto della polemica. Avevo anche paura che qualunque cosa detta avrebbe peggiorato la situazione».

Davvero ha scritto “I convitati di pietra” in un mese?

«Precisamente in 27 giorni, credo si senta nel ritmo».

Il libro trasforma la morte in un gioco, le fa paura il tempo che passa?

«La morte si affaccia nei posti vuoti che vengono lasciati da chi esce dalla pagina. Nel Don Giovanni il convitato di pietra è il Commendatore che arriva a fare scontare a Don Giovanni i suoi peccati. Il Commendatore incarna la Nemesi, è la metafora del senso di colpa dei sopravvissuti, della loro cattiva coscienza. Per rispondere alla sua domanda, non ho paura della morte ma credo che l’unico modo di parlarne sia, come diceva Manganelli, farne una figura retorica. Penso sia meglio tematizzarla che negarla nella sua essenza».

Nell’immagine: Michele Mari


Ciò che il ministro degli Esteri Ignazio Cassis tace

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Di Markus Mugglin, Infosperber

Alla domanda di un giornalista se il Consiglio federale si stesse allontanando dal proprio obiettivo di destinare lo 0,5% del prodotto nazionale lordo alla cooperazione internazionale, il ministro degli Esteri Ignazio Cassis ha risposto, in occasione della conferenza stampa sul nuovo orientamento della cooperazione internazionale: «Sì, è così». Tuttavia, non si è limitato ad ammettere l’allontanamento dall’obiettivo, che il Consiglio federale aveva ripetutamente ribadito. Cassis ha anche affermato che tutti i Paesi, soprattutto nel mondo occidentale, starebbero riducendo i propri aiuti. Come prova ha citato i tagli di Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti, aggiungendo: «È questo il nuovo mondo in cui viviamo oggi».

I Paesi scandinavi mantengono le loro promesse di aiuto

L’affermazione sui Paesi citati è certamente corretta, ma è errata la conclusione «tutti i Paesi del mondo occidentale». Non tutti stanno riducendo i propri bilanci destinati agli aiuti. Nel comunicato stampa del Dipartimento della politica estera del 9 aprile si legge: Danimarca, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Svezia, Spagna e Ungheria nel 2025 hanno aumentato il proprio aiuto pubblico allo sviluppo invece di ridurlo. Danimarca, Lussemburgo, Norvegia e Svezia hanno nuovamente erogato aiuti allo sviluppo per un importo superiore allo 0,7 per cento del proprio prodotto interno lordo. In altre parole: mantengono le loro promesse in materia di aiuti.

È una coincidenza che il ministro degli Affari esteri rivolga la propria attenzione alle grandi nazioni anziché ai Paesi che, per potenza economica e numero di abitanti, sono più vicini alla Svizzera? Che si tratti di omissione o di ignoranza, un confronto con i Paesi scandinavi – anch’essi ricchi e di dimensioni simili in termini di popolazione – è illuminante ben al di là della spesa per gli aiuti allo sviluppo.

Anche nell’attuazione dell’Agenda 2030 sugli obiettivi per lo sviluppo sostenibile le differenze sono notevoli. I paesi nordici sono all’avanguardia, mentre la Svizzera è molto indietro. Nel Sustainable Development Report 2026 appena pubblicato, Finlandia, Svezia e Danimarca occupano – come già l’anno scorso – i primi tre posti; la Norvegia è salita dal settimo al quarto posto. La Svizzera è nettamente indietro, solo al 22° posto. Negli ultimi anni è stata superata da un numero sempre maggiore di paesi. Nel 2018, poco dopo l’insediamento del ministro degli esteri Cassis, riusciva ancora a posizionarsi al 7° posto, dietro ai paesi scandinavi, alla Germania e alla Francia.

La Svizzera grava sugli altri Paesi

La Svizzera non è certo nella media per quanto riguarda gli effetti indiretti che provoca – a scapito di altri Paesi – con le sue politiche e il suo comportamento. In questo ambito, la Svizzera si colloca quasi in cima alla classifica, poco dietro ai Paesi Bassi e al Lussemburgo. Solo Singapore grava ancora di più sugli altri Paesi.

Nel suo nuovo rapporto nazionale sull’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, il Consiglio federale riconosce gli effetti indiretti che la politica e il comportamento della Svizzera, ad esempio in materia di consumo, commercio o produzione, hanno su altri paesi. Li definisce addirittura una «sfida centrale per la coerenza delle politiche in materia di sviluppo sostenibile». Sottolinea che tre quarti dell’impatto ambientale causato dalla Svizzera si verificano all’estero.

Ammette che i profitti che la Svizzera realizza in qualità di piazza leader mondiale nel commercio delle materie prime possano comportare «effetti positivi e negativi per i Paesi, le comunità e le persone interessate».

Il Controllo federale delle finanze critica la mancanza di coerenza

Ma il semplice riconoscimento non basta. La Svizzera rimane al primo posto per quanto riguarda gli «effetti di ricaduta». Occorre quindi fare di più. A lamentarsene non sono solo le organizzazioni umanitarie e quelle che si occupano di politica dello sviluppo. Anche il Controllo federale delle finanze, alla fine di marzo, ha giudicato insufficiente l’«attuazione della Strategia per lo sviluppo sostenibile 2030». Ha ricordato al Consiglio federale la promessa di «maggiore coerenza nella politica federale» contenuta nella sua «Strategia per lo sviluppo sostenibile 2030», adottata nel 2021. Ma tale promessa non viene mantenuta. Il Controllo federale delle finanze non è riuscito a individuare alcun esempio in cui sia stata risolta «un’incongruenza sostanziale nella politica federale» e ha concluso: «La strategia contribuisce in misura limitata all’obiettivo di una politica federale coerente in materia di sviluppo sostenibile». E la sua conclusione è: «L’obiettivo non è quindi stato raggiunto».

La situazione non sembra destinata a cambiare molto. Nella prefazione al nuovo rapporto nazionale della Svizzera sull’Agenda 2030, il consigliere federale Cassis dichiara, già quattro anni prima della scadenza del termine, che gli obiettivi «non sono raggiungibili nella misura originariamente prevista».

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la Svizzera eroga meno aiuti allo sviluppo di quanto promesso


L’IA si sta bevendo la nostra acqua potabile

Città congestionate, treni sovraffollati, residenti esasperati: eppure il turismo elvetico contribuisce poco all’economia locale 

Di Daniel Ryser, Infosperber

Alcune tende a Benken, nella regione vinicola di Zurigo. Montate per protestare contro un centro di calcolo per l’intelligenza artificiale in costruzione nella vicina Beringen, sgomberate venerdì scorso dalla polizia cantonale di Zurigo, rimontate il giorno dopo a Tengen, in territorio tedesco, a pochi chilometri oltre il confine. Come ha comunicato sabato il gruppo «Aufstände der Allmende» [Rivolte per il bene comune, ndr] “la protesta si svolge all’estero, la costruzione prosegue”. Su un cartello di cartone che una manifestante mostrava alle telecamere c’era scritto: «Niente acqua potabile per i tecno-oligarchi».

36 megawatt, tre mesi

A Beringen, l’azienda statunitense «Stack Infrastructure» sta costruendo un impianto da 36 megawatt che, una volta operativo, consumerà una quantità di elettricità pari a tre quarti di quella di cui l’intero cantone di Sciaffusa ha avuto bisogno nel 2022, secondo quanto rilevato da SRF Data. Un impianto, quindi, come si legge più avanti nel rapporto, «che dovrebbe aumentare il fabbisogno energetico del cantone di circa il 70 per cento».

L’autorizzazione è stata concessa in tre mesi. Per le strade nazionali, gli aeroporti, le grandi centrali elettriche e le discariche, la Confederazione prescrive una valutazione di impatto ambientale. I centri di calcolo, tuttavia, non figurano affatto nell’allegato del regolamento di riferimento, che elenca in modo esaustivo gli impianti soggetti a valutazione – una lacuna che l’ONG Algorithm Watch ha fatto notare in un’indagine. Le macchine che, tra le altre cose, calcolano il nostro futuro sfuggono ai criteri del nostro presente.

Una caldaia che nessuno vuole

Il Consiglio comunale di Bering ha autorizzato per il centro di calcolo 55’000 metri cubi d’acqua all’anno, ovvero 150’000 litri di acqua potabile al giorno – la richiesta era stata sei volte superiore. E se ciò sarà possibile lo deciderà in ultima analisi il clima: l’impianto è collegato alla rete pubblica dell’acqua potabile, quindi alla stessa rete delle abitazioni. E in un’estate calda i server hanno bisogno di più acqua di raffreddamento.

E un’estate calda è spesso anche secca: in quel caso le sorgenti e le falde acquifere da cui proviene l’acqua potabile si abbassano. L’acqua scarseggia per tutti. I server, però, funzionano 24 ore su 24: spegnerli non è un’opzione. Quindi il comune dovrebbe attingere ancora più in profondità alle falde acquifere in esaurimento. Oppure acquistare acqua da altri comuni. Scarsità d’acqua? Nessun problema. L’importante è poter chiedere all’IA cosa fare in caso di carenza d’acqua.

E che ne è di tutto il calore che l’acqua di raffreddamento porta fuori dal capannone? Un centro dati è anche una fornace. Quasi tutta l’energia elettrica che vi affluisce si trasforma in calore – 36 megawatt che devono essere smaltiti da qualche parte.

Si potrebbero riscaldare case, scuole, interi quartieri, oppure si potrebbe disperderli nell’aria. A Beringen la costruzione era stata autorizzata prima che qualcuno sapesse come smaltire il calore. Poi è arrivato uno studio dell’Ufficio federale dell’energia (UFE): a causa della mancanza di condutture e di utenti, solo il trenta per cento del calore potrebbe essere utilizzato a livello locale. Il resto andrebbe sprecato. Nel frattempo si sta provvedendo a correggere il tiro: un bacino di accumulo sotterraneo, pompe di calore, la città di Sciaffusa come acquirente, per un costo di 58 milioni di franchi. Chi li pagherà, chi ne sarà responsabile? Tutto questo è ancora in sospeso. Ecco com’è la pianificazione nell’era dell’intelligenza artificiale: prima il cemento, poi le domande, poi il conto.

Un centro che consuma più elettricità di Losanna

Beringen non è un caso isolato. In Svizzera ci sono circa 120 centri di calcolo, mentre altri venti sono in costruzione. Con oltre 13 impianti per milione di abitanti, il Paese è tra quelli con la più alta densità al mondo, come riporta la rivista «Bilanz». Nel 2024 i centri hanno consumato 2,1 terawattora, ovvero il 3,6 per cento dell’energia elettrica svizzera. Adrian Altenburger, professore alla Scuola universitaria professionale di Lucerna e autore dello studio di riferimento dell’UFE, stima che tale quota sia già oggi compresa tra il sei e l’otto per cento, secondo quanto dichiarato alla SRF, e ritiene possibile che raggiunga fino al quindici per cento entro il 2030. Si tratterebbe di una quantità superiore al consumo dell’intero cantone di Zurigo. A Volketswil è previsto un unico centro da 100 megawatt che, a quanto pare, richiederà più elettricità della città di Losanna.

Tra il 2014 e il 2030 le aziende elettriche del Cantone di Zurigo costruiranno nove nuove sottostazioni – ovvero quegli impianti che trasformano la corrente ad alta tensione proveniente dalla rete principale, portandola alla tensione della regione. Sei di queste saranno realizzate principalmente per i centri di calcolo. Prima è stato il cloud a suscitare questa fame, poi il trasferimento dei dati aziendali a Google, Microsoft e Amazon, e ora è l’intelligenza artificiale ad alimentarla.

Si può ricontrollare ciò che Algorithm Watch ha calcolato e descritto: entro il 2030, secondo quanto previsto dalla legge sull’energia, in Svizzera dovrebbero essere prodotti circa 2’100 gigawattora di energia rinnovabile in più. Ogni tetto solare, ogni impianto alpino, ogni dibattito su ogni turbina eolica, ogni votazione, ogni ricorso, ogni compromesso: tutto questo, sommato, dà come risultato questa cifra. I centri di calcolo, però, potrebbero consumare oltre 4’000 gigawattora in più nello stesso periodo.

L’intero potenziamento della transizione energetica, un’opera collettiva per la quale questo Paese si batte da decenni, verrebbe consumato prima ancora di esistere. Perché questa nuova energia elettrica aveva uno scopo: sostituire il vecchio – il riscaldamento a gasolio con la pompa di calore, l’auto a benzina con quella elettrica. Ma se nello stesso periodo si aggiunge un nuovo consumatore, più grande dell’intero potenziamento, allora la nuova energia elettrica non sostituisce più nulla.

Alimenta il nuovo arrivato, mentre i sistemi di riscaldamento a gasolio continuano a funzionare, per un anno in più, due anni… chissà. I centri di calcolo non sottraggono energia alle pompe di calore, ma rallentano il ritmo della transizione energetica. E nessuno può dire dove finirà questa tendenza. Le previsioni del settore vengono riviste al rialzo ogni sei mesi, e ogni revisione erode un’altra fetta di energie rinnovabili. La transizione rallenta sempre di più, mentre il consumo raddoppia: a partire da quale punto si tratta ancora di un ritardo, e a partire da quale di un arresto completo?

Il dibattito politico al riguardo è quasi inesistente. Un’iniziativa qui, un rapporto là, il dibattito procede a rilento, ma il settore corre.

Il campo di protesta come sismografo

Il Consiglio federale ammette in un rapporto del 2025 di non sapere affatto quali Data center per l’IA siano effettivamente in funzione in Svizzera, figuriamoci quanto consumo energetico comportino. Punta sull’autoregolamentazione e attende uno studio che gli indichi innanzitutto cosa sta accadendo. In assenza di dati concreti, la politica si concentra sulla disputa sulle competenze, e la discussione è in corso: la consigliera nazionale dei Verdi Marionna Schlatter afferma alla SRF: «In Svizzera stiamo assistendo a una crescita enorme di questi siti ad altissimo consumo di energia e risorse». Schlatter chiede norme nazionali per l’elettricità, l’acqua e il calore residuo. Il consigliere agli Stati del PLR di Sciaffusa, Severin Brüngger, ribatte invece che spetta ai Cantoni intervenire e che essi ne hanno la competenza; il suo Gran Consiglio, del resto, ha appena reso obbligatorio lo sfruttamento del calore residuo. Entrambi hanno ragione, e probabilmente è proprio questo il problema: finché la Confederazione e i Cantoni si rimpallano le competenze, nessuno decide sulle questioni di principio.

Gli attivisti – ieri a Benken, oggi a Tengen – fungono in questo senso da sismografi. Hanno compreso ciò che le autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni non hanno voluto verificare: che il cloud è un’entità tangibile, che consuma acqua, produce calore e divora terreno, che ogni richiesta inviata a una macchina fa girare una turbina da qualche parte. Negli Stati Uniti, riporta «Bilanz», gli elettori repubblicani e democratici sarebbero per una volta d’accordo nell’opposizione ai centri di calcolo. Se la Svizzera seguisse questo esempio, sarebbe prevedibile un’iniziativa contro i centri di calcolo.

Ma chi ha deciso, in realtà, che questo Paese diventasse una sede per i server? Che la sua elettricità, la sua acqua, la sua transizione energetica cedessero il passo a questa singola industria? La risposta è: nessuno. Non c’è mai stata una decisione del genere. C’erano solo domande di concessione edilizia, comune per comune. A Beringen, ad esempio: autorizzazione concessa in tre mesi da un ufficio tecnico comunale. La somma di queste autorizzazioni, però, sta cambiando il Paese. Le tende dei manifestanti, invece, sono in Germania.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine:
sei persone, un telo stampato e qualche pezzo di cartone contro un’industria che sta prosciugando interi cantoni. Almeno la strada sterrata, quel giorno, apparteneva ancora ai manifestanti