LA GUERRA GRANDE L’attacco Usa-Israele ha chiuso il paese in un nazionalismo religioso mentre tornano le bombe
Di Francesca Luci, il manifesto
Centotrentadue giorni dopo il suo assassinio, il 28 febbraio, il feretro di Ali Khamenei ha raggiunto Mashhad. Una fila umana interminabile ha accompagnato la Guida suprema dell’Iran fino al santuario dell’imam Reza, il luogo più sacro dello sciismo iraniano, dove è stato sepolto. Sette giorni di lutto nazionale, processioni imponenti, centinaia di delegazioni ufficiali e civili arrivate dall’estero: il corpo di Khamenei è stato portato anche a Najaf e Karbala, in Iraq, i due poli sacri dello sciismo mondiale, a sigillare simbolicamente l’unità del popolo musulmano sciita attorno alla figura del leader, ormai elevato a martire.
LA SEPOLTURA è avvenuta poche ore dopo che il presidente americano dichiarava superato il memorandum d’intesa con Teheran e ordinava nuovi attacchi contro le città iraniane sul Golfo Persico. Khamenei e quattro membri della sua famiglia erano stati uccisi il 28 febbraio in un attacco congiunto israelo-americano contro la loro residenza a Teheran, proprio mentre le delegazioni di Teheran e Washington negoziavano.
Ai funerali hanno partecipato milioni di persone, visibilmente commosse – al punto da far vacillare l’idea, diffusa in Occidente, di un’opposizione maggioritaria. «I numeri non mentono. I cori, i colori, le lacrime, il petto battuto: funziona, ed è esattamente l’effetto che il potere cerca», dice il professor Mehran Akrami (non è il suo vero nome, per motivi di sicurezza), che ha insegnato per anni nelle università iraniane. «Quella folla è, in un modo o nell’altro, l’esercito dei fedeli al sistema: per lo più gente comune, negarlo sarebbe ingenuo.»
Le esequie sono diventate una dimostrazione di unità nazionale, nel tentativo di ricompattare l’immagine del potere dopo una guerra che ha lasciato migliaia di vittime. «Ma esiste, specularmente, un altro Paese – fatto di altrettanti milioni di persone – che rifiutano un sistema teocratico», continua Akrami. «Non hanno voce, non hanno piazza, non hanno colori da sventolare: sono diventati invisibili per decreto. Nessuno può dirlo con certezza se sono la maggioranza, ma negarli sarebbe ancora più ingenuo.»
A KHAMENEI è succeduto il figlio Mojtaba, 56 anni, rimasto gravemente ferito nell’attacco che ha ucciso il padre. Da allora non è più comparso in pubblico. «La sua ascesa è stata decisiva per tenere insieme il potere in un momento di crisi profonda», spiega Akrami. «Si propone come garante della stabilità interna, sostenuto dal corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Ma ho seri dubbi che possa colmare il vuoto lasciato dal padre presso l’intera base dei suoi sostenitori: un cognome non basta a ereditare un carisma. Il padre ha tenuto le redini del Paese per trentasei anni, con l’Occidente quasi compattamente contrario e un notevole malcontento interno. Chiamiamola abilità, cinismo o istinto di sopravvivenza politica: il risultato è sotto gli occhi di tutti».
SECONDO MOLTI ANALISTI, il nuovo leader imboccherà una linea ancora più intransigente. «La sua impostazione mostra forte continuità ideologica con quella del padre, ma con priorità diverse in politica estera», aggiunge Akrami. Ma tante domande sul futuro del Paese rimangono senza risposta. Forse la più importante di tutte è se la nuova leadership prenderà in considerazione quella parte della popolazione che per ora non ha voce in capitolo nel Paese. «È presto per dire se anche sul piano interno prevarrà la continuità», risponde Akrami. «Quando il Paese è in guerra, il sentimento nazionalista popolare giustifica tutto, in nome dell’amor patrio. Personalmente non sono ottimista: i segnali che arrivano sono troppo deboli per parlare di un cambiamento reale».
Cade quindi il velo del funerale di Khamenei mentre il Paese rischia di tornare in piena guerra con gli Usa. Teheran ha colpito con droni e missili diverse basi statunitensi nella regione: Camp Arifjan e la base aerea di Ali Al Salem in Kuwait, la base di Shaikh Isa e quella navale di Juffair in Bahrein. Anche la Giordania rivendica l’abbattimento di otto missili iraniani entrati nel proprio spazio aereo.
L’attacco è arrivato dopo che Trump, durante il summit ad Ankara, aveva dato in diretta l’ordine di colpire. Il comando centrale americano ha risposto colpendo oltre 90 obiettivi in un giorno, 170 in quarantotto ore: sistemi di difesa aerea, depositi di droni e missili, snodi logistici, persino tratti della ferrovia tra Teheran e Mashhad. Il ministero della salute iraniano parla di almeno 14 morti e 78 feriti. E il ministro della difesaisraeliano Israel Katz ha dichiarato che «le forze armate israeliane sono pronte ad attaccare l’Iran una terza volta, se necessario: l’esercito è pronto e in allerta per una ripresa delle ostilità, per ristabilire la superiorità aerea e colpire ancora».
PER LIMITARE I DANNI di un possibile blocco navale americano, Teheran ha avviato durante la notte una mobilitazione logistica d’emergenza, spedendo almeno 10 milioni di barili tra greggio e olio combustibile. Le Guardie della Rivoluzione sostengono che il traffico marittimo sia tornato al 50% dei livelli pre-conflitto, e attribuiscono le difficoltà residue all’«avventurismo e ingerenza» statunitense sulle rotte commerciali: «Gli stranieri non hanno alcun interesse in questa terra e nello Stretto di Hormuz». «La nuova leadership punta a imporre un nuovo status quo regionale, in cui il controllo di Teheran sulle principali rotte marittime venga accettato dalla comunità internazionale come un fatto compiuto – anche a costo di sfidare apertamente la presenza militare statunitense», spiega il professor Akrami. Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato quelli che definisce «attacchi aggressivi» contro siti nelle province costiere meridionali e contro due ponti ferroviari sulla linea per Mashhad come «un grave crimine di guerra».
IL PRESIDENTE Masoud Pezeshkian ha respinto le pressioni interne per una replica verbale a Trump: «Non impareremo questo tipo di politica da qualcuno che ha le mani macchiate del sangue dei bambini», ha detto, riferendosi all’attacco statunitense contro una scuola iraniana nella quale sono morti oltre cento bambini. «Una persona che non sa parlare né esprimere i propri pensieri senza offendere: le sue parole sono un insulto quanto i suoi gesti. Noi difenderemo con fermezza i nostri diritti». Al vertice Nato di Ankara, Trump aveva definito più volte i leader di Teheran «bugiardi», «feccia», «persone malvagie, violente e malate».
Nell’immagine: funerali Khamenei