Seppellito Khamenei, l’Iran del dopoguerra è anche più compatto

LA GUERRA GRANDE L’attacco Usa-Israele ha chiuso il paese in un nazionalismo religioso mentre tornano le bombe 

Di Francesca Luci, il manifesto

Centotrentadue giorni dopo il suo assassinio, il 28 febbraio, il feretro di Ali Khamenei ha raggiunto Mashhad. Una fila umana interminabile ha accompagnato la Guida suprema dell’Iran fino al santuario dell’imam Reza, il luogo più sacro dello sciismo iraniano, dove è stato sepolto. Sette giorni di lutto nazionale, processioni imponenti, centinaia di delegazioni ufficiali e civili arrivate dall’estero: il corpo di Khamenei è stato portato anche a Najaf e Karbala, in Iraq, i due poli sacri dello sciismo mondiale, a sigillare simbolicamente l’unità del popolo musulmano sciita attorno alla figura del leader, ormai elevato a martire.

LA SEPOLTURA è avvenuta poche ore dopo che il presidente americano dichiarava superato il memorandum d’intesa con Teheran e ordinava nuovi attacchi contro le città iraniane sul Golfo Persico. Khamenei e quattro membri della sua famiglia erano stati uccisi il 28 febbraio in un attacco congiunto israelo-americano contro la loro residenza a Teheran, proprio mentre le delegazioni di Teheran e Washington negoziavano.

Ai funerali hanno partecipato milioni di persone, visibilmente commosse – al punto da far vacillare l’idea, diffusa in Occidente, di un’opposizione maggioritaria. «I numeri non mentono. I cori, i colori, le lacrime, il petto battuto: funziona, ed è esattamente l’effetto che il potere cerca», dice il professor Mehran Akrami (non è il suo vero nome, per motivi di sicurezza), che ha insegnato per anni nelle università iraniane. «Quella folla è, in un modo o nell’altro, l’esercito dei fedeli al sistema: per lo più gente comune, negarlo sarebbe ingenuo.»

Le esequie sono diventate una dimostrazione di unità nazionale, nel tentativo di ricompattare l’immagine del potere dopo una guerra che ha lasciato migliaia di vittime. «Ma esiste, specularmente, un altro Paese – fatto di altrettanti milioni di persone – che rifiutano un sistema teocratico», continua Akrami. «Non hanno voce, non hanno piazza, non hanno colori da sventolare: sono diventati invisibili per decreto. Nessuno può dirlo con certezza se sono la maggioranza, ma negarli sarebbe ancora più ingenuo.»

A KHAMENEI è succeduto il figlio Mojtaba, 56 anni, rimasto gravemente ferito nell’attacco che ha ucciso il padre. Da allora non è più comparso in pubblico. «La sua ascesa è stata decisiva per tenere insieme il potere in un momento di crisi profonda», spiega Akrami. «Si propone come garante della stabilità interna, sostenuto dal corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Ma ho seri dubbi che possa colmare il vuoto lasciato dal padre presso l’intera base dei suoi sostenitori: un cognome non basta a ereditare un carisma. Il padre ha tenuto le redini del Paese per trentasei anni, con l’Occidente quasi compattamente contrario e un notevole malcontento interno. Chiamiamola abilità, cinismo o istinto di sopravvivenza politica: il risultato è sotto gli occhi di tutti».

SECONDO MOLTI ANALISTI, il nuovo leader imboccherà una linea ancora più intransigente. «La sua impostazione mostra forte continuità ideologica con quella del padre, ma con priorità diverse in politica estera», aggiunge Akrami. Ma tante domande sul futuro del Paese rimangono senza risposta. Forse la più importante di tutte è se la nuova leadership prenderà in considerazione quella parte della popolazione che per ora non ha voce in capitolo nel Paese. «È presto per dire se anche sul piano interno prevarrà la continuità», risponde Akrami. «Quando il Paese è in guerra, il sentimento nazionalista popolare giustifica tutto, in nome dell’amor patrio. Personalmente non sono ottimista: i segnali che arrivano sono troppo deboli per parlare di un cambiamento reale».

Cade quindi il velo del funerale di Khamenei mentre il Paese rischia di tornare in piena guerra con gli Usa. Teheran ha colpito con droni e missili diverse basi statunitensi nella regione: Camp Arifjan e la base aerea di Ali Al Salem in Kuwait, la base di Shaikh Isa e quella navale di Juffair in Bahrein. Anche la Giordania rivendica l’abbattimento di otto missili iraniani entrati nel proprio spazio aereo.

L’attacco è arrivato dopo che Trump, durante il summit ad Ankara, aveva dato in diretta l’ordine di colpire. Il comando centrale americano ha risposto colpendo oltre 90 obiettivi in un giorno, 170 in quarantotto ore: sistemi di difesa aerea, depositi di droni e missili, snodi logistici, persino tratti della ferrovia tra Teheran e Mashhad. Il ministero della salute iraniano parla di almeno 14 morti e 78 feriti. E il ministro della difesaisraeliano Israel Katz ha dichiarato che «le forze armate israeliane sono pronte ad attaccare l’Iran una terza volta, se necessario: l’esercito è pronto e in allerta per una ripresa delle ostilità, per ristabilire la superiorità aerea e colpire ancora».

PER LIMITARE I DANNI di un possibile blocco navale americano, Teheran ha avviato durante la notte una mobilitazione logistica d’emergenza, spedendo almeno 10 milioni di barili tra greggio e olio combustibile. Le Guardie della Rivoluzione sostengono che il traffico marittimo sia tornato al 50% dei livelli pre-conflitto, e attribuiscono le difficoltà residue all’«avventurismo e ingerenza» statunitense sulle rotte commerciali: «Gli stranieri non hanno alcun interesse in questa terra e nello Stretto di Hormuz». «La nuova leadership punta a imporre un nuovo status quo regionale, in cui il controllo di Teheran sulle principali rotte marittime venga accettato dalla comunità internazionale come un fatto compiuto – anche a costo di sfidare apertamente la presenza militare statunitense», spiega il professor Akrami. Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato quelli che definisce «attacchi aggressivi» contro siti nelle province costiere meridionali e contro due ponti ferroviari sulla linea per Mashhad come «un grave crimine di guerra».

IL PRESIDENTE Masoud Pezeshkian ha respinto le pressioni interne per una replica verbale a Trump: «Non impareremo questo tipo di politica da qualcuno che ha le mani macchiate del sangue dei bambini», ha detto, riferendosi all’attacco statunitense contro una scuola iraniana nella quale sono morti oltre cento bambini. «Una persona che non sa parlare né esprimere i propri pensieri senza offendere: le sue parole sono un insulto quanto i suoi gesti. Noi difenderemo con fermezza i nostri diritti». Al vertice Nato di Ankara, Trump aveva definito più volte i leader di Teheran «bugiardi», «feccia», «persone malvagie, violente e malate».

Nell’immagine: funerali Khamenei


Quella nube di diossina che ha cambiato il mondo

LA GUERRA GRANDE L’attacco Usa-Israele ha chiuso il paese in un nazionalismo religioso mentre tornano le bombe 

Di Mario Tozzi, La Stampa

Quasi non ricordiamo più quella nube di diossina, prima rosa e poi invisibile, che penetrò nelle narici dei brianzoli e nel nostro immaginario mezzo secolo fa. Eppure si è trattato di una catastrofe spartiacque, anche se non provocò nemmeno una vittima.C’è un prima e un dopo, non fosse altro che per le Direttive Seveso, che hanno successivamente conferito nuovi obblighi e un perimetro più ristretto alle lavorazioni chimiche. Registrando, come primo risultato, lo spostamento delle attività pericolose in altre nazioni, fino al prevedibile caso di Bhopal, quando la multinazionale Union Carbide provocò il disastro industriale peggiore della storia (1984).

I veleni industriali come le diossine non sono visibili, invece Seveso fu l’epifania di quanto di sotterraneo, malefico e vorrei dire “tipico” porta la massimizzazione dei profitti a scapito di qualsiasi altro interesse. La cloracne sul viso e i bambini, i cani e i gatti stecchiti, le pecore morte, gli 80.000 animali sterminati, le decine di fusti (della cui sorte finale non siamo nemmeno sicuri), gli ettari di terreno bonificato con estrema fatica, ci hanno plasticamente rappresentato che i veleni industriali sono fra noi ogni giorno, suscettibili di essere messi in luce dalla prima condotta disattenta o dal primo errore.

La nube di diossina del 1976 si sprigionava in un Paese ancora in grande crescita economica: l’Italia del massimo storico del Partito Comunista di Berlinguer e del governo Moro, degli immigrati dal Sud e delle lotte per i diritti dei lavoratori. Quei veleni minavano la fiducia degli italiani e alimentavano i conflitti sociali che stavano portando alla stagione del terrorismo. E in quell’Italia la questione ambientale non esisteva, mentre l’industria stava spingendo al massimo verso un modello di sviluppo che portava ricchezza sì, ma a costi altissimi. Eppure era già uscito Primavera Silenziosa di Rachel Carson (1962), in cui l’autrice si domandava se una civiltà potesse «intraprendere una guerra senza quartiere contro la vita senza distruggere sé stessa, e senza perdere il diritto di essere chiamata civile». A oggi in Italia ci sono ancora 971 stabilimenti a rischio di incidente rilevante (Ispra 2025), passando da 991 nel 2019 a oggi, con una riduzione di solo il 2%. Per non parlare dell’Ilva di Taranto, dove l’Istituto Superiore di Sanità (2019) ha rilevato che le donne residenti hanno concentrazioni di diossine nel latte materno superiori dal 18% al 38% rispetto a quelle della provincia, un segnale inequivocabile di una esposizione continuata.

Nell’immagine: le case evacuate per la nube tossica dell’ICMESA di Seveso


Goodbye capitalismo: ora all’America piacciono i socialisti

LA GUERRA GRANDE L’attacco Usa-Israele ha chiuso il paese in un nazionalismo religioso mentre tornano le bombe 

Di Gianni Riotta, La Repubblica

Nel 1987 lo storico Paul Kennedy pubblicò il bestseller Ascesa e declino delle Grandi Potenze (Garzanti), lasciando intuire che anche per gli Stati Uniti arrivava la stagione inevitabile della decadenza, dopo Atene, Roma, Spagna, Francia, Russia. Due anni più tardi la caduta del Muro di Berlino e, nel 1991, l’ammainabandiera Urss al Cremlino, sembravano smentire Kennedy, con Washington capitale egemone nel mondo globale. A volte però, suggeriva lo studioso Fernand Braudel, i movimenti della storia sono invisibili e, a meno di quarant’anni dalla profezia di Kennedy, in un sondaggio del Wall Street Journal-Norc la maggioranza dei cittadini americani ritiene la nazione in pieno declino, il sogno americano, il capitalismo, perfino la democrazia che il 4 di luglio ha celebrato un quarto di millennio tra i fuochi pirotecnici del presidente Donald Trump, scaduti a roba del secolo passato, souvenir kitsch al pari di religione e patriottismo.

Numeri spietati: meno della metà dei cittadini Usa dell’era AI, Musk e social media ritiene che il capitalismo funzioni, contro i due terzi che avevano fiducia in Wall Streete negli eredi di Ford, Rockefeller e Silicon Valley appena dieci anni fa. Una sparuta minoranza, uno su tre, ritiene che sia possibile oggi guadagnarsi il pane con un salario decente, gli altri no. E, mentre la guerra continua in Iran, la polizia Ice è accusata di omicidi e soprusi, il New York Times indaga sui profitti da cyber valute di Trump e i democratici vedono Graham Platner, candidato senatore in Maine, con tatuaggio SS in petto, costretto al ritiro da accuse di violenza sessuale, è ovvio che solo il 12 per cento (uno su dieci!) degli americani dichiari fiducia superstite nella democrazia. Poco più, il 16 per cento, conserva la fede nel ruolo del popolo sul governo, mentre uno schiacciante 84 per cento si confessa rassegnato allo strapotere degli oligarchi AI e tecnologici, capaci di mettersi in tasca media e politica.

Malgrado le bandiere e gli inni del 4 luglio sei americani su 10 non sono fieri del loro paese e, vendicando la profezia di Paul Kennedy, oltre due terzi dei cittadini Usa ritiene che il paese di Washington e Lincoln sia in declino, stile Impero austro-ungarico dopo la Belle Époque. Per oltre la metà degli elettori, la democrazia che nel 2008 portò Obama alla Casa Bianca è in panne. Fra i giovani queste tendenze sono esasperate, il pessimismo sul futuro del mercato ha toni da romanzo distopico di Cormac McCarthy, salvo credere ancora nell’emigrazione, un bene per 6 cittadini su 10, come comprovato dalla recente sentenza della Corte Suprema che ha detto ok allo ius soli, contro i diktat di Trump.

La sfiducia Usa è parallela a quella dei dolenti alleati europei al vertice Nato di Ankara, con i populisti di Le Pen, Farage e Afd avanti a Parigi, Londra e Berlino, e l’ex generale Vannacci in ascesa a destra del governo Meloni. Né si tratta di fenomeni inediti: i Know Nothing (Non So Nulla) animarono due secoli fa l’odio contro neri, migranti e cattolici, e a ridosso della Seconda guerra mondiale il Comitato America First, piattaforma antisemita e filonazista, raccolse il consenso di Henry Ford, dell’asso dell’aviazione Lindbergh e dell’architetto Lloyd Wright.

La sfiducia per Wall Street che, nel romanzo Il grande Gatsby, testimonia le gesta dei protagonisti Tom Buchanan e Nick Carraway, anima anche, a sorpresa, la rinascita del socialismo Usa, vedi l’elezione a New York del sindaco Zohran Mamdani, capace di strappare a Trump miliardi per le case popolari, e i tre deputati socialdemocratici che hanno vinto a giugno le primarie del partito democratico e, a novembre, andranno senza problemi in Parlamento, per i distretti di Manhattan, Queens, Bronx ed Harlem. Il veterano senatore socialista Bernie Sanders e la carismatica deputata Ocasio-Cortezpropongono un’agenda di welfare, sanità, tasse ai ricchi, che in Scandinavia sembrerebbe magari moderata, ma che Trump accusa già con astuzia di “comunismo”, per spaventare moderati e benestanti. La svolta è colta dall’austero periodico The Economist, che, in copertina, si chiede se le generazioni Millennials e Z, angosciate dalle macerie a Gaza e allontanate dalle città da caro affitti e salari bassi, non tradurranno la delusione sul capitalismo in passione per una nuova sinistra, come nel 1968. Nel 2000, lo storico Seymour Lipset chiese in un saggio «Perché il socialismo non si fosse mai affermato al governo negli Usa», concludendo che individualismo yankee e speranza di promozione economica rendevano impopolari bandiere rosse e falce e martello. Malgrado figure come Eugene Debs, fondatore del Partito socialista americano, 6 per cento dei voti alle presidenziali del 1912, o Michael Harrington, che con l’inchiesta sulla povertà del 1962 persuase il presidente Johnson a riformare scuola, sanità, edilizia, la sinistra è rimasta infine minoranza.

Socialista era anche John Reed, cronista laureato ad Harvard, autore del pamphlet I dieci giorni che sconvolsero il mondo sulla Rivoluzione russa, sepolto a 33 anni al Cremlino, tornato celebre nel 1981 per il kolossal Reds di Warren Beatty, storia, utopie, bellezza. Altri tempi: sull’ultimo numero della rivista Foreign Affairs, il diplomatico Thomas Wright esamina, con angoscia, l’Asse Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, tacita alleanza cosciente della disillusione civile, del senso di impotenza e declino a Washington, decisa dunque a battere capitalismo e democrazia.


Torna la guerra dei mondi

LA GUERRA GRANDE L’attacco Usa-Israele ha chiuso il paese in un nazionalismo religioso mentre tornano le bombe 

Di Alberto Negri, il manifesto

Riprende la guerra dei mondi tra Stati uniti, Israele e Iran e gli europei saranno ancora spettatori? Mondi così distanti è difficile immaginarli. Mentre a Jamkaran, vicino alla città santa di Qom, sfilava la bara di Ali Khamenei nel luogo dove nel nono secolo scomparve il Mahdi, il 12° Imam, mito fondante degli sciiti duodecimani, ad Ankara, al vertice Nato, il presidente degli Usa annunciava che la tregua del 17 giugno con Teheran è finita, bollando come «feccia» la leadership iraniana.

Al suo fianco l’impettito segretario dell’Alleanza Mark Rutte approvava gli attacchi Usa nel Golfo in risposta a quelli dell’Iran contro navi in transito nello Stretto di Hormuz che non avrebbero rispettato le regole di navigazione di Teheran. Più o meno nelle stesse ore Washington revocava il diritto all’Iran di esportare il suo petrolio: oro nero e gas in rialzo sui mercati, come da copione proprio mentre, secondo la Gazprom, veniva attaccato dall’Ucraina il gasdotto Blu Stream tra Russia e Turchia. Torna lo spettro di una crisi energetica che non è mai finita davvero perché anche nei momenti di calma non sono mai passate da Hormuz più di una trentina di navi al giorno.

La sceneggiata di Trump ad Ankara ha seguito il suo tipico canovaccio: non ha avvertito nessuno degli alleati dell’attacco americano e poi li ha pure attaccati ad alzo zero. «Non ci hanno aiutati contro l’Iran, nessuno di loro ci aiutati», ha proclamato citando tutti, Italia compresa – tornata ondivagamente «buona» nella conferenza stampa della sera -, e scatenandosi contro la Spagna di Sánchez. Erdogan, il suo ospite, forse gongolava: non solo Trump lo ha riempito di lodi ma lui è riuscito a occultare la repressione anti-democratica contro l’opposizione e a far dimenticare che Imamoglu, il suo rivale politico in carcere dal marzo 2025, ieri era in tribunale. Naturalmente nessuno degli europei della Nato ha detto una parola perché la Nato afferma di fondarsi sui principi democratici ma in realtà li calpesta alla grande.

Mark Rutte con Trump sembrava il Gatto Silvestro dei cartoni animati che si arrampica stridendo le unghie sugli specchi: non sapeva più come dare ragione al presidente e allo stesso tempo giustificare i membri della Nato che secondo lui avevano agevolato almeno cinquemila voli degli Usa e si preparavano a versare quote sempre più alte per la Nato. In realtà non è solo questo acrobatico olandese volante, come il vascello del folclore marinaresco, ad agitarsi nella tempesta, pure gli europei stanno sentendo le pressioni di Trump.

Sono queste pressioni che si deve rimandare al mittente, ovvero a un presidente che è un mentitore matricolato. Non è vero che gli europei sull’Iran gli hanno voltato le spalle come insiste a dire. Non soltanto non ha mai avvertito gli alleati – come ha fatto del resto ieri ad Ankara – dell’attacco insieme a Israele contro Teheran ma non ha neppure richiesto il sostegno della Nato. Gli unici interlocutori di Trump sono i suoi generali e Netanyahu con i quali ha stabilito gli obiettivi di questo intervento senza mai chiarirli del tutto: l’abbattimento del regime e la distruzione degli impianti nucleari e missilistici. Ma soprattutto quello contro l’Iran è stato un intervento illegale del punto di vista internazionale che rendeva impossibile l’appoggio degli alleati Nato. Come pure l’utilizzo delle basi militari richiede l’approvazione dei governi e dei parlamenti (come nel caso dell’Italia). È cambiato qualche cosa rispetto al primo giorno di guerra, il 28 febbraio? Non sembra.

Sta cambiando invece il ruolo della Nato. Molti commentatori si soffermano sui numeri dell’aumento delle spese militari, sul fatto – da dimostrare – che ci saranno più spese per le armi europee. In realtà, come avvertiva un anno fa il Financial Times, Trump vuole forzare l’Europa a rifare il suo modello economico e sociale imponendo, in funzione di un devastante riarmo, tagli di bilancio al sistema continentale di welfare state (sanità, pensioni, ammortizzatori social). E i soldi vanno a lui: 300 miliardi di dollari di commesse belliche europee in Usa nei prossimi anni e 200mila nuovi posti di lavoro negli Stati uniti, così ha detto Rutte, il nostro Gatto Silvestro, in un’intervista recente al quotidiano economico britannico. Gli Usa perdono ai mondiali di calcio, perdono forse con l’Iran a Hormuz ma non con noi.

L’incognita è la guerra dei mondi. Tutto sembra segnare una distanza siderale tra i funerali dell’89 del fondatore della repubblica islamica Imam Khomeini e quelli in corso della Guida Suprema Khamenei. Il corpo dell’ayatollah allora cadde dalla bara avvolto in un sudario bianco mentre una folla enorme mi schiacciava le ossa e cercava disperatamente di strappare lembi del lenzuolo. Persino Ahmad, il figlio di Khomeini, fu gettato a terra e calpestato. Nei funerali di Khamenei tutto si è svolto, finora, in assoluta compostezza, una parata di regime.

Eppure tra i funerali dell’89 e questi (oggi, dopo il simbolico passaggio in Iraq, c’è la sepoltura della Guida Suprema a Mashad) il filo conduttore è evidente: una guerra che allora come adesso nessuno vince. L’Iran fu attaccato nell’80 dal raìs iracheno Saddam Hussein ma con la tregua dell’88 non venne cambiato il confine di un centimetro. C’è anche un’altra similitudine: negli anni Ottanta sembrava che l’Iran della rivoluzione potesse crollare e Trump qualche mese fa ha promesso agli iraniani la fine del regime. L’Iran in questa guerra che ha fatto fuori la sua leadership sembrava debole, provato e destinato alla sconfitta. Come sempre – forse lo avete notato – con l’Iran passano i decenni ma si sbagliano spesso le previsioni. Mondi che non si incontrano.


I primi passi della Nato post-americana

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Di Ettore Sequi, La Stampa

Trump è arrivato ad Ankara come un moderno Giove Pluvio, distribuendo saette contro alleati e partner. Ha attaccato Spagna, Groenlandia e Nato, accusando gli europei di averlo lasciato solo contro l’Iran.

In questo clima Giorgia Meloni, come altri leader europei, ha scelto la prudenza: giocare in difesa, troncare e sopire e limitare i danni, restando in trincea. Ha incassato gli attacchi senza alimentare lo scontro, ha difeso la scelta di non concedere le basi per attacchi contro l’Iran e ha posto un doppio limite: l’Italia rispetterà gli impegni Nato, ma deciderà tempi della spesa e destinazione delle risorse, privilegiando la propria base industriale. Di fatto il mancato ricorso al meccanismo Purl di acquisti di armi negli Stati Uniti a favore dell’Ucraina. In fondo un “Ni” a Trump.

Le polemiche di Trump hanno oscurato la vera notizia: ad Ankara nasce la Nato 3.0. Dopo quella del contenimento sovietico e quella dell’egemonia Usa del dopo Guerra fredda, ha inizio una Nato post-americana.

Più europea, più tecnologica, più industriale e con un orizzonte che va dal Baltico a Hormuz. Gli Usa restano il garante strategico, ma la difesa convenzionale diventa sempre più una responsabilità europea.

Le altre novità sono altrettanto significative.

Primo. La Russia diventa una minaccia strutturale e permanente. Il riarmo occidentale non risponde più all’emergenza ucraina: prepara una competizione strategica destinata a durare a lungo.

Secondo. L’industria della difesa entra nel cuore della deterrenza. I 139 miliardi di nuovi investimenti e i 50 miliardi di nuovi programmi certificano che la guerra non dipenderà più solo dagli eserciti, ma dalla capacità di produrre droni, missili, satelliti, software e munizioni.

Terzo. L’Ucraina entra nell’ecosistema strategico occidentale. La Dichiarazione di Ankara dice in sostanza che l’Ucrina non è più soltanto il fronte orientale dell’Occidente ma sta diventando la sua accademia militare. La licenza concessa da Trump per produrre i Patriot conferma il salto di qualità: Zelensky non chiede più assistenza, ma integrazione industriale.

Quarto. Hormuz entra nell’agenda strategica della Nato. Inserire Iran e libertà di navigazione nella Dichiarazione equivale a riconoscere che sicurezza, energia e rotte commerciali sono ormai inseparabili. Dal Baltico al Golfo Persico emerge una nuova geografia della deterrenza.

Quinto. La riaffermazione dell’Articolo 5 è soprattutto un messaggio politico. Oggi il problema è la prevedibilità americana. La deterrenza vive della certezza che gli Usa interverranno a difesa degli alleati. Quando la certezza diventa dubbio, viene fiaccata l’intera Alleanza.

È il grande paradosso di Trump. Rafforza e indebolisce la Nato nello stesso momento. La rafforza perché costringe l’Europa a spendere, produrre e coordinarsi di più. La indebolisce perché erode il suo capitale più prezioso: la fiducia nella garanzia americana. La spiegazione si riassume in due parole: saturazione strategica. Gli Usa non riescono più a sostenere simultaneamente crisi in Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. È il passaggio dal “burden sharing” al “burden shifting”: Washington non chiede più di condividere il peso della sicurezza europea; ne trasferisce progressivamente la responsabilità agli europei.

Ankara certifica la fine della Nato che abbiamo conosciuto per settant’anni. L’Europa entra nell’era della post-protezione americana. La domanda non è più se diventerà una potenza strategica, ma se riuscirà a diventarlo prima che la Russia metta alla prova il nuovo equilibrio europeo. Quindi il vero tema diventa quello della competizione industriale all’interno della Nato. Il riarmo europeo significherà infatti anche la scelta tra competizione o collaborazione tra industrie nazionali. Si spiegano così anche le cautele di Meloni: sostenere una difesa europea più forte senza trasformarla in un vantaggio competitivo per pochi Paesi. Per questo la Presidente del Consiglio pianta un paletto autarchico: sì agli investimenti Nato, ma le risorse e i profitti devono restare in Italia. È questa, molto più del 5% del Pil, la sfida politica del vertice.


Kupchan: “Si rischia la guerra, Teheran non si sopravvaluti”

LA GUERRA GRANDE L’attacco Usa-Israele ha chiuso il paese in un nazionalismo religioso mentre tornano le bombe 

Di Eugenio Occorsio, La Repubblica

«Qualsiasi tregua è saltata molto prima del termine, come era fin troppo facile prevedere. Iran e Stati Uniti sembrano pronti a tornare alla piena guerra, almeno a giudicare dalle parole come sempre aggressive e roboanti di Trump in chiusura del vertice Nato. Eppure qualche possibilità di uscirne esiste». Charles Kupchan, uno dei più prestigiosi analisti geopolitici americani, docente al Department of Government della Georgetown University a Washington, già consigliere di politica estera con Clinton e Obama, ricercatore “senior” del Council of Foreign Relations, è abilissimo nell’intravvedere in tralice i messaggi che si scambiano i governi.

Gli episodi degli ultimi giorni non sembrano però lasciare spazio a molte speranze.

«Intendiamoci, parlo di lungo termine. Chiaramente, non adesso e non prima dell’uscita di scena almeno di Netanyahu. Eppure, la possibilità che si instauri a Teheran un regime più razionale e pragmatico in grado di negoziare un rientro nella comunità internazionale secondo me esiste».

E il fattore Trump, il cowboy fuori controllo?

«Trump con l’Iran ha sbagliato tutto. Ha lanciato, d’accordo con o a causa di Israele, una guerra assolutamente immotivata, spietata e senza possibilità di vittoria. La pagherà perdendo le midterm. I cambi di regime imposti con la forza dagli americani si sono sempre risolti in un disastro, dal Vietnam all’Iraq. E anche stavolta, come ha scritto il New York Times, si è solamente creata una “Islamic republic 3.0” con la degenerazione da una teocrazia a una giunta armata dai pasdaran. Ma i pasdaran, Teheran può riportarli sotto controllo, come potrebbe fare con Hezbollah e ha cominciato a fare con Hamas. C’è un altro fattore: l’Iran non può continuare a farsi nemici intorno a sé come ha fatto ieri sparando sulle basi americane in Kuwait e Bahrein, per non dire dei danni alla nave gasiera Al Rekayyat dell’altro giorno di fronte all’Oman che ha dato origine ai nuovi scontri. Per tutti questi motivi si può avere qualche fiducia, senza dimenticare che il presidente Masoud Pezeshkian è sempre stato un moderato fin dai tempi della presidenza Khatami. Ed è in grado di effettuare una sostanziale distinzione».

Quale?

«L’Iran deve stare attento a non sopravvalutare il suo potere. È vero, ha resistito e umiliato gli americani, ma è interesse di tutti essere circondati da amici, non da nemici, come dicevo a proposito delle monarchie del Golfo. E rientrare gradualmente in un ordine regionale e globale».

L’“auto-cambio” di regime potrebbe avvenire anche con Trump nella seconda metà del suo mandato?

«Non lo so proprio. Parliamo di un termine non infinito ma forse più lungo. Trump anzi continua a minacciare l’Armageddon. Per ora non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi: a parte il regime change mancato, l’uranio resta lì, la questione del transito ad Hormuz è irrisolta, i beni congelati non si sono mossi, il rientro delle sanzioni è rinviato. L’unico risultato è stato mettersi contro i suoi alleati europei per il mancato supporto, come se l’articolo 5 della Nato non fosse difensivo ma offensivo. Anzi, ce n’è un altro, di risultato: ha messo nuovamente in crisi l’economia mondiale. È vero: i mercati non sono crollati come se fossero per qualche misterioso motivo immuni da quello che accade intorno, ma anche lì non si può continuare all’infinito a far finta di niente, con tutte le bolle speculative che si stanno gonfiando e l’inflazione che continua a salire».


Ecco chi sono gli amici degli amici (luganesi)

LA GUERRA GRANDE L’attacco Usa-Israele ha chiuso il paese in un nazionalismo religioso mentre tornano le bombe 

Di Zack Abrams, The Block

Nigel Farage ha dimissionato dalla carica di parlamentare in seguito a diverse accuse per non aver dichiarato, come la legge impone ai membri della Camera dei Comuni, consistenti contributi finanziari e in natura.

Secondo il Sunday Times avrebbe tra l’altro ricevuto un ingente sostegno finanziario non dichiarato da George Cottrell, un truffatore già condannato, coinvolto in una piattaforma offshore di scommesse in criptovalute.

Cottrell è stato arrestato nel 2016 a Chicago mentre viaggiava con Farage, e ha scontato otto mesi di carcere dopo essere stato ritenuto colpevole di frode telematica in seguito ad un’operazione sotto copertura contro il riciclaggio di denaro. Successivamente si è trasferito in Montenegro, dove il Sunday Times lo ha descritto come una figura chiave di Tether.bet, una piattaforma online di casinò e scommesse sportive basata sull’utilizzo di criptovalute, in particolare della stablecoin Tether (USDT).

Secondo l’articolo il sito web della piattaforma è stato registrato pochi giorni dopo che Farage, Cottrell e un’altra persona, Christopher Harborne, avevano pranzato insieme nel luglio 2020. Harborne è un miliardario con sede in Thailandia che detiene una quota stimata del 12% nell’emittente di USDT Tether e ha donato oltre 12 milioni di sterline a Reform UK.

Il Sunday Times ha inoltre affermato che, ancora nel 2022, i depositi dei clienti britannici su Tether.bet venivano instradati attraverso due società di comodo britanniche, una delle quali di proprietà dell’attuale responsabile della protezione dei dati di Reform UK. Fornire servizi di gioco d’azzardo senza licenza a clienti del Regno Unito può costituire un reato penale ai sensi della legge britannica.

Farage è già oggetto di indagine da parte del commissario per gli standard parlamentari Daniel Greenberg in merito a un dono personale di circa 5 milioni di sterline ricevuto da Harborne nel 2024, che non ha dichiarato. Farage ha affermato che il denaro gli era stato dato per coprire le spese relative alla sua sicurezza personale, sebbene una nuova inchiesta indichi che Cottrell avesse già pagato per la sua sicurezza nei mesi precedenti all’arrivo del dono.

Sia Cottrell che Harborne detengono interessi finanziari nel settore delle criptovalute che Farage ha sostenuto con forza. Il leader di Reform ha promesso una riserva di bitcoin presso la Banca d’Inghilterra e un taglio delle imposte sulle plusvalenze relative alle criptovalute se il suo partito dovesse arrivare al potere, e a marzo ha acquisito una quota del 6,3% nella società britannica di gestione di bitcoin Stack BTC.

Il suo sostegno alle criptovalute ha suscitato denunce separate, tra cui una richiesta presentata ad aprile dalla vice leader dei Liberal Democratici, Daisy Cooper, affinché la FCA (Financial Conduct Authority) indaghi se la sua promozione degli asset digitali costituisca un abuso di mercato. Farage ha negato qualsiasi collegamento tra i suoi rapporti finanziari personali e le sue posizioni politiche.

Traduzione, adattamento e sottolineature a cura della redazione
Nell’immagine: Farage annuncia le dimissioni


Perché la Nato sarà sempre più europea

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Di Nathalie Tocci, La Stampa

un vertice Nato in cui la non notizia è notizia. Il programma di Ankara è ridotto all’osso: meno il tempo a disposizione e più striminzita la dichiarazione finale, minore il rischio. Il rischio, o peggio la minaccia, non di ciò che potrebbero fare nemici come Vladimir Putin, ma di quel che potrebbe dire l’«alleato» Donald Trump.

Si è lavorato assiduamente per evitarlo. Il presidente Usa voleva che i partner europei e canadesi spendessero per la difesa, e così stanno facendo. Il segretario della Nato Mark Rutte strombazza numeri strabilianti. Escludendo gli Stati Uniti, i Paesi Nato hanno speso ben 139 miliardi di dollari in più per la difesa nell’ultimo anno. E una buona fetta è destinata all’industria statunitense, creando quasi 200mila posti di lavoro in America. Numeri ripetuti fino alla nausea al vertice, e mirati a un solo fine: rabbonire Trump e assicurarsi che non dia di matto.

In pochi credono che sia sufficiente ad assicurare un reale impegno statunitense in difesa degli alleati europei, qualora dovesse essercene il bisogno. E nessuno esclude che ce ne sia. Tanto più se gli ucraini sapranno difendersi sempre meglio, generando un congelamento di fatto sulla linea del fronte. Putin, che non può permettersi una fine della guerra dalla quale dipende la sopravvivenza del suo regime, sarebbe tentato di trascinarla altrove, magari sconfinando in un Paese Nato. Ma quanto meno si spera in un silenzio americano, che eviti di indurre ulteriormente Putin a tentare la sorte.

Al di là dello spettacolo tragicomico, il vero punto è un altro. Che gli Stati Uniti vogliano sfilarsi dalla sicurezza europea, come presenza e costi, è certo. Così come il destino di una Nato molto più europeizzata.

Oggi gli Stati Uniti forniscono circa la metà delle forze convenzionali in Europa. È verosimile che tra qualche anno, sia pur gradualmente, quella presenza si dimezzi, mentre rimarrà intatto l’ombrello nucleare Usa in Europa. È uno scenario ottimista, ma in fondo anche realistico. Sarà una Nato forse più debole ma più europea, e comunque sufficientemente forte per difendere il continente dalla minaccia russa. In fin dei conti è questo l’obiettivo, ed è su questo che si lavora.

Rimangono però due nodi che minano il futuro dell’Alleanza, seppur in questa forma più europeizzata. Il primo verrebbe al pettine se effettivamente ci dovesse essere un attacco della Russia a un Paese Nato nei prossimi mesi o anni. Si rischierebbe una spaccatura nell’Alleanza. Se venissero attaccati ad esempio i Paesi baltici, per non parlare della Polonia, e se gli Stati Uniti dovessero lavarsene le mani, è molto probabile che la Germania, dove il riarmo è reale, rimarrebbe invece fedele all’impegno della difesa collettiva.

Seguirebbero anche Francia e Regno Unito, il che a sua volta renderebbe assai probabile che altri Paesi, inclusa l’Italia, si uniscano allo sforzo collettivo. Sarebbe la fine della Nato intesa come alleanza atlantica, ma la sopravvivenza di una difesa collettiva europea, incluso il Canada e forse anche la Turchia.

Il secondo nodo verrebbe al pettine in uno scenario meno drammatico: la guerra cinetica in Europa non sconfina oltre l’Ucraina, ma il conflitto con la Russia è destinato a rimanere vivo, continuando a indurre gli europei ad assumersi responsabilità crescenti per la difesa del continente. Responsabilità europee cui dovrebbe corrispondere un aumento del peso decisionale all’interno dell’Alleanza. In poche parole, una Nato più europeizzata smetterebbe di essere un’organizzazione a trazione decisionale Usa.

Oggi non è questo il calcolo di Washington. L’ira di Trump nei confronti degli alleati europei che hanno posto timidi paletti sulla guerra in Iran, rifiutandosi di esservi trascinati, denota la sua convinzione di fondo: gli Stati Uniti sono l’azionista di maggioranza della Nato. E l’asservimento plateale di Mark Rutte nei confronti di Trump non ha fatto che corroborare questa convinzione a Washington. Ma se gli europei un domani facessero davvero la parte del leone all’interno dell’Alleanza, gli Stati Uniti — chiunque li guidi — sarebbero davvero disposti ad accettare un mercato della difesa europeo meno aperto per l’industria americana? O che alcune decisioni operative della Nato non fossero più principalmente prese dagli Stati Uniti?

Se diritti e responsabilità non si muovono di pari passo, il rischio è che si incrini — o si rompa — il contratto sociale implicito nell’organizzazione. Quando sollevo la domanda ai colleghi della Nato, la riconoscono, ma fanno spallucce. Dopotutto è un problema che al massimo si porrà domani. E sarà già un miracolo se a quel domani l’Alleanza arriverà intatta.

Nell’immagine: Trump con Erdogan e signora


La guerra come primo linguaggio della diplomazia

LA GUERRA GRANDE L’attacco Usa-Israele ha chiuso il paese in un nazionalismo religioso mentre tornano le bombe 

Di Francesco Strazzari, il manifesto

Quando un’ex portavoce Nato, interrogata su cosa costituisca un successo del vertice di Ankara, risponde «nessuno scatto d’ira del presidente Trump», si può comprendere la misura del mutamento in atto. L’Alleanza nata per dissuadere Mosca si ritrova oggi a dover contenere, prima di tutto, il proprio socio di maggioranza, in arrivo da Washington. I 31 soci di minoranza sono convenuti in Turchia con l’obiettivo esplicito di presentare, parola del segretario generale Rutte, piani «chiari, concreti e credibili» verso il 5% del Pil, e con quello implicito di attraversare indenni 48 ore di liturgia atlantica.

La pedagogia del tributo ha i suoi rituali. Il mese scorso Rutte si è presentato nello studio ovale con cartelloni illustrati per mostrare il “Trump Trillion”, ovvero la spesa aggregata degli alleati da quando il Grande Capo inveisce contro lo scroccone europeo. Trump è atterrato in Turchia con un seguito di 1400 persone, inclusi gli addetti al rimpatrio dei suoi reflui fisiologici, affinché nessun servizio segreto possa analizzarne la salute: il corpo del re viaggia su un nuovo Air Force One gentile omaggio dell’emiro del Qatar. Il fatto che una trasferta così imponente sia letta come un segnale rassicurante («almeno è venuto») ammettendo che senza Erdogan avrebbe disertato, dice molto della soglia di aspettative.

Dietro la coreografia, la sostanza è il trasferimento del fardello: una riallocazione unilaterale più che condivisa. A fine maggio gli alleati sono stati informati (non consultati) dei tagli al dispositivo americano in Europa: un terzo in meno di caccia F-15 e F-16. Nel frattempo, il ministro della guerra Hegseth, che ha definito «vergognoso» il rifiuto delle basi europee per i bombardamenti sull’Iran, promette una revisione che colpirà maggiormente chi spende di meno. La spiegazione però, prima ancora che politica, è materiale: impegnata su tre teatri, la base industriale americana è al momento satura. Sbandierata da Rutte, la «rivoluzione industriale transatlantica» prende atto di come il rapporto centro-periferia non regge più neanche sul piano manifatturiero.

Così gli alleati, guardinghi, rispondono nel solo linguaggio che il sovrano riconosce, la grammatica della fiera degli affari. Al Defence Industry Forum, che ha aperto il vertice con musica techno e video patinati, il big reveal: il rimpiazzo degli obsoleti Awaks e nuovi programmi multinazionali per aerocisterne e trasporti. «Soldi spesi bene» secondo Rutte, decine di miliardi esibiti come prova che la spesa si trasforma in potenza di fuoco. Ecco il nuovo cemento politico dell’atlantismo trumpiano: considerare la produzione industriale come funzione strategica dell’Alleanza. È la “Nato 3.0”, con filiere e approvvigionamenti congiunti elevati a strumenti di deterrenza e il mercato delle armi come primo linguaggio della diplomazia.

Sull’Ucraina il castello mostra subito crepe. Trump arriva dopo 90 minuti di telefonata con Putin: entrambi, assicura, vogliono la pace, tanto per cambiare «più vicina di quanto si pensi». Nelle stesse ore, Mosca respinge la proposta di mediazione turca per un cessate il fuoco, minaccia la Polonia per le sue fabbriche di droni e, nell’arco di una settimana, riversa sull’Ucraina 2200 droni, 1700 bombe plananti e oltre 120 missili, dei quali 29 balistici piovuti su Kiev lunedì, nessuno intercettato. Kiev risponde con 400 droni sulla regione di Mosca, colpisce raffinerie fino alla Siberia e infligge un blackout alla Crimea. Trump promette pace a Zelensky e F-35 a Erdogan, ignorando Netanyahu. In agenda anche il siriano al-Sharaa, mentre a Damasco due ordigni salutavano la storica visita di Macron, esplosi a un quarto d’ora dal passaggio del suo convoglio. Tra i segnali contraddittori dei leader la guerra continua ad allargarsi e approfondirsi, lambendo il territorio dell’Alleanza.

Il vertice preferisce ignorare la lezione: la deterrenza, per quanto potenziata del 5%, agisce sulla guerra futura e non ha effetto su quella in corso: da sola, una politica non basta. I settanta miliardi di aiuti per il biennio riconfezionano perlopiù impegni già presi verso un Paese cui l’adesione resta preclusa. Per gli europei si tratta dell’architettura della propria sicurezza, per Washington invece è un dossier da chiudere, anche congelando il fronte, con sfere d’influenza travestite da realismo pacificatore.

Dicono che il comunicato finale sarà breve, «probabilmente una pagina» a riaffermare l’impegno «ferreo» all’articolo 5. Quando l’alleanza più forte della storia sente il bisogno di mettere per iscritto ciò che per settant’anni è stato dato per scontato, è perché scontato ha smesso di esserlo. Il resto è Trump-proofing, ovvero l’arte di blindare i testi contro gli umori di chi dovrebbe garantirli.

Quanto a noi, la presunta sintonia ideologica tra palazzo Chigi e Casa bianca ha ricevuto in queste settimane la sua sanzione più eloquente. Resta l’imbarazzo dell’aspirante mediatrice che scopre quanto poco valga la fedeltà nel nuovo ordine. La premier si ritrova in coda con gli altri, fra fantasie annessionistiche (Canada, Groenlandia), ire funeste per mancati bombardamenti, e intimazioni al papa.

Il paradosso di Ankara è che la divergenza politica convive con una convergenza di fatto: l’Europa dovrà difendere il continente con meno America. La domanda che il vertice eviterà di porsi è: quale Europa dovrà farlo? Quella dei calendari industriali negoziati lontano dai parlamenti o un soggetto politico in grado di decidere quale difesa costruire e per quale società? Finché il successo si misurerà sull’assenza di scatti d’ira presidenziali, la domanda appare retorica.

Nell’immagine: il Segretario generale della NATO Mark Rutte parla durante un incontro con il Presidente Donald Trump


Nuova ondata di bombardamenti Usa, si riaccende la guerra in Iran

LA GUERRA GRANDE L’attacco Usa-Israele ha chiuso il paese in un nazionalismo religioso mentre tornano le bombe 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

Nel Golfo del petrolio si riaccende la guerra. Nella notte gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro l’Iran in risposta agli attacchi dei pasdaran che martedì hanno colpito tre navi nello Stretto di Hormuz. I raid americani sono cominciati con grande violenza e si annunciano più lunghi delle precedenti incursioni: “Saranno quattro o cinque volte più potenti”, hanno fatto sapere fonti del Pentagono. Le stesse che hanno dichiarato alla Cnn: “Si tratta di una punizione, non di una ritorsione proporzionale. Non finirà presto”. L’operazione sarebbe stata ordinata dal presidente Donald Trump durante il vertice Nato in Turchia.

L’iniziativa ha colto di sorpresa le difese iraniane: nei filmati dei raid non si vedono raffiche della contraerea. Sono stati bersagliati numerosi obiettivi – almeno 80 – a Qeshm, Bandar Abbas e Sirik: postazioni di missili antinave e antiaerei, sistemi di sorveglianza, basi dei droni. Le immagini mostrano incendi nel porto dei pescatori di Bandar Abbas dove sarebbero stati ormeggiati i barchini d’assalto dei pasdaran. Due ore più tardi sono state segnalate esplosioni pure a Kharg, il cuore delle esportazioni petrolifere della Repubblica islamica.

Il ministero degli Esteri iraniano ha condannato gli attacchi, definendoli “una violazione degli accordi di tregua”. Nel comunicato scrive di ritenere “responsabile il governo statunitense”: una frase che fa temere una rappresaglia missilistica contro le infrastrutture Usa nella regione. Fonti dei pasdaran hanno fatto sapere che sono stati lanciati droni e missili contro la flotta statunitense “nel mare dell’Oman” e contro Kuwait e Bahrein. In totale, hanno dichiarato le autorità iraniane, sono state presi di mira 85 siti americani.

Nel corso di giugno gli scontri a Hormuz non hanno interrotto le trattative tra Washington e Teheran, condotte in questa fase soprattutto con la mediazione del Qatar. Adesso però potrebbe esserci un’escalation. Gli Stati Uniti infatti hanno ripristinato da mezzanotte le sanzioni sulle esportazioni di greggio, che dal 21 giugno hanno ridato fiato all’economia della Repubblica islamica. Il provvedimento concede una sorta di ultimatum: entrerà in vigore il 17 luglio per “dare il tempo di portare a termine le transazioni autorizzate finora”. Non è chiaro se alla scadenza la Us Navy tornerà a imporre il blocco navale contro le petroliere che salpano dal terminale di Kharg o dagli porti iraniani. C’è grande preoccupazione per l’impatto dei combattimenti e dell’embargo sul prezzo del barile, che è immediatamente aumentato del 3 per cento.

L’offensiva statunitense è scattata nel mezzo delle cerimonie solenni per il funerale della guida suprema Alì Khamenei, uccisa in un bombardamento il 28 febbraio all’esordio del conflitto. Dopo due giorni di mobilitazione popolare nella capitale la salma ieri mattina è stata trasferita in Iraq nella città santa di Qom. Poi ha raggiunto Karbala, dove sorgono i santuari del terzo imam sciita, Hussein, e di suo fratello Abbas. Domani ci sarà il rientro in Iran per l’ultimo saluto a Mashad.

I Guardiani della Rivoluzione hanno interrotto la tregua proprio durante le celebrazioni, confermando le divisioni interne alla teocrazia sciita. Hanno preso di mira tre navi, di cui una saudita e una qatarina, che non avevano concordato con il loro comando marittimo il transito attraverso lo Stretto. I pasdaran non intendono rinunciare al controllo di Hormuz e a condizionare il passaggio delle petroliere. Mohsen Rezaei, consigliere della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, il figlio di Alì, ha detto alla tv di Stato che i tentativi americani di creare una rotta alternativa “condurranno i negoziati al fallimento”.

A complicare lo scenario, oggi è attesa la prima visita del ministro della Guerra Pete Hegseth in Israele dove incontrerà il premier Netanyahu.