Ora anche l’UBS attacca l’AVS

Nella sessione estiva il Parlamento ha negato un finanziamento ragionevole della 13ª rendita. E l'UBS vorrebbe cambiare tutto il sistema. A vantaggio di chi? Non è difficile indovinarlo 

Di Marco Diener, Infosperber

A volte la politica è complicata. A volte è semplice. Questa volta è semplice: con uno studio l’UBS propone una riforma radicale del sistema previdenziale in Svizzera. I beneficiari: il settore finanziario, compresa l’UBS. E i ricchi.

Ma ovviamente nello studio non è scritto così. L’UBS propone cambiamenti radicali a tutti e tre i pilastri esistenti del sistema previdenziale – AVS, cassa pensioni e terzo pilastro.

AVS: abbandonare il sistema a ripartizione

Oggi l’AVS funziona secondo il sistema a ripartizione. Ciò significa che l’AVS eroga immediatamente le entrate che incassa. Il suo patrimonio è relativamente modesto. Al momento ammonta a circa 60 miliardi di franchi, ovvero poco più della spesa annuale. A titolo di confronto: le casse pensioni svizzere dispongono attualmente di circa 1’400 miliardi di franchi.

In futuro per la superbanca l’AVS dovrebbe funzionare secondo il sistema a capitalizzazione, proprio come le casse pensioni. Ciò significa che i giovani non pagherebbero più per gli anziani; ognuno risparmierebbe per sé. L’UBS ipotizza che il denaro venga «investito sui mercati finanziari» fino al momento del pensionamento. Con grande gioia del settore finanziario.

Lo svantaggio del sistema a capitalizzazione: si accumulano patrimoni enormi, che devono essere investiti in modo redditizio e sicuro allo stesso tempo. Ma la stessa UBS ammette: «Una fase ribassista molto grave e molto lunga potrebbe richiedere un’operazione di salvataggio statale di notevole entità, che (…) probabilmente renderebbe necessarie tasse più elevate». Quando la situazione si fa critica, quindi, deve intervenire la Confederazione.

Tutto quel denaro nella previdenza già oggi rappresenta un problema. Le casse pensioni investono circa un quarto del loro patrimonio nel settore immobiliare. In questo modo ne alimentano il mercato e, in ultima analisi, fanno lievitare gli affitti. Ancora più denaro da investire comporta ancora più problemi.

Oggi tutti gli assicurati e tutte le aziende versano ciascuno il 4,35 per cento del salario all’AVS. D’ora in poi, la quota dovrebbe salire al 10 per cento per ciascuna parte. Ma solo sulle componenti salariali fino a 50’000 franchi. A svantaggio dei lavoratori a basso reddito. E per la gioia di chi guadagna bene.

Sarebbe quindi la fine dell’AVS nella sua forma attuale.

E tra l’altro: l’UBS definisce «obsoleta» l’età pensionabile di 65 anni, sebbene gli aventi diritto di voto l’abbiano confermata due anni fa.

Casse pensioni: senza garanzie

Secondo le proposte dell’UBS, nel 2° pilastro dovrebbero esserci solo «operatori privati». Quindi niente più casse pensioni comunali, cantonali o federali. Gli operatori dovrebbero remunerare i fondi con «rendimenti di mercato». E: «Non c’è alcuna garanzia sul capitale». Con grande gioia del settore finanziario.

Già oggi la rendita delle casse pensioni è una questione incerta. Fino al 2006 il tasso di conversione era del 7,2 per cento. Chi aveva accumulato 500’000 franchi nella cassa pensioni riceveva una rendita di 36’000 franchi all’anno. Oggi il tasso di conversione medio è del 5,3 per cento. Da 500’000 franchi si ottiene ormai solo una rendita di 26’500 franchi all’anno.

Se non ci fosse «alcuna garanzia sul capitale», come prevede l’UBS, la situazione diventerebbe ancora più incerta. Anche il tasso d’interesse minimo, già oggi irrisorio, dovrebbe essere abolito.

E ancora un piccolo dettaglio a margine: secondo le idee dell’UBS, a differenza di quanto avviene oggi, le aziende dovrebbero versare alla cassa pensioni meno dei dipendenti. Per la gioia degli azionisti.

Terzo pilastro: nessuna imposta al momento del prelievo

In futuro i dipendenti dovrebbero poter versare 20’000 franchi (oggi 7’258 franchi) nel terzo pilastro e poterli così dedurre dal reddito imponibile. Inoltre, il prelievo del capitale dovrebbe essere in futuro esente da imposte. Anche questo per la gioia di chi guadagna bene. E del settore finanziario.

E per il resto?

L’UBS vorrebbe eliminare l’assicurazione per i superstiti dell’AVS e delle casse pensioni. Dovrebbe rimanere in vigore solo per i bambini e i giovani adulti in formazione, ma al di fuori dell’AVS e delle casse pensioni. Chi lo desidera potrebbe stipulare un’assicurazione per i superstiti su base privata. Per la gioia del settore finanziario.

L’UBS intende abolire anche l’assicurazione invalidità delle casse pensioni. Chi lo desidera può sempre assicurarsi privatamente. Anche questo per la gioia del settore finanziario.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: “Una nuova strategia previdenziale – Ipotesi di lavoro per un sistema previdenziale svizzero più sostenibile”


La «Nato 3.0» di Trump, sudditi senza più il contributo degli Usa

Nella sessione estiva il Parlamento ha negato un finanziamento ragionevole della 13ª rendita. E l'UBS vorrebbe cambiare tutto il sistema. A vantaggio di chi? Non è difficile indovinarlo 

Di Marina Catucci, il manifesto

Donald Trump è arrivato al vertice Nato su un’onda di tensione particolarmente alta, con la popolarità sempre più in calo in Europa dopo la minaccia di annettere la Groenlandia – su cui le sue mire non si sono interrotte – e l’impennata dei prezzi dell’energia causata dalla guerra in Iran. Da parte sua il tycoon è infuriato perché gli alleati europei non hanno fatto abbastanza per aiutarlo nella guerra, e negli ultimi giorni ha rinnovato le sue lamentele sulle spese per la difesa, nonostante sia già riuscito a ottenere aumenti considerevoli.

TRUMP NON HA MAI fatto mistero del suo scetticismo nei confronti della Nato e degli alleati europei, e ha più volte sostenuto che l’alleanza che gli Stati uniti hanno stretto dopo la Seconda guerra mondiale abbia sostanzialmente approfittato della generosità di Washington. Già prima dell’inizio del vertice di due giorni, il rapporto gelido tra i membri dell’Alleanza e gli Usa è emerso come la sfida più grande che ne offusca il futuro. Al di là del rapporto personale con Trump, gli alleati si interrogano su che tipo di Nato uscirà da questo summit. Dopo l’accordo sul 5% del Pil da investire nella Nato raggiunto l’anno scorso all’Aja, il vertice di Ankara segna infatti il passaggio dagli impegni politici alla loro reale implementazione, con domande aperte su approvvigionamento, capacità industriale e sostegno all’Ucraina, tutti nodi di quella che l’amministrazione Trump ha battezzato «Nato 3.0».

SECONDO Ulrike Franke dell’European Council on Foreign Relations, questo è il vertice in cui l’alleanza passa dalla condivisione degli oneri allo spostamento degli oneri stessi. Ma dietro la retorica sui bilanci, il vero nodo per molti alleati resta l’affidabilità americana: dopo i tagli alla presenza militare Usa in Europa annunciati dal Pentagono e le minacce di Trump di rivalutare la permanenza degli Stati uniti nell’Alleanza, diversi governi europei temono di dover imparare a difendersi da soli più in fretta di quanto avessero previsto, senza sapere fino a che punto Washington resterà un partner stabile.

Tutte queste frizioni si intuivano dall’agenda del presidente Usa: il suo primo incontro, prima di cenare con gli altri leader, è con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, con il quale ha molti punti d’incontro, tanto da avergli fatto affermare, parlando con il segretario generale della Nato Mark Rutte, che se il vertice non si fosse tenuto in Turchia lo avrebbe disertato.

L’INCONTRO vero e proprio si terrà domani mattina, e i diplomatici lo hanno volutamente abbreviato per ridurre al minimo i potenziali interventi distruttivi da parte Usa. Successivamente, Trump ha in programma di incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, secondo quanto dichiarato dalla portavoce della Casa Bianca Anna Kelly. Questo incontro arriva dopo una telefonata tra i due leader, definita «molto positiva» da Zelensky, durante la quale hanno concordato di proseguire il confronto ad Ankara. Il colloquio segue a sua volta una telefonata di circa novanta minuti tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin, definita «costruttiva» dal Cremlino. Alla telefonata «costruttiva» è seguito un attacco russo su Kiev tra i più pesanti delle ultime settimane (68 missili, 350 droni, almeno 21 morti) proprio alla vigilia del summit, come era già successo con il G7 di giugno.

PER TRUMP questo è un punto davvero dolente, viste le sue roboanti dichiarazioni da campagna elettorale, quando aveva più volte affermato che una volta eletto sarebbe stato in grado di far finire la guerra tra Russia e Ucraina nel giro di 24ore, margine ampiamente scaduto.

Sull’altro fronte di guerra, quello con l’Iran, Trump è arrivato ad Ankara dopo l’esortazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a non vendere aerei da combattimento avanzati o tecnologie militari correlate alla Turchia, in quanto sarebbe una mossa che altererebbe gli equilibri di potere in Medio Oriente. Giunto ormai a quasi metà del suo secondo mandato, il tycoon ha ormai familiarità con le dinamiche teatrali degli incontri Nato e, secondo i suoi collaboratori, come riporta il Washington Post, «si diverte a minacciare gli altri leader e a vederli affannarsi per compiacerlo».


Così Infantino ha ucciso il calcio

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Di Luciano Tancredi, La Stampa

«Ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, proprio il massimo, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti!». Immaginiamo sia stata più o meno così la conversazione tra l’uomo più potente del calcio e l’uomo più potente del mondo, come nell’esilarante lettera di Troisi e Benigni al Savonarola, nel film «Non ci resta che piangere».

La pronta confessione di Trump ci ha tolto il gusto del retroscena. Il presidente degli Stati Uniti è fatto così: la sfacciataggine, lo spregio delle regole, spesso la prevaricazione, sono la sua cifra umana e, purtroppo per il mondo, politica (la nostra premier ne sa qualcosa). «Sì, sono stato io: ho convinto io Infantino a rivedere la decisione. Quello non era fallo!».

Così, è il tycoon a entrare a gamba tesa. Scherza con i fanti (lui lo fa spesso) ma lascia stare i santi, ovvero i calciatori: la sacralità del pallone non si tocca, infatti la riprovazione è unanime e attraversa l’intero orbe terracqueo. Sono minati per sempre i valori dello sport, la certezza delle regole, il fair play. La linea rossa è stata superata e il vaso di Pandora di sospetti, illazioni e ricorsi si è aperto. Neanche con l’arbitraggio scandaloso di Byron Moreno agli ottavi del Mondiale del 2002 in Corea, che eliminò la nostra Nazionale, si era giunti a tanta ingerenza del potere sullo sport.

Se non fosse tragico, sarebbe persino comico. Il ct del Belgio, Rudy Garcia, ha parlato incredulo di «pesce d’aprile», ma tra i migliori highlight di questo match c’è il meme più virale di tutti, di sublime ironia, che vede l’attaccante Balogun rispondere al cartellino rosso dell’arbitro con un altro rosso, quello della chioma di Donald.

Per la prima volta dal giorno del maledetto spareggio con la Bosnia che ci ha eliminato, ci troviamo a ringraziare il destino che ci ha evitato l’umiliazione di essere lì, ad assistere alla morte del calcio.


In tre anni 185 nuovi insediamenti, così Netanyahu si prende la Cisgiordania

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Di Francesca Caferri, La Repubblica

Lo avevano detto dall’inizio: «La popolazione ebraica ha un esclusivo e inalienabile diritto a ogni luogo sulla terra di Israele. Il governo svilupperà e promuoverà insediamenti in tutti i punti della terra di Israele: in Galilea, nel Negev, nel Golan e in Giudea e Samaria». Così recitava al momento della sua entrata in carica – era il dicembre del 2022 – il programma del 22esimo governo israeliano, il più destra della Storia del Paese, guidato da Benjamin Netanyahu e basato sui voti dei partiti dei ministri estremisti Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. E così sta accadendo.

Lo documenta, numeri alla mano, un rapporto diffuso oggi da Peace Now e Kerem Novot, due fra le maggiori ong israeliane, e pubblicato su Haaretz e sui maggiori giornali europei (per l’Italia, Repubblica). Un viaggio che, pagina dopo pagina, conduce fra le colline brulle della Cisgiordania (o Giudea e Samaria, come le chiamano in molti in Israele, usando il nome biblico della regione) dove, a partire da fine 2022 e con un’accelerazione senza precedenti dopo il 7 ottobre 2023, i coloni israeliani con l’aiuto del governo e delle forze armate hanno strappato ai residenti palestinesi più terra di quanta non ne avessero presa dagli Accordi di Oslo (1993) in avanti.

«L’attuale governo ha portato avanti un’annessione di fatto a una velocità senza precedenti – si legge nello studio –: lo ha fatto modificando le leggi, facilitando l’espansione degli insediamenti, autorizzando in maniera retroattiva la creazione di fattorie, l’appropriazione di terreni e l’espulsione di comunità palestinesi e aumentando il controllo su aree sotto la giurisdizione dell’Autorità nazionale palestinese».

Il risultato lo raccontano i numeri: 185 nuovi insediamenti costruiti fra il 2023 e il 2025, di cui 130 costituiti da “fattorie”, ovvero microscopiche comunità agricole in cui un limitato numero di persone (a volte anche 5 o 6) prende possesso di una collina e attacca in maniera violenta (incendi di abitazioni e di auto, pestaggi, furti di bestiame, taglio dei tubi dell’acqua, blocco dei pascoli) centinaia di abitanti palestinesi delle zone circostanti. Il 18 per cento dell’intera Cisgiordania (che dovrebbe, secondo gli Accordi di Oslo, costituire il cuore dello Stato palestinese) è controllato da queste “fattorie”. Ancora: in tre anni sono state autorizzate 40.064 nuove unità abitative su terre che le Nazioni Unite riconoscono come palestinesi, per un totale di 160-200mila nuovi coloni destinati a vivere nell’area. E poi, 223 chilometri di strade costruite a uso esclusivo degli israeliani, 244 milioni di shekel (equivalenti a circa 71 milioni di euro) stanziati, 118 comunità palestinesi espulse. Per non parlare delle modifiche legislative che garantiscono la quasi totale immunità dei coloni violenti – compresi quelli accusati di omicidio – mentre induriscono le pene per i palestinesi; o dell’espropriazione di terre in nome della creazione di zone archeologiche o ricreative.

A colpire non è soltanto la vastità del progetto, ma anche l’accelerazione che ha subito dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump (entrato in carica nel gennaio 2025) e man mano che la prospettiva delle urne si avvicinava (in Israele le elezioni sono previste in autunno): delle 118 comunità palestinesi cacciate in cinque anni, 42 hanno perso le loro terre solo nel 2025. Nello stesso anno sono state autorizzate 27.941 unità abitative: più del doppio di quelle approvate nel 2024. Misure volte (anche) a compiacere e incrementare gli elettori dei partiti di Smotrich e Ben-Gvir i quali, secondo gli ultimi sondaggi, raggiungerebbero insieme il 13% delle preferenze, percentuale che potrebbe risulttare decisiva per mantenere Netanyahu al governo. E per cancellare definitivamente la prospettiva di uno Stato palestinese, di cui – occorre sottolinearlo – nella campagna elettorale israeliana non parla nessuno, con l’eccezione dei partiti arabi: a dimostrazione del fatto che – al di là dei numeri e delle proporzioni – il progetto di espansione non è figlio solo di questo governo.


Crans-Montana, tutto ciò che c’è da sapere sulla tragedia

Nella sessione estiva il Parlamento ha negato un finanziamento ragionevole della 13ª rendita. E l'UBS vorrebbe cambiare tutto il sistema. A vantaggio di chi? Non è difficile indovinarlo 

Di Fabiano Citroni, cellula inchieste RTS – Da tvsvizzera.ch

A sei mesi dal rogo di Capodanno all’interno del bar Le Constellation di Crans-Montana, in cui persero la vita 41 persone e 115 riportarono ferite, la cellula inchieste della RTSCollegamento esterno ha fatto il punto della situazione mettendo in evidenza, in maniera semplice ma precisa, i principali aspetti della dolorosa vicenda.

Quante persone si trovavano nel locale?

Secondo la polizia cantonale vallesana, 164 persone si trovavano nel bar Le Constellation al momento dello scoppio dell’incendio: 32 al pianterreno e 132 al piano interrato. Per fornire queste cifre, la polizia si è basata sulle immagini delle telecamere di sorveglianza del locale.

Quante persone sono decedute?

Quarantuno persone hanno perso la vita nell’incendio: 40 il 1° gennaio e una il 31 gennaio in seguito alle ferite riportate. Delle 41 vittime, 27 avevano tra i 14 e i 18 anni. Secondo il Ministero pubblico, 115 persone sono rimaste ferite.

Perché sono state effettuate così poche autopsie?

Le procuratrici incaricate dell’istruttoria penale hanno ordinato in tutto due autopsie, un numero largamente insufficiente agli occhi di diversi avvocati delle famiglie delle vittime. Le inquirenti hanno quindi ricordato che ordinare un’autopsia non era un obbligo, ma anche che il nesso di causalità tra l’incendio e i decessi era manifesto.

Le magistrate hanno aggiunto di aver comunque ordinato autopsie su richiesta o con il consenso delle famiglie quando è emerso che alcuni corpi non erano ancora stati sepolti. Chiamato a prendere posizione su questa delicata questione nell’ambito di una richiesta di ricusazione delle magistrate, il Tribunale cantonale ha scritto che “essendo la causa dei decessi accertata e incontestata, non era necessario ordinare autopsie”.

Quante procuratrici conducono l’inchiesta?

Gli interrogatori sono condotti da tre procuratrici vallesane, tra cui la procuratrice generale aggiunta. Quanto alla procuratrice generale, Beatrice Pilloud, gestisce la parte della comunicazione e le relazioni internazionali.

A che punto è la richiesta di ricusazione delle procuratrici?

Il padre di un’adolescente deceduta ha chiesto la ricusazione di tutte le procuratrici che hanno indagato su questa tragedia, ritenendo che avessero commesso numerosi errori. La sua richiesta è stata respinta dal Tribunale cantonale. Ha fatto ricorso al Tribunale federale, che non si è ancora pronunciato.

Quante persone sono state incriminate?

Ad oggi, quattordici persone hanno lo status di imputato: i coniugi Moretti, cinque eletti o ex eletti dei comuni di Crans-Montana (Nicolas Féraud, Patrick Clivaz e Kevin Barras) e di Chermignon (Jean-Claude Savoy e Jérémie Rey) nonché sette dipendenti o ex dipendenti comunali.

Perché un dipendente comunale è stato incriminato durante l’interrogatorio?

Dei 14 imputati, uno di loro è stato inizialmente convocato con lo status di persona chiamata a fornire informazioni, questo status ibrido tra il testimone e l’imputato. È stato interrogato da ispettori, ma durante l’interrogatorio, i poliziotti hanno constatato che questo dipendente del comune di Crans-Montana aveva forse mancato ai suoi doveri in relazione alla costruzione di un fumoir al piano interrato del Constellation. Hanno quindi interrotto l’interrogatorio e preso contatto con le procuratrici. Queste ultime hanno deciso di incriminare il funzionario, che ha quindi fatto uso del suo diritto non rispondere.

Altre persone potrebbero essere incriminate?

Sì. L’elenco delle persone incriminate si è ampliato già quattro volte e forse non è finita. Diversi imputati legati al comune di Crans-Montana hanno per esempio messo in causa funzionari dell’Ufficio cantonale del fuoco.

Quali sono le accuse mosse contro gli imputati?

Tutti gli imputati sono perseguiti per omicidio colposo, incendio colposo e lesioni personali gravi per negligenza. Rischiano fino a quattro anni e mezzo di prigione.

Potrebbero essere mosse altre accuse contro gli imputati?

Sì. Le procuratrici possono formulare nuove accuse fino alla redazione dell’atto d’accusa, cioè il documento che dettaglia i reati contestati agli imputati.

Perché Jessica Moretti è anche perseguita per falso in atti?

Più di dieci anni fa, la titolare del Constellation ha falsificato una fattura relativa all’acquisto della famosa schiuma acustica che ha preso fuoco nel bar. Afferma di aver agito in questo modo per ragioni contabili. Le procuratrici hanno scoperto questa falsificazione durante l’inchiesta e hanno quindi deciso di estendere l’istruttoria nei confronti di Jessica Moretti per falso in atti.

I coniugi Moretti potrebbero essere perseguiti per omicidio con dolo eventuale?

Una tale decisione spetta alle procuratrici. La richiesta è stata formulata da due avvocati al termine dell’udienza di confronto della coppia Moretti del 5 giugno. Questi avvocati ritengono che i titolari del Constellation fossero consapevoli dei rischi legati all’utilizzo di candele scintillanti sulle bottiglie, ma che li abbiano accettati.

Secondo il Tribunale federale, il dolo eventuale può essere ritenuto “quando l’autore considera possibile la realizzazione del reato, ma agisce comunque, perché accetta questo risultato nel caso in cui si verifichi, anche se lo giudica indesiderabile e non se lo augura”.

Perché gli interrogatori degli imputati si svolgono in una scuola?

All’inizio dell’istruttoria penale, gli interrogatori si svolgevano nei locali del Ministero pubblico vallesano. Ma con il passare dei giorni, ci sono state sempre più parti civili, imputati, e quindi avvocati per rappresentarli. È stato quindi necessario trovare un luogo sufficientemente grande per accogliere i circa 100 avvocati coinvolti in questo fascicolo. Gli interrogatori degli imputati si svolgono quindi nell’Aula Energypolis della Scuola universitaria professionale della Svizzera occidentale, a Sion.

Perché alcuni imputati hanno rifiutato di rispondere alle domande?

Sindaco di Chermignon dal 2009 al 2016, Jean-Claude Savoy ha fatto uso del suo diritto a non rispondere davanti alle procuratrici. L’ex responsabile della sicurezza di questo comune ha fatto lo stesso. Ritengono che i fatti che vengono loro contestati risalgano a più di dieci anni fa e che non possano rispondervi con precisione senza accesso al fascicolo penale.

Ora, per mantenere un effetto sorpresa, le magistrate rifiutano questo accesso agli imputati che non sono ancora stati interrogati. Questo braccio di ferro è ora terminato poiché le procuratrici hanno trasmesso il fascicolo penale a questi due imputati. Saranno interrogati a metà luglio e dovrebbero questa volta rispondere alle domande.

Perché gli imputati sono scortati da poliziotti?

Il 12 febbraio, durante l’interrogatorio di Jessica Moretti, i titolari del Constellation e i loro avvocati sono stati presi di mira da famiglie di vittime a pochi metri dall’ingresso dell’edificio. Da quel giorno, il Ministero pubblico vallesano ha deciso di rafforzare il dispositivo di polizia. Gli imputati arrivano e ripartono quindi in veicoli della polizia cantonale.

Perché Jacques Moretti è stato incarcerato?

Jacques Moretti, titolare del Constellation, ha trascorso due settimane in prigione dal 9 al 23 gennaio su richiesta del Ministero pubblico vallesano. Il Tribunale dei provvedimenti coercitivi ha accolto questa richiesta a causa dell’esistenza di un rischio di fuga del cittadino francese.

Chi ha pagato la cauzione dei coniugi Moretti?

Jacques e Jessica Moretti hanno dovuto versare una cauzione di 200’000 franchi ciascuno per sfuggire alla carcerazione preventiva. Questa misura sostitutiva classica è stata ordinata dal Tribunale dei provvedimenti coercitivi che è il solo a conoscere l’identità della persona che ha prestato questo denaro ai francesi. Nemmeno il Ministero pubblico possiede questa informazione. È quindi impossibile rispondere alla domanda posta.

Perché i coniugi Moretti sono stati interrogati più degli altri imputati?

I titolari del Constellation sono stati interrogati quattro volte in qualità di imputati: una volta sulla loro situazione personale e tre volte sui fatti. Le altre persone incriminate sono state interrogate una sola volta. Questa decisione è stata presa dalle procuratrici incaricate dell’istruttoria penale che hanno piena facoltà di interrogare quante volte desiderano le persone sotto inchiesta.

I coniugi Moretti potrebbero essere perseguiti per riciclaggio di denaro?

Nel corso di febbraio, l’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro dell’Ufficio federale di polizia (MROS) ha consegnato un documento di 15 pagine al Ministero pubblico vallesano nel quale fa in particolare stato di sospetti di reati di amministrazione infedele, falso in atti, truffa alle assicurazioni e riciclaggio di denaro nei confronti dei coniugi Moretti.

Le procuratrici hanno chiesto agli ispettori di esaminare questo rapporto, ma a questo stadio, i coniugi Moretti non sono incriminati per riciclaggio di denaro. Per l’avvocato di Jacques Moretti, la denuncia del MROS non ha nulla a che vedere con l’istruttoria sulla tragedia, e ha quindi chiesto al Tribunale cantonale di separare le cause. Ha informato il Ministero pubblico che il suo cliente non risponderà ad alcuna domanda su questo rapporto finché il tribunale non si sarà pronunciato sulla sua richiesta.

Perché Jessica Moretti è uscita così rapidamente dal Constellation?

A differenza di suo marito, Jessica Moretti era al Constellation la notte della tragedia. È stata una delle prime persone a lasciare il locale ed è stata la prima a contattare i pompieri. Davanti alle procuratrici, ha assicurato di aver urlato alla gente di uscire quando è scoppiato l’incendio. Ha aggiunto di essere figlia di pompiere e che suo padre le ha sempre detto che se vedeva fiamme, la priorità era chiamare i pompieri.

Jessica Moretti è fuggita con la cassa?

Questa voce pubblicata sulla stampa italiana è stata ripresa da numerosi media. È stata anche diffusa dall’ex presidente di Crans-Montana Tourisme, Jean-Daniel Clivaz. Ma ad oggi, è smentita da tutti gli elementi presenti nel fascicolo penale.

La schiuma del Constellation era ignifuga?

Jacques Moretti ha fornito diverse versioni sulla provenienza della schiuma presente al piano interrato del Constellation, questa schiuma che ha preso fuoco il 1° gennaio. Il Ministero pubblico ha affidato un mandato al Forensisches Institut Zürich (FOR) nel quale gli chiede in particolare di studiare l’infiammabilità di questo materiale. Il rapporto degli esperti zurighesi, che deve anche determinare con precisione l’origine della tragedia, dovrebbe essere consegnato in agosto.

Perché la schiuma del Constellation non è stata controllata?

Secondo la legge, i locali pubblici devono in linea di principio essere controllati ogni anno. Ma durante i loro interrogatori in qualità di imputati, dipendenti del Servizio di sicurezza pubblica di Crans-Montana hanno affermato che controllare la schiuma non rientrava nei loro compiti.

In un’intervista rilasciata a maggio al Nouvelliste, il Consigliere di Stato vallesano Stéphane Ganzer, magistrato di tutela dell’Ufficio cantonale del fuoco, ha detto invece il contrario: “Il loro controllo è iscritto nelle norme federali”.

In ogni caso, una settimana dopo la tragedia del Constellation, l’Ufficio cantonale del fuoco ha trasmesso una lettera ai responsabili della sicurezza comunali nella quale li invita a controllare i materiali da costruzione utilizzati a vista, per esempio la schiuma.

Perché il Constellation non è stato controllato dal 2019?

La legge prevede controlli annuali, ma il Constellation è stato tuttavia controllato solo due volte in dieci anni, nel 2018 e nel 2019. Durante l’interrogatorio, diversi dipendenti del Servizio di sicurezza pubblica di Crans-Montana hanno risposto che le risorse mancavano per effettuare tutti i controlli richiesti, e che questa mancanza era nota agli eletti.

Diversi eletti, invece, hanno dichiarato di aver sempre risposto favorevolmente alle richieste di personale supplementare formulate dai dipendenti e di non essere stati quindi a conoscenza delle lacune nei controlli di sicurezza. In sintesi, ci si rimanda la palla.

Perché il Constellation è stato ristrutturato senza domanda di costruzione?

Nell’estate 2015, l’ex proprietario del Constellation, Julien Beytrison, ha chiesto al comune l’autorizzazione per installare una veranda. Ma nei fatti, il locale allora situato sul territorio del comune di Chermignon ha subito lavori consistenti all’interno ed è stato ristrutturato in particolare sotto l’impulso dei coniugi Moretti, allora gestori del locale.

Ora, questi lavori non sono stati oggetto di una domanda di costruzione. Se così fosse stato, i funzionari comunali avrebbero allora forse potuto individuare la famosa schiuma acustica installata durante questi lavori.

Durante il suo interrogatorio, Jérémie Rey, eletto responsabile delle Costruzioni di Chermignon dal 2013 al 2016, ha affermato che, secondo lui, i lavori effettuati all’interno del locale non necessitavano di una domanda di costruzione. Presidente di Crans-Montana dal 2017, Nicolas Féraud ha detto esattamente il contrario davanti alle inquirenti. Ha assicurato che “vista l’importanza dei lavori effettuati”, i responsabili del locale avrebbero dovuto farne richiesta.

Perché l’uscita di sicurezza del Constellation era ostruita?

Nessun cliente presente nel locale al momento dello scoppio dell’incendio ha tentato di salvarsi utilizzando l’uscita di sicurezza situata al piano interrato. Era perché uno sgabello si trovava davanti a questa porta? Non lo sapremo forse mai.

Davanti alle inquirenti, Jacques Moretti ha affermato che questo sgabello era stato sicuramente messo lì da un cliente. Tuttavia, uno sgabello ostruiva già la porta dieci giorni prima. Jacques Moretti lo sapeva, ma non aveva chiesto il suo spostamento. Per tentare di vedere più chiaro su questo punto, le procuratrici hanno chiesto agli ispettori di inserire nel fascicolo immagini dei giorni precedenti l’incendio, relative alla telecamera di sorveglianza che copriva il corridoio del piano interrato.

Il mistero è anche totale attorno a una porta laterale situata al pianterreno, che dà su una galleria commerciale che circonda il Constellation. Secondo Jacques Moretti, si tratta di una porta di servizio che è in linea di principio sempre aperta, ma che era certamente stata chiusa a chiave da uno dei suoi dipendenti la notte della tragedia. Nel 2015, il comune di Chermignon e l’Ufficio cantonale del fuoco avevano indicato, da parte loro, che questa porta doveva essere considerata come un’uscita di sicurezza. In sintesi, due porte che avrebbero potuto permettere ai clienti di salvarsi erano chiuse o ostruite il 1° gennaio.

Dei soccorritori potrebbero essere sotto inchiesta penale?

Sì. Due avvocati di parti civili, l’italiano Fabrizio Ventimiglia e lo svizzero Philippe Nantermod, hanno fatto stato di possibili carenze nell’intervento dell’Organizzazione cantonale vallesana dei soccorsi (OCVS) durante l’incendio. Il Ministero pubblico ha quindi deciso di indagare sulla gestione dei soccorsi.

Perché i soccorritori hanno depositato una denuncia penale?

Su richiesta del Ministero pubblico, l’Organizzazione cantonale vallesana dei soccorsi (OCVS) ha dovuto fornire l’insieme delle registrazioni delle chiamate effettuate il 1° gennaio tra l’1.25 e le 3 del mattino. Ora, estratti di queste registrazioni sono trapelati sulla stampa e dipendenti dell’OCVS sono stati presi di mira sui social network, il che li ha colpiti. L’OCVS ha quindi chiesto alle procuratrici di identificare l’autore o gli autori delle fughe di notizie.

L’Italia potrà essere parte civile?

Alla fine di aprile, la Repubblica italiana, che ha perso sei cittadini nella tragedia, ha chiesto di essere parte civile. Il Ministero pubblico non si è ancora pronunciato su questa richiesta, ma ci sono pochissime possibilità che la accetti. Ha già rifiutato questo status al comune di Crans-Montana.

Nicolas Féraud voleva scrivere alle vittime?

Sì. Alla fine di gennaio, mentre l’istruttoria penale era esclusivamente diretta contro i coniugi Moretti, il sindaco Nicolas Féraud ha chiesto al Ministero pubblico di trasmettergli l’elenco delle persone decedute e ferite domiciliate nel comune di Crans-Montana.

Spiegava allora che il comune che presiedeva era garante della sua popolazione e desiderava “inviare un messaggio di solidarietà”. Il Ministero pubblico ha risposto che l’elenco delle vittime faceva parte del fascicolo penale e che non gli era possibile trasmetterlo al comune dato che non era parte del procedimento penale.

I coniugi Moretti potranno riaprire i loro locali?

Oltre al Constellation, i Moretti possiedono altri due ristoranti in Vallese: il Senso, a Crans-Montana, e Le Vieux Chalet, a Lens. Nei giorni successivi alla tragedia del Constellation, il comune di Crans-Montana ha pronunciato il ritiro dell’autorizzazione a gestire il Senso, una decisione che ha comportato la chiusura immediata di questo locale.

Il comune di Lens ha fatto lo stesso con Le Vieux Chalet. Queste due decisioni sono oggetto di ricorso che è pendente davanti al Consiglio di Stato. È quindi possibile che i Moretti possano riaprire prima o poi questi locali. Va aggiunto che contrariamente alla voce circolante, il Ministero pubblico non si è in alcun modo opposto a una riapertura di questi luoghi.

Perché fratelli e sorelle non hanno ottenuto lo status di parte civile?

Diversi fratelli e sorelle di persone decedute o ferite hanno chiesto senza successo al Ministero pubblico di ottenere lo status di parte civile. Questo avrebbe loro in particolare permesso di pretendere un’indennità per danno morale nell’ambito del procedimento penale. Nei suoi scritti, il Ministero pubblico scrive che per legge, il coniuge, i figli, il padre e la madre hanno la qualità di “prossimo”, indipendentemente dai legami affettivi intrattenuti con la vittima. La situazione è diversa per i fratelli e le sorelle. Il Ministero pubblico precisa che devono dimostrare la presenza di contatti molto stretti con la vittima. Ai suoi occhi, è molto spesso il caso, ma non sempre.

A che punto è il braccio di ferro tra il Ministero pubblico e il Comune di Crans-Montana?

Gli scambi di lettere tra le procuratrici e l’avvocato del Comune sono numerosi. In un primo tempo, il Comune desiderava ottenere lo status di parte civile, ma il Ministero pubblico ha rifiutato. In un secondo tempo, chiedeva di essere semplicemente “parte” del procedimento, ma la Procura ha ancora una volta detto no. Il braccio di ferro verte ora sul sistema di posta elettronica utilizzato dal comune di Crans-Montana e sull’utilizzo che il Ministero pubblico potrebbe o non potrebbe farne. Spetterà a un tribunale mettere d’accordo le procuratrici e il Comune.

Nell’immagine: Le Constellation oggi


La riesumazione della paura rossa

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Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Uno spettro si aggira per l’America, lo spettro del comunismo.Donald Trump, sullo sfondo di Mount Rushmore, dove sono scolpiti i ritratti colossali di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln, riscopre la sempreverde Paura Rossa (Red Scare) in vista delle elezioni di metà mandato che a novembre decideranno del suo futuro. Per i 250 anni dell’indipendenza a stelle e strisce, il presidente si lancia nella sua specialità: la campagna elettorale. E lo fa disegnando un filo rosso dell’orrore che lega la minaccia immigratoria a quella comunista, incarnate dal Partito democratico, covo di sovversivi: “La minaccia comunista sta risorgendo nel nostro paese, compresi i nuovi arrivati che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita.” Ma tranquilli, ci penserà lui a “battere rapidamente il comunismo”, a “rimandare presto a casa” gli invasori rossi: “L’America non sarà mai un paese comunista!”.

La tattica è chiara. Trump conta di mobilitare i moderati contro la deriva socialista dei democratici. Per lui sono comunisti. Trump non è un esegeta delle categorie marx-leniniste, ma sa che il comunismo, a differenza del socialismo, resta tabù in quanto marchio del Nemico sovietico. Liquidato trentacinque anni fa. Da riesumare per scatenare la terza Red Scare dopo quelle del 1919-20 (rivoluzione bolscevica) e 1947-57 (maccartismo da guerra fredda). Il Lenin americano sarebbe il sindaco di New York, l’islamico Zohran Mamdani, affiancato a Alexandria Ocasio Cortez, riferimento dei demosocialisti. Entrambi figli politici del vecchio Bernie Sanders, nume dei Democratic Socialists of America, marchio in ascesa. La novità ideologica di questi strani tempi americani è lo sdoganamento del socialismo. Sondaggi rivelano che quattro statunitensi su dieci (cinque fra gli under 35) considerano il socialismo cosa buona e giusta. Fra i democratici siamo a due su tre. E se i demosocialisti fossero il Maga Blu? Earl Browder, capo dei bolscevichi americani dal 1930 al 1946, assicurava che “il comunismo è americano come la torta di mele”. Non sembrerebbe. Ma Trump forse ignora che il primo presidente repubblicano degli Stati Uniti — lui è il diciannovesimo — Abraham Lincoln (1861-65), era stato in corrispondenza con Karl Marx, esule a Londra, che giocava con l’idea di trasferirsi in America. Nella convinzione che gli Stati Uniti in quanto patria del capitalismo allo stato puro si sarebbero svelati avanguardia della rivoluzione mondiale. Secondo lo storico Michael Perelman, il fondatore del comunismo scientifico “è stato una figura importante del Partito repubblicano”. E “forse un giorno la testa di Karl Marx sarà scolpita a Mount Rushmore”.

Tutto nasce dalla battaglia che Marx — autore di circa cinquecento articoli per la New York Tribune, il giornale preferito di Lincoln — condusse con la sua Prima Internazionale per impedire che gli inglesi si schierassero con i sudisti nella guerra di secessione, intesa liberazione dallo schiavismo. Ciò avrebbe radicalmente cambiato la traiettoria degli Stati Uniti e del mondo. Nel novembre 1864 Marx invia a nome dell’Internazionale le sue felicitazioni a Lincoln appena rieletto. Si rivolge al “semplice figlio della classe operaia al quale è toccato il compito di guidare il suo paese nella nobile lotta per la liberazione di una massa asservita”. Lincoln gli risponde molto cordialmente attraverso il suo ambasciatore alla Corte di San Giacomo, Charles Francis Adams senior, cofondatore del Partito repubblicano oltre che figlio del sesto e nipote del secondo presidente Usa, in contatto con l’Internazionale.

Eppoi, fra i combattenti unionisti spiccavano diversi tedeschi transfughi dai moti del Quarantotto, fra cui i generali August Willich e Franz Sigel, comunisti convinti. Molti fra quei German Americans saranno repubblicani radicali nell’èra della Ricostruzione (1865-77). Il marxismo non è una torta di mele. Non per questo è estraneo alla storia dell’America. E se nel duecentocinquantesimo anniversario quello spettro tornasse davvero a scuotere il faro del capitalismo?

P. S. Confidiamo che Trump non legga la Repubblica. Non vorremmo che in uno scatto d’ira facesse cancellare la testa di Lincoln dal monumentale complesso di Mount Rushmore.

Nell’immagine: Monte Rushmore, oscurato il comunista Lincoln


Se Putin è sempre più isolato

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Di Anna Zafesova, La Stampa

«Siamo in guerra, questa è una guerra vera», dice il Cremlino per bocca del portavoce presidenziale Dmytry Peskov, e snocciola la lista dei nemici che sta combattendo: «Alle spalle di Kiev ci sono Berlino e Parigi, l’Aja e Oslo, e purtroppo anche Washington». Sulla soglia dei quattro anni e mezzo di invasione dell’Ucraina, la maschera della “operazione militare speciale”, che fin dal nome voleva essere un affare circoscritto e interno, viene finalmente proclamata senza mezzi termini una guerra, che per di più assume i contorni di un conflitto globale, contro quello che Vladimir Putin chiama «l’Occidente collettivo». Nel quale rientrano a sorpresa gli Stati Uniti, esentati dalla propaganda russa dal titolo del male assoluto dopo l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. Una svolta sintomatica, proprio dopo che il presidente russo aveva parlato al telefono con il suo collega americano in occasione dell’anniversario della nascita dell’America.

Molti osservatori moscoviti avevano notato l’orario nel quale, il giorno prima, era stato pubblicato il video con Putin che riceve a rapporto il capo dello Stato maggiore Valery Gerasimov che gli comunica la conquista di Konstantinivka: le 22,30 ora di Mosca. Decisamente troppo tardi per i telespettatori russi, ma giusto in tempo per finire nei titoli dei telegiornali americani, e provare a convincere il capo della Casa Bianca che il Cremlino ha ancora delle “carte da giocare” nel Donbass. E l’invito a Mosca che Peskov il giorno dopo ribadisce agli emissari trumpiani Steve Witkoff e Jared Kushner, «quando avranno più tempo libero», fa capire quanto Putin abbia scommesso su Trump nel tentativo di ottenere i suoi obiettivi, la conquista del Donbass e la testa di Volodymyr Zelensky.

Lo “spirito di Anchorage”, più volte invocato dal capo del Cremlino dopo il vertice in Alaska, quasi un anno fa, sembra però essere evaporato.L’Amministrazione americana è tornata a sincronizzare l’orologio con gli alleati europei, almeno sul dossier russo, e dopo la sconfitta nelle urne di Viktor Orban l’Europa appare più che mai compatta nel ritenere l’aiuto alla difesa ucraina non più una questione di solidarietà umanitaria, ma di necessità strategica.

Ma anche sui fronti non occidentali Putin si sente sempre più solo. Molti dittatori suoi alleati non ci sono più: Bashar Assad abita in una dacia a Mosca, Nicolas Maduro in una prigione americana. Gli alleati iraniani sono troppo in difficoltà aiutare Mosca militarmente, e in caso di un accordo con gli Stati Uniti, inonderanno il mercato di petrolio facendo precipitare il prezzo del barile e quindi le entrate russe. Gli interlocutori arabi di Vladimir Putin non sono troppo contenti del suo sostegno all’Iran. I colleghi dei Brics sono piuttosto prudenti: ufficialmente il ministro del Petrolio indiano Hardeep Singh Puri ha negato la vendita alla Russia di benzina, nonostante l’acuta crisi del carburante dopo gli attacchi ucraini alle raffinerie (anche se ha ammesso che possa essere stata venduta da singoli trader privati, senza il consenso del governo.

Ma la posizione più deludente per Mosca probabilmente è quello cinese: nonostante la capa della propaganda del Cremlino Margarita Simonyan dichiarati di fare studiare ai figli il cinese perché «la Cina governerà il mondo», Pechino continua a non sostenere ufficialmente le pretese territoriali russe nei confronti dell’Ucraina. E soltanto pochi giorni fa Xi Jinping ha ricevuto il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, volato a Pechino dopo aver trascorso due giorni nella dacia di Putin, verosimilmente per chiedere protezione dalle pressioni russe per entrare in guerra. Il dittatore di Minsk ha peraltro dato prova di non essere ancora completamente sottomesso a Mosca: dopo le minacce di Zelensky avrebbe spento – almeno così dice Kiev – i ricetrasmettitori che aiutavano a puntare i droni russi decollati dal territorio del suo Paese.

In qualche modo Putin è finito vittima proprio del “mondo multipolare” che invocava, nel quale ciascun attore bada innanzitutto ai propri interessi, e nemmeno il presidente degli Stati Uniti può costringere “l’Occidente collettivo” a obbedire ai suoi ordini. Questo non significa che Mosca si arrenderà e non tenterà una nuova escalation, militare in Ucraina e “ibrida” in Europa, in attesa anche delle elezioni in Francia, Germania e Italia. Ma per trovare nuovi alleati o riconquistare quelli vecchi dovrà fare promesse che in questo momento di crisi non sarà facile mantenere.


Sopravvivenza di una difesa

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Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Nella notte degli Accordi di Maastricht, che sancirono la nascita dell’unione economica e monetaria, la domanda rivolta a molti capi di Stato e di governo nelle conferenze stampa conclusive fu quando, accanto alla moneta unica, sarebbe nata anche una difesa comune. La risposta fu che la politica estera e di difesa dell’Unione sarebbe nata per germinazione spontanea da quella economica e monetaria. Un accessorio, più che una necessità. Dimenticandosi che il primo bozzolo di Unione europea era stato generato nel 1952 da obiettivi difensivi, la Ced (Comunità europea di difesa), naufragata per l’opposizione della Francia.

La risposta sottintesa nella notte di Maastricht era che alla difesa dell’Europa, allora quella occidentale (l’Unione Sovietica sarebbe crollata un anno dopo), ci avrebbe pensato la Nato con l’ala protettrice della sua potenza-guida, gli Stati Uniti. L’euforia da Fine della Storia, titolo di un celebre saggio di Francis Fukuyamadel 1992, rese ancora più remota la necessità di un pilastro europeo di difesa. La creazione di un alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, ben otto anni dopo Maastricht, rispondeva più a un’esigenza di rappresentanza che di operatività politica. Diventando semmai oggetto di brame di potere, che hanno spesso piagato il cammino europeo, con la presidente della Commissione che aspira a essere sempre di più la faccia dell’Europa nei consessi internazionali.

Ma le minacce di Donald Trump di ritirare soldati e sistemi di difesa da alcuni Paesi, le sue accuse ai membri europei della Nato di spendere troppo poco e di non averlo aiutato nella sua guerra all’Iran, hanno tolto all’Europa l’illusione nella quale si è cullata per tutta la metà del secolo scorso e i primi due decenni di questo. Emmanuel Macron, il presidente della Francia, che nel 2019 aveva decretato la “morte cerebrale” della Nato, ha intitolato l’ambiziosa parata del 14 luglio al “risveglio strategico dell’Europa”. Il 36mo vertice che si apre domani ad Ankara rischia di essere il più drammatico nella storia dell’Alleanza, nonostante tutti i tentativi, al limite del ridicolo, del segretario generale Mark Rutte di addolcire Trump, che aveva addirittura minacciato di non presenziare. Il paradosso è che dopo aver raggiunto il record di adesioni (l’invasione dell’Ucraina ha indotto la Finlandia e la Svezia ad abbandonare la loro storica posizione di neutralità), la Nato potrebbe implodere. Con Putin che coglie l’occasione per attaccare l’Europa: sono di ieri le minacce del Cremlino alla Polonia, uno dei Paesi più esposti. Secondo il portavoce del Cremlino, “farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”.

In vista del vertice in Turchia gli europei, nel cosidetto “formato E5” (Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia) si sono coordinati per un forte sostegno all’Ucraina ed evitare un disimpegno di Trump nei confronti di Zelensky. Un giusto e degno proposito perché l’Ucraina, con la sua esperienza bellica, è diventata di fatto un pilone della difesa europea e lo sarà ancora di più in futuro. Ma il vero problema per i Paesi Ue membri della Nato è come finanziare una difesa europea che possa un giorno prescindere, in tutto o in parte, dell’ombrello americano. I mal di pancia del governo italiano ne sono una prova quotidiana. Le norme restrittive, volute dalla Francia, sulla legittimazione ad utilizzare il Safe, il programma per finanziare la produzione di armamenti in Europa, sono un’ulteriore dimostrazione di come sovente la Ue finisca per legarsi le mani da sola. Ma c’è un secondo paradosso per il vertice di Ankara: che per evitare l’implosione, o almeno ridurne l’impatto, la Nato ha bisogno della Turchia, un Paese considerato fino a ieri indesiderabile dalla Ue per la sua scarsa democrazia (al punto che il vertice Nato del 2018 assegnato ad Ankara fu trasferito in altra sede) e oggi, invece, giudicato un partner indispensabile per la forza militare e produzione di armamenti. Tanto che il presidente autocrate Recep Tayyip Erdogan può permettersi di dire che “l’Europa ha bisogno della Turchia più di quanto la Turchia ha bisogno dell’Europa”.


Una promessa rimasta aperta e contesa

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Di Guido Moltedo, il manifesto

Sono trascorsi 250 anni dal 4 luglio 1776, il giorno in cui un gruppo di coloni americani dichiarava a Filadelfia l’indipendenza dal Regno di Gran Bretagna, redigendo una carta fondativa, la Declaration of Independence, dichiarazione di indipendenza.

Nella quale spiccava l’affermazione solenne secondo cui all men are created equal – tutti gli uomini sono creati uguali.

Fu radicale, nelle proposizioni e nel linguaggio, la Dichiarazione d’Indipendenza, quanto fu ristretta nelle intenzioni e applicazioni reali. L’universalismo della formula conviveva con un ordine politico e sociale che quell’universalismo lo negava quasi in ogni direzione: agli schiavi, ai popoli indigeni, alle donne.

Non c’è dunque molto senso nel trattare la ricorrenza come il momento in cui la promessa americana si sarebbe compiuta. Semmai, il suo interesse storico è nel contrario: nel fatto che quella promessa sia rimasta aperta, contesa, usata contro i limiti stessi dell’ordine che l’aveva formulata.

L’umore del paese conferma oggi questa lettura. I sondaggi diffusi in occasione dell’anniversario mostrano che quasi sette americani su dieci sono insoddisfatti della direzione del paese, e circa sei su dieci ritengono che i suoi anni migliori siano ormai alle spalle; solo circa la metà dichiara di sentirsi estremamente o molto orgogliosa di essere americana, il dato più basso degli ultimi venticinque anni. Non è lo sfondo di un compleanno trionfale, se gran parte dei dipendenti federali che hanno vissuto licenziamenti di massa e smantellamenti di agenzie nell’ultimo anno sceglie di non partecipare alle celebrazioni.

Sono fatti che confermano ancora una volta, e forse anche più, come la promessa originaria sia rimasta aperta, contesa, usata contro i limiti stessi dell’ordine che l’aveva formulata. È da questa contraddizione originaria che bisogna partire per dare un senso a quel documento storico. Ed è un filo conduttore di spicco nel racconto della storia americana se, per due secoli e mezzo, milioni di persone hanno preso sul serio quelle parole più dei loro autori. Abolizionisti, suffragiste, sindacalisti, movimento per i diritti civili, attivismo lgtbq. La democrazia americana, nelle sue stagioni migliori, non è stata la semplice applicazione lineare di un testo fondativo, ma il conflitto continuo per costringere il paese a mantenere ciò che aveva proclamato.

È quello che intende Arnaldo Testi quando, nel suo 4 luglio (Il Mulino), osserva che il documento è diventato il «cuore di una religione civile repubblicana», la cui liturgia si è rinnovata e adattata nel tempo, sollecitando letture opposte – chi vi legge la conferma dell’America così com’è, chi la usa per criticarla, chi la proietta come promessa ancora da realizzare. Ripercorrerne la storia, per Testi, significa misurare la vitalità politica del paese e il destino delle promesse che lo hanno plasmato: interrogarsi, cioè, su quanto una democrazia possa essere duttile, e insieme fragile, quando è messa alla prova nelle sue stesse radici.

Come accade oggi.

Questo 250esimo anniversario cade in un’America attraversata da fratture, come nell’epoca della scrittura della dichiarazione.

Le celebrazioni ufficiali del semiquincentenario insistono, prevedibilmente, sull’unità nazionale, sulla memoria condivisa, sulla grandezza del percorso americano. Ma una lettura democratica, e anche condivisa, del 4 luglio significa non negare ferite ormai secolari e mai cicatrizzate – come il razzismo – e ferite più fresche, raccontate dalle quotidiane notizie di un’America ostaggio di un potere esecutivo che sbriciola ogni forma di legittimità, limite e contrappeso. Significa misurarsi con esse.

L’uguaglianza politica diventa il suo contrario quando il diritto di voto viene ristretto o reso più difficile. La libertà si svuota quando una malattia può trascinare una famiglia nella rovina economica. Il diritto inalienabile alla «ricerca della felicità» è una presa in giro quando il lavoro non c’è e, se c’è, non garantisce sicurezza, salario dignitoso, tempo di vita.

Il leader abolizionista nero Frederick Douglass, nel suo celebre discorso del 1852 Cosa rappresenta per lo schiavo il 4 luglio?, esortava a non respingere i principi proclamati nella Declaration – «un glorioso documento di libertà» che pure non contemplava l’abolizione della schiavitù – ma a mostrarne anzi l’insopportabile smentita nella mancata osservanza o manipolazione e stravolgimento, e perché fosse «interpretata così come dovrebbe essere interpretata». Quel monito risuona limpidamente oggi in un’America in cui gli eredi dello schiavismo sono nelle stanze del potere ma nella quale la Carta ha ancora un suo peso determinante, se perfino la Corte suprema più conservatrice di sempre e la meno indipendente di sempre deve farne rispettare certi limiti invalicabili a un’amministrazione d’illimitato e arrogante potere.

Nell’immagine: un uomo senza fissa dimora dorme sui gradini davanti alla Moynihan Train Hall, a New York


Franzen: “La nostra festa rimasta senza un senso nell’America avvelenata”

Nella sessione estiva il Parlamento ha negato un finanziamento ragionevole della 13ª rendita. E l'UBS vorrebbe cambiare tutto il sistema. A vantaggio di chi? Non è difficile indovinarlo 

Di Paolo Mastrolilli, La Republica

«Temo che il sapore distintivo dell’indipendenza americana, a cui persone di ogni tendenza politica potevano partecipare anche solo dieci anni fa, possa andare perduto per sempre». In altre parole, Jonathan Franzen ci sta avvertendo che l’America rischia di celebrare in realtà la propria fine, questo 4 luglio. Non la fine fisica, magari, ma quella della condivisione universale dei valori che hanno reso il suo esperimento democratico un qualcosa di davvero fuori dall’ordinario nella nostra storia, pur con tutti i limiti e difetti propri del genere umano. E proprio perciò fonte di ispirazione anche fuori dai suoi confini, dove invece oggi l’ideologia “America First” cerca forsennatamente, e forse anche stoltamente, di costringerla.

Colpisce ascoltare queste riflessioni condivise con Repubblica da uno come lui, che dopo la pubblicazione nel 2001 di Le correzioniera stato esaltato da Time come il nuovo «Great American Novelist», il grande romanziere americano. Un uomo del Midwest, nato in Illinois e cresciuto in Missouri, che raccontando l’epopea della disfunzionale famiglia midwestern dei Lambert aveva cercato di invitare gli Stati Uniti a riflettere sulla propria disfunzionalità nazionale e la pericolosa direzione intrapresa. Ora Franzen sta scrivendo il secondo capitolo della trilogia iniziata con Crossroads, anticipata sul New Yorker pubblicando la storia A Talent for Seeming. La protagonista è un’adolescente del Montana, Adele, che si mette in testa di fare l’attrice. Dunque America sempre più profonda, ma a maggior ragione determinata a realizzare il proprio sogno.

Seppure nella confusione tra l’ispirazione artistica e la devozione religiosa, che tanta parte ha sempre avuto e sta avendo nella trasformazione del Paese, fondato dai pellegrini sfuggiti alle persecuzioni europee, ma poi forgiato dai principi laici dei padri fondatori che l’amministrazione Trump sta minando, fino al punto di mettere in discussione la separazione tra Chiesa e Stato.

Franzen inizia il suo ragionamento partendo dalla freddezza con cui un’ampia parte degli Stati Uniti vive un’occasione che invece dovrebbe unire ed esaltare. A partire dal flop della Great American State Fair che il presidente Donald Trump ha voluto organizzare sul Mall di Washington, ma viene disertata dal pubblico, dove non manca chi si prepara ad ignorare del tutto un appuntamento storico ormai non più condiviso, o magari volutamente dirottato da una sola parte politica che si sente depositaria dell’ortodossia americana.

«Sento meno entusiasmo – ci dice lo scrittore – per il Duecentocinquantesimo anniversario della fondazione degli Stati Uniti, rispetto a quanto ce ne fosse per un Quattro luglio a caso, dieci o vent’anni fa». Franzen non teme di fare la sua diagnosi sul motivo di questa mancanza di entusiasmo, per un evento che invece avrebbe offerto un’occasione unica per provare a riunificare un Paese così spaccato sul piano culturale, prima ancora che politico: «È una misura di quanto Trump e i suoi minions, i suoi scagnozzi, abbiano avvelenato la vita pubblica qui in America».

Lo scrittore allarga poi la sua diagnosi alle cause ancora più profonde, che vanno oltre la stessa persona di Trump e minacciano di sopravvivergli, anche quando non dovesse più occupare la Casa Bianca: «Questo sentimento potrebbe riflettere una disperazione verso l’idea di “We the People”, “Noi il popolo”, il preambolo che apre la Costituzione. La sensazione che ormai tutto il potere risieda nell’industria tecnologica e nei miliardari».

Vorrebbe dire che l’esperimento americano ha perso la sua stessa anima, non perché non abbia sempre favorito l’imprenditorialità e l’ingegnosità capitalistica venerata da Trump, ma perché al centro del progetto non c’è più il popolo, che lo aveva iniziato gettando nel porto di Boston le casse di tè tassate dall’impero britannico. Secondo questa interpretazione, checché ne dica il presidente, il movimento Maga sarebbe diventato solo uno specchietto per le allodole, l’utile idiota, il cavallo di Troia dentro cui si nascondono i veri interessi di chi possiede e governa il Paese.

Perciò Franzen pare assai pessimista sulla possibilità di uscirne fuori, resuscitando l’anima perduta dell’America, anche a beneficio di chi finora l’aveva ammirata, almeno nell’Occidente, come fonte di esempio e ispirazione: «Possiamo sperare che ci sia una reazione nelle elezioni midterm di novembre, ma temo che il sapore distintivo dell’indipendenza americana, a cui persone di ogni tendenza politica potevano partecipare anche solo dieci anni fa, possa andare perduto per sempre».

Nell’immagine: Jonathan Franzen