Un nuovo messaggio dal calcio

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

Di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera

C’è una frase che viene detta a mezza voce davanti alla tv, che gira sui social, che ripetono i politici più spregiudicati: il calcio è diventato come l’atletica, uno sport «per neri». Il Mondiale come la finale dei 100 metri olimpica. Non soltanto nove squadre africane sono arrivate ai sedicesimi; le squadre europee sono innervate dai figli dell’immigrazione. A cominciare dalla più forte, la favolosa Francia, favorita per la vittoria finale.

Questo fatto oggettivo si può affrontare in tre modi. Il primo è ignobile e inaccettabile. È quello di Eric Zemmour, capo di un partito di estrema destra dal non casuale nome di Reconquête, Riconquista; per lui e quelli come lui, il Mondiale è uno spot per le loro parole-chiave, sostituzione etnica e remigrazione. Il secondo modo è all’apparenza inattaccabile: non ce ne importa nulla del colore della pelle, basta che la squadra del nostro Paese vinca. Il terzo è forse più realistico, e più costruttivo. Non è vero che l’origine e la storia di ogni persona, calciatori compresi, non contino nulla. Anzi, sono molto importanti. E il fatto che le squadre europee siano sempre più rafforzate dai figli dell’immigrazione è un segnale incoraggiante. È una conferma: l’immigrazione, il tema che ormai domina l’agenda politica di qualsiasi Paese europeo, che decide le elezioni, che determina l’ascesa e la caduta dei leader, può essere affrontata, governata, coniugata con il bene comune. E se oggi accade nel calcio, domani può accadere nelle scuole, nella sanità, nella sicurezza.

Intendiamoci: nessuno può essere giudicato per il colore della sua pelle o per il posto da cui viene; tutti abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ma provate a dire a un nero americano o africano che la sua origine, la sua storia non sono importanti; si offenderà moltissimo, perché ne va giustamente orgoglioso. Lo stesso vale per un arabo. Generalizzare è sempre pericoloso? Provate allora a chiedere a Kylian Mbappé se per lui è importante o no essere figlio di un immigrato dal Camerun e di un’algerina. Lo hanno già fatto, e non in questo Mondiale; quando aveva dodici anni. È un video che gira sui social. Il piccolo Kylian mette su un’espressione che più orgogliosa di così non si può, e risponde: «A parte Platini e Cantona, il meglio del calcio francese è sempre stato arabo e nero».

Zemmour dice al contrario che la Francia di America 2026 non rappresenta la Francia tutta intera, ma solo quella «nera e araba delle banlieues, dove i giovani musulmani cacciano i giovani bianchi dai campi di calcio». E rimpiange «la squadra più forte di tutti i tempi, la Francia del 1982, per cui ho trepidato da ragazzo». Qualcuno gli ricordi che Jean Tigana veniva dal Mali — «mio padre era africano, musulmano e gollista» ha ricordato con orgoglio; ecco un altro convinto che le radici siano importanti —; Marius Trésor era antillano; Bernard Genghini, Jean-Marc Ferreri, il portiere Jean-Luc Ettori e l’immenso Michel Platini erano di origine italiana; Manuel Amoros, Luis Fernandez e il ct Michel Hidalgo di origine spagnola. Anche la Francia idolatrata da Zemmour era figlia dell’immigrazione; e gli immigrati italiani all’inizio furono trattati anche peggio di quelli maghrebini e africani, subirono linciaggi da decine di morti come ad Aigues-Mortes in Provenza. E poi il calciatore più rappresentativo della storia francese fino a quel momento, Raymond Kopa, si chiamava in realtà Kopaszewski ed era nipote di minatori polacchi. Non si tratta, in ogni epoca, di contrapporre la «vera Francia» cara alla destra e la «nuova Francia» cara alla sinistra; meglio dire Francia, e basta.

Ovviamente ogni opinione è legittima. Ad esempio, Barack Obama era convinto che la sua origine non fosse così importante. In un celebre intervento disse in sostanza: non conta il fatto che io sarò il primo presidente afroamericano; contano le novità che porterò. I suoi avversari non la pensavano così. Ma se John McCain nel discorso in cui riconobbe la sconfitta — il miglior discorso politico del ventunesimo secolo — disse «ora Obama è il mio presidente, ed è un grande passo in avanti per il nostro Paese», uno storico finanziatore democratico fece il suo ingresso in politica sostenendo che Obama non poteva essere presidente, in teoria perché non era nato negli Stati Uniti (cosa falsa), in realtà perché non era bianco. Si chiamava Donald Trump.

Quando la Francia vinse il suo primo Mondiale nel 1998, molti storsero il naso. Jean-Marie Le Pen attaccò Karembeu perché non cantava l’inno; ma quando gli chiesi un’opinione su Zidane mi disse che gli piaceva molto, anche perché non era arabo ma kabilo e aveva dato ai figli nomi cristiani (i figli Zidane si chiamano Enzo, Luca e Théo; all’epoca non era ancora nato il quarto, che porta il nome biblico di Elyaz. Tutti hanno fatto i calciatori). Alain Finkielkraut — figlio di ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, maoista nel Sessantotto, ora considerato di estrema destra — obiettò che non si riconosceva appieno in quella Nazionale; fu massacrato. Oggi, che l’ex Fronte Nazionale è alla soglia del potere, non accadrebbe più.

In Spagna alle prossime elezioni vincerà la destra del partito popolare e di Vox, il partito di Santiago Abascal, che propugna l’iberosfera. In sintesi: benvenuti ai latinos, che sono cattolici e parlano spagnolo; fuori dai piedi maghrebini e africani. Con questo criterio, Lamine Yamal, figlio di un marocchino e di un’africana della Guinea, non dovrebbe giocare in Nazionale. Ma chi glielo dice ai tifosi?

Forse, se l’Italia per la terza volta ha fallito la qualificazione ai Mondiali, è anche perché non ha saputo attingere al potenziale dei nuovi italiani. È un pallino del nuovo capo del nostro calcio, Giovanni Malagò. Negli altri sport, dall’atletica alla pallavolo, è accaduto; e i risultati sono straordinari. Perché nel calcio non ancora? C’è stato Mario Balotelli, grande promessa incompiuta; ma era il figlio adottivo di una famiglia borghese di Brescia. Cosa aspettiamo ad aprirci ai figli dell’immigrazione? Vale per il calcio come per gli altri settori della vita sociale; poliziotti e carabinieri, ad esempio, non lavorerebbero meglio in certi quartieri difficili se avessimo più neri e arabi in divisa?

Certo, neanche questo sarà risolutivo. Se i pronostici saranno rispettati e la Francia vincerà il Mondiale (ma deve resistere Adrien Rabiot, l’unico che difende a centrocampo), si temono gli incidenti che scoppiano a ogni vittoria del Psg: l’ultima Champions è costata un morto.

Non sarà facile. Camminiamo tutti in una terra incognita. Faremo errori. Imboccheremo strade sbagliate. L’integrazione non si fa in un giorno, e non è mai riuscita per sempre. Ma l’integrazione è come il futuro; non lo determiniamo, eppure è l’unico posto in cui possiamo andare.


Mille giorni di genocidio, Gaza conta il suo vuoto

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

Di Eman Abu Zayed, il manifesto

A mille giorni dall’inizio della guerra in corso a Gaza, i dati ufficiali diffusi dall’ufficio stampa governativo rivelano una delle più gravi catastrofi umanitarie della storia moderna. L’entità della distruzione, delle perdite di vite umane e del collasso umanitario riflette una situazione senza precedenti che colpisce ogni aspetto della vita nel territorio.

Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia.

DAL 7 OTTOBRE 2023 è stata confermata l’uccisione di oltre 73mila palestinesi, mentre circa 9.500 persone risultano ancora disperse, molte delle quali si ritiene siano sepolte sotto le macerie. Bambini e donne rappresentano una percentuale significativa delle vittime: oltre 21.500 i primi, 12.500 le seconde. Migliaia di famiglie sono state completamente sterminate o ridotte a un unico sopravvissuto. Il bilancio umanitario tra i bambini è particolarmente devastante: oltre 520 neonati sono venuti al mondo solo per essere uccisi poco dopo, mentre più di mille bambini di età inferiore a un anno sono morti a causa dei bombardamenti, della fame o della mancanza di cure mediche. Migliaia di madri e padri hanno perso la vita, lasciando orfani decine di migliaia di bambini.

Sono stati inoltre numerosi gli attacchi mirati alle infrastrutture civili essenziali. Sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari, 262 giornalisti e 145 membri della protezione civile, con un grave impatto sui servizi di emergenza. Il sistema sanitario è stato spinto sull’orlo del collasso, con ripetuti attacchi a ospedali, ambulanze e strutture mediche. Il numero dei feriti ha superato le 173mila persone, di cui oltre 40mila soffrono di disabilità permanenti; amputazioni, cecità e paralisi. Migliaia di casi richiedono riabilitazione a lungo termine e cure specialistiche, oggi non disponibili a causa del collasso della sanità.

IL SETTORE È STATO quasi completamente sopraffatto. Decine di ospedali e centri di assistenza sanitaria di base sono stati distrutti o costretti a chiudere, mentre le flotte di ambulanze e i sistemi di pronto intervento sono stati ripetutamente presi di mira. La grave carenza di medicinali, carburante e forniture mediche ha aggravato la crisi causando decessi evitabili per fame, malattie e patologie non curate.

Anche il sistema educativo è stato devastato. Tutte le scuole di Gaza hanno subito danni di varia entità, con una percentuale elevata di edifici parzialmente o completamente distrutti. Più di 20mila studenti sono stati uccisi e centinaia di migliaia di bambini sono stati privati dell’istruzione. Anche le università hanno subito gravi danni o sono state distrutte, mentre centinaia di insegnanti, docenti universitari e ricercatori sono stati uccisi.

La distruzione di abitazioni e infrastrutture ha raggiunto livelli catastrofici. Più di 335mila unità abitative sono state completamente distrutte, mentre altre centinaia di migliaia sono state parzialmente danneggiate o rese inabitabili. Di conseguenza, più di due milioni di persone sono state sfollate con la forza, molte delle quali vivono in rifugi sovraffollati o in tende provvisorie prive dei beni di prima necessità.

I rapporti indicano che oltre 346 centri di accoglienza e sfollamento sono stati presi di mira, aggravando le condizioni umanitarie già gravi. Più di 130mila tende sono diventate inabitabili a causa dell’usura o delle condizioni meteorologiche, lasciando le famiglie esposte a condizioni estreme.

ATTRAVERSO IL BLOCCO e la chiusura dei valichi di frontiera, per oltre 650 giorni Israele ha impedito l’ingresso di centinaia di migliaia di camion di aiuti. Decine di centri di distribuzione alimentare e mense comunitarie sono stati attaccati, contribuendo ad aggravare la carestia. Sono state segnalate centinaia di morti per fame e malnutrizione, tra cui bambini e pazienti vulnerabili.

Anche il settore agricolo ha subito gravi ripercussioni, con oltre l’87% dei terreni agricoli distrutti o resi inutilizzabili. I settori dell’allevamento e della pesca hanno subito perdite ingenti, riducendo ulteriormente la disponibilità di cibo all’interno della Striscia. Il costo economico complessivo della distruzione è stimato in oltre 80 miliardi di dollari in perdite dirette in 15 settori principali, tra cui edilizia abitativa, sanità, istruzione, agricoltura, industria e infrastrutture. Ciò riflette un crollo quasi totale dei sistemi economici.

MENTRE IL GENOCIDIO raggiunge il traguardo dei mille giorni, Gaza si trova ad affrontare un’emergenza umanitaria senza precedenti, caratterizzata da distruzione diffusa, sfollamenti di massa e collasso sistemico dei servizi essenziali. La situazione continua a deteriorarsi, con avvertimenti urgenti da parte delle organizzazioni umanitarie sulle conseguenze a lungo termine qualora la crisi dovesse protrarsi.

Gaza rimane un simbolo della sofferenza umana in un conflitto prolungato, dove le statistiche non riflettono solo numeri, ma milioni di vite individuali colpite dalla guerra, dagli sfollamenti e dalle perdite.


Nato, ultima chance

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

Di Maurizio Molinari, La Stampa

A quattro giorni dall’inizio del summit di Ankara, la Nato rischia di implodere a causa dei disaccordi su spese militari e guerra in Iran: per scongiurare tale scenario il Segretario generale, Mark Rutte, tenta di arginare le ferite aperte con una raffica di iniziative. Da qui l’importanza delle interviste pubblicate dal nostro giornale – oggi alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e ieri al ministro della Difesa, Guido Crosetto – perché alzano il velo su una delle vigilie di vertice più delicate nella storia dell’Alleanza. Le ferite nella Nato nascono da differenze tanto profonde quanto non più celate. Anzitutto, la richiesta della Casa Bianca di portare la spesa militare di tutti i suoi 31 partner almeno al 5% del Pil.

Richiesta ribadita dalle rinnovate critiche del presidente Trump al governo Meloni, a fronte di resistenze e difficoltà da parte degli alleati. E, in secondo luogo, le pressioni di Washington per vedere una missione marittima della Nato negli Stretti di Hormuz in difesa della libertà di navigazione a fronte delle esitazioni di partner disposti a farlo solo all’indomani della conclusione formale del conflitto armato Usa-Iran iniziato lo scorso febbraio.

Si tratta di uno scenario ad alto rischio per l’Alleanza perché, sulla carta, le posizioni appaiono assai distanti. Da qui l’offensiva di Rutte che, rivolgendosi al pubblico americano, ha prima ricordato che gli alleati hanno messo a disposizione le basi per le operazioni in Iran – pur all’interno dei limiti conseguenti alla mancata partecipazione al conflitto – e poi si è spinto fino a sottolineare l’alto numero di posti di lavoro americani frutto degli investimenti degli alleati nell’industria militare. In tale cornice, si spiega anche il passo del Canada di creare, assieme ad altri nove partner, la “Defence, Security and Resilience Bank” per destinare almeno 100 miliardi di dollari di investimenti alla necessità da parte delle “medie potenze” di sostenere una Nato dove l’impegno finanziario di Washington è destinato a calare.

Il focus è così sui partner dell’Ue decisivi per la sorte della Nato e, in particolare, anche sull’Italia per il ruolo strategico che abbiamo nel cuore del “Mediterraneo allargato”, il fronte Sud della Nato. Ecco perché quanto Roberta Metsola e Guido Crosetto hanno consegnato alle nostre pagine ha un valore particolare e descrive ciò che sta avvenendo. La presidente dell’Europarlamento afferma infatti che l’”Europa deve assumersi una maggiore responsabilità per la propria sicurezza” con un esplicito riferimento alle spese militari ed all’”Italia pilastro della base industriale della difesa comune” con una scelta di toni e termini in evidente sintonia con quanto affermato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sulla necessità per l’Ue di “avere lo stomaco per combattere” accelerando il cammino suggerito anche da Mario Draghi, ex premier ed ex presidente della Bce, per poter consentire all’Ue di agire “come un solo Stato”.

La Metsola sprona l’Europa su questo sentiero perché percepisce che senza la determinazione necessaria il summit di Ankara rischia il fallimento, trascinando a fondo ciò resta della collaborazione strategica euroamericana vitale per la sicurezza collettiva.

Ma non è tutto perché Guido Crosetto, nell’intervista che abbiamo letto ieri, ha fatto un passo in più offrendo la disponibilità del nostro Paese a partecipare ad una “nuova missione in Libano” di “peace enforcement” per sostituire l’Unifil, che scade a fine anno, e poter contribuire a “disarmare Hezbollah” come si propongono Washington, Beirut e Gerusalemme nelle intese che sono state di pace siglate pochi giorni fa al Dipartimento di Stato. “Una missione nel quadro Onu e con il consenso delle autorità libanesi per sequestrare depositi di armi illegali e impedirne la ricostituzione”. Ciò significa che, in attesa delle condizioni necessarie per la missione Nato a Hormuz, il ministro della Difesa apre a Washington su uno dei fronti più importanti per la stabilizzazione del Medio Oriente e l’allargamento degli Accordi di Abramo. Proprio come auspicato dalle monarchie del Golfo, guidate da Riad ed Abu Dhabi, che hanno spinto il Libano a siglare l’accordo di Washington a dispetto delle minacce di Teheran. Lo scenario disegnato dal ministro della Difesa non ha solo un valore strategico, per la collaborazione Ue-Usa in Medio Oriente, ma anche economico perché significa che l’Italia è disposta a partecipare agli oneri finanziari che una tale missione internazionale è destinata a comportare. Andando così incontro alla richiesta-chiave degli Usa sull’aumento delle spese militari.

Insomma, tanto Metsola che Crosetto testimoniano la volontà di un’Europa che cerca di trasformare il summit di Ankara nell’occasione per rilanciare – e non affossare – l’Alleanza come strumento di garanzia di stabilità e sicurezza nel Mediterraneo. Sarà il vertice a dire quanto e come questa delicata scommessa sui legami Europa-Usa può essere vinta a dispetto delle divergenze, personali e politiche, che la maggioranza dei leader hanno con Donald Trump.

Nell’immagine: Mark Rutte


L’oriente, Lutero, re Enrico: mille anni di scissioni all’ombra del potere

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

Di Corrado Augias, La Repubblica

Si sentono parole che portano un’eco di tempi lontani, diversi dai nostri, quando il peso delle questioni religiose era molto maggiore: scisma, scomunica. In realtà si mescolano, nel movimento di monsignor Lefebvre, motivi dottrinali e motivi politici, come del resto è sempre avvenuto per ogni altro scisma nella lunga storia della Chiesa. Certo, c’è la richiesta di ripristinare la messa tridentina in latino (concilio di Trento, 1545-1563); c’è il rifiuto di un dialogo interreligioso considerato fuorviante rispetto alla vera fede, c’è il sostanziale rifiuto delle decisioni prese nel corso del Concilio Vaticano II. In un certo senso le dispute sono un bene, questi movimenti scismatici, queste lotte in nome della dottrina, della sua interpretazione, sono un segno di vitalità. Possono provocare una crisi, certo, ma lo stesso apparato che accompagna queste cerimonie, quelle scenografie, quei costumi sontuosi, quei copricapi così inconsueti che sarebbero assurdi se non richiamassero un’antichità profonda, sono il segno appariscente di una accanita volontà di conservazione.

Gli scismi, del resto, hanno continuamente accompagnato la storia della Chiesa. Ricordo uno dei meno antichi in ordine di tempo, lo scisma anglicano del 1534. Originò da una serie di motivi che nella vulgata popolare viene semplificato nel desiderio di re Enrico VIII di divorziare da Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena di cui s’era invaghito, dalla quale sperava anche d’avere una solida discendenza maschile che assicurasse il futuro della dinastia. Divorziare tra l’altro è un termine impreciso, il re in realtà chiedeva a papa Clemente VII l’annullamento delle nozze, che è un po’ quello che si faceva anche in Italia, con un ricorso alla Sacra Rota, fino all’introduzione del divorzio. Un modo ingegnoso di aggirare la sacralità del vincolo. Da Roma arrivò un rifiuto e anche qui le motivazioni sono complesse. Dopo il sacco di Roma del 1527, Clemente VII era molto esposto nei confronti dell’imperatore Carlo V che aveva mandato i suoi lanzichenecchi a devastare Roma. L’imperatore, nipote di Caterina, spingeva per difendere la zia. Annullare le nozze, peraltro notoriamente consumate, sarebbe stato un atto chiaramente ostile che era meglio evitare. Insomma, lo scisma ci fu anche per ragioni d’opportunità politica. Con l’Atto di supremazia (1534) Enrico VIII venne proclamato capo suprema della chiesa d’Inghilterra (Anglicana Ecclesia), titolo trasmissibile a tutti i suoi successori. Per restare ai nostri giorni è stato capo supremo la regina Elisabetta II così lo è ora suo figlio, l’attuale sovrano Carlo III, così sarà William il giorno in cui salirà al trono.

Ma lo scisma inglese probabilmente non ci sarebbe stato, o sarebbe stato più difficoltoso, se in Europa non avesse circolato un’atmosfera politica favorevole a gesti del genere. Pochi anni prima (31 ottobre 1517) Lutero aveva staccato da Roma buona parte dell’Europa settentrionale e della stessa Francia. L’autore del più grave scisma della cristianità era un agostiniano esattamente come l’attuale papa Leone XIV, il primo attuò lo scisma, Leone combatte per evitarlo. La storia conosce di questi paradossi.

Ci sono naturalmente anche altre ragioni a spiegare ciò che allora accadde. Per esempio, le monarchie nazionali andavano rafforzando il loro potere. Nemmeno Enrico VIII avrebbe probabilmente osato un gesto del genere se non avesse “sentito” con fiuto politico che il suo popolo era largamente favorevole ad una separazione da Roma. Seguì la confisca dei beni ecclesiastici con un certo beneficio per le casse dello Stato ma anche notevoli vantaggi per i più accorti speculatori. L’acquisizione dei beni immobili della Chiesa contribuì non poco ad un nuovo disegno del paesaggio rurale ed urbano dell’Inghilterra.

Un’altra pagina drammatica è quella che va sotto il nome di scisma d’Oriente — 1054. In questo caso le ragioni dottrinali e quelle politiche e di potere sono intrecciate con evidenza ancora maggiore rispetto allo scisma d’Inghilterra. In apparenza questa drammatica rottura, che separò la Chiesa cattolica dalla Chiesa ortodossa, è legata ad una sola semplice parola “Filioque” — in italiano “e dal figlio”. La questione dottrinale è infatti legata ad una disputa teologica sul Credo, l’atto di fede che lega i cristiani alla loro religione («Credo in unum Deum…») un patto, un vincolo. Nella tradizione latina si aggiunse che lo Spirito Santo, terza persona della Trinità, discende, proviene, dal Padre e dal Figlio, Il versetto recita: «In Spiritum Sanctum [Credo] qui ex Patre Filioque procedit». L’obiezione degli orientali fu che quella doppia discendenza poteva generare l’equivoco che nella Trinità ci fossero due fonti dalle quali la terza persona proveniva. Infatti nella tradizione orientale il figlio scompare, resta solo il padre. Anche in questo caso, però, alle ragioni puramente dottrinali altre intervennero, di natura politica. Per esempio, il peso rispettivo che le due capitali, Roma e Costantinopoli, reclamavano a sé. Vero che gli abitanti di Costantinopoli si definivano “romani”, erano consapevoli che la vera Roma aveva ormai cominciato un declino che avrebbe via via cancellato la sua gloria passata. Poi anche Costantinopoli cadde (1453), la città cambiò nome diventando Istanbul ma la vecchia disputa rimase e, come nel caso dell’Inghilterra, è ancora oggi viva in molti paesi dell’Europa orientale, Russia compresa.

La storia della Chiesa è lunga, lo scisma dei Lefebvriani sarà presto una nota a pie’ di pagina.


Clima, il costo più alto lo subiscono le donne

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

Di Giorgio Vincenzi, il manifesto

La crisi climatica non è neutra! È dimostrato che donne e ragazze, soprattutto quelle che vivono in zone marginalizzate del mondo, sono tra le più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici mettendo a rischio i loro diritti fondamentali e la salute. Anche il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, lo ha affermato durante la Giornata internazionale della donna: «Il cambiamento climatico è sessista. Le donne sono spesso le ultime a mangiare nelle crisi alimentari e corrono maggiori pericoli nelle emergenze. Le ragazze corrono rischi più elevati di matrimoni precoci quando i mezzi di sussistenza crollano. Ma le donne sono anche in prima linea nelle soluzioni climatiche, promuovendo leggi ecologiche, alimentando movimenti globali e guidando il cambiamento sul terreno».

MENTRE IL RECENTE RAPPORTO Progress of the World’s women 2026: gender equality in the age of climate crisis (I progressi delle donne nel mondo 2026. L’uguaglianza di genere nell’era della crisi climatica) di UN Women – Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile – sostiene che le donne sono presenti nelle tematiche delle politiche climatiche, ma molto meno nelle trasformazioni che quelle politiche dovrebbero produrre per limitare gli effetti degli impatti climatici su di loro.

IN CHE MODO LA CRISI climatica colpisce le donne? Qui ci viene in aiuto la ricerca condotta dall’organizzazione no profit italiana WeWorld dal titolo On our lands, on our bodies (Sulle nostre terre, sui nostri corpi) realizzata tra gennaio e fine ottobre 2025 in Brasile, Tanzania e Kenya e presentata alla recente COP30 tenutasi a Belém (Brasile). Il lavoro svolto dall’organizzazione documenta che quando il clima con i suoi eventi estremi porta a situazioni di catastrofe umanitaria a subirne il peso maggiore sono le donne. E questo accade soprattutto nei contesti più marginalizzati mettendo a rischio diritti fondamentali, tra i quali quelli legati alla salute sessuale e riproduttiva.

BRASILE. In Brasile lo studio è stato condotto nelle comunità indigene del Ceará evidenziando come il cambiamento climatico stia ridefinendo le dinamiche di potere all’interno delle famiglie. Il degrado ambientale minaccia i mezzi di sussistenza tradizionali e i sistemi alimentari. Gli eventi climatici estremi e le infrastrutture danneggiate – è riportato nella ricerca di WeWorld – limitano l’accesso ai servizi sanitari, con gravi effetti sulla salute di donne e bambini, mentre aumentano i casi di gravidanze precoci, matrimoni forzati e violenza di genere. Nonostante ciò, si legge, le donne indigene stanno assumendo ruoli di leadership all’interno delle famiglie e delle comunità ma il peso delle norme patriarcali e la fragilità delle reti di supporto femminile rendono necessario un intervento mirato e sensibile al contesto locale.

TANZANIA. «Le difficoltà economiche e lo stress causati dai rischi climatici rendono donne e ragazze più vulnerabili alla violenza di genere, inclusi matrimoni forzati, violenza sessuale e domestica». Sono le parole di una donna della Tanzania riportate nella ricerca. Nel Paese del centro Africa l’indagine ha mostrato come il cambiamento climatico influenzi la salute materna attraverso l’impatto sulle condizioni socioeconomiche locali. L’accesso all’acqua rappresenta una sfida critica: il 58 per cento delle donne segnala difficoltà e l’81 per cento è costretto a percorrere lunghe distanze per procurarsela, con rischi per la salute e per la sicurezza. L’insicurezza alimentare causata dal cambiamento climatico – riporta la ricerca – influisce negativamente anche sulla nutrizione materna e sull’allattamento: oltre la metà delle donne ha difficoltà ad accedere a cibi nutrienti. Lo stress ambientale influenza le decisioni sulla pianificazione familiare e aggrava i rischi per il benessere materno.

KENIA. «Per una giovane donna in Kenya, vivere gli effetti del cambiamento climatico significa affrontare incertezze sul proprio futuro. L’istruzione viene interrotta, i mezzi di sussistenza vengono meno e spesso può essere esposta a matrimoni precoci. Significa anche che la resilienza della sua comunità si indebolisce» racconta Lydia Wanja Kingeru una giovane attivista e ricercatrice keniota impegnata per la giustizia climatica che ha presentato la ricerca On our lands, on our bodies a COP30 e che lo scorso maggio ha visitato diverse realtà di attivismo giovanile di Milano, insieme a WeWorld, all’interno del progetto #RebootingTheFoodSystem finanziato dall’Unione europea. «Le donne sono in prima linea nelle strategie di adattamento guidate dalle comunità; quindi, quando una giovane donna è colpita, la sua capacità di partecipare efficacemente a iniziative che rafforzano la resilienza viene limitata», continua Kingeru. «Le questioni legate ai suoi diritti, alla sua capacità decisionale e alla sua autonomia diventano più gravose. I progressi nei diritti e nell’emancipazione delle donne si indeboliscono, mentre sistemi oppressivi si rafforzano. Per una giovane donna – continua – ciò significa maggiore dipendenza, che a causa delle crescenti difficoltà economiche familiari può sfociare anche in violenza di genere».

LIDIA WANIJA KINGERU – che opera anche nell’Unesco youth forum Kenya e nel Children and youth major group dellUnep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente – rappresenta la generazione keniana che chiede azioni climatiche più eque e inclusive. «Nel mio Paese i giovani stanno contrastando attivamente il cambiamento climatico in diversi modi», afferma Kingeru. «In ambito agricolo sono in aumento coloro che adottano pratiche di agricoltura intelligente rispetto al clima. Nelle aree urbane riqualificano terreni per l’agricoltura biologica e utilizzano metodi innovativi, da materiali riciclati a sistemi avanzati come idroponica e acquaponica, anche perché il tema della sicurezza alimentare è cruciale in Kenya. Inoltre, stanno sviluppando modelli di economia circolare utilizzando, per esempio, la Black soldier fly per trasformare i rifiuti in fertilizzante e mangimi per animali.

Stanno anche realizzando iniziative di sensibilizzazione e consapevolezza sul cambiamento climatico nelle comunità locali: la conoscenza è potere! Più le persone comprendono il problema, più sono portate ad agire. Attraverso la piantumazione di alberi, concorrono positivamente al futuro delle prossime generazioni».

RACCOMANDAZIONI PER ORIENTARE politiche e pratiche. La ricerca On our lands, on our bodies invita a creare dei piani di adattamento e mitigazione in cui l’azione climatica sia intrecciata all’azione per la giustizia di genere. Per WeWorld vuol dire provare a lavorare in maniera multisettoriale considerando, per esempio, la protezione, la salute, l’accesso all’acqua in un’ottica di genere tenendo conto dei casi specifici dove sono protagoniste le donne. Altra cosa fondamentale, per chi ha svolto la ricerca, è il riconoscimento del sapere locale attraverso il finanziamento delle comunità e dei gruppi di donne che hanno mostrato già di conoscere le soluzioni per mitigare la crisi climatica che si deve trasformare in progetti e interventi sul territorio guidati dalle donne stesse.

Nell’immagine: alcune donne attingono acqua per il bestiame nei pressi del villaggio di Matana, nella contea di Wajir, in Kenya


Russia, calo record della fiducia verso le istituzioni

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

Di Giovanni Pigni, La Repubblica

Un recente sondaggio di Gallup registra un livello record di pessimismo in Russia riguardo alla situazione economica e un forte calo della fiducia nelle istituzioni. Secondo l’indagine, condotta tra marzo e maggio, il 60% dei russi ritiene che le condizioni economiche nella propria città o regione siano in peggioramento: si tratta del dato più alto registrato negli ultimi vent’anni, da quando Gallup ha iniziato a condurre questa indagine annuale.

I precedenti picchi risalivano al 2020 e al 2021, durante la pandemia di Covid, quando la quota si attestava rispettivamente al 45% e al 50%. Solo il 27% degli intervistati ritiene invece che la situazione economica locale stia migliorando. Anche la percezione delle proprie condizioni di vita è ai minimi storici: il 56% afferma che siano in peggioramento. Secondo il centro di ricerca statunitense, questi dati riflettono il rallentamento dell’economia di guerra e l’indebolimento di molti settori dell’economia civile.

Il sondaggio evidenzia inoltre un netto calo della fiducia nelle principali istituzioni del Paese. La fiducia nel governo è scesa dal 67% dello scorso anno al 53%, mentre quella nelle Forze armate è diminuita dal 79% al 66%. Particolarmente significativo è il crollo della valutazione della libertà dei media, passata dal 59% al 34%. Quest’ultimo dato potrebbe riflettere il crescente controllo di internet e il recente blocco di Telegram, l’app di messaggistica utilizzata da milioni di russi anche come fonte di notizie.

Anche i risultati di altri sondaggi sembrano andare nella stessa direzione: il centro demoscopico russo Vtsiom, controllato dallo Stato, ha registrato un significativo calo del consenso nei confronti del presidente Vladimir Putin, passato dal 72,9% all’inizio di marzo al 67,5% alla fine di maggio.


Usa, aumentano le vittorie dei socialisti democratici: puntano al Congresso ma anche a Washington

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. Un anno fa, i Democratic Socialists of America (DSA) contavano due membri al Congresso. Dopo martedì, sono sulla buona strada per averne almeno cinque.

L’ultimo successo del gruppo è arrivato a Denver, dove Melat Kiros, una socialista democratica di 29 anni, ha sconfitto la deputata democratica Diana DeGette, in carica dal 1997 – ben 15 mandati – in rappresentanza del primo distretto congressuale del Colorado.

Si tratta dell’ennesima sorpresa alle primarie democratiche che spinge la DSA a puntare a ulteriori risultati positivi questo autunno e — secondo i suoi leader — a una corsa competitiva per la Casa Bianca nel 2028.

Il risultato, inoltre, è significativo di come una buona parte del Partito Democratico si stia spostando sempre più verso sinistra e viva un profondo malcontento con l’attuale status quo.

Di fatto, Diana DeGette sedeva al Congresso da quasi trent’anni e fa parte del Congressional Progressive Caucus.

Kiros – nel suo messaggio politico – ha proprio sostenuto la necessità di un cambio di leadership e ha incentrato il suo programma sulle famiglie lavoratrici, puntando all’introduzione di un sistema sanitario universale e di servizi di assistenza all’infanzia e agli anziani.

Si è inoltre impegnata a non accettare fondi provenienti dai Political Action Committee (PAC) delle aziende, che raccoglie fondi per sostenere o finanziare campagne elettorali di candidati politici.

«Gli attuali rappresentanti in carica si sono adagiati troppo sugli allori», ha dichiarato Kiros martedì, «Credo che stiamo assistendo a una resa dei conti e, francamente, a un referendum sulla capacità della leadership del partito di battersi concretamente per le politiche che stanno a cuore agli elettori».

Questa vittoria mantiene vivo lo slancio dei Democratic Socialists of America ed è l’ultimo focolaio di una guerra civile democratica.

La scorsa settimana, una serie di candidati di sinistra ha sconfitto deputati democratici uscenti o vinto elezioni molto combattute a New York, forti dell’appoggio del sindaco di New York Zohran Mamdani.

Nel Maine, Graham Platner ha vinto le primarie democratiche a giugno, portando un progressista con un messaggio a favore della classe operaia – e un passato complesso – sulla scheda elettorale dei democratici in uno dei seggi del Senato più competitivi nelle elezioni di medio termine di novembre.

Le vittorie a New York, inoltre, hanno fatto scattare l’allarme per i centristi, e le elezioni in Colorado sono servite da barometro per capire se i candidati progressisti attraggono gli elettori al di fuori delle aree metropolitane costiere.

Le fila del gruppo potrebbero ampliarsi ulteriormente il 4 agosto, quando l’ex deputata Cori Bush, socialista democratica, tenterà di riconquistare il seggio nell’area di St. Louis perso nel 2024.

Attualmente, la Camera dei Rappresentanti conta tra le sue fila come socialisti solo le deputate Alexandria Ocasio-Cortez (New York) e Rashida Tlaib (Michigan).

I candidati socialisti democratici in lizza quest’anno hanno basato la propria campagna elettorale sulle priorità al centro del programma della DSA: “Medicare for All” (assistenza sanitaria universale), alloggi più accessibili, tasse più alte per i cittadini americani più ricchi e una politica estera dichiaratamente filo-palestinese.

Il senatore del Vermont Bernie Sanders, padrino del movimento progressista, ha mobilitato la sua rete di sostenitori per raccogliere fondi e promuovere l’affluenza alle urne a favore di Kiros.

Nel frattempo, nell’ultimo decennio, Sanders ha visto crescere la propria influenza all’interno del Partito Democratico e ha spinto migliaia di persone a candidarsi a cariche pubbliche da quando il presidente Donald Trump ha assunto l’incarico per la seconda volta.

L’ala dell’establishment democratico, da parte sua, ha reagito con insofferenza all’atteggiamento combattivo e alle posizioni di estrema sinistra di questi candidati, avvertendo che un approccio del tipo “tutto o niente” rispetto a tali obiettivi rischierebbe di paralizzare i lavori della Camera – a maggioranza democratica – e di penalizzare il partito nelle elezioni generali.

Megan Romer, copresidente nazionale della DSA, ha previsto che i nuovi arrivati cambieranno il modo in cui opera l’assemblea.

«Vedrete all’opera dei veri combattenti, pronti a battersi concretamente per ottenere il miglior risultato possibile, anziché accettare subito compromessi fiacchi che vanno a vantaggio dei super-ricchi».

Tuttavia, i leader della DSA affermano di non aspettarsi che i propri membri si discostino dagli altri Democratici in ogni votazione al Congresso.

«Probabilmente saranno voti [Democratici] scontati su questioni a vantaggio dei cittadini», ha detto Romer.

Il raggio d’azione della DSA si estende ormai oltre il Congresso. A New York, il socialista democratico Zohran Mamdani ha conquistato la carica di sindaco, portando il movimento alla guida della città più grande del Paese.

Tuttavia, il gruppo punta a sfruttare la sua capillare e combattiva organizzazione sul territorio per espandere la propria influenza ben oltre le poche grandi città in cui è già presente.

«È una sfida che stiamo cercando di superare», ha affermato Gustavo Gordillo, copresidente della DSA di New York. «Credo che, nel caso degli elettori a reddito estremamente basso, la difficoltà risieda nel fatto che l’apatia è talmente profonda negli strati più depoliticizzati della società da rendere ancora più arduo convincerli che sia davvero possibile trasformare la società e le altre componenti della classe lavoratrice».

I vertici della DSA stanno già guardando al prossimo ciclo elettorale, sperando di espandere la propria presenza al Congresso e, forse, di puntare alla Casa Bianca.

«Abbiamo un comitato interno che sta già lavorando a questo processo», ha dichiarato Megan Romer in merito all’iniziativa di individuare un candidato alla presidenza per il 2028.

È stata anche “discussa” l’ipotesi di lanciare una sfida socialista a Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera e possibile prossimo Speaker.

A detta della DSA non ci sono limiti, in questo momento, alle loro ambizioni politiche.


Sabato: “Trump utilizza il suo ruolo per accumulare ricchezze, così non era mai accaduto”

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

«Stavolta è diverso», giura Larry Sabato. Stavolta – dice il politologo della University of Virginia – «le dimensioni e le modalità con cui Trump si sta arricchendo alle spalle di tutti gli americani sono tali che mi aspetto una reazione elettorale. Ormai con questa amministrazione viviamo un Watergate al giorno».

Cosa ha pensato, quando ha visto la dichiarazione dei redditi?

«Sento dire che non importa a nessuno, ma penso sia assolutamente sbagliato. Quando la gente scoprirà i dettagli sarà indignata, è totalmente senza precedenti. Questo è il mio campo e nessun presidente prima di lui si è mai sognato di arricchire se stesso e la propria famiglia come Trump e i suoi figli. Siamo oltre lo shock, stanno semplicemente lottizzando la Casa Bianca. Non traggono solo profitto dalla presidenza, ma con essa stanno costruendo una corporation miliardaria».

Finora i suoi elettori hanno perdonato tutto a Trump, perché stavolta dovrebbe essere diversa?

«La quantità di denaro. La maggior parte degli americani non sa nemmeno cosa siano le criptovalute, ma vede il risultato finale: miliardi aggiunti alla ricchezza già sostanziosa del presidente e i suoi figli. Probabilmente poi ci sono altre cose di cui non sappiamo, tipo gli affari immobiliari nascosti all’estero. Jared Kushner prende soldi dagli Stati arabi mentre negozia con loro per conto di Trump: è tutto frutto della sua intelligenza e genialità, che attira milioni di dollari, oppure c’entra il fatto che sia il genero del presidente?».

Forse neanche Trump sapeva cosa fossero le criptovalute, prima di guadagnarci quasi un miliardo e mezzo nel giro di un anno?

«L’ha detto lui stesso che non ne sapeva nulla, ma l’importante era incassare. Dimostra che i profitti non sono venuti dalla sua abilità in un settore che non conosceva, ma dal vantaggio della carica. Molti investitori magari ci hanno perso, tanto lo scopo per loro non era guadagnare, ma ingraziarselo o ottenere qualcosa in cambio».

Tipo?

«Non avete visto le notizie sulle grazie? Il prezzo attuale di un perdono presidenziale è circa un paio di milioni di dollari. Si vendono pure provvedimenti di grazia. E c’è un motivo».

Quale?

«Ho studiato la corruzione politica tutta la vita e ho imparato una cosa: la strategia dei corrotti è cercare di esserlo in ogni maniera possibile, perché più numerosi e complicati sono i casi, più il pubblico si confonde, non riesce a seguirli e condannarli. Così la fanno franca. In un’altra era, se si fosse saputo che un presidente vendeva i perdoni sarebbe stato costretto a dimettersi. Qualcuno ha detto che con questa amministrazione viviamo un Watergate alla settimana: sbagliato, è un Watergate al giorno».

Trump risponde che si è arricchito perché tutti si stanno arricchendo, grazie al rialzo dei mercati.

«Ho riso a crepapelle, quando l’ho sentito. Certo, siamo tutti miliardari, grazie signor presidente. È oltre la vergogna. E viene incoraggiato a seguire i peggiori istinti dallo staff e dai figli».

I suoi elettori però lo ammirano per la furbizia.

«Certo, tutti i ricchi si comportano così. Quindi vuoi eleggere qualcuno alla carica più potente del mondo affinché possa essere ancora più corrotto? Geniale».

Può avere un effetto sulle elezioni midterm?

«Deve, ma bisogna che i democratici si sveglino e facciano la loro parte. Invece di parlare di Israele, che è importante ma non è il tema su cui votano gli americani, puntino su accessibilità economica, gli effetti della guerra in Iran e la corruzione. Non dovrebbero parlare di altro, Trump sta truffando tutti».

Cosa prevedono i suoi sondaggi?

«La Camera dovrebbe ancora andare ai democratici, ma hanno perso fra 7 e 10 seggi con la manipolazione dei collegi, dove si sono lasciati fregare dai repubblicani. La strada ora è in salita. Al Senato ci sarebbe ancora un percorso per togliere la maggioranza al Gop, che passa dai seggi in Georgia, Michigan, Maine, Nebraska, Iowa e Ohio: è possibile, ma ad oggi non probabile».

Intanto alle primarie vincono i socialisti.

«Appunto, è più forte di loro. I socialisti stanno dominando i distretti più blu, dove i democratici vincerebbero presentando chiunque, ma i loro successi mandano al resto dell’America un messaggio che impaurisce i moderati e aiuta Trump. I democratici possono ancora vincere, ma devono svegliarsi, smettere di dividersi e litigare, e prendere decisioni di buon senso».

Nell’immagine: la financial disclosure di Donald Trump


Allarme, ora il mare bolle. Sei gradi in più della media. “Gravi danni all’ecosistema”

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

Di Elena Dusi, La Repubblica

L’aria è torrida, ma anche il mare ribolle. Chi si tuffasse oggi in Sardegna troverebbe una temperatura dell’acqua da pieno agosto, con circa 28 gradi. Tutt’attorno all’isola i satelliti del servizio europeo di Copernicus misurano una superficie di 6 gradi più calda rispetto alla media del periodo degli ultimi 40 anni. Per tutto l’inverno il Mediterraneo è rimasto uno o due gradi oltre la norma. La stagione fredda non l’ha mai rinfrescato davvero. A maggio si è presentata una prima ondata di calore marina e a giugno le lunghe giornate di sole lo hanno irradiato in abbondanza. L’ondata di caldo che va avanti da due settimane ha poi avvolto anche la sua superficie. E le temperature dell’acqua sono aumentate rapidamente.

Il riscaldamento avviene in tutti gli oceani. Copernicus il 21 giugno ha misurato il record di sempre: 21 gradi come media dei mari del mondo. Se l’aria nel suo complesso con il cambiamento climatico ha guadagnato 1,4 gradi, l’acqua che assorbe calore più lentamente è a 0,5. Il Mediterraneo però, chiuso da tutti i lati da un’Africa che sforna aria torrida e un’Europa che si riscalda a ritmi doppi rispetto al resto del pianeta, oggi presenta valori fuori scala. «Si prevede che questo record — scrive il bollettino di Copernicus — avrà conseguenze sia sugli andamenti meteorologici che sul clima globale e sugli ecosistemi marini».

Per chi si tuffa potrebbe essere piacevole. Per chi boccheggia a terra no. Ancor meno per chi si troverà sotto ai temporali previsti da domani, caricati di umidità da un’evaporazione accelerata dalla temperatura alta del Tirreno settentrionale. «Il calore del mare è tutta energia pronta a essere ceduta all’atmosfera» spiega Massimiliano Pasqui, fisico dell’atmosfera del Cnr. «Quando, come ci aspettiamo per domani, una corrente fresca e instabile scende dall’Atlantico e incontra una massa d’aria torrida e umida, abbiamo tutte le condizioni per temporali profondi, efficienti, organizzati. Sono fenomeni di classe superiore rispetto ai temporali di calore, accompagnati da precipitazioni molto abbondanti e grandinate». La protezione Civile ha emanato per oggi un’allerta gialla o arancione in 14 Regioni, soprattutto al centro-nord, ed è pronta a rivedere la situazione per domani.

«Le perturbazioni anche intense cui abbiamo assistito nei giorni scorsi al nord avevano natura diversa» spiega Pasqui. «Erano temporali di calore. I fenomeni previsti per domani saranno intensi, localizzati e si svilupperanno rapidamente. Tutte queste condizioni rendono molto difficili le previsioni. Quando abbiamo a che fare con ondate di calore che coprono mezza Europa e restano fisse per giorni e giorni non abbiamo difficoltà a lanciare allerte. Domani sarà diverso».

E se poi, a partire dal prossimo fine settimana, le temperature torneranno a salire per una nuova ondata di calore che si attesterà attorno ai 35 gradi, quel grande serbatoio di energia termica che è oggi il mare continuerà in parte a dare il suo contributo. «Durante le ondate di calore, quando le correnti spingono masse d’aria calda dall’Africa verso l’Europa, il Mediterraneo ha un ruolo sostanzialmente passivo» precisa Pasqui. «La superficie del mare si riscalda per irraggiamento solare, ma anche per contatto con l’aria torrida». Masse d’acqua così calde non aiutano a mitigare le temperature a terra, e se la sera le minime restano alte è anche a causa loro.

Che piova o che ci sia il sole insomma sempre caldo resterà nei prossimi giorni. La pausa fresca dei temporali di domani durerà due o tre giorni, anche perché l’azione equilibratrice del mare stavolta si farà sentire in un senso solo: mantenendo le temperature alte anche di sera e anche con i temporali, smussando quei minimi che di notte e con le perturbazioni potrebbero portarci sollievo.

Il progredire dell’estate poi farà aumentare ancora le temperature del Mediterraneo. «Il massimo viene raggiunto di solito a fine agosto e settembre. Non a caso l’autunno in Italia è la stagione dei nubifragi più forti» spiega il ricercatore del Cnr. «Quando con i primi freschi le perturbazioni atlantiche scendono da nord, incontrano un’acqua carica di calore dopo un’estate intera. Negli ultimi anni abbiamo visto questo schema ripetersi fino a inizio dicembre, viste le temperature alte dei mari. Oggi vi assistiamo anche a fine giugno, ed è piuttosto insolito».

Se la corrente calda de El Niño, che da questa primavera si sta sviluppando in maniera particolarmente intensa, può aver contribuito al record globale di 21 gradi registrato da Copernicus, i 6 gradi in più del Mediterraneo sono un fenomeno del tutto locale. «Di El Niño potremmo risentire — spiega Pasqui — ma in maniera piuttosto mediata, e comunque non prima della fine di autunno».


L’intelligenza artificiale non eguaglia gli ingegneri: Ford richiama i dipendenti umani

Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo 

A CURA DELLA REDAZIONE ECONOMIA, La Stampa

Dietrofront dentro Ford. Nelle ultime settimane, la casa automobilistica statunitense ha richiamato alcuni ingegneri umani dopo che i suoi sistemi automatizzati nel controllo qualità, basati sull’intelligenza artificiale, non sono riusciti a eguagliare le loro competenze. Ma non è un fenomeno circoscritto, perché a detta dell’agenzia Bloomberg negli ultimi anni sarebbero oltre 300 gli addetti umani che sono stati reinseriti in azienda.

Usando le parole del vicepresidente per la tecnologia hardware dei veicoli di Ford, Charles Poon, «l’intelligenza artificiale è uno strumento fantastico, ma è efficace solo quanto le informazioni utilizzate per addestrarla». Quanto basta per gelare l’entusiasmo per le nuove tecnologie che si affidano agli algoritmi adottate in campo industriale.

Inoltre, il chief operating officer di Ford, Kumar Galhotra, evidenzia che col tempo l’azienda si è affidata in misura sempre più crescente ai sistemi automatici di qualità, ma i risultati sono stati deludenti. Da qui, il richiamo degli specialisti incaricati di scovare i punti deboli prima che un componente arrivi in fabbrica. E quindi, il loro compito sarà quello di addestrare gli strumenti.

Secondo Poon, il problema non è stato solo lo strumento (ovverosia, l’Ai), quanto il fatto che i tecnici più esperti avevano lasciato l’azienda prima ancora di poter trasferire le proprie competenze ai sistemi che avrebbero dovuto rimpiazzarli. Senza il know-how, l’automazione ha quindi amplificato gli input deboli.

Durante la conference call sui risultati finanziari di ottobre, il direttore operativo del gruppo, Kumar Galhotra, aveva annunciato che l’azienda stava «implementando l’Ai nell’intero sistema industriale». Il che comprende l’installazione di 900 telecamere dotate di intelligenza artificiale negli stabilimenti «per rilevare i problemi di qualità alla fonte e aiutarci a mitigare le interruzioni di fornitura».

Dietro tutto questo, c’è una ragione precisa: l’amministratore delegato Jim Farley intende aumentare i profitti. Ma fare il passo più lungo della gamba ha portato il quartier generale di Dearborn ad ammettere, senza tanti fronzoli, che «negli anni passati, non abbiamo prestato la dovuta attenzione all’esperienza dei nostri ingegneri più esperti, che ci hanno accompagnato in molti cicli di sviluppo prodotto».

Nell’immagine: lavoratori della Ford in Germania che protestano