Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita”
Di Dario De Leonardis, Valigia Blu
Le fiamme che hanno illuminato a giorno le strade di Belfast in queste settimane [vedi anche Lealisti e “patrioti”, la nuova polveriera irlandese, ndr] non sono nate lì. Sono state alimentate a migliaia di chilometri di distanza, da commentatori online che, nella maggior parte dei casi, farebbero fatica a trovare l’IrlandaLa ristretta cerchia di uomini ricchissimi e potenti, rappresentanti delle grandi aziende nell’àmbito delle tecnologie più avanzate, competitive e innovative, che condizionano o mirano a condizionare gli orientamenti politici e le scelte dei governi del Nord su una mappa – parole di Naomi Long, Ministro della Giustizia dell’Irlanda del Nord, pronunciate mentre la città bruciava ancora. Famiglie innocenti sono state costrette a fuggire dalle proprie case scortate da veicoli blindati della polizia, mentre folle di uomini a volto coperto circolavano online liste con gli indirizzi delle presunte abitazioni degli immigrati.
Quando le squadre di pulizia sono intervenute per rimuovere i detriti, la natura di ciò che era accaduto era già inequivocabile. Quelle che alcuni avevano provato a chiamare “proteste” si erano rivelate per quello che erano: pogrom razzisti, amplificati e in parte teleguidati dall’alto dell’ecosistema digitale globale. Tra i bersagli emblematici, come documentato dall’Institute of Race Relations, figura lo Sham Supermarket di Sandy Row, nel sud di Belfast, gestito da proprietari siriani e distrutto questa volta per la seconda volta in due anni da bande di uomini mascherati – il terzo attacco in quattro anni totali, tanto che le compagnie assicurative si sono ormai rifiutate di coprire il locale.
L’accoltellamento per il quale è stato incriminato Hadi Alodid, rifugiato sudanese di 30 anni, con l’accusa di tentato omicidio ai danni di Stephen Ogilvie, è stato l’innesco. La benzina sul fuoco è stata versata da un’architettura mediatica progettata per monetizzare la rabbia che va avanti da più di dieci anni. La polizia ha chiarito fin da subito che l’attacco non ha alcuna matrice terroristica. Non è servito a fermare nulla. Non è quello il problema e non è quello che interessa chi lucra politicamente sulla cosa.
Le istituzioni e il nome del problema
Le istituzioni hanno fatto quello che fanno in questi casi: hanno puntato il dito. Naomi Long ha chiamato le cose con il loro nome: “Se si cacciano le persone dalle loro case in base al colore della pelle, non c’è altro modo di definirlo: è razzismo”. Anna Turley, Ministra del Gabinetto britannico, ha messo al centro della questione Elon Musk con una franchezza insolita per un membro del governo: “Non vive nel tipo di comunità in cui stiamo assistendo a questo tipo di attività. Non è a rischio. Ha la responsabilità di non alimentare odio.”
L’autorità britannica per le comunicazioni Ofcom ha annunciato di stare “monitorando da vicino” il ruolo dei social media nei disordini, ricordando alle piattaforme gli obblighi previsti dall’Online Safety Act 2023. Ma i moniti legali, per ora, si sono infranti contro la volontà politica del proprietario di X.
Musk: agitatore, non pacificatore
L’intervento diretto di Musk in questa crisi è stato quello a cui ci ha abituato: l’agitatore. Ha condiviso immagini cruente dell’accoltellamento e ha amplificato i luoghi di raduno dei rivoltosi: una lista di punti di protesta pubblicata da Tommy Robinson (pseudonimo di Stephen Yaxley-Lennon – quello che Jeffrey Epstein e Steve Bannon definivano nelle loro mail “la spina dorsale d’Inghilterra”) ha raggiunto 8,4 milioni di visualizzazioni su X. Musk ha rilanciato il post di Robinson aggiungendo: “Only by protesting REPEATEDLY and LOUDLY will there be any change!!”, arrivando a sua volta a quasi 6,9 milioni di visualizzazioni.
Musk ha anche ripubblicato un post di Rupert Lowe – parlamentare britannico e leader del partito di estrema destra Restore Britain – che accompagnava l’immagine dell’aggressore con la dicitura “millions must go”: la formula della destra radicale per chiedere l’espulsione di massa degli immigrati. Non un commento di Musk, ma un’amplificazione deliberata verso 240 milioni di follower di un messaggio che, da solo, sarebbe rimasto nell’ecosistema della frange.
Il contesto è importante. Già il 29 ottobre 2025, molto prima dei fatti di Belfast, Musk aveva scritto sul suo profilo: “Civil war in Britain is inevitable. Just a question of when” – una dichiarazione che rileggere oggi, alla luce delle strade in fiamme di Sandy Row, assume un significato diverso da quello di una semplice provocazione. Noto per sostenere pubblicamente attivisti di estrema destra come Robinson e per aver interagito con Lowe con l’agghiacciante “This is the way” (citazione dalla serie TV The Mandalorian; è il motto della fede religiosa del protagonista) in risposta a una richiesta di processare i funzionari che “avevano portato selvaggi del terzo mondo nelle nostre comunità”, Musk ha anche chiesto falsamente ai suoi follower se “la politica ufficiale della polizia imponesse loro di essere razzisti contro i bianchi” – una delle teorie cospirative più in voga nell’estrema destra anglofona.
Come analizza The New Republic, la retorica di Musk si inserisce nella narrazione suprematista di origine neonazista della “grande sostituzione” e serve a spingere le frange della destra radicale all’azione, non soltanto alle parole.
Una strategia, non un incidente
Il 4 dicembre 2025 l’amministrazione Trump ha pubblicato una nuova National Security Strategy che si impegna a “coltivare resistenza” alla traiettoria attuale dell’Europa, sostenendo la “rinascita di spirito” dei suoi “alleati politici” e salutando con “grande ottimismo” la crescente influenza dei partiti “patriottici” del continente. Il Council on Foreign Relations e lo Stimson Center hanno descritto questo linguaggio come un’aperta legittimazione dell’ingerenza politica nelle democrazie alleate: non un’osservazione, ma un programma.
Tommy Robinson non è un fenomeno spontaneo della rete. Robert Shillman, miliardario fondatore di Cognex, azienda che crea sistemi di visione artificiale per macchinari, ed ex membro dei Friends of the Israel Defense Forces, gli ha finanziato una “Shillman Fellowship” tramite il David Horowitz Freedom Center, lo stesso canale con cui ha sostenuto altri attivisti islamofobi internazionali, da Geert Wilders in giù. Robert Mercer, finanziatore storico della destra americana e socio di Steve Bannon nella costruzione di Breitbart News e Cambridge Analytica, ha fatto da ponte tra il nazionalismo digitale britannico sfociato nella Brexit e la galassia alt-right che ha preceduto l’ascesa di Trump.
Lo stesso intreccio attraversa Reform UK. Christopher Harborne, co-proprietario della criptovaluta Tether, ha donato oltre 22 milioni di sterline al partito di Farage, incluso un regalo personale di 5 milioni non dichiarato nei tempi previsti, ora sotto indagine di Standards Commissioner ed Electoral Commission. Anche qui il denaro che alimenta la destra radicale britannica ha un interesse diretto, non solo ideologico, nella sua vittoria politica.
A questo si aggiunge Paul Marshall, magnate degli hedge fund e proprietario degli outlet conservatori UnHerd e The Spectator nonché co-proprietario di GB News insieme al gruppo Legatum. GB News paga a Farage circa 400.000 sterline l’anno per condurre un programma, una cifra che diverse inchieste giornalistiche definiscono più simile a una donazione politica travestita da stipendio che a un compenso editoriale, anche perché l’emittente ha accumulato oltre 130 milioni di sterline di perdite ripianate dai suoi stessi proprietari. Secondo un’analisi commissionata dal deputato laburista Liam Byrne, Marshall, Legatum e i grandi donatori di Reform UK hanno investito insieme oltre 130 milioni di sterline in cinque anni per costruire questo ecosistema mediatico, non semplicemente per finanziare un partito.
L’ecosistema della menzogna e il mito della “polizia a doppio binario”
I fatti di Belfast non sono isolati. Un’analisi di European Digital Media Observatory mostra come il copione si ripeta: dopo Dublino nel 2023, Southport nel 2024, Belfast nel 2026, la sequenza è sempre la stessa. Un crimine commesso da una persona di colore, la disinformazione che esplode in poche ore sui social, le forze dell’ordine sommerse da narrazioni false, la violenza nelle strade. Protagonisti fissi: elementi del nazionalismo britannico, parti dell’ecosistema MAGA americano, Elon Musk.
Al centro di questa narrazione c’è il mito della “polizia a doppio binario” – la teoria che le forze dell’ordine trattino con clemenza le minoranze e i manifestanti di sinistra, reprimendo invece i “cittadini bianchi”. Una favola che ha una storia precisa, e rovesciata. Il termine nacque intorno alle rivolte di Brixton del 1981 per denunciare esattamente l’opposto: il pregiudizio sistematico della polizia contro la comunità nera. Distorto e ribaltato nell’uso corrente della destra radicale – con Tommy Robinson tra i principali artefici della sua diffusione, e Suella Braverman che nel 2023 lo ha legittimato in sede parlamentare – il mito è stato poi sdoganato su scala globale da Musk.
I dati naturalmente smentiscono categoricamente questa costruzione. Dai report di Home Office 2025: le persone nere hanno tra quattro e cinque volte più probabilità di essere fermate e perquisite rispetto alle persone bianche – un divario che negli anni precedenti aveva raggiunto 8,3 volte. Venticinque anni di rapporti ufficiali, dal Macpherson del 1999 alla Casey Review del 2023, documentano un pregiudizio razziale nella polizia britannica che corre esattamente nella direzione opposta a quella sostenuta dai rivoltosi.
Uno sguardo sui profili degli arrestati conferisce a questa storia un’ulteriore dimensione. Le inchieste di The Detail sugli arresti per le rivolte del 2024 hanno rivelato due dati distinti: quasi la metà (48%) degli arrestati aveva già precedenti per violenza domestica prima di scendere in strada; un quarto degli stessi soggetti (24,5%) è stato poi segnalato alla polizia per violenza domestica nei mesi successivi. Il pattern è stato confermato – sempre da The Detail – anche nelle rivolte di Ballymena del giugno 2025, dove un terzo degli arrestati aveva precedenti analoghi. Non cittadini preoccupati per l’ordine pubblico: individui già noti per crimini violenti, che usavano la retorica della “difesa delle donne” come copertura.
Il doppio standard di questa retorica emerge con ancora più chiarezza se si guarda a un episodio che a Belfast è ancora fresco nella memoria collettiva. Appena cinque giorni prima dell’accoltellamento che ha innescato le rivolte, il 3 giugno 2026, la Belfast Crown Court ha condannato a un minimo di 31 anni Stephen McCullagh per l’omicidio di Natalie McNally: una donna di 32 anni, incinta di 15 settimane, pestata, soffocata e accoltellata nella propria casa dal padre del bambino che portava in grembo, che si era costruito un alibi falsificando una diretta YouTube di sei ore. Il giudice ha definito l’omicidio “la forma più estrema di violenza domestica” e un fenomeno “grave e ricorrente nella nostra società“. Nessun corteo, nessuna lista di indirizzi, nessuna mobilitazione online ha accompagnato quella sentenza. McCullagh è bianco, nordirlandese, e l’omicidio è avvenuto tra le mura domestiche: circostanze che, semplicemente, non si prestano alla narrazione che i rivoltosi e i loro amplificatori online avrebbero voluto raccontare.
Un algoritmo riprogettato per l’odio
Come fa una piattaforma nata per il microblogging a diventare l’infrastruttura primaria del neofascismo globale? La risposta è in quattro punti.
L’amplificazione personale. Una ricerca pubblicata su Science nel novembre 2025 ha fornito prove causali dirette che l’algoritmo di X altera la polarizzazione politica degli utenti esposti a contenuti ostili e antidemocratici – uno dei risultati empirici più solidi mai ottenuti in modo indipendente dalle piattaforme stesse. E dentro questo sistema già distorto, Musk ha fatto un passo ulteriore: secondo leak documentati e interviste anonime a dipendenti di X, ha richiesto modifiche al codice per aumentare artificialmente la visibilità dei propri post, inserendo il proprio account in una lista privilegiata che bypassa le metriche ordinarie. Il suo feed “Per Te” non è un prodotto dell’algoritmo: è il megafono personale del proprietario.
Grok come strumento senza guardrail. Venduta da Musk come intelligenza artificiale “anti-woke”, Grok ha causato danni documentati ben prima delle rivolte di Belfast. Secondo il Center for Countering Digital Hate, in soli 11 giorni tra dicembre 2025 e gennaio 2026, Grok ha generato circa 3 milioni di immagini sessualizzate, di cui 23.000 ritraenti minori. Durante le rivolte britanniche, agitatori di estrema destra hanno sfruttato strumenti di generazione AI – incluso Grok – per produrre immagini e testi incendiari. Il ruolo specifico di Grok come strumento tattico nelle rivolte di Belfast resta oggetto di indagine, ma il contesto di mancanza di guardrail è documentato.
L’illusione delle Community Notes. Un’analisi del think tank Demos condotta durante le rivolte di Southport ha dimostrato che il sistema di fact-checking comunitario di X è strutturalmente inadeguato nei momenti di crisi: meno del 5% delle Community Notes proposte sui post relativi alle rivolte è arrivato effettivamente a essere pubblicato, e quelle poche pubblicate sono arrivate troppo tardi per contenere la diffusione dei contenuti manipolativi.
Lo smantellamento deliberato delle tutele. Amnesty International ha documentato come Musk abbia sistematicamente ridotto i team di sicurezza di X e riprogettato l’algoritmo per premiare l’interazione aggressiva. Nel solo periodo successivo alle rivolte di Southport del 2024, i post di Tommy Robinson hanno ottenuto oltre 580 milioni di visualizzazioni in due settimane – un dato che dà la misura di quanto la piattaforma sia diventata, nei fatti, una cassa di risonanza per chi monetizza l’odio.
Perché Musk lo fa?
Il sostegno di Musk a Robinson non è solo ideologico: è soprattutto economico. Robinson stesso ha confermato che Musk ha coperto quasi 100.000 sterline di spese legali per il suo processo, ringraziandolo pubblicamente dopo l’assoluzione. Non un gesto isolato: Musk ha più volte chiesto pubblicamente la scarcerazione di Robinson, definendolo un “prigioniero politico” davanti ai suoi oltre 200 milioni di follower.
Il rapporto con Nigel Farage segue una logica lievemente diversa, ma altrettanto concreta. Tra dicembre 2024 e gennaio 2025 si è discusso pubblicamente di una possibile donazione di Musk a Reform UK fino a 100 milioni di dollari – la cifra più alta mai circolata nella storia del finanziamento politico britannico – prima che la trattativa si arenasse su complicazioni legali e su uno scontro personale tra i due, innescato proprio dal sostegno di Musk a Robinson. Ma al di là della donazione mai concretizzata, l’interesse di Musk per Reform UK ha una ragione strutturale: il programma del partito di Farage è disegnato, letteralmente, per i miliardari come lui. La proposta di punta è la “Britannia Card”: chi non risiede nel Regno Unito potrebbe pagare una tariffa forfettaria una tantum di 250.000 sterline per ottenere un’esenzione fiscale a vita su reddito estero, plusvalenze e patrimonio globale, con tanto di scudo dall’imposta di successione per vent’anni. Il Tax Policy Associates ha stimato che la misura costerebbe alle finanze pubbliche britanniche circa 34 miliardi di sterline in cinque anni – soldi che, semplicemente, non verrebbero più versati dai pochissimi super-ricchi che potrebbero permettersi la “carta”. Il Labour ha definito la proposta “un assegno in bianco per i miliardari”.
Questa è la chiave di lettura per capire il legame dei due fronti dell’azione di Musk a Belfast: da un lato l’amplificazione ideologica dell’odio razziale attraverso Robinson, dall’altro il sostegno a una forza politica razzista che, se al governo, gli garantirebbe direttamente un trattamento fiscale di favore. La retorica sull’immigrazione e la “guerra civile” è quindi ragionevolmente il carburante che tiene in vita un ecosistema politico la cui vittoria elettorale avrebbe per Musk un valore economico concreto, misurabile in miliardi, come se ne avesse ancora bisogno.
È esattamente il meccanismo che l’economista britannico Gary Stevenson – ex trader di Citibank diventato una delle voci più seguite del Regno Unito sulla disuguaglianza patrimoniale – descrive da tempo nei suoi interventi pubblici: secondo Stevenson, la narrazione di destra che incolpa i migranti per crisi abitativa, salari stagnanti e servizi pubblici al collasso è una scorciatoia politica più facile da vendere rispetto a una discussione onesta sulla concentrazione della ricchezza, e sposta sistematicamente l’attenzione lontano dai super-ricchi che più beneficiano dello status quo fiscale – Musk, secondo la teoria di Stevenson, è un caso di scuola di questa dinamica.
Semplificando: più la rabbia popolare si concentra sull’immigrazione, meno si concentra su chi, come Musk, ha tutto l’interesse a che le tasse sui grandi patrimoni non vengano mai discusse sul serio.
Quella in corso non è più una questione di “moderazione dei contenuti”. È una crisi strutturale della sfera pubblica democratica, e Valigia Blu la racconta da tempo seguendo il filo delle inchieste europee aperte contro X e Grok: dalla multa da 120 milioni di euro inflitta dalla Commissione Europea nel dicembre 2025 per violazioni del Digital Services Act, alle indagini parallele apertesi in Irlanda, Francia, Spagna e Regno Unito sul trattamento dei dati personali e sui deepfake sessuali generati da Grok. X non è uno strumento di comunicazione neutrale: è uno stack informativo che si è progressivamente sottratto agli stessi standard di responsabilità chiesti alle altre piattaforme.
La risposta della società civile e del giornalismo è iniziata concretamente, nei limiti del possibile. Il Guardian ha smesso di pubblicare su X già a novembre 2024, citando esplicitamente la proliferazione di “contenuti disturbanti” e teorie del complotto di estrema destra sulla piattaforma. Lo stesso hanno fatto NPR, la Federazione Europea dei Giornalisti – che rappresenta quasi 300.000 giornalisti – e numerose testate europee, mentre realtà italiane come Valigia Blu e il Forum Disuguaglianze e Diversità hanno scelto di trasferirsi su piattaforme decentralizzate come Bluesky per non restare, come scrive il Forum, “complici anche solo con la nostra presenza” dei contenuti che X oggi propaganda. Ma l’esodo volontario, per quanto significativo, non basta a risolvere il problema strutturale.
In questo quadro emerge l’ambiguità della posizione italiana. Diverse analisi – tra cui quelle di Foreign Policy e di The Conversation – descrivono la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni come la leader europea che più si è proposta come “ponte” tra l’Unione Europea, l’amministrazione Trump e lo stesso Musk, con cui intrattiene un rapporto personale che risale al 2023 e che è stato più volte oggetto di scrutinio politico, anche per il progetto di accordo Starlink con il governo italiano. Un ruolo geopolitico che rischia di tradursi in una legittimazione istituzionale delle operazioni manipolatorie del miliardario sul suolo europeo, proprio mentre altre capitali europee – Berlino, Parigi, Londra – accusano apertamente Musk di ingerenza politica.
La lezione di Belfast
Le fiamme di Belfast non sono state un problema di ordine pubblico locale. Sono il sintomo di una malattia globale che sta trasformando il Regno Unito in una piastrina di Petri per le sue sperimentazioni più pericolose: l’infrastruttura del dibattito pubblico democratico è stata dirottata per servire gli interessi ideologici di un singolo individuo, e nessuna authority nazionale ha ancora trovato gli strumenti – o la volontà politica – per porvi rimedio.
Le indagini mostrano che X non ha subito alcuna azione legale concreta da parte del governo britannico per i post che incitavano alla violenza: il Regno Unito ha scelto di rimandare ogni intervento a Ofcom, per un periodo di almeno due mesi, mentre le modifiche all’Online Safety Act che dovrebbero imporre rimozioni più rapide dei contenuti in tempo di crisi non entreranno in vigore prima di metà luglio. Il boicottaggio spontaneo della società civile è un segnale importante, non una soluzione.