Russia, calo record della fiducia verso le istituzioni

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

Di Giovanni Pigni, La Repubblica

Un recente sondaggio di Gallup registra un livello record di pessimismo in Russia riguardo alla situazione economica e un forte calo della fiducia nelle istituzioni. Secondo l’indagine, condotta tra marzo e maggio, il 60% dei russi ritiene che le condizioni economiche nella propria città o regione siano in peggioramento: si tratta del dato più alto registrato negli ultimi vent’anni, da quando Gallup ha iniziato a condurre questa indagine annuale.

I precedenti picchi risalivano al 2020 e al 2021, durante la pandemia di Covid, quando la quota si attestava rispettivamente al 45% e al 50%. Solo il 27% degli intervistati ritiene invece che la situazione economica locale stia migliorando. Anche la percezione delle proprie condizioni di vita è ai minimi storici: il 56% afferma che siano in peggioramento. Secondo il centro di ricerca statunitense, questi dati riflettono il rallentamento dell’economia di guerra e l’indebolimento di molti settori dell’economia civile.

Il sondaggio evidenzia inoltre un netto calo della fiducia nelle principali istituzioni del Paese. La fiducia nel governo è scesa dal 67% dello scorso anno al 53%, mentre quella nelle Forze armate è diminuita dal 79% al 66%. Particolarmente significativo è il crollo della valutazione della libertà dei media, passata dal 59% al 34%. Quest’ultimo dato potrebbe riflettere il crescente controllo di internet e il recente blocco di Telegram, l’app di messaggistica utilizzata da milioni di russi anche come fonte di notizie.

Anche i risultati di altri sondaggi sembrano andare nella stessa direzione: il centro demoscopico russo Vtsiom, controllato dallo Stato, ha registrato un significativo calo del consenso nei confronti del presidente Vladimir Putin, passato dal 72,9% all’inizio di marzo al 67,5% alla fine di maggio.


Usa, aumentano le vittorie dei socialisti democratici: puntano al Congresso ma anche a Washington

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. Un anno fa, i Democratic Socialists of America (DSA) contavano due membri al Congresso. Dopo martedì, sono sulla buona strada per averne almeno cinque.

L’ultimo successo del gruppo è arrivato a Denver, dove Melat Kiros, una socialista democratica di 29 anni, ha sconfitto la deputata democratica Diana DeGette, in carica dal 1997 – ben 15 mandati – in rappresentanza del primo distretto congressuale del Colorado.

Si tratta dell’ennesima sorpresa alle primarie democratiche che spinge la DSA a puntare a ulteriori risultati positivi questo autunno e — secondo i suoi leader — a una corsa competitiva per la Casa Bianca nel 2028.

Il risultato, inoltre, è significativo di come una buona parte del Partito Democratico si stia spostando sempre più verso sinistra e viva un profondo malcontento con l’attuale status quo.

Di fatto, Diana DeGette sedeva al Congresso da quasi trent’anni e fa parte del Congressional Progressive Caucus.

Kiros – nel suo messaggio politico – ha proprio sostenuto la necessità di un cambio di leadership e ha incentrato il suo programma sulle famiglie lavoratrici, puntando all’introduzione di un sistema sanitario universale e di servizi di assistenza all’infanzia e agli anziani.

Si è inoltre impegnata a non accettare fondi provenienti dai Political Action Committee (PAC) delle aziende, che raccoglie fondi per sostenere o finanziare campagne elettorali di candidati politici.

«Gli attuali rappresentanti in carica si sono adagiati troppo sugli allori», ha dichiarato Kiros martedì, «Credo che stiamo assistendo a una resa dei conti e, francamente, a un referendum sulla capacità della leadership del partito di battersi concretamente per le politiche che stanno a cuore agli elettori».

Questa vittoria mantiene vivo lo slancio dei Democratic Socialists of America ed è l’ultimo focolaio di una guerra civile democratica.

La scorsa settimana, una serie di candidati di sinistra ha sconfitto deputati democratici uscenti o vinto elezioni molto combattute a New York, forti dell’appoggio del sindaco di New York Zohran Mamdani.

Nel Maine, Graham Platner ha vinto le primarie democratiche a giugno, portando un progressista con un messaggio a favore della classe operaia – e un passato complesso – sulla scheda elettorale dei democratici in uno dei seggi del Senato più competitivi nelle elezioni di medio termine di novembre.

Le vittorie a New York, inoltre, hanno fatto scattare l’allarme per i centristi, e le elezioni in Colorado sono servite da barometro per capire se i candidati progressisti attraggono gli elettori al di fuori delle aree metropolitane costiere.

Le fila del gruppo potrebbero ampliarsi ulteriormente il 4 agosto, quando l’ex deputata Cori Bush, socialista democratica, tenterà di riconquistare il seggio nell’area di St. Louis perso nel 2024.

Attualmente, la Camera dei Rappresentanti conta tra le sue fila come socialisti solo le deputate Alexandria Ocasio-Cortez (New York) e Rashida Tlaib (Michigan).

I candidati socialisti democratici in lizza quest’anno hanno basato la propria campagna elettorale sulle priorità al centro del programma della DSA: “Medicare for All” (assistenza sanitaria universale), alloggi più accessibili, tasse più alte per i cittadini americani più ricchi e una politica estera dichiaratamente filo-palestinese.

Il senatore del Vermont Bernie Sanders, padrino del movimento progressista, ha mobilitato la sua rete di sostenitori per raccogliere fondi e promuovere l’affluenza alle urne a favore di Kiros.

Nel frattempo, nell’ultimo decennio, Sanders ha visto crescere la propria influenza all’interno del Partito Democratico e ha spinto migliaia di persone a candidarsi a cariche pubbliche da quando il presidente Donald Trump ha assunto l’incarico per la seconda volta.

L’ala dell’establishment democratico, da parte sua, ha reagito con insofferenza all’atteggiamento combattivo e alle posizioni di estrema sinistra di questi candidati, avvertendo che un approccio del tipo “tutto o niente” rispetto a tali obiettivi rischierebbe di paralizzare i lavori della Camera – a maggioranza democratica – e di penalizzare il partito nelle elezioni generali.

Megan Romer, copresidente nazionale della DSA, ha previsto che i nuovi arrivati cambieranno il modo in cui opera l’assemblea.

«Vedrete all’opera dei veri combattenti, pronti a battersi concretamente per ottenere il miglior risultato possibile, anziché accettare subito compromessi fiacchi che vanno a vantaggio dei super-ricchi».

Tuttavia, i leader della DSA affermano di non aspettarsi che i propri membri si discostino dagli altri Democratici in ogni votazione al Congresso.

«Probabilmente saranno voti [Democratici] scontati su questioni a vantaggio dei cittadini», ha detto Romer.

Il raggio d’azione della DSA si estende ormai oltre il Congresso. A New York, il socialista democratico Zohran Mamdani ha conquistato la carica di sindaco, portando il movimento alla guida della città più grande del Paese.

Tuttavia, il gruppo punta a sfruttare la sua capillare e combattiva organizzazione sul territorio per espandere la propria influenza ben oltre le poche grandi città in cui è già presente.

«È una sfida che stiamo cercando di superare», ha affermato Gustavo Gordillo, copresidente della DSA di New York. «Credo che, nel caso degli elettori a reddito estremamente basso, la difficoltà risieda nel fatto che l’apatia è talmente profonda negli strati più depoliticizzati della società da rendere ancora più arduo convincerli che sia davvero possibile trasformare la società e le altre componenti della classe lavoratrice».

I vertici della DSA stanno già guardando al prossimo ciclo elettorale, sperando di espandere la propria presenza al Congresso e, forse, di puntare alla Casa Bianca.

«Abbiamo un comitato interno che sta già lavorando a questo processo», ha dichiarato Megan Romer in merito all’iniziativa di individuare un candidato alla presidenza per il 2028.

È stata anche “discussa” l’ipotesi di lanciare una sfida socialista a Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera e possibile prossimo Speaker.

A detta della DSA non ci sono limiti, in questo momento, alle loro ambizioni politiche.


Sabato: “Trump utilizza il suo ruolo per accumulare ricchezze, così non era mai accaduto”

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

«Stavolta è diverso», giura Larry Sabato. Stavolta – dice il politologo della University of Virginia – «le dimensioni e le modalità con cui Trump si sta arricchendo alle spalle di tutti gli americani sono tali che mi aspetto una reazione elettorale. Ormai con questa amministrazione viviamo un Watergate al giorno».

Cosa ha pensato, quando ha visto la dichiarazione dei redditi?

«Sento dire che non importa a nessuno, ma penso sia assolutamente sbagliato. Quando la gente scoprirà i dettagli sarà indignata, è totalmente senza precedenti. Questo è il mio campo e nessun presidente prima di lui si è mai sognato di arricchire se stesso e la propria famiglia come Trump e i suoi figli. Siamo oltre lo shock, stanno semplicemente lottizzando la Casa Bianca. Non traggono solo profitto dalla presidenza, ma con essa stanno costruendo una corporation miliardaria».

Finora i suoi elettori hanno perdonato tutto a Trump, perché stavolta dovrebbe essere diversa?

«La quantità di denaro. La maggior parte degli americani non sa nemmeno cosa siano le criptovalute, ma vede il risultato finale: miliardi aggiunti alla ricchezza già sostanziosa del presidente e i suoi figli. Probabilmente poi ci sono altre cose di cui non sappiamo, tipo gli affari immobiliari nascosti all’estero. Jared Kushner prende soldi dagli Stati arabi mentre negozia con loro per conto di Trump: è tutto frutto della sua intelligenza e genialità, che attira milioni di dollari, oppure c’entra il fatto che sia il genero del presidente?».

Forse neanche Trump sapeva cosa fossero le criptovalute, prima di guadagnarci quasi un miliardo e mezzo nel giro di un anno?

«L’ha detto lui stesso che non ne sapeva nulla, ma l’importante era incassare. Dimostra che i profitti non sono venuti dalla sua abilità in un settore che non conosceva, ma dal vantaggio della carica. Molti investitori magari ci hanno perso, tanto lo scopo per loro non era guadagnare, ma ingraziarselo o ottenere qualcosa in cambio».

Tipo?

«Non avete visto le notizie sulle grazie? Il prezzo attuale di un perdono presidenziale è circa un paio di milioni di dollari. Si vendono pure provvedimenti di grazia. E c’è un motivo».

Quale?

«Ho studiato la corruzione politica tutta la vita e ho imparato una cosa: la strategia dei corrotti è cercare di esserlo in ogni maniera possibile, perché più numerosi e complicati sono i casi, più il pubblico si confonde, non riesce a seguirli e condannarli. Così la fanno franca. In un’altra era, se si fosse saputo che un presidente vendeva i perdoni sarebbe stato costretto a dimettersi. Qualcuno ha detto che con questa amministrazione viviamo un Watergate alla settimana: sbagliato, è un Watergate al giorno».

Trump risponde che si è arricchito perché tutti si stanno arricchendo, grazie al rialzo dei mercati.

«Ho riso a crepapelle, quando l’ho sentito. Certo, siamo tutti miliardari, grazie signor presidente. È oltre la vergogna. E viene incoraggiato a seguire i peggiori istinti dallo staff e dai figli».

I suoi elettori però lo ammirano per la furbizia.

«Certo, tutti i ricchi si comportano così. Quindi vuoi eleggere qualcuno alla carica più potente del mondo affinché possa essere ancora più corrotto? Geniale».

Può avere un effetto sulle elezioni midterm?

«Deve, ma bisogna che i democratici si sveglino e facciano la loro parte. Invece di parlare di Israele, che è importante ma non è il tema su cui votano gli americani, puntino su accessibilità economica, gli effetti della guerra in Iran e la corruzione. Non dovrebbero parlare di altro, Trump sta truffando tutti».

Cosa prevedono i suoi sondaggi?

«La Camera dovrebbe ancora andare ai democratici, ma hanno perso fra 7 e 10 seggi con la manipolazione dei collegi, dove si sono lasciati fregare dai repubblicani. La strada ora è in salita. Al Senato ci sarebbe ancora un percorso per togliere la maggioranza al Gop, che passa dai seggi in Georgia, Michigan, Maine, Nebraska, Iowa e Ohio: è possibile, ma ad oggi non probabile».

Intanto alle primarie vincono i socialisti.

«Appunto, è più forte di loro. I socialisti stanno dominando i distretti più blu, dove i democratici vincerebbero presentando chiunque, ma i loro successi mandano al resto dell’America un messaggio che impaurisce i moderati e aiuta Trump. I democratici possono ancora vincere, ma devono svegliarsi, smettere di dividersi e litigare, e prendere decisioni di buon senso».

Nell’immagine: la financial disclosure di Donald Trump


Allarme, ora il mare bolle. Sei gradi in più della media. “Gravi danni all’ecosistema”

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

Di Elena Dusi, La Repubblica

L’aria è torrida, ma anche il mare ribolle. Chi si tuffasse oggi in Sardegna troverebbe una temperatura dell’acqua da pieno agosto, con circa 28 gradi. Tutt’attorno all’isola i satelliti del servizio europeo di Copernicus misurano una superficie di 6 gradi più calda rispetto alla media del periodo degli ultimi 40 anni. Per tutto l’inverno il Mediterraneo è rimasto uno o due gradi oltre la norma. La stagione fredda non l’ha mai rinfrescato davvero. A maggio si è presentata una prima ondata di calore marina e a giugno le lunghe giornate di sole lo hanno irradiato in abbondanza. L’ondata di caldo che va avanti da due settimane ha poi avvolto anche la sua superficie. E le temperature dell’acqua sono aumentate rapidamente.

Il riscaldamento avviene in tutti gli oceani. Copernicus il 21 giugno ha misurato il record di sempre: 21 gradi come media dei mari del mondo. Se l’aria nel suo complesso con il cambiamento climatico ha guadagnato 1,4 gradi, l’acqua che assorbe calore più lentamente è a 0,5. Il Mediterraneo però, chiuso da tutti i lati da un’Africa che sforna aria torrida e un’Europa che si riscalda a ritmi doppi rispetto al resto del pianeta, oggi presenta valori fuori scala. «Si prevede che questo record — scrive il bollettino di Copernicus — avrà conseguenze sia sugli andamenti meteorologici che sul clima globale e sugli ecosistemi marini».

Per chi si tuffa potrebbe essere piacevole. Per chi boccheggia a terra no. Ancor meno per chi si troverà sotto ai temporali previsti da domani, caricati di umidità da un’evaporazione accelerata dalla temperatura alta del Tirreno settentrionale. «Il calore del mare è tutta energia pronta a essere ceduta all’atmosfera» spiega Massimiliano Pasqui, fisico dell’atmosfera del Cnr. «Quando, come ci aspettiamo per domani, una corrente fresca e instabile scende dall’Atlantico e incontra una massa d’aria torrida e umida, abbiamo tutte le condizioni per temporali profondi, efficienti, organizzati. Sono fenomeni di classe superiore rispetto ai temporali di calore, accompagnati da precipitazioni molto abbondanti e grandinate». La protezione Civile ha emanato per oggi un’allerta gialla o arancione in 14 Regioni, soprattutto al centro-nord, ed è pronta a rivedere la situazione per domani.

«Le perturbazioni anche intense cui abbiamo assistito nei giorni scorsi al nord avevano natura diversa» spiega Pasqui. «Erano temporali di calore. I fenomeni previsti per domani saranno intensi, localizzati e si svilupperanno rapidamente. Tutte queste condizioni rendono molto difficili le previsioni. Quando abbiamo a che fare con ondate di calore che coprono mezza Europa e restano fisse per giorni e giorni non abbiamo difficoltà a lanciare allerte. Domani sarà diverso».

E se poi, a partire dal prossimo fine settimana, le temperature torneranno a salire per una nuova ondata di calore che si attesterà attorno ai 35 gradi, quel grande serbatoio di energia termica che è oggi il mare continuerà in parte a dare il suo contributo. «Durante le ondate di calore, quando le correnti spingono masse d’aria calda dall’Africa verso l’Europa, il Mediterraneo ha un ruolo sostanzialmente passivo» precisa Pasqui. «La superficie del mare si riscalda per irraggiamento solare, ma anche per contatto con l’aria torrida». Masse d’acqua così calde non aiutano a mitigare le temperature a terra, e se la sera le minime restano alte è anche a causa loro.

Che piova o che ci sia il sole insomma sempre caldo resterà nei prossimi giorni. La pausa fresca dei temporali di domani durerà due o tre giorni, anche perché l’azione equilibratrice del mare stavolta si farà sentire in un senso solo: mantenendo le temperature alte anche di sera e anche con i temporali, smussando quei minimi che di notte e con le perturbazioni potrebbero portarci sollievo.

Il progredire dell’estate poi farà aumentare ancora le temperature del Mediterraneo. «Il massimo viene raggiunto di solito a fine agosto e settembre. Non a caso l’autunno in Italia è la stagione dei nubifragi più forti» spiega il ricercatore del Cnr. «Quando con i primi freschi le perturbazioni atlantiche scendono da nord, incontrano un’acqua carica di calore dopo un’estate intera. Negli ultimi anni abbiamo visto questo schema ripetersi fino a inizio dicembre, viste le temperature alte dei mari. Oggi vi assistiamo anche a fine giugno, ed è piuttosto insolito».

Se la corrente calda de El Niño, che da questa primavera si sta sviluppando in maniera particolarmente intensa, può aver contribuito al record globale di 21 gradi registrato da Copernicus, i 6 gradi in più del Mediterraneo sono un fenomeno del tutto locale. «Di El Niño potremmo risentire — spiega Pasqui — ma in maniera piuttosto mediata, e comunque non prima della fine di autunno».


L’intelligenza artificiale non eguaglia gli ingegneri: Ford richiama i dipendenti umani

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

A CURA DELLA REDAZIONE ECONOMIA, La Stampa

Dietrofront dentro Ford. Nelle ultime settimane, la casa automobilistica statunitense ha richiamato alcuni ingegneri umani dopo che i suoi sistemi automatizzati nel controllo qualità, basati sull’intelligenza artificiale, non sono riusciti a eguagliare le loro competenze. Ma non è un fenomeno circoscritto, perché a detta dell’agenzia Bloomberg negli ultimi anni sarebbero oltre 300 gli addetti umani che sono stati reinseriti in azienda.

Usando le parole del vicepresidente per la tecnologia hardware dei veicoli di Ford, Charles Poon, «l’intelligenza artificiale è uno strumento fantastico, ma è efficace solo quanto le informazioni utilizzate per addestrarla». Quanto basta per gelare l’entusiasmo per le nuove tecnologie che si affidano agli algoritmi adottate in campo industriale.

Inoltre, il chief operating officer di Ford, Kumar Galhotra, evidenzia che col tempo l’azienda si è affidata in misura sempre più crescente ai sistemi automatici di qualità, ma i risultati sono stati deludenti. Da qui, il richiamo degli specialisti incaricati di scovare i punti deboli prima che un componente arrivi in fabbrica. E quindi, il loro compito sarà quello di addestrare gli strumenti.

Secondo Poon, il problema non è stato solo lo strumento (ovverosia, l’Ai), quanto il fatto che i tecnici più esperti avevano lasciato l’azienda prima ancora di poter trasferire le proprie competenze ai sistemi che avrebbero dovuto rimpiazzarli. Senza il know-how, l’automazione ha quindi amplificato gli input deboli.

Durante la conference call sui risultati finanziari di ottobre, il direttore operativo del gruppo, Kumar Galhotra, aveva annunciato che l’azienda stava «implementando l’Ai nell’intero sistema industriale». Il che comprende l’installazione di 900 telecamere dotate di intelligenza artificiale negli stabilimenti «per rilevare i problemi di qualità alla fonte e aiutarci a mitigare le interruzioni di fornitura».

Dietro tutto questo, c’è una ragione precisa: l’amministratore delegato Jim Farley intende aumentare i profitti. Ma fare il passo più lungo della gamba ha portato il quartier generale di Dearborn ad ammettere, senza tanti fronzoli, che «negli anni passati, non abbiamo prestato la dovuta attenzione all’esperienza dei nostri ingegneri più esperti, che ci hanno accompagnato in molti cicli di sviluppo prodotto».

Nell’immagine: lavoratori della Ford in Germania che protestano


Per Trump guadagni da favola con le criptovalute. “Ha incassato oltre un miliardo nel 2025”

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

La Repubblica

Le incursioni del presidente americano Donald Trump nel vasto mondo delle criptovalute gli hanno fruttato un guadagno straordinario di oltre un miliardo di dollari nell’ultimo anno, secondo la sua più recente dichiarazione finanziaria. Si tratta di un’impennata di reddito senza precedenti, ha riferito il Wall Street Journal, che si è aggiunta ai proventi derivanti da accordi di royalty, dal settore immobiliare e da transazioni legali.

Trump e la sua famiglia hanno investito in modo massiccio in attività legate alle criptovalute durante il primo anno del suo secondo mandato: sono attività che non stanno generando solo ricchezza “sulla carta”, ma profitti reali e concreti.

Secondo il documento depositato presso l’Office of Government Ethics (l’ente governativo che vigila sull’etica pubblica), i guadagni del 2025 anno incluso 635 milioni di dollari in royalty provenienti da un’entità legata alla “memecoin” di Trump – lanciata pochi giorni prima del suo insediamento – e oltre 500 milioni di dollari ricavati dalla vendita di token da parte di World Liberty Financial, l’iniziativa di punta della famiglia Trump nel settore crypto.


La Corte suprema Usa dà torto a Trump: resta lo ius soli. Il presidente: “È dannoso, il Congresso rimedi”

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. La Corte Suprema ha bocciato il tentativo di Donald Trump di abolire il diritto di cittadinanza per nascita negli Stati Uniti, così come è stato inteso per oltre un secolo dalla Costituzione americana, invalidando un ordine esecutivo del presidente repubblicano, che era un elemento chiave dell’agenda del tycoon, sebbene fosse legalmente discutibile fin dall’inizio.

La decisione per 6 voti a favore e 3 contro rappresenta una sconfitta importante per un presidente che si era candidato promettendo, tra l’altro, di porre fine al “turismo delle nascite” e il cui secondo mandato è stato in gran parte caratterizzato dalla sua spinta a reprimere con il pugno durissimo sia l’immigrazione clandestina che quella legale. In particolare, con il suo ordine esecutivo del 20 gennaio 2025 — il giorno della sua seconda inaugurazione — Trump voleva impedire che i bambini nati da immigrati senza documenti e da residenti stranieri temporanei negli USA diventassero automaticamente cittadini americani.

Un tentativo che ora è naufragato una volta per tutte: la decisione della Corte ha determinato come illegale il suo ordine e conferma il principio secondo cui chiunque nasca negli Stati Uniti è cittadino, anche se i suoi genitori non lo sono.

Nell’ordinanza firmata l’anno scorso, il presidente aveva dichiarato che la cittadinanza non sarebbe più stata concessa automaticamente ai bambini nati sul suolo statunitense.

L’ordine presidenziale, tuttavia, ha incontrato immediatamente delle contestazioni legali: organizzazioni per i diritti civili, gruppi di sostegno agli immigrati e futuri genitori hanno intentato causa, ottenendo in tribunale la possibilità di bloccarne l’entrata in vigore in attesa dell’esito dei procedimenti giudiziari. Il decreto del presidente, di fatto, non è entrata mai in vigore.

Il giudice capo John Roberts ha redatto l’opinione di maggioranza, che comprendeva sia giudici conservatori che progressisti. Un documento di ben 200 pagine che ha visto anche Amy Coney Barrett, la giudice scelta proprio da Trump nel 2020, votare a favore del mantenimento di questo diritto. Cinque giudici hanno affermato che l’ordinanza violava il 14° emendamento della Costituzione, che da tempo viene interpretato nel senso di conferire la cittadinanza per diritto di nascita a quasi chiunque nasca negli Stati Uniti. Uno dei giudici, il conservatore Brett Kavanaugh, ha affermato che l’ordinanza violava la legge federale ma non la Costituzione.

«La cittadinanza, allora come oggi, era il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica», ha scritto Roberts a nome della Corte. «I redattori del Quattordicesimo Emendamento estesero questa promessa a “ogni persona nata libera in questa terra”. Noi manteniamo questa promessa ancora oggi», ha scritto Roberts. Tre giudici conservatori – Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch – hanno espresso dissenso in un’opinione di 91 pagine.

Thomas ha criticato aspramente la Corte per aver respinto il tentativo del presidente Donald Trump. affermando che la decisione dei suoi colleghi “svaluta” la cittadinanza così come era intesa dai redattori del 14° emendamento. «Non sono sicuro che l’opinione odierna resisterà alla prova del tempo», ha scritto. Trump aveva addirittura assistito all’udienza su caso — una cosa mai vista per un presidente — il primo di aprile scorso e da settimane non ha fatto altro che inveire contro la sentenza. A maggio, aveva scritto che «una sentenza negativa sulla cittadinanza per diritto di nascita, in aggiunta alla recente catastrofe dei dazi doganali sancita dalla Corte Suprema, non è economicamente sostenibile per gli Stati Uniti d’America!».

Trump ha commentato così: «La Corte Suprema ha confermato il diritto di cittadinanza per nascita, il che è un vero peccato per il nostro Paese, ma possiamo facilmente porvi rimedio in Congresso attraverso un provvedimento legislativo, con il sostegno del Presidente, che è stato ormai determinato durante questo processo. Non è necessario alcun lungo e complesso emendamento costituzionale! Il Congresso dovrebbe iniziare OGGI a lavorare per porre fine a questo sistema di cittadinanza per nascita, costoso e ingiusto per il nostro Paese. Avranno il mio pieno e totale sostegno». Questa mattina, ha pubblicato sui social media un articolo di giornale che illustrava come i suoi tentativi di annullare la cittadinanza per diritto di nascita potrebbero ancora avere successo attraverso un’azione legislativa.

Nel frattempo, si tratta della terza sconfitta significativa per Trump alla Corte Suprema negli ultimi mesi, dopo la sentenza di febbraio che ha invalidato i suoi dazi doganali e la decisione di lunedì che gli ha impedito di licenziare immediatamente Lisa Cook dalla Federal Reserve.

 


L’algoritmo dell’odio. Serve un movimento globale per fermare Elon Musk e i “broligarchi”

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

Di Dario De Leonardis, Valigia Blu

Le fiamme che hanno illuminato a giorno le strade di Belfast in queste settimane [vedi anche Lealisti e “patrioti”, la nuova polveriera irlandese, ndr] non sono nate lì. Sono state alimentate a migliaia di chilometri di distanza, da commentatori online che, nella maggior parte dei casi, farebbero fatica a trovare l’IrlandaLa ristretta cerchia di uomini ricchissimi e potenti, rappresentanti delle grandi aziende nell’àmbito delle tecnologie più avanzate, competitive e innovative, che condizionano o mirano a condizionare gli orientamenti politici e le scelte dei governi del Nord su una mappa – parole di Naomi Long, Ministro della Giustizia dell’Irlanda del Nord, pronunciate mentre la città bruciava ancora. Famiglie innocenti sono state costrette a fuggire dalle proprie case scortate da veicoli blindati della polizia, mentre folle di uomini a volto coperto circolavano online liste con gli indirizzi delle presunte abitazioni degli immigrati.

Quando le squadre di pulizia sono intervenute per rimuovere i detriti, la natura di ciò che era accaduto era già inequivocabile. Quelle che alcuni avevano provato a chiamare “proteste” si erano rivelate per quello che erano: pogrom razzisti, amplificati e in parte teleguidati dall’alto dell’ecosistema digitale globale. Tra i bersagli emblematici, come documentato dall’Institute of Race Relations, figura lo Sham Supermarket di Sandy Row, nel sud di Belfast, gestito da proprietari siriani e distrutto questa volta per la seconda volta in due anni da bande di uomini mascherati – il terzo attacco in quattro anni totali, tanto che le compagnie assicurative si sono ormai rifiutate di coprire il locale.

L’accoltellamento per il quale è stato incriminato Hadi Alodid, rifugiato sudanese di 30 anni, con l’accusa di tentato omicidio ai danni di Stephen Ogilvie, è stato l’innesco. La benzina sul fuoco è stata versata da un’architettura mediatica progettata per monetizzare la rabbia che va avanti da più di dieci anni. La polizia ha chiarito fin da subito che l’attacco non ha alcuna matrice terroristica. Non è servito a fermare nulla. Non è quello il problema e non è quello che interessa chi lucra politicamente sulla cosa.

Le istituzioni e il nome del problema

Le istituzioni hanno fatto quello che fanno in questi casi: hanno puntato il dito. Naomi Long ha chiamato le cose con il loro nome: “Se si cacciano le persone dalle loro case in base al colore della pelle, non c’è altro modo di definirlo: è razzismo”. Anna Turley, Ministra del Gabinetto britannico, ha messo al centro della questione Elon Musk con una franchezza insolita per un membro del governo: “Non vive nel tipo di comunità in cui stiamo assistendo a questo tipo di attività. Non è a rischio. Ha la responsabilità di non alimentare odio.”

L’autorità britannica per le comunicazioni Ofcom ha annunciato di stare “monitorando da vicino” il ruolo dei social media nei disordini, ricordando alle piattaforme gli obblighi previsti dall’Online Safety Act 2023. Ma i moniti legali, per ora, si sono infranti contro la volontà politica del proprietario di X.

Musk: agitatore, non pacificatore

L’intervento diretto di Musk in questa crisi è stato quello a cui ci ha abituato: l’agitatore. Ha condiviso immagini cruente dell’accoltellamento e ha amplificato i luoghi di raduno dei rivoltosi: una lista di punti di protesta pubblicata da Tommy Robinson (pseudonimo di Stephen Yaxley-Lennon – quello che Jeffrey Epstein e Steve Bannon definivano nelle loro mail “la spina dorsale d’Inghilterra”) ha raggiunto 8,4 milioni di visualizzazioni su X. Musk ha rilanciato il post di Robinson aggiungendo: “Only by protesting REPEATEDLY and LOUDLY will there be any change!!”, arrivando a sua volta a quasi 6,9 milioni di visualizzazioni.

Musk ha anche ripubblicato un post di Rupert Lowe – parlamentare britannico e leader del partito di estrema destra Restore Britain – che accompagnava l’immagine dell’aggressore con la dicitura “millions must go”: la formula della destra radicale per chiedere l’espulsione di massa degli immigrati. Non un commento di Musk, ma un’amplificazione deliberata verso 240 milioni di follower di un messaggio che, da solo, sarebbe rimasto nell’ecosistema della frange.

Il contesto è importante. Già il 29 ottobre 2025, molto prima dei fatti di Belfast, Musk aveva scritto sul suo profilo: “Civil war in Britain is inevitable. Just a question of when” – una dichiarazione che rileggere oggi, alla luce delle strade in fiamme di Sandy Row, assume un significato diverso da quello di una semplice provocazione. Noto per sostenere pubblicamente attivisti di estrema destra come Robinson e per aver interagito con Lowe con l’agghiacciante “This is the way” (citazione dalla serie TV The Mandalorian; è il motto della fede religiosa del protagonista) in risposta a una richiesta di processare i funzionari che “avevano portato selvaggi del terzo mondo nelle nostre comunità”, Musk ha anche chiesto falsamente ai suoi follower se “la politica ufficiale della polizia imponesse loro di essere razzisti contro i bianchi” – una delle teorie cospirative più in voga nell’estrema destra anglofona.

Come analizza The New Republic, la retorica di Musk si inserisce nella narrazione suprematista di origine neonazista della “grande sostituzione” e serve a spingere le frange della destra radicale all’azione, non soltanto alle parole.

Una strategia, non un incidente

Il 4 dicembre 2025 l’amministrazione Trump ha pubblicato una nuova National Security Strategy che si impegna a “coltivare resistenza” alla traiettoria attuale dell’Europa, sostenendo la “rinascita di spirito” dei suoi “alleati politici” e salutando con “grande ottimismo” la crescente influenza dei partiti “patriottici” del continente. Il Council on Foreign Relations e lo Stimson Center hanno descritto questo linguaggio come un’aperta legittimazione dell’ingerenza politica nelle democrazie alleate: non un’osservazione, ma un programma.

Tommy Robinson non è un fenomeno spontaneo della rete. Robert Shillman, miliardario fondatore di Cognex, azienda che crea sistemi di visione artificiale per macchinari, ed ex membro dei Friends of the Israel Defense Forces, gli ha finanziato una “Shillman Fellowship” tramite il David Horowitz Freedom Center, lo stesso canale con cui ha sostenuto altri attivisti islamofobi internazionali, da Geert Wilders in giù. Robert Mercer, finanziatore storico della destra americana e socio di Steve Bannon nella costruzione di Breitbart News e Cambridge Analytica, ha fatto da ponte tra il nazionalismo digitale britannico sfociato nella Brexit e la galassia alt-right che ha preceduto l’ascesa di Trump.

Lo stesso intreccio attraversa Reform UK. Christopher Harborne, co-proprietario della criptovaluta Tether, ha donato oltre 22 milioni di sterline al partito di Farage, incluso un regalo personale di 5 milioni non dichiarato nei tempi previsti, ora sotto indagine di Standards Commissioner ed Electoral Commission. Anche qui il denaro che alimenta la destra radicale britannica ha un interesse diretto, non solo ideologico, nella sua vittoria politica.

A questo si aggiunge Paul Marshall, magnate degli hedge fund e proprietario degli outlet conservatori UnHerd e The Spectator nonché co-proprietario di GB News insieme al gruppo Legatum. GB News paga a Farage circa 400.000 sterline l’anno per condurre un programma, una cifra che diverse inchieste giornalistiche definiscono più simile a una donazione politica travestita da stipendio che a un compenso editoriale, anche perché l’emittente ha accumulato oltre 130 milioni di sterline di perdite ripianate dai suoi stessi proprietari. Secondo un’analisi commissionata dal deputato laburista Liam Byrne, Marshall, Legatum e i grandi donatori di Reform UK hanno investito insieme oltre 130 milioni di sterline in cinque anni per costruire questo ecosistema mediatico, non semplicemente per finanziare un partito.

L’ecosistema della menzogna e il mito della “polizia a doppio binario”

I fatti di Belfast non sono isolati. Un’analisi di European Digital Media Observatory mostra come il copione si ripeta: dopo Dublino nel 2023, Southport nel 2024, Belfast nel 2026, la sequenza è sempre la stessa. Un crimine commesso da una persona di colore, la disinformazione che esplode in poche ore sui social, le forze dell’ordine sommerse da narrazioni false, la violenza nelle strade. Protagonisti fissi: elementi del nazionalismo britannico, parti dell’ecosistema MAGA americano, Elon Musk.

Al centro di questa narrazione c’è il mito della “polizia a doppio binario” – la teoria che le forze dell’ordine trattino con clemenza le minoranze e i manifestanti di sinistra, reprimendo invece i “cittadini bianchi”. Una favola che ha una storia precisa, e rovesciata. Il termine nacque intorno alle rivolte di Brixton del 1981 per denunciare esattamente l’opposto: il pregiudizio sistematico della polizia contro la comunità nera. Distorto e ribaltato nell’uso corrente della destra radicale – con Tommy Robinson tra i principali artefici della sua diffusione, e Suella Braverman che nel 2023 lo ha legittimato in sede parlamentare – il mito è stato poi sdoganato su scala globale da Musk.

I dati naturalmente smentiscono categoricamente questa costruzione. Dai report di Home Office 2025: le persone nere hanno tra quattro e cinque volte più probabilità di essere fermate e perquisite rispetto alle persone bianche – un divario che negli anni precedenti aveva raggiunto 8,3 volte. Venticinque anni di rapporti ufficiali, dal Macpherson del 1999 alla Casey Review del 2023, documentano un pregiudizio razziale nella polizia britannica che corre esattamente nella direzione opposta a quella sostenuta dai rivoltosi.

Uno sguardo sui profili degli arrestati conferisce a questa storia un’ulteriore dimensione. Le inchieste di The Detail sugli arresti per le rivolte del 2024 hanno rivelato due dati distinti: quasi la metà (48%) degli arrestati aveva già precedenti per violenza domestica prima di scendere in strada; un quarto degli stessi soggetti (24,5%) è stato poi segnalato alla polizia per violenza domestica nei mesi successivi. Il pattern è stato confermato  – sempre da The Detail – anche nelle rivolte di Ballymena del giugno 2025, dove un terzo degli arrestati aveva precedenti analoghi. Non cittadini preoccupati per l’ordine pubblico: individui già noti per crimini violenti, che usavano la retorica della “difesa delle donne” come copertura.

Il doppio standard di questa retorica emerge con ancora più chiarezza se si guarda a un episodio che a Belfast è ancora fresco nella memoria collettiva. Appena cinque giorni prima dell’accoltellamento che ha innescato le rivolte, il 3 giugno 2026, la Belfast Crown Court ha condannato a un minimo di 31 anni Stephen McCullagh per l’omicidio di Natalie McNally: una donna di 32 anni, incinta di 15 settimane, pestata, soffocata e accoltellata nella propria casa dal padre del bambino che portava in grembo, che si era costruito un alibi falsificando una diretta YouTube di sei ore. Il giudice ha definito l’omicidio “la forma più estrema di violenza domestica” e un fenomeno “grave e ricorrente nella nostra società“. Nessun corteo, nessuna lista di indirizzi, nessuna mobilitazione online ha accompagnato quella sentenza. McCullagh è bianco, nordirlandese, e l’omicidio è avvenuto tra le mura domestiche: circostanze che, semplicemente, non si prestano alla narrazione che i rivoltosi e i loro amplificatori online avrebbero voluto raccontare.

Un algoritmo riprogettato per l’odio

Come fa una piattaforma nata per il microblogging a diventare l’infrastruttura primaria del neofascismo globale? La risposta è in quattro punti.

L’amplificazione personale. Una ricerca pubblicata su Science nel novembre 2025 ha fornito prove causali dirette che l’algoritmo di X altera la polarizzazione politica degli utenti esposti a contenuti ostili e antidemocratici – uno dei risultati empirici più solidi mai ottenuti in modo indipendente dalle piattaforme stesse. E dentro questo sistema già distorto, Musk ha fatto un passo ulteriore: secondo leak documentati e interviste anonime a dipendenti di X, ha richiesto modifiche al codice per aumentare artificialmente la visibilità dei propri post, inserendo il proprio account in una lista privilegiata che bypassa le metriche ordinarie. Il suo feed “Per Te” non è un prodotto dell’algoritmo: è il megafono personale del proprietario.

Grok come strumento senza guardrail. Venduta da Musk come intelligenza artificiale “anti-woke”, Grok ha causato danni documentati ben prima delle rivolte di Belfast. Secondo il Center for Countering Digital Hate, in soli 11 giorni tra dicembre 2025 e gennaio 2026, Grok ha generato circa 3 milioni di immagini sessualizzate, di cui 23.000 ritraenti minori. Durante le rivolte britanniche, agitatori di estrema destra hanno sfruttato strumenti di generazione AI – incluso Grok – per produrre immagini e testi incendiari. Il ruolo specifico di Grok come strumento tattico nelle rivolte di Belfast resta oggetto di indagine, ma il contesto di mancanza di guardrail è documentato.

L’illusione delle Community Notes. Un’analisi del think tank Demos condotta durante le rivolte di Southport ha dimostrato che il sistema di fact-checking comunitario di X è strutturalmente inadeguato nei momenti di crisi: meno del 5% delle Community Notes proposte sui post relativi alle rivolte è arrivato effettivamente a essere pubblicato, e quelle poche pubblicate sono arrivate troppo tardi per contenere la diffusione dei contenuti manipolativi.

Lo smantellamento deliberato delle tutele. Amnesty International ha documentato come Musk abbia sistematicamente ridotto i team di sicurezza di X e riprogettato l’algoritmo per premiare l’interazione aggressiva. Nel solo periodo successivo alle rivolte di Southport del 2024, i post di Tommy Robinson hanno ottenuto oltre 580 milioni di visualizzazioni in due settimane – un dato che dà la misura di quanto la piattaforma sia diventata, nei fatti, una cassa di risonanza per chi monetizza l’odio.

Perché Musk lo fa?

Il sostegno di Musk a Robinson non è solo ideologico: è soprattutto economico. Robinson stesso ha confermato che Musk ha coperto quasi 100.000 sterline di spese legali per il suo processo, ringraziandolo pubblicamente dopo l’assoluzione. Non un gesto isolato: Musk ha più volte chiesto pubblicamente la scarcerazione di Robinson, definendolo un “prigioniero politico” davanti ai suoi oltre 200 milioni di follower.

Il rapporto con Nigel Farage segue una logica lievemente diversa, ma altrettanto concreta. Tra dicembre 2024 e gennaio 2025 si è discusso pubblicamente di una possibile donazione di Musk a Reform UK fino a 100 milioni di dollari – la cifra più alta mai circolata nella storia del finanziamento politico britannico – prima che la trattativa si arenasse su complicazioni legali e su uno scontro personale tra i due, innescato proprio dal sostegno di Musk a Robinson. Ma al di là della donazione mai concretizzata, l’interesse di Musk per Reform UK ha una ragione strutturale: il programma del partito di Farage è disegnato, letteralmente, per i miliardari come lui. La proposta di punta è la “Britannia Card”: chi non risiede nel Regno Unito potrebbe pagare una tariffa forfettaria una tantum di 250.000 sterline per ottenere un’esenzione fiscale a vita su reddito estero, plusvalenze e patrimonio globale, con tanto di scudo dall’imposta di successione per vent’anni. Il Tax Policy Associates ha stimato che la misura costerebbe alle finanze pubbliche britanniche circa 34 miliardi di sterline in cinque anni – soldi che, semplicemente, non verrebbero più versati dai pochissimi super-ricchi che potrebbero permettersi la “carta”. Il Labour ha definito la proposta “un assegno in bianco per i miliardari”.

Questa è la chiave di lettura per capire il legame dei due fronti dell’azione di Musk a Belfast: da un lato l’amplificazione ideologica dell’odio razziale attraverso Robinson, dall’altro il sostegno a una forza politica razzista che, se al governo, gli garantirebbe direttamente un trattamento fiscale di favore. La retorica sull’immigrazione e la “guerra civile” è quindi ragionevolmente il carburante che tiene in vita un ecosistema politico la cui vittoria elettorale avrebbe per Musk un valore economico concreto, misurabile in miliardi, come se ne avesse ancora bisogno.

È esattamente il meccanismo che l’economista britannico Gary Stevenson – ex trader di Citibank diventato una delle voci più seguite del Regno Unito sulla disuguaglianza patrimoniale – descrive da tempo nei suoi interventi pubblici: secondo Stevenson, la narrazione di destra che incolpa i migranti per crisi abitativa, salari stagnanti e servizi pubblici al collasso è una scorciatoia politica più facile da vendere rispetto a una discussione onesta sulla concentrazione della ricchezza, e sposta sistematicamente l’attenzione lontano dai super-ricchi che più beneficiano dello status quo fiscale – Musk, secondo la teoria di Stevenson, è un caso di scuola di questa dinamica.

Semplificando: più la rabbia popolare si concentra sull’immigrazione, meno si concentra su chi, come Musk, ha tutto l’interesse a che le tasse sui grandi patrimoni non vengano mai discusse sul serio.

La geopolitica della secessione delle piattaforme

Quella in corso non è più una questione di “moderazione dei contenuti”. È una crisi strutturale della sfera pubblica democratica, e Valigia Blu la racconta da tempo seguendo il filo delle inchieste europee aperte contro X e Grok: dalla multa da 120 milioni di euro inflitta dalla Commissione Europea nel dicembre 2025 per violazioni del Digital Services Act, alle indagini parallele apertesi in Irlanda, Francia, Spagna e Regno Unito sul trattamento dei dati personali e sui deepfake sessuali generati da Grok. X non è uno strumento di comunicazione neutrale: è uno stack informativo che si è progressivamente sottratto agli stessi standard di responsabilità chiesti alle altre piattaforme.

La risposta della società civile e del giornalismo è iniziata concretamente, nei limiti del possibile. Il Guardian ha smesso di pubblicare su X già a novembre 2024, citando esplicitamente la proliferazione di “contenuti disturbanti” e teorie del complotto di estrema destra sulla piattaforma. Lo stesso hanno fatto NPR, la Federazione Europea dei Giornalisti – che rappresenta quasi 300.000 giornalisti – e numerose testate europee, mentre realtà italiane come Valigia Blu e il Forum Disuguaglianze e Diversità hanno scelto di trasferirsi su piattaforme decentralizzate come Bluesky per non restare, come scrive il Forum, “complici anche solo con la nostra presenza” dei contenuti che X oggi propaganda. Ma l’esodo volontario, per quanto significativo, non basta a risolvere il problema strutturale.

In questo quadro emerge l’ambiguità della posizione italiana. Diverse analisi – tra cui quelle di Foreign Policy e di The Conversation – descrivono la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni come la leader europea che più si è proposta come “ponte” tra l’Unione Europea, l’amministrazione Trump e lo stesso Musk, con cui intrattiene un rapporto personale che risale al 2023 e che è stato più volte oggetto di scrutinio politico, anche per il progetto di accordo Starlink con il governo italiano. Un ruolo geopolitico che rischia di tradursi in una legittimazione istituzionale delle operazioni manipolatorie del miliardario sul suolo europeo, proprio mentre altre capitali europee – Berlino, Parigi, Londra – accusano apertamente Musk di ingerenza politica.

La lezione di Belfast

Le fiamme di Belfast non sono state un problema di ordine pubblico locale. Sono il sintomo di una malattia globale che sta trasformando il Regno Unito in una piastrina di Petri per le sue sperimentazioni più pericolose: l’infrastruttura del dibattito pubblico democratico è stata dirottata per servire gli interessi ideologici di un singolo individuo, e nessuna authority nazionale ha ancora trovato gli strumenti – o la volontà politica – per porvi rimedio.

Le indagini mostrano che X non ha subito alcuna azione legale concreta da parte del governo britannico per i post che incitavano alla violenza: il Regno Unito ha scelto di rimandare ogni intervento a Ofcom, per un periodo di almeno due mesi, mentre le modifiche all’Online Safety Act che dovrebbero imporre rimozioni più rapide dei contenuti in tempo di crisi non entreranno in vigore prima di metà luglio. Il boicottaggio spontaneo della società civile è un segnale importante, non una soluzione.


Trump, i giudici e gli equilibri della democrazia

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

Di Alan Friedman, La Stampa

Ci sono giorni in cui una Corte Suprema decide delle cause. E ci sono giorni in cui riscrive gli equilibri di una democrazia. Ieri è stato uno di quei giorni. Nel giro di poche ore, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso quattro decisioni destinate a lasciare un segno profondo. Tre rappresentano una netta sconfitta per Donald Trump. La quarta è invece una vittoria storica per la sua idea di presidenza: un potere esecutivo sempre meno limitato dai tradizionali contrappesi costituzionali.

È un paradosso solo apparente. Perché le due cose possono convivere.

La prima decisione riguarda E. Jean Carroll, la giornalista che ha accusato Trump di averla stuprato nel camerino dei grandi magazzini Bergdorf Goodman di New York, a metà degli anni Novanta. Trump ha sempre negato tutto, definendola una bugiarda e trasformandola per anni nel bersaglio di continui attacchi personali.

Una giuria federale civile, il 9 maggio 2023, ha invece stabilito che Trump è civilmente responsabile per abuso sessuale e diffamazione, condannandolo a pagare cinque milioni di dollari. Il 30 dicembre 2024 la Corte d’Appello del Secondo Circuito ha confermato integralmente quella sentenza. Trump si è quindi rivolto alla Corte Suprema.

Ieri i giudici hanno rifiutato perfino di esaminare il suo ricorso.

Può sembrare un dettaglio procedurale. Non lo è. Significa che la sentenza del 2023 diventa definitiva. Trump resta legalmente responsabile dell’abuso sessuale e della diffamazione di Carroll e dovrà pagare i cinque milioni di dollari stabiliti dalla giuria.

La seconda decisione è ancora più importante perché riguarda il cuore stesso della democrazia americana.

Dalla sconfitta del 2020 Trump ha trasformato il voto per corrispondenza in uno dei bersagli principali della sua strategia politica. Lui e il Partito Repubblicano hanno cercato ripetutamente di impedire il conteggio delle schede arrivate dopo l’Election Day, anche quando erano state spedite entro i termini previsti dalla legge.

L’obiettivo politico è evidente: restringere l’accesso al voto in categorie di elettori che utilizzano più frequentemente il voto postale, dagli anziani ai militari all’estero, fino a molti elettori democratici.

Ieri la Corte Suprema ha respinto questo tentativo, confermando che gli Stati possono continuare a conteggiare le schede spedite in tempo anche se recapitate qualche giorno dopo.

È una decisione fondamentale. Le democrazie sopravvivono solo se le regole del gioco non vengono cambiate mentre la partita è in corso.

Anche la terza sentenza rappresenta un limite imposto a Trump, sebbene abbia ricevuto meno attenzione.

I giudici hanno impedito al Presidente di licenziare Lisa Cook, membro del Board della Federal Reserve. Può sembrare una questione tecnica. In realtà riguarda uno dei pilastri dell’economia mondiale.

La credibilità della Federal Reserve dipende dalla sua indipendenza dal potere politico. Se ogni presidente potesse sostituire i governatori della banca centrale perché non condivide le loro decisioni sui tassi d’interesse, la politica monetaria diventerebbe inevitabilmente uno strumento elettorale.

Difendendo Lisa Cook, la Corte ha difeso l’indipendenza della banca centrale americana e, indirettamente, la fiducia internazionale nel dollaro.

Poi è arrivata la quarta sentenza. Ed è qui che il quadro cambia radicalmente.

Con la sentenza Trump contro Slaughter, la Corte Suprema ha rovesciato quasi novant’anni di giurisprudenza, attribuendo al Presidente un potere molto più ampio di rimuovere i commissari della Federal Trade Commission, la FTC.

Per molti lettori italiani la FTC dice poco. Negli Stati Uniti, invece, è una delle autorità indipendenti più importanti. Vigila sulla concorrenza, combatte i monopoli, blocca fusioni che possono alterare il mercato, tutela i consumatori e controlla gli abusi delle grandi multinazionali. Il Congresso l’aveva voluta indipendente proprio perché potesse prendere decisioni senza subire le pressioni della politica.

Per quasi un secolo nessun presidente ha potuto licenziare i suoi commissari semplicemente perché non ne condivideva le scelte o desiderava sostituirli con persone più fedeli. Non era un dettaglio burocratico. Era uno dei contrappesi costruiti dalla Costituzione americana per evitare un’eccessiva concentrazione del potere esecutivo.

Da ieri questo equilibrio è cambiato.

Il rischio è evidente. Quando un’autorità indipendente diventa politicamente dipendente dalla Casa Bianca, aumenta inevitabilmente la tentazione di essere più indulgenti con gli amici e più severi con gli avversari.

Per questo la sentenza va ben oltre il destino della Federal Trade Commission. Segna un nuovo trasferimento di potere dal Congresso alla Presidenza e indebolisce uno dei pilastri del sistema americano dei checks and balances.

E non si tratta di un episodio isolato.

Negli ultimi anni la Corte Suprema ha progressivamente spostato il baricentro costituzionale verso la Casa Bianca. Nel giugno 2022 ha cancellato mezzo secolo di tutela costituzionale del diritto all’aborto.Nel luglio 2024 ha stabilito che un presidente gode di un’ampia immunità penale per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, rendendo molto più difficile chiamarlo a rispondere davanti alla giustizia.

Ci sono state anche eccezioni. Solo pochi mesi fa la stessa Corte ha inflitto a Trump una significativa sconfitta, stabilendo che il Presidente non può imporre dazi generalizzati invocando semplicemente i poteri d’emergenza. È stato un richiamo a uno dei principi più antichi della Costituzione: il potere di imporre tasse e dazi appartiene innanzitutto al Congresso.

Ed è proprio questo a rendere così significativa la giornata di ieri.

Tre volte la Corte Suprema ha funzionato come argine: ha difeso lo Stato di diritto nel caso Carroll, ha protetto l’integrità delle regole elettorali e ha preservato l’indipendenza della Federal Reserve. Ma, nello stesso pomeriggio, ha anche indebolito uno dei più importanti limiti costituzionali al potere del Presidente.

Le due cose si contraddicono, ma raccontano bene l’America di oggi.

A mio giudizio, la Corte Suprema non è più quell’arbitro indipendente che per decenni ha rappresentato il punto di equilibrio del sistema costituzionale americano. Troppe decisioni vanno nella stessa direzione: una Presidenza più forte, un Congresso più debole, meno vincoli all’esercizio del potere esecutivo.

Eppure la giornata di ieri ci ricorda anche un’altra verità. Perfino questa Corte, con una solida maggioranza conservatrice, continua talvolta a dire no a Donald Trump. Esistono ancora limiti che nemmeno lui riesce sempre a superare.

Ma il verdetto più importante deve ancora arrivare.

Prima della pausa estiva, la Corte è chiamata a pronunciarsi sul caso più esplosivo dell’intero mandato: l’ordine esecutivo con cui Trump vuole limitare il principio dello ius soli, garantito dal XIV Emendamento della Costituzione dal 1868. La domanda è semplice solo in apparenza: un Presidente può restringere con un proprio decreto un diritto costituzionale che dura da oltre un secolo e mezzo?

La risposta riguarderà molto più dell’immigrazione perché dirà agli americani e al resto del mondo se il Presidente degli Stati Uniti può riscrivere, da solo, il significato della Costituzione oppure se esistono ancora limiti invalicabili al suo potere.

Dopo le decisioni di ieri, questa non è più una disputa giuridica. È la domanda costituzionale più importante della presidenza Trump. E forse il banco di prova decisivo per il futuro della democrazia americana


L’analista Bianco: “Per l’Europa è l’ultima occasione di salvare la libertà a Hormuz”

Il sondaggio Gallup: “Il 60% ritiene che le condizioni di vita siano in peggioramento. La guerra frena la crescita” 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Nello stretto di Hormuz l’Europa si gioca l’ultima occasione per difendere la globalizzazione e “l’idea che ci sia un commercio globale fondato sul libero passaggio dagli stretti”, dice Cinzia Bianco, analista dello European Council on Foreign Relations e una dei maggior esperti internazionali di paesi del Golfo.

Pedaggio si, pedaggio no: a che gioco gioca l’Oman?

Gli omaniti sostengono di essere gli unici in grado di portare l’Iran da posizioni completamente irragionevoli a posizioni mediamente ragionevoli, accettabili dalla comunità internazionale, che non prevedono un pedaggio vero e proprio, ma il pagamento di un contributo volontario in cambio di alcuni servizi, in particolare legati alla protezione ambientale. Qualcosa di simile si svolge nello stretto di Malacca.

E gli europei cosa ne pensano?

Molti attori regionali e internazionali, inclusa la Francia, ritengono che soddisfi troppo le richieste iraniane, che poco hanno a che fare con la questione finanziaria e molto con la volontà di creare uno strumento che istituzionalizza il controllo iraniano sullo stretto di Hormuz.

Il punto non sono i soldi?

Il punto è che l’Iran avrebbe così una posizione diversa rispetto agli altri stati costieri. L’accusa è che l’Iran utilizzi l’Oman come cavallo di Troia per far passare questa cosa, perché Muscat è membro di organizzazioni internazionali della marittima.

Cosa pensano gli altri paesi del Golfo?

Gli Emirati rigettano del tutto l’idea che bisogna dare delle concessioni all’Iran e che la questione Hormuz debba essere gestita dal Consiglio di sicurezza dell’ONU con una risoluzione che ne garantisca il passaggio libero. Il Qatar ha una posizione più di compromesso: se è vero che c’è questa nuova realtà nella regione, quello che possiamo fare è costruire una gestione congiunta, i soldi che vengono raccolti vanno in un fondo regionale a cui possono attingere tutti i paesi del Golfo.

La Francia ha annunciato l’avviso di una operazione di co-sminamento con l’Oman: cosa significa questo?

E’ l’ultima occasione per la comunità internazionale di esprimere una posizione su Hormuz e non lasciarlo completamente a una gestione regionale. La coalizione a guida francese è l’ultimo spauracchio a difesa dell’idea che ci sia un commercio globale che si fonda sul libero passaggio dagli stretti internazionali, che non sono parte dei conflitti militari ma un bene comune. Il punto non è più Hormuz ma diventano Suez, Malacca, lo stretto del Mar della Cina, è un precedente geopolitico. La Francia è l’ultimo baluardo della soluzione internazionale, se fallisce, la soluzione regionale è di fatto un’egemonia iraniana un po’ stemperata. Per questo la Francia ha fatto l’accordo sullo sminamento, per sottrarre agli iraniani la scusa che servono i soldi per sminare.

L’Oman, su spinta americana, ha tentato di aprire una rotta alternativa a quella controllata dai Pasdaran. Non è finita bene.

Credo volessero dimostrare che non avrebbe funzionato, e infatti gli Iraniani la hanno subito bombardata.

Perché Muscat non ostacola i piani iraniani?

Perché andrebbe contro decenni della sua stessa storia e perché dovrebbe farlo con la sicurezza di avere le spalle protette.

Dagli americani?

Figuriamoci, erano pieni di basi militari nel Golfo che sono state bombardate da più di 3.000 missili, non sono più credibili.

E la Cina che dello stretto è grande utilizzatrice?

Ha dimostrato per l’ennesima volta di essere una potenza non potenza, refrattaria a qualsiasi responsabilità sulla sicurezza internazionale, che quando il gioco si fa duro se ne sta a casa sua, soprattutto quando ci stanno perdendo gli americani.

Un cambio di status a Hormuz però potrebbe avere un effetto domino anche su altri stretti che la Cina utilizza.

A loro converrebbe perché sarebbero loro i bulli in quel caso, non sarebbero certo le Filippine ad alzare la voce contro la Cina nello stretto di Malacca.

I sauditi che posizione hanno?

La speranza è che la comunità internazionale riesca in qualche modo a reimporre il libero passaggio nello stretto, ma c’è preoccupazione che invece si andrà a creare una situazione di fatto in cui ci saranno amare pillole da invogliare.