La Corte suprema Usa dà torto a Trump: resta lo ius soli. Il presidente: “È dannoso, il Congresso rimedi”

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. La Corte Suprema ha bocciato il tentativo di Donald Trump di abolire il diritto di cittadinanza per nascita negli Stati Uniti, così come è stato inteso per oltre un secolo dalla Costituzione americana, invalidando un ordine esecutivo del presidente repubblicano, che era un elemento chiave dell’agenda del tycoon, sebbene fosse legalmente discutibile fin dall’inizio.

La decisione per 6 voti a favore e 3 contro rappresenta una sconfitta importante per un presidente che si era candidato promettendo, tra l’altro, di porre fine al “turismo delle nascite” e il cui secondo mandato è stato in gran parte caratterizzato dalla sua spinta a reprimere con il pugno durissimo sia l’immigrazione clandestina che quella legale. In particolare, con il suo ordine esecutivo del 20 gennaio 2025 — il giorno della sua seconda inaugurazione — Trump voleva impedire che i bambini nati da immigrati senza documenti e da residenti stranieri temporanei negli USA diventassero automaticamente cittadini americani.

Un tentativo che ora è naufragato una volta per tutte: la decisione della Corte ha determinato come illegale il suo ordine e conferma il principio secondo cui chiunque nasca negli Stati Uniti è cittadino, anche se i suoi genitori non lo sono.

Nell’ordinanza firmata l’anno scorso, il presidente aveva dichiarato che la cittadinanza non sarebbe più stata concessa automaticamente ai bambini nati sul suolo statunitense.

L’ordine presidenziale, tuttavia, ha incontrato immediatamente delle contestazioni legali: organizzazioni per i diritti civili, gruppi di sostegno agli immigrati e futuri genitori hanno intentato causa, ottenendo in tribunale la possibilità di bloccarne l’entrata in vigore in attesa dell’esito dei procedimenti giudiziari. Il decreto del presidente, di fatto, non è entrata mai in vigore.

Il giudice capo John Roberts ha redatto l’opinione di maggioranza, che comprendeva sia giudici conservatori che progressisti. Un documento di ben 200 pagine che ha visto anche Amy Coney Barrett, la giudice scelta proprio da Trump nel 2020, votare a favore del mantenimento di questo diritto. Cinque giudici hanno affermato che l’ordinanza violava il 14° emendamento della Costituzione, che da tempo viene interpretato nel senso di conferire la cittadinanza per diritto di nascita a quasi chiunque nasca negli Stati Uniti. Uno dei giudici, il conservatore Brett Kavanaugh, ha affermato che l’ordinanza violava la legge federale ma non la Costituzione.

«La cittadinanza, allora come oggi, era il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica», ha scritto Roberts a nome della Corte. «I redattori del Quattordicesimo Emendamento estesero questa promessa a “ogni persona nata libera in questa terra”. Noi manteniamo questa promessa ancora oggi», ha scritto Roberts. Tre giudici conservatori – Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch – hanno espresso dissenso in un’opinione di 91 pagine.

Thomas ha criticato aspramente la Corte per aver respinto il tentativo del presidente Donald Trump. affermando che la decisione dei suoi colleghi “svaluta” la cittadinanza così come era intesa dai redattori del 14° emendamento. «Non sono sicuro che l’opinione odierna resisterà alla prova del tempo», ha scritto. Trump aveva addirittura assistito all’udienza su caso — una cosa mai vista per un presidente — il primo di aprile scorso e da settimane non ha fatto altro che inveire contro la sentenza. A maggio, aveva scritto che «una sentenza negativa sulla cittadinanza per diritto di nascita, in aggiunta alla recente catastrofe dei dazi doganali sancita dalla Corte Suprema, non è economicamente sostenibile per gli Stati Uniti d’America!».

Trump ha commentato così: «La Corte Suprema ha confermato il diritto di cittadinanza per nascita, il che è un vero peccato per il nostro Paese, ma possiamo facilmente porvi rimedio in Congresso attraverso un provvedimento legislativo, con il sostegno del Presidente, che è stato ormai determinato durante questo processo. Non è necessario alcun lungo e complesso emendamento costituzionale! Il Congresso dovrebbe iniziare OGGI a lavorare per porre fine a questo sistema di cittadinanza per nascita, costoso e ingiusto per il nostro Paese. Avranno il mio pieno e totale sostegno». Questa mattina, ha pubblicato sui social media un articolo di giornale che illustrava come i suoi tentativi di annullare la cittadinanza per diritto di nascita potrebbero ancora avere successo attraverso un’azione legislativa.

Nel frattempo, si tratta della terza sconfitta significativa per Trump alla Corte Suprema negli ultimi mesi, dopo la sentenza di febbraio che ha invalidato i suoi dazi doganali e la decisione di lunedì che gli ha impedito di licenziare immediatamente Lisa Cook dalla Federal Reserve.

 


L’algoritmo dell’odio. Serve un movimento globale per fermare Elon Musk e i “broligarchi”

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Dario De Leonardis, Valigia Blu

Le fiamme che hanno illuminato a giorno le strade di Belfast in queste settimane [vedi anche Lealisti e “patrioti”, la nuova polveriera irlandese, ndr] non sono nate lì. Sono state alimentate a migliaia di chilometri di distanza, da commentatori online che, nella maggior parte dei casi, farebbero fatica a trovare l’IrlandaLa ristretta cerchia di uomini ricchissimi e potenti, rappresentanti delle grandi aziende nell’àmbito delle tecnologie più avanzate, competitive e innovative, che condizionano o mirano a condizionare gli orientamenti politici e le scelte dei governi del Nord su una mappa – parole di Naomi Long, Ministro della Giustizia dell’Irlanda del Nord, pronunciate mentre la città bruciava ancora. Famiglie innocenti sono state costrette a fuggire dalle proprie case scortate da veicoli blindati della polizia, mentre folle di uomini a volto coperto circolavano online liste con gli indirizzi delle presunte abitazioni degli immigrati.

Quando le squadre di pulizia sono intervenute per rimuovere i detriti, la natura di ciò che era accaduto era già inequivocabile. Quelle che alcuni avevano provato a chiamare “proteste” si erano rivelate per quello che erano: pogrom razzisti, amplificati e in parte teleguidati dall’alto dell’ecosistema digitale globale. Tra i bersagli emblematici, come documentato dall’Institute of Race Relations, figura lo Sham Supermarket di Sandy Row, nel sud di Belfast, gestito da proprietari siriani e distrutto questa volta per la seconda volta in due anni da bande di uomini mascherati – il terzo attacco in quattro anni totali, tanto che le compagnie assicurative si sono ormai rifiutate di coprire il locale.

L’accoltellamento per il quale è stato incriminato Hadi Alodid, rifugiato sudanese di 30 anni, con l’accusa di tentato omicidio ai danni di Stephen Ogilvie, è stato l’innesco. La benzina sul fuoco è stata versata da un’architettura mediatica progettata per monetizzare la rabbia che va avanti da più di dieci anni. La polizia ha chiarito fin da subito che l’attacco non ha alcuna matrice terroristica. Non è servito a fermare nulla. Non è quello il problema e non è quello che interessa chi lucra politicamente sulla cosa.

Le istituzioni e il nome del problema

Le istituzioni hanno fatto quello che fanno in questi casi: hanno puntato il dito. Naomi Long ha chiamato le cose con il loro nome: “Se si cacciano le persone dalle loro case in base al colore della pelle, non c’è altro modo di definirlo: è razzismo”. Anna Turley, Ministra del Gabinetto britannico, ha messo al centro della questione Elon Musk con una franchezza insolita per un membro del governo: “Non vive nel tipo di comunità in cui stiamo assistendo a questo tipo di attività. Non è a rischio. Ha la responsabilità di non alimentare odio.”

L’autorità britannica per le comunicazioni Ofcom ha annunciato di stare “monitorando da vicino” il ruolo dei social media nei disordini, ricordando alle piattaforme gli obblighi previsti dall’Online Safety Act 2023. Ma i moniti legali, per ora, si sono infranti contro la volontà politica del proprietario di X.

Musk: agitatore, non pacificatore

L’intervento diretto di Musk in questa crisi è stato quello a cui ci ha abituato: l’agitatore. Ha condiviso immagini cruente dell’accoltellamento e ha amplificato i luoghi di raduno dei rivoltosi: una lista di punti di protesta pubblicata da Tommy Robinson (pseudonimo di Stephen Yaxley-Lennon – quello che Jeffrey Epstein e Steve Bannon definivano nelle loro mail “la spina dorsale d’Inghilterra”) ha raggiunto 8,4 milioni di visualizzazioni su X. Musk ha rilanciato il post di Robinson aggiungendo: “Only by protesting REPEATEDLY and LOUDLY will there be any change!!”, arrivando a sua volta a quasi 6,9 milioni di visualizzazioni.

Musk ha anche ripubblicato un post di Rupert Lowe – parlamentare britannico e leader del partito di estrema destra Restore Britain – che accompagnava l’immagine dell’aggressore con la dicitura “millions must go”: la formula della destra radicale per chiedere l’espulsione di massa degli immigrati. Non un commento di Musk, ma un’amplificazione deliberata verso 240 milioni di follower di un messaggio che, da solo, sarebbe rimasto nell’ecosistema della frange.

Il contesto è importante. Già il 29 ottobre 2025, molto prima dei fatti di Belfast, Musk aveva scritto sul suo profilo: “Civil war in Britain is inevitable. Just a question of when” – una dichiarazione che rileggere oggi, alla luce delle strade in fiamme di Sandy Row, assume un significato diverso da quello di una semplice provocazione. Noto per sostenere pubblicamente attivisti di estrema destra come Robinson e per aver interagito con Lowe con l’agghiacciante “This is the way” (citazione dalla serie TV The Mandalorian; è il motto della fede religiosa del protagonista) in risposta a una richiesta di processare i funzionari che “avevano portato selvaggi del terzo mondo nelle nostre comunità”, Musk ha anche chiesto falsamente ai suoi follower se “la politica ufficiale della polizia imponesse loro di essere razzisti contro i bianchi” – una delle teorie cospirative più in voga nell’estrema destra anglofona.

Come analizza The New Republic, la retorica di Musk si inserisce nella narrazione suprematista di origine neonazista della “grande sostituzione” e serve a spingere le frange della destra radicale all’azione, non soltanto alle parole.

Una strategia, non un incidente

Il 4 dicembre 2025 l’amministrazione Trump ha pubblicato una nuova National Security Strategy che si impegna a “coltivare resistenza” alla traiettoria attuale dell’Europa, sostenendo la “rinascita di spirito” dei suoi “alleati politici” e salutando con “grande ottimismo” la crescente influenza dei partiti “patriottici” del continente. Il Council on Foreign Relations e lo Stimson Center hanno descritto questo linguaggio come un’aperta legittimazione dell’ingerenza politica nelle democrazie alleate: non un’osservazione, ma un programma.

Tommy Robinson non è un fenomeno spontaneo della rete. Robert Shillman, miliardario fondatore di Cognex, azienda che crea sistemi di visione artificiale per macchinari, ed ex membro dei Friends of the Israel Defense Forces, gli ha finanziato una “Shillman Fellowship” tramite il David Horowitz Freedom Center, lo stesso canale con cui ha sostenuto altri attivisti islamofobi internazionali, da Geert Wilders in giù. Robert Mercer, finanziatore storico della destra americana e socio di Steve Bannon nella costruzione di Breitbart News e Cambridge Analytica, ha fatto da ponte tra il nazionalismo digitale britannico sfociato nella Brexit e la galassia alt-right che ha preceduto l’ascesa di Trump.

Lo stesso intreccio attraversa Reform UK. Christopher Harborne, co-proprietario della criptovaluta Tether, ha donato oltre 22 milioni di sterline al partito di Farage, incluso un regalo personale di 5 milioni non dichiarato nei tempi previsti, ora sotto indagine di Standards Commissioner ed Electoral Commission. Anche qui il denaro che alimenta la destra radicale britannica ha un interesse diretto, non solo ideologico, nella sua vittoria politica.

A questo si aggiunge Paul Marshall, magnate degli hedge fund e proprietario degli outlet conservatori UnHerd e The Spectator nonché co-proprietario di GB News insieme al gruppo Legatum. GB News paga a Farage circa 400.000 sterline l’anno per condurre un programma, una cifra che diverse inchieste giornalistiche definiscono più simile a una donazione politica travestita da stipendio che a un compenso editoriale, anche perché l’emittente ha accumulato oltre 130 milioni di sterline di perdite ripianate dai suoi stessi proprietari. Secondo un’analisi commissionata dal deputato laburista Liam Byrne, Marshall, Legatum e i grandi donatori di Reform UK hanno investito insieme oltre 130 milioni di sterline in cinque anni per costruire questo ecosistema mediatico, non semplicemente per finanziare un partito.

L’ecosistema della menzogna e il mito della “polizia a doppio binario”

I fatti di Belfast non sono isolati. Un’analisi di European Digital Media Observatory mostra come il copione si ripeta: dopo Dublino nel 2023, Southport nel 2024, Belfast nel 2026, la sequenza è sempre la stessa. Un crimine commesso da una persona di colore, la disinformazione che esplode in poche ore sui social, le forze dell’ordine sommerse da narrazioni false, la violenza nelle strade. Protagonisti fissi: elementi del nazionalismo britannico, parti dell’ecosistema MAGA americano, Elon Musk.

Al centro di questa narrazione c’è il mito della “polizia a doppio binario” – la teoria che le forze dell’ordine trattino con clemenza le minoranze e i manifestanti di sinistra, reprimendo invece i “cittadini bianchi”. Una favola che ha una storia precisa, e rovesciata. Il termine nacque intorno alle rivolte di Brixton del 1981 per denunciare esattamente l’opposto: il pregiudizio sistematico della polizia contro la comunità nera. Distorto e ribaltato nell’uso corrente della destra radicale – con Tommy Robinson tra i principali artefici della sua diffusione, e Suella Braverman che nel 2023 lo ha legittimato in sede parlamentare – il mito è stato poi sdoganato su scala globale da Musk.

I dati naturalmente smentiscono categoricamente questa costruzione. Dai report di Home Office 2025: le persone nere hanno tra quattro e cinque volte più probabilità di essere fermate e perquisite rispetto alle persone bianche – un divario che negli anni precedenti aveva raggiunto 8,3 volte. Venticinque anni di rapporti ufficiali, dal Macpherson del 1999 alla Casey Review del 2023, documentano un pregiudizio razziale nella polizia britannica che corre esattamente nella direzione opposta a quella sostenuta dai rivoltosi.

Uno sguardo sui profili degli arrestati conferisce a questa storia un’ulteriore dimensione. Le inchieste di The Detail sugli arresti per le rivolte del 2024 hanno rivelato due dati distinti: quasi la metà (48%) degli arrestati aveva già precedenti per violenza domestica prima di scendere in strada; un quarto degli stessi soggetti (24,5%) è stato poi segnalato alla polizia per violenza domestica nei mesi successivi. Il pattern è stato confermato  – sempre da The Detail – anche nelle rivolte di Ballymena del giugno 2025, dove un terzo degli arrestati aveva precedenti analoghi. Non cittadini preoccupati per l’ordine pubblico: individui già noti per crimini violenti, che usavano la retorica della “difesa delle donne” come copertura.

Il doppio standard di questa retorica emerge con ancora più chiarezza se si guarda a un episodio che a Belfast è ancora fresco nella memoria collettiva. Appena cinque giorni prima dell’accoltellamento che ha innescato le rivolte, il 3 giugno 2026, la Belfast Crown Court ha condannato a un minimo di 31 anni Stephen McCullagh per l’omicidio di Natalie McNally: una donna di 32 anni, incinta di 15 settimane, pestata, soffocata e accoltellata nella propria casa dal padre del bambino che portava in grembo, che si era costruito un alibi falsificando una diretta YouTube di sei ore. Il giudice ha definito l’omicidio “la forma più estrema di violenza domestica” e un fenomeno “grave e ricorrente nella nostra società“. Nessun corteo, nessuna lista di indirizzi, nessuna mobilitazione online ha accompagnato quella sentenza. McCullagh è bianco, nordirlandese, e l’omicidio è avvenuto tra le mura domestiche: circostanze che, semplicemente, non si prestano alla narrazione che i rivoltosi e i loro amplificatori online avrebbero voluto raccontare.

Un algoritmo riprogettato per l’odio

Come fa una piattaforma nata per il microblogging a diventare l’infrastruttura primaria del neofascismo globale? La risposta è in quattro punti.

L’amplificazione personale. Una ricerca pubblicata su Science nel novembre 2025 ha fornito prove causali dirette che l’algoritmo di X altera la polarizzazione politica degli utenti esposti a contenuti ostili e antidemocratici – uno dei risultati empirici più solidi mai ottenuti in modo indipendente dalle piattaforme stesse. E dentro questo sistema già distorto, Musk ha fatto un passo ulteriore: secondo leak documentati e interviste anonime a dipendenti di X, ha richiesto modifiche al codice per aumentare artificialmente la visibilità dei propri post, inserendo il proprio account in una lista privilegiata che bypassa le metriche ordinarie. Il suo feed “Per Te” non è un prodotto dell’algoritmo: è il megafono personale del proprietario.

Grok come strumento senza guardrail. Venduta da Musk come intelligenza artificiale “anti-woke”, Grok ha causato danni documentati ben prima delle rivolte di Belfast. Secondo il Center for Countering Digital Hate, in soli 11 giorni tra dicembre 2025 e gennaio 2026, Grok ha generato circa 3 milioni di immagini sessualizzate, di cui 23.000 ritraenti minori. Durante le rivolte britanniche, agitatori di estrema destra hanno sfruttato strumenti di generazione AI – incluso Grok – per produrre immagini e testi incendiari. Il ruolo specifico di Grok come strumento tattico nelle rivolte di Belfast resta oggetto di indagine, ma il contesto di mancanza di guardrail è documentato.

L’illusione delle Community Notes. Un’analisi del think tank Demos condotta durante le rivolte di Southport ha dimostrato che il sistema di fact-checking comunitario di X è strutturalmente inadeguato nei momenti di crisi: meno del 5% delle Community Notes proposte sui post relativi alle rivolte è arrivato effettivamente a essere pubblicato, e quelle poche pubblicate sono arrivate troppo tardi per contenere la diffusione dei contenuti manipolativi.

Lo smantellamento deliberato delle tutele. Amnesty International ha documentato come Musk abbia sistematicamente ridotto i team di sicurezza di X e riprogettato l’algoritmo per premiare l’interazione aggressiva. Nel solo periodo successivo alle rivolte di Southport del 2024, i post di Tommy Robinson hanno ottenuto oltre 580 milioni di visualizzazioni in due settimane – un dato che dà la misura di quanto la piattaforma sia diventata, nei fatti, una cassa di risonanza per chi monetizza l’odio.

Perché Musk lo fa?

Il sostegno di Musk a Robinson non è solo ideologico: è soprattutto economico. Robinson stesso ha confermato che Musk ha coperto quasi 100.000 sterline di spese legali per il suo processo, ringraziandolo pubblicamente dopo l’assoluzione. Non un gesto isolato: Musk ha più volte chiesto pubblicamente la scarcerazione di Robinson, definendolo un “prigioniero politico” davanti ai suoi oltre 200 milioni di follower.

Il rapporto con Nigel Farage segue una logica lievemente diversa, ma altrettanto concreta. Tra dicembre 2024 e gennaio 2025 si è discusso pubblicamente di una possibile donazione di Musk a Reform UK fino a 100 milioni di dollari – la cifra più alta mai circolata nella storia del finanziamento politico britannico – prima che la trattativa si arenasse su complicazioni legali e su uno scontro personale tra i due, innescato proprio dal sostegno di Musk a Robinson. Ma al di là della donazione mai concretizzata, l’interesse di Musk per Reform UK ha una ragione strutturale: il programma del partito di Farage è disegnato, letteralmente, per i miliardari come lui. La proposta di punta è la “Britannia Card”: chi non risiede nel Regno Unito potrebbe pagare una tariffa forfettaria una tantum di 250.000 sterline per ottenere un’esenzione fiscale a vita su reddito estero, plusvalenze e patrimonio globale, con tanto di scudo dall’imposta di successione per vent’anni. Il Tax Policy Associates ha stimato che la misura costerebbe alle finanze pubbliche britanniche circa 34 miliardi di sterline in cinque anni – soldi che, semplicemente, non verrebbero più versati dai pochissimi super-ricchi che potrebbero permettersi la “carta”. Il Labour ha definito la proposta “un assegno in bianco per i miliardari”.

Questa è la chiave di lettura per capire il legame dei due fronti dell’azione di Musk a Belfast: da un lato l’amplificazione ideologica dell’odio razziale attraverso Robinson, dall’altro il sostegno a una forza politica razzista che, se al governo, gli garantirebbe direttamente un trattamento fiscale di favore. La retorica sull’immigrazione e la “guerra civile” è quindi ragionevolmente il carburante che tiene in vita un ecosistema politico la cui vittoria elettorale avrebbe per Musk un valore economico concreto, misurabile in miliardi, come se ne avesse ancora bisogno.

È esattamente il meccanismo che l’economista britannico Gary Stevenson – ex trader di Citibank diventato una delle voci più seguite del Regno Unito sulla disuguaglianza patrimoniale – descrive da tempo nei suoi interventi pubblici: secondo Stevenson, la narrazione di destra che incolpa i migranti per crisi abitativa, salari stagnanti e servizi pubblici al collasso è una scorciatoia politica più facile da vendere rispetto a una discussione onesta sulla concentrazione della ricchezza, e sposta sistematicamente l’attenzione lontano dai super-ricchi che più beneficiano dello status quo fiscale – Musk, secondo la teoria di Stevenson, è un caso di scuola di questa dinamica.

Semplificando: più la rabbia popolare si concentra sull’immigrazione, meno si concentra su chi, come Musk, ha tutto l’interesse a che le tasse sui grandi patrimoni non vengano mai discusse sul serio.

La geopolitica della secessione delle piattaforme

Quella in corso non è più una questione di “moderazione dei contenuti”. È una crisi strutturale della sfera pubblica democratica, e Valigia Blu la racconta da tempo seguendo il filo delle inchieste europee aperte contro X e Grok: dalla multa da 120 milioni di euro inflitta dalla Commissione Europea nel dicembre 2025 per violazioni del Digital Services Act, alle indagini parallele apertesi in Irlanda, Francia, Spagna e Regno Unito sul trattamento dei dati personali e sui deepfake sessuali generati da Grok. X non è uno strumento di comunicazione neutrale: è uno stack informativo che si è progressivamente sottratto agli stessi standard di responsabilità chiesti alle altre piattaforme.

La risposta della società civile e del giornalismo è iniziata concretamente, nei limiti del possibile. Il Guardian ha smesso di pubblicare su X già a novembre 2024, citando esplicitamente la proliferazione di “contenuti disturbanti” e teorie del complotto di estrema destra sulla piattaforma. Lo stesso hanno fatto NPR, la Federazione Europea dei Giornalisti – che rappresenta quasi 300.000 giornalisti – e numerose testate europee, mentre realtà italiane come Valigia Blu e il Forum Disuguaglianze e Diversità hanno scelto di trasferirsi su piattaforme decentralizzate come Bluesky per non restare, come scrive il Forum, “complici anche solo con la nostra presenza” dei contenuti che X oggi propaganda. Ma l’esodo volontario, per quanto significativo, non basta a risolvere il problema strutturale.

In questo quadro emerge l’ambiguità della posizione italiana. Diverse analisi – tra cui quelle di Foreign Policy e di The Conversation – descrivono la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni come la leader europea che più si è proposta come “ponte” tra l’Unione Europea, l’amministrazione Trump e lo stesso Musk, con cui intrattiene un rapporto personale che risale al 2023 e che è stato più volte oggetto di scrutinio politico, anche per il progetto di accordo Starlink con il governo italiano. Un ruolo geopolitico che rischia di tradursi in una legittimazione istituzionale delle operazioni manipolatorie del miliardario sul suolo europeo, proprio mentre altre capitali europee – Berlino, Parigi, Londra – accusano apertamente Musk di ingerenza politica.

La lezione di Belfast

Le fiamme di Belfast non sono state un problema di ordine pubblico locale. Sono il sintomo di una malattia globale che sta trasformando il Regno Unito in una piastrina di Petri per le sue sperimentazioni più pericolose: l’infrastruttura del dibattito pubblico democratico è stata dirottata per servire gli interessi ideologici di un singolo individuo, e nessuna authority nazionale ha ancora trovato gli strumenti – o la volontà politica – per porvi rimedio.

Le indagini mostrano che X non ha subito alcuna azione legale concreta da parte del governo britannico per i post che incitavano alla violenza: il Regno Unito ha scelto di rimandare ogni intervento a Ofcom, per un periodo di almeno due mesi, mentre le modifiche all’Online Safety Act che dovrebbero imporre rimozioni più rapide dei contenuti in tempo di crisi non entreranno in vigore prima di metà luglio. Il boicottaggio spontaneo della società civile è un segnale importante, non una soluzione.


Trump, i giudici e gli equilibri della democrazia

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Alan Friedman, La Stampa

Ci sono giorni in cui una Corte Suprema decide delle cause. E ci sono giorni in cui riscrive gli equilibri di una democrazia. Ieri è stato uno di quei giorni. Nel giro di poche ore, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso quattro decisioni destinate a lasciare un segno profondo. Tre rappresentano una netta sconfitta per Donald Trump. La quarta è invece una vittoria storica per la sua idea di presidenza: un potere esecutivo sempre meno limitato dai tradizionali contrappesi costituzionali.

È un paradosso solo apparente. Perché le due cose possono convivere.

La prima decisione riguarda E. Jean Carroll, la giornalista che ha accusato Trump di averla stuprato nel camerino dei grandi magazzini Bergdorf Goodman di New York, a metà degli anni Novanta. Trump ha sempre negato tutto, definendola una bugiarda e trasformandola per anni nel bersaglio di continui attacchi personali.

Una giuria federale civile, il 9 maggio 2023, ha invece stabilito che Trump è civilmente responsabile per abuso sessuale e diffamazione, condannandolo a pagare cinque milioni di dollari. Il 30 dicembre 2024 la Corte d’Appello del Secondo Circuito ha confermato integralmente quella sentenza. Trump si è quindi rivolto alla Corte Suprema.

Ieri i giudici hanno rifiutato perfino di esaminare il suo ricorso.

Può sembrare un dettaglio procedurale. Non lo è. Significa che la sentenza del 2023 diventa definitiva. Trump resta legalmente responsabile dell’abuso sessuale e della diffamazione di Carroll e dovrà pagare i cinque milioni di dollari stabiliti dalla giuria.

La seconda decisione è ancora più importante perché riguarda il cuore stesso della democrazia americana.

Dalla sconfitta del 2020 Trump ha trasformato il voto per corrispondenza in uno dei bersagli principali della sua strategia politica. Lui e il Partito Repubblicano hanno cercato ripetutamente di impedire il conteggio delle schede arrivate dopo l’Election Day, anche quando erano state spedite entro i termini previsti dalla legge.

L’obiettivo politico è evidente: restringere l’accesso al voto in categorie di elettori che utilizzano più frequentemente il voto postale, dagli anziani ai militari all’estero, fino a molti elettori democratici.

Ieri la Corte Suprema ha respinto questo tentativo, confermando che gli Stati possono continuare a conteggiare le schede spedite in tempo anche se recapitate qualche giorno dopo.

È una decisione fondamentale. Le democrazie sopravvivono solo se le regole del gioco non vengono cambiate mentre la partita è in corso.

Anche la terza sentenza rappresenta un limite imposto a Trump, sebbene abbia ricevuto meno attenzione.

I giudici hanno impedito al Presidente di licenziare Lisa Cook, membro del Board della Federal Reserve. Può sembrare una questione tecnica. In realtà riguarda uno dei pilastri dell’economia mondiale.

La credibilità della Federal Reserve dipende dalla sua indipendenza dal potere politico. Se ogni presidente potesse sostituire i governatori della banca centrale perché non condivide le loro decisioni sui tassi d’interesse, la politica monetaria diventerebbe inevitabilmente uno strumento elettorale.

Difendendo Lisa Cook, la Corte ha difeso l’indipendenza della banca centrale americana e, indirettamente, la fiducia internazionale nel dollaro.

Poi è arrivata la quarta sentenza. Ed è qui che il quadro cambia radicalmente.

Con la sentenza Trump contro Slaughter, la Corte Suprema ha rovesciato quasi novant’anni di giurisprudenza, attribuendo al Presidente un potere molto più ampio di rimuovere i commissari della Federal Trade Commission, la FTC.

Per molti lettori italiani la FTC dice poco. Negli Stati Uniti, invece, è una delle autorità indipendenti più importanti. Vigila sulla concorrenza, combatte i monopoli, blocca fusioni che possono alterare il mercato, tutela i consumatori e controlla gli abusi delle grandi multinazionali. Il Congresso l’aveva voluta indipendente proprio perché potesse prendere decisioni senza subire le pressioni della politica.

Per quasi un secolo nessun presidente ha potuto licenziare i suoi commissari semplicemente perché non ne condivideva le scelte o desiderava sostituirli con persone più fedeli. Non era un dettaglio burocratico. Era uno dei contrappesi costruiti dalla Costituzione americana per evitare un’eccessiva concentrazione del potere esecutivo.

Da ieri questo equilibrio è cambiato.

Il rischio è evidente. Quando un’autorità indipendente diventa politicamente dipendente dalla Casa Bianca, aumenta inevitabilmente la tentazione di essere più indulgenti con gli amici e più severi con gli avversari.

Per questo la sentenza va ben oltre il destino della Federal Trade Commission. Segna un nuovo trasferimento di potere dal Congresso alla Presidenza e indebolisce uno dei pilastri del sistema americano dei checks and balances.

E non si tratta di un episodio isolato.

Negli ultimi anni la Corte Suprema ha progressivamente spostato il baricentro costituzionale verso la Casa Bianca. Nel giugno 2022 ha cancellato mezzo secolo di tutela costituzionale del diritto all’aborto.Nel luglio 2024 ha stabilito che un presidente gode di un’ampia immunità penale per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, rendendo molto più difficile chiamarlo a rispondere davanti alla giustizia.

Ci sono state anche eccezioni. Solo pochi mesi fa la stessa Corte ha inflitto a Trump una significativa sconfitta, stabilendo che il Presidente non può imporre dazi generalizzati invocando semplicemente i poteri d’emergenza. È stato un richiamo a uno dei principi più antichi della Costituzione: il potere di imporre tasse e dazi appartiene innanzitutto al Congresso.

Ed è proprio questo a rendere così significativa la giornata di ieri.

Tre volte la Corte Suprema ha funzionato come argine: ha difeso lo Stato di diritto nel caso Carroll, ha protetto l’integrità delle regole elettorali e ha preservato l’indipendenza della Federal Reserve. Ma, nello stesso pomeriggio, ha anche indebolito uno dei più importanti limiti costituzionali al potere del Presidente.

Le due cose si contraddicono, ma raccontano bene l’America di oggi.

A mio giudizio, la Corte Suprema non è più quell’arbitro indipendente che per decenni ha rappresentato il punto di equilibrio del sistema costituzionale americano. Troppe decisioni vanno nella stessa direzione: una Presidenza più forte, un Congresso più debole, meno vincoli all’esercizio del potere esecutivo.

Eppure la giornata di ieri ci ricorda anche un’altra verità. Perfino questa Corte, con una solida maggioranza conservatrice, continua talvolta a dire no a Donald Trump. Esistono ancora limiti che nemmeno lui riesce sempre a superare.

Ma il verdetto più importante deve ancora arrivare.

Prima della pausa estiva, la Corte è chiamata a pronunciarsi sul caso più esplosivo dell’intero mandato: l’ordine esecutivo con cui Trump vuole limitare il principio dello ius soli, garantito dal XIV Emendamento della Costituzione dal 1868. La domanda è semplice solo in apparenza: un Presidente può restringere con un proprio decreto un diritto costituzionale che dura da oltre un secolo e mezzo?

La risposta riguarderà molto più dell’immigrazione perché dirà agli americani e al resto del mondo se il Presidente degli Stati Uniti può riscrivere, da solo, il significato della Costituzione oppure se esistono ancora limiti invalicabili al suo potere.

Dopo le decisioni di ieri, questa non è più una disputa giuridica. È la domanda costituzionale più importante della presidenza Trump. E forse il banco di prova decisivo per il futuro della democrazia americana


L’analista Bianco: “Per l’Europa è l’ultima occasione di salvare la libertà a Hormuz”

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Nello stretto di Hormuz l’Europa si gioca l’ultima occasione per difendere la globalizzazione e “l’idea che ci sia un commercio globale fondato sul libero passaggio dagli stretti”, dice Cinzia Bianco, analista dello European Council on Foreign Relations e una dei maggior esperti internazionali di paesi del Golfo.

Pedaggio si, pedaggio no: a che gioco gioca l’Oman?

Gli omaniti sostengono di essere gli unici in grado di portare l’Iran da posizioni completamente irragionevoli a posizioni mediamente ragionevoli, accettabili dalla comunità internazionale, che non prevedono un pedaggio vero e proprio, ma il pagamento di un contributo volontario in cambio di alcuni servizi, in particolare legati alla protezione ambientale. Qualcosa di simile si svolge nello stretto di Malacca.

E gli europei cosa ne pensano?

Molti attori regionali e internazionali, inclusa la Francia, ritengono che soddisfi troppo le richieste iraniane, che poco hanno a che fare con la questione finanziaria e molto con la volontà di creare uno strumento che istituzionalizza il controllo iraniano sullo stretto di Hormuz.

Il punto non sono i soldi?

Il punto è che l’Iran avrebbe così una posizione diversa rispetto agli altri stati costieri. L’accusa è che l’Iran utilizzi l’Oman come cavallo di Troia per far passare questa cosa, perché Muscat è membro di organizzazioni internazionali della marittima.

Cosa pensano gli altri paesi del Golfo?

Gli Emirati rigettano del tutto l’idea che bisogna dare delle concessioni all’Iran e che la questione Hormuz debba essere gestita dal Consiglio di sicurezza dell’ONU con una risoluzione che ne garantisca il passaggio libero. Il Qatar ha una posizione più di compromesso: se è vero che c’è questa nuova realtà nella regione, quello che possiamo fare è costruire una gestione congiunta, i soldi che vengono raccolti vanno in un fondo regionale a cui possono attingere tutti i paesi del Golfo.

La Francia ha annunciato l’avviso di una operazione di co-sminamento con l’Oman: cosa significa questo?

E’ l’ultima occasione per la comunità internazionale di esprimere una posizione su Hormuz e non lasciarlo completamente a una gestione regionale. La coalizione a guida francese è l’ultimo spauracchio a difesa dell’idea che ci sia un commercio globale che si fonda sul libero passaggio dagli stretti internazionali, che non sono parte dei conflitti militari ma un bene comune. Il punto non è più Hormuz ma diventano Suez, Malacca, lo stretto del Mar della Cina, è un precedente geopolitico. La Francia è l’ultimo baluardo della soluzione internazionale, se fallisce, la soluzione regionale è di fatto un’egemonia iraniana un po’ stemperata. Per questo la Francia ha fatto l’accordo sullo sminamento, per sottrarre agli iraniani la scusa che servono i soldi per sminare.

L’Oman, su spinta americana, ha tentato di aprire una rotta alternativa a quella controllata dai Pasdaran. Non è finita bene.

Credo volessero dimostrare che non avrebbe funzionato, e infatti gli Iraniani la hanno subito bombardata.

Perché Muscat non ostacola i piani iraniani?

Perché andrebbe contro decenni della sua stessa storia e perché dovrebbe farlo con la sicurezza di avere le spalle protette.

Dagli americani?

Figuriamoci, erano pieni di basi militari nel Golfo che sono state bombardate da più di 3.000 missili, non sono più credibili.

E la Cina che dello stretto è grande utilizzatrice?

Ha dimostrato per l’ennesima volta di essere una potenza non potenza, refrattaria a qualsiasi responsabilità sulla sicurezza internazionale, che quando il gioco si fa duro se ne sta a casa sua, soprattutto quando ci stanno perdendo gli americani.

Un cambio di status a Hormuz però potrebbe avere un effetto domino anche su altri stretti che la Cina utilizza.

A loro converrebbe perché sarebbero loro i bulli in quel caso, non sarebbero certo le Filippine ad alzare la voce contro la Cina nello stretto di Malacca.

I sauditi che posizione hanno?

La speranza è che la comunità internazionale riesca in qualche modo a reimporre il libero passaggio nello stretto, ma c’è preoccupazione che invece si andrà a creare una situazione di fatto in cui ci saranno amare pillole da invogliare.


Il grande caldo, perché il negazionismo alimenta la crisi climatica

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Mario Tozzi, La Stampa

Non so cosa si aspettassero quelli che «il clima è sempre cambiato» più di quanto sta accadendo adesso sul continente europeo: forse vedere scendere i cavalieri dell’apocalisse fra piogge di sangue o gli sciami di locuste. Quello che è certo è che un’ondata di calore di queste proporzioni e durata non si era ancora mai registrata. Si tratta di un fenomeno meteorologico che sta diventando sempre più frequente e profondo nell’ultimo periodo, anche se ancora qualche eco di quelle del passato riecheggia; ma le temperature registrate oggi sono decisamente straordinarie e persistenti. Il World Weather Attribution (WWA) fa notare che le attuali ondate di calore europee vengono peggiorate dal riscaldamento globale: simili ondate di calore nel giugno di 50 anni fa sarebbero state di 3,6°C più fresche. Dunque non è vero che si siano già registrati fenomeni simili, mentre è vero che ci avviciniamo al redde rationem climatico che, comunque, ci interesserà tutti.

Le ondate di calore sono una delle conseguenze della crisi climatica insieme con le perturbazioni a carattere violento, anche esse in incremento: più energia termica in atmosfera e negli oceani, più evaporazione, più vapore d’acqua, dunque più fenomeni estremi. Ma, d’altro canto, aggravano la crisi climatica stessa, rafforzandone la potenza. Un circolo vizioso di cui non sentivamo alcun bisogno. Gli effetti sono sotto gi occhi di tutti, fino alle conseguenze estreme, ed erano già stati paventati correttamente dal VI Report IPCC nel 2023. La crisi climatica ha preso un’accelerazione disperata e minaccia il benessere dei sapiens della parte fortunata del mondo e le vite di quelli della parte sfortunata, oltretutto spingendo questi ultimi a migrare in massa. Niente ecatombi, niente fine del mondo, ma inceppo nelle convivenze sociali e crisi nera per tutti gli altri viventi non umani, che dimentichiamo sempre, ma di cui abbiamo un gran bisogno.

Eppure alcuni sondaggi stimano che la preoccupazione per gli effetti del riscaldamento globale è diminuita fino a passare sotto il 50% degli intervistati: ma come, proprio oggi che si vedono gli artigli della crisi, noi la sottovalutiamo? Io lo trovo perfettamente logico e figlio del clima politico e sociale che si sta respirando in questi ultimi anni. L’aggressiva presa di potere delle destre sovraniste e ultraliberiste gioca proprio sulle paure le sue carte migliori e dove non sono i migranti (per altro legati alla crisi climatica), allora è il clima stesso e dove il nemico non è più il comunismo, ecco che conviene prendersela con l’ambientalismo. Vuoi continuare a fare affari as usual, ma sei impaurito dalle regole che si dovrebbero imporre al libero mercato per non arrostire? Basta negare che ci sia una crisi climatica e via a sostenere che il clima è sempre cambiato e che quando eravamo piccoli faceva pure più caldo. Vuoi continuare a lucrare profitti enormi dagli idrocarburi e dal carbone? Basta accusare gli scienziati, che suggeriscono di lasciare sotto terra il 90% del carbone e il 60% del gas e del petrolio (per non vedere salire oltre 1,5°C la temperatura), di essere al soldo dei poteri forti della Green Economy. E così via negando.

Ma la radice negaiola è sempre quella: sono gli stessi mercanti di dubbi un tanto al chilo che negli anni ’70 del XX secolo sostenevano che sì, il fumo farà pure venire il cancro, ma allora la fabbrica dove lavori? L’auto che guidi? La città in cui vivi? Tutte cose vere, ma che nulla c’entravano con il cancro generato dalle sigarette. Sono quelli che hanno sostenuto che non era accertato che le piogge acide fossero causate dallo zolfo dei carboni delle centrali elettriche, pur di non installare quei costosi desolforatori che, una volta allocati, le hanno fatte cessare. Sono gli stessi che, «per carità, non vorremmo mica vietare i CFC solo perché lacerano lo strato di ozono», e hanno così ritardato la loro messa al bando di una quindicina d’anni, nonostante il Nobel per la chimica e gli scienziati avessero scoperto che dipendeva proprio da quei prodotti.

Alla base della negazione della crisi climatica e del ruolo dei sapiens c’è l’idea che non si debbano porre limiti al mercato, che non ci vogliano più regole, ma semmai meno. C’è la massimizzazione dei profitti eletta a religione e alla quale si deve sacrificare anche il bene comune. Ma il punto non è nemmeno questo: liberi sono gli uomini del mondo di farsi governare dai negaioli di turno e di cercare scorciatoie intellettuali pur di non assumersi nessuna responsabilità. Ciò che è intollerabile è la negazione del principio fisico: sarebbe molto più onesto dire che gli scienziati hanno ragione e la situazione preoccupa, ma non si ha nessuna intenzione di assumersi la responsabilità di cambiamenti di abitudini e perdite di posizione. Lo si dica chiaramente: gli specialisti hanno ragione, ma a noi interessano i profitti e le economie, per cui non faremo nulla di quanto suggeriscono gli scienziati, affidandosi, nel migliore dei casi, a una ipertecnologia futuribile che ci libererà dalla CO2, ma della quale non si vede all’orizzonte alcuna traccia.


Le banche svizzere sono ancora un rifugio per il denaro sporco o hanno fatto pulizia?

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Ying Zhang, tvsvizzera.it

Possedere un conto bancario in un istituto elvetico continua a evocare, in molti Paesi, immagini di traffici opachi e ricchezze nascoste. Negli ultimi decenni, però, il settore ha conosciuto profonde riforme.

Per molto tempo, divulgare informazioni sui fondi depositati nelle banche del Paese è stato considerato un reato in Svizzera. Non si poteva sapere se una persona era cliente o meno, né tantomeno qual era l’avere di un conto, il suo numero o le transazioni che vi venivano effettuate.

Le pressioni esercitate a livello internazionale da diversi Governi e a livello locali da alcune organizzazioni preoccupate per la criminalità, la corruzione o il terrorismo hanno portato all’adozione di diverse riforme.

Quanto sono ancora segrete le banche svizzere?

L’articolo 47Collegamento esterno della Legge federale sulle banche e sulle casse di risparmio, risalente al 1934, stipula che è un reato divulgare informazioni relative ai conti bancari, anche alle autorità svizzere. Solo nel caso in cui un cliente sia già sospettato di reati quali l’evasione fiscale o il riciclaggio di denaro, la banca è tenuta a segnalarlo alle autorità.

Gli Stati esteri possono chiedere assistenza alla Svizzera in questi casi, nonché per questioni legate a corruzione e terrorismo, ma la procedura è spesso lenta e giuridicamente complessa.

Chi contravviene a questa norma è passibile di una pena detentiva fino a cinque anni e di una multa fino a 250’000 franchi.

Un caso emblematico risale al 2008, quando Hervé Falciani, un analista informatico di nazionalità francese impiegato presso la filiale svizzera di HSBC, sottrasse dati riservati relativi a oltre 106’000 clienti di più di 200 Paesi.

Le autorità elvetiche lo accusarono di aver tentato di vendere le informazioni, mentre lui affermò che voleva denunciare un fenomeno di evasione fiscale diffusa. La fuga di notizie rivelò come la filiale svizzera di HSBC avesse aiutato clienti facoltosi a nascondere milioni di dollari e a sottrarsi alle imposte nei rispettivi Paesi.

Nel 2015 un tribunale svizzero ha condannato Falciani in contumacia a cinque anni di carcere. L’uomo è tuttavia rimasto in libertà, dopo che Francia e Spagna hanno rifiutato l’estradizione.

Nello stesso anno la Svizzera ha ulteriormente rafforzato l’articolo 47, ampliando la responsabilità penale per la divulgazione di notizie.

Più volte è stato segnalato che queste modifiche si scontrano con la libertà di stampa, poiché rischiano di colpire informatori e giornalisti anche quando le informazioni diffuse sono vere e di interesse pubblico.

Nel 2025, gli uffici e l’abitazione del giornalista svizzero Lukas Hässig sono stati perquisiti quasi dieci anni dopo una sua inchiesta sull’ex direttore della banca Raiffeisen, Pierin Vincenz, e su un consulente. Il Tribunale cantonale di Zurigo intende processarlo per presunto uso di informazioni confidenziali e violazione del segreto bancario, secondo quanto riferitoCollegamento esterno dallo stesso Hässig.

Sulla vicenda è intervenuta anche la Federazione europea dei giornalisti. “Chiediamo alle autorità svizzere di ritirare le accuse contro Hässig e di restituire il materiale di lavoro confiscato”, ha dichiarato Ricardo GutiérrezCollegamento esterno, segretario generale dell’organizzazione. “Chiediamo inoltre una riforma del segreto bancario affinché sia conforme agli standard europei in materia di libertà di espressione e di stampa e a quelli di una democrazia come la Svizzera”.

Cosa ha fatto la Svizzera per diventare più trasparente?

Dopo la crisi finanziaria del 2008 e la successiva recessione, i Paesi occidentali hanno esercitato forti pressioni sui paradisi fiscali, tra cui la Svizzera, per smantellare il segreto bancario.

Nel 2009 UBS, la principale banca del Paese, è stata costretta a pagareCollegamento esterno 780 milioni di e a consegnare agli Stati Uniti i dati di circa 4’450 clienti, dopo aver ammesso di aver aiutato a occultare patrimoni al fisco. È stata la prima volta che un istituto svizzero, dopo il via liberaCollegamento esterno del Governo e del Parlamento elvetici, ha fornito informazioni di tale portata a uno Stato estero.

La Confederazione è stata inoltre tra i principali bersagli del Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA), legge statunitense del 2010 che impone agli istituti finanziari stranieri di comunicare all’Internal Revenue Service (l’amministrazione fiscale USA) i dati sui conti detenuti da cittadini americani. Il Paese ha aderito formalmenteCollegamento esterno all’accordo nel 2014.

Nello stesso anno, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha introdotto il Common Reporting StandardCollegamento esterno (CRS) per lo scambio automatico di informazioni finanziarie. La Svizzera vi ha aderito tre anni più tardi e ha iniziato a trasmettere dati nel 2018.

Il rischio, in caso di rifiuto, era quello di essere inseriti in liste nere come centro finanziario non cooperativo, con conseguenze sui mercati dei capitali e sugli accordi fiscali bilaterali. Il CRS ha segnato la fine del principio svizzero di non condividere informazioni bancarie con altri Stati.

Le banche devono ora comunicare alle autorità fiscali della Confederazione i dati dei conti di cittadini o persone residenti di oltre 120 Paesi con cui esiste un accordo di scambio automaticoCollegamento esterno; tali informazioni vengono poi trasmesse alle autorità fiscali dei rispettivi Stati.

Nel 2026 la Svizzera prevede inoltre di rafforzare le norme antiriciclaggio, creando un registro dei titolari effettivi di patrimoni detenuti tramite società di comodo. Transparency International segnala però la presenza di importanti lacune nelle riforme.

Come si colloca la Svizzera rispetto ad altri Paesi?

Nonostante le riforme, la Svizzera continua a registrare risultati modesti in termini di trasparenza rispetto ad altri Paesi.

Nella classifica del 2025Collegamento esterno stilata dal Tax Justice Network, che ha preso in esame 141 paesi, la Svizzera risulta al secondo posto per quanto concerne il segreto bancario. Solo gli Stati Uniti fanno peggio nella classifica stilata dall’organizzazione con sede nel Regno Unito.

Sebbene l’Associazione svizzera dei banchieri sostenga che i propri membri rispettino tutte le normative internazionali, voci critiche ritengono che le riforme non siano sufficienti. Diversi scandali legati a fughe di dati, come i Pandora Papers del 2021 e le inchieste Suisse Secrets del 2022, hanno alimentato le preoccupazioni.

L’organizzazione non governativa Alliance Sud asserisce che le autorità “continuano, con ogni mezzo, a difendere la piazza finanziaria locale come punto di riferimento per oligarchi, polo di banche private legate al crimine e spazio protetto per consulenti finanziari opachi”.

Nello stesso tempo, per le persone che risiedono in Svizzera il segreto bancario è sempre in vigore. Le banche non possono trasmettere informazioni alle autorità fiscali elvetiche.

Gli operatori finanziari e alcuni politici temono che una maggiore trasparenza renda il settore della gestione patrimoniale meno competitivo rispetto a piazze emergenti in Asia o Medio Oriente. Secondo il Global Wealth Report 2026 di Boston Consulting Group, Hong Kong ha superato la Svizzera diventando il principale hub mondiale per la gestione patrimoniale transfrontaliera.

Altri ritengono invece che il rischio reputazionale legato all’associazione con la corruzione sia troppo elevato.

Durante l’elaborazione delle nuove norme antiriciclaggio, Transparency International ha avvertito del rischio che sussistano “gravi lacune”, sottolineando che le pressioni delle lobby finanziarie non dovrebbero indebolire le riforme.

“La Svizzera si trova a un punto cruciale”, ha dichiarato Maira Martini, responsabile dell’organizzazione. “Deve decidere se procedere rapidamente con le riforme contro il riciclaggio oppure continuare a essere una delle principali destinazioni globali per il denaro sporco”.


Bremmer: “Scontri mirati, servono a guadagnare più peso nelle trattative”

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

«Gli attacchi iraniani nel Golfo fanno parte di una strategia che mira a ottenere più peso nelle trattative con gli Stati Uniti. Ricordiamoci che siamo ancora in una fase di cessate il fuoco: i veri negoziati non sono iniziati e Teheran vuol dimostrare di avere un vantaggio contrattuale. Tanto più che ormai lo sa bene: gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di riprendere la guerra». Ian Bremmer è l’analista esperto di rischi globali, a capo del think tank Eurasia Group, fra i più influenti di Washington. Delle relazioni fra Iran, Stati Uniti e Paesi del Golfo ha appena scritto in un lungo articolo sull’ultimo numero di Foreign Affairs.

Quel che sta accadendo nel Golfo fa pensare a una nuova escalation. Lei che ne pensa?

«Non c’è alcun tentativo di riprendere la guerra. Certo, capita che gli iraniani abbattano un elicottero statunitense o colpiscano una nave in transito, atti cui gli americani rispondono militarmente. Ma è tutto molto mirato e contenuto. Insomma, definirei questa fase come parte di un cessate il fuoco imperfetto, ma nei confini delle dinamiche di una tregua. Non possiamo ignorare che da Hormuz sta comunque passando molto più petrolio di quanto ne sia transitato negli ultimi mesi, che i prezzi stanno scendendo e la recessione globale è per ora scongiurata. Per Donald Trump, che d’altronde stava cercando una via d’uscita già da tempo, sono le cose che contano di più. Quanto sta accadendo ora fa parte della partita negoziale».

Quindi le scaramucce proseguiranno?

«Assisteremo ad ulteriori schermaglie sporadiche e questo non è certo rassicurante. Perché quando le cose sono in bilico possono sempre degenerare. La situazione resterà pericolosa per un bel po’ e questo contribuirà a dipingere gli americani come i veri sconfitti. Ma il punto importante per il mondo è che lo stretto resterà più o meno aperto. A quali patti, ancora non lo sappiamo: perché, appunto, gli americani chiaramente non vogliono tornare in guerra e questo fa sentire gli iraniani in vantaggio. Probabilmente andranno avanti con la loro pretesa di avere soldi da tutti i Paesi che usano lo Stretto. Personalmente ritengo che ci saranno degli accordi fra nazioni del Golfo e Iran che esulano dagli Stati Uniti».

Di che tipo?

«Quei Paesi sanno di dover raggiungere una qualche forma di convivenza con l’Iran che permetta loro di tornare alla normalità. E questo potrebbe significare, appunto, dover pagare per non essere attaccati, ospitare meno basi americane o averne di più piccole, accettare che l’Iran abbia missili balistici, e così via. Sono tutti argomenti di cui si discuterà di sicuro nei mesi a venire. Intanto, già si profila una divisione fra i principali Paesi del Golfo. Con gli Emirati sempre più vicini a Israele e Usa e i sauditi propensi a una grande alleanza di Paesi musulmani. Col tempo credo poi che Riad si avvicinerà di più a Pechino, considerandolo alleato più solido di Washington. Il principe Mohammad Bin Salman ci sta pensando: è giovane e sarà ancora al potere quando l’attuale generazione di leader sarà scomparsa».

E Trump come la prenderà?

«Trump ha intrapreso la guerra in Iran partendo dal presupposto che sarebbe stata rapida e vincente e gli avrebbe portato grandi vantaggi economici. Quando non è stato così, ha rinunciato alla maggior parte degli obiettivi della guerra e ha detto che spetta alla regione decidere cosa fare rispetto a missili balistici, natura del regime, sostegno ai gruppi armati. E ho anche l’impressione che vada verso una sorta di disimpegno regionale, cioè che non voglia mantenere ancora a lungo un importante numero di truppe nel Golfo, che per lui rappresentano pure un costo importante».


Così l’accordo del Libano con Israele può scatenare una guerra civile

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Il 26 giugno, a Washington, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro. Alla cerimonia era presente il Segretario di Stato Marco Rubio, che ha definito il momento «l’inizio dell’inizio». È una frase onesta, forse più di quanto intendesse: perché nel momento stesso in cui i rappresentanti dei due Paesi firmavano, nel Sud del Libano le forze israeliane continuavano a colpire, Hezbollah dichiarava l’accordo nullo e senza valore, e Benjamin Netanyahu precisava che le sue truppe rimarranno nella zona di sicurezza finché Hezbollah non sarà disarmato – cioè, nelle condizioni date, a tempo indeterminato. Otto giorni prima gli Stati Uniti e l’Iran avevano firmato un memorandum d’intesa con la stessa regia: stessa cerimonia ordinata, stesso linguaggio della condizionalità, stesse promesse di sequenze verificabili. Anche quel testo si era incrinato nel giro di ventiquattr’ore. La diplomazia americana produce accordi con grande efficienza. Tenerli in piedi è un’altra questione.

L’accordo tra Israele e Libano è un testo breve, costruito con il linguaggio ordinato della diplomazia americana: ritiro graduale, zone pilota, verifica, ritorno dei civili, ricostruzione, rafforzamento dell’esercito libanese. Sulla carta disegna una sequenza razionale: Israele arretra da alcune aree del Sud, l’esercito libanese vi entra, prende il controllo del territorio, smantella le infrastrutture dei gruppi armati, garantisce sicurezza e permette agli abitanti di tornare. Ma il Libano raramente obbedisce all’ordine delle carte, per questo l’accordo nasce fragile nel suo punto più importante cioè chiedere allo Stato libanese di comportarsi come se avesse già il monopolio della forza, mentre l’intero testo esiste proprio perché quel monopolio, in Libano, non esiste ancora. E qui sta il primo limite dell’accordo. Il soggetto che dovrebbe essere disarmato non è al tavolo. Hezbollah è il grande assente formale e il grande presente reale, è assente nella firma, ma è presente in ogni riga che parla di «gruppi armati non statali», di infrastrutture da smantellare, di minaccia da rimuovere, di libertà d’azione israeliana, di ritorno dei civili, di fondi per la ricostruzione da impedire a entità affiliate alla milizia. Questa è la contraddizione originaria: l’accordo è negoziato tra Stati, mentre il potere che deve essere sciolto non coincide con lo Stato. Hezbollah è stato indebolito, è vero, è stato colpito nella leadership, logorato dalla guerra e dalla pressione su Teheran, ma trattarlo come una variabile esterna allo Stato serve alla diplomazia, perché consente di firmare un testo tra governi, ma non serve alla realtà, perché la realtà libanese è costruita proprio sull’intreccio tra istituzioni statali, comunità confessionali, poteri armati e protettorati regionali. Il secondo limite è nelle “zone pilota”, una dovrebbe trovarsi a Sud del Litani, l’altra a Nord. Israele arretrerebbe da porzioni limitate di territorio, l’esercito libanese entrerebbe, gli Stati Uniti verificherebbero, la ricostruzione comincerebbe solo dopo la conferma del disarmo e dello smantellamento delle infrastrutture. La parola chiave è “verifica”. Il testo la usa come garanzia, ma rinvia i dettagli a un allegato di sicurezza. Chi verifica? Con quale mandato? Con quali strumenti? Con quale accesso al terreno? La supervisione viene affidata a un gruppo di coordinamento militare trilaterale con partecipazione americana, ma la catena di responsabilità resta opaca. L’esercito libanese riceverà aiuti, fondi, addestramento e condizioni, gli Stati Uniti metteranno risorse e pretenderanno risultati misurabili, Israele conserverà una zona di sicurezza e rivendicherà libertà d’azione finché riterrà che Hezbollah rappresenti una minaccia. Il Libano dovrà dimostrare che l’autorità dello Stato può prevalere su un attore armato senza trasformare la prova di sovranità in una guerra interna. E questa è la parte più pericolosa dell’accordo. Il testo parla di pace e sicurezza, ma il suo meccanismo operativo può riaprire lo spettro più antico della storia libanese: la guerra civile.

Hezbollah ha già respinto l’intesa, l’ha definita umiliante, nulla, costruita per imporre la resa del Libano a Israele. Hassan Fadlallah, deputato del blocco di Hezbollah, ha detto con chiarezza che l’accordo potrà essere applicato solo trascinando il Paese verso una guerra civile e il Libano conosce questa grammatica. Ogni volta la domanda rimane aperta: chi ha abbastanza forza per trasformare queste parole in comando effettivo? Il governo di Joseph Aoun e Nawaf Salam prova a rispondere che lo Stato deve tornare a essere il solo titolare della guerra e della pace. È una posizione necessaria. È anche una posizione fragile, perché il ritorno dello Stato non si decreta in un testo firmato a Washington, si misura nelle cittadine del Sud in cui l’esercito entra, nel checkpoint che apre o chiude, nella famiglia che torna a casa, nella milizia che accetta o rifiuta di arretrare, nella comunità che decide se vedere lo Stato come protezione o come esecutore di un ordine straniero. Israele, da parte sua, ha ottenuto il punto decisivo: il ritiro resta subordinato al disarmo di Hezbollah. Netanyahu ha presentato l’accordo come un successo proprio perché consente all’esercito israeliano di restare nella zona di sicurezza finché la minaccia non sarà rimossa. Il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di una permanenza prolungata. Questo significa che l’accordo, nato per costruire una via d’uscita dall’occupazione, può diventare il dispositivo che la organizza nel tempo. Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano, ma conserva il criterio militare con cui decidere quando la minaccia sarà finita. In un conflitto asimmetrico, chi definisce la minaccia definisce anche la durata dell’eccezione.

Gli Stati Uniti chiamano l’approccio dell’accordo performance based, fondato sui risultati, è un linguaggio solo apparentemente pragmatico, che in realtà applica a una frattura storica la logica della condizionalità: aiuti in cambio di riforme, ritiro in cambio di disarmo. Funziona nei documenti ma si inceppa nella realtà perché il soggetto chiamato a compiere l’azione principale, lo Stato libanese, deve agire contro un soggetto armato che rappresenta una parte del suo stesso corpo politico. La diplomazia americana ha interesse a presentare l’accordo come una vittoria: sottrae il dossier libanese all’Iran, rimette Israele ha interesse a presentarlo come una vittoria: ottiene il principio del disarmo totale di Hezbollah, mantiene una zona di sicurezza, lega il proprio ritiro a condizioni che può giudicare insufficienti, trasforma la pressione militare in architettura negoziale. Il governo libanese ha interesse a presentarlo come una possibilità: ha bisogno di far tornare gli sfollati, ricostruire il Sud, fermare l’avanzata israeliana, impedire che l’Iran parli per il Libano e dimostrare che la sovranità nazionale appartiene ancora a Beirut. Ma il giorno dopo la firma, l’accordo era già dentro la sua contraddizione. Hezbollah lo ha respinto, Israele ha colpito ancora nel Sud, a Beirut i sostenitori del partito scendevano in strada. Per questo la parola pace, in questo accordo, resta fragile.

Una pace vera riduce il potere delle armi e riapre lo spazio della politica. Qui il rischio è l’opposto: che la politica venga ridotta a una procedura di sicurezza e che siano ancora le armi a decidere se quella procedura potrà vivere. L’accordo promette di restituire sovranità al Libano, ma affida tutto al punto che da decenni rende quella sovranità incompiuta: la capacità dello Stato di imporre il monopolio della forza senza trasformare il disarmo di Hezbollah in uno scontro tra libanesi.

Nell’immagine: la cerimonia della firma. Il Segretario di Stato americano Rubio stringe la mano all’ambasciatrice libanese negli Stati Uniti, Hamadeh, alla presenza dell’ambasciatore israeliano negli Usa, Leiter 


Putin adesso ammette la crisi e valuta lo stop all’export del diesel

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Giovanni Pigni, La Repubblica

Il presidente russo Vladimir Putin ha invocato misure eccezionali per far fronte alla crisi del carburante che da settimane affligge il Paese, causata dall’intensificarsi degli attacchi ucraini contro le raffinerie. «I problemi, sia per gli automobilisti che per le imprese, persistono: purtroppo ci sono ancora code ai distributori di carburante e non sempre è possibile trovare il tipo di benzina desiderato», ha ammesso Putin durante una rara riunione dedicata all’approvvigionamento di carburante delle regioni russe

I problemi con il carburante

Nonostante le riserve nazionali di benzina siano soltanto il 4% inferiori a quelle dell’anno scorso, ha detto Putin, la carenza persiste e per stabilizzare il mercato interno sono necessarie «misure sistematiche». Tra queste, oltre al blocco totale delle esportazioni di benzina, già in vigore da aprile, il governo starebbe valutando anche la sospensione delle esportazioni di diesel, la cui produzione in Russia è abitualmente molto superiore al fabbisogno interno.

Nel frattempo, ha aggiunto il presidente, le capacità produttive delle raffinerie sono sfruttate al massimo e gli interventi di manutenzione sono stati ridotti o rinviati. Le parole del leader russo sottolineano l’intensità della crisi, che ha colpito in diversa misura decine di regioni, dove la vendita di carburante è stata limitata o, come nel caso della Crimea, completamente sospesa. A Mosca, come testimoniano le foto pubblicate dal sito Meduza, sono visibili lunghe code alle stazioni di servizio. La crisi ha raggiunto anche la regione di Irkutsk, in Siberia, dove ieri è stato dichiarato il regime di massima allerta e il governatore Igor Kobzev ha raccomandato alle forze dell’ordine di reprimere i tentativi di vendita di carburante “in violazione della legge”.

Le prossime elezioni

Nonostante la turbolenza che sta scuotendo la Russia, le elezioni per la Duma di Stato si terranno a settembre come previsto, ha detto ieri Putin durante un congresso del partito Russia Unita. Secondo il presidente russo, le elezioni rappresentano un fattore di stabilità in un contesto di crescente pressione da parte dell’Occidente che, a suo dire, non riuscendo a sconfiggere la Russia sul campo di battaglia in Ucraina, starebbe cercando di destabilizzarla sul piano interno. Nel corso del congresso sono stati inoltre annunciati, per la prima volta, i nomi dei candidati che guideranno le liste federali di Russia Unita, tra i quali figurano il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, il sindaco di Mosca Sergey Sobyanin, la commissaria presidenziale per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova, l’inviato di guerra della VGTRK Evgeny Poddubny e il capo di stato maggiore di Yunarmiya, Vladislav Golovin. Anche decine di veterani della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina parteciperanno alla campagna elettorale del partito, ha annunciato il presidente di Russia Unita e vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitry Medvedev.


Il Terzo Tempio che divide Israele

I giudici hanno stabilito che l'ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca viola apertamente il 14° Emendamento della Costituzione 

Di Anna Foa, La Stampa

Una nuova bandiera è apparsa da qualche tempo fra gli estremisti religiosi israeliani e si va diffondendo nel Paese, quella dei sostenitori della costruzione del Terzo Tempio.Non ha la stella di David, come la bandiera ufficiale dello Stato, ma l’immagine del Terzo Tempio. È stata sventolata il giorno in cui si ricordava la presa di Gerusalemme nel 1967 ed è il simbolo di un radicalismo sempre più estremo.

Nell’ebraismo, le sinagoghe non sono un luogo sacro, l’unica sacralità appartiene al Tempio. Il primo Tempio di Gerusalemme fu distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., il secondo Tempio fu distrutto dai romani nel 70 d.C., nell’anno a cui si usa far risalire l’inizio della diaspora ebraica. Esso sorgeva dove nel Medioevo sono state edificate le tre grandi Moschee. L’unico resto che se ne ha è il cosiddetto Muro del Pianto, il Muro Occidentale. Il Terzo Tempio non è mai stato costruito, anche se l’auspicio di una sua ricostruzione è presente nella liturgia ebraica ed è strettamente legato all’ideologia messianica.

Ma un conto è pregare per l’avvento del Messia e la ricostruzione del Tempio, un conto è operare per renderlo possibile. In teoria, tutto il mondo ortodosso lo auspica. Ma oggi, coloro che lo sostengono in Israele ma anche in qualche parte della diaspora, sono i religiosi più estremi, gli zeloti come vengono detti riprendendo il termine con cui nel I secolo si designavano i più fanatici dei giudei in guerra contro i romani. Quelli che attendono, in concomitanza con la sua ricostruzione, l’avvento del Messia e della sua era e il ripristino dei sacrifici e del sacerdozio.

Non è uno scherzo. Esiste, per esempio, da molti anni a Gerusalemme l’Istituto del Tempio, situato nella parte ebraica della Città Vecchia, che si occupa proprio di studiare le modalità della costruzione del Tempio, i suoi rituali, l’oggettistica e fin gli abiti sacerdotali, con lo scopo di affrettarne la ricostruzione. L’anno scorso, alcuni suoi membri in vesti sacerdotali sono stati fermati mentre trascinavano un capretto sul Monte del Tempio, cioè sulla spianata delle Moschee, per sacrificarvelo. Ricordiamo che si tratta di un luogo sacro ai tre monoteismi e gestito secondo accordi internazionali che vietano ai non musulmani di pregarvi. Il divieto di preghiera è stato ampiamente violato da Ben Gvir, con il suo seguito di fanatici. Immaginate quali sarebbero state le reazioni del mondo islamico se sulla Spianata si fosse addirittura realizzato un sacrificio. Possiamo ricordare che l’attacco terribile del 7 ottobre era denominato da Hamas “Alluvione di Al-Aqsa”?

Tutto questo fa parte di una strategia volta alla ricostituzione non solo del Tempio, ma dell’antica Israele, dei suoi rituali, della sua ideologia religiosa. Non è un caso che fra i seguaci del Terzo Tempio troviamo insieme ultraortodossi e sionisti religiosi estremisti, di solito lontani gli uni dagli altri.

Per ora, non ci sono state spinte da parte dell’estrema destra religiosa a affiancare nelle bandiere la stella di David (simbolo divenuto dominante solo nel Medioevo) all’immagine del Terzo Tempio. Le due bandiere sono apparse insieme. Ma certamente, per quanto estremi ci appaiano i partiti religiosi in Israele, questo movimento va oltre e porta direttamente verso uno Stato teocratico su modello biblico. Come ha scritto recentemente in una rivista israeliana, +972Maga, un importante studioso dell’Università di Bar Ilan, Menachem Klein, questa ideologia «mira ad una profonda trasformazione dello Stato stesso» e «all’emergenza di un ordine ebraico teocratico centrato sul Terzo Tempio» .

Siamo di fronte a una profonda trasformazione della stessa Israele e dell’ideologia sionista su cui si fonda. Per ricostruire la Grande Israele biblica non basta più cacciarne i palestinesi, estenderne i confini, distruggere intere regioni. Serve ricostruire l’ideologia religiosa del periodo biblico, distruggere ogni aspetto della modernità, la democrazia in primo piano, e lo stesso sionismo. Se per i liberal uno Stato post-sionista significa uno Stato in cui gli israeliani possano vivere accanto ai palestinesi, gli ebrei accanto ai musulmani o ai cristiani, per questi fanatici vuol dire mirare a uno Stato teocratico non solo pre-sionista ma addirittura, direi, pre talmudico, cioè precedente alla diaspora, alla diffusione delle sinagoghe, allo studio del Talmud, invenzione, almeno quello babilonese, diasporica.

Per questo vedere sventolare in Israele bandiere del Terzo Tempio, per quanto folkloriche possano apparirci, rappresenta un vero campanello d’allarme. Possibile che tanti israeliani, accecati dal nazionalismo, non se ne rendano ancora conto? Che siano disposti a rinunciare tanto facilmente alla modernità e alla democrazia?