A un mese dalla scomparsa pubblichiamo il testo del "Discorso di Locarno" che il filosofo francese tenne nel 1997 al Monte Verità, anticipando i temi del suo celebre libro "Una testa ben fatta" sui compiti dei sistemi educativi
Quello che segue è il testo della comunicazione presentata da Edgar Morin in occasione del Congresso organizzato dal Centro Internazionale di Ricerche e Studi Transdisciplinari (CIRET) dal 30 aprile al 2 maggio 1997 sotto l’egida dell’Unesco e dell’A.I.V.A.C. (Associazione Internazionale per il Video nelle Arti e nella Cultura, promossa da Rinaldo Bianda). La trascrizione del testo registrato è stata rivista dall’autore. La versione italiana è stata curata dalla nostra redazione.
Riforma del pensiero e transdisciplinarità
Sappiamo che il modo di pensare o di conoscere frammentario, compartimentato, monodisciplinare e quantificatore ci conduce a un’intelligenza cieca, proprio nella misura in cui la normale capacità umana di collegare le conoscenze viene sacrificata a favore della non meno normale capacità di separare. Perché conoscere significa, in un ciclo ininterrotto, separare per analizzare e collegare per sintetizzare o rendere più complesso. La prevalenza disciplinare, che separa, ci fa perdere la capacità di collegare, la capacità di contestualizzare, ovvero di collocare un’informazione o una conoscenza nel suo contesto naturale. Perdiamo la capacità di globalizzare, ovvero di inserire le conoscenze in un insieme più o meno organizzato. Eppure le condizioni di ogni conoscenza pertinente sono proprio la contestualizzazione e la globalizzazione.
Queste condizioni si impongono alla nostra attenzione tanto più che si apre un’era planetaria di inter-solidarietà. Aggiungiamo che la disgiunzione storica tra le due culture, la cultura delle discipline umanistiche, che comprendeva la letteratura, la filosofia, ma soprattutto la possibilità di riflettere e assimilare le conoscenze, e la nuova cultura scientifica, fondata sulla specializzazione e sulla compartimentazione, aggrava le difficoltà che possiamo incontrare nel riflettere sulle conoscenze e, ancora una volta, nell’integrarle. Viviamo quindi sotto il dominio di quello che potremmo definire un paradigma di disgiunzione. Eppure è evidente che la riforma del pensiero non mira a farci annullare le nostre capacità analitiche o di separazione, ma ad affiancarvi un pensiero che colleghi. Certo, non basta dire «Bisogna collegare» per collegare: collegare richiede concetti, concezioni e ciò che io chiamo operatori di collegamento.
Il sistema
Il primo concetto o concezione, ormai ben noto, è ovviamente quello di sistema. Si tratta di un approccio che è riemerso di recente nel nostro modo di concepire la conoscenza, mentre nella storia della scienza prevaleva l’idea che la conoscenza delle parti o degli elementi di base fosse sufficiente per conoscere gli insiemi, i quali, in fin dei conti, non erano altro che assemblaggi, costruzioni meccaniche composte da parti che la scienza ha il compito di distinguere. Infatti, riaffiora un’idea nota da tempo, ovvero che il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, o, in altre parole, che un tutto organizzato, un sistema, produce o favorisce l’emergere di una serie di nuove qualità che non erano presenti nelle parti separate. Non è forse uno dei più grandi misteri dell’universo il fatto che l’unione di elementi dispersi, come ad esempio l’unione delle macromolecole, abbia potuto dare origine al primo essere vivente? Che da questo nuovo tipo di organizzazione siano emerse qualità nuove come la conoscenza, la memoria, il movimento e l’autoriproduzione?
Si può dire che il concetto di sistema, o anche di organizzazione – termine che preferisco – permetta di collegare e unire le parti in un tutto e di liberarci da conoscenze frammentarie.
La causalità circolare
Un secondo concetto importante è quello di circolarità o di ciclo. Questo concetto è stato spesso utilizzato ma senza essere mai nominato. Quando Pascal affermava: «Ritengo impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere in modo specifico le parti», sottolineava con forza che la vera conoscenza è quella che compie il percorso dalla conoscenza delle parti a quella del tutto e da quella del tutto a quella delle parti. Si può fornire un esempio molto semplice: quando traduciamo da una lingua straniera, cerchiamo di cogliere un senso globale provvisorio della frase; conosciamo alcune parole, consultiamo il dizionario; le parole ci aiutano a intuire il senso della frase, il quale a sua volta ci aiuta a definire le parole, a liberarle dalla loro polisemia per attribuir loro un significato univoco. Attraverso questo percorso arriviamo, se ci riusciamo, ad ottenere la traduzione corretta. Norbert Wiener ha illustrato, a un livello già piuttosto interessante, questa idea di ciclo: quella del ciclo regolatore, in cui il ritorno dell’effetto sulla causa annulla la deviazione, garantendo così una relativa autonomia del sistema. È l’esempio dell’impianto di riscaldamento che, costituito da una caldaia e da un termostato, mantiene l’autonomia termica di una stanza.
È evidente che questa idea di autonomia relativa dei sistemi è tanto più importante in quanto era in precedenza inconcepibile nel campo delle scienze, poiché il determinismo della scienza classica si fondava su una causalità esterna agli oggetti.
Il concetto di ciclo è tanto più interessante e fecondo in quanto non si limita all’idea di un ciclo regolatore, che annulla le deviazioni e permette di mantenere l’omeostasi di un sistema o di un organismo; il concetto più forte è quello di ciclo autogenerante o ricorsivo, ovvero in cui gli effetti e i prodotti diventano necessari alla produzione e alla causa di ciò che li causa e di ciò che li produce. Esempio evidente di questo tipo di ciclo siamo noi stessi, che siamo il prodotto di un ciclo di riproduzione biologica di cui diventiamo, affinché il ciclo continui, i produttori. Siamo prodotti-produttori. Così, la società è il prodotto delle interazioni tra individui, ma proprio a livello globale emergono nuove qualità – il linguaggio, la cultura – che, agendo a ritroso sugli individui consentono loro di realizzarsi come individui. Gli individui producono la società che produce gli individui.
Da ciò si possono trarre immediatamente due importanti conseguenze. La prima, in un certo senso logica, è che abbiamo a che fare con un prodotto-produttore, il che, ovviamente, è incompatibile con la logica classica. L’altra è che vediamo emergere il concetto di autoproduzione e di auto-organizzazione. Direi di più: in questo concetto di autoproduzione e auto-organizzazione – un concetto chiave per molte realtà fisiche e soprattutto per quelle viventi – non solo possiamo fondare in modo ancora più solido l’idea di autonomia, ma, soprattutto, possiamo comprendere il processo ininterrotto che è quello della riorganizzazione o della rigenerazione.
La rigenerazione la viviamo in ogni istante: le nostre molecole si degradano e vengono sostituite da nuove, le nostre cellule muoiono e vengono sostituite da nuove, il nostro sangue circola e disintossica le nostre cellule grazie all’ossigeno, il nostro cuore batte e, con la sua pompa, fa circolare il sangue. Ogni momento della nostra vita è un momento di rigenerazione. Ecco perché penso che il movimento sia necessario all’essere. Direi che l’essere può autoprodursi e automantenersi solo se si autorigenera. Del resto, gli unici esseri che conosciamo in natura sono organizzati – e gli esseri più presenti, quelli dotati di soggettività ed esistenza, sono effettivamente gli esseri viventi, cioè quelli che dipendono da questo processo permanente di rigenerazione. Quando riflettiamo sul significato dell’auto-organizzazione o dell’auto-produzione, ci rendiamo conto, come aveva osservato Von Foerster, che l’auto-organizzazione è in definitiva un concetto paradossale: un essere, una realtà auto-organizzata e auto-produttiva consuma energia, quindi la degrada, quindi ha bisogno di attingere energia dal proprio ambiente e, per questo stesso motivo, dipende da quell’ambiente che allo stesso tempo le garantisce la sua autonomia. La separazione tra le due culture faceva sì che l’autonomia esistesse nella metafisica e non nella scienza. Ma eccoci ora in una concezione dell’autonomia che non esiste nel cielo metafisico, bensì sulla terra e che si costruisce a partire dalle dipendenze. Più la nostra mente vuole essere autonoma, più deve nutrirsi di culture e conoscenze differenziate. Schrödinger aveva già affermato che nella nostra identità portiamo l’alterità, se non altro l’alterità dell’ambiente. Nella nostra identità di individui sociali portiamo l’alterità della società. Nella nostra identità di soggetti pensanti portiamo in noi l’alterità dell’eredità genetica, che è quella dell’umanità, e l’eredità pulsionale, che è quella della nostra animalità. Giungiamo così a una serie di nozioni che ci permettono di collegare anziché separare.
La dialogica
Segnalerò ancora un terzo concetto che chiamo dialogica, concetto che può essere considerato l’equivalente o l’erede della dialettica. Intendo per «dialettica» non il significato riduttivo con cui comunemente si intende la dialettica hegeliana, vale a dire come un semplice superamento delle contraddizioni attraverso una sintesi, ma come la presenza necessaria e complementare di processi o istanze antagoniste.
È proprio l’associazione complementare degli antagonismi che ci permette di collegare idee che in noi si respingono a vicenda, come ad esempio l’idea di vita e di morte. Infatti, cosa c’è di più antagonistico della vita e della morte? Bichat definiva la vita come l’insieme delle funzioni che resistono alla morte. Non è passato molto tempo da quando abbiamo compreso come il processo vitale, il sistema di rigenerazione di cui ho parlato, utilizzi la morte delle cellule per ringiovanirle. In altre parole, la vita utilizza la morte. Allo stesso modo, il ciclo trofico dell’ecologia, che permette agli esseri viventi di nutrirsi gli uni degli altri, fa sì che essi si nutrano della morte altrui. Quando gli animali muoiono, non solo diventano il banchetto di insetti necrofagi e di altri animaletti, per non parlare degli organismi unicellulari, ma i loro sali minerali vengono assorbiti dalle piante. In altre parole, la vita e la morte sono il rovescio l’una dell’altra. Ciò fa sì che la formula di Bichat possa essere resa più complessa: la vita è l’insieme delle funzioni che resistono alla morte pur utilizzando le forze della morte a proprio vantaggio. Un inganno della vita, che non deve far passare in secondo piano il fatto che vita e morte rimangono due nozioni assolutamente antagoniste. Quindi, anche in questo caso, è possibile collegare nozioni senza negarne l’opposizione.
Il principio olografico
Quarto concetto, infine, quello che chiamo principio olografico. Significa che in un sistema, in un mondo complesso, non solo una parte si trova nel tutto (ad esempio, noi esseri umani siamo nel cosmo), ma il tutto si trova nella parte. Non solo l’individuo è nella società, ma la società è all’interno di lui, poiché fin dalla sua nascita gli ha inculcato il linguaggio, la cultura, i suoi divieti, le sue norme; ma in lui sono presenti anche le particelle che si sono formate all’origine del nostro universo, gli atomi di carbonio che si sono formati in soli precedenti al nostro, le macromolecole che si sono formate prima che nascesse la vita. Abbiamo in noi il regno minerale, vegetale, animale, i vertebrati, i mammiferi ecc. Siamo, in un certo senso, non più, come si diceva un tempo, microcosmi del macrocosmo, specchi del cosmo; è nella nostra singolarità che portiamo in noi la totalità dell’universo, collocandoci nel legame più ampio che si possa stabilire.
Il pensiero complesso
La riforma del pensiero è quella che permette di integrare queste modalità di connessione. Io la chiamo pensiero complesso, ma mi affretto a dire che c’è un malinteso su questa parola: alcuni, sentendo continuamente la parola complesso intorno a loro, mi dicono: «Vede come progrediscono le sue idee?». Io rispondo loro che si sbagliano perché, così come viene usato o come si crede di comprenderlo, il termine serve a indicare la confusione, l’imbarazzo e l’incapacità che si ha nel descrivere la realtà. Mentre ciò che io chiamo pensiero complesso è proprio quello che supera la confusione, l’imbarazzo e la difficoltà di pensare con l’ausilio di operatori e di un pensiero organizzatore: che separa e che collega.
La riforma del pensiero incontra condizioni favorevoli e condizioni sfavorevoli.
La rivoluzione quantistica
Le condizioni favorevoli sono le due grandi rivoluzioni del secolo. La prima, ben avviata ma ancora lontana dall’essere completata, è quella iniziata all’inizio del XX secolo con la fisica quantistica, che ha completamente stravolto la nostra nozione di reale, abolendo totalmente la concezione puramente meccanicistica dell’universo.
La rivoluzione sistemica
La seconda rivoluzione, che è agli inizi, si è manifestata in alcune scienze che possiamo definire scienze sistemiche, dove vediamo effettivamente nascere approcci complessi e multidisciplinari, come nelle scienze della terra, dell’ecologia o della cosmologia. In ecologia, l’ecologo è come il direttore d’orchestra che tiene conto degli squilibri, delle regolazioni e dei disturbi degli ecosistemi, e che fa ricorso alle competenze specifiche dello zoologo, del botanico, del biologo, del fisico, del geologo, ecc. L’oggetto sistemico non è un oggetto sezionato dalla motosega di discipline diventate schizoidi. Nella concezione tradizionale, non è possibile alcun dialogo tra scienze che eliminano l’idea di natura, di cosmo, l’idea di uomo. Partendo dal pensiero complesso, ritroviamo la possibilità di parlare dell’essere umano, della natura e del cosmo; possiamo ristabilire il legame tra le due culture, dialogare, collocarci nell’universo in cui il locale e il globale sono collegati. Queste due rivoluzioni, entrambe ancora incompiute ma in corso, rappresentano quindi le condizioni favorevoli alla riforma del pensiero.
Le condizioni sfavorevoli riguardano le strutture mentali, quelle istituzionali e il paradigma di disgiunzione e riduzione che opera all’interno delle menti, anche quando queste sono giunte a concezioni che hanno superato sia la disgiunzione che la riduzione. Vediamo ad esempio in René Thom che la credenza deterministica persiste mentre il pensiero è riuscito ad andare oltre. Ci troviamo nuovamente nel circolo vizioso delle causalità: la riforma del pensiero richiede una riforma delle istituzioni che a sua volta richiede una riforma del pensiero. Si tratta di trasformare questo circolo vizioso in un circuito produttivo. La condizione è che possa emergere da qualche parte una devianza fruttuosa che permetta di diffondersi e di diventare una tendenza. Ho citato altrove l’esempio dell’università moderna istituita da Humboldt in un piccolo paese allora periferico, la Prussia, all’inizio del secolo scorso.
Riforma del pensiero e istruzione
Credo che la riforma, per portare un vero cambiamento di paradigma, debba essere pensata non solo a livello universitario, ma anche a livello di istruzione primaria. La difficoltà sta nell’educare gli educatori, il che è il grande problema sollevato da Marx in una delle sue famose tesi su Feuerbach: «Chi educherà gli educatori?» C’è una risposta: che si autoeduchino con l’aiuto di chi è già stato educato.
Sono convinto che sia proprio nella scuola primaria che si possa cercare di mettere in pratica il pensiero relazionale, poiché esso è potenzialmente presente in ogni bambino. Ciò può avvenire partendo dalle grandi domande, in particolare dalla grande domanda antropologica: «Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?» È evidente che, ponendo questa domanda, si può spiegare al bambino, attraverso una pedagogia adeguata e progressiva, in che senso e in che modo siamo esseri biologici, in che senso questi esseri biologici sono al tempo stesso esseri fisico-chimici, esseri psichici, esseri sociali, esseri storici, esseri inseriti in una società che vive in un’economia di scambi, ecc. Da qui possiamo derivare, espanderci e ramificarci verso le singole scienze, mostrando al contempo i loro legami. Partendo da queste basi, possiamo far scoprire cosa possa essere il pensiero, i modi sistemico, olografico, dialogico, ecc.
Nella scuola primaria, partendo, ad esempio, dal Sole, si potrà mostrarne la sorprendente organizzazione, con esplosioni incessanti che sollevano problemi di ordine e disordine; si sottolineerà il suo ruolo rispetto alla Terra, il ruolo dei fotoni, indispensabili alla vita: si potranno così affrontare temi quali la gravità, il movimento, la luce, l’idrosfera, la litosfera, l’atmosfera e la fotosintesi. Lo si collegherà al suo ruolo nelle società umane: istituzione dei calendari, dei grandi miti solari…
La fase della scuola secondaria dovrebbe essere quella dell’arricchimento della cultura generale, dell’incontro tra cultura tradizionale e cultura scientifica: il momento della riflessione sulla scienza, sulla sua collocazione nel tempo, nella storia; il momento della reciproca fecondazione dello spirito scientifico e di quello filosofico, della fusione delle conoscenze. La letteratura, dal canto suo, deve svolgere un ruolo di primo piano poiché è una scuola di vita. È la scuola in cui impariamo a conoscere noi stessi, a riconoscerci, a riconoscere le nostre passioni. La Rochefoucauld diceva che senza romanzi d’amore non ci sarebbe amore; forse esagerava, ma i romanzi d’amore ci fanno riconoscere il nostro modo di amare, il nostro bisogno di amare, le nostre tendenze, i nostri desideri. È fondamentale attribuire alla letteratura il suo status esistenziale, psicologico e sociale, che si tende a ridurre allo studio dei modi di espressione. Allo stesso tempo, partendo dalle grandi opere di introspezione come i Saggi di Montaigne, si incoraggerebbe la necessità della conoscenza di sé per ciascuno; si rifletterebbe sui problemi e sulle difficoltà che essa pone, a cominciare dalla presenza in ognuno di una tendenza permanente all’autogiustificazione e all’automitizzazione, all’autoinganno o menzogna su se stessi.
Si tratta anche di rafforzare e rendere più articolato l’insegnamento della storia. La storia non è solo la storia degli eventi, dei processi economici, delle dominazioni e delle sottomissioni dei popoli tra loro. È anche l’evoluzione delle concezioni della vita, della morte, dei costumi ecc.
È necessario che la storia diventi ancora più multidimensionale e reintroduca gli eventi che per un certo periodo ha voluto escludere. La storia ci ricollega al passato: il passato della nazione, dei continenti, dell’umanità e, attraverso questi passati, alla nostra naturale identità plurale, europea, umana.
E l’Università? Ho già detto che dobbiamo superare l’alternativa: l’Università deve adattarsi alla modernità o adattare la modernità a sé? Deve fare entrambe le cose, mentre viene violentemente trascinata verso il primo polo. Adattare la modernità all’Università significa riequilibrare la tendenza alla professionalizzazione. L’eccessiva adattabilità è un pericolo che Humboldt aveva ben compreso, poiché affermava che la missione dell’Università è quella di fornire le conoscenze di base della cultura e che l’insegnamento professionale deve essere di competenza delle scuole specializzate. L’Università è innanzitutto il luogo di trasmissione e trasformazione dell’insieme delle conoscenze, delle idee, dei valori e della cultura. Nel momento in cui si ritiene che l’Università abbia principalmente questo ruolo, essa appare nella sua dimensione trans-secolare; porta in sé un’eredità culturale e collettiva che non è solo quella della nazione ma dell’umanità, ed è quindi transnazionale. Si tratta ora di renderla transdisciplinare. Per farlo, occorrerebbe introdurvi i principi e gli operatori della forma di pensiero che ho menzionato. Sono proprio questi principi e questi operatori che permetteranno di collegare le discipline attraverso una relazione organica e sistemica, lasciandole al contempo libere di svilupparsi.
Il ciclo delle scienze
Ritengo, tra l’altro, molto promettente la proposta di una decima versata da ogni università a favore degli insegnamenti transdisciplinari. Questi verterebbero, ad esempio, sulla relazione cosmo-fisico-bio-antropologica e sul ciclo delle scienze descritto da Piaget. Cosa significa questa idea? Applicata alle scienze umane, significa che occorre fornire loro una base, quella delle scienze fisiche, poiché anche noi siamo esseri fisici. Ma l’idea del ciclo deriva anche dal fatto che la fisica stessa si è sviluppata nel corso della storia delle società, in particolare nel XIX secolo; ciò significa che la fisica non è la base ultima della conoscenza; è essa stessa un prodotto storico-antropologico-sociale, il che la ricolloca all’interno del circolo. Si tratta di un’idea chiave che permette di superare sia la riduzione che la disgiunzione.
La riforma del pensiero e l’etica
Credo sia molto importante parlare delle conseguenze etiche che il circolo della conoscenza può comportare. Infatti, la morale, la solidarietà e la responsabilità non possono essere dettate in astratto; non si possono far inghiottire alle menti come si ingrassano le oche mettendo loro un imbuto e somministrando il cibo adeguato. Penso che debbano essere indotte dal modo di pensare e dall’esperienza vissuta. Il pensiero che collega mostra la solidarietà dei fenomeni. Il pensiero che ci collega al cosmo non ci riduce allo stato fisico. No, è un pensiero che ci mostra le nostre origini fisico-cosmiche, ma che ci mostra anche che siamo delle emergenze. Siamo nella natura, ma siamo al di fuori di essa in una relazione dialogica. Ebbene, un pensiero che collega ci restituisce la solidarietà. Così, oggi, i pensieri ecologici ci mostrano la nostra differenza, poiché tendiamo a distruggere questa natura, e proprio per questo ci ricordano la nostra solidarietà vitale con la natura.
Ma cosa distrugge la solidarietà e la responsabilità? È il modo compartimentato e frammentario in cui vivono non solo gli specialisti tecnici e gli esperti, ma anche coloro che sono compartimentati nelle amministrazioni e nelle burocrazie. Se perdiamo di vista la visione d’insieme, quella del contesto in cui lavoriamo e, naturalmente, della città in cui viviamo, perdiamo ipso facto il senso di responsabilità; al massimo abbiamo un minimo di responsabilità professionale per il nostro piccolo compito. Per il resto, come diceva Eichmann, e come hanno detto coloro che somministravano sangue contaminato agli emofiliaci: «Obbedisco agli ordini». Obbediamo agli ordini, obbediamo alle istruzioni. Finché non avremo cercato di riformare questo modo di organizzare il sapere, che è al tempo stesso un modo di organizzare la società, tutti i discorsi sulla responsabilità e sulla solidarietà saranno vani.
La riforma del pensiero può risvegliare le aspirazioni e il senso di responsabilità innato in ciascuno di noi, far rinascere il sentimento di solidarietà che forse si manifesta in modo più particolare in alcuni, ma che è potenziale in ogni essere umano. La riforma del pensiero e la riforma dell’insegnamento non sono gli unici elementi che possono agire in questo senso, ma rappresentano un elemento costitutivo essenziale.
Una seconda conseguenza importante dal punto di vista etico è che il pensiero transdisciplinare ci spinge verso l’etica della comprensione. Un essere umano è una galassia; non solo è straordinariamente complesso, ma possiede una sua molteplicità interiore. Non è lo stesso in ogni momento della sua esistenza; non è lo stesso quando è arrabbiato, non è lo stesso quando ama, non è lo stesso in famiglia, non è lo stesso in ufficio ecc. Siamo esseri caratterizzati dalla molteplicità alla ricerca dell’unità e i fenomeni di sdoppiamento e triplicazione della personalità, considerati casi patologici, sono in realtà l’esacerbazione di ciò che è assolutamente normale.
Siamo molteplici e soggetti a deviare nel corso degli eventi, dei casi fortuiti, delle circostanze. Quanti ne ho visti deviare durante l’occupazione [tedesca, ndr], che per pacifismo sono diventati collaboratori. Quanti ne ho visti deviare nello stalinismo, che volevano rigenerare l’umanità e ne sono diventati i carnefici. Deviavano, sottomessi a processi di cui non erano consapevoli. Se conoscessimo questa molteplicità umana, se vedessimo tutto ciò che essa può subire, comprenderemmo ciò che ci dice Hegel: se definite criminale qualcuno che ha commesso un crimine, lo riducete e lo rinchiudete in un comportamento che non riassume l’insieme dei suoi tratti caratteriali. Ridurre una persona al suo passato significa privarla delle sue possibili evoluzioni. Recentemente mi è stato chiesto: «Sapevi che Cioran da giovane era nazista, Guardia di Ferro?», e io ho risposto: «È orribile, ma non si riduce una persona al suo passato, alla sua giovinezza; da allora si è evoluto».
È la tendenza alla riduzione che ci priva delle potenzialità della comprensione: tra i popoli, tra le nazioni, tra le religioni. È proprio questa tendenza che fa sì che l’incomprensione regni dentro di noi, nella società, nei nostri rapporti con gli altri, all’interno delle coppie, tra genitori e figli.
Senza comprensione non c’è civiltà possibile. Siamo ancora barbari rispetto al processo e all’etica della comprensione. Fenomeni di barbarie stanno emergendo in vari punti del globo e potrebbero ripresentarsi anche da noi. Nei nostri paesi cosiddetti civilizzati, tutti noi sentiamo o intuiamo che le conseguenze etiche di una riforma del pensiero sarebbero incalcolabili. È per questo che, in effetti, ci rendiamo conto che la riforma dell’Università porta in sé potenzialità che vanno oltre la riforma dell’Università stessa.