Edgar Morin – La riforma del pensiero

A un mese dalla scomparsa pubblichiamo il testo del "Discorso di Locarno" che il filosofo francese tenne nel 1997 al Monte Verità, anticipando i temi del suo celebre libro "Una testa ben fatta" sui compiti dei sistemi educativi 

Quello che segue è il testo della comunicazione presentata da Edgar Morin in occasione del Congresso organizzato dal Centro Internazionale di Ricerche e Studi Transdisciplinari (CIRET) dal 30 aprile al 2 maggio 1997 sotto l’egida dell’Unesco e dell’A.I.V.A.C. (Associazione Internazionale per il Video nelle Arti e nella Cultura, promossa da Rinaldo Bianda). La trascrizione del testo registrato è stata rivista dall’autore. La versione italiana è stata curata dalla nostra redazione.

Riforma del pensiero e transdisciplinarità

Sappiamo che il modo di pensare o di conoscere frammentario, compartimentato, monodisciplinare e quantificatore ci conduce a un’intelligenza cieca, proprio nella misura in cui la normale capacità umana di collegare le conoscenze viene sacrificata a favore della non meno normale capacità di separare. Perché conoscere significa, in un ciclo ininterrotto, separare per analizzare e collegare per sintetizzare o rendere più complesso. La prevalenza disciplinare, che separa, ci fa perdere la capacità di collegare, la capacità di contestualizzare, ovvero di collocare un’informazione o una conoscenza nel suo contesto naturale. Perdiamo la capacità di globalizzare, ovvero di inserire le conoscenze in un insieme più o meno organizzato. Eppure le condizioni di ogni conoscenza pertinente sono proprio la contestualizzazione e la globalizzazione.

Queste condizioni si impongono alla nostra attenzione tanto più che si apre un’era planetaria di inter-solidarietà. Aggiungiamo che la disgiunzione storica tra le due culture, la cultura delle discipline umanistiche, che comprendeva la letteratura, la filosofia, ma soprattutto la possibilità di riflettere e assimilare le conoscenze, e la nuova cultura scientifica, fondata sulla specializzazione e sulla compartimentazione, aggrava le difficoltà che possiamo incontrare nel riflettere sulle conoscenze e, ancora una volta, nell’integrarle. Viviamo quindi sotto il dominio di quello che potremmo definire un paradigma di disgiunzione. Eppure è evidente che la riforma del pensiero non mira a farci annullare le nostre capacità analitiche o di separazione, ma ad affiancarvi un pensiero che colleghi. Certo, non basta dire «Bisogna collegare» per collegare: collegare richiede concetti, concezioni e ciò che io chiamo operatori di collegamento.

Il sistema

Il primo concetto o concezione, ormai ben noto, è ovviamente quello di sistema. Si tratta di un approccio che è riemerso di recente nel nostro modo di concepire la conoscenza, mentre nella storia della scienza prevaleva l’idea che la conoscenza delle parti o degli elementi di base fosse sufficiente per conoscere gli insiemi, i quali, in fin dei conti, non erano altro che assemblaggi, costruzioni meccaniche composte da parti che la scienza ha il compito di distinguere. Infatti, riaffiora un’idea nota da tempo, ovvero che il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, o, in altre parole, che un tutto organizzato, un sistema, produce o favorisce l’emergere di una serie di nuove qualità che non erano presenti nelle parti separate. Non è forse uno dei più grandi misteri dell’universo il fatto che l’unione di elementi dispersi, come ad esempio l’unione delle macromolecole, abbia potuto dare origine al primo essere vivente? Che da questo nuovo tipo di organizzazione siano emerse qualità nuove come la conoscenza, la memoria, il movimento e l’autoriproduzione?

Si può dire che il concetto di sistema, o anche di organizzazione – termine che preferisco – permetta di collegare e unire le parti in un tutto e di liberarci da conoscenze frammentarie.

La causalità circolare

Un secondo concetto importante è quello di circolarità o di ciclo. Questo concetto è stato spesso utilizzato ma senza essere mai nominato. Quando Pascal affermava: «Ritengo impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere in modo specifico le parti», sottolineava con forza che la vera conoscenza è quella che compie il percorso dalla conoscenza delle parti a quella del tutto e da quella del tutto a quella delle parti. Si può fornire un esempio molto semplice: quando traduciamo da una lingua straniera, cerchiamo di cogliere un senso globale provvisorio della frase; conosciamo alcune parole, consultiamo il dizionario; le parole ci aiutano a intuire il senso della frase, il quale a sua volta ci aiuta a definire le parole, a liberarle dalla loro polisemia per attribuir loro un significato univoco. Attraverso questo percorso arriviamo, se ci riusciamo, ad ottenere la traduzione corretta. Norbert Wiener ha illustrato, a un livello già piuttosto interessante, questa idea di ciclo: quella del ciclo regolatore, in cui il ritorno dell’effetto sulla causa annulla la deviazione, garantendo così una relativa autonomia del sistema. È l’esempio dell’impianto di riscaldamento che, costituito da una caldaia e da un termostato, mantiene l’autonomia termica di una stanza.

È evidente che questa idea di autonomia relativa dei sistemi è tanto più importante in quanto era in precedenza inconcepibile nel campo delle scienze, poiché il determinismo della scienza classica si fondava su una causalità esterna agli oggetti.

Il concetto di ciclo è tanto più interessante e fecondo in quanto non si limita all’idea di un ciclo regolatore, che annulla le deviazioni e permette di mantenere l’omeostasi di un sistema o di un organismo; il concetto più forte è quello di ciclo autogenerante o ricorsivo, ovvero in cui gli effetti e i prodotti diventano necessari alla produzione e alla causa di ciò che li causa e di ciò che li produce. Esempio evidente di questo tipo di ciclo siamo noi stessi, che siamo il prodotto di un ciclo di riproduzione biologica di cui diventiamo, affinché il ciclo continui, i produttori. Siamo prodotti-produttori. Così, la società è il prodotto delle interazioni tra individui, ma proprio a livello globale emergono nuove qualità – il linguaggio, la cultura – che, agendo a ritroso sugli individui consentono loro di realizzarsi come individui. Gli individui producono la società che produce gli individui.

Da ciò si possono trarre immediatamente due importanti conseguenze. La prima, in un certo senso logica, è che abbiamo a che fare con un prodotto-produttore, il che, ovviamente, è incompatibile con la logica classica. L’altra è che vediamo emergere il concetto di autoproduzione e di auto-organizzazione. Direi di più: in questo concetto di autoproduzione e auto-organizzazione – un concetto chiave per molte realtà fisiche e soprattutto per quelle viventi – non solo possiamo fondare in modo ancora più solido l’idea di autonomia, ma, soprattutto, possiamo comprendere il processo ininterrotto che è quello della riorganizzazione o della rigenerazione.

La rigenerazione la viviamo in ogni istante: le nostre molecole si degradano e vengono sostituite da nuove, le nostre cellule muoiono e vengono sostituite da nuove, il nostro sangue circola e disintossica le nostre cellule grazie all’ossigeno, il nostro cuore batte e, con la sua pompa, fa circolare il sangue. Ogni momento della nostra vita è un momento di rigenerazione. Ecco perché penso che il movimento sia necessario all’essere. Direi che l’essere può autoprodursi e automantenersi solo se si autorigenera. Del resto, gli unici esseri che conosciamo in natura sono organizzati – e gli esseri più presenti, quelli dotati di soggettività ed esistenza, sono effettivamente gli esseri viventi, cioè quelli che dipendono da questo processo permanente di rigenerazione. Quando riflettiamo sul significato dell’auto-organizzazione o dell’auto-produzione, ci rendiamo conto, come aveva osservato Von Foerster, che l’auto-organizzazione è in definitiva un concetto paradossale: un essere, una realtà auto-organizzata e auto-produttiva consuma energia, quindi la degrada, quindi ha bisogno di attingere energia dal proprio ambiente e, per questo stesso motivo, dipende da quell’ambiente che allo stesso tempo le garantisce la sua autonomia. La separazione tra le due culture faceva sì che l’autonomia esistesse nella metafisica e non nella scienza. Ma eccoci ora in una concezione dell’autonomia che non esiste nel cielo metafisico, bensì sulla terra e che si costruisce a partire dalle dipendenze. Più la nostra mente vuole essere autonoma, più deve nutrirsi di culture e conoscenze differenziate. Schrödinger aveva già affermato che nella nostra identità portiamo l’alterità, se non altro l’alterità dell’ambiente. Nella nostra identità di individui sociali portiamo l’alterità della società. Nella nostra identità di soggetti pensanti portiamo in noi l’alterità dell’eredità genetica, che è quella dell’umanità, e l’eredità pulsionale, che è quella della nostra animalità. Giungiamo così a una serie di nozioni che ci permettono di collegare anziché separare.

La dialogica

Segnalerò ancora un terzo concetto che chiamo dialogica, concetto che può essere considerato l’equivalente o l’erede della dialettica. Intendo per «dialettica» non il significato riduttivo con cui comunemente si intende la dialettica hegeliana, vale a dire come un semplice superamento delle contraddizioni attraverso una sintesi, ma come la presenza necessaria e complementare di processi o istanze antagoniste.

È proprio l’associazione complementare degli antagonismi che ci permette di collegare idee che in noi si respingono a vicenda, come ad esempio l’idea di vita e di morte. Infatti, cosa c’è di più antagonistico della vita e della morte? Bichat definiva la vita come l’insieme delle funzioni che resistono alla morte. Non è passato molto tempo da quando abbiamo compreso come il processo vitale, il sistema di rigenerazione di cui ho parlato, utilizzi la morte delle cellule per ringiovanirle. In altre parole, la vita utilizza la morte. Allo stesso modo, il ciclo trofico dell’ecologia, che permette agli esseri viventi di nutrirsi gli uni degli altri, fa sì che essi si nutrano della morte altrui. Quando gli animali muoiono, non solo diventano il banchetto di insetti necrofagi e di altri animaletti, per non parlare degli organismi unicellulari, ma i loro sali minerali vengono assorbiti dalle piante. In altre parole, la vita e la morte sono il rovescio l’una dell’altra. Ciò fa sì che la formula di Bichat possa essere resa più complessa: la vita è l’insieme delle funzioni che resistono alla morte pur utilizzando le forze della morte a proprio vantaggio. Un inganno della vita, che non deve far passare in secondo piano il fatto che vita e morte rimangono due nozioni assolutamente antagoniste. Quindi, anche in questo caso, è possibile collegare nozioni senza negarne l’opposizione.

Il principio olografico

Quarto concetto, infine, quello che chiamo principio olografico. Significa che in un sistema, in un mondo complesso, non solo una parte si trova nel tutto (ad esempio, noi esseri umani siamo nel cosmo), ma il tutto si trova nella parte. Non solo l’individuo è nella società, ma la società è all’interno di lui, poiché fin dalla sua nascita gli ha inculcato il linguaggio, la cultura, i suoi divieti, le sue norme; ma in lui sono presenti anche le particelle che si sono formate all’origine del nostro universo, gli atomi di carbonio che si sono formati in soli precedenti al nostro, le macromolecole che si sono formate prima che nascesse la vita. Abbiamo in noi il regno minerale, vegetale, animale, i vertebrati, i mammiferi ecc. Siamo, in un certo senso, non più, come si diceva un tempo, microcosmi del macrocosmo, specchi del cosmo; è nella nostra singolarità che portiamo in noi la totalità dell’universo, collocandoci nel legame più ampio che si possa stabilire.

Il pensiero complesso

La riforma del pensiero è quella che permette di integrare queste modalità di connessione. Io la chiamo pensiero complesso, ma mi affretto a dire che c’è un malinteso su questa parola: alcuni, sentendo continuamente la parola complesso intorno a loro, mi dicono: «Vede come progrediscono le sue idee?». Io rispondo loro che si sbagliano perché, così come viene usato o come si crede di comprenderlo, il termine serve a indicare la confusione, l’imbarazzo e l’incapacità che si ha nel descrivere la realtà. Mentre ciò che io chiamo pensiero complesso è proprio quello che supera la confusione, l’imbarazzo e la difficoltà di pensare con l’ausilio di operatori e di un pensiero organizzatore: che separa e che collega.

La riforma del pensiero incontra condizioni favorevoli e condizioni sfavorevoli.

La rivoluzione quantistica

Le condizioni favorevoli sono le due grandi rivoluzioni del secolo. La prima, ben avviata ma ancora lontana dall’essere completata, è quella iniziata all’inizio del XX secolo con la fisica quantistica, che ha completamente stravolto la nostra nozione di reale, abolendo totalmente la concezione puramente meccanicistica dell’universo.

La rivoluzione sistemica

La seconda rivoluzione, che è agli inizi, si è manifestata in alcune scienze che possiamo definire scienze sistemiche, dove vediamo effettivamente nascere approcci complessi e multidisciplinari, come nelle scienze della terra, dell’ecologia o della cosmologia. In ecologia, l’ecologo è come il direttore d’orchestra che tiene conto degli squilibri, delle regolazioni e dei disturbi degli ecosistemi, e che fa ricorso alle competenze specifiche dello zoologo, del botanico, del biologo, del fisico, del geologo, ecc. L’oggetto sistemico non è un oggetto sezionato dalla motosega di discipline diventate schizoidi. Nella concezione tradizionale, non è possibile alcun dialogo tra scienze che eliminano l’idea di natura, di cosmo, l’idea di uomo. Partendo dal pensiero complesso, ritroviamo la possibilità di parlare dell’essere umano, della natura e del cosmo; possiamo ristabilire il legame tra le due culture, dialogare, collocarci nell’universo in cui il locale e il globale sono collegati. Queste due rivoluzioni, entrambe ancora incompiute ma in corso, rappresentano quindi le condizioni favorevoli alla riforma del pensiero.

Le condizioni sfavorevoli riguardano le strutture mentali, quelle istituzionali e il paradigma di disgiunzione e riduzione che opera all’interno delle menti, anche quando queste sono giunte a concezioni che hanno superato sia la disgiunzione che la riduzione. Vediamo ad esempio in René Thom che la credenza deterministica persiste mentre il pensiero è riuscito ad andare oltre. Ci troviamo nuovamente nel circolo vizioso delle causalità: la riforma del pensiero richiede una riforma delle istituzioni che a sua volta richiede una riforma del pensiero. Si tratta di trasformare questo circolo vizioso in un circuito produttivo. La condizione è che possa emergere da qualche parte una devianza fruttuosa che permetta di diffondersi e di diventare una tendenza. Ho citato altrove l’esempio dell’università moderna istituita da Humboldt in un piccolo paese allora periferico, la Prussia, all’inizio del secolo scorso.

Riforma del pensiero e istruzione

Credo che la riforma, per portare un vero cambiamento di paradigma, debba essere pensata non solo a livello universitario, ma anche a livello di istruzione primaria. La difficoltà sta nell’educare gli educatori, il che è il grande problema sollevato da Marx in una delle sue famose tesi su Feuerbach: «Chi educherà gli educatori?» C’è una risposta: che si autoeduchino con l’aiuto di chi è già stato educato.

Sono convinto che sia proprio nella scuola primaria che si possa cercare di mettere in pratica il pensiero relazionale, poiché esso è potenzialmente presente in ogni bambino. Ciò può avvenire partendo dalle grandi domande, in particolare dalla grande domanda antropologica: «Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?» È evidente che, ponendo questa domanda, si può spiegare al bambino, attraverso una pedagogia adeguata e progressiva, in che senso e in che modo siamo esseri biologici, in che senso questi esseri biologici sono al tempo stesso esseri fisico-chimici, esseri psichici, esseri sociali, esseri storici, esseri inseriti in una società che vive in un’economia di scambi, ecc. Da qui possiamo derivare, espanderci e ramificarci verso le singole scienze, mostrando al contempo i loro legami. Partendo da queste basi, possiamo far scoprire cosa possa essere il pensiero, i modi sistemico, olografico, dialogico, ecc.

Nella scuola primaria, partendo, ad esempio, dal Sole, si potrà mostrarne la sorprendente organizzazione, con esplosioni incessanti che sollevano problemi di ordine e disordine; si sottolineerà il suo ruolo rispetto alla Terra, il ruolo dei fotoni, indispensabili alla vita: si potranno così affrontare temi quali la gravità, il movimento, la luce, l’idrosfera, la litosfera, l’atmosfera e la fotosintesi. Lo si collegherà al suo ruolo nelle società umane: istituzione dei calendari, dei grandi miti solari…

La fase della scuola secondaria dovrebbe essere quella dell’arricchimento della cultura generale, dell’incontro tra cultura tradizionale e cultura scientifica: il momento della riflessione sulla scienza, sulla sua collocazione nel tempo, nella storia; il momento della reciproca fecondazione dello spirito scientifico e di quello filosofico, della fusione delle conoscenze. La letteratura, dal canto suo, deve svolgere un ruolo di primo piano poiché è una scuola di vita. È la scuola in cui impariamo a conoscere noi stessi, a riconoscerci, a riconoscere le nostre passioni. La Rochefoucauld diceva che senza romanzi d’amore non ci sarebbe amore; forse esagerava, ma i romanzi d’amore ci fanno riconoscere il nostro modo di amare, il nostro bisogno di amare, le nostre tendenze, i nostri desideri. È fondamentale attribuire alla letteratura il suo status esistenziale, psicologico e sociale, che si tende a ridurre allo studio dei modi di espressione. Allo stesso tempo, partendo dalle grandi opere di introspezione come i Saggi di Montaigne, si incoraggerebbe la necessità della conoscenza di sé per ciascuno; si rifletterebbe sui problemi e sulle difficoltà che essa pone, a cominciare dalla presenza in ognuno di una tendenza permanente all’autogiustificazione e all’automitizzazione, all’autoinganno o menzogna su se stessi.

Si tratta anche di rafforzare e rendere più articolato l’insegnamento della storia. La storia non è solo la storia degli eventi, dei processi economici, delle dominazioni e delle sottomissioni dei popoli tra loro. È anche l’evoluzione delle concezioni della vita, della morte, dei costumi ecc.

È necessario che la storia diventi ancora più multidimensionale e reintroduca gli eventi che per un certo periodo ha voluto escludere. La storia ci ricollega al passato: il passato della nazione, dei continenti, dell’umanità e, attraverso questi passati, alla nostra naturale identità plurale, europea, umana.

E l’Università? Ho già detto che dobbiamo superare l’alternativa: l’Università deve adattarsi alla modernità o adattare la modernità a sé? Deve fare entrambe le cose, mentre viene violentemente trascinata verso il primo polo. Adattare la modernità all’Università significa riequilibrare la tendenza alla professionalizzazione. L’eccessiva adattabilità è un pericolo che Humboldt aveva ben compreso, poiché affermava che la missione dell’Università è quella di fornire le conoscenze di base della cultura e che l’insegnamento professionale deve essere di competenza delle scuole specializzate. L’Università è innanzitutto il luogo di trasmissione e trasformazione dell’insieme delle conoscenze, delle idee, dei valori e della cultura. Nel momento in cui si ritiene che l’Università abbia principalmente questo ruolo, essa appare nella sua dimensione trans-secolare; porta in sé un’eredità culturale e collettiva che non è solo quella della nazione ma dell’umanità, ed è quindi transnazionale. Si tratta ora di renderla transdisciplinare. Per farlo, occorrerebbe introdurvi i principi e gli operatori della forma di pensiero che ho menzionato. Sono proprio questi principi e questi operatori che permetteranno di collegare le discipline attraverso una relazione organica e sistemica, lasciandole al contempo libere di svilupparsi.

Il ciclo delle scienze

Ritengo, tra l’altro, molto promettente la proposta di una decima versata da ogni università a favore degli insegnamenti transdisciplinari. Questi verterebbero, ad esempio, sulla relazione cosmo-fisico-bio-antropologica e sul ciclo delle scienze descritto da Piaget. Cosa significa questa idea? Applicata alle scienze umane, significa che occorre fornire loro una base, quella delle scienze fisiche, poiché anche noi siamo esseri fisici. Ma l’idea del ciclo deriva anche dal fatto che la fisica stessa si è sviluppata nel corso della storia delle società, in particolare nel XIX secolo; ciò significa che la fisica non è la base ultima della conoscenza; è essa stessa un prodotto storico-antropologico-sociale, il che la ricolloca all’interno del circolo. Si tratta di un’idea chiave che permette di superare sia la riduzione che la disgiunzione.

La riforma del pensiero e l’etica

Credo sia molto importante parlare delle conseguenze etiche che il circolo della conoscenza può comportare. Infatti, la morale, la solidarietà e la responsabilità non possono essere dettate in astratto; non si possono far inghiottire alle menti come si ingrassano le oche mettendo loro un imbuto e somministrando il cibo adeguato. Penso che debbano essere indotte dal modo di pensare e dall’esperienza vissuta. Il pensiero che collega mostra la solidarietà dei fenomeni. Il pensiero che ci collega al cosmo non ci riduce allo stato fisico. No, è un pensiero che ci mostra le nostre origini fisico-cosmiche, ma che ci mostra anche che siamo delle emergenze. Siamo nella natura, ma siamo al di fuori di essa in una relazione dialogica. Ebbene, un pensiero che collega ci restituisce la solidarietà. Così, oggi, i pensieri ecologici ci mostrano la nostra differenza, poiché tendiamo a distruggere questa natura, e proprio per questo ci ricordano la nostra solidarietà vitale con la natura.

Ma cosa distrugge la solidarietà e la responsabilità? È il modo compartimentato e frammentario in cui vivono non solo gli specialisti tecnici e gli esperti, ma anche coloro che sono compartimentati nelle amministrazioni e nelle burocrazie. Se perdiamo di vista la visione d’insieme, quella del contesto in cui lavoriamo e, naturalmente, della città in cui viviamo, perdiamo ipso facto il senso di responsabilità; al massimo abbiamo un minimo di responsabilità professionale per il nostro piccolo compito. Per il resto, come diceva Eichmann, e come hanno detto coloro che somministravano sangue contaminato agli emofiliaci: «Obbedisco agli ordini». Obbediamo agli ordini, obbediamo alle istruzioni. Finché non avremo cercato di riformare questo modo di organizzare il sapere, che è al tempo stesso un modo di organizzare la società, tutti i discorsi sulla responsabilità e sulla solidarietà saranno vani.

La riforma del pensiero può risvegliare le aspirazioni e il senso di responsabilità innato in ciascuno di noi, far rinascere il sentimento di solidarietà che forse si manifesta in modo più particolare in alcuni, ma che è potenziale in ogni essere umano. La riforma del pensiero e la riforma dell’insegnamento non sono gli unici elementi che possono agire in questo senso, ma rappresentano un elemento costitutivo essenziale.

Una seconda conseguenza importante dal punto di vista etico è che il pensiero transdisciplinare ci spinge verso l’etica della comprensione. Un essere umano è una galassia; non solo è straordinariamente complesso, ma possiede una sua molteplicità interiore. Non è lo stesso in ogni momento della sua esistenza; non è lo stesso quando è arrabbiato, non è lo stesso quando ama, non è lo stesso in famiglia, non è lo stesso in ufficio ecc. Siamo esseri caratterizzati dalla molteplicità alla ricerca dell’unità e i fenomeni di sdoppiamento e triplicazione della personalità, considerati casi patologici, sono in realtà l’esacerbazione di ciò che è assolutamente normale.

Siamo molteplici e soggetti a deviare nel corso degli eventi, dei casi fortuiti, delle circostanze. Quanti ne ho visti deviare durante l’occupazione [tedesca, ndr], che per pacifismo sono diventati collaboratori. Quanti ne ho visti deviare nello stalinismo, che volevano rigenerare l’umanità e ne sono diventati i carnefici. Deviavano, sottomessi a processi di cui non erano consapevoli. Se conoscessimo questa molteplicità umana, se vedessimo tutto ciò che essa può subire, comprenderemmo ciò che ci dice Hegel: se definite criminale qualcuno che ha commesso un crimine, lo riducete e lo rinchiudete in un comportamento che non riassume l’insieme dei suoi tratti caratteriali. Ridurre una persona al suo passato significa privarla delle sue possibili evoluzioni. Recentemente mi è stato chiesto: «Sapevi che Cioran da giovane era nazista, Guardia di Ferro?», e io ho risposto: «È orribile, ma non si riduce una persona al suo passato, alla sua giovinezza; da allora si è evoluto».

È la tendenza alla riduzione che ci priva delle potenzialità della comprensione: tra i popoli, tra le nazioni, tra le religioni. È proprio questa tendenza che fa sì che l’incomprensione regni dentro di noi, nella società, nei nostri rapporti con gli altri, all’interno delle coppie, tra genitori e figli.

Senza comprensione non c’è civiltà possibile. Siamo ancora barbari rispetto al processo e all’etica della comprensione. Fenomeni di barbarie stanno emergendo in vari punti del globo e potrebbero ripresentarsi anche da noi. Nei nostri paesi cosiddetti civilizzati, tutti noi sentiamo o intuiamo che le conseguenze etiche di una riforma del pensiero sarebbero incalcolabili. È per questo che, in effetti, ci rendiamo conto che la riforma dell’Università porta in sé potenzialità che vanno oltre la riforma dell’Università stessa.


I migranti e il voto

A un mese dalla scomparsa pubblichiamo il testo del "Discorso di Locarno" che il filosofo francese tenne nel 1997 al Monte Verità, anticipando i temi del suo celebre libro "Una testa ben fatta" sui compiti dei sistemi educativi 

Di Goffredo Buccini, Corriere della Sera

Diciamo la verità: le migrazioni spaventano molti, muovono tanta propaganda ma, al fondo, non interessano quasi a nessuno. Certo, quei fantasmi vaganti attorno alle stazioni o impigliati nei bordi delle periferie ci inquietano, talvolta perfino ci indignano. Ma, purché restino lì, incastrati in uno spazio-tempo così diverso dal nostro, congelati in uno di quei non-luoghi della nostra distratta modernità, poco importa come e perché ci siano arrivati.

Almeno fino a quando non ci sbattiamo contro con la violenza d’una cronaca su quattro braccianti arsi vivi in Calabria o su un pazzoide di ascendenza marocchina che miete in macchina la gente di Modena. Allora passiamo qualche tempo a deplorare il caporalato o a inveire contro le seconde generazioni, in base alle nostre sensibilità e preferenze politiche. Poi, chiudiamo il dossier e ce ne dimentichiamo fino al prossimo dramma o al successivo spot.

In questi giorni, tuttavia, due eventi in bilico tra morale e diritto superano la soglia d’attenzione collettiva. A Strasburgo è stato approvato, con ampia maggioranza, il Patto su Migrazioni e Asilo che, introducendo (almeno sulla carta) un opportuno sistema uniforme di gestione delle frontiere per i 27 Stati membri, contiene tuttavia una potente stretta nelle politiche europee in materia, foriera di polemiche. Alla comprensibile esultanza delle destre che da anni invocavano la svolta, fa da contrappunto la preoccupazione di ong e giuristi immigrazionisti come i legali dell’Asgi, che sottolineano la ferita inferta al diritto d’asilo. Sono in questione le procedure accelerate, la riduzione di tempi per esami e ricorsi, le detenzioni amministrative che diventano plausibili anche fuori dal territorio nazionale svelando una tendenza all’esternalizzazione di cui i pur controversi centri italiani in Albania sono, obiettivamente, precursori; si enfatizzano incongruenze come quella di considerare l’Egitto in cui fu ucciso il nostro Giulio Regeni un «Paese d’origine sicuro».

Nessun tema, forse, ha spostato così in fretta la Finestra di Overton, quella costruzione sociopolitica che, su una scala da «impensabile» a «legalizzato», misura l’accettabilità o meno di idee, concetti e costumi in una data comunità e in un dato periodo. La M di migrazione è diventata un fattore elettorale. In Europa siamo passati dal «salviamoli tutti» al «respingiamoli in massa» e, in appena undici anni, dal Wir Schaffen Das , l’accogliente «ce la faremo» di Angela Merkel di fronte a un milione di rifugiati scappati dalla Siria, alla porta (semi) sbarrata dalla sua discepola più fedele, Ursula von der Leyen. Cosa ha cambiato così tanto l’atteggiamento delle nostre democrazie di fronte a flussi strutturali e prevedibili? In breve: il terrore di esserne travolte. Più in dettaglio, un filotto di eventi estremi, guerre, pandemia, jihadismo, welfare in caduta libera, povertà e policrisi che hanno generato tempi di ferro in cui i migranti diventano vasi di coccio. Lo stato di sicurezza sociale che ci confortava dalla seconda metà del Novecento è evaporato in tre lustri. E dunque non si tratta di distribuire patenti di bontà o di disumanità: una politica degna di questo nome non arriverà ai recenti moti di Belfast contro gli islamici perché avrà anticipato e risolto almeno in parte le cause di disagio che ne sono a monte.

Occorre trovare una mediana pragmatica tra la sicurezza (il più democratico dei valori) e la solidarietà (che ci differenzia dalle belve). Ma la via è irta di contraddizioni. Secondo Pete Hegseth, ad esempio, l’Europa è oggi invasa «da ideologie pericolose» arrivate via mare coi migranti: certo il ministro trumpiano sarebbe più credibile se non lo dicesse con il bellicoso Deus Vult delle crociate tatuato in petto. In Italia strilliamo di continuo contro gli sbarchi (peraltro in calo) : ma, per un mix di ideologismo e ipocrisia, ci teniamo stretta una legge come la Bossi-Fini che produce in terraferma molti più irregolari di quanti ne sbarchino. Il Fattore M è un doping elettorale non privo di effetti collaterali. Così, la corsa a chi è più sovranista può indurre a sdoganare in nome dell’«identità cristiana» parole d’ordine care ai criptonazisti di AfD come «remigrazione»: assai diversa dal «rimpatrio» previsto nel pacchetto europeo ma spesso usata quale suo sinonimo. E, soprattutto, concetto «anticristiano», come ha ricordato alla politica chi ha più titolo per farlo: Leone XIV.

Proprio il Papa è protagonista del secondo evento che scuote alle radici la nostra pigrizia. Il 4 luglio sarà a Lampedusa. Non è una data qualsiasi: gli Stati Uniti celebrano quel giorno il 250esimo della loro indipendenza. La scelta del primo pontefice americano di essere «altrove», nonostante l’invito dell’amministrazione trumpiana, si carica così di senso. Ci dice, quasi più della sua enciclica Magnifica Humanitas, di quanto a fondo sia stata capita la sfida contemporanea tra la tenuta delle nostre democrazie e la nostra umanità. Già l’11 giugno, visitando Arguineguín, in Gran Canaria, il Papa aveva ammonito che «non possiamo abituarci a contare i morti in mare nell’indifferenza». Con accenti non dissimili Bergoglio parlò da Lampedusa durante il suo primo viaggio apostolico ma Prevost si colloca in un quadro ben più drammatico; e finisce per contrastare, forse senza intenzione, la postura di un suo connazionale che sull’immigrazione ha costruito buona parte del proprio successo: Donald Trump. Benché visto da molti come l’unico vero leader globale, il Papa non può diventare il supplente di democrazie malandate, use a sfruttare o a esorcizzare lo scontro fra ultimi e penultimi del mondo. Ma un regalo può farcelo e ce lo fa: mettendoci sull’avviso. Per evitarci che tra qualche anno riappaia, semisepolto su una spiaggia di un «Paese sicuro», un altro Alan Kurdi, un piccolo migrante annegato in cerca di vita migliore, a farci sentire forse più protetti ma certo più sporchi. E sempre assai stupiti.

Nell’immagine: dipinto murale dedicato al piccolo Alan Kurdi a Francoforte


Il Parlamento vuole prosciugare le risorse dell’AVS

A un mese dalla scomparsa pubblichiamo il testo del "Discorso di Locarno" che il filosofo francese tenne nel 1997 al Monte Verità, anticipando i temi del suo celebre libro "Una testa ben fatta" sui compiti dei sistemi educativi 

Marco Diener, Infosperber

Il risultato del 3 marzo 2024 è chiaro: il popolo ha detto

  • sì alla 13ª rendita AVS con il 58% dei voti
  • e no all’innalzamento dell’età pensionabile con il 75% dei voti.

Il testo dell’iniziativa non specificava come dovesse essere finanziata la 13ª rendita AVS. Tuttavia, nel libretto di votazione del Consiglio federale era indicato che avrebbe dovuto essere finanziata: tramite contributi salariali, l’IVA o una combinazione di entrambi.

Ma al nostro Parlamento non importa. Per due anni il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati hanno discusso sul finanziamento. Entrambe le Camere hanno scelto metodi diversi. Ma avevano un obiettivo comune: limitare il più possibile l’AVS.

Una settimana fa ci sono riusciti. Hanno deciso di aumentare l’aliquota normale dell’IVA solo dello 0,4% e l’aliquota speciale per il settore alberghiero dello 0,2%. In questo modo, a partire dal 2028, si incasseranno solo 1,4 miliardi di franchi in più all’anno.

Ma la 13ª rendita verrà erogata già quest’anno. Ciò significa che non esiste alcun finanziamento supplementare per gli 8-9 miliardi di franchi che la tredicesima rendita costerà nei primi due anni. E a partire dal 2029, i costi aggiuntivi saranno coperti solo per un terzo.

Al momento l’AVS se la passa ancora alla grande: il suo patrimonio ammonta a 60 miliardi di franchi. Ma il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati adesso stanno prosciugandone le risorse.

Da tempo il patrimonio dell’AVS non fa che crescere. Mai, nei suoi 80 anni di storia, ha raggiunto livelli così elevati come oggi. Nonostante tutti gli esperti che già da decenni prevedono la fine imminente dell’AVS. Ma con il rifiuto di finanziare in modo ragionevole la tredicesima rendita, il Parlamento sta palesemente contribuendo a far sì che un giorno quelle cupe previsioni si avverino.

E così il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati preparano il terreno per un innalzamento dell’età pensionabile. Infatti, se l’AVS è sottofinanziata, cresce la pressione per un innalzamento dell’età pensionabile. Con questa politica, le Camere ignorano la volontà popolare.

Com’era andata il 3 marzo 2024? Addirittura il 75 per cento dei votanti si era dichiarato contrario ad un innalzamento dell’età pensionabile!


Europa nella morsa dell’afa: 12mila morti, allerta massima

A un mese dalla scomparsa pubblichiamo il testo del "Discorso di Locarno" che il filosofo francese tenne nel 1997 al Monte Verità, anticipando i temi del suo celebre libro "Una testa ben fatta" sui compiti dei sistemi educativi 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Ieri a Berlino la polizia ha dovuto usare i cannoni ad acqua. Non per una manifestazione violenta, ma per rinfrescare i cittadini dagli oltre 39 gradi locali. Il caldo estremo continua a tormentare l’Europa e ora si sta sposta verso l’Est del Vecchio Continente. Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria e Moldova sono già in allerta massima, almeno fino a mercoledì prossimo. Del resto, bisogna prepararsi a un bollettino di guerra.

Mortalità in impennata da Parigi a Milano

Secondo uno studio dell’Economist, tra il 24 e il 26 giugno scorsi in Europa sarebbero già morte almeno 12mila persone a causa dell’insopportabile canicola causata dalla cappa di calore intrappolata sopra il Nord Africa: «Il tasso di mortalità a Parigi sarebbe salito del 300%, a Londra del 200% e a Milano del 170%». Nell’ultima settimana, in Spagna ci sono stati 300 decessi legati al caldo.

Ieri la Germania, dove molti treni si sono fermati e le autostrade hanno subito danni, ha registrato la sua temperatura più alta della storia, almeno da quando si registrano i dati, con i 41,5 gradi celsius a Drewitz, in Sassonia-Anhalt. Lo stesso è capitato in Danimarca, con il 37 gradi di Aarhus. I Paesi Bassi dovrebbero toccare quota 40 oggi. A Basilea si sono raggiunti per la prima volta 38,8 gradi in giugno e proprio in Svizzera domani potrebbero già sciogliersi completamente i ghiacciai invernali. La Slovacchia ha reso noto di aver superato, venerdì, la notte con la temperatura minima più alta di sempre, 26,3 gradi.

Magyar distribuisce acqua

A Budapest il gay pride ieri – il primo dopo Orbán – si è svolto, ma il premier Magyar ha fatto distribuire milioni di bottigliette in tutto il Paese. In Inghilterra, dopo l’inferno climatico dei giorni scorsi, ieri c’è stata una tregua, eppure più di 700 voli a Londrahanno subito ritardi agli aeroporti di Heathrow e Gatwick a causa dei fortissimi temporali per il troppo caldo. A Parigi e Lione sono stati cancellati diversi eventi, come il Pride, e in Francia il bilancio di coloro deceduti dopo essersi tuffati in acqua per rinfrescarsi è salito a 78 decessi. Sotto pressione anche gli ospedali: nella capitale francese, si è registrato un incremento dell’80% di chiamate al pronto soccorso nell’ultima settimana.

Secondo i calcoli di Afp, venerdì oltre 420 milioni di persone in Europa – ovvero circa sette su dieci – sono state colpite da temperature superiori ai 30 gradi. E ieri 193 milioni di europei sono stati sottoposti a temperature superiori a 35 gradi (43 milioni in più rispetto al giorno precedente), di cui 75 milioni di tedeschi (su 82 milioni totali) e 9 milioni di ungheresi, praticamente la popolazione totale.

Il forno Europa

Come ha notato la piattaforma scientifica World Weather Attribution, questa è l’ondata di caldo più grave della storia moderna in Europa, e il cambiamento climatico è corresponsabile. A causa di 1800 miliardi di diossido di carbonio gettati nell’atmosfera, l’Europa è il continente che si sta riscaldando di più per la sua vicinanza ai poli: 0,87 gradi in più al decennio, contro gli 0,58 dell’Africa. Così il 45% di 854 città europee sta battendo tutti i record di caldo estremo. Lo scorso ottobre, gli scienziati avevano notato come una persona al minuto muore nel mondo a causa delle alte temperature. Nell’estate 2022, più di 60mila persone sono decedute per il caldo in Europa. Quest’anno, potrebbero essere molte di più.


La bandiera nera della destra

A un mese dalla scomparsa pubblichiamo il testo del "Discorso di Locarno" che il filosofo francese tenne nel 1997 al Monte Verità, anticipando i temi del suo celebre libro "Una testa ben fatta" sui compiti dei sistemi educativi 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Come chiamarlo? Nella nostra società, tra l’indifferenza generale, sta circolando un richiamo continuo al fascismo, una citazione quotidiana, con una quantità di riferimenti al ventennio che non ha precedenti in questi ottant’anni ma ha trovato il suo spazio, lo occupa e anzi lo espande, insediandosi stabilmente nel discorso pubblico. Non c’è un progetto fascista esplicito, un programma politico basato su quell’esperienza: e ci mancherebbe altro.

Ma Vannacci che sale nei sondaggi mentre celebra la Decima Mas, il presidente del Senato che cita a modello Almirante, l’invito alle istituzioni a evolvere e adeguarsi oltre la Costituzione, la folla radunata davanti a Rebibbia per festeggiare Alemannoche esce dal carcere e reinsediarlo immediatamente in politica, sono gli ultimi esempi di un fenomeno che soltanto pochi anni fa sarebbe stato impensabile e che chiude un’epoca, con l’antifascismo come impegno civile condiviso, alla base della Repubblica: e ne apre un’altra, in cui non c’è un pericolo politico per il sistema democratico, ma sicuramente c’è una confusione culturale che rovescia la storia, ribaltandola, per lasciare il Paese senza radici, dunque esposto a qualsiasi vento.

Sembra che la destra estrema di governo si sia trasformata in una camera dell’eco rispetto al fascismo. Non progetta riedizioni che sarebbero ridicole, anche per la sproporzione dei personaggi: ma propone rivisitazioni, recuperi, allusioni, richiami ormai espliciti e sempre meno ambigui. Le cronache sono piene di attori e di parole che dicono in chiaro quel che fino a ieri si sussurrava a bassa voce, in circoli ristretti, e questa rottura del limite è la vera novità della fase.

Mentre cercava l’egemonia culturale senza trovarla, Giorgia Meloni ha infatti conquistato una casamatta decisiva, in grado di cambiare l’equilibrio culturale del sistema: la fine dell’interdetto nei confronti del fascismo. Non è un risultato di poco conto: eppure non se ne parla, confermando la riuscita della lunga e continua strategia di banalizzazione del fascismo, depotenziato a posteriori nella sua carica antidemocratica, fino a nascondere la sua violenza contro la libertà per poterne spacciare e consumare a piacere i resti sul mercato politico occidentale.

Disattivato come tecnica di presa del potere, questo “fascismo mimetico”, più teatrale che reale, agisce come passaporto per entrare in un’area alternativa al sistema e critica della democrazia, e soprattutto funziona come fondale simbolico delle azioni della destra, a cui assicura una cornice ideologica utile per due rappresentazioni politiche.

La prima esplicita, anzi emblematica, che mette in scena tutte le misure d’ordine estreme, adottate e propagandate dal governo per mostrare il polso di ferro, soprattutto con i migranti; e la seconda implicita, non dichiarata, che è l’autentica interpretazione contemporanea del richiamo al fascismo, la sua traduzione politica: la rottura del quadro costituzionale per fuoruscirne in una vera seconda repubblica, che azzeri i riferimenti morali e storici nati dalla Liberazione e parifichi tutte le tradizioni politiche, portando il fascismo-zero, decaffeinato ma doc, nel concerto delle culture ri-fondative. E trasformando la destra di Giorgia Meloni da erede spuria in nuova madre costituente.

Raggiunto il potere con la vittoria elettorale, la premier aveva un bivio davanti al suo governo: integrarsi nel sistema con il rischio di omologarsi, perdendo la sua carica di underdog ma traghettando definitivamente la destra nella cultura costituzionale per saldare i conti con il suo peccato originale; oppure istituzionalizzarsi necessariamente, ma mantenendo intatta l’anomalia originaria del mondo da cui proviene, estraneo alla fondazione democratica dello Stato.

Ha scelto questa seconda strada, praticando i riti e rispettando le forme repubblicane previste dalla Carta come se intanto incrociasse le dita, con la riserva accesa di quella fiamma che non vuole spegnersi. Nell’ossessione di custodire un’identità, salvandola dalla storia, l’ha in realtà imprigionata, impedendole di liberarsi sfociando infine in una scelta di libertà per tutti, e di chiarezza a destra.

Ora quell’alterità preservata nel passaggio dall’opposizione al governo, invece di sbiadirsi fino a confondersi nella pratica democratica, si rafforza nel momento in cui viene normalizzato il fascismo, reinserito nel paesaggio politico italiano come riferimento culturale innocuo, neutro, e a questo punto tecnicamente innocente: un fascismo-feticcio, segnale e richiamo contro il sistema democratico, bandiera nera. Naturalmente questa operazione può compiersi solo uscendo dalla storia, fuori dal secolo, rifiutando cioè di fare i conti con la natura criminale della dittatura e con le sue tragiche conseguenze per il Paese.

È una distorsione della vicenda nazionale, una patologia storica che inganna i cittadini con l’illusione di pacificare infine la lunga contesa italiana, mentre invece reintroduce dosi di anti-democrazia nella lettura complice del passato. Il contesto intellettuale italiano sta a guardare, senza avvertire il dovere morale di usare nei confronti di questa riserva testimoniale della destra una briciola di quella pedagogia adottata per anni — giustamente — nei confronti della sinistra per spingerla a liberarsi dai demoni del comunismo, scegliendo la democrazia in tutti i suoi aspetti, i suoi obblighi, le sue responsabilità.

Così ci stiamo mitridatizzando, perché abituiamo l’organismo politico e sociale ad assumere piccole ma continue dosi di veleno ideologico, nell’illusione che non lo indeboliscano. Quando qualcuno — ormai raramente — parla di questa tentazione antistorica che persiste, viene accusato di guardare al passato: mentre è evidente che è la destra a essere prigioniera dei suoi miti dell’epoca, e li ripropone devitalizzati come fossero innocui proprio perché non è riuscita a liberarsene emancipandosi.

Oggi che la democrazia non è più un universale, ma si spezza in versioni diverse e interpretazioni controverse, un giudizio compiuto e definitivo sulla dittatura dei vent’anni chiarirebbe per il futuro la concezione della democrazia nella destra di governo, e segnerebbe l’unica vera distinzione da Vannacci: lasciandolo solo con i suoi demoni, che intanto si sono spostati a destra.

Nell’immagine: Vannacci e Alemanno


Bibi incassa l’intesa con Beirut, ma l’avversario Eisenkot vola

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Di Michele Giorgio, il manifesto

Chissà, seduto ieri sul divano di casa, Benyamin Netanyahu potrebbe aver pensato che, per una volta, è d’accordo con Naim Qassem. Secondo il leader di Hezbollah, il governo libanese venerdì, a Washington, ha fatto concessioni che legittimano un’occupazione israeliana a lungo termine del sud del Libano. Il ritiro israeliano dalla zona cuscinetto è subordinato al disarmo di Hezbollah. Il premier israeliano non poteva chiedere di più dopo la delusione cocente patita con l’accordo raggiunto da Stati uniti e Iran. Da Washington si attendeva un risarcimento e l’ha ottenuto. Ha messo a segno un gol importante nella partita mediorientale. Tuttavia, si prevede che Netanyahu non riuscirà a ricavare un vantaggio concreto, in termini di consensi, da questo risultato nella campagna elettorale già in corso in Israele, sebbene la data delle elezioni non sia stata ancora fissata. La sua immagine di Mr. Sicurezza è sbiadita e gli israeliani sembrano aver individuato nell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot il potenziale nuovo leader capace di coniugare l’uso della forza con un’onestà di fondo che molti proprio non scorgono nel premier in carica.

Eisenkot, 66 anni, figlio di immigrati ebrei marocchini, leader del partito Yashar (Dritto), è un outsider della politica, nella quale è entrato solo quattro anni fa. Possiede una qualità che piace alla maggioranza della popolazione israeliana: ha una vasta esperienza militare. Dopo mesi passati in retroguardia, nei sondaggi ha prima superato gli ex primi ministri Naftali Bennett e Yair Lapid, che si erano alleati nella convinzione di poter vincere, e subito dopo si è posto stabilmente davanti a Netanyahu nelle preferenze degli israeliani per la carica di premier. Il suo partito è ancora dietro al Likud di Netanyahu, però l’ex capo dell’esercito sembra in grado di formare una coalizione di partiti di centro e di destra e di spodestare l’attuale maggioranza di estrema destra religiosa. Eisenkot piace sempre di più anche a molti degli elettori che nel 2022 votarono Netanyahu, anche perché ha perso un figlio in combattimento a Gaza, un nipote il giorno dopo e, in seguito, un altro nipote. Sacrifici familiari che agli occhi degli elettori contrastano nettamente con i decenni di Netanyahu nelle più alte cariche dello Stato e con le accuse di corruzione che lo rincorrono. Non è marginale, peraltro, che Netanyahu, sino a oggi, non abbia mai riconosciuto le proprie responsabilità nel fallimento del 7 ottobre 2023, quando Israele fu colto di sorpresa dall’attacco di Hamas.

Allo stesso tempo, al contrario di coloro, all’estero, che già descrivono Eisenkot come un alfiere della pace e del dialogo e un nuovo Yitzhak Rabin, una sua vittoria non porterà a un significativo ammorbidimento della politica aggressiva di Israele. Se sarà nominato premier, anche Eisenkot condurrà una politica di destra e sarà a capo di un governo ultranazionalista che non concederà nulla ai palestinesi: definisce, tra le altre cose, «irrilevanti» le richieste di uno Stato di Palestina. Di recente ha attaccato Netanyahu per essersi piegato troppo facilmente alle richieste statunitensi di un cessate il fuoco in Libano per risolvere il conflitto con l’Iran. E non va dimenticato che durante la guerra del 2006 contro Hezbollah, Eisenkot mise a punto la «Dottrina Dahiyeh» (dal nome della periferia meridionale di Beirut dove Hezbollah ha sedi e sostenitori), una strategia di deterrenza che prevede attacchi sproporzionati, devastanti, e una distruzione massiccia anche delle infrastrutture civili. Ciò che poi si è visto anche a Gaza.

La sua intransigenza, insieme alle critiche rivolte alla strategia generale del governo attuale, piace a un numero crescente di israeliani. Le sue possibilità di successo aumentano di settimana in settimana. Dare già per sconfitto Netanyahu, tuttavia, sarebbe un grave errore: il leader del Likud ha dimostrato più volte di avere l’abilità di ribaltare anche le situazioni politiche più sfavorevoli.

Nell’immagine: Gadi Eisenkot


Gaza e l’occupazione che dilaga nel silenzio

A un mese dalla scomparsa pubblichiamo il testo del "Discorso di Locarno" che il filosofo francese tenne nel 1997 al Monte Verità, anticipando i temi del suo celebre libro "Una testa ben fatta" sui compiti dei sistemi educativi 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Lunedì scorso fonti della difesa israeliana hanno confermato che le forze armate controllano circa il 70% della Striscia di Gaza. Il 70% è una percentuale militare e amministrativa ma quello che descrive è un progetto politico che Israele ha costruito in mesi, con la pazienza di chi sa di avere il tempo dalla propria parte e la certezza di non dover rendere conto a nessuno. Quando il cessate il fuoco è entrato in vigore nell’ottobre del 2025, le forze israeliane occupavano il 53% della Striscia, il piano di pace di Trump in venti punti prevedeva un ritiro progressivo, la consegna del territorio a una forza internazionale di stabilizzazione, il disarmo di Hamas come condizione per avviare la ricostruzione. Era un piano che chiedeva a Israele di cedere territorio in cambio di garanzie di sicurezza, e che chiedeva a Hamas di cedere le armi in cambio di garanzie politiche. Otto mesi dopo, nessuna delle due cessioni è avvenuta. Israele è al 70% e il Comando Sud dice che l’espansione potrebbe continuare nei prossimi mesi. Hamas si è riorganizzata, ha reclutato nuovi operativi, il piano di pace esiste ancora sulla carta ma sul terreno esiste qualcosa di completamente diverso.

Dietro la linea gialla – nel territorio sotto controllo militare israeliano, quella zona in cui i palestinesi non possono entrare senza rischiare di essere uccisi – Israele ha condotto in questi otto mesi due operazioni parallele e complementari che insieme definiscono la natura reale di quello che sta accadendo. La prima è stata la demolizione sistematica di interi quartieri e centinaia di edifici, trasformando quella parte di Gaza in un territorio privo di abitanti e di qualsiasi punto di riferimento riconoscibile: non la distruzione caotica della guerra, ma la demolizione metodica di quello che restava. La seconda: su quella tela vuota, la costruzione di un sistema impressionante di strade militari, avamposti, barriere, terrapieni permanenti. Ed è evidente che non si costruiscono margini permanenti in un territorio che si intende abbandonare, né si investono risorse in infrastrutture militari in un’area che si prevede di consegnare a una forza internazionale di stabilizzazione.

Quello che si costruisce dietro la linea gialla è la struttura fisica di un’occupazione che si prevede duratura, e il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir lo ha detto esplicitamente già a dicembre: la linea gialla è la nuova linea di confine.

A marzo Israele ha distribuito alle agenzie umanitarie nuove mappe con una linea arancione che aggiunge un ulteriore 11% di territorio alle zone ristrette – senza renderle pubbliche, senza comunicati, senza che nessuno fosse chiamato ad approvare o contestare, evidenza che l’occupazione avanza abbastanza lentamente da non produrre crisi diplomatiche, abbastanza continuamente da produrre fatti irreversibili. E poi c’è la politica: Benjamin Netanyahu ha ordinato con naturalezza all’esercito di portare il controllo al 70% in un discorso in un insediamento della Cisgiordania occupata, allo stesso tempo il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha ammesso al Congresso questa settimana che il piano di pace non prevede un espanso controllo militare israeliano della Striscia. Tra la dichiarazione di Rubio e l’ordine di Netanyahu c’è una contraddizione che nessuno dei due ha sentito il bisogno di risolvere, perché la contraddizione è la struttura stessa della situazione: gli Stati Uniti non possono o non vogliono imporre a Israele il rispetto del piano che hanno elaborato e promosso, e Israele lo sa. Lo sa dal giorno in cui il cessate il fuoco è entrato in vigore, e ha costruito i propri piani di conseguenza. Il disarmo di Hamas è l’alibi che tiene in piedi questa contraddizione e la rende presentabile, e ha una logica circolare: la ricostruzione non può cominciare prima del disarmo, il disarmo non avviene perché Israele non si ritira, Israele non si ritira perché il disarmo non è avvenuto. Ogni condizione dipende dall’altra, e nessuna delle due parti ha interesse a spezzare la catena. Hamas perché cedere le armi senza garanzie politiche credibili – e le garanzie credibili sono impossibili finché Israele avanza – significherebbe cedere l’unica leva rimasta. Israele perché ogni settimana che passa senza disarmo è una settimana in più per costruire terrapieni permanenti, spostare blocchi di cemento, portare il controllo un altro punto percentuale verso l’alto.

Il Comando Sud dell’esercito israeliano lavora a oggi su due tracce parallele, la prima è la pianificazione di una possibile nuova campagna militare contro Hamas se il disarmo non avviene – e il disarmo non avverrà nelle condizioni date, quindi la pianificazione è già la preparazione della prossima guerra. La seconda è la preparazione di una zona civile controllata nella zona di Rafah per cinquantamila palestinesi sottoposti a screening di sicurezza prima di potervi risiedere, progetto per cui gli Stati Uniti hanno già emesso bandi infrastrutturali. Cinquantamila persone su due milioni non rappresentano un piano di ricostruzione ma un piano di selezione. Si selezionano i palestinesi che possono stare in un’area sorvegliata, si lascia il resto in una lingua di terra che si stringe. Tutto questo mentre il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha detto che i palestinesi lasceranno Gaza in gran numero verso Paesi terzi e quello della difesa Israel Katz ha confermato che il governo intende spostare larghe fasce della popolazione fuori da Gaza al momento giusto. Due milioni di persone oggi vivono nel terzo rimanente della Striscia senza accesso alla maggior parte delle terre agricole, senza confine con l’Egitto, senza materiali da costruzione, senza acqua corrente affidabile. Il 90% degli edifici è stato distrutto o danneggiato. Gaza registra il tasso più alto di amputazioni infantili pro capite al mondo. Un neonato su cinque viene al mondo prematuro o sottopeso. Dall’inizio del cessate il fuoco le forze israeliane hanno ucciso altri 1.027 palestinesi, gli aiuti entrano al 36% delle quantità previste dall’accordo. Tutto questi numeri non sono separabili dal 70% occupato della Striscia ma sono la sua conseguenza diretta, il costo umano di un’occupazione che avanza e di un piano di pace che non avanza.

Sabato le forze armate israeliane hanno ucciso Ahmed Wishah, cameraman di Al-Jazeera, in un raid deliberato sul campo profughi di Bureij. L’esercito ha confermato che l’attacco era stato diretto specificamente contro di lui, definendolo un terrorista di Hamas. È l’ennesimo operatore video ucciso dall’inizio del conflitto. Attacchi mirati che rispondono alla stessa logica con cui si spostano i blocchi di cemento di notte, si costruiscono terrapieni permanenti, si porta il controllo al 70% mentre altrove si firma la pace. È la grammatica di chi ha imparato che le conseguenze non arrivano.

Il mondo ha Bürgenstock, ha l’Iran, ha Hormuz, ha sempre qualcosa di più urgente di Gaza. E in quello spazio di disattenzione – non casuale, costruita, alimentata da ogni nuova crisi che sposta lo sguardo altrove – i blocchi di cemento si spostano di notte, i terrapieni si costruiscono, la linea avanza. Il 70% non è un traguardo: è il punto da cui si misura il prossimo spostamento. Due milioni di persone aspettano in un terzo di territorio che si restringe mentre dall’altra parte della linea gialla Israele costruisce le infrastrutture permanenti di un’occupazione che ha già deciso di non chiamare con il suo nome.


Il Papa americano che pratica la pace

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Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Per i credenti sarà Provvidenza, per laici o miscredenti astuzia della storia. Resta che mentre il mondo rischia la guerra totale sulla cattedra di Pietro siede un papa americano che predica e pratica pace. Più papa americano o americano papa? Chi viene prima: il capo della Chiesa cattolica di origine statunitense, sia pur meticciata per esperienza di missione, oppure il cittadino americano elevato a riferimento universale d’una religione di traiettoria romana, europea e occidentale?

Dovunque si voglia porre l’accento, colpisce questa feconda contraddizione in termini. Contraddizione perché Leone XIV in quanto papa fa della pace il cuore del suo magistero proprio mentre il suo impero di origine in implosione prolungata esporta in armi la sua crisi nel mondo. Feconda perché è pur sempre un cittadino di quell’impero impazzito a tentar di frenarne, con calma fermezza, la compulsione bellicista. Da americano vero, come conferma l’esortazione ai compatrioti di rivolgersi ai rispettivi congressmen perché si oppongano alla deriva trumpiana.

Impresa tanto più rimarchevole trattandosi di atlantista confesso, fautore di una «vera alleanza tra Europa e Stati Uniti (…) un’alleanza molto importante oggi e in futuro». Auspicio doppiamente rivelatore: della fedeltà ai princìpi della geopolitica americana del secondo Novecento, fondata sulla creazione via Nato/Ue di un Occidente strategico garante del primato a stelle e strisce; e di un pontefice disposto a sporcarsi le mani in quella forma di speciale carità che è ai suoi occhi la politica.

Nell’accezione cattolica, s’intende. In permanente cerca di equilibrio nel triangolo tra ecumenismo, soggettività della Santa Sede e fedeltà al precetto di Gesù: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio» (Matteo, 22, 21). Quest’ultimo spesso malinteso come invito a schivare l’impegno nel mondo, mentre significa il perfetto contrario.

Dobbiamo a Massimo Faggioli, storico del cristianesimo e professore all’agostiniana Villanova University dove Robert Francis Prevost, di formazione canonista, frequentò un corso di filosofia tedesca prima di laurearsi in matematica, una nitida ricostruzione del progetto leonino: unità della Chiesa e pace nel mondo (Leone XIV e la Chiesa globale, Morcelliana). Visione asintotica. L’una e l’altra missione fungono da obiettivi limite, da avvicinare nella coscienza di non poterli raggiungere — mens matematica aiuta. Però entrambe esistenziali. E intrecciate.

Più si espande la guerra meno probabile è suturare le ferite che lacerano il popolo di Dio. Concepito da Prevost nell’accezione larga del Vaticano II, enfatizzata con toni spericolati da papa Francesco contro il neoclericalismo dei tradizionalisti (aziendalisti, in teoria delle organizzazioni). Altrettanto improbabile che una Chiesa ridotta a collezione di sètte possa pacificare gli animi e disarmare gli armati.

Qualche concreta idea di quest’ultima tabe Prevost se l’è fatta nel 2020-21 da amministratore apostolico della diocesi peruviana di Callao. «Contesto ecclesiopatico caratterizzato da vari tipi di abusi — di autorità, di potere, economici» spesso risolti armi in pugno, stando alla biografia papale di Elise Ann Allen (Léon XIV, Ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI, Penguin).

L’insofferenza tra esponenti della gerarchia cattolica amplificata via media durante il pontificato di Francesco pare ora meglio controllata. Sotto questo profilo il primo anno di Leone è senz’altro un successo. Ma la mitigazione dei modi non basta a ridurre le profonde diversità di cultura nel corpo ecclesiastico. L’altra faccia della globalizzazione cattolica.

Gli Stati Uniti sono epicentro della doppia ricerca di unità e di pace. Quanto all’unità, difficile immaginare qualcosa di più eterogeneo del cattolicesimo americano, specie con l’emergere della tecno-destra trumpiana che ambisce a nazionalizzare Gesù Cristo. Lo vediamo nella stessa amministrazione presidenziale, dove rivaleggiano due cattolici che più diversi non potrebbero — JD Vance e Marco Rubio — sotto un “presidente”-“papa” (virgolette d’obbligo in entrambi i casi) che festeggia il suo ottantesimo imbandendo un festival casalingo di lotta libera, evocazione gladiatoria.

Quanto alla pace, tutto dovrebbe spingere Washington all’autocontenimento, visto che in ogni guerra finisce per lasciarci penne e credibilità. L’umiliazione nell’improbabile sfida tra regime trumpiano e impero persiano dovrebbe insegnare. It’s a long way to Tipperary. Ma Prevost, tignoso (romano per tosto), persegue.


L’F-35 è pienamente operativo solo nel 25% dei casi.

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Di Markus Mugglin, Infosperber

L’F-35 è un argomento scottante in Svizzera e negli Stati Uniti. A Meiringen e Payerne, i residenti sono preoccupati per l’enorme rumore che il caccia genererà a breve. Sono state promesse nuove finestre insonorizzate per le case vicine alla pista.

Negli Stati Uniti, la questione va ben oltre il rumore. Dubbi fondamentali sollevati ad alto livello stanno creando scompiglio. Il GAO ha emesso un verdetto durissimo sul “sistema d’arma più costoso del Dipartimento della Difesa statunitense”.

Pronto solo per un quarto per tutte le missioni promesse

Secondo il verdetto del GAO dell’11 giugno, l’F-35 è in grado di decollare solo in circostanze eccezionali. Egli afferma testualmente:

“Dal 2021, i costi di manutenzione dell’F-35 hanno continuato ad aumentare, eppure l’F-35 non è riuscito a raggiungere gli obiettivi di standard e le sue prestazioni hanno mostrato una tendenza al declino”. Prosegue: “Il tasso di prontezza operativa è diminuito dal 67% al 44%”, e “il tasso di piena prontezza operativa è diminuito dal 38% al 25%”.

Un F-35, quindi, di solito non è pienamente operativo e può svolgere le sue missioni solo per meno della metà del tempo.

Il sistema d’arma più costoso sta diventando ancora più costoso.

Il caccia F-35, con un costo di 1.600 miliardi di dollari entro il 2024, è già il sistema d’arma più costoso del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, come sottolinea il Government Accountability Office. Ma questa non è tutta la storia. Entro il 2031 sono previsti ulteriori 13,7 miliardi di dollari. La Corte dei Conti stima che le forze armate statunitensi dovranno affrontare un deficit annuo di oltre 1 miliardo di dollari tra i costi previsti per la manutenzione degli F-35 e gli obiettivi di finanziamento fino alla metà degli anni 2030.

Per i residenti vicino alle piste di Meiringen e Payerne, un leggero calo del rumore dovuto alla ridotta prontezza operativa potrebbe rappresentare una piccola consolazione, ma non certo per i vertici militari di Berna.


Questa fornace l’abbiamo accesa noi: la scienza dice cambio climatico

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Di Andrea Capocci, il manifesto

L’ondata di calore di questi giorni ce la siamo creata da soli. Senza le emissioni dovute ai combustibili fossili le temperature che adesso schiacciano l’Europa, Italia compresa, non sarebbero state possibili. È la conclusione di un rapporto del World Weather Attribution (Wwa), un istituto dell’Imperial College di Londra che valuta se un evento meteorologico estremo può essere considerato frutto della normale variabilità del tempo o una conseguenza del cambiamento climatico indotto dall’uomo.

Il dubbio viene a ogni giornata torrida, ma anche dopo abbondanti nevicate. In fondo, il tempo è mutevole per sua natura e sarebbe sbagliato usare i singoli eventi meteorologici per estrapolare tendenze climatiche di lungo periodo e responsabilità precise. Per attribuire un nesso di causa ed effetto occorre studiare le serie storiche relative e applicare complessi calcoli probabilistici.

Non sempre il risultato di questa analisi è scontato. Nel caso delle inondazioni dell’Emilia-Romagna del 2023, ad esempio, l’istituto stabilì che il livello delle piogge non era da attribuire al climate change. Stavolta invece ci sono pochi dubbi. «Un’ondata di calore simile in giugno sarebbe stata più fresca di 3,5 gradi nel 1976 e di 2 gradi nel 2003 nelle temperature diurne», scrive il report del Wwa. «L’ondata di caldo del giugno 2026 si è verificata in presenza di un modello di circolazione sostanzialmente simile a quello degli analoghi storici», prosegue il rapporto nelle sue conclusioni. «Tuttavia, una circolazione simile produce oggi picchi di temperatura significativamente più elevati rispetto a quelli registrati a metà del ventesimo secolo, poiché il livello termico di base è aumentato». Conseguenza: negli ultimi due decenni la probabilità di eventi estremi si è moltiplicata. «Rispetto al 2003 – scrivono i ricercatori – la probabilità di registrare le temperature di questo giugno è aumentata di dieci volte per le temperature massime e di oltre cento volte per le minime».

La scienza dell’attribuzione delle cause del cambiamento climatico ha avuto un ruolo fondamentale nel fermare il chiacchiericcio mediatico, spesso improntato al qualunquismo. Gli scienziati, dal canto loro, invitano regolarmente a non mescolare meteo e clima. A confondere le acque sono stati spesso i cosiddetti clima-negazionisti che sfruttano ogni temporale estivo per irridere chi lancia l’allarme sul riscaldamento globale. Da qualche tempo queste voci si sono fatte più deboli e le analisi di attribuzione sembrano meno centrali. Da un lato, per una buona ragione: i dati sul climate change sono sempre più schiaccianti ed è sempre più diffusa la consapevolezza che l’aumento delle temperature accresce la probabilità di eventi estremi anche di natura opposta, come siccità e inondazioni. Dall’altro, l’avanzata delle destre in Europa e Usa ha portato al potere politici poco interessati alla causa ambientale e oggi non c’è più bisogno di seminare dubbi sulla necessità della decarbonizzazione.

Le analisi di attribuzione meteorologica però non incidono solo sull’opinione pubblica, ma hanno anche un risvolto giudiziario. In vari casi legali internazionali le aziende inquinanti sono state chiamate a rendere conto delle loro responsabilità ambientali negli eventi meteorologici sulla base degli studi del World Weather Attribution e di istituti analoghi.

Proprio ieri la francese TotalEnergies è stata condannata dal tribunale di Parigi per la mancata vigilanza sul rischio climatico. A denunciare l’azienda erano state quattro Ong e la città di Parigi. È uno dei primi verdetti che lega l’operato di una società alle conseguenze sul clima. Per Alice Timsit, vicesindaca della città e avvocata specializzata in class action ambientali, si tratta di «una pietra miliare nella storia del diritto francese in materia di clima».

Nell’immagine: manifestazione Friday For Future