Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime
Di Emiliano Guanella, La Stampa
La “zona zero” del violento terremoto che ha colpito il Venezuela è la costa centrale del Paese, in particolare il municipio di Catia La Mar, località simbolo delle vacanze al mare mordi e fuggi degli abitanti di Caracas, che stava negli ultimi tempi cercando di riprendersi dalla lunga crisi economica. Il nome La Mar è stato aggiunto per differenziarla dal quartiere di Catia, che si trova nella capitale e per simboleggiare la forza di quei Caraibi a portata di mano e accessibili a tutti: un’ora di macchina tutta in discesa per godersi un fine settimana in spiaggia, l’azzurro del mare e di un cielo quasi sempre limpido. Mare a parte, la città è famosa per l’aeroporto internazionale di Maiquetia, che si trova alle sue porte e per la Escuela Naval, principale accademia della marina militare.
La Avenida la Armada è la strada principale di accesso al centro. Oggi è una lunga fila di edifici crollati, molti altri sono inagibili e pericolanti. Le repliche mettono paura, per questo molti preferiscono bivaccare in piazze o in spiaggia, in attesa di capire cosa fare. Per la città vagano uomini e donne in cerca dei loro famigliari, i social sono invasi di foto degli scomparsi, dalle prime stime potrebbero essere più di 20mila in una cittadina di 120mila abitanti. Nelson Fernandes de Quintal ha postato un collage di foto di famiglia, sono più di dieci persone che mancano all’appello. Maury Lozano stava cenando in un ristorante di pesce assieme alla figlia Vitoria, l’ultima foto mandata al marito viene rinviata nei gruppi WhatsApp per capire se qualcuno le ha riconosciute. Le prime ore dopo le scosse sono state di paura, il giorno dopo è subentrata la rabbia per gli scarsi mezzi di soccorso locali arrivati sul posto; i pompieri di Caracas erano impegnati a intervenire nella capitale, quelli di Catia sono pochissimi e mal equipaggiati.
Solo ieri sono iniziati ad arrivare i mezzi internazionali, che atterrano alla spicciolata alla base militare che si trova a lato dello scalo di Maiquetia, oggi inutilizzabile per i danni al pavimento della pista. Il primo contingente è stato mandato dal presidente del Salvador Bukele, a seguire tutti gli altri; in tutto si calcola che almeno 10mila soccorritori saranno impegnati nei prossimi giorni nel difficile lavoro della rimozione delle macerie e disperata ricerca di sopravvissuti. L’elenco degli hotel crollati fa rabbrividire, sono almeno cento edifici, molti dei quali erano occupati almeno per la metà. Il presidente della camera locale del turismo spiega che la tragedia arriva proprio quando finalmente si iniziava a vedere la luce alla fine del tunnel. Dopo la cattura di Maduro da parte degli Usa il Venezuela ha iniziato a riaprirsi gradualmente al mondo: le compagnie aeree internazionali avevano ripreso i loro voli, anche qui si iniziavano a vedere i primi turisti stranieri. Destino beffardo, quello di Catia La Mar, colpito da disgrazie di ogni tipo. Nel 1999 il centro della città è stato travolto da una serie di frane cadute dalla montagna, il numero esatto dei morti non si è mai saputo, ma sono stati sicuramente più dei 700 decessi conteggiati dal governo. Con il chavismo sono arrivate le “urbanizaciones”, quartieri di edilizia popolare costruiti con i soldi del petrolio. Case regalate ai più poveri ma costruite con materiali scadenti, tanto che molti di quei palazzi sono caduti in pochi minuti.
Lo stadio di baseball Cesar Nieves è ora una tendopoli, bambini e anziani passano lì la giornata, mentre gli uomini vanno alla ricerca dei famigliari. La signora Zulema Herrera è una vicina dell’edificio La Paz, si è fatta 14 piani di corsa per fuggire, adesso organizza i turni di cucina e la ricezione degli aiuti. «Pensavo di morire, non ho mai visto qualcosa del genere. Abbiamo perso quel poco che avevamo, ma dobbiamo ringraziare Dio di essere vivi, perché è morta tantissima gente». Di fronte all’inazione del governo c’è stata la solidarietà della gente comune. A migliaia si sono messi a scavare a mani nude tra le macerie, mentre da Caracas è partita una carovana spontanea con moto e auto cariche di acqua, coperte, vestiti, generi alimentari. La pagina negativa riguarda invece i saccheggi ai negozi e supermercati. All’inizio sono stati presi di assalto panifici e piccoli drugstore, poi sono arrivati i “motorizados”, le gang di delinquenti in moto, che si sono portati via elettrodomestici, vestiti e scarpe griffate dai centri commerciali. La situazione è caotica e lo sarà anche nei prossimi giorni, anche perché non ci sono agenti di polizia sufficienti per presidiare tutta la città.
La presidente Delcy Rodriguez è scesa a Catia la Mar ieri, ma non si è fatta vedere in mezzo alla folla, limitandosi a registrare un video sulla spiaggia di Macuto, circondata da militari e uomini della scorta. Il suo governo ad interim, sostenuto da Donald Trump, non ha i mezzi per affrontare questa crisi e si affida interamente agli aiuti internazionali. L’opposizione interna e l’enorme diaspora dei venezuelani emigrati vorrebbe che se ne andasse, ma oggi la crisi è un’altra, è impossibile anche solo pensare a nuove elezioni.