Venezuela, cimitero Catia La Mar: il racconto dalla “ground zero” del terremoto

Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime 

Di Emiliano Guanella, La Stampa

La “zona zero” del violento terremoto che ha colpito il Venezuela è la costa centrale del Paese, in particolare il municipio di Catia La Mar, località simbolo delle vacanze al mare mordi e fuggi degli abitanti di Caracas, che stava negli ultimi tempi cercando di riprendersi dalla lunga crisi economica. Il nome La Mar è stato aggiunto per differenziarla dal quartiere di Catia, che si trova nella capitale e per simboleggiare la forza di quei Caraibi a portata di mano e accessibili a tutti: un’ora di macchina tutta in discesa per godersi un fine settimana in spiaggia, l’azzurro del mare e di un cielo quasi sempre limpido. Mare a parte, la città è famosa per l’aeroporto internazionale di Maiquetia, che si trova alle sue porte e per la Escuela Naval, principale accademia della marina militare.

La Avenida la Armada è la strada principale di accesso al centro. Oggi è una lunga fila di edifici crollati, molti altri sono inagibili e pericolanti. Le repliche mettono paura, per questo molti preferiscono bivaccare in piazze o in spiaggia, in attesa di capire cosa fare. Per la città vagano uomini e donne in cerca dei loro famigliari, i social sono invasi di foto degli scomparsi, dalle prime stime potrebbero essere più di 20mila in una cittadina di 120mila abitanti. Nelson Fernandes de Quintal ha postato un collage di foto di famiglia, sono più di dieci persone che mancano all’appello. Maury Lozano stava cenando in un ristorante di pesce assieme alla figlia Vitoria, l’ultima foto mandata al marito viene rinviata nei gruppi WhatsApp per capire se qualcuno le ha riconosciute. Le prime ore dopo le scosse sono state di paura, il giorno dopo è subentrata la rabbia per gli scarsi mezzi di soccorso locali arrivati sul posto; i pompieri di Caracas erano impegnati a intervenire nella capitale, quelli di Catia sono pochissimi e mal equipaggiati.

Solo ieri sono iniziati ad arrivare i mezzi internazionali, che atterrano alla spicciolata alla base militare che si trova a lato dello scalo di Maiquetia, oggi inutilizzabile per i danni al pavimento della pista. Il primo contingente è stato mandato dal presidente del Salvador Bukele, a seguire tutti gli altri; in tutto si calcola che almeno 10mila soccorritori saranno impegnati nei prossimi giorni nel difficile lavoro della rimozione delle macerie e disperata ricerca di sopravvissuti. L’elenco degli hotel crollati fa rabbrividire, sono almeno cento edifici, molti dei quali erano occupati almeno per la metà. Il presidente della camera locale del turismo spiega che la tragedia arriva proprio quando finalmente si iniziava a vedere la luce alla fine del tunnel. Dopo la cattura di Maduro da parte degli Usa il Venezuela ha iniziato a riaprirsi gradualmente al mondo: le compagnie aeree internazionali avevano ripreso i loro voli, anche qui si iniziavano a vedere i primi turisti stranieri. Destino beffardo, quello di Catia La Mar, colpito da disgrazie di ogni tipo. Nel 1999 il centro della città è stato travolto da una serie di frane cadute dalla montagna, il numero esatto dei morti non si è mai saputo, ma sono stati sicuramente più dei 700 decessi conteggiati dal governo. Con il chavismo sono arrivate le “urbanizaciones”, quartieri di edilizia popolare costruiti con i soldi del petrolio. Case regalate ai più poveri ma costruite con materiali scadenti, tanto che molti di quei palazzi sono caduti in pochi minuti.

Lo stadio di baseball Cesar Nieves è ora una tendopoli, bambini e anziani passano lì la giornata, mentre gli uomini vanno alla ricerca dei famigliari. La signora Zulema Herrera è una vicina dell’edificio La Paz, si è fatta 14 piani di corsa per fuggire, adesso organizza i turni di cucina e la ricezione degli aiuti. «Pensavo di morire, non ho mai visto qualcosa del genere. Abbiamo perso quel poco che avevamo, ma dobbiamo ringraziare Dio di essere vivi, perché è morta tantissima gente». Di fronte all’inazione del governo c’è stata la solidarietà della gente comune. A migliaia si sono messi a scavare a mani nude tra le macerie, mentre da Caracas è partita una carovana spontanea con moto e auto cariche di acqua, coperte, vestiti, generi alimentari. La pagina negativa riguarda invece i saccheggi ai negozi e supermercati. All’inizio sono stati presi di assalto panifici e piccoli drugstore, poi sono arrivati i “motorizados”, le gang di delinquenti in moto, che si sono portati via elettrodomestici, vestiti e scarpe griffate dai centri commerciali. La situazione è caotica e lo sarà anche nei prossimi giorni, anche perché non ci sono agenti di polizia sufficienti per presidiare tutta la città.

La presidente Delcy Rodriguez è scesa a Catia la Mar ieri, ma non si è fatta vedere in mezzo alla folla, limitandosi a registrare un video sulla spiaggia di Macuto, circondata da militari e uomini della scorta. Il suo governo ad interim, sostenuto da Donald Trump, non ha i mezzi per affrontare questa crisi e si affida interamente agli aiuti internazionali. L’opposizione interna e l’enorme diaspora dei venezuelani emigrati vorrebbe che se ne andasse, ma oggi la crisi è un’altra, è impossibile anche solo pensare a nuove elezioni.


La cosa peggiore è il silenzio dei buoni

Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime 

Egregio Signor Cassis,

le scrivo come cittadino preoccupato, perché non riesco più a sopportare il silenzio e l’indifferenza della Svizzera nei confronti del destino della popolazione civile palestinese a Gaza e in Cisgiordania.

Quando ero bambino, mio padre mi raccontava di come, durante la guerra, fosse stato al confine a difendere eroicamente la patria contro la minacciata invasione dei nazisti.

Ero orgoglioso di lui.

Quando ero bambino, mia madre mi raccontava di come il popolo ebraico in Israele avesse trasformato il deserto disabitato in un paradiso fertile. Mentre lo raccontava, mangiavamo splendide e succose arance di Giaffa.

Ne ero affascinato.

Da adolescente venni a sapere che un certo Paul Grüninger, comandante della polizia di San Gallo, aveva aiutato rifugiati ebrei provenienti dalla Germania a fuggire in Svizzera, per salvarli dalle persecuzioni naziste e da una morte certa nei campi di concentramento. Quando ciò divenne noto, fu licenziato con disonore e morì più tardi in povertà.

Lo ammiravo.

Da adolescente appresi anche che la Svizzera, pur proteggendo i propri confini contro possibili invasori, respingeva alla frontiera i rifugiati ebrei, abbandonandoli al loro destino. Mio padre diceva che allora non si sapeva con precisione cosa accadesse nei campi di concentramento.

Non gli credevo.

Da adulto ho assistito alla riabilitazione di Paul Grüninger, avvenuta 54 anni dopo la sua condanna e 20 anni dopo la sua morte. Il Consiglio federale dichiarò che meritava rispetto perché si era guidato da valori etici.

Compresi che la giustizia esiste.

E oggi? I discendenti delle vittime di ieri sono diventati gli autori di oggi. Non tutti, di certo, ma molti. Sappiamo tutto di loro e delle loro atrocità. Essi stessi se ne vantano e sono orgogliosi dei loro crimini. Non possiamo fingere, come fece allora mio padre, di non aver saputo.

Gli autori di oggi assediano un territorio dal quale non si può partire né fuggire. Distruggono questo territorio con bombardamenti su vasta scala, attacchi missilistici e con droni.

Decine di migliaia di persone vengono uccise indiscriminatamente: uomini, donne e bambini. Non vengono risparmiati nemmeno il personale medico, gli autisti delle ambulanze, le giornaliste e i giornalisti.

In alcuni casi gli abitanti vengono legati e successivamente giustiziati, compresi dei bambini. Semplicemente eliminati.

I sopravvissuti vengono affamati. L’approvvigionamento alimentare viene reso quasi impossibile; non c’è elettricità, non c’è acqua potabile, non c’è nulla. Le malattie si diffondono. Le cure sono quasi impossibili.

Anche dopo il «cessate il fuoco» continuano i bombardamenti e gli attacchi con droni. Ogni giorno ci sono vittime.

Al posto di case, villaggi e intere città non restano che cumuli di macerie. Ospedali, scuole e università non esistono più, e questo in un territorio che aveva il più alto livello di istruzione del mondo arabo.

Con le ruspe viene sistematicamente ridotto in macerie tutto ciò che ancora esiste. Le fertili terre agricole vengono distrutte e mescolate alle macerie, così che per decenni non sarà più possibile produrre alimenti attraverso l’agricoltura.

Più di due milioni di persone vivono in spazi ristrettissimi, in tende di fortuna, esposte al caldo e al freddo. Il loro spazio vitale si riduce continuamente perché l’esercito occupa sempre più territorio.

I soldati della potenza occupante arrestano arbitrariamente le persone e le rinchiudono nelle proprie carceri, dove vengono torturate e abusate sessualmente. Anche di questo si vantano.

È come se il male assoluto si fosse impossessato di molte persone in quel Paese: membri del governo, soldati e molti altri. Mentono al mondo, e una parte del mondo crede loro quando si presentano come i «buoni».

Mi permetto, con questa lettera, di rivolgermi personalmente a Lei, Signor Consigliere federale Cassis.

In qualità di ministro degli affari esteri di un Paese neutrale e Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, Lei dovrebbe alzare la voce contro questi crimini di guerra, contro la violazione del diritto internazionale e delle Convenzioni di Ginevra, e adottare misure per porre fine a questo orrore.

Invece tace.

Che cosa pensa che si dirà e si scriverà di Lei tra 20 o 50 anni?

Forse, guardando indietro, si dirà che il Signor Cassis fu un Consigliere federale che aveva smarrito il riferimento ai valori etici, che tradì la tradizione umanitaria della Svizzera, che approvò tacitamente la violazione del diritto internazionale e che danneggiò in modo duraturo la reputazione del nostro Paese.

Spero che non sia così.

Ma non riesco assolutamente a comprendere il Suo silenzio. Come può un umanista rimanere indifferente e voltarsi dall’altra parte in una situazione del genere? Che cosa Le impedisce di dare finalmente un segnale in nome dell’umanità?

Si dice che Elie Wiesel abbia affermato una volta: «La cosa peggiore non sono le atrocità dei cattivi; la cosa peggiore è il silenzio dei buoni.»

Resto fiduciosamente speranzoso.


Greggio iraniano, raffinerie Usa: Trump agli antipodi di se stesso

Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime 

Di Francesco Sassi, il manifesto

Più di cento milioni di barili di petrolio iraniano stoccati per mesi in mare su petroliere appartenenti alla flotta ombra sono oggi una delle merci più ambite sui mercati energetici internazionali. A renderli tali vi è una delle inversioni di marcia più incredibili della storia recente della geopolitica dell’energia. La svolta è arrivata in conseguenza del primo giorno di negoziati tra le delegazioni di Washington e Teheran tenuti in Svizzera. Intenta a trovare una tanto complessa quanto sperata pace di lungo corso dopo un disastroso conflitto, una diplomazia più volte osteggiata ha già prodotto un inaspettato riscontro.

In uno stringato comunicato di una pagina e mezzo, l’Office of Foreign Assets Control, il braccio armato del Dipartimento del tesoro Usa in fatto di sanzioni, decreta il via libera completo all’acquisto di greggio iraniano. Non solo gli Stati uniti accettano che il petrolio iraniano sia esportato sui mercati internazionali ma la Casa bianca prevede addirittura la possibilità che venga acquistato e processato nelle raffinerie americane.

LA COSIDDETTA Iran General License X, frutto amaro del fallito cambio di regime, prevede infatti la sostituzione di tutte le sanzioni applicate dagli Stati uniti dall’agosto 2018 in poi. Al loro posto, il Dipartimento del tesoro prevede un’apertura completa a tutte le operazioni finanziarie necessarie per «produzione, vendita, consegna, trasbordo di greggio, prodotti petrolchimici, o prodotti dell’industria petrolifera iraniana, incluse le transazioni che coinvolgono vascelli sanzionati».

Se pensate di aver letto male il contenuto del virgolettato, o che il caldo abbia offuscato le vostre capacità intellettive, sappiate che anche chi scrive ha avuto gli stessi pensieri leggendo la nota. Dalla strategia di «massima pressione» a quella di «apertura totale», si potrebbe dire. Come in una camera oscura, l’amministrazione Trump ha sviluppato una strategia che è il negativo di quanto fatto sinora. Washington ha promosso la scelta come un risultato della volontà di Teheran di negoziare la fine della guerra e porre fine al proprio programma nucleare. Per Teheran, invece, tutto ciò è la riprova che il conflitto ha visto il paese vittorioso.

Se la propaganda di guerra sfrutta le nemesi per aggregare consenso e utilizza messaggi chiari e semplici per vendere internamente scelte difficili come una nuova guerra in Medio Oriente, la sintesi politica adottata dagli Usa è agli antipodi rispetto all’ultimo decennio.

IL DETERRENTE principale che la prima esperienza di Trump alla Casa bianca aveva prodotto, ovvero una stretta sempre più forte sull’export di greggio iraniano per deprivare Teheran dei mezzi finanziari necessari per sorreggere il regime e, al contempo, sviluppare un ordigno nucleare, è stata – momentaneamente – cancellata. Fino al 21 agosto, quando scadranno i sessanta giorni previsti del cessate il fuoco in corso, le petroliere bloccate per mesi nello Stretto di Hormuz potranno trovare un terminal dove scaricare il proprio carico.

Eccezion fatta per Corea del Nord, Cuba e le regioni ucraine occupate dalla Federazione russa, ogni operatore internazionale potrà così accedere alle forniture di petrolio iraniano. Il segnale dato ai mercati non potrebbe essere più chiaro: lo Stretto di Hormuz è di nuovo libero e il petrolio può fluire liberamente.

Sceso dai 95 dollari al barile di inizio mese agli attuali 74, il Brent cede sotto il peso della narrazione sospinta dalla Casa bianca. Il picco estivo della domanda interna incombe e tutto il petrolio accessibile contribuisce ad abbassare i prezzi per i consumatori in vista delle elezioni di midterm. Ci sono poi le scorte strategiche, ai minimi storici. Se il buon speculatore non può certo farsi scappare la possibilità di sfruttare una crisi, lo stesso vale per l’apertura di un tavolo negoziale dalle gambe quanto mai deboli.

SICURI di negoziare da una posizione di vantaggio, i vascelli della flotta ombra iraniana avevano varcato la linea del blocco statunitense ancora prima dell’annuncio ufficiale del Dipartimento del tesoro. Sfruttando al meglio l’asimmetria di informazioni, le petroliere hanno acquisito diversi giorni di vantaggio su quelle degli altri paesi del Golfo.

Per anni, questi hanno tratto vantaggio dall’assenza del greggio iraniano sui mercati asiatici, dove veniva venduto a prezzi scontati ai compratori cinesi, gli unici in grado di schermarsi dalle sanzioni statunitensi. Oggi e domani, il petrolio iraniano, venduto a prezzi di mercato al miglior acquirente, genererà mezzi rilevanti per il regime. Per sapere cosa accadrà dopodomani, quanto Teheran cercherà di stabilire il proprio controllo su Hormuz, basterà seguire le orme del buon speculatore, sempre in attesa.


Ucraina e Polonia, i fantasmi della storia

Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Il terreno è minato, zeppo di insidie. Ecco tutto. A percorrerlo fino in fondo, siamo sinceri, si rischia un’accusa oggi senza remissione da parte degli amanuensi del fatto compiuto: collaborazionista… usi gli argomenti del nemico… Purtroppo il passato ha la maestà di un macigno, è un parlante fidecommisso e bisogna scegliere a cosa siamo di fronte: una simmetria dei crimini o l’asimmetria della memoria?

In Europa centrale non è un dibattito filosofico, è la palude della Storia che talora non si può aggirare. Se ne è attraversati e si ritorna come si ritorna da un viaggio che ci ha trasfigurati. È sufficiente una parola un anniversario una arroganza per bruciare e confondere cuori e menti. Le colpe, i delitti tornano a essere carnali.

Allora: Polonia e Ucraina, i massacri di civili polacchi da parte dei nazionalisti ucraini, sotto lo sguardo benevolo dei nazisti, in Volinia tra il 1942 e il 1944. Non nascondiamoci : si è usata la parola tremenda, genocidio, anzi il parlamento polacco li ha fissati così nella sua Storia, immortale, scolastica, intangibile. Eppure… Dal 2022 da quando Putin , ennesima reincarnazione dell’orso russo bulemico e invasore, si è riaffacciato cannoneggiando in Europa centrale, tutto sembrava risolto nella fratellanza.

Nessuno più dei polacchi è stato al fianco di Kiev, capitanando e incalzando, con i Baltici, il fronte dei Decisi: Mosca deve capitolare! Con Mosca, Mosca degli zar e dei soviet e degli oligarchi, hanno infiniti conti da saldare dall’epoca delle prime Spartizioni. Correva il lato oscuro dell’età dei lumi, la zarina si dilettava di cinguettare filosoficamente Voltaire e Diderot ma quando bisognava tagliare a pezzi terre e genti era meno illuminista di Stalin.

Il nemico era alle porte, la nuova Ucraina indipendente resisteva. Tutto diventava possibile, perfino il meglio di fronte a quella evidente necessità: aiutare l’aggredito, perché dopo forse… a Varsavia fu una trepida euforia. Uno sguardo ammirato , una ardente giustificazione, un modo di vivere: noi e loro, noi con loro contro l’Altro. Tutto era possibile, perfino il meglio.

Nessun armadio pericoloso era stato aperto, nessuna carta era stata giocata se non quella di resistere insieme. Poi ecco arrivare da una parte e dall’altra… Chi? Quasi tutti. I tribuni del recupero: i piccoli corvi, i grandi avvoltoi della Storia, della memoria e degli eroi, senza cui, pensano, le folle, le masse troppo innocenti non possono fare nulla.

Zelensky, gran maestro di comunicazione, proprio lui, ha commesso un errore, usato quella parola, eroi, e l’ha saldata al battesimo di una attuale unità militare: gli eroi della “Armata insurrezionale ucraina”, che si battè contro la dominazione sovietica a fianco di Hitler, e che si macchiò dei massacri della popolazione polacca e ebraica in Volinia e nell’est della Galizia. Come quegli uomini fossero diventati improvvisamente innocenti degli spettri della Volinia. Dal sacco di quel sanguinoso e convulso passato sono venuti fuori i villaggi distrutti, sessanta, centomila civili massacrati, e nomi, uno dei comandanti che fiancheggiavano le SS Andriy Melniyk, e Bandera: anticomunista, patriota, nazista, martire? Il guaio è che forse era tutto questo insieme… Si popola, frettolosamente, un pantheon di eroi che dovrebbe unire, in questo duro passo, gli ucraini attorno alla storia dell’indipendentismo, dargli una datazione lunga, illudendosi che, come per una catalisi o un big bang si coprano le pagine buie, e si santifichino anche uomini di troppo.

Ma basta l’essere vittime oggi per santificare i propri aguzzini di ieri? È il guaio di una identità liquida di un popolo sommerso da sempre da est e da ovest da invasioni (come la Polonia!), zeppa di estremi, di glorie e di carogne, Breznev, gli eroi ucraini di Stalingrado e Bandera il collaborazionista, che, ricordo, era venerato già nella convulsa piazza rivoluzionaria di Maidan. Ma nessuno allora ci fece caso. Bisognerebbe lavorare di ago e filo per evitare l’avaria del negativo. Perché infine arriva l’urto, la collisione, lo scontro delle memorie. Ma scrivere la Storia a quattro mani è difficile. Forse impossibile.

Per i polacchi gli eroi della Upa sono dei genocidi filo nazisti che l’Ucraina rifiuta di rinnegare. Anzi. I loro morti sono un vissuto nominabile e prezioso. È ben più di una asimmetria della memoria. Perché si confonde inevitabilmente con la storia scritta dai russi, sovietici e putiniani, che vi traggono succose, per loro, ragioni di propaganda.

Ecco, lo dicevamo: i nazisti ucraini! Putin sorride. Non solo perché Zelensky ha perso una medaglia. Gli ucraini replicano che fu solo un episodio, doloroso, di una guerra polacco ucraina e si assolvono con il carattere simmetrico dell’orrore: ovvero le rappresaglie della Armata dell’interno polacca, che combatteva contro i tedeschi, che si vendicò sugli ucraini con diecimila morti. I nostri morti. I loro morti. Non sono uguali. I nostri contano i loro no.

Nel 2016 fu un film a riaprire le cicatrici, fece rivivere sullo schermo i lazzari di questa lunga morte, “Wolyn”, del regista polacco Smarzowsky. Ricostruzione accurata che fu accolta in Polonia trionfalmente ma causò anche aggressioni nei confronti di immigrati ucraini. Kiev parlò di «propaganda antiucraina» e vietò il film per ragioni di ordine pubblico. Nella Storia i morti sono esigenti. Chiedono di non essere dimenticati, spesso comandano le azioni dei vivi.

Nell’immagine: 1942, collaborazionisti ucraini


La povertà accelera l’invecchiamento lasciando tracce nel Dna

Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime 

Di Paola Arosio, La Repubblica

Se il denaro non rallenta l’invecchiamento, la povertà sembra accelerarlo. È la conclusione a cui è giunta una recente meta-analisi pubblicata su Nature Human Behaviour e condotta da ricercatori dell’Istituto Max Planck di Berlino, in Germania, e della Mailman School of Public Health della Columbia University, a New York.

Gli scienziati hanno esaminato 140 studi per un totale di 65.919 partecipanti, sia uomini sia donne, dalla nascita a 86 anni (con un’età media di 49,9), provenienti da 79 coorti distribuite in 23 Paesi, tenendo conto dello status socioeconomico.

Il risultato principale

Per stimare la velocità di invecchiamento, hanno utilizzato gli orologi epigenetici, strumenti molecolari altamente tecnologici che analizzano specifiche modificazioni chimiche, chiamate metilazioni, presenti sul Dna. Queste ultime agiscono come interruttori, attivando o disattivando i geni in risposta allo stile di vita e all’ambiente.

I risultati evidenziano che le persone con una condizione socioeconomica più bassa tendono a presentare un invecchiamento più veloce rispetto a quelle che dispongono di maggiori risorse economiche e sociali. Secondo gli autori, il fenomeno potrebbe essere correlato a diversi elementi, tra cui maggiore esposizione a fattori ambientali nocivi, minori opportunità educative, alimentazione di scarsa qualità, accesso alle cure più limitato.

L’ evoluzione degli orologi

All’interno di questo approccio, gli esperti hanno testato tre generazioni di orologi epigenetici, dai primi modelli a quelli più avanzati. Hanno notato che gli orologi di prima generazione, progettati per stimare l’età biologica di una persona a partire dalle modifiche del Dna, sono perlopiù insensibili alle avversità sociali. Al contrario, gli orologi di seconda generazione, sviluppati per valutare il rischio di malattia e mortalità, e quelli di terza generazione, che misurano il ritmo dell’invecchiamento biologico, si sono dimostrati molto efficaci. In particolare, gli specialisti sottolineano che gli orologi più moderni risultano da quattro a cinque volte più accurati nel rilevare il divario rispetto a quelli sviluppati negli anni passati.

Un effetto che compare già nell’infanzia

Il team di ricerca ha preso in esame anche i bambini, con un’età compresa tra la nascita e i 18 anni. Chi cresce in famiglie economicamente svantaggiate mostra un invecchiamento più rapido rispetto ai coetanei provenienti da contesti più favorevoli. Questo suggerisce che le condizioni dei primi anni di vita possono lasciare un’impronta biologica destinata a persistere, anche se nel tempo la situazione finanziaria e sociale è migliorata. “Lo stress precoce altera il nostro funzionamento fin dall’infanzia, evidenziando la necessità di sostenere le famiglie a basso reddito”, commenta Laurel Raffington, coautrice del lavoro. “Più in generale, ridurre le disuguaglianze potrebbe avere effetti positivi non solo sociali, ma anche biologici e sanitari nel lungo periodo”.


Una Grande Muraglia verde: la strategia di Pechino per combattere il riscaldamento climatico

Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime 

Di Lorenzo Rapini, La Stampa

Alberi, alberi, ancora alberi. La strategia di Pechino per combattere il riscaldamento climatico, ma anche per arginare i deserti che si allargano, per rinfrescare l’aria e ridare letteralmente ossigeno al pianeta, appare tutto sommato semplice: piantare più alberi. Sono i numeri, però, che fanno la differenza e che consentono di comprendere quanto sia ambizioso il progetto: miliardi di alberi. Un immenso muro verde, appunto, sul limitare delle aree più aride e desertiche.

La Cina non ha cominciato ora. Il grande progetto, cominciato in sordina circa 50 anni fa, andrà avanti fino al 2050. Si chiama Three-North Sheltberbeltf e vuole sostanzialmente triplicare la copertura forestale in 13 province cinesi (situate nel Nord del Paese): l’obiettivo è passare dal 5 al 15% di foresta. Le stime ipotizzano numeri da capogiro: 100 miliardi di alberi in una settantina d’anni. Gli alberi vengono piantumati in una linea lunga circa 3000 chilometri di larghezza variabile, che può arrivare anche al chilometro. L’estensione è pari a quella della Germania. Zone verdi con arbusti che attenuano l’erosione del terreno e che arginano in parte le tempeste di sabbia, proteggendo anche le aree agricole. Alcuni effetti collaterali si sono già registrati: l’aumento delle allergie nelle popolazioni che vivono a ridosso di queste muraglie verdi. Anche perché non sempre vengono utilizzati alberi autoctoni e questa resta una criticità. Ma i benefici sono superiori in gran numero. Nonostante la percentuale di sopravvivenza degli alberi sia bassa e in alcune aree arrivi soltanto al 10% sul lungo periodo.

Dietro, c’è il deserto del Taklamakan: è lui il grande mostro giallo da combattere. Il via a questo faraonico progetto è stato dato in seguito all’analisi degli studi sull’erosione del terreno agricolo fertile. I primi risultati già si notano: le dune, che erano in lento movimento, si sono in parte fermate. Più piante vuol dire più ossigeno (anche se la produzione di anidride carbonica resta sempre altissima, quantomeno si iniziano a valutare contrasti che abbiano effetti concreti sebbene limitati) e vorrà dire più umidità e, probabilmente, un poco più di pioggia, anche se in varie zone l’effetto immediato è stato contrario: tanti arbusti hanno richiesto più acqua, portando a diminuire le risorse idriche nella regione.

Il progetto è immenso, gli effetti limitati in rapporto alle enormi risorse spese, i tempi lunghissimi. Ma è stato lo stesso Xi a far sapere che non si tratta di qualcosa da ultimare: piuttosto, la Grande Muraglia verde è qualcosa da continuare. Una tendenza, appunto, un modo per porsi il problema concreto e iniziare a trovare soluzioni altrettanto fattuali. Un seme, anzi, 100 miliardi di semi.


Economia iraniana, la crisi oltre l’accordo

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Di Francesca Luci, il manifesto

Oggi milioni di fedeli sciiti commemorano l’Ashura. 1346 anni fa, il martirio di un piccolo gruppo di uomini, donne e bambini guidati da Husayn ibn Ali, nipote del profeta Mohammad, rappresentò il momento più significativo del martirio nella religione islamica sciita.

Ma l’Ashura del 2026 arriva in Iran con un peso che nessuna commemorazione degli ultimi decenni aveva mai portato. La Guida suprema Ali Khamenei è stata assassinata. Con lui, in una serie di attacchi americani e israeliani di portata devastante, hanno perso la vita numerosi funzionari politici, scienziati e comandanti delle forze armate, oltre a quasi 3.500 altre vittime.

IL PAESE DEVE affrontare simultaneamente la ricostruzione di un apparato di potere decimato, la gestione delle relazioni con Stati uniti e Israele e la necessità di rispondere a una pressione interna che cresce. Essere troppo inclini al dialogo con Washington rischia di essere interpretato come una resa, ma mantenere una postura di confronto aperto è altrettanto pericoloso. I negoziatori iraniani si muovono su un terreno scivoloso, cercando formule che permettano di aprire spiragli.

L’economia, colpita da anni di sanzioni, è ulteriormente indebolita dalle conseguenze del conflitto. Edilizia, industria manifatturiera e commercio hanno registrato le flessioni più pesanti. L’agricoltura ha sofferto in misura significativa la diminuzione della produzione di grano, orzo e prodotti come pistacchi e datteri, che rappresentano voci importanti delle esportazioni.

L’aspetto più preoccupante è il crollo degli investimenti, che hanno registrato un calo dell’11,9%. Gli investimenti in macchinari sono diminuiti del 12,2% e quelli nel settore edilizio del 12,3%, indicando una forte riduzione della capacità e della volontà delle imprese di espandere la produzione e modernizzare le attrezzature.

IL PROBLEMA è soprattutto l’erosione delle basi per la crescita futura, con rischi per produttività, occupazione e capacità industriale. La diminuzione del prezzo del petrolio – ieri l’indice Brent era intorno a 74 dollari – rappresenta un’aggravante ora che Teheran può esportare e vendere il suo greggio. Il governatore della banca centrale Abdolnaser Hemmati ha chiarito: i 12 miliardi di dollari di asset segnalati come sbloccati potranno essere usati senza vincoli imposti da Washington e che le esportazioni di petrolio potranno essere regolate in qualsiasi valuta scelga Teheran.

Intanto il viceministro degli esteri Kazem Gharibabadi ha precisato che l’accesso degli ispettori dell’Onu ai siti nucleari colpiti sarà affrontato solo nel quadro di un accordo finale e subordinato alla rimozione delle sanzioni. Il capo dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica, Rafael Grossi, ha detto che le ispezioni avranno luogo presto, ma le modalità non sono ancora state definite.

Una dichiarazione congiunta di Iran e Oman ha affrontato apertamente il tema di possibili tasse di servizio per motivi di sicurezza e ragioni ambientali, distinguendole dai pedaggi che Teheran aveva evocato durante il conflitto. Trump ha però dichiarato su Truth Social che l’Iran avrebbe assicurato agli Stati uniti che nessun costo verrà imposto alle navi in transito, aggiungendo che eventuali smentite farebbero saltare i negoziati immediatamente.

I PAESI DEL GOLFO osservano con preoccupazione. La guerra ha dimostrato come i sistemi Usa possano essere neutralizzati da droni iraniani relativamente economici. Il segretario di stato Marco Rubio continua a incontrare i leader dei paesi del Golfo, assicurando di non compromettere la sicurezza degli alleati. Gli Stati più scettici cominciano a ripensare alle proprie strategie di sicurezza in modo più autonomo.

E infine c’è il Libano a destare preoccupazione. Mohammad Qalibaf, capo negoziatore iraniano, ha affermato che porre fine alla guerra in Libano è importante quanto porre fine alla guerra in Iran.

Nell’immagine: uno scatto da piazza Tajrish, nella zona nord di Teheran


Il giallo delle basi militari americane sul territorio italiano

Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime 

Di Francesco Grignetti, La Stampa

un ginepraio dove è davvero difficile capire come vanno le cose, quando ci si addentra nelle operazioni delle basi militari statunitensi in Italia. Premesso che qui si parla di aerei e di scali, le basi interessate sono due: Aviano, nel Nord-Est, e Sigonella, in Sicilia. Sono basi che gli americani hanno in gestione dal lontano 1954 sulla base di alcuni Trattati bilaterali segreti (l’ultimo, il più significativo, risale al 1995) i cui codicilli li conoscono davvero in pochi.

Ci ha detto ieri con clamore il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che da queste basi nelle settimane scorse ci sono stati ben 500 voli autorizzati di aerei statunitensi «a supporto» della guerra di Donald Trump contro l’Iran. Apriti cielo. Sono insorte le opposizioni: il governo Meloni non aveva garantito che ogni scalo sarebbe stato autorizzato soltanto previa autorizzazione del Parlamento? Il ministro Guido Crosetto ha replicato che l’Italia «ha autorizzato esclusivamente attività tecniche, logistiche e di supporto previste dagli accordi vigenti, e non voli o missioni di natura cinetica».

Il punto è che bisogna intendersi su che cosa significa «attività a supporto» e che cosa sono le «missioni cinetiche». Occorre rifarsi ai manuali militari. Le prime sono quelle riconducibili all’attività logistica, cioè tutto quello che serve per le operazioni belligeranti in senso stretto. Le seconde sono le azioni di guerra vera e propria. I bombardamenti al suolo, per dire. E quindi il senso dei discorsi ufficiali è questo: l’Italia ha negato l’uso delle basi quando servivano ad aerei che stavano per attaccare direttamente l’Iran, non quando gli Stati Uniti avevano bisogno di qualsiasi altra cosa.

Spiega un generale che ne sa, ma che preferisce mantenere l’anonimato perché c’è fin troppa animosità politica nell’aria: «Hanno ragione tutti». E cioè il governo ha rispettato alla lettera il trattato quando prevede le missioni logistiche senza particolari autorizzazioni; ma l’opposizione non ha torto nel dire che comunque era un’attività strettamente legata a una guerra.

C’è poi un enorme non-detto che riguarda queste basi militari americane in Italia. Sulla carta sono dirette da un ufficiale italiano, che dovrebbe verificare tutto quello che fanno gli “ospiti” statunitensi. Questi ultimi a loro volta sono tenuti a notificare alle autorità italiane, specie quelle che sovrintendono al volo, quali e quanti aerei stanno per decollare, lungo quali rotte, dove vanno e che cosa andranno a fare. Ma è una sorta di autocertificazione. Bisogna fidarsi. Ed è capitato che a volte le notifiche non rispecchiassero esattamente quello che poi gli aerei americani si apprestassero a fare, oppure che le notifiche arrivassero in extremis quando non c’è quasi più tempo di ragionare: è quello che accadde la notte in cui la Difesa, sentito Palazzo Chigi, negò il permesso di atterrare a due aerei americani che erano partiti dalla Scozia, e volevano fare rifornimento a Sigonella per poi andare a bombardare Teheran.

C’è stato il tragico precedente del Cermis, del 3 febbraio 1998. Un aereo militare statunitense, partito da Aviano, volando a una quota inferiore a quanto concesso, in violazione dei regolamenti, e avendo notificato di dovere effettuare un’attività Nato quando era una esercitazione solo statunitense, tranciò il cavo della funivia del Cermis, fece precipitare la cabina e provocò la morte dei 20 sciatori passeggeri. Una ferita mai rimarginata, tanto più che i piloti dell’aereo non subirono neppure un processo in Italia. Furono processati e assolti negli Stati Uniti con le imputazioni assai leggere di omicidio involontario e omicidio per negligenza. Successivamente ammisero di avere distrutto le prove e perciò furono riconosciuti colpevoli di ostruzione alla giustizia. Tutto qui.

Ebbene, il segretario generale Mark Rutte ieri ha squarciato il velo sulla realtà di certe operazioni militari. Le ripercussioni politiche sono state immediate e veementi. E c’è chi se la prende con lui perché nella sua veste di segretario generale si sta prendendo delle libertà che non gli sarebbero consentite. Dice quel generale di cui sopra: «Un segretario generale a rigore dovrebbe soltanto guidare le consultazioni tra alleati e dare pratica attuazione alle determinazioni del Consiglio atlantico dove siedono gli ambasciatori dei Paesi membri. Nulla di più. Invece ormai i segretari generali straparlano. Ed ecco i risultati».

Nell’immagine: l’entrata alla base di Sigonella


La Maga bruciata sul clima

Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime 

Di Enzo Pranzini, il manifesto

La National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) è un’agenzia federale degli Stati Uniti che si occupa di monitorare e studiare l’atmosfera e gli oceani. È considerata uno dei principali enti scientifici al mondo, e i dati che produce vengono utilizzati per le previsioni meteorologiche e del moto ondoso, del percorso e dell’intensità degli uragani, dell’evoluzione del fenomeno El Niño, nonché per la gestione della pesca e per valutare l’andamento della produzione agricola. Nonostante ciò, l’amministrazione Trump aveva proposto una drastica riduzione delle sue attività, con tagli per 100 milioni di dollari sul bilancio del 2026, che stavano colpendo laboratori, osservazioni oceanografiche e collaborazioni con le università.

UNO DEGLI ISTITUTI NOAA PIÙ PENALIZZATI, finanziato tramite la National Science Foundation, sarebbe stato l’Office of Oceanic and Atmospheric Research (Oar), che, a seguito dei tagli previsti, aveva già cominciato a rimuovere alcune boe oceanografiche in esercizio nel Pacifico e nell’Atlantico settentrionale. La cosa ha sollevato preoccupazione a livello nazionale e internazionale, tanto che oltre 2.500 scienziati ed esperti hanno firmato una lettera indirizzata al Congresso per chiedere la prosecuzione di tutte le attività dell’Agenzia. Contemporaneamente, diverse organizzazioni scientifiche hanno avvertito che il ridimensionamento della ricerca climatica potrebbe avere pesanti conseguenze per i sistemi internazionali di osservazione e previsione del clima.

GIANMARIA SANNINO, CLIMATOLOGO dell’Enea, afferma che «anche solo un’interruzione di qualche anno nell’acquisizione dei dati potrebbe avere ricadute estremamente negative, non solo sull’analisi dei fenomeni attuali, ma anche sull’affidabilità delle previsioni che in futuro si faranno sulle variazioni climatiche. Infatti, queste si basano su lunghe serie di osservazioni atmosferiche e oceaniche, nelle quali le condizioni più recenti svolgono un ruolo particolarmente importante per la previsione dell’evoluzione del clima sul lungo periodo. Scelte fondamentali per il futuro dell’umanità dovranno basarsi su scenari definiti con minore affidabilità».

LA PRESSIONE, NON SOLO DA PARTE del mondo scientifico, ma anche di membri democratici e repubblicani del Congresso, è stata tale che la National Science Foundation ha ora comunicato che per quest’anno non vi saranno tagli nel finanziamento dell’Oar. Una vittoria dei ricercatori, ma anche un segnale delle difficoltà interne dell’Amministrazione Trump!

L’INSOLITA CONVERGENZA di rappresentanti democratici e repubblicani a favore dell’Oar dimostra che sul tema non vi è una pregiudiziale ideologica. All’interno del Congresso, un ruolo particolarmente attivo lo hanno svolto le democratiche Debbie Wasserman Schultz, della Florida, e Rosa DeLauro, del Connecticut, due stati costieri, e il repubblicano Jerry Moran, del Kansas, presidente della sottocommissione del Senato competente sugli stanziamenti per la Noaa e rappresentante di uno stato agricolo.

ANCHE ALTRI RAPPRESENTANTI, sempre di stati agricoli o costieri, sono intervenuti nel dibattito sottolineando l’importanza dell’Agenzia per la sicurezza pubblica, l’agricoltura, la pesca e i trasporti; segno probabilmente dell’impatto che hanno avuto sulle popolazioni i sempre più frequenti uragani, come Ian, Helene e Milton, e le crisi metereologiche che hanno colpito gli Stati Uniti negli ultimi anni, come la siccità nel Midwest e nelle Grandi Pianure che, per diverse stagioni, ha determinato una forte riduzione del raccolto di mais, soia e grano.

I TAGLI RICHIESTI DELLA CASA BIANCA vanno letti nell’ambito della politica di Trump in campo ambientale, che viene delineata da gruppi di potere, lobby e fondazioni che lo sostengono. Una di queste, la Heritage Foundation, aveva diffuso, prima delle ultime elezioni presidenziali, un documento, il Project 2025, elaborato con la collaborazione di circa cento organizzazioni conservatrici. Questo fa parte dell’ultimo dei Mandate for Leadership, in pratica le agende politiche proposte ai candidati presidenti conservatori fin dal 1980; in quel caso per l’amministrazione Reagan. Non sono programmi vincolanti per i candidati, ma difficilmente vengono ignorati, perché esprimono gli orientamenti di una parte importante dell’area politica, culturale ed economica che li sostiene, ossia di quella Maga.

NEL PROJECT 2025 SI ACCUSA la Noaa di essere uno dei principali motori della cosiddetta «industria dell’allarmismo climatico», e si sostiene che sia «vulnerabile all’ostruzionismo» qualora gli orientamenti dell’Agenzia non coincidano con quelli dell’Amministrazione in carica. Questa impostazione rischia di aumentare il controllo politico su organismi che dovrebbero basare le proprie decisioni principalmente sulle evidenze scientifiche, tanto che ha suscitato forti polemiche nel Paese.

IL PASSAGGIO PIÙ CONTROVERSO riguarda l’Office of Oceanic and Atmospheric Research (Oar), il settore della Noaa dedicato alla ricerca: «L’Oar è la fonte di gran parte dell’allarmismo climatico della Noaa. La maggior parte della sua ricerca sul cambiamento climatico dovrebbe essere smantellata», si legge nel testo. E non a caso la scure di Trump si stava abbattendo in modo violento proprio su questo istituto, con l’idea di portarlo progressivamente alla chiusura.

LA NOAA È ANCHE UNO DEI PRINCIPALI centri per lo studio del cambiamento climatico e produce dati, analisi e modelli utilizzati dalla comunità scientifica internazionale e anche nei rapporti dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) a cui fanno riferimento, non solo i ricercatori, ma anche molti governi e alcuni programmi e agenzie delle Nazioni Unite, come la Fao e l’Undp.

PER I NEGAZIONISTI DEL CAMBIAMENTO climatico, che costituiscono una rilevate quota del popolo Maga, gli scenari proposti dalla Noaa, con molte città costiere a rischio di sommersione nei prossimi decenni, sono terrorismo climatico da combattere con ogni mezzo, e in particolare con il taglio dei finanziamenti. Ecco perché la vittoria dei ricercatori, e dei rappresentanti dei territori già colpiti dagli effetti del riscaldamento globale, ha un significato che va ben oltre una mera discussione sul bilancio federale, ma tocca profondamente la politica ambientale del Presidente.

IL BILANCIO 2027 È ORA IN DISCUSSIONE, e la battaglia condotta dagli scienziati ha attirato l’attenzione di osservatori, media e decisori politici, rendendo la Noaa un caso emblematico dello scontro fra ricercatori e negazionisti climatici, tanto che il finanziamento all’Agenzia ha acquisto un valore simbolico e potrebbe riproporre lo scontro con un irrigidimento della componente più oscurantista dei repubblicani, del popolo Maga e dello stesso Trump.

Nell’immagine: Una protesta contro il cambiamento climatico organizzata da Extinction Rebellion


Dalle cupole di calore a el Niño: ecco perché fa così caldo

Mancano 20 mila abitanti su 120 mila. Le persone vagano cercando familiari: «Mai viste così tante vittime 

Di Giacomo Talignani, La Repubblica

Perché fa così caldo e quanto incide la crisi del clima sulle temperature che stiamo sperimentando? E poi: il caldo attuale ha a che fare con El Niño? Abbiamo provato a rispondere a una serie di domande utili per comprendere, in questi giorni bollenti, cosa sta accadendo esattamente in Italia e in Europa e quali possono essere le conseguenze per la nostra salute.

Perché fa così caldo?

Le temperature elevatissime di inizio estate che stiamo sperimentando ora dall’Italia alla Scandinavia (entrambi picchi di 36 gradi) sino alla Francia e la Spagna (che hanno sfiorato i 45 gradi) sono dovute alla cupola di calore che perdura da alcuni giorni sull’Europa. In questo specifico caso è l’anticiclone (ovvero la zona atmosferica di alta pressione sulla superficie terrestre) proveniente dall’Africa il principale responsabile delle temperature elevate. Attualmente l’alta pressione devia i sistemi temporaleschi e contribuisce a surriscaldare i luoghi in cui abitiamo: all’interno della cupola di calore l’aria in discesa si riscalda ulteriormente contribuendo alle temperature roventi che stiamo sperimentando. In pratica, la cupola intrappola aria calda sull’Europa occidentale e centrale permettendo alle temperature di aumentare giorno dopo giorno.

Cosa è cambiato nella circolazione atmosferica?

Fino a una decina di anni fa o più l’inizio estate in Europa era considerato particolarmente mite. In Gran Bretagna difficilmente si superavano i 24 gradi (ora punte di 39…) e anche in Italia, notti comprese, molte giornate erano ancora decisamente fresche. Questo anche perché c’era sovente il contributo del famoso anticiclone delle Azzorre, ovvero un sistema di alta pressione oceanico che si estendeva fino all’Europa mantenendo miti gran parte delle temperature: per riuscire ad “arrivare” fin da noi era fondamentale il getto polare che si muoveva nella direzione ovest-est. Negli ultimi anni però le direzioni del getto polare e la circolazione atmosferica sono cambiate (e sul perché si sta ancora indagando) permettendo sempre di più agli anticicloni provenienti dall’Africa di inserirsi sull’Europa contribuendo così a temperature sempre più intense e ondate di calore.

Cosa sono le ondate di calore?

Il ministero della Salute le definisce eventi in cui si registrano “temperature molto elevate per più giorni consecutivi, spesso associate a tassi elevati di umidità, forte irraggiamento solare e assenza di ventilazione. Queste condizioni climatiche possono rappresentare un rischio per la salute della popolazione”. Il WMO (World Meteorological Organization) parla di ondata di calore quando si verificano almeno 6 giorni consecutivi in cui “la temperatura massima è superiore al 90° percentile di quel determinato giorno rispetto al periodo climatologico di riferimento”. In maniera più semplice lo si può definire come un “periodo di 3-6 giorni consecutivi (breve) o almeno 7 giorni consecutivi (lunga e intensa) con temperatura media giornaliera superiore di almeno una deviazione standard (calcolata sul periodo 1981-2010 o se disponibile 1991-2020) rispetto alla temperatura media giornaliera ‘normale’ ” scrive il consorzio Lamma.

In questa ondata di calore centra il cambiamento climatico?

Per ogni singolo evento estremo è difficile poter affermare se dietro ci sia o meno lo zampino della crisi climatica innescata dall’uomo con le emissioni dei combustibili fossili. Di sicuro però la crisi del clima contribuisce a rendere più intensi, e in certi casi più frequenti, questi fenomeni. Nel dettaglio dell’attuale ondata di calore però ClimateMeter, un progetto finanziato dall’Unione Europea, ha realizzato basandosi su dati e modelli uno studio di attribuzione che ha determinato proprio come il cambiamento climatico abbia intensificato l’ondata di calore da record che sta colpendo l’Europa. “L’analisi relativa al 22 giugno 2026 indica che le temperature associate all’attuale configurazione meteorologica sono di circa 2-4 °C più elevate di quanto sarebbero state in condizioni meteorologiche simili durante la seconda metà del XX secolo. A Parigi, il segnale di riscaldamento stimato raggiunge circa 2,4 °C, a Milano +3,8 °C e a Saragozza +4 °C. Nell’Europa occidentale, gli eventi di calore estremo stanno già aumentando a un ritmo più rapido rispetto a quanto previsto dai modelli climatici, alimentando il timore che le proiezioni future sul calore possano essere troppo prudenti” scrivono gli esperti. Allo stesso tempo i ricercatori ricordano che le ondate di calore “ricorrenti” possono essere un indicatore chiaro del riscaldamento globale: Météo-France per esempio osserva come delle 51 ondate di calore registrate in Francia dal 1947, 34 si siano verificate dal 2000 e ben 26 dal 2011.

Questa ondata di calore è collegata a El Niño?

I vari modelli meteo indicano che il fenomeno naturale di El Niño, legato al surriscaldamento delle acque del Pacifico equatoriale, è attualmente in formazione. Ciò significa che gli effetti di questo fenomeno – che generalmente intensifica le temperature in varie parti del mondo – in zone come l’Europa devono ancora farsi sentire. L’Europa, tra l’altro, a differenza di Australia, Sudamerica, Usa o Asia, viene colpita solo indirettamente da El Niño. Per cui la risposta è no, l’evento non sta colpendo il Vecchio Continente ma si tratta appunto di un fenomeno legato alla cupola di calore e all’alta pressione. In Europa si stima che il fenomeno di El Niño potrebbe farsi sentire soprattutto verso fine agosto-inizio autunno.

Che cos’è l’humidex?

Per stimare il disagio associato a condizioni atmosferiche calde e umide vengono utilizzati diversi indici tra cui l’Humidex (Humidity+Index) che combina temperatura e umidità per calcolare la temperatura percepita dal corpo umano, un sistema sviluppato dai meteorologi canadesi. In Europa si usa soprattutto l’ UTCI (Indice Termico Universale del Clima) con lo stesso obiettivo: stimare il disagio fisico causato quando l’aria è carica di umidità. In questi giorni, soprattutto in Francia e Spagna, l’indice ha superato la soglia di pericolo dei 45 gradi, con punte di ben oltre 50 che possono comportare malori e disagi per il corpo umano se si è esposti a livelli tali di umidità e calore.

Quanto è letale il caldo?

Le varie condizioni legate alle temperature elevate e a come ne risente il nostro corpo, soprattutto in caso di malattie pregresse o vulnerabilità (anziani e bambini su tutti), in Europa possono essere particolarmente letali. L’ Oms, organizzazione mondiale della salute, sostiene che le ondate di calore siano una “emergenza sanitaria”: negli ultimi quattro anni hanno causato oltre 200.000 decessi nel Vecchio Continente. In particolare lo stress da calore può “aggravare patologie preesistenti, come malattie cardiovascolari, diabete, asma e disturbi mentali” e aumentare il rischio di incidenti e di trasmissione di alcune malattie infettive. La mortalità legata al calore tra le persone di età superiore ai 65 anni è aumentata di circa l’85% tra il periodo 2000-2004 e il periodo 2017-2021.