Kenya, in migliaia arruolati per la Russia con l’inganno: sotto accusa il ministro del Lavoro

Mutua sponsorizzava l’“opportunità” per “cambiare la loro vita”. Ma molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti 

Di Leonardo Martinelli, La Repubblica

Era il 26 giugno dell’anno scorso. Alfred Mutua, ministro del Lavoro del Kenya, posava in una foto postata su X con una ventina di giovani uomini in partenza per Mosca. Sarebbero andati là, una svolta nella propria esistenza, nel quadro di un programma di “esportazione” della manodopera kenyana in tutto il mondo, per alleggerire la morsa della disoccupazione. In quell’occasione Mutua aveva ribadito l’“opportunità” che quei giovani avevano di “cambiare la loro vita”. Tra di loro figurava anche Erastus Mundia, 38 anni e padre di tre figli: lo si vede nella foto, coi suoi grandi occhiali sul viso.

Ebbene, Erastus non c’è più, è morto sul fronte della guerra in Ucraina. Fa parte delle centinaia di cittadini del Kenya emigrati in Russia, spesso senza alcuna esperienza militare nel passato, ai quali sono stati promessi impieghi civili ben retribuiti e che, una volta arrivati sul posto, sono stati obbligati a firmare un contratto con l’esercito russo. E molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti. “Da quando ho appreso la notizia del suo decesso, non mangio più. Il mio corpo non mi appartiene più”, ha detto all’Afp, Josephine Ngoya, madre di Erastus, intervistata dai giornalisti dell’agenzia di stampa francese nella regione di Kakamega, nell’Ovest del paese, dove vive. “Ho l’impressione che il nostro governo e il ministro Afred Mutua ci abbiano tradito”, ha denunciato la donna.

Nairobi stima ufficialmente a 291 le vittime di questo “reclutamento militare irregolare” da parte della Russia. Tra di loro, 19 sono morti e di 32 si sono perse le tracce. Ma secondo un rapporto riservato dei servizi segreti del Kenya, che l’Afpha potuto consultare, sarebbero più di mille le persone cadute in questa truffa, che sarebbe stata possibile grazie a complicità all’interno dello Stato africano. “Mutua è il principale responsabile della morte di Erastus e di altri suoi compagni, perché il traffico di kenyoti verso la Russia è iniziato con un programma intergovernativo voluto da lui”, sottolinea Ojiro Odhiambo, dell’Ong di difesa dei diritti umani Vocal Africa. Questa è stata contattata da più di 500 famiglie vittime del reclutamento irregolare: oltre 350 hanno avuto la conferma della morte dei loro familiari, grazie alle foto dei cadaveri diffuse sui social (sono numeri molto più alti di quelli ufficiali). Solo 37 sono sopravvissuti e ritornati in Kenya. “Vogliamo che Alfred Mutua assuma la responsabilità personale di questo crimine internazionale”, continua Odhiambo.

Mutua fa parte del governo del presidente William Ruto, eletto nel 2022. Fu il suo primo ministro degli Esteri, prima di essere sostituito da Musalia Mudavadi. Proprio quando ricopriva quell’incarico, aveva incontrato a Nairobi il suo omologo russo Sergej Lavrov, nel maggio 2023, 15 mesi dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Il Kenya, nonostante sia uno dei paesi africani più vicini al campo occidentale, aveva annunciato allora il rafforzamento delle relazioni commerciali con la Russia. Diventato ministro del Lavoro, Alfred Mutua ha messo in pratica il programma del presidente Ruto che, dal 2023, ha mandato a lavorare all’estero più di 400mila kenyoti con l’obiettivo di arginare la crescita della povertà. E perché sostengano l’economia kenyana grazie alle rimesse dall’estero, che per il 2025 sono state stimate dal Governo a mille miliardi di shilling, come dire 6,7 miliardi di euro.

Dei kenyoti che cercavano di lavorare nei paesi del Golfo avevano denunciato all’inizio del 2025 le frodi di alcune agenzie di selezione del personale, ma anche il ministero del Lavoro che le aveva autorizzate. Alfred Mutua era stato interrogato dal Parlamento nel maggio 2025 a questo riguardo, accompagnato da Festus Omwamba, dirigente di una di queste agenzie, la Global Face Human Resources. Omwamba aveva in seguito denunciato presso il comitato di disciplina del partito presidenziale la senatrice Gloria Omambia, la più critica del ministro. Lei era stata esclusa dalla sua formazione politica e privata del proprio incarico ufficiale. I media hanno presentato Omwamba come un “personaggio chiave” anche della truffa russa. Incriminato per “traffico di esseri umani”, è stato rimesso in libertà dietro il pagamento di una cauzione il 23 marzo, dopo settimane di detenzione provvisoria. Le polemiche e i sospetti di corruzione salgono intorno al personaggio di Mutua e lo stesso presidente Ruto ne sta prendendo le distanze.

Nell’immagine: 26 giugno 2025 Il primo gruppo di lavoratori kenioti è arrivato sano e salvo in Russia ed è stato accolto calorosamente dall’ambasciatore del Kenya in Russia, l’ambasciatore Dr. Peter Mathuki.


Torture ai militanti della flottiglia da parte di Israele: Italia e Francia indagano

Mutua sponsorizzava l’“opportunità” per “cambiare la loro vita”. Ma molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti 

Di Daniel Ryser, Infosperber

Nelle ultime settimane Infosperber ha pubblicato le testimonianze di due cittadini svizzeri. Il 19 maggio 2026 erano stati arrestati in acque internazionali, al largo di Cipro, dalle forze armate israeliane. Sono due persone tra le tante.

Nathan Hausheer ha 28 anni, è un idraulico del Cantone di Vaud. A bordo di una nave militare israeliana, racconta, è stato colpito al volto, sottoposto a scariche di taser e preso a calci al collo.

Una cittadina svizzera di nome Sibel racconta di privazione del sonno. Di manette che le stringevano le dita fino a bloccarle la circolazione. Di colpi d’arma da fuoco contro compagni di prigionia che avevano chiesto carta igienica. Di calci, durante il decollo, fino alla porta dell’aereo.

Amnesty International ha definito le testimonianze «sconvolgenti» e ha chiesto che vengano avviate delle indagini. Due paesi europei hanno nel frattempo agito.

Italia e Francia indagano

Il 5 giugno la Procura antiterrorismo francese, la PNAT, ha avviato un’indagine preliminare per sospetta tortura e per sospetti crimini di guerra. Si tratta di un’autorità istituita per i casi più gravi, che si basa sulle testimonianze di 37 cittadini francesi che si trovavano a bordo della flottiglia.

Ciò che queste 37 persone hanno descritto ai media francesi sembrava seguire uno schema ben preciso. Sono state condotte una ad una attraverso un container navale oscurato. All’interno del container li attendevano gruppi di soldati. Non si è trattato di un’aggressione impulsiva, bensì di una struttura, un luogo appositamente allestito a tale scopo. Una dottoressa francese ha dichiarato di essere stata torturata e di aver subito abusi sessuali in quel luogo.

Poco dopo, la Procura di Roma ha avviato un procedimento contro Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale di Israele. Le accuse sembrano un elenco tratto dal codice penale: sequestro di persona, tortura, violazione del diritto marittimo, tentato omicidio. Così lo ha riportato il «Jerusalem Post». Si tratta di un elenco notevole per un ministro in carica, redatto da una procura straniera.

A scatenare il tutto sono stati, tra l’altro, alcuni video. In essi Ben-Gvir posa davanti a prigionieri inginocchiati e ammanettati, mostrando loro la lingua. Bisogna tenere bene a mente il contesto: un ministro della Sicurezza che si lascia filmare, persone ammanettate a terra, una lingua tirata fuori.

I procedimenti sono in corso anche in Turchia e in Spagna. Sono state arrestate in totale 428 persone, provenienti da circa quaranta paesi. La flottiglia ha documentato almeno 15 casi di violenza sessuale.

E cosa fa la Svizzera?

“Non competente”

Infosperber ha chiesto al DFAE e al Ministero pubblico della Confederazione: alla luce delle indagini in corso in Francia e in Italia, e alla luce delle testimonianze documentate di due cittadini svizzeri, si sta valutando l’avvio di un’indagine?

Il Ministero pubblico della Confederazione ha risposto tramite la sua portavoce Claudia Balzli. La Svizzera «potrebbe intervenire solo se i presunti autori si trovassero sul territorio svizzero». Non vi sarebbero indicazioni in tal senso. Inoltre: «Le norme di competenza variano da paese a paese e sono difficilmente comparabili».

Il DFAE ha risposto tramite Pierre-Alain Eltschinger. Ha affermato di essere in «contatto regolare» con l’ambasciatore israeliano, di aver espresso «preoccupazione» e di aver ribadito le «aspettative della Svizzera riguardo al rispetto del diritto internazionale». Per le questioni penali, il DFAE ha rinviato al Ministero pubblico della Confederazione, il quale aveva appena dichiarato di non essere competente.

Il principio della giurisdizione universale, su cui si basano Francia e Italia, è sancito anche dal diritto svizzero. Esso consente di perseguire gravi violazioni dei diritti umani, indipendentemente dal luogo in cui il reato è stato commesso. Il Ministero pubblico della Confederazione non ne fa menzione nella sua risposta.

Amnesty International Svizzera ha chiesto che le autorità competenti «verifichino immediatamente» se sia possibile avviare indagini in tal senso. La risposta è già arrivata. Non è possibile, afferma la Procura federale, perché i presunti autori del reato non risiedono a Berna.


I volontari che fanno funzionare la Svizzera

Mutua sponsorizzava l’“opportunità” per “cambiare la loro vita”. Ma molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti 

Di Jean-Daniel Bohnenblust RTS, tvsvizzera.it

Daniel Rüegg distribuisce i cartoni di beni di prima necessità a Delémont. Ex banchiere e direttore d’ospedale, dedica la sua pensione alle persone bisognose. “Lo sguardo, il primo contatto visivo, è qualcosa che mi dà moltissimo” confida ai microfoni di RTSCollegamento esterno.

La Svizzera ha uno dei tassi di volontariato più elevati d’Europa. Dalle società sportive all’aiuto sociale, fino ai consigli comunali: pochi ambiti sono esclusi.

Un pilastro sottovalutato

“Nessuna città, nessun villaggio può funzionare senza volontari. L’importanza dell’impegno civico è fortemente sottovalutata” sottolinea Noémie Merçay, coordinatrice di Bénévolat Jura.

I dati sono impressionanti: se le 590 milioni di ore di lavoro volontario annuali venissero retribuite, costerebbero 33,2 miliardi di franchi all’anno, più di un terzo del budget annuale della Confederazione.

A Delémont, la distribuzione di beni di prima necessità alle persone in difficoltà opera al limite delle capacità. Nell’arco di un anno, 4’000 persone beneficiano dell’aiuto d’urgenza fornito dall’associazione Cartons du cœurCollegamento esterno. “Negli ultimi 5‑10 anni i bisogni sono esplosi” osserva David Berthoud, presidente della sezione locale.

Dall’ospedale alle fattorie

Agli Ospedali universitari di Ginevra (HUG), dei volontari sono presenti ogni giorno accanto ai bambini ricoverati: un aiuto prezioso per un personale spesso oberato di lavoro. “Quando ho smesso di lavorare, avevo voglia di fare del bene attorno a me” spiega Florence Andrade, volontaria di Terre des Hommes Vallese.

Nelle Franches-Montagnes, Daniel Jobin ha sfiorato la morte lo scorso ottobre: due balle di fieno gli sono cadute addosso. La coppia ha dovuto ricorrere all’aiuto di volontari. “Ingaggiare un aiuto agricolo costa 300 franchi al giorno. Non avevo un’assicurazione per perdita di guadagno” racconta l’agricoltore.

Lucia, 64 anni, è arrivata da San Gallo per due mesi. “Fa parte della nostra famiglia. Queste persone ci salvano” testimonia Evelyne Jobin, moglie di Daniel.

Servizi essenziali

A Payerne, nel Canton Vaud, esiste dal 1983 un servizio di trasporto con autisti volontari. Nel 2025, 25 conducenti hanno percorso oltre 340’000 chilometri.

Jean‑Claude Péclard vi dedica tra il 60 e l’80% del suo tempo. “Considero che la mia rendita AVS sia pagata da chi lavora. Mi sembra quindi naturale restituire qualcosa attraverso questa attività” afferma l’ex operatore sociale.

Rispetto ai taxi tradizionali, il risparmio generato ammonta a 700’000 franchi all’anno.

La posta in gioco democratica

“I volontari hanno un forte attaccamento alla società, un senso di appartenenza. Nutrono anche maggiore fiducia nelle istituzioni. Questo modo di pensare è molto importante per la sopravvivenza della democrazia” osserva Andreas Müller, responsabile del volontariato alla Società svizzera di utilità pubblicaCollegamento esterno.

Joseph Chassot, 95 anni, vive da solo a casa. Ogni venerdì un volontario lo accompagna dalla sua amica. “Grazie ai volontari posso incontrarla ogni settimana. È meraviglioso” si rallegra. Senza questo aiuto, probabilmente vivrebbe in una casa di riposo.

Nell’immagine: una volontaria prepara dei pacchi con derrate alimentari nell’ambito dell’iniziativa Due volte Natale


Da Wall Street a Seul, l’Ai affonda i mercati e si teme il rischio contagio

Mutua sponsorizzava l’“opportunità” per “cambiare la loro vita”. Ma molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti 

Di Fabrizio Goria, La Stampa

I mercati stanno ricalibrando le aspettative sull’intelligenza artificiale. “Quello che non ci piace in questi giorni in realtà è un comportamento sano”, dice Mark Dowding, chief investment officer di RBC BlueBay Asset Management, inquadrando la correzione che sta colpendo il settore tecnologico globale. Il riposizionamento degli investitori istituzionali ha innescato vendite diffuse in tutto il mondo, portando l’indice sudcoreano Kospi a cedere il 10% dai massimi storici. I dubbi si concentrano sulle valutazioni raggiunte dai titoli legati all’AI e sulla sostenibilità dei rendimenti a fronte di investimenti infrastrutturali onerosi.

Il quadro

La flessione attraversa i principali listini internazionali con una dinamica chiara. I futures sul Nasdaq 100 hanno registrato un calo del 2,8%, accompagnati da un ribasso dell’1,4% per l’S&P 500. L’apertura ha confermato i timori di una sessione pesante. A Seul, i produttori di memorie come SK Hynix e Samsung Electronics hanno chiuso la sessione con perdite superiori ai dodici punti percentuali. Il ridimensionamento ha colpito i colossi dei semiconduttori anche nelle contrattazioni preliminari statunitensi, con Intel e Micron Technology in ritirata, e ha sfiorato l’ecosistema di Elon Musk, con le azioni di SpaceX scese sotto il prezzo di debutto di 150 dollari e circa 400 miliardi in meno rispetto all’Ipo di pochi giorni fa. Solo lunedì il titolo è calato del 16 per cento. In Europa, l’indice Stoxx 600 ha ceduto circa un punto percentuale, trascinato al ribasso dal comparto tecnologico, dove STMicroelectronics e Asml hanno perso oltre sette punti.

Il timore

Le vendite, ricorda Morgan Stanley, riflettono una crescente perplessità sui bilanci delle società. L’onere dello sviluppo dell’intelligenza artificiale impone scelte drastiche in termini di allocazione del capitale. Oracle ha ridotto la propria forza lavoro di 21.000 unità nell’ultimo anno per finanziare nuovi data center, seguendo una strategia di contenimento dei costi già adottata da Meta e Amazon. Le aziende stanno riorganizzando le risorse interne per competere con le startup native nel settore degli algoritmi, sacrificando personale per sostenere spese sempre in ascesa.

I moniti della Bce

I policymaker della Banca centrale europea (Bce) hanno sottolineato in diverse occasioni il rischio insito nell’eccessiva concentrazione dei mercati azionari su un numero ristretto di titoli tecnologici. Anche ipotizzando una marcata correzione del mercato. Una preoccupazione che trova fondamento nell’analisi macroeconomica strutturale. Un apporto pubblicato da Goldman Sachs offre una disamina della situazione, confrontando l’attuale ciclo di investimenti con la bolla di fine anni Novanta. Gli analisti della banca d’affari rilevano che “la tensione tra fondamentali favorevoli e valutazioni elevate continua a crescere”.

Gli investimenti

A differenza del decennio passato, i margini di profitto rimangono su livelli record e il saldo finanziario del settore risulta stabile. Tuttavia, la scala degli esborsi è imponente. “Il boom degli investimenti in intelligenza artificiale non è ancora ampio o duraturo come quello tecnologico degli anni Novanta, ma ne sta ora eguagliando la scala”. La discrepanza tra il valore assegnato dalle borse e la reale capacità dell’economia di generare profitti aggiuntivi rappresenta il nucleo del problema. Il mercato sta scontando in anticipo una quantità immensa di valore potenziale derivante dall’innovazione, rendendo le azioni esposte a qualsiasi revisione al ribasso delle stime.

I margini

L’analisi di Goldman Sachs quantifica questo divario. “Le stime plausibili dei guadagni di mercato legati all’AI superano con ampio margine le nostre stime di base sul valore attuale scontato dell’aumento dei ricavi in conto capitale derivanti dall’AI per l’economia statunitense”. Per giustificare le attuali capitalizzazioni, gli investitori devono assumere tassi di adozione accelerati e una quota di capitale più alta in confronto alle medie storiche. La solidità degli utili attuali, trainata proprio dalla spesa in infrastrutture, maschera in parte questa vulnerabilità di fondo. “C’è il rischio che i mercati stiano estrapolando le tendenze a breve termine, compresi i profitti alimentati dal boom degli investimenti stesso, troppo in là nel futuro”, si evidenzia.

Il caso tassi

La banca d’affari avverte che è meno ovvio rispetto al periodo 1999-2000 che i guadagni impliciti superino ciò che l’economia può offrire, ma aggiunge un monito preciso. “I modi più chiari per evitare tale conclusione rischiano di sovrastimare la persistenza di guadagni fuori dalla norma”, si specifica. La prospettiva di una politica monetaria statunitense meno accomodante, con tassi di interesse su livelli più elevati, riduce il premio al rischio e impone agli investitori di calcolare con cautela il rendimento atteso da tecnologie in fase di espansione.

Gli ottimisti

Non tutti gli istituti finanziari condividono la tesi di una correzione sistemica. Daniel Morris, chief market strategist di Bnp Paribas Asset Management, definisce i paragoni con il biennio 1999-2000 fuori luogo, inquadrando le vendite come normali prese di beneficio e confermando una visione a medio termine positiva, sostenuta da una domanda reale per i servizi digitali. E Matteo Ramenghi, capo degli investimenti di Ubs WM in Italia, ricorda che “correzioni come questa sono fisiologiche. Ma il mercato dell’intelligenza artificiale resta solido”.

Le valutazioni

Eppure, l’architettura macroeconomica impone una valutazione scevra da entusiasmi speculativi. Goldman Sachs chiarisce questo punto con un’osservazione: “Il boom dell’AI potrebbe mascherare un contesto macroeconomico più fragile al di fuori delle aree supportate dall’AI stessa. Ciò rende meno probabili gli squilibri che hanno precipitato la recessione del 2001, ma lascia l’economia più vulnerabile agli shock”. Le dinamiche osservate nelle ultime sedute azionarie indicano un mercato in transizione, dove la volatilità azionaria è destinata a salire. Come spiega Citi, il passaggio da una fase di ascesa indiscriminata a una selezione rigorosa dei fondamentali ha preso il via. Il timore è che sia così per tutto il mercato. Gli operatori finanziari chiedono di verificare se le promesse si tradurranno in un incremento della produttività aggregata o se il capitale allocato subirà un ridimensionamento naturale.


Investimenti monstre e mega quotazioni, torna l’incubo della bolla IA

Mutua sponsorizzava l’“opportunità” per “cambiare la loro vita”. Ma molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti 

Di Filippo Santelli, La Repubblica

L’ansia da Intelligenza artificiale si riaffaccia sui mercati globali. Ansia per la sostenibilità dei giganteschi investimenti in algoritmi, centri dati e microchip messi in campo da Big Tech per conquistare la frontiera; e ansia per le valutazioni monstreraggiunte da piccoli e grandi campioni del settore.

Mille miliardi da investire

Che l’IA-euforia abbia gonfiato i valori a livelli mai visti, e in tempi rapidissimi, è ormai acquisito. Normale che basti un battito d’ali di farfalla per generare tempeste. Ma perché, ora, questo scossone? A scatenarlo sembrano essere state le inattese parole da “falco” del nuovo presidente della Fed Kevin Warsh, che ha lasciato intravvedere dei rialzi dei tassi per contenere l’inflazione negli Stati Uniti, il primo forse già a settembre. Per il settore tecnologico è un’ipotesi doppiamente negativa. Significa maggiori costi per i mega investimenti annunciati in centri dati, 770 miliardi quest’anno e quasi mille il prossimo. E una maggiore attrattiva dei titoli di Stato in rapporto a ogni altro attivo finanziario, come le loro azioni.

La fame di rischio

Potrebbe insomma smorzarsi lo spirito animale dei mercati, il colossale appetito per il rischio che negli ultimi mesi ha sostenuto le ambizioni dei campioni dell’IA. Va detto che finora la loro ascesa ha più volte sfidato la forza di gravità, o il senso comunesecondo cui una tale mole di investimenti non potrà assicurare ritorni sufficienti per tutti. Settimana dopo settimana l’economia si è divaricata: da un lato l’euforia da centri dati e microchip, sempre più dominanti nel computo del Pil e nei listini, impermeabile a ogni scossone geopolitico o tariffario; dall’altro tutti gli altri, ad arrabattarsi tra le crisi.

Musk torna sulla Terra

La scorsa settimana l’entusiastica accoglienza riservata dai mercati a SpaceX, di fatto una scommessa sulle visioni di Elon Musk, sembrava aver dimostrato che la festa non è ancora finita. Ma siamo sicuri? Dopo un paio di sedute da record negativo la navicella di Musk è tornata giù, vicino alla quota del collocamento. Quanto alle Magnifiche 7 dominatrici tecnologiche dei listini, Meta e Microsoft sono in territorio “orso”, cioè sotto di oltre il 20% dai massimi, le altre (Apple, Amazon, Nvidia, Tesla, Google) in “correzione”, sotto del 10%. Ieri poi è bastata una stima meno brillante di un produttore coreano di chip per far collassare tutte le aziende del settore, finora grandi beneficiari della domanda di calcolo. Tutto questo mentre in rampa ci sono pure le quotazioni della OpenAI di Sam Altman e dell’Anthropic di Dario Amodei, i due principali laboratori di modelli di IA, altri miliardi che i mercati dovranno assorbire.

Rivoluzione o bolla?

Tre diverse narrative si contendono la piazza. Una tecno-ottimistica secondo cui siamo all’alba di una rivoluzione. Una contraria, secondo cui questa è una bolla modello dot-com, destinata a scoppiare. E una terza, ancora maggioritaria, secondo cui l’IA avrà un impatto profondo – già si diffonde a velocità inedita – ma è presto per identificare vincitori e vinti, un processo che passerà attraverso fisiologici, salutari e magari bruschi aggiustamenti. Per capire quale scenario si materializzerà contano anche i fattori esterni. Le crescenti resistenze delle comunità alla moltiplicazione di centri dati, per il loro impatto ambientale ed energetico; un’amministrazione Trump ora assai meno intenzionata a lasciare campo libero a Big Tech, vedi lo stop imposto all’ultimo potentissimo modello di Anthropic; infine inflazione e tassi di interesse: l’esplosione della bolla “dot-com” fu innescata da una stretta monetaria.

Tutti sulle montagne russe

In una nota su “dove siamo nel boom dell’IA?” gli analisti di Goldman Sachs hanno scritto che il confronto con quel precedente può rassicurare. Se è vero che la mole di investimenti ha raggiunto picchi simili, anche i profitti di Big Tech sono da record e i suoi bilanci molto solidi. Resta il fatto che «la tensione tra questi fondamentali favorevoli e valutazioni così alte continua ad aumentare» e che, per essere giustificate, tali valutazioni richiedono che sviluppo e adozione dell’IA procedano più lisci che mai. Morale: i mercati sono sempre più volatili, e saranno sempre «più vulnerabili alle notizie che sfidano l’ottimismo».

Allacciare le cinture.


ChatGPT ha un miliardo di utenti, ma perde milioni di dollari ogni giorno

Mutua sponsorizzava l’“opportunità” per “cambiare la loro vita”. Ma molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti 

Di Bruno Ruffilli, La Stampa

Secondo le stime di Sensor Tower, nel maggio 2026 ChatGPT ha superato un miliardo di utenti attivi mensili a livello globale. A OpenAI sono bastati poco più di tre anni, visto che il lancio è avvenuto a fine novembre 2022: la piattaforma di Sam Altman si è mossa a una velocità mai registrata prima da nessuna applicazione nella storia dell’informatica di consumo.

I precedenti

Prodotti epocali come Google Maps e YouTube hanno dovuto attendere la diffusione globale degli smartphone e delle reti mobili ad alta velocità per superare il miliardo di utenti. Instagram, lanciata nel 2010, ha impiegato circa otto anni per toccare la stessa cifra. Persino TikTok, considerata fino a ieri l’esempio più comune di adozione e diffusione rapidissima, è rimasta indietro rispetto al ritmo di OpenAI. Tre anni fa la categoria dei chatbot basati su grandi modelli linguistici non esisteva: oggi Anthropic, con Claude, insegue a grande distanza con 56 milioni di utenti mensili, un numero molto piccolo rispetto a ChatGPT, ma che cresce del 640% anno su anno.

Nella vita di tutti i giorni

ChatGPT si è progressivamente trasformato da curiosità tecnologica a compagno costante della giornata di milioni di persone. Nello studio e nel lavoro, ha ridefinito il concetto stesso di produttività, ritagliandosi un posto come assistente personale sempre disponibile per riassumere lunghi documenti, scrivere bozze di email, correggere linee di codice o sbloccare la creatività davanti a un foglio bianco. Nella vita privata, le persone lo utilizzano per pianificare itinerari di viaggio dettagliati, ideare menu basati sugli ingredienti rimasti in frigorifero o spiegare concetti complessi con metafore semplici. Questa interazione ha cambiato radicalmente il nostro rapporto con l’informazione, trasformando la ricerca online da una selezione di link a un dialogo fluido e personalizzato, tanto che oggi ChatGPT per molti ha preso il posto di Google. A Mountain View si sono adeguati, lanciando AI Overview e strumenti simili basati su intelligenza artificiale.

Non più fantascienza

L’impatto di ChatGPT è stato profondissimo anche a livello culturale, perché ha ridefinito la percezione pubblica dell’intelligenza artificiale. Fino a pochi anni fa, l’immaginario collettivo legato all’IA oscillava tra la fantascienza distopica di Hollywood e l’algoritmo astratto nascosto dietro ai feed dei social network o ai sistemi di raccomandazione degli e-commerce. L’interfaccia semplice e discorsiva della chat ha umanizzato la tecnologia, rendendola accessibile e permettendo a chiunque avesse una tastiera di avvicinarsi all’intelligenza artificiale. Oggi non si percepisce più l’IA come uno strumento destinato solo a scienziati o grandi aziende, ma come un’entità interattiva con cui confrontarsi. Questa familiarità ha da un lato accelerato l’entusiasmo di massa, dall’altro ha acceso dibattiti etici globali sul futuro del lavoro, sull’attendibilità dei contenuti e sulla necessità di nuove regolamentazioni.

Il business

Nel mondo del software, una scala di questa portata garantisce un ulteriore vantaggio competitivo: una base utenti così estesa genera un flusso costante di dati e feedback indispensabili per addestrare i modelli di intelligenza artificiale, consolidando così OpenAI come la scelta predefinita del mercato.

Tuttavia, dietro il successo si nasconde un’enorme anomalia economica che rende questa vittoria molto diversa da quella dei passati giganti della Silicon Valley. Nei modelli di business tradizionali, la crescita degli utenti porta ricavi pubblicitari immediati o presenta costi marginali vicini allo zero. Nell’IA generativa l’inferenza è estremamente dispendiosa e ogni singola interazione richiede una notevole potenza di calcolo che grava sui server e sulle infrastrutture energetiche. E la stragrande maggioranza del miliardo di utenti attivi utilizza la versione gratuita, quindi ogni accesso non si traduce in un guadagno, ma in un costo. OpenAI possiede il più grande pubblico mai registrato nella storia del software, eppure paga quotidianamente di tasca propria per poterlo servire. Un miliardo di utenti attivi è un trionfo indiscutibile sul piano dell’adozione; ma per poter avviare un business sostenibile a lungo termine è indispensabile convertire questa marea di utenti in abbonati paganti.

La quotazione

A fronte di ricavi correnti che viaggiano oltre i 20 miliardi di dollari, OpenAI continua a registrare perdite stimate attorno ai 14 miliardi di dollari per l’anno in corso, con una previsione di ritorno al profitto non prima del 2030. Finora l’azienda di Sam Altman ha operato al riparo dei mercati privati, dove le perdite miliardarie vengono assorbite dall’entusiasmo dei fondi di venture capital e dai massicci investimenti infrastrutturali di partner come Microsoft. Ma le indiscrezioni sempre più fitte indicano che la società sta preparando il terreno per una quotazione (IPO) storica, che potrebbe concretizzarsi nell’ultimo trimestre dell’anno. Punta a una valutazione che oscilla tra gli 850 e i 1000 mille miliardi di dollari (un trilione). Quando Facebook si quotò nel 2012 valeva 104 miliardi; Uber nel 2019 debuttò a 82 miliardi. Se OpenAI confermerà queste cifre, entrerà sul mercato pubblico direttamente nell’olimpo delle mega-cap mondiali, giocando una partita speculare a quella del suo rivale storico Anthropic, pure in corsa per un’IPO multimiliardaria a fine anno.


Bambini palestinesi uccisi con intenzione. Onu: «È genocidio»

Mutua sponsorizzava l’“opportunità” per “cambiare la loro vita”. Ma molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti 

Di Eliana Riva, il manifesto

Israele prende deliberatamente di mira i bambini palestinesi. Per distruggerne la vita, l’infanzia, la famiglia, l’istruzione, la salute mentale. Il genocidio prosegue: lo ha messo nero su bianco la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni unite sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme est, e Israele.

E NON SI TRATTA di «vittime collaterali», come il governo israeliano ha continuato a sostenere, tentando inutilmente di rendere tollerabile il massacro di oltre 20mila bambini e bambine palestinesi. Le bombe sganciate sui piccoli di Gaza non sono nemmeno «errori di calcolo», ma attacchi intenzionali del cui esito Israele è perfettamente consapevole.

La Commissione ha raccolto e verificato migliaia di materiali, condotto interviste da remoto e in presenza con vittime, testimoni, operatori sanitari, avvocati, giornalisti e accademici. Patologi indipendenti sono stati chiamati ad analizzare referti medici, radiografie, fotografie, video, audio. Mentre il ministero della salute di Gaza e l’Autorità nazionale palestinese hanno risposto alle domande degli esperti Onu, Israele ha completamente ignorato tredici richieste di informazione o accesso agli atti, liquidando poi il report come «diffamatorio».

I DATI RACCONTANO che l’esercito ha spazzato via il 2% dell’intera popolazione infantile della Striscia, che rappresenta il 30% di tutte le vittime di Gaza. L’alto numero di bambini uccisi e feriti è attribuito all’uso di armi esplosive ad ampio raggio in aree densamente popolate. Lo studio documenta anche un modello sistematico di azioni che prendono intenzionalmente di mira i bambini. Accade quando i militari colpiscono le aree in cui i più piccoli giocano o raccolgono la legna, quando bombardano le tende degli affollati campi profughi, le scuole-rifugio, i siti di distribuzione di acqua e cibo, le abitazioni di famiglia.

La Commissione ha documentato una serie di omicidi a sangue freddo, elencando le unità militari responsabili. Come l’assassinio della piccola Hind Rajab e della sua famiglia, colpiti da un carro armato che si trovava a pochi metri dalla loro automobile. O quello di un ragazzino di 15 anni ammazzato da un cecchino mentre evacuava sventolando un panno bianco. O ancora, gli spari del quadricottero che hanno causato lesioni cerebrali a un neonato di 10 giorni, colpito mentre veniva allattato dalla madre in una tenda di Nuseirat. Sia i quadricotteri che i fucili da cecchino sono dotati di telecamere ad alta risoluzione, sensori a infrarossi, visione notturna i quali, secondo il rapporto, garantiscono la definizione degli obiettivi che si decide di colpire. I militari avrebbero visto che si trattava di bambini.

A CIÒ SI UNISCE la violenza riproduttiva, la distruzione di scuole, ospedali, l’assedio che non permette cure pediatriche né di intervenire come si dovrebbe sui circa 21mila bambini resi disabili. Anche in Cisgiordania gli sfollamenti e la chiusura delle scuole prendono deliberatamente di mira i bambini, rapiti, arrestati, interrogati senza la presenza di un adulto e torturati nelle carceri israeliane. Azioni incitate da una violenta retorica pubblica che normalizza l’uccisione di minori palestinesi e incoraggia i soldati a colpirli anche senza ordini espliciti.

La Commissione ribadisce le conclusioni del settembre 2025 e afferma che a Gaza le autorità e l’esercito israeliano hanno commesso e continuano a commettere il crimine di genocidio, che crimini di guerra si susseguono in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

NEL RAPPORTO, il targeting dei bambini diventa uno degli elementi centrali per dimostrare l’intento genocidario: l’infanzia rappresenta la continuità biologica, sociale e politica del gruppo palestinese. Uccidere i bambini, mutilarli, privarli della salute, della scuola, della famiglia e della possibilità stessa di crescere significa, secondo la Commissione, aggredire il futuro dei palestinesi, spezzarne la sopravvivenza collettiva e compromettere l’esistenza stessa del gruppo.

E il «cessate il fuoco» non è servito a spegnere l’intento genocidario. Secondo l’Unicef, l’agenzia Onu per l’infanzia, in otto mesi Israele ha ammazzato in media un bambino palestinese al giorno. L’organizzazione descrive la tregua come «un’illusione crudele e mortale» che da ottobre ha causato la morte di almeno 265 bambini.

Anche lunedì un «doppio colpo» israeliano ha ucciso una giovane studentessa che tornava a casa dopo aver sostenuto un esame scolastico. Ieri, invece, un quadricottero ha sparato sulle tende del campo di al-Mawasi, uccidendo una persona e causando diversi feriti. La Commissione Onu ha concluso chiedendo di imporre sanzioni immediate a Israele, di fermare il commercio militare, di arrestare funzionari israeliani destinatari di mandati della Corte penale internazionale.

Nell’immagine: Nabil Abu Labda con il corpo della figlia di sei anni, Menna, uccisa da un raid israeliano


Starmer, fallimento totale. Inseguendo la destra

Mutua sponsorizzava l’“opportunità” per “cambiare la loro vita”. Ma molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti 

Di Mario Ricciardi, il manifesto

La quarta via si è rivelata una strada senza uscita. Starmer lascia la guida del partito, non ancora quella del governo. La successione a Downing street dovrebbe avvenire dopo l’estate, quando Andy Burnham può essere eletto capo del Labour.

Per gli standard della politica britannica si tratta di un periodo piuttosto lungo, dovuto a una procedura che prevede il coinvolgimento sia dei parlamentari sia degli affiliati e degli iscritti. Si tratta di un metodo che negli ultimi anni è stato messo in questione per via degli orientamenti contrapposti tra le diverse parti del corpo elettorale che possono emergere dal voto: una situazione che produce sia delegittimazione del leader sia disaffezione dei militanti (che stavolta potrebbero essere delusi da una soluzione che non si presenti come chiaramente discontinua rispetto a Starmer).

Proprio l’esperienza della precedente competizione per la leadership costituisce un precedente negativo. L’attuale primo ministro, infatti, si era candidato alla guida del partito su una piattaforma molto più a sinistra rispetto a quella che ha portato avanti una volta al governo. Questo voltafaccia (non il primo, e neppure l’ultimo) ha dato un contributo significativo alla crisi di credibilità cui i Laburisti sono andati incontro, che li ha visti perdere consenso, in modo sempre più marcato negli ultimi mesi, in seguito all’emersione di un’alternativa a sinistra rappresentata dai Verdi guidati da Zack Polanski.

La quarta via è apparsa una formula vuota, fatta di qualche misura blandamente socialdemocratica (alcuni interventi sui diritti dei lavoratori e degli affittuari, adeguamento del reddito minimo, inizio di un programma di nazionalizzazione di ferrovie e British Steel) incapace di imprimere la svolta che una parte consistente degli elettori laburisti si attendeva.

Nonostante i provvedimenti ricordati, alcuni dei quali sono poco più che annunci, le scelte di fondo di Starmer in politica economica sono state in sostanziale continuità con l’austerità dei governi precedenti, anche a fronte di una grave crisi di sostenibilità delle spese necessarie per mantenere un livello minimo di benessere per i meno abbienti. L’idea che la povertà sia una responsabilità individuale, non il risultato di ingiustizie strutturali, non è stata messa in discussione, e con essa quella che il privato sia sempre più efficiente del pubblico. Da qui l’ambiguità rispetto alla minaccia di una privatizzazione strisciante del sistema sanitario nazionale, e il sospetto crescente con cui alcuni settori dell’opinione pubblica hanno seguito la vicenda dell’accordo con Palantir per l’accesso ai dati sanitari dei cittadini britannici.

Come se tutto questo non bastasse, Starmer ha rinnegato ciò su cui aveva costruito la sua immagine pubblica: la propria esperienza come avvocato, rendendosi complice dei crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele in Medio oriente, e ordinando una massiccia repressione del dissenso che ha strumentalizzato il rischio dell’antisemitismo per perseguire anche gli ebrei che hanno partecipato numerosi alle proteste in difesa dei palestinesi.

Sul piano storico, Starmer può già vantare il primato di essere il leader Laburista che ha dato il maggiore contributo a erodere in maniera significativa la rule of law e che ha esposto consapevolmente il proprio partito e il governo di cui aveva la guida allo scandalo seguito alle rivelazioni sui rapporti tra Peter Mandelson e Jeffrey Epstein.

L’eredità che lascia come primo ministro è quella di una società civile ancora più divisa di quanto non fosse all’inizio del suo mandato. Con una destra xenofoba che il governo ha fatto poco per contrastare, e una parte consistente dell’opinione pubblica progressista che fatica a riconoscersi nel nazionalismo performativo che è diventato corrente tra i parlamentari laburisti e cui ha spesso fatto ricorso anche il primo ministro. Persino quei centristi che continuano a difenderlo, sono costretti ad ammettere che, anche sulla Brexit, dieci anni dopo una scelta che per molti versi si è rivelata disastrosa, Starmer è stato più nazionalista che europeista.

Non è chiaro se Andy Burnham sarà in grado di lenire le ferite, di comporre le divisioni interne al partito, e di recuperare i consensi persi a sinistra. Quello che è certo è che cercare di recuperarli inseguendo la destra, come ha costantemente fatto Starmer, si è rivelato un fallimento totale. Da cui i Laburisti potrebbero non riprendersi più. Burnham dovrebbe avere la forza di allontanarsi dalla parte peggiore di questa eredità starmeriana, ma dalle prime dichiarazioni circolate in queste ore c’è qualche dubbio che sia in grado, o che voglia, di farlo.

Un segnale poco incoraggiante, sotto questo punto di vista, è il sostegno che Burnham ha già ricevuto da Wes Streeting, Josh Simons e altre figure della destra del partito. Così come preoccupa il tentativo di parte della stampa di condizionare la scelta dei ministri del prossimo governo facendo riferimento alle reazioni dei mercati o di qualche imprenditore (spesso anonimo). Pare che la semplice ipotesi di Ed Miliband come responsabile dell’economia potrebbe innescare una catastrofe. Sottrarsi a questi condizionamenti sarebbe difficile anche per una persona dalle convinzioni saldissime, e non è detto che Burnham lo sia.

Nell’immagine: Downing Street a Londra


Donald Sassoon: “Regno Unito, cambiare leader non risolve nulla”

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Di Marco Varvello, La Stampa

LONDRA. «È il complesso messianico di cui soffrono ormai non solo i partiti di destra ma anche quelli di sinistra. L’idea insomma che quando le cose vanno male basti cambiare il leader per risolvere i problemi. Purtroppo è una illusione. I Laburisti sono scesi al 17 per cento nei sondaggi degli ultimi mesi, non basterà sostituire Starmer con Burnham». Da storico, studioso del socialismo e del marxismo europeo, professore emerito alla Queen Mary University di Londra, autore di una bibliografia sterminata, Donald Sassoon di illusioni ottiche dei «partiti in cerca d’autore» ne ha viste tante. Starmer certamente, con il suo grigiore e le continue marce indietro su tante scelte, ha aggravato la crisi. Le cause però sono più profonde, a cominciare dalla fine del sistema bipartitico tradizionale in Inghilterra.

«Anche la tanto sbandierata vittoria elettorale dei Laburisti nel 2024 in realtà è stata una illusione dovuta al nostro strano sistema elettorale – spiega Sassoon –. Due anni fa Starmer ha beneficiato del fatto che gli elettori di destra si sono divisi tra Conservatori e Reform di Farage, favorendo la vittoria dei candidati laburisti nelle singole circoscrizioni. Da qui la supermaggioranza conquistata in Parlamento. Poi però hanno cominciato a perdere colpi. Moltissimi iscritti hanno abbandonato il partito perché simpatizzavano per la sinistra di Corbyn, costretto ad andarsene da Starmer che gli ha fatto la guerra. Il costo della vita è il maggiore problema, che colpisce ormai anche i ceti medi. Probabilmente sarebbe accaduto anche con altri leader, visto che le cause sono più internazionali che interne ma Starmer è un pessimo comunicatore, non è riuscito a spiegare come stavano le cose. Così in poco tempo ha subito un vero tracollo di popolarità. Le conseguenze si sono viste nelle ripetute sconfitte alle amministrative».

Starmer insomma da mesi è un’«anatra zoppa». Da leader di partito si è trasformato in un handicap. Così all’interno dei vertici laburisti, compresi i potenti sindacati, gli hanno fatto capire che non si poteva pensare di andare alle prossime politiche sotto la sua guida. Se l’obiettivo è battere la destra, Burnham almeno nelle suppletive della scorsa settimana ha dimostrato di poterlo fare. Un test però limitato a un collegio da 77 mila elettori.

Scommessa dunque tutta da giocare, cosa dobbiamo attenderci da un governo Burnham? «Non credo grandi cambiamenti – risponde Sassoon –. Innanzitutto non è una figura politica di spicco. Ha una limitata esperienza di governo. Ha ricoperto ruoli minori con Blair, poi meno di due anni nell’esecutivo di Gordon Brown. Di lui ministro della Sanitàsi ricorda solo la privatizzazione di un ospedale dell’Nhs, il servizio sanitario pubblico, che finì malissimo. Certamente poi ha fatto bene come sindaco di Manchester, ma è solo la quinta città inglese per numero di abitanti. Insomma è ben diverso gestire una amministrazione locale dal governare un intero Paese, politica estera compresa».

In ogni caso, obiettiamo, probabilmente sposterà più a sinistra la barra del governo, visto che sostiene la nazionalizzazione di servizi essenziali e l’intervento statale in economia. «Sono cose che aveva detto anche Starmer, poi si devono fare i conti con i limiti di governo – replica Sassoon –. Burnham si è spostato a sinistra per avere l’appoggio dell’ala del partito messa all’angolo in questi anni. Dovrà fare i conti anche lui con la situazione economica e internazionale, che impone vincoli e paletti di bilancio e di spesa pubblica. Per questo attendersi l’arrivo del messia non è saggio. I leader politici di oggi hanno molto meno potere di un secolo fa».

Il cambio a Downing street è frutto di una crisi extraparlamentare, tutta giocata all’interno del partito laburista. La destra di Farage chiede a gran voce le elezioni.

«Fintanto che il nuovo premier ha la maggioranza in Parlamento è legittimato a governare – spiega lo storico –. È accaduto molte volte in passato nel cambio tra Eden e Macmillan, poi tra Macmillan e Douglas-Home, ancora tra Wilson e Callaghan, fino ai tempi più recenti tra May e Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak. Non c’è nulla di anomalo. Il vero problema del sistema istituzionale britannico è la fine del bipartitismo. Con cinque partiti che ormai si contendono larghe quote di elettorato alle prossime politiche si rischia ancora maggiore instabilità, con un Parlamento paralizzato dove nessuno ha la maggioranza. Questa è la vera crisi del sistema».

Una crisi che i Laburisti sperano di esorcizzare con un candidato più popolare e mediatico. Concessione alla politica spettacolo di oggi e necessità di sopravvivenza.

Nell’immagine: Andy Burnham


Ricongelare il ghiaccio artico per frenare la fusione. La startup: “Risultati incoraggianti”

Mutua sponsorizzava l’“opportunità” per “cambiare la loro vita”. Ma molti di loro, inviati al fronte in Ucraina, dopo una brevissima formazione nell’uso delle armi, sono morti nei combattimenti 

Di Luca Fraioli, La Repubblica

“Abbiamo aggiunto oltre 50 centimetri di spessore al ghiaccio artico”. Andrea Ceccolini è l’ad di Real Ice, startup con sede a Londra e con un obiettivo che potrebbe sembrare “folle” (come ha scritto il Guardian): ricongelare il Polo Nord che si sta sciogliendo. “Siamo alla quarta campagna invernale e i risultati sono molto incoraggianti”, racconta l’imprenditore italiano, che aveva anticipato i suoi progetti a Italian Tech. “Questa volta, tra gennaio e marzo abbiamo spruzzato acqua su una superficie ghiacciata di 400 per 450 metri. Il primo obiettivo era verificare se effettivamente la nostra tecnica ci permette di ispessire il ghiaccio. E i risultati preliminari ci dicono di sì: di circa mezzo metro appunto”.

Come funziona? “Si fa un buco nel ghiaccio naturale, spesso 60-70 centimetri, per pescare l’acqua marina sottostante e poi spruzzarla in superficie tramite apposite pompe alimentate da energie rinnovabili.”, risponde Ceccolini. Viste le basse temperature invernali dell’aria, l’acqua ghiaccia e si deposita. “Oltre allo spessore aggiunto, l’altra cosa che abbiamo notato è come il nostro ghiaccio sia molto più brillante di quello ‘naturale’, per cui riflette più del doppio della radiazione solare. E assorbire meno energia significa rallentare lo scioglimento. C’è una grande differenza tra l’area di intervento e quella limitrofa non trattata: ora che è iniziata la stagione dello scioglimento, quest’ultima è già costellata di pozze d’acqua e di colore blu. Mentre l’altra è bianca, compatta e 50 centimetri più alta”. Il tutto accade a un chilometro dalla costa dell’Arcipelago Artico Canadese, 70 gradi di latitudine nord, sette chilometri dal villaggio più vicino: Cambridge Bay.

Anche ricoprire una superficie di 2000 metri quadrati non è banale: “Facciamo tanti buchi nel ghiaccio giorno dopo giorno. In quest’area avremmo fatto 200 sessioni di pompaggio in 8 settimane, con sei pompe in parallelo, per un totale di circa 300 metri cubi all’ora di acqua pompata”. Si tratta chiaramente di un esperimento, condotto in collaborazione con l’Università di Cambridge, che vanta una grande tradizione in fatto di studi polari, nonché finanziato dal governo britannico. E a capo del comitato scientifico di Real Ice c’è una autorità in fatto di Polo Nord, come il decano dei glaciologi Peter Wadhams. Ma l’ambizione è trasformarlo da progetto pilota a intervento su grande scala, che “salvi” il ghiaccio artico dalla totale scomparsa nei mesi estivi. “Infatti l’altra domanda cruciale a cui cerchiamo di rispondere è: questa tecnica è scalabile economicamente?”, ammette Ceccolini. Per una risposta (almeno parziale) occorrerà attendere il prossimo inverno, quando a spruzzare acqua sul ghiaccio non saranno pompe di superficie ma droni sottomarini, che lavoreranno in condizioni più stabili in termini di sbalzi di temperatura: “Faranno un foro nel ghiaccio grazie al calore, poi attraverso il buco faranno emergere in superficie una pompa, come fosse il periscopio di un sommergibile, che spruzza acqua per diverse ore. Compiuta la missione, il drone torna automaticamente alla base per ricaricare le batterie”.

C’è anche un importante contributo italiano: “Abbiamo coinvolto l’Istituto di Biorobotica del Sant’Anna di Pisa. Lo scorso febbraio siamo stati in Finlandia per testare il drone sottomarino in condizioni simili a quelle polari. E’ stato un grande successo, sotto tutti i punti di vista”, racconta Ceccolini. E qual è l’accoglienza della comunità scientifica che studia l’Artico? “I colleghi di Cambridge e di Real Ice sono bravissimi”, commenta Giuliana Panieri, direttrice dell’Istituto di Scienze Polari del Cnr. “Ma per una valutazione corretta occorre aspettare la pubblicazione dei dati raccolti su riviste scientifiche con peer review. Ma l’Artico è davvero grande e mi sembra molto ambizioso voler ispessire il suo ghiaccio su aree che non siano di pochi chilometri quadrati.

Poi c’è il tema degli effetti indesiderati e non previsti della geoingegneria: questo progetto è certamente meno invasivo di altri, ma non è mai banale prevedere quali danni può arrecare agli ecosistemi o alle comunità umane locali. Infine, c’è il rischio che questi interventi distolgano dall’obiettivo principale, che deve restare quello di rimuovere la causa del riscaldamento, ovvero l’uso dei combustibili fossili”. Andrea Ceccolini ne è consapevole: “Non ci nascondiamo che c’è più di un elemento di scetticismo nel mondo della scienza e dell’accademia verso il nostro progetto. Ma noi siamo aperti a collaborare e i nostri dati sono open source, a disposizione di tutti. Per quando riguarda la scalabilità, la tecnica dei droni ci permetterà di avere un approccio modulare. Un solo drone potrebbe ispessire d’estate una strada su ghiaccio fondamentale per una comunità indigena. Una pattuglia di 10 droni potrebbe ripristinate il ghiaccio in una baia. Mille o diecimila potrebbero avere un impatto regionale”.

Ma quanto costerebbe? “Con 5-10 miliardi di dollari all’anno, si potrebbe fermare la scomparsa del ghiaccio marino dell’Artico in estate”. E gli effetti collaterali? “Da questo punto di vista, il progetto è monitorato dal British Antarctic Survey. Siamo alle valutazioni preliminari, ma l’impatto negativo sembra essere davvero limitato. E comunque da confrontare con uno scenario dove il ghiaccio scompare completamente e l’ecosistema collassa”. Resta la critica di distrarre dalla messa al bando di carbone, petrolio e gas. “Non c’è dubbio: mettere di bruciare combustibili fossili è la soluzione”, dice Ceccolini. “Ma non lo stiamo facendo. E nel frattempo che si rimuovono le cause di una malattia, può essere utile prendere una medicina. Noi speriamo che il nostro sistema riesca prolungare la vita dei ghiacci artici fino a quando smetteremo di surriscaldare il Pianeta”.