Ecco di nuovo i cianobatteri. Ma non è solo colpa del caldo

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

Di upg, Infosperber

Venerdì le autorità ticinesi hanno invitato la popolazione a nuotare nel Lago Maggiore solo in acque limpide e a evitare il contatto con accumuli visibili di «alghe blu». Sconsigliano il bagno ai bambini piccoli e alle persone con pelle sensibile. Anche i cani e gli altri animali domestici dovrebbero stare lontani dall’acqua contaminata.

Le «alghe blu» non sono alghe, bensì accumuli di batteri. Attualmente si sono diffuse nei pressi di Muralto. Secondo l’Eawag (l’Istituto per la Ricerca sulle acque dei Politecnici federali) questi cianobatteri «traggono vantaggio da condizioni estive prolungate che ne favoriscono la crescita». Inoltre, la calma delle acque impedisce ai batteri di affondare.

Nell’estate del 2021 oltre che in Ticino erano stati emessi avvisi sulle «alghe blu» anche sul Lago di Zurigo e sul Lago di Costanza. Anche allora i media avevano attribuito la diffusione dei batteri tossici esclusivamente alle acque particolarmente calde.

Ma l’acqua calda da sola non basta affinché questi tappeti batterici possano diffondersi. Per crescere, infatti, hanno bisogno anche di fosforo e di composti azotati come i nitrati, che nei laghi svizzeri per natura non sono presenti in quantità elevate. Queste sostanze nutritive provengono dai terreni agricoli sovrafertilizzati (con liquame e letame), dalle acque reflue e dal dilavamento causato dalla pioggia e dallo scioglimento della neve nel bacino idrografico.

La rivista specializzata «Oekotest» afferma infatti: «I fattori decisivi sono soprattutto il carico di nutrienti, la temperatura dell’acqua e la profondità del bacino idrico». A temperature superiori a 20 gradi, le «alghe blu» iniziano a moltiplicarsi in modo significativo. La loro crescita è particolarmente intensa tra i 25 e i 30 gradi, proprio quando il caldo estivo si combina con l’assenza di vento.

Le temperature sono dettate dalla natura e dai mutamenti climatici. Ma per quanto riguarda le sostanze nutritive già da molti anni il bilancio delle sostanze nutritive dell’agricoltura svizzera registra un eccesso quasi costante di azoto e fosforo. Per il 2020, gli apporti totali di azoto nei corsi d’acqua svizzeri sono stati stimati a circa 70’000 tonnellate. Di queste, circa 32’500 tonnellate, ovvero quasi la metà, erano direttamente attribuibili all’agricoltura.

Formazione di fioriture di cianobatteri e rischi legati al contatto con persone e animali sulla superficie dell’acqua. Da sinistra a destra: gran parte della popolazione precedente rimane in vita. In condizioni favorevoli, una nuova popolazione può formarsi e crescere. Alcuni cianobatteri possiedono vescicole gassose (cerchi bianchi all’interno del cianobatterio), grazie alle quali controllano il proprio movimento verticale nella colonna d’acqua. A causa del profilo di temperatura dell’acqua, delle correnti e delle condizioni del vento, la fioritura può raggiungere la superficie e persino la riva. Alcune di queste fioriture possono rilasciare sostanze tossiche e comportare rischi elevati per i bagnanti, i bambini piccoli e i cani. © Kim Luong/Eawag

Le «alghe blu» possono irritare la pelle e le mucose e, se ingerite, causare disturbi gastrointestinali acuti. I batteri possono anche provocare congiuntiviti e danneggiare il fegato. Per questo motivo è consigliabile evitare, per quanto possibile, di ingerire acqua lacustre contenente tali batteri.

Il pericolo è particolarmente elevato per i bambini piccoli e i cani che ingeriscono acqua contaminata o che si immergono a lungo in acque contenenti elevate concentrazioni di cianobatteri.


Colloqui Usa-Iran tra le minacce, Trump: “Vi faccio saltare in aria”. E il summit di pace rischia il flop

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Il vice presidente Vance parla di «grandi progressi», ma il suo capo Trump minaccia di tornare a radere al suolo l’Iran. Non è raro che questa Casa Bianca usi la strategia delle minacce e le pressioni, accompagnate da aperture, per far procedere i suoi interessi. Il risultato però è stato che i colloqui fra Usa e Repubblica islamica, previsti dal memorandum di pace appena firmato e mediati da Pakistan e Qatar, sono cominciati ieri e hanno rischiato di finire subito nel resort svizzero di Bürgenstock. La delegazione di Teheran infatti – hanno riferito i media iraniani – si era alzata dal tavolo in segno di protesta contro le nuove minacce di Trump, pronta ad andarsene. Poi sono arrivate le smentite – via Axios, sito solitamente bene informato – e le trattative sono andate avanti.

La missione della Repubblica islamica era guidata dal presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, con il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Per gli Usa c’erano il vicepresidente JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero di Trump Jared Kushner. A mediare c’erano per il Pakistan il premier Shehbaz Sharif e il capo di Stato maggiore Asim Munir, e per il Qatar il primo ministro Mohammed al-Thani.

Tanto per chiarire subito il clima, l’agenzia iraniana Isna ha scritto che «in base agli accordi e alle intese precedenti, non sarà diffusa alcuna foto o video dei colloqui a quattro e delle sessioni di dialogo all’hotel di Bürgenstock». Gli americani e gli organizzatori avevano predisposto strette di mano e foto tra gli inviati americani e iraniani, durante la seconda sessione di lavori a quattro, ma Ghalibaf si è opposto e la sua delegazione è entrata nella sala solo dopo che i media erano usciti.

Il negoziato all’inizio si è concentrati sull’emergenza in Libano, dove le operazioni militari israeliane mettono a rischio la tenuta dell’accordo firmato da Washington e Teheran. Sul resto dell’agenda, invece, le versioni divergono. In particolare sulla questione chiave del nucleare: «Gli americani – ha scritto l’agenzia iraniana Tasnim – volevano la presenza del direttore dell’Aiea Rafael Grossi ai colloqui, ma l’Iran si è opposto». Stando a quanto ha riferito Axios nella tarda serata di ieri, però, di nucleare si è parlato ugualmente, benché l’obiettivo della Repubblica islamica in questa fase fosse solo affrontare le questioni dello scongelamento dei beni all’estero e la revoca delle sanzioni petrolifere.

Mentre i colloqui erano in corso, sono arrivate le nuove minacce di Trump via social: «L’Iran deve immediatamente fermare i suoi proxy altamente pagati in Libano dal causare problemi. Se non lo farà, lo colpiremo di nuovo molto duramente, proprio come la settimana scorsa». Quanto al nuovo blocco di Hormuz, ha calcato ulteriormente la mano: «Se lo chiudete – ha intimato rivolto agli iraniani – non avrete più un Paese». Quindi ha detto a Fox News che sta valutando di mettere la Siria in condizione di intervenire nel Libano meridionale contro Hezbollah, perché l’esercito israeliano non è in grado di «fare nulla senza abbattere edifici». Trump, che nei giorni scorsi ha criticato Netanyahu perché mette a rischio l’accordo di pace, ha aggiunto di essere deluso perché lo Stato ebraico non riesca a «sradicare» Hezbollah.

Il vice presidente Vance, che è sempre stato scettico sull’intervento e col negoziato si gioca la possibilità di correre per la Casa Bianca nel 2028, ha detto che è stato «un incontro storico per rimodellare il Medio Oriente con la diplomazia. Non si può risolvere tutto subito, ma abbiamo già fatto progressi nelle ultime ore e mi aspetto che ne faremo ulteriori nelle ore a venire». Poi, davanti al capo di Stato Maggiore delle forze armate di Islamabad, Asim Munir, si è concesso una battuta: «Nella mia vita ci sono due persone: mia moglie Usha, che è indiana, e il mediatore pachistano Asim, con cui ho parlato più di tutti negli ultimi tre mesi».

Così si è dipanata la prima giornata dei colloqui previsti dal Memorandum. La voci da dentro parlano di «progressi», ma nelle condizioni attuali non è facile scommettere sul fatto che diano risultati definitivi entro la scadenza di sessanta giorni.

Nell’immagine: Jared Kushner mentre stringe la mano a uno dei mediatori, il primo ministro del Pakistan Shehbaz Sharif


Netanyahu, Trump e il prezzo di Beirut

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Ieri a Bürgenstock, in Svizzera, il vicepresidente americano Vance si è seduto nella stessa stanza dei negoziatori iraniani.Fuori dalla sala, dove la guerra si combatte, Israele continuava a occupare un quinto del territorio libanese e il ministro della difesa Katz dichiarava che le forze israeliane sono libere di eliminare qualsiasi minaccia senza restrizioni e che non si ritireranno dalla zona di sicurezza nel Sud del Libano. Dentro la sala, dove la guerra si discute, il primo punto all’ordine del giorno era il Libano.

È la fotografia più precisa di questa guerra: un Paese che non era presente al tavolo dei negoziati, che non ha firmato nulla, che non riconosce l’accordo come vincolante per sé, che occupa il territorio su cui si gioca quell’accordo, ed è da quel Paese, il Libano, che dipende tutto il resto. Il memorandum d’intesa firmato mercoledì da Washington e Teheran dichiara come prima delle sue quattordici clausole la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, con l’impegno a garantire l’integrità territoriale e la sovranità libanese.

Senza il ritiro israeliano quella clausola non esiste.

Senza quella clausola l’Iran richiude Hormuz.

Senza Hormuz i mercati crollano e l’accordo con Teheran che Trump vuole intestarsi come il trofeo del suo secondo mandato diventa carta straccia. I

Il Libano è il punto in cui tutte le equazioni di questa guerra si stringono insieme, e il Libano non era al tavolo di Bürgenstock.

Questa non è una contraddizione nata per caso. È la struttura stessa della trattativa, costruita deliberatamente attorno all’assenza di Israele, perché includerlo avrebbe significato darle un veto su qualsiasi accordo.

Washington e Teheran hanno scelto di firmare senza Israele, scaricando su Trump la responsabilità di tradurre quella firma in comportamento israeliano concreto. È una responsabilità che Trump ha accettato implicitamente ogni volta che ha detto di aspettarsi un cessate il fuoco completo su tutti i fronti, incluso il Libano. Ed è una responsabilità che Israele ha già dimostrato di non riconoscere.

Per l’Iran il Libano è la leva con cui tiene in mano l’intero negoziato, e la logica è lineare fino alla brutalità. Hezbollah è il principale alleato regionale di Teheran, la forza attraverso cui l’Iran proietta potere nel Mediterraneo orientale senza dispiegare truppe proprie. Ma c’è una dimensione ancora più immediata: Hormuz. Ogni volta che Israele ha continuato a bombardare il Libano ignorando una tregua dichiarata, l’Iran ha richiuso lo stretto, i mercati hanno reagito, i prezzi del petrolio sono risaliti e Washington è tornata al tavolo con meno potere contrattuale. Sabato è accaduto di nuovo: raid israeliani nonostante il cessate il fuoco, Iran che annuncia la richiusura dello stretto, Vance che parte per la Svizzera. La sequenza si ripete con una meccanica talmente precisa da escludere l’improvvisazione: è una strategia, e il Libano è la clausola che la attiva ogni volta che serve.

Per gli Stati Uniti il Libano è il costo dell’accordo con l’Iran, e Trump lo sa con una chiarezza che le sue dichiarazioni pubbliche rivelano in modo involontario. Al G7 in Francia aveva detto che Israele combatte Hezbollah da troppo tempo, che troppe persone vengono uccise, che non si abbatte un condominio ogni volta che si cerca qualcuno. Il giorno dopo aveva chiamato Netanyahu un «primo ministro guerriero» di cui bisogna dare credito. Quella oscillazione – la critica dura seguita dalla riabilitazione immediata – disegna il perimetro reale della politica americana sul Libano: abbastanza pressione da tenere vivo il negoziato con Teheran, abbastanza indulgenza da non rompere con Tel Aviv. È un equilibrio che Vance ha tradotto nel suo avvertimento ai ministri israeliani che attaccano l’accordo con l’Iran: Trump è l’unico capo di Stato al mondo ancora dalla parte di Israele, e farebbero bene a capire la situazione in cui si trovano. È una minaccia, ma è anche una confessione: se l’unico argomento disponibile è la solitudine di Israele nel mondo, significa che la pressione reale è ancora molto al di sotto di quello che servirebbe per cambiare il comportamento israeliano in Libano.

Netanyahu opera in uno spazio politico interno che spinge nella direzione opposta rispetto a qualsiasi moderazione. La guerra in Libano è popolare in Israele con percentuali che non lasciano margini di ambiguità: un sondaggio di aprile dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha rilevato che l’ottanta per cento degli israeliani è favorevole a continuarla anche a costo di attrito con Washington, e che una chiara maggioranza si oppone all’accordo con l’Iran. Netanyahu deve andare alle elezioni entro ottobre, deve farlo mentre è ancora sotto processo per corruzione, deve farlo portando in dote una narrativa di vittoria che la guerra in Libano alimenta e che qualsiasi ritiro rischierebbe di sgretolare.

Ben Gvir ha detto che Israele è uno Stato sovrano che non può accettare l’esistenza di Hezbollah ai propri confini. Lapid, dall’opposizione, ha detto che Netanyahu si trova di fronte a una scelta tra il confronto con il principale alleato e la resa degli interessi israeliani. Destra e sinistra israeliana convergono sul Libano: la guerra deve continuare. Netanyahu usa questo consenso trasversale come scudo ogni volta che Washington aumenta la pressione, sapendo che Trump ha bisogno di lui almeno quanto lui ha bisogno di Trump.

Il memorandum stabilisce meccanismi di monitoraggio dell’attuazione ma non dice nulla su come garantire la conformità se Israele decide di non rispettarne le clausole. Quella lacuna non è un errore tecnico, è la traduzione giuridica dell’impotenza americana: Washington ha firmato un accordo che impegna un Paese che non controlla, su un territorio che quel Paese occupa e dichiara di voler continuare a occupare.

Trump ha detto che l’Iran deve fermare i suoi alleati in Libano.

Katz ha detto che i soldati israeliani sono liberi di agire senza restrizioni.

Entrambi hanno torto rispetto all’accordo, entrambi hanno ragione rispetto alla propria agenda, e in mezzo c’è il Libano con i suoi morti e il suo esercito che si ritira davanti all’avanzata israeliana sul proprio territorio.

Il paradosso che governa tutto è questo: il Libano è al centro dell’accordo come condizione e come test, ma è completamente assente come soggetto. Non è una parte, non è un interlocutore, non è nemmeno un problema da risolvere in quanto tale. È il territorio su cui si misura la capacità americana di controllare Israele, e quindi la credibilità dell’accordo con l’Iran, e quindi il prezzo del petrolio, e quindi i mercati globali, e quindi le elezioni di midterm americane.

Il destino del Libano passa attraverso questa catena di equivalenze, e in nessun anello di quella catena compare il nome di un libanese. Dal 2 marzo più di quattromila persone sono morte in Libano. Un milione hanno lasciato le proprie case. Venerdì Rubio ha chiamato Aoun e ha riaffermato il pieno sostegno americano al Libano, definendo i negoziati bilaterali con Israele «l’unico percorso praticabile verso la ricostruzione». Aoun ha ringraziato e ha chiesto un cessate il fuoco comprensivo come condizione fondamentale per andare avanti. Nel pomeriggio dello stesso giorno, ore dopo che un cessate il fuoco era stato dichiarato, almeno dodici raid aerei israeliani e un intenso fuoco di artiglieria hanno continuato a colpire il Libano meridionale. Un drone israeliano ha ucciso due persone in moto nel Sud del Paese. Il pieno sostegno americano al Libano e i bombardamenti israeliani sul Libano esistono nello stesso pomeriggio, nella stessa notizia, senza che nessuno dei due annulli l’altro.

Questa coesistenza, più che una contraddizione, è la descrizione esatta di cosa vale, in questo momento, la parola garanzia.

Nell’immagine: Libano, il bombardamento quotidiano


Kiev porta la guerra in Siberia. E si stringe la morsa attorno alla Crimea

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

Tyumen è una città della Siberia, cuore di un giacimento colossale di gas e petrolio. La frontiera ucraina si trova a più di 1800 chilometri, ma questa distanza non è bastata a renderla immune dagli attacchi. Almeno due droni sono esplosi sulla raffineria, provocando un incendio nell’impianto che produce otto milioni di tonnellate di carburante l’anno. Si tratta di un altro primato, attribuito alle bombe volanti Fire Point che avrebbero percorso almeno 2000 chilometri dalle postazioni di lancio. Non ci sono più santuari: il raggio d’azione dei robot killer di Kiev continua ad estendersi. Per aumentare l’autonomia, riducono il carico bellico ma in un raffineria bastano pochi chili di esplosivo per appiccare roghi terribili. L’intera Russia è sotto tiro e ogni raid rappresenta un colpo alla credibilità di Vladimir Putin.

La situazione più preoccupante per il Cremlino è quella della Crimea, la penisola invasa nel 2014 è di fatto sotto assedio. Ieri ci sono state due incursioni nel giro di poche ore. Hanno preso di mira i terminal all’estremità del viadotto più importante: dal lato russo il porto di Kavkaz, dal versante della Crimea quello di Kerch. Hanno colpito tre traghetti usati per trasportare mezzi militari e diversi serbatoi di combustibile. Ma – stando al comunicato del comando ucraino – sarebbero state distrutte anche una batteria di missili terra-aria S400 e un sistema contraereo Pantsir. E l’indebolimento delle difese appare la premessa a un attacco contro il viadotto di Kerch, l’opera simbolo dell’occupazione già devastata da un camion bomba nell’ottobre 2022 e più volte bersagliata con barchini telecomandati. Il disegno è chiaro: dividere la Crimea dalla Russia.

Ieri il governatore russo Sergey Aksyonov ha annunciato in televisione che la vendita di carburante è stata sospesa nell’intera penisola: le scorte sono destinate solo ai militari e ai servizi pubblici.

L’ultima generazione di droni – gli Hornet, progettati dalla società dell’ex ceo di Google Erich Schmidt e costruiti in Ucraina – sono diventati un incubo: sono pilotati dall’intelligenza artificiale, che individua i mezzi in movimento sulle strade e li distrugge. Sono stati schierati il 23 maggio e da allora i vertici di Kiev sostengono abbiano incendiato 10.443 tra camion, autocisterne e pullman. Il numero forse è esagerato, ma le arterie che vanno dalla Crimea a Mariupol e Melitopol – e da lì riforniscono il fronte meridionale della campagna di Mosca – sono disseminate di veicoli carbonizzati. Neppure la scorta di furgoni zeppi di mitragliatrici riesce a proteggere i convogli, con il risultato di lasciare le truppe in prima linea a corto di benzina e munizioni. Solo le strade che portano al Donbass da nord permettono ancora di alimentare l’armata russa: supportano gli assalti alle città di Lyman e Kostiantynivka, gli unici che proseguono a testa bassa.

L’organizzazione dell’esercito di Mosca continua a pagare un prezzo altissimo per l’oscuramento delle connessioni satellitari Starlink, deciso a inizio anno dalla compagnia di Elon Musk. Secondo l’intelligence di Kiev, per proseguire i bombardamenti dei loro droni sull’Ucraina, i russi hanno piazzato ripetitori e ponti radio in Bielorussia. Minsk inoltre avrebbe aumentato l’attività delle sue raffinerie per compensare quelle messe fuori uso in Russia. Un contributo che venerdì scorso ha provocato un ultimatum a Lukashenko del presidente Zelensky: «Se entro una settimana le antenne non verranno rimosse, le toglieremo di mezzo noi: ogni giorno causano la morte dei nostri civili. E lo stesso faremo con l’industria petrolifera: impediremo ai russi di avere il carburante e i profitti delle esportazioni che usano contro di noi». Una minaccia che potrebbe determinare una nuova escalation della guerra. Nella primavera del 2022 Lukashenko ha permesso all’armata di Putin di utilizzare il suo territorio per marciare contro la capitale ucraina. Poi da lì non ci sono stati altri assalti diretti, ma il sostegno bielorusso alla macchina bellica del Cremlino cresce senza sosta.


La Casa Bianca e la ferocia dell’Anno Zero

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

L’onda d’urto per l’attacco di Donald Trump a Giorgia Meloni ha allargato l’offesa a tutta l’Italia, sorpresa per la violenza delle parole del presidente americano, per la sua precisa volontà non soltanto di criticare la presidente del Consiglio ma di umiliarla, per il tono di disprezzo che ha usato nel descrivere la subalternità inerme dell’alleata, implorante soltanto di ottenere la remissione del suo peccato di lesa maestà, e infine di essere riammessa al culto. In questa sceneggiata senza più freni inibitori, malevola nelle intenzioni, feroce nelle espressioni, e in ogni caso sproporzionata, non c’è la libertà di espressione del leader ma il suo contrario, e cioè la costrizione di chi deve misurare la difficoltà crescente delle sue azioni, e cerca di evitare il rendiconto scaricando la responsabilità su altri. Ma per quanto lo shock sulla pubblica opinione sia pesante e richieda tempo per essere elaborato, si può dire fin d’ora che il vero problema va al di là dello scontro Trump-Meloni e ci interpella tutti, destra, sinistra e indifferenti: perché ciò che è accaduto ci conferma che siamo precipitati nell’Anno Zero ed è qui che ci affanniamo a vivere senza più le misure, i riferimenti e le regole, muovendoci al buio.

Il significato vero dell’aggressione di Trump infatti è la fine della politica e la distruzione degli strumenti di convivenza che aveva inventato: la diplomazia, le alleanze, le relazioni internazionali, il diritto, le istituzioni, gli organismi di garanzia, gli istituti di regolazione dei conflitti. Putin con l’invasione armata dell’Ucraina ha ingoiato gran parte di questa strumentazione di salvaguardia, che formava un’infrastruttura della coesistenza. Poi Trump ha completato l’opera, chiudendo il cerchio. È ora di dire che il presidente americano è ormai estraneo alla politica, è oltre, in qualche altrove. Il meccanismo di esercizio della sua leadership è oggi completamente impolitico, senza alcun ancoraggio con l’esperienza storica del suo Paese, con la vicenda americana del dopoguerra, con l’intesa atlantica, con la cultura occidentale e la sua coscienza condivisa della libertà e della democrazia. Trump probabilmente ignora la storia dei rapporti tra Italia e Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra mondiale, e soprattutto crede di poter fare a meno di conoscerla. Non ha bisogno di esperienza, rifiuta la conoscenza, respinge la competenza: in questo modo è privo di qualsiasi condizionamento storico, scientifico, accademico e culturale, totalmente libero di ricreare la realtà fuori da ogni regola e ogni legge, inventandola, piegandola o deformandola, come un moderno demiurgo che vive nel presente mentre lo fabbrica.

Naturalmente può farlo soltanto a due condizioni specialissime: se si colloca fuori dalla storia e se si pone oltre la democrazia, in modo da poter ignorare la lezione e i lasciti del passato — con il carico conseguente di obblighi, convenienze e responsabilità — e le regole che nascono dai diritti e dai doveri della norma democratica. In questo senso Trump è già fuoruscito dalla storia, e non è l’ultimo presidente della democrazia americana, ma il primo leader di un esperimento post-democratico appena agli inizi, che appiattisce e logora ogni concerto istituzionale concentrando tutto il peso del sistema sul comandante in capo. In questo restringimento carismatico della potestà sovrana salta ogni vincolo per il leader, sia rispetto alle istituzioni concorrenti nel suo Paese — che possono solo subordinarsi — sia rispetto al rapporto storico con l’Europa, costretta a rassegnarsi e a pensare a sé stessa, perché il partner americano denuncia la partnership che ha garantito per lunghi decenni la sicurezza occidentale e si ritrae dalla tradizione atlantica.

A sorpresa, scopriamo che neppure l’ideologia è un vincolo per questo nuovo potere. Giorgia Meloni in questi due anni si era barcamenata tra i sussulti dell’Europa e i ruggiti della Casa Bianca, nella convinzione sotterranea che proprio l’ideologia di destra estrema condivisa da lei e da Trump alla prova dei fatti si sarebbe tradotta in uno status speciale garantendo un privilegio per l’Italia nel rapporto con gli Usa: e si era addirittura spinta a contestare il cancelliere Merz che aveva criticato la cultura Maga, mostrando invece di condividerla. Come si è visto questa fratellanza sovranista e nazionalista in realtà ha prodotto soltanto una timidezza europea dell’Italia, con momenti di tiepidezza nei nostri doveri con l’Ucraina, e un’attesa mitologica del ruolo di “ponte” tra Europa e Stati Uniti, che la destra di governo americana avrebbe dovuto assegnare al governo di destra italiano: mentre invece è rimasto nei sogni, insieme con il plastico del ponte di Messina. L’assolutismo non prevede spartizioni di potere, quote di rispetto, statuti di riguardo, nemmeno per l’ideologia.

Ma se le cose stanno così, quello di Trump contro Meloni non è stato affatto uno sfogo, ma un attacco calcolato per far capire — e proprio a una leader di estrema destra — che nella nuova concezione del potere non ci sono alleati, ma solo sudditi, a cui non è chiesta soltanto obbedienza, ma sottomissione. È questo che chiede l’impero. Ne prenda atto la presidente del Consiglio: quando salta la regola democratica di base nulla ci tutela, siamo esposti alla mercé di un potere totale, che non riconosce limiti. Nemmeno nell’hybris, la tracotanza del sovrano che nella tragedia greca abusava della forza per umiliare gli altri, irritando le divinità: che rispondevano mandando sulla terra la Nemesi, dea della giustizia e della vendetta, incaricata di ricostruire l’equilibrio cosmico violato. Oggi che l’Olimpo è vuoto quell’equilibrio, con buona pace della destra, si chiama democrazia.


Libano, Netanyahu fa strage. Cento vittime in due giorni

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

Di Pasquale Porciello, il manifesto

Si accavallano dichiarazioni di tregua e violazioni in Libano, in una schizofrenia aggravata da tempistiche mai così ridotte. Venerdì pomeriggio alle 16 era stato annunciato da Israele e Hezbollah l’ennesimo cessate il fuoco, dopo le decine di bombardamenti israeliani sul sud del Libano e sulla valle della Beqa’a, a est. Israele non si è però mai fermato. Alle tre di ieri pomeriggio l’esercito israeliano aveva già effettuato 70 raid aerei, 18 bombardamenti con i droni. Il bollettino quotidiano del ministero della salute libanese, pubblicato alle 17, riportava 4.057 morti e 12.121 feriti dal 2 marzo, di cui 83 morti e 141 feriti solo venerdì, quando, il nuovo cessate il fuoco è entrato in vigore.

ERA SEGUITO l’annuncio israeliano a Canale 12: «Sotto la guida del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministro della difesa Israel Katz, e a seguito del coordinamento tra le autorità politiche e gli Stati uniti, Tsahal ha ricevuto l’ordine di cessare il fuoco in Libano». Prima dell’annuncio gli attacchi israeliani si erano concentrati nella regione di Nabatieh. I droni hanno preso di mira 12 località; 18 villaggi sono stati sottoposti a continui bombardamenti di artiglieria – due dei quali colpiti con proiettili al fosforo bianco – nella notte tra venerdì e ieri. I bombardamenti sono andati avanti nella mattinata e durante la giornata di ieri in molteplici località del sud, nei distretti di Sidone, Tiro, Nabatieh, Bint Jbeil, Jezzine, Marjayoun, Hasbaya.

In mattinata, tra le 32 vittime di ieri, anche un soldato dell’esercito libanese ucciso sulla strada tra Kfar Remmane e Nabatieh e un’intera famiglia di quattro persone, sterminata nel villaggio di Barish. «È evidente che il proseguimento delle brutali aggressioni israeliane – ha scritto in un comunicato su X l’esercito libanese – mira a ostacolare qualsiasi soluzione che possa ripristinare la stabilità in Libano».

LE TRUPPE ISRAELIANE di terra hanno cercato ancora una volta di occupare le colline nei pressi di Ali Taher, alla periferia di Nabatieh, dove ci sono stati scontri con Hezbollah. I combattimenti si concentrano in questi giorni proprio a Nabatieh, centro economico del sud del Libano. Il deputato di Hezbollah, Hassan Fadlallah, ha rimarcato il pieno «diritto» di Hezbollah di rispondere all’ennesima violazione del cessate il fuoco da parte israeliana. «Si parla di cessate il fuoco. Per noi, ciò che conta è che il nemico rispetti pienamente e completamente questo cessate il fuoco e che non tenti di attaccare il nostro paese e i nostri villaggi, né di occupare nuove posizioni» ha dichiarato Fadlallah, aggiungendo che «la resistenza ha tutto il diritto di affrontare questo nemico quando ci attacca, perché è l’aggressore e l’occupante».

L’accordo tra Usa e Iran è «in pericolo», aveva fatto sapere in una nota il ministero degli esteri iraniano. «L’altra parte deve adottare al più presto i provvedimenti necessari, altrimenti l’intero protocollo d’intesa sarà rescisso», ha insistito il portavoce della diplomazia persiana, Esmail Baghai.

SONO NUMEROSI e continui i tentativi israeliani di sabotare l’accordo. Negli ultimi due giorni l’escalation di sangue è un messaggio chiaro: in 48 ore sono un centinaio le vittime in Libano, proprio alla vigilia degli attesi colloqui in Svizzera. A nulla sono valse le dichiarazioni di giovedì del vice presidente degli Stati uniti JD Vance che ha ricordato a Israele chi è che paga le armi con cui fa la guerra, due terzi «costruite da mani americane e pagate con i soldi dei contribuenti americani».

Israele ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di rinunciare alla guerra in Libano né tanto meno di voler cedere e ritirarsi. I ministri del governo Netanyahu, Itamar Ben Gvir (sicurezza nazionale) e Bezalel Smotrich (finanze) spingono non solo perché la guerra in Libano non si fermi, ma perché vada avanti fino all’annessione delle aree occupate nel sud. Al momento Israele occupa un decimo del paese, un’area di un migliaio di chilometri quadrati, in un paese che ne è grande appena diecimila. L’area in questione è quella della Linea Gialla, una fascia in territorio libanese lungo il confine con Israele, che dal mare arriva fino al confine sud-est, quello con il Golan siriano a sua volta occupato. L’area è ricca di risorse idriche ed è quella in cui Israele sta concentrando i combattimenti con l’obiettivo di creare un’occupazione stabile.

MARTEDÌ 23 e giovedì 25 giugno è previsto a Washington il quinto turno dei negoziati diretti tra Tel Aviv e Beirut. Al momento, se si esclude l’ovvia consonanza sul disarmo di Hezbollah delle parti, niente di concreto è stato raggiunto.

Nell’immagine: il villaggio di Qannarit in macerie


Appello per Gaza, il Consiglio federale non ci sente

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

Tre ex Consigliere/i federali – Ruth Dreifuss, Micheline Calmy-Rey, Joseph Deiss – numerosi medici, professori di diritto… quasi 600 persone hanno firmato l’appello urgente per l’accesso alle cure e alla copertura dei bisogni vitali della popolazione di Gaza.

L’appello è chiaro:
« Siamo inorriditi dalla situazione nella Striscia di Gaza. La fame, la sete e la mancanza di cure fanno soffrire in primo luogo le persone più vulnerabili: bambini, donne e anziani.
È necessario che le cure possano arrivare a Gaza.
Chiediamo al Consiglio federale di esigere dai responsabili politici e militari di Israele l’apertura delle frontiere di Gaza all’aiuto necessario alla sopravvivenza e alla salute della popolazione (…) e l’accesso dei media a Gaza per documentare la situazione e i bisogni della popolazione. I responsabili devono essere puniti.
Che renda manifesto che, se il governo di Israele non pone fine alle pratiche che violano il diritto internazionale umanitario, sarà oggetto di sanzioni mirate riguardanti tutti gli individui, le imprese e le istituzioni coinvolti nel persistere di tali politiche, conformemente all’obbligo che incombe alla Svizzera di far rispettare le Convenzioni di Ginevra, in quanto Stato parte.»

Il 18 giugno quasi 600 persone del mondo accademico, culturale, diplomatico, giuridico e medico riunite a Berna hanno chiesto nuovamente che il governo svizzero faccia rispettare il Diritto internazionale, al quale la Svizzera si è impegnata.

Chiediamo che la Svizzera porti, da un lato, aiuto concreto alla popolazione che soffre, e dall’altro che metta finalmente tutto il suo peso, incluse sanzioni mirate, affinché il Diritto internazionale sia rispettato.
Prof. Dr Med. Pietro Majno-Hurst, professore emerito USI e professore onorario UniGe

Dall’inizio del cessate il fuoco, il 10 ottobre 2025, attacchi israeliani hanno ucciso 981 persone e ne hanno ferite più di 3.100. Solo in una settimana, tra il 3 e il 10 giugno, 39 persone sono state uccise. Su 36 ospedali, solo la metà è parzialmente funzionante, nessuno a piena capacità. Quasi la metà dei medicinali essenziali non è più disponibile. Il materiale medico resta bloccato alla frontiera: procedure di controllo interminabili e restrizioni cosiddette “dual-use” ritardano le consegne.
Zoe Sangalli, medica, membro del comitato dell’associazione SHWAG, Swiss Healthcare Workers Against Genocide

Il nostro silenzio rinnega la nostra umanità. Al di là di Gaza, è la nostra comune umanità che è in gioco. Il silenzio, l’inazione o l’indifferenza davanti alle sofferenze incommensurabili della popolazione civile costituiscono un fallimento morale collettivo.
Un giorno, la storia giudicherà non solo gli atti commessi, ma anche la reazione – o l’assenza di reazione – di coloro che avrebbero avuto la possibilità di agire. A questo riguardo, i nostri Stati occidentali, che si presentano come i difensori dei diritti umani e dello Stato di diritto, hanno una responsabilità particolare.
Chiediamo oggi alla Svizzera di rimanere fedele alla sua tradizione umanitaria, alla sua responsabilità internazionale e ai valori che incarna. La neutralità non è sinonimo di indifferenza. Essa esige al contrario di difendere con determinazione il diritto, la dignità umana e la solidarietà.
Prof. Dr Med. Johanna Sommer, docente di Medicina, Ginevra

La Svizzera deve sanzionare le persone, le imprese e le istituzioni coinvolte.  Sebbene non conosciamo tutti i fatti, mancando di trasparenza le parti in conflitto, non vi è alcun dubbio ragionevole che Israele stia violando il diritto internazionale umanitario. Gli appelli e le condanne non bastano se non portano alla fine delle violazioni. La Svizzera non deve contribuire a queste violazioni e deve adottare sanzioni, mirate contro chi viola il diritto internazionale umanitario.
Prof. Marco Sassòli, ex Professore di Diritto internazionale, Università di Ginevra

Israele, come ogni altro Stato, ha il diritto di difendersi se viene attaccato e la sua popolazione è minacciata. Ma nessuno Stato ha il diritto di esercitare ritorsioni sproporzionate, e ancor meno di vendicarsi senza discriminazione sull’insieme di una popolazione. È purtroppo a questo che assistiamo, non solo a Gaza ma nei territori occupati della Cisgiordania. La Svizzera ha oggi l’obbligo morale e legale di fare tutto quanto è in suo potere per esigere da Israele la fine delle restrizioni all’aiuto medico, sanitario e umanitario alla popolazione di Gaza.
Ruth Dreifuss, ex Consigliera federale


Da Obama a Trump, così il secolo americano si è spento a Hormuz

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Son passati poco più di dieci anni tra due “paci persiane”. Poco. Nulla. Eppure la Memoria, questo caotico delirante regista, proietta un film assurdo, le cui sequenze non si accordano l’una con l’altra. Il sonoro di Obama, di Trump, degli iraniani è asincrono. Intere inquadrature sono sottoesposte. A tratti lo schermo è tutto nero. La maggior parte degli attori non è più riconoscibile: alcuni non sono più al potere, altri come la guida suprema Khamenei sono morti. Anzi sono stati “eliminati”.

Eppure l’accordo (dovremmo essere ormai abbastanza ammaestrati a non usare la impegnativa parola pace!) è raggiunto tra gli stessi protagonisti, gli Stati uniti e l’Iran degli Ayatollah e dei Pasdaran. Ma il duello tra l’America e Teheran è un secolo in undici anni. Porta con sé ben più che la riapertura di Hormuz e qualche centesimo in meno al gallone di benzina: è una amara rivelazione, un’aspra rivoluzione, una pericolosa creazione.

È innanzitutto la rivelazione repentina bruciante, senza più la possibilità di coprirla di veli, di come è il mondo ora, dopo esser stato arrangiato e mascherato dall’inizio del secolo. Riflettiamo sulla firma tra la democrazia della felicità e la ferocia di diritto divino, acconciata in forma digitale: Trump che sigla tra un antipasto e un soffritto, nei saloni di un monumento alla fastosa decadenza, Versailles, tra i sorrisi umilianti e umiliati di maggiordomi europei che non hanno nemmeno il coraggio di una rivolta… Ma è un colpo di teatro! Il sotterraneo diventa superficie, i tetti sono scoperchiati, la geopolitica messa a nudo. Ecco un’occasione ghiotta per chi cerca, a tentoni, di decifrare le nuove piste del secolo. Non c’è solo chiarezza tra tante bugie, è il movimento che torna in una Storia che si supponeva provvidenzialmente bloccata, fissa ai cardini, di cui si era smarrita la chiave.

Semplicemente: il travagliato accordo che Obama raggiunse con l’Iran nel 2015 che prevedeva vincoli allo sviluppo del nucleare per fini militari, controlli severi da parte dell’agenzia internazionale per l’energia atomica, nel 2026 non è più possibile. Obama e il New York Times che lo paragonano alla resa di Trump rimpiangono un caro estinto. Perché la Storia che lo aveva prodotto allora non esiste più.

Una prova? Nel 2015 lo firmarono e dovevano garantirlo i Cinque più Uno: oltre agli Stati Uniti, la Cina, la Russia (Putin aveva appena agguantato con un colpo magistrale la Crimea, ma evidentemente non era ancora una canaglia infrequentabile, e anche questo varrebbe una riflessione), la Francia, la Gran Bretagna e in “più”, l’Unione europea. Gli europei dunque contavano qualcosa. Nell’orizzonte, ancora in piedi, del mondo americano, della clintoniana globalizzazione, avevano un ruolo. Oggi sono semplicemente uno zero. Con i loro sonnolenti desideri e le sgretolate ambizioni sono irrilevanti per la guerra e inutili per la tregua. Devono umilmente sperare di essere convocati a fare gli spazzini delle mine perdute nel canale di Hormuz. Manovali geopolitici, personale di fatica di cui si può benissimo fare a meno. Riuscite a immaginare, undici anni dopo, una Mogherini, Alto Rappresentante della politica estera, che, avvolta in candide e corrette sete islamiche, va a Teheran e la Guida Suprema perde per lei un po’ del suo teologico tempo? Le nostre sono diventate ambizioni troppo timide e così i nostri terrori.

E invece con una firma digitale tutto è finito. Questa immensa fantasmagoria, così possente, che credevamo ancora pochi giorni fa salda come le piramidi, il potere americano, un’altra volta rimpicciolisce, si abbassa, scompare. L’invincibilità era il baluardo contro il vuoto. Stoffe e carta. Ma allora era solo un paravento! In un attimo, senza neppure la fatica di andare a Ginevra, la si ripiega, la si getta in soffitta, dimenticata. Affare ormai per gli storici con i loro bilancini e la saggezza di chi conosce il dopo.

Obama poteva ancora millantare che nulla era cambiato, come se si prolungasse il Novecento. Eppure quella realtà, l’America imperiale, diminuiva a ogni parola che pronunciava. Dopo le ambigue guerre al terrorismo la Storia ribolliva di un fermento nuovo. Un mondo in fusione stava irrompendo con tentativi effimeri e violenti con cui annuncia le sue creazioni. Poi nel 2021, meravigliati e stupefatti, abbiamo osservato l’America fare l’esperienza dell’inferno a Kabul e pagare il prezzo della effimera longevità come unico impero.

Trump non è la causa della sconfitta di Hormuz. È la conseguenza del declino americano. La gestisce negandola. Ne risulta un accumulo di smarrimenti, un’inflazione di errori, di atteggiamenti non più in voga. Cerca di negare l’impotenza che non sia puro e inutile sfogo distruttivo con le bugie e l’arroganza vacua, proclamandosi domatore dell’abisso, si aggrappa all’imminente, si immerge nel possibile. Traveste le rinunce da tonico, la sua molla sembra resistere bene, ma perché si rompe perennemente. Perfino Israele, l’alleato – complice necessario da ottanta anni – non obbedisce più. Le rughe di una nazione così grande e decisiva sono altrettanto visibili di quelle di una persona.

Il potere globale americano erano i bombardieri e le portaerei per controllare spazio e tempo, per intimidire e prevenire. Al tempo dei droni discount e dei manovratori del caos sempre sul chi vive per approfittare degli spazi vuoti, che non sfuggono il pericolo e lo provocano, che allo sfacelo dell’età delle regole e dei diritti (spesso ahimè solo nostri), si avvinghiano, ne approfittano senza ritegno e scrupolo, non bastano più. L’Iran, che ha sperimentato nella sua storia moderna lunghi periodi di sovranità limitata, di protettorato, e che si è addestrato alla diplomazia del debole contro il forte, ha mostrato come rattrappire la potenza, farla abdicare alle sue dimensioni, svuotarne i luoghi.

Nell’immagine: 10 anni fa l’accordo di  Obama


Riforme per non morire, Cuba dà la svolta e apre al mercato

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

Di Roberto Livi, il manifesto

È partita la rincorsa verso la maggior riforma economica mai attuata in questo secolo a Cuba, che dà maggior spazio agli investimenti privati, sia interni che esteri e che apre al mercato.

Il primo passo è stato l’esame del pacchetto di 176 riforme presentato la settimana scorsa dal presidente Miguel Díaz-Canel da parte del Plenum del Comitato centrale del Pcc, riunito mercoledì in sessione straordinaria. L’imprimatur è venuto direttamente da un messaggio inviato da Raúl Castro, il quale ha informato di essere stato consultato e di averlo approvato senza riserve. L’ex presidente ha esortato il dirigenti del Pcc a un dibattito aperto, nel quale erano benvenute le critiche se espresse in un ambito costruttivo. Ma ancor più che l’approvazione delle riforme, Castro ha esortato il partito a una loro rapida applicazione, in sintonia e con la partecipazione della popolazione cubana. Il messaggio – siglato da Raúl Castro – è stato mostrato ai membri del Comitato centrale che l’hanno accolto in piedi con un lungo applauso.

L’EX PRESIDENTE, sotto accusa da parte del Dipartimento di giustizia degli Usa, si trova sotto scorta in un luogo sconosciuto e ben protetto per impedire un blitz come quello attuato dalla Delta Force lo scorso 3 gennaio per catturare il presidente venezuelano Maduro.

Il primo ministro Manuel Marrero ha messo in chiaro che le riforme prevedono sia un’apertura agli investimenti privati diretti, sia una decentralizzazione del sistema produttivo come pure un cambio nel mercato delle valute: riforme che «non vanno contro i principi del socialism cubano». Anzi ne rappresentano uno sviluppo, seguendo la famosa indicazione di Fidel Castro che la Rivoluzione significa «cambiare tutto quello che deve essere cambiato».

I LAVORI DEL PLENUM si sono svolti sotto la presidenza di Díaz-Canel nel suo duplice ruolo di capo di Stato e primo segretario del Partito comunista. Il presidente ha convocato, come consiglieri per esaminare l’efficacia delle riforme, un gruppo di economisti «critici e non ufficialisti», ma non legati in alcun modo ai gruppi anticastristi radicali. Si tratta di economisti che in passato hanno svolto un ruolo di primo piano nelle istituzioni cubane, come Juan Triana Cordoví e Omar Overleni, ex professori universitari, e Julio Carranza (ex esperto Onu) che da tempo si battono per riforme all’interno del socialismo cubano.

Tra le misure approvate dal Plenum vi è la decisione di eliminare il tope, ovvero il prezzo massimo imposto dal governo per molti generi di prima necessità. Misura questa «necessaria» per aprire la porta agli investimenti stranieri nel settore privato cubano.

CON LA LEGGE 117/2026 anche all’esilio cubano viene permesso di investire nell’isola: si tratta di una svolta storica rispetto ai tempi – alla fine del secolo scorso- quando gli emigranti (soprattutto verso gli Usa) venivano insultati con il termine gusanos (vermi). Nel prossimo futuro, dunque, da reietti i cubano-americani si potranno trasformare in investitori. «Qui avete la vostra casa, la porta (dell’isola) è aperta» ha affermato il presidente Díaz-Canel nel suo intervento al Plenum straordinario del Partito comunista. Un invito senza precedenti alla diaspora cubana perché partecipi direttamente a far uscire Cuba dalla drammatica crisi.

La causa di tale svolta è semplice e l’ha descritta chiaramente il presidente Díaz- Canel, affermando che «non vi è sovranità con i piatti vuoti». Dunque il problema dell’agricoltura che non riesce ad alimentare le mense cubane è diventato un «problema di sicurezza nazionale che richiede misure straordinarie».

INFINE IL PRESIDENTE ha anche annunciato una misura di cui si parlava da tempo che prevede la mossa finale per eliminare l’egualitarismo in stile Fidel: la Canasta basica normada, ovvero l’insieme di prodotti a prezzi calmierati assicurati dalla libreta, cesserà di essere un bene universale (goduto anche dai residenti stranieri) e sarà riservata a pensionati, ammalati cronici, in sostanza alle «persone vulnerabili».

A sua volta, il premier Manuel Marrero, ha annunciato che il salario minimo sarà elevato a 3210 pesos cubani (Cup, nel mercato informale l’euro è già al di sopra dei 750 Cup).

SI TRATTA DI UN CORPO di riforme senza precedenti, per affrontare una situazione di crisi senza precedenti. Un compito certo non facile (e la fatica fisica dimostrata dal presidente nelle interviste e nei suoi interventi lo dimostrava). Negli anni precedenti non sono mancati in Cuba gli annunci di riforme seguiti poi da retromarce. Come ha affermato uno dei più stimati economisti, il professor Juan Triana Cordoví , le riforme prevedono anche la necessità di «ridisegnare il patto sociale che non ha più base per mantenersi»: dunque una volontà politica. Perché, conclude Triana , «fare cose nuove con mentalità vecchia non appare possibile».

La discussione finale e l’approvazione del pacchetto di riforme è stata riservata giovedì all’Assemblea nazionale del Poder Popular convocata in riunione straordinaria proprio per affrontare l’urgenza di una drammatica crisi indotta dallo strangolamento economico ed energetico voluti dal presidente Trump e dal Dipartimento di Stato degli Usa. La resistenza della popolazione è infatti arrivata al limite con apagones quotidiani resi inevitabili dalla mancanza di combustibile per produrre energia elettrica, e che si estendono ormai per quasi due giorni. La crisi energetica ha risvolti sia nell’aumento dell’inflazione sia nella carenza di acqua in vari quartieri della capitale. Una situazione che praticamente ogni notte viene rifiutata dalla popolazione con rumorosi cacerolazos. Particolarmente forte e generalizzata è stata giovedì la protesta a Santiago di Cuba.

IN CONCLUSIONE le misure approvate giovedì costituiscono la maggior riforma finanziaria, con l’approvazione di banche private, criptomonete e rimesse controllate da canali privati. L’intero settore privato sarà normato da nuove regole, che di fatto rendono possibile quanto prima era vietato. Il tutto, come ha affermato il premier, non significa la fine del socialismo cubano, anzi un suo rafforzamento per renderlo sostenibile e per migliorare la qualità della vita della popolazione.

Ora il problema urgente sarà, come ha chiesto Raúl Castro, mettere in pratica il corpo di misure approvate con la velocità, la profondità e il credito che esige la situazione cubana. Come afferma l’imprenditore cubano-americano Hugo Cancio, «La parola chiave è fiducia. Gli investimenti esteri arrivano quando vi sono le garanzie». L’altra grande incognita è se tali riforme saranno ritenute sufficienti da Trump per togliere o quantomeno allentare lo strangolamento economico e energetico dell’isola.

Nell’immagine: Raul Castro e Miguel Diaz-Canel


Lugano occupa spazi e sof­foca idee?

Le autorità e i media attribuiscono la diffusione dei batteri alle condizioni climatiche. Tacciono però sugli eccessi di fertilizzanti 

La città che ambi­sce a diven­tare Capi­tale della Cul­tura non coglie l’oppor­tu­nità di affi­dare alcuni dei suoi spazi migliori a idee che ancora non cono­sce. Eppure è pro­prio da que­ste idee che una città si rin­nova, diventa attrat­tiva, inno­va­tiva e viva. E l’oppor­tu­nità c’era, c’è, ma fin­ché non rico­no­scerà vera­mente il signi­fi­cato di “cul­tura indi­pen­dente”, Lugano non saprà dav­vero valo­riz­zarla. Forse la man­cata asse­gna­zione del titolo di Capi­tale della Cul­tura Sviz­zera 2030 offre almeno un’occa­sione: ribal­tare la pro­spet­tiva. Non è la cul­tura indi­pen­dente ad aver biso­gno della legit­ti­ma­zione dell’isti­tu­zione, ma è l’isti­tu­zione a neces­si­tare delle idee, dell’ener­gia e della vita­lità di una cul­tura libera e, appunto, indi­pen­dente.

Penso a tutto que­sto men­tre fac­cio due passi alla Foce del Cas­sa­rate, pra­ti­ca­mente l’unico vero spa­zio pub­blico cit­ta­dino in cui vi è un accesso diretto al lago.

Lugano Marit­tima non è sem­pli­ce­mente un evento estivo.

È una scelta urbana e poli­tica pre­cisa: un modello alta­mente con­trol­lato, for­mal­mente ordi­nato, este­ti­ca­mente uni­forme. Un insieme di casette iden­ti­che, un’offerta stan­dar­diz­zata e una pro­gram­ma­zione musi­cale ridotta spesso a fun­zione di accom­pa­gna­mento, più che di pro­po­sta cul­tu­rale. Anche i prezzi pra­ti­cati con­tri­bui­scono a ren­dere quello spa­zio meno acces­si­bile a una parte della cit­ta­di­nanza. La recente deci­sione del Muni­ci­pio ne riduce ulte­rior­mente l’aper­tura, fino a limi­tare la pos­si­bi­lità stessa di attra­ver­sarlo libe­ra­mente. A guar­darlo bene, Lugano Marit­tima intro­duce nello spa­zio pub­blico una logica di uso for­te­mente rego­lato e poco per­mea­bile. Non è quindi solo una que­stione di gusto, bensì una defi­ni­zione pre­cisa di cosa possa essere – e non essere – lo spa­zio pub­blico.

La Città non si limita a met­tere a dispo­si­zione i suoi spazi pub­blici più attrat­tivi: ne defi­ni­sce diret­ta­mente con­te­nuti, cor­nice e moda­lità di uti­lizzo. È una scelta legit­tima, anche se ati­pica rispetto a quanto avviene nelle altre città sviz­zere, che restringe però il mar­gine per visioni diverse di città.

Il tema non è archi­tet­to­nico né orga­niz­za­tivo. È poli­tico: la cul­tura indi­pen­dente è con­si­de­rata una com­po­nente strut­tu­rale della vita cit­ta­dina oppure una pre­senza da con­fi­nare ai mar­gini? La sen­sa­zione è che la Città non si fidi ancora abba­stanza della pro­pria comu­nità cul­tu­rale per con­di­vi­dere con lei una parte degli spazi pub­blici più signi­fi­ca­tivi, accet­tando che il risul­tato possa essere diverso da ciò che avrebbe potuto pre­ve­dere e pro­gram­mare auto­no­ma­mente.

Sem­pre la Foce del Cas­sa­rate torna utile come esem­pio. Dopo la riqua­li­fi­ca­zione del 2014, lo sbocco del fiume sul lago è diven­tato uno dei luo­ghi pub­blici più riu­sciti di Lugano: aperto, acces­si­bile, libero. Negli anni suc­ces­sivi, però, durante l’estate lo spa­zio è stato pro­gres­si­va­mente occu­pato da una pro­gram­ma­zione defi­nita dall’isti­tu­zione stessa.

L’affluenza a Lugano Marit­tima non dimo­stra che il modello attuale sia il migliore. Dimo­stra piut­to­sto il valore del luogo in cui si inse­ri­sce. La forza non è neces­sa­ria­mente del for­mat: è della Foce stessa. L’alter­na­tiva, oggi, non dispone di pari con­di­zioni di accesso, risorse e visi­bi­lità. E que­sto pro­duce un effetto sem­plice: il pub­blico non ha real­mente la pos­si­bi­lità di sce­gliere tra modelli diversi.

Se esi­stesse un’altra pro­po­sta, radi­cal­mente diversa, la Città sco­pri­rebbe che il con­senso è una con­se­guenza delle con­di­zioni.

Per­ché non desti­nare almeno una parte di que­sti luo­ghi a pro­ce­dure real­mente aperte e com­pe­ti­tive, capaci di far emer­gere visioni diverse di città?

Dopo anni di tavoli di lavoro sulla cul­tura indi­pen­dente, dopo le ruspe all’ex Macello e sul Morel ed espe­rienze “straor­di­na­rie” (solo per citare alcuni esempi fra i tanti e diversi pro­getti e sti­moli) è dif­fi­cile indi­vi­duare cam­bia­menti con­creti negli spazi e nelle oppor­tu­nità messe a dispo­si­zione dalla Città a que­ste realtà.

Se la Città avesse dato coe­renza alla “Carta della Gerra”, avrebbe potuto già spe­ri­men­tare modelli diversi pro­prio par­tendo da qui, dalla Foce. Invece di orga­niz­zare auto­no­ma­mente Lugano Marit­tima, la Città avrebbe potuto indire un con­corso pub­blico di pro­getti per affi­dare l’estate della Foce a una realtà indi­pen­dente, sele­zio­nata da una giu­ria qua­li­fi­cata. Avremmo sco­perto una pro­gram­ma­zione pro­ba­bil­mente straor­di­na­ria, sor­pren­dente. Cer­ta­mente diversa.

La Foce sarebbe rima­sta uno spa­zio libero non per­ché privo di regole, ma per­ché aperto a un risul­tato non deciso in anti­cipo. È così che una città mostra di essere viva.

Oggi invece vediamo l’oppo­sto. La replica del “salotto di Lugano” è una scelta com­pren­si­bile: è ordi­nata, con­trol­la­bile, poli­ti­ca­mente ras­si­cu­rante. Ma una città che si limita a que­sto smette di pro­durre imma­gi­na­rio.

Quin­dici anni fa una parte della poli­tica cit­ta­dina con­te­stava la tra­sfor­ma­zione della Foce; quella stessa parte oggi la con­si­dera uno dei sim­boli della città. È la prova che ciò che ini­zial­mente appare insta­bile o con­tro­verso può diven­tare, col tempo, iden­tità con­di­visa. Il rico­no­sci­mento arriva sem­pre dopo.

Chi allora temeva quelle forme di libertà urbana potrebbe oggi fare tesoro di quella lezione. Per que­sto la domanda rimane sem­plice: per­ché non pro­vare?

A fine ago­sto, quando chiu­derà Lugano Marit­tima, Lugano potrà sce­gliere se ripe­tersi oppure aprire uno spa­zio a ciò che ancora non cono­sce. Una città non diventa capi­tale della cul­tura quando ottiene un titolo. Lo diventa quando accetta il rischio delle idee.

Nic­colò Castelli, diret­tore arti­stico Gior­nate di Soletta
Scritto per laRegione
Nell’immagine: Lugano Marit­tima