La maledizione dei trattati di Versailles

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

Poteva The Narcissist-in-Chief Donald Trump delegare ad altri la firma del Memorandum d’intesa Usa-Iran? Ovviamente no, quindi la cerimonia originariamente prevista a Ginevra oggi e affidata al vicepresidente J. D. Vance è stata spostata a Versailles, una cornice sicuramente più accattivante per Trump. Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha però sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele, che puntavano a decapitare il regime con le bombe e installare una loro marionetta al potere in Iran. È andata diversamente.

Trump, innocente di qualsiasi conoscenza storica, ha inoltre trascurato un fatto accertato: le firme a Versailles portano sfiga, jella, scalogna e disgrazie a ripetizione tanto ai firmatari quanto ai popoli che sfortunatamente si sono affidati a loro. Primo esempio: il 28 gennaio 1871 Adolphe Thiers firma l’armistizio con la Prussia dopo la vittoria di quest’ultima nella guerra del 1870. Poche settimane dopo trasferisce il parlamento a Versailles, provocando la rivolta popolare che dà vita alla Comune di Parigi, repressa nel sangue tra il 21 e il 28 maggio del 1871. Thiers rimane nella storia francese come il responsabile del massacro dei comunardi.

Nel frattempo, il 18 gennaio, c’era stata la proclamazione dell’Impero tedesco proprio a Versailles, nella celebre Galleria degli Specchi: Guglielmo I viene proclamato Kaiser, mettendo il turbo al militarismo tedesco e creando le condizioni per il revanscismo francese che, tra le altre cause, sfocerà nella Prima guerra mondiale (circa 20 milioni di morti). L’umiliazione del 1871 sarà vendicata dalla Francia nel 1919.

Secondo esempio. Il trattato sottoscritto a Versailles il 28 giugno 1919 da 44 stati non portò fortuna ai diplomatici presenti: Vittorio Emanuele Orlando, il presidente del Consiglio italiano, fu umiliato pubblicamente dal presidente americano Woodrow Wilson e abbandonò la conferenza di pace prima della fine, dando le dimissioni da capo del governo poco dopo. Wilson, dal canto suo, ebbe sorte peggiore: poche settimane dopo, il 2 ottobre, fu colpito da un ictus che lo rese totalmente inabile. Il governo degli Stati uniti, di fatto, fu nelle mani della seconda moglie Edith Bolling Galt fino alla fine del mandato di Wilson, un anno e mezzo dopo, nel marzo 1921. In Germania due diplomatici favorevoli al trattato di pace, Matthias Erzberger e Walther Rathenau, furono assassinati in quanto «traditori della Patria» da terroristi di destra nel 1921 e nel 1922.

Terzo esempio. Qualsiasi scolaro sa che il trattato di Versailles fu all’origine della Seconda guerra mondiale, vent’anni dopo. E la migliore dimostrazione sta nell’articolo 231, che affermava: «La Germania accetta la responsabilità per aver causato tutte le perdite e i danni [subite dagli altri paesi come conseguenza della guerra imposta loro dall’aggressione della Germania».

L’apposita commissione per le riparazioni fissò la cifra in 132 miliardi di marchi-oro, una somma che ovviamente la Germania non era in grado di sostenere. I tedeschi tradussero immediatamente la clausola come Kriegsschuldklausel avviando una campagna politica contro la repubblica di Weimar che si rivelerà terribilmente efficace e che si concluderà con l’ascesa di Hitler al potere nel 1933 e lo scoppio della guerra, nel 1939.

Gli esempi potrebbero proseguire ma ci fermeremo qui, facendo un’ipotesi: Versailles è stata il bersaglio del vudù haitiano come vendetta per l’ordinanza emanata dall’ultrareazionario Carlo X di Borbone nel 1825. Haiti, colonia francese col nome di Sainte-Domingue, si era proclamata indipendente nel 1804. Sotto la minaccia di una squadra navale francese di quattordici cannoniere la piccola nazione dei Caraibi accettò di pagare 150 milioni di franchi-oro come indennità per le piantagioni confiscate. L’ultima rata fu pagata nel 1947, 122 anni dopo, ma nel frattempo Carlo X era stato costretto dai parigini ad abdicare nel 1830 e a rifugiarsi in Inghilterra inseguito dai suoi creditori.

Quanto durerà Donald Trump, dopo la sconsiderata firma dell’altro ieri?

Nell’immagine: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il presidente francese Emmanuel Macron e Brigitte Macron nella Reggia di Versailles


La Casa Bianca scarica Netanyahu: “Smetta di criticarci, siamo i soli amici che ha”

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Se Netanyahu vuole l’appoggio di Trump alle prossime elezioni, deve sostenere l’accordo con l’Iran firmato dal presidente e non boicottarlo con le sue iniziative militari. Anche perché lo stesso Trump ha bisogno che la guerra finisca, per evitare una pesante sconfitta alle elezioni di midterm di novembre.

Il messaggio lanciato ieri dalla Casa Bianca è chiaro e brusco, arrivando a mettere in discussione l’intera alleanza con lo Stato ebraico, almeno a giudicare dalle parole del vicepresidente JD Vance. Il problema però è capire se a questo punto, dopo l’intesa con Teheran che molti israeliani considerano una resa o un tradimento, l’aiuto elettorale di Trump convenga a Netanyahu, oppure non rischi di trasformarsi in un boomerang. Non manca infatti chi prevede che adesso Bibi cambierà linea e farà campagna contro l’ex alleato Donald, per recuperare terreno nei sondaggi e sfruttare la lite a suo vantaggio.

Nei giorni scorsi il capo della Casa Bianca aveva già iniziato ad alzare il tono con il premier israeliano, perché temeva che con le sue offensive in Libano puntasse a far saltare il memorandum of understanding in via di definizione con l’Iran. Lo aveva definito «un pazzo senza giudizio». Nella conferenza stampa alla fine del G7 ha poi bocciato la strategia di Netanyahu, dicendo che poteva rispondere ai razzi lanciati da Hezbollah anche «senza radere al suolo un intero edificio a Beirut». Il segretario di Stato Rubio è impegnato nel negoziato fra Libano e Israele, che nei desideri di Washington sarebbe un tassello della ricomposizione regionale, centrata anche sull’allargamento degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita.

Il problema è che il memorandum contiene almeno tre punti inaccettabili per lo Stato ebraico, ossia la pioggia di soldi con cui la Repubblica islamica potrà ricostruire la macchina militare; l’allargamento del cessate il fuoco al Libano e le garanzie sulla sua integrità territoriale; l’impegno americano a non interferire con gli affari domestici di Teheran, che significa la fine di qualsiasi ambizione a rovesciare il regime, per non parlare poi dell’incertezza sul nucleare. Perciò le critiche venute da Israele hanno sfiorato e in alcuni casi superato i confini dell’insulto.

Trump ha reagito così ieri, secondo la televisione pubblica israeliana Kan: «È molto probabile che sosterrò Netanyahu alle elezioni, ma devo valutare i candidati. Ho un buon rapporto con Bibi, ma deve essere più razionale». Poco dopo, parlando alla Casa Bianca, Vance ha alzato ancora di più il tiro: «Gli israeliani si devono svegliare e annusare l’aria che c’è attorno alle loro case. Perché criticano Trump? Guida la superpotenza ed è l’unico alleato che Israele ha». Quindi ha rimproverato chi contesta l’accordo, ammonendo che sarebbe meglio non attaccare «l’unico alleato potente che vi è rimasto nel mondo». Trump, ha detto Vance, «è il solo capo di Stato che in questo momento nutre simpatia per Israele», facendo notare ai membri del governo israeliano che la maggior parte delle armi difensive dello Stato ebraico viene pagata dai finanziamenti Usa. «Il problema di Israele non è il presidente degli Stati Uniti. E chiunque nello Stato ebraico pensi che lo sia, deve svegliarsi e rendersi conto della realtà della situazione in cui si trova il Paese».

Trump vuole chiudere la guerra soprattutto per non perdere le midterm di novembre e si aspetta collaborazione da Netanyahu, ma a questo punto gli interessi elettorali dei due ex amici potrebbero non convergere più. Da una parte, litigando con Bibi, Donald rischia di alienarsi alcuni elettori e sostenitori che hanno a cuore Israele. Dall’altra, come ha scritto The Atlantic, «Netanyahu ha finalmente imparato la verità su Trump. L’alleanza con il presidente era il miglior argomento per promuoversi, ma ora potrebbe diventare la causa del suo tracollo». Perciò Bibi potrebbe ignorare gli avvertimenti di Donald e impostare la campagna elettorale contro l’accordo dell’ex amico.


Lo scontro Stati uniti-Israele non ha effetti sui palestinesi: mille uccisi

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Michele Giorgio, il manifesto

La frattura su Iran e Libano tra Donald Trump e Benyamin Netanyahu da giorni occupa stabilmente le pagine dei giornali di mezzo mondo. Ma la distanza emersa tra i due (ex) amici e alleati, avrà effetti per i palestinesi sotto occupazione? La risposta è «no», non si prevedono cambiamenti nella linea di Washington. Gli Usa tacciono su quanto accade in Cisgiordania mentre l’iniziativa americana per la ricostruzione di Gaza resta pura teoria a quattro mesi dall’inaugurazione del Board of Peace e a otto mesi dalla firma dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas.

Nella Striscia il cessate il fuoco non è mai stato realmente in vigore. A dirlo con estrema chiarezza è il numero di palestinesi uccisi da attacchi israeliani che ha superato quota mille – sono 1.008 per la precisione – dall’entrata in vigore della tregua. Gli ultimi tre poche ora fa: un raid aereo israeliano ha colpito e distrutto un’auto sulla strada principale Omar Al-Mokhtar a Gaza City.

Business as usual lo conferma anche la notizia che il ministro della sicurezza, Itamar Ben Gvir, sotto accusa da più parti per le sue azioni brutali, partirà tra tre settimane per una conferenza delle Nazioni unite il 7 e 8 luglio che si terrà al Palazzo di Vetro a New York. Appena qualche giorno fa Ben Gvir aveva annullato una vacanza negli Usa a causa di difficoltà nell’ottenere il visto. In realtà problemi non ne ha il ministro ultranazionalista israeliano che guiderà una delegazione al Vertice 2026 dei capi di polizia. Sarà il benvenuto negli Usa. E anche delle Nazioni unite, che pure Ben Gvir il mese scorso aveva duramente attaccato perché, a suo dire, avrebbero «perso ogni bussola morale». All’inizio di quest’anno, Israele ha demolito alcuni edifici della sede centrale dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, a Gerusalemme Est. Ben Gvir andò sul luogo, parlò di «un giorno storico» e accusò il personale dell’agenzia di essere «sostenitori del terrorismo».

Non si lasciano impressionare dal cambio di rotta della Casa bianca neanche il ministro Bezalel Smotrich e i responsabili della colonizzazione della Cisgiordania occupata. L’Amministrazione civile israeliana nei Territori occupati ha approvato ieri i piani per la costruzione di 576 case negli insediamenti in Cisgiordania e di un edificio di mille metri quadrati nel cuore di Hebron, destinato a ospitare un istituto religioso per coloni israeliani. A inizio settimana Smotrich aveva annunciato di aver annullato gli Accordi di Hebron con l’Autorità nazionale palestinese e di aver passato a Israele il controllo della pianificazione nel sito Tomba dei Patriarchi.

Nell’immagine: i familiari trasportano la salma di Shadi Abu Sweilem, ucciso in un raid aereo israeliano


La sconfitta è servita: gli Usa svelano i punti del Memorandum

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Francesca Luci, il manifesto

Il Memorandum è stato reso pubblico dall’amministrazione americana dopo forti pressioni, lo ha letto un funzionario della Casa bianca ai giornalisti a Evian mentre il presidente ha detto che i leader dei 7 Grandi lo avrebbero «amato». Si articola come anticipato in 14 punti e fissa un quadro preliminare in attesa di un accordo finale da negoziare entro 60 giorni.

Che però, ha fatto sapere subito il presidente Usa, molto probabilmente non basteranno: «Non è una scadenza tassativa». Assai probabile che si andrà oltre.

Sul fronte militare, il Memorandum prevede la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano, la rimozione del blocco navale americano entro 30 giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, a titolo gratuito, ma soltanto per 60 giorni: dopodiché sarà l’Iran a negoziare con l’Oman la futura gestione dello Stretto.

Sul nucleare, Teheran riafferma di non voler sviluppare armi atomiche e si impegna a mantenere lo status quo del proprio programma durante i negoziati, mentre la questione delle scorte di uranio arricchito e dei livelli di arricchimento resta per ora aperta. A definirla dovranno essere i negoziati tra le parti che si apriranno adesso.

Ma da subito gli Stati uniti si impegnano a emettere deroghe «immediate» per le esportazioni petrolifere iraniane, a sbloccare progressivamente i fondi congelati, senza indicare cifre precise. Ma stabilendo che saranno resi «pienamente disponibili» alla Banca Centrale iraniana man mano che i negoziati avanzeranno, e che sarà cofinanziato, con capitali privati internazionali, un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione.

Il fondo si attiverebbe solo dopo la firma di un accordo finale ed è condizionato allo smantellamento del programma nucleare militare iraniano, all’accettazione di ispezioni internazionali e alla gestione dell’uranio arricchito. Washington lo presenta come una semplice opportunità di mercato legata a un cambiamento di comportamento del regime; per gli iraniani è invece una forma di compensazione per i danni bellici subiti.
La revoca completa delle sanzioni, comprese quelle Onu e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), è rinviata all’accordo definitivo, che dovrà essere ratificato con una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza della Nazioni unite.

Il senatore repubblicano Lindsey Graham, tradizionale alleato di Trump, si è detto «piuttosto scettico» a causa dei «47 anni di inganni» da parte dell’Iran e ha chiesto che l’accordo venga sottoposto all’approvazione del Congresso Usa.

Il senatore democratico Raphael Warnock ha fatto notare che «lo Stretto di Hormuz era già aperto prima della guerra … la domanda è: perché ci siamo ritrovati in guerra?». Gli esperti dell’Atlantic Council, dal canto loro, hanno definito il conflitto un fallimento strategico.

Il nervosismo di Trump sembra essere legato ai giudizi severi di media ed esperti americani che, analizzando i contenuti emersi dell’accordo, vedono il bilancio pendere a favore della parte iraniana. Un’asimmetria che rivela, ancora una volta, la logica della diplomazia trumpiana: annuncio trionfalistico di uno storico accordo, poi rapido ridimensionamento non appena le contraddizioni iniziano a emergere.

Fonti del ministero degli Esteri iraniano hanno dichiarato che esiste la possibilità che il presidente iraniano Massoud Pezeshkian e il presidente statunitense Donald Trump di persona firmino il memorandum d’intesa per porre fine al conflitto tra i due Paesi.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha dichiarato che l’ipotesi «è stata sollevata ed è tuttora in fase di valutazione». Le dichiarazioni arrivano dopo che Trump, intervenendo a margine del vertice del G7 a Evian, ha affermato che potrebbe trattenersi, senza dare certezze sulla sua partecipazione alla cerimonia di firma dell’accordo, prevista venerdì a Bürgenstock, in Svizzera. Mentre ci sarà sicuramente il suo vice JD Vance.

Baghaei ha aggiunto che Teheran si è impegnata a riportare alla normalità il traffico nello Stretto di Hormuz entro un termine prestabilito, sottolineando che la gestione della sicurezza dell’area sarà affidata esclusivamente all’Iran, senza il coinvolgimento di attori esterni. Secondo il portavoce, in questa fase la priorità resta la cessazione del conflitto, mentre le questioni relative alle sanzioni e al programma nucleare saranno affrontate in negoziati successivi alla firma dell’intesa.

Riguardo al Libano, il portavoce ha avvertito che l’eventuale prosecuzione delle operazioni militari e dell’occupazione israeliana costituirebbe una violazione dell’intesa e comporterebbe l’adozione di misure appropriate.

La dottrina politica trumpiana è proiettata verso la vittoria a tutti i costi, l’umiliazione dell’avversario e la manifestazione costante del potere. Per soddisfare questa sete di gloria, l’amministrazione non esita a ricorrere a piccoli espedienti che, dal punto di vista morale, restano profondamente discutibili.

Il tentativo americano di stravincere nel caso iraniano sembra però essersi complicato, alla luce della versione finale americana del Memorandum d’intesa.

L’amministrazione americana, nelle stesse ore, sembra volersi prendere la sua rivincita umiliando la squadra nazionale di calcio iraniana. La squadra, essendosi qualificata regolarmente al Mondiale, è costretta a stabilire la propria base a Tijuana, in Messico, invece che negli Stati uniti, e a spostarsi oltre frontiera per ogni partita con un visto americano temporaneo, tornando in Messico immediatamente dopo ogni incontro. Misure che molti osservatori iraniani interpretano come dettate più da ragioni politiche che da esigenze organizzative.

Nell’immagine: il presidente iraniano Mahsoud Pezeskhian a un’esibizione del 2025 sulle conquiste nucleari iraniane


Il G7 ricompattato da Teheran

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

 

Evian, la Persia e il Golfo hanno sovrastato le Alpi e il lago Lemano. La guerra di Donald Trump contro Teheran aveva diviso Usa e partner occidentali; la sua decisione di mettervi fine li riavvicina. Sono pronti ad aiutarlo. L’intesa fra Stati Uniti e Iran, ancora conosciuta solo per approssimazione, è stata il baricentro atmosferico del vertice G7 e degli incontri bilaterali a latere. Senza alcuna discussione sul contenuto ma prendendo semplicemente atto della sua esistenza – ignorarla sarebbe stato praticamente impossibile visto che Donald Trump non ha praticamente parlato d’altro.

Nell’arco di tre giorni il G7 è così passato dal rischio di spaccarsi a diventare un «momento di unità» (Macron) e una «grande riunione» (Trump). Le rispettive, e diversissime, conferenze stampa dei due leader danno la chiave di lettura del ribaltamento. Per l’uno, sono i risultati del vertice – nove dichiarazioni congiunte, alcune su temi non facili, e il consenso sulle questioni geopolitiche, specie sull’Ucraina – che rispecchiano la raggiunta unità. Come da manuale per presidenze G7. Per l’altro, l’incontro ha mostrato che «gli amici ed alleati più stretti» – fra i quali «Macron ha fatto un eccellente lavoro» – «adorano questa intesa». Come ci si aspetta per lealtà.

A Trump Evian è dunque servito ad ottenere un avallo internazionale quasi in bianco del “deal” con Teheran. Non solo della cupola occidentale G7 ma di uno spaccato più ampio che comprendeva tutti i principali interessati arabi (Golfo e Egitto) e l’India. Sul Memorandum of understanding (Mou) aleggiano in realtà molte incognite ma nessuno degli interlocutori, G7 e altri, si è azzardato a sollevarle. Ma non le stanno risparmiando i media americani e internazionali. A cominciare dalla firma. Già apposta digitalmente? Cerimonia ufficiale venerdì a Ginevra? In tal caso, essendo un accordo “storico”, perché il Presidente non si trattiene in Europa un giorno in più per metterci personalmente la sua? In conferenza stampa Donald è stato vago.

Sul “deal” incombe il raffronto col Jcpoa di Barack Obama. La lingua batte dove il dente duole e, ripetutamente, Trump ha diffusamente sostenuto che “l’orrendo” accordo del 2015 avrebbe messo in mano all’Iran l’arma atomica. Questo non avverrà con il suo “deal” che sarà “permanente”: se l’Iran non si comporta come dovrebbe «riprendo a bombardare a tutto spiano». Il “come dovrebbe” riguarda essenzialmente la totale rinuncia alla bomba atomica. In caso di buona condotta, Donald sarà invece di manica larga, su sanzioni, scongelamento fondi, compresi addirittura tabù quali i missili balistici e l’energia nucleare civile.

Solo al termine dello sproloquio, durato 70’ logorando persino l’immobilità dei fedeli fiancheggiatori Marco Rubio e Howard Lutnick, il Presidente americano si è frettolosamente ricordato della maxi-insegna G7 Evian che lo sovrastava. Ha toccato al volo i temi del vertice, da Ebola all’intelligenza artificiale, e gli incontri bilaterali con altri leader. L’accenno all’Ucraina è stato brevissimo ma significativo. A differenza di quanto fatto in passato è sembrato mettere sullo stesso piano di positività (very good) i contatti telefonici con Putin e l’incontro appena avuto con Zelensky – le immagini ritraggono i due leader nella stessa intensità di colloquio dell’improvvisato incontro in San Pietro dell’anno scorso. Trump continua a mettere aggressore e aggredito sullo stesso piano ai fini negoziali, ma non dice più che Zelensky non ha carte da giocare. Anzi ha riconosciuto che Mosca subisce perdite militari più pesanti che Kiev.

L’Ucraina è il punto politico sul quale il G7 ha segnato il maggior ravvicinamento fra Washington e gli europei – il «momento di unità» messo in rilievo da Macron. Va preso con cautela. Alla domanda se metterà nuove sanzioni alla Russia – come laboriosamente previsto dalla dichiarazione congiunta – il Presidente americano ha risposto che le «avrebbe prese in considerazione». I precedenti inducono a dubitarne – fra l’altro Trump ha esplicitamente ringraziato Cina e Russia per essere rimaste «per lo più» neutrali sull’Iran. Fatto sta che gli Usa hanno aderito alla dichiarazione congiunta geopolitica con un linguaggio molto fermo sul sostegno a Kiev.

Fra spaccatura e ricompattamento del G7 l’ago della bilancia pende verso il secondo. Ma mentre il rischio di rottura fra Stati Uniti e gli altri Sei era reale, tant’è che Donald aveva minacciato di partecipare solo in video, all’unità raggiunta al vertice va fatta la tara. È un’unità strumentale a fini diversi. Donald Trump ha tirato il G7, e contorno, a bordo della navicella del suo “deal” con Teheran. Gli altri Sei l’hanno tenuto a bordo della fregata G7 sull’intera agenda del vertice, pur perdendo qualche pezzo importante, vedi i cambiamenti climatici. Il rapporto dell’Europa con l’amministrazione Trump resta lontano dall’ideale ma non subisce nuovi strappi. La magia della diplomazia sui laghi alpini, di vecchia tradizione, ha funzionato. All’abile invito di Emmanuel, «vieni a cena – a Versailles?», Donald non ha resistito. La prossima puntata al vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio.

Nell’immagine: Trump, la premier Meloni e Macron al G7 di Evian


La dura giornata di lavoro dei 500 più ricchi del mondo: 336 miliardi in 24 ore

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Luigi Pandolfi, il manifesto

L’intesa tra Washington e Teheran è vicina? Sui mercati c’è già chi punta a monetizzare la promessa di distensione.

È lunedì 15 giugno e la sera prima Trump aveva annunciato su Truth Social: «L’accordo con l’Iran è ora completo». Grande euforia. Alla chiusura delle contrattazioni a New York, le 500 persone più ricche del mondo hanno visto aumentare la propria ricchezza complessiva di 336 miliardi di dollari: il maggiore incremento giornaliero mai registrato dall’Indice dei miliardari di Bloomberg. Il patrimonio netto totale dei super miliardari è salito così a 13.300 miliardi di dollari, pari a metà del Pil statunitense e, in termini nominali, al 70% dell’economia cinese. Per avere un altro ordine di grandezza, questa cifra equivale a circa il doppio del valore complessivo del patrimonio immobiliare italiano, stimato, su dati dell’Agenzia delle entrate, in 5-6 trilioni di euro.

La concentrazione della ricchezza ha toccato ormai livelli estremi. Le prime 50 persone dell’Indice controllano oggi circa 6.500 miliardi, quasi quanto i 6.800 delle altre 450. Anche la soglia di ingresso nel gruppo dei più ricchi è salita a un nuovo massimo: le ultime posizioni valgono circa 7,9 miliardi ciascuna.

A guidare la corsa è stato il neo-trilionario Elon Musk. Il fondatore di Tesla e principale azionista di SpaceX ha visto il proprio patrimonio crescere di oltre il 10%, arrivando a circa 1.270 miliardi. Il solo incremento della sua fortuna, 164 miliardi, ha rappresentato quasi la metà del guadagno complessivo degli altri miliardari.

Il motore è stato il rally dei mercati. Wall Street ha accolto l’accordo Stati Uniti-Iran e il calo del petrolio come un segnale di stabilizzazione. Il Dow Jones ha chiuso a 51.671 punti, nuovo massimo storico dopo un rialzo superiore all’1%. Lo S&P 500 è salito dell’1,65% a 7.554 punti, mentre il Nasdaq ha registrato un balzo del 3,07%, grazie ai grandi titoli tecnologici.

Dopo Musk, i miliardari che hanno visto crescere maggiormente il proprio patrimonio sono stati tutti statunitensi e legati al settore tecnologico: Mark Zuckerberg (+9,16 miliardi), Larry Ellison (+8,92), Jensen Huang (+5,99) e Michael Dell (+5,86).

Meta, Oracle, Nvidia, Dell Technologies. Perché proprio i tecnologici? Oltre all’effetto traino di SpaceX fresca di Ipo (offerta pubblica iniziale), gli investitori sono tornati verso asset più volatili ma potenzialmente più redditizi, disinvestendo dai beni rifugio dopo l’annuncio. Quando si verifica un fenomeno di «risk-on», la prima destinazione dei capitali sono quasi sempre i titoli hi-tech.

È legittimo chiedersi se anche Donald Trump abbia calcolato questo «effetto collaterale». Non sarebbe una novità. La bolla tecnologica, ad ogni modo, continua a gonfiarsi, alimentata da aspettative di rendimenti sempre più alti, non sempre supportate da un’analisi realistica dei fondamentali. Non è un caso che, nell’Indice dei 500 uomini d’oro, i vertici siano dominati dai magnati dell’hi-tech, che costituiscono il 16% del totale.

La giornata di lunedì mostra ancora una volta la distanza tra chi possiede grandi quantità di capitale e chi subisce gli effetti delle crisi. Al netto di morti e distruzioni, per milioni di persone la guerra significa bollette più alte, prezzi crescenti e maggiore precarietà; per una ristretta élite può significare invece un aumento del patrimonio, misurato in decine di miliardi nel giro di poche ore.

Il dato dei 336 miliardi racconta, insomma, una struttura economica dominata dalla sfera finanziaria, nella quale gli shock globali possono avere effetti opposti a seconda della posizione occupata nella società.

Nell’immagine: Elon Musk su un cartellone pubblicitario all’esterno del Nasdaq MarketSite a Times Square


Quei falchi dei conti nella Mosca in crisi

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Sessantacinque miliardi di rubli al giorno. È il costo dell’invasione dell’Ucraina per i russi: 774 milioni di euro circa, tutti i giorni, l’equivalente del bilancio annuale di una regione russa di medio calibro come quella di Novgorod, per esempio. Il contatore continua a girare, al ritmo di 2,7 miliardi di rubli l’ora, 32 milioni di euro, mezzo milione al minuto. Numeri enormi che, però, probabilmente dovranno essere rivisti al rialzo.

La spesa militare russa continua a subire una impennata vertiginosa: soltanto nei primi sei mesi del 2026 i soldi per i carri armati, i soldati e le bombe hanno costituito il 46 per cento della spesa pubblica russa. Un aumento di sei punti rispetto alle stime di inizio anno, e un traguardo senza precedenti: praticamente un rublo su due viene speso dal Cremlino per la sua guerra, costata in quattro anni e mezzo l’astronomica somma di 53 trilioni di rubli, più di 630 miliardi di euro.

Numeri che promettono escalation e spiegano cosa farà Vladimir Putin nei prossimi mesi: come un giocatore incallito, dal 2022, il dittatore russo ha continuato ad alzare la posta, scommettendo somme sempre più elevate sullo stesso obiettivo.

Secondo le statistiche del governo russo, analizzate dal ricercatore dell’Istituto per i problemi della sicurezza internazionale Janis Kluge, il budget militare del Cremlino è aumentato del 30 per cento soltanto rispetto all’anno scorso.

Il confronto con gli anni precedenti è ancora più catastrofico: le spese militari sono salite del 69% rispetto al 2024, il 129% in più dal 2023 e 4,6 volte dal 2022. Putin aveva promesso l’anno scorso una riduzione delle spese belliche per calmare i suoi industriali, ma i numeri testimoniano una tendenza inversa: invece di scendere da 7,8 al 6,2% del Pil come annunciato, le voci legate alla difesa sono già passate al 12% del Pil russo, e anche se Kluge non esclude un aggiustamento, è convinto che non scenderanno sotto il 9-10%.

Numeri che spiegano anche alcuni misteri degli ultimi giorni, come la sparizione della governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina. Non è apparsa né al recente Forum economico di Pietroburgo, la vetrina dell’economia russa, né alla riunione del presidente con parte del suo governo, dove oltretutto non era presente nessun dirigente della Banca centrale.

Voci moscovite hanno addirittura parlato di arresti domiciliari, che sarebbero stati inflitti a Nabiullina dopo che avrebbe comunicato a Putin che non poteva più permettersi la guerra. Ufficialmente la governatrice è assente per malattia, come confermato anche dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Ma la sua diagnosi potrebbe anche essere definita da un altro numero: 6 trilioni di rubli, più di 71 miliardi di euro, le dimensioni del “buco” nel bilancio russo nei primi cinque mesi del 2026.

Un deficit quasi doppio di quello previsto per l’intero anno, e che non accenna a diminuire, rendendo la missione di una Banca centrale – mantenere stabile la moneta nazionale e combattere l’inflazione – praticamente impossibile.

Indiscrezioni raccolte dal Moscow Times sostengono infatti che l’inflessibile governatrice sia tornata a chiedere a Putin di esonerarla dall’incarico. Una teoria popolare a Mosca sostiene che ci avesse già provato all’inizio dell’invasione dell’Ucraina e che, alla fine, fosse stata costretta o convinta a rimanere in nome della salvezza dell’economia. In effetti, se la Russia non è ancora collassata nell’iperinflazione è merito in parte del rigore di Nabiullina, e Forbes Russia nota come dopo il 2022 la governatrice vesta quasi sempre di nero, rinunciando anche alle sue famose spille che un tempo facevano da commento ironico alle sue politiche monetarie. Che d’ora in poi saranno difficilmente praticabili: una settimana fa la Duma ha approvato, in tutta fretta, in tre letture nello stesso giorno, un emendamento legislativo che permette al governo di aumentare le spese e il debito oltre i limiti previsti dalla finanziaria, senza consultare il parlamento.

In altre parole, il bilancio russo sarà d’ora in poi carta straccia. È la risposta del Cremlino alla diagnosi che Nabiullina e i ministri responsabili per l’economia avrebbero osato rivelare a Putin qualche giorno fa: la Russia vive ben sopra i mezzi e non può più permettersi bombardamenti di Kyiv che costano un paio di miliardi di euro a notte, meno che mai ora che lo sblocco di Hormuz promette di far scendere il prezzo del petrolio. Il risultato è stato che il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, ha annunciato, come rivelato dal Financial Times, tagli di bilancio per 180 miliardi di euro nei prossimi due anni e mezzo, lasciando però invariate tutte le voci di spesa militare.

La governatrice è assente per malattia, il governo ha tolto i vincoli di bilancio, e i cremlinologi fanno il toto premier, dando per morto l’attuale capo dell’esecutivo Mikhail Mishustin, un “tecnico” arrivato dall’Agenzia delle entrate ed estremamente pedante rispetto alla disciplina di bilancio. Potrebbe venire sostituito da Denis Manturov, suo vice con delega all’industria militare, cioè la principale consumatrice, assieme all’esercito, dei trilioni di spesa in esubero


Perché Kiev non è Teheran

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Dopo aver finito la guerra in Iran (o almeno esserne convinto anche se la realtà diplomatica sembra più complessa), Donald Trump ha detto al G7 di voler porre fine a quella in Ucraina. Anche se poi, con la solita contraddittorietà che lo distingue, ha detto che l’America “non ha nulla a che fare” con una guerra “che è lontana migliaia di miglia”. La verità è che Trump, per usare una sua formula, non ha le carte. Con la consueta sicumera, ha annunciato di aver parlato sia con Putin che con Zelensky e che ci sono buone possibilità. Aveva detto più o meno la stessa cosa prima di essere rieletto: “Conosco entrambi. Li metto in una stanza e risolveremo il problema”. È passato più di un anno e mezzo e la stanza è ancora vuota. A Zelensky, che aveva proposto di incontrare Putin negli Stati Uniti, ieri il Cremlino ha risposto: “Venga a Mosca”.

Chi invece ha le carte è il presidente russo. E per farlo capire a tutti, soprattutto a Trump, ha salutato il vertice del G7 con uno dei più brutali bombardamenti di Kiev contro obiettivi civili e siti culturali, colpendo anche, proprio lui che si professa credente praticante, uno dei luoghi più sacri dell’ortodossia, la Cattedrale della Domiziana della Madre di Dio. Poi ha dato la colpa a un missile ucraino avariato. La disinformazione è un’antica arte marziale dell’Urss ereditata dalla Russia putiniana, che ha nei servizi segreti il suo Dna.

Tra le carte di Putin non c’è quella del negoziato. Il suo portavoce ha precisato che non c’è alcuna data prevista per un ritorno a Mosca dei negoziatori tuttofare di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. Putin vuole continuare la guerra, anche se non gli sta andando tanto bene e l’economia è sempre più soffocata dalle spese belliche (il ministro dell’Economia Anton Siluanov ha confessato in una recente intervista a Kommersant che è costretto a continue revisioni del budget). L’Ucraina fa sentire il conflitto anche alle città che lo zar voleva preservare per non perdere la faccia e il consenso, Mosca e San Pietroburgo. E sta isolando la Crimea, bombardando sistematicamente l’autostrada “Novorossya”, che la collega alla Russia e che era uno dei vanti delle conquiste belliche di Putin.

Chi invece potrebbe avere le carte, più di un Trump sempre più distante da Kiev come lui stesso ha confermato ieri, è l’Europa. La prima carta è quella militare, cioè continuare ad aiutare l’Ucraina fornendole gli armamenti che ormai gli Stati Uniti sono sempre più riluttanti a concedere. Non si tratta di sostenere l’Ucraina per farle vincere la guerra, ormai impantanata in una situazione in cui sembra non possano esserci, a breve o medio termine, né vincitori né vinti. Si tratta di darle i mezzi per continuare a opporsi alla bieca ostinazione di Putin di raggiungere gli obiettivi che si era dato nel 2022 con l’ “operazione militare speciale”, fino a costringerlo ad accettare un compromesso e sedersi a un tavolo per trattare. Il nuovo pacchetto di sanzioni varato dalla Ue, che colpisce proprio il complesso militare-industriale russo, è un buon passo su questa strada.

La seconda carta è quella politico-diplomatica, che è stata scoperta con l’apertura del primo ciclo negoziale per l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Il cancelliere tedesco Merz ha detto che “per la prima volta si apre lentamente una finestra per la diplomazia”. Il vero interrogativo è quanto lentamente. E la risposta dovrebbe essere: il meno possibile, per il bene dell’Ucraina e della stessa difesa europea. Perché è da lì che è cominciato tutto: dalla rivoluzione di Maidan del 2014 a Kiev per entrare in Europa anziché restare nell’orbita della Russia. È da quel momento che Putin ha iniziato a pianificare quell’ “operazione militare speciale”, che in realtà dura da dodici anni, non soltanto da quattro.


La pace armata

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Francesca Luci, il manifesto

La firma del memorandum d’intesa tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran arriverà «molto probabilmente» venerdì. Un esito raggiunto attraverso un drammatico equilibrio tra deterrenza militare e logoramento economico.

Dopo oltre tre mesi di un conflitto iniziato il 28 febbraio, le diplomazie sono riuscite, paradossalmente, a riportare le lancette al 13 giugno 2025, quando i negoziati erano ancora in corso e americani e israeliani non avevano ancora aperto le ostilità frontali contro l’Iran.

Ma arrivare fin qui è stata la parte più facile. Anche se i negoziatori hanno pesato ogni parola, ogni virgola e ogni punto con la precisione dei laboratori di analisi, è evidente che i prossimi 60 giorni sono un campo minato, pronto a saltare in aria da un momento all’altro. Non esistono garanzie né polizze che tengano. Anche ieri i sabotatori hanno tentato.

La giornata di domenica 14 giugno 2026 è iniziata sotto i peggiori auspici. Malgrado la garanzia degli Stati Uniti di includere la cessazione delle ostilità in Libano nell’accordo con l’Iran, l’aviazione israeliana ha sferrato un violento raid aereo su Dahiyeh, la roccaforte di Hezbollah a Beirut, causando 5 vittime civili.

A Teheran, la notizia del raid ha scatenato il caos. Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha minacciato una ritorsione missilistica imminente contro Israele, ritenendo gli Stati Uniti corresponsabili dell’azione. Per alcune ore, lo spettro di un’escalation totale è apparso reale. I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno ordinato la chiusura dello spazio aereo occidentale e la cancellazione di tutti i voli civili, mentre le unità militari venivano poste in stato di massima allerta.

La reazione di Donald Trump è stata «apparentemente» furibonda. L’attacco a Beirut è stato interpretato dalla Casa Bianca come un tentativo unilaterale del Primo Ministro Benjamin Netanyahu di far deragliare l’intesa imminente. In una conversazione telefonica dai toni accesi, il Presidente statunitense ha accusato Netanyahu di avere una totale mancanza di giudizio strategico, arrivando a sfogarsi pubblicamente con i media, definendo l’attacco un errore imperdonabile in un momento così delicato. Trump ha ammesso che l’azione israeliana ha scosso l’intera impalcatura del negoziato, ritardando la firma di diverse ore.

Sembra che la rottura definitiva sia stata evitata grazie all’attivazione dei canali di comunicazione indiretti gestiti dal Qatar. Gli emissari qatarioti hanno offerto garanzie sul contenimento delle future azioni israeliane, accelerando le procedure per lo sblocco dei fondi iraniani. In questo contesto, l’ala pragmatica del potere guidata da Abbas Araghchi è riuscita ad avere il meglio sugli oltranzisti.

Superata la crisi, Donald Trump ha annunciato sul Truth Social che l’accordo era finalmente «concluso». In un messaggio enfatico ha dichiarato: «Navi di tutto il mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!», autorizzando contestualmente la rimozione del blocco navale nello Stretto di Hormuz.

Il Premier pakistano Shehbaz Sharif ha confermato il raggiungimento dell’accordo, annunciando che la cerimonia ufficiale di firma in presenza avverrà venerdì 19 giugno a Ginevra, in Svizzera. La notizia è stata in seguito confermata ufficialmente anche dalla TV di Stato iraniana.

Oggi la notizia ha raggiunto finalmente le strade dell’Iran e gli effetti economici sono stati istantanei. Il tasso di cambio del dollaro è crollato di oltre l’11%. Nei mercati di Teheran si è registrato un calo verticale dei prezzi dei beni durevoli, come le auto, segnalando il ritorno di fiducia della popolazione stremata dalla guerra.

Tuttavia, i settori più oltranzisti e gruppi di «super-rivoluzionari» hanno manifestato in piazze storiche come Meydan-e Enghelab, gridando al tradimento e lanciando slogan durissimi contro i negoziatori Araghchi e Ghalibaf.

Nonostante le proteste interne in Iran e lo scetticismo israeliano, l’accordo sembra tenere. Gli Stati Uniti hanno accettato il decongelamento di circa 25 miliardi di dollari di asset iraniani e una deroga temporanea alle sanzioni petrolifere.

Il memorandum rappresenta una tregua tattica vitale per la sopravvivenza di entrambi i sistemi politici. Per Teheran, è l’unico modo per consolidare la fragile leadership di Mojtaba Khamenei prima dei solenni funerali di Stato del padre, previsti per inizio luglio. Per Washington, è la via d’uscita da un conflitto costoso prima che possa degenerare in una conflagrazione globale.

Si procede con cautela verso Ginevra, consapevoli che l’unilateralismo di Israele e le fazioni radicali iraniane potrebbero travolgere questa fragile pace.

Nell’immagine: una piccola imbarcazione a motore passa accanto a navi ancorate nello stretto di Hormuz, al largo di Bandar Abbas, in Iran


Iran, l’asse strategico di chi sabota la pace in Medio Oriente

RICORSI STORICI Il megalomane presidente, pur di essere al centro dell’attenzione mondiale, ha sorvolato sul fatto che cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle sanzioni, negoziati sul programma nucleare iraniano e fondo di ricostruzione di 300 miliardi di dollari per Teheran sanciscono una completa sconfitta per Usa e Israele 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Siamo seri. Al memorandum (ah! Come è fertile la semantica dell’eufemismo) non crede nessuno, neppure quelli che dovrebbero firmarlo. Diffidenza e ipocrisia sono in fondo armi della diplomazia. Ben più grave è che alcuni protagonisti stiano furiosamente lavorando a scenari all’anilina per sabotarlo e ridurlo a carta straccia. Due gli indiziati: Israele, per cui sarebbe una disfatta, e i falchi di Teheran ringalluzziti dall’aver messo a nudo la debolezza del grande e del piccolo Satana. E che gridano già in piazza «morte a negoziatori». I Pasdaran pensano laicamente, forse a ragione, che gli iraniani sono certo uniti dal cielo, ma più dalle bombe che da Dio. In altri tempi si sarebbe detto: incontro perfetto di opposti estremismi.

La guerra, soprattutto quella contro l’Iran scatenata da Netanyahu e Trump, racchiude sempre l’itinerario di una storia, è un aspro esercizio logico, spesso una pura follia, un coatto corpo a corpo con illusioni e aspre realtà. Contro Pasdaran e Ayatollah, frettolosamente catalogati come neghittosi e tardi, si sono mossi con sovrana inettitudine due Capitan Fracassa convinti di approfittare di una ghiotta situazione di superiorità. La vittoria però passa sempre attraverso un labirinto invisibile, fatto di trabocchetti bugie propaganda e fatti. Alla fine quelli che contano sono proprio questi. L’uso della forza è raccomandabile solo se l’obbiettivo è raggiungibile; quindi l’attacco all’Iran è da condannare perché riportare gli sciiti all’età della pietra non era scopo raggiungibile visto come si sono svolti i fatti. Le regole del gioco sono secche imperative, rituali, taciturne, non garruli annunci sul social prediletto.

Ogni volta che si è avviato con atto folle la battaglia le conseguenze sono governate da una logica che non conosce sconti e languori, tutta incanalata tra il sillogismo e il fato. Gli avversari che si scontrano diventano l’uno lo specchio dell’altro, non sono simmetrici ma speculari. E questo accade anche tra alleati.

Netanyahu e Trump hanno combattuto fin dall’inizio due guerre distinte e parallele: l’israeliano per annientare definitivamente il nemico numero uno, ben al di là delle ambizioni atomiche, e poi sbarazzarsi della popolazione superflua e pericolosamente prossima dei suoi alleati, Hamas ed Hezbollah. Gaza e Libano per Netanyahu e sono abitati da gente eliminabile, desechables come si diceva in Colombia . Un modo anche per terrorizzare gli arabi, vicini destinati a cadere sotto controllo della legge di gravità della paura. Si intravedeva , con l’aiuto dell’amico americano meno schizzinoso di un tempo, la vittoria definitiva, indiscutibile, immemori delle spiacevoli conseguenze di quella davvero totale del 1967.

Trump invece ha vissuto la guerra come una dilatazione del proprio narcisismo imperialistico, per provare a poco prezzo che può imporre una capricciosa volontà a tutti, gli alleati europei reticenti, snobistici e pretenziosi, gli ultimi dinosauri comunisti fino ai lugubri mullah sciiti. Nessun omaggio di facciata al migliorismo globale dietro cui l’America purtroppo ha spesso, molto spesso, celato i suoi concreti interessi.

Per cavarsi dai guai il presidente ha dovuto moltiplicare il campionario delle bugie: dalle promesse di democrazia da esportazione lanciate ai ribelli delle piazze di Teheran («stiamo arrivando…»), alla atomica già quasi pronta, al libereremo Hormuz ! Da questi centaurismi alla Tom Mix cerca di svincolarsi con l’ennesima fiaba: ho riaperto lo Stretto, avanti con le petroliere e buoni affari a tutti. L’ennesima ardita manifestazione di autoadulazione . E l’uranio più o meno arricchito, le sanzioni, le plebi massacrate, i veli intollerabili? Dopo una breve agonia si placheranno, si spegneranno e diventerà superfluo occuparsene.

Per Netanyahu è altra faccenda. Le bugie possono forse bastare agli americani per cui Gaza e la Persia sono in fondo lontani. Non agli israeliani. Sicurezza territori cuscinetto vittoria vendetta i patti di Abramo… tutto ciò che garrendo al vento ha annunciato, usando come ascari il “collaboratore’’ Trump, evapora. Gli Ayatollah sono ancora in piedi, rafforzati dalla incredibile resistenza, possono reimpiegare a ogni momento “l’atomica Hormuz’’, basata non su violabili laboratori ma sulla immodificabile geografia. Hezbollah si è ancora una volta mostrata come l’unico Libano che resiste, perfino Hamas sopravvive in un inquietante silenzio di attesa. L’intervento umanitario, la democrazia persiana… a Netanyahu non interessano nemmeno come scusa.

Israele ha già fatto prove pratiche di sabotaggio con un bombardamento di Beirut. Ora ha dichiarato che il memorandum non lo riguarda né lo vincola: nel Sud Libano dilatato c’è e intende restare. La sua guerra continua. Tra Iran e Stati Uniti tutto è fragile, parolaio, basato sul non detto e sul doppio gioco reciproco. C’è margine e tempo, anche le tregue si possono falsificare come le pietre e i metalli. Non è in gioco l’alleanza vitale con gli Stati Uniti, le bizze di Trump non possono far cadere la reciproca necessità strategica nel burrascoso Vicino Oriente. Solo la guerra può convenire a Netanyahu. Una guerra esplicita, fragorosa spettacolare in cui seppellire il rischio dello strisciante ripescaggio dell’Iran dalle malebolge degli stati canaglia. La violenza può non funzionare ma presenta il vantaggio che ce n’è sempre una di riserva.

Anche ai guerrafondai iraniani il motto la guerra continua serve, eccome. Hanno tolto le leve di comando al clero. Con le bombe che piovono sulle città senza distinguere obbedienti e ribelli la criminalizzazione della protesta sociale può aggiungere al reato di apostasia la imputazione di alto tradimento. Ogni livello di repressione diventa ancor più legittimo. Gli iraniani dovranno accontentarsi di una vita di calma disperazione. Intanto i vicini indifesi hanno paura, l’America si è rivelata una tigre di carta.