Le opposizioni all’attacco del premier: “Incapace di vincere”. Ma lui replica: “Ho salvato il mio Paese”. E lancia stoccate a Trump
Un anno fa, sempre alla festa del Ceneri, abbiamo parlato di antifascismo, sottolineando come non si trattasse di un ricordo del passato, ma una minaccia del presente. Un anno dopo, purtroppo, non possiamo che constatare che la realtà ha superato persino le nostre preoccupazioni.
Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un’ulteriore accelerazione autoritaria. Guerre, conflitti, attacchi al diritto umanitario internazionale e ai diritti umani, legittimazione di politiche autoritarie che coinvolgono tutti i continenti. In questo contesto dobbiamo parlare anche degli Stati Uniti perché quello che accade lì influenza ancora tutto: le nostre istituzioni, la democrazia, la giustizia sociale, il nostro immaginario politico. In pochi mesi, Trump ha smantellato il multilateralismo e il diritto internazionale, colpito istituzioni storiche come la Corte penale internazionale, si è ritirato dagli Accordi di Parigi sul clima e ha tagliato i fondi all’USAID, l’agenzia del governo degli Stati Uniti che gestiva gli aiuti umanitari e lo sviluppo globale, infliggendo un colpo pesante alla cooperazione allo sviluppo e ai diritti umani. Quest’ultima decisione ha spinto molti altri paesi a ridurre gli aiuti umanitari e per le politiche a favore del sud del mondo, Svizzera compresa. Quando iniziai la mia attività a Berna nel 2007 ci battevamo per lo 0,7% del PIL per la cooperazione allo sviluppo, oggi siamo ben al di sotto, allo 0.46%, e questo in uno dei paesi più ricchi al mondo!
L’amministrazione Trump conduce un attacco sistematico all’ordine internazionale, erodendo principi e misure a cui chi difende i diritti umani si è affidato per decenni. Questo non è solo un problema americano. È il nostro problema. È il problema di chiunque creda che la democrazia sia un valore universale e non uno strumento di potere.
In questo contesto non posso non parlare anche di Cuba. Per denunciare con chiarezza l’assedio nei confronti della popolazione cubana da parte dell’amministrazione americana, e purtroppo anche l’indifferenza di una grande parte dei paesi a fronte di quanto sta succedendo. Cuba vive la peggiore crisi economica e sociale dagli anni ’90: carenza di cibo, blackout continui, mancanza di medicamenti e materiale sanitario, una popolazione stremata.
La mia, la nostra, posizione è chiara: la punizione collettiva di interi popoli non può essere accettata. Come non possiamo accettare le continue violazioni dei diritti umani da parte del governo di Israele sulla popolazione palestinese. Crimini e violazioni che colpiscono anche chi si batte per i diritti della popolazione palestinese, come è accaduto alle attiviste e agli attivisti della Global Sumud Flotilla.
Un anno fa ho parlato di un genocidio in corso. Da allora le violazioni dei diritti umani sono continuate, le vittime civili si moltiplicano. Movimenti e società civile si sono fatti sentire nelle piazze, con appelli, con atti di coraggio e civiltà, come quelli portati avanti dalle scuole ticinesi, che hanno richiamato la Svizzera al suo dovere di paese depositario delle Convenzioni di Ginevra, e come la grande mobilitazione del personale sanitario partita proprio dal Ticino. Ciononostante, il Consiglio federale non ha imposto alcuna sanzione contro Israele, mantenendo con esso una stretta cooperazione economica, come per esempio l’acquisto di droni dall’azienda israeliana Elbit Systems per 250 milioni di franchi.
Come ha detto la direttrice di Amnesty International Svizzera: con il suo silenzio, il Consiglio federale rischia di rendersi corresponsabile, ai sensi del diritto internazionale, della mancata prevenzione di un genocidio.
Lo scorso anno ho detto che le destre radicali guadagnavano spazio, normalizzavano parole d’odio, si appropriavano del linguaggio della sicurezza e dell’identità. Il barometro elettorale a livello federale di metà legislatura ha mostrato che l’UDC ha superato per la prima volta il 30% dei consensi. Quello stesso partito che ha lanciato l’iniziativa su cui voteremo domani (n.d.r: oggi). Un’iniziativa pericolosa e divisiva, che vuole contrapporre noi e gli altri e che ci auguriamo sarà respinta dal popolo svizzero.
Quando la complessità viene percepita come minaccia, quando i diritti umani, lo stato di diritto e la democrazia sono minacciati, è lì che si annida la deriva autoritaria. I sindacati, le associazioni e i movimenti antifascisti, i valori e l’impegno del Partito socialista sono l’antidoto a questa deriva.
Un anno fa ho detto che l’antifascismo non è una bandiera di partito, ma una scelta di parte: quella dell’umanità contro la disumanità, della giustizia contro il privilegio. Lo confermo oggi con ancora maggiore convinzione. L’antifascismo si fa difendendo le istituzioni democratiche quando vengono erose dall’interno. Si fa rifiutando il culto del leader forte e il capro espiatorio. Si fa costruendo tutte e tutti assieme una società diversa: una società della cura, della giustizia, della difesa delle minoranze.
Lo si fa difendendo i diritti di chi è arrivato nel nostro paese cercando protezione e che rischia invece l’espulsione: famiglie e minori che hanno messo radici, si stanno formando, vanno a scuola e vivono accanto a noi e con noi, e che pagano le conseguenze di un sistema d’asilo sempre più restrittivo. Come la famiglia che ho incontrato ieri, genitori e bambini minorenni che vivono in Ticino da anni e sono in attesa di una decisione che determinerà il loro futuro: quello di continuare a vivere, lavorare, formarsi accanto a noi o quello di dover lasciare il nostro paese. Dobbiamo lottare per loro, per una società accogliente e aperta, perché questa famiglia, come tante altre, sono parte della nostra comunità.
Gli scorsi mesi, molte persone hanno manifestato per la popolazione di Gaza e contro le violazioni dei diritti umani da parte del governo di Israele. Le strade di Bellinzona, le piazze di diverse città, ci hanno mostrato che la società civile non dorme.
La democrazia non si difende da sola. Non basta indignarsi. Serve esserci, organizzarsi, denunciare, costruire. Perché ogni diritto che oggi diamo per scontato è il risultato di qualcuno che, ieri, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.
E il coraggio civile non è solo una parola. È qualcosa che questa terra conosce bene. Oggi abbiamo con noi Michelle Bassanesi, nipote di Giovanni Bassanesi, l’aviatore antifascista ticinese che nel 1930 sorvolò Milano lanciando volantini contro il regime di Mussolini. Un gesto straordinario, compiuto rischiando la vita per un ideale. Pochi mesi fa, il monumento che lo ricorda a Lodrino è stato imbrattato con svastiche e la scritta “duce”. Non è vandalismo: è un atto politico deliberato, un tentativo di riscrivere la storia e rovesciare il senso di quella lotta per la libertà.
Le pietre d’inciampo che ricordano il coraggio civile di chi ha aiutato persone in fuga dal fascismo e partigiani, stanno diffondendosi anche nel nostro cantone, da Brissago, all’Onsernone, e sono la risposta civile a questi tentativi. Non sono solo memoria: sono un movimento vivo di resistenza al fascismo, un omaggio concreto a chi ebbe il coraggio di scegliere la parte giusta della storia. Quei nomi ci fermano, ci obbligano a ricordare, ci chiedono di scegliere anche noi.
Essere antifasciste e antifascisti oggi non significa celebrare il passato: significa agire nel presente. Significa dire no quando si normalizza l’odio. Significa difendere chi è più vulnerabile. Significa non tacere quando le istituzioni si voltano dall’altra parte. Significa essere qui, oggi, in questo luogo carico di memoria, e portare quella memoria dentro le scelte concrete di ogni giorno. Come fece Giovanni Bassanesi. Come fanno le comunità che posano una pietra d’inciampo e dicono: questo nome non sarà dimenticato, questa storia non sarà cancellata.
Oggi, come allora, il coraggio civile non si eredita: si sceglie. Questo è il nostro compito. Oggi come allora.
E per questo, care compagne e cari compagni vi ringrazio per esserci. Perché sapere di poter avere al proprio fianco persone come voi, pronte a lottare per delle giuste cause, è fonte di motivazione e di volontà che aiuta anche a superare momenti storici difficili come questo senza perdere la speranza, continuando ad essere in prima linea per una società migliore, per i più fragili, per i senza voce, per chi arriverà dopo di noi.