Israele, Netanyahu sotto accusa. “Ma la nostra lotta non è finita”

Le opposizioni all’attacco del premier: “Incapace di vincere”. Ma lui replica: “Ho salvato il mio Paese”. E lancia stoccate a Trump 

Di Daniele Castellani Perelli, La Repubblica

Tel Aviv – È un tipo molto difficile. E a essere onesti dovrebbe esserci molto grato». Le parole con cui ieri Donald Trump ha parlato al New York Times del suo alleato Benjamin Netanyahudevono aver fatto correre un brivido lungo la schiena del premier israeliano. Ricordano infatti quel «Ci hai mai detto grazie?» con cui, nella celebre baruffa diplomatica allo Studio Ovale, JD Vance tentò di umiliare il leader ucraino Volodymyr Zelensky. E arrivano il Giorno dopo le accuse pubbliche e private («Che ca…o stai facendo?», «Non hai un ca…o di giudizio») lanciate da Donald a Bibi, reo di aver messo a rischio tutto bombardando domenica il sud di Beirut. Netanyahu come Zelensky, davvero un downgradeimbarazzante per l’israeliano: un piccolo guastafeste che si frappone tra Trump e l’intesa di pace – e gli affari – con uno storico grande nemico.

Che l’accordo tra Washington e Teheran sia andato di traverso al governo israeliano era evidente ieri dalla mattina. «L’intesa non ci vincola. Non siamo subordinati agli Usa, ma un Paese indipendente e sovrano», ha detto il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. E il collega alla Difesa Israel Katz ha ribadito che l’Idf rimarrà «a tempo indeterminato nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza».

Poi a sera Netanyahu ha parlato in conferenza stampa. Ha ammesso di «non essere certo dei dettagli dell’intesa», ha minimizzato lo scontro con Trump («Siamo alleati, ma a volte abbiamo opinioni divergenti e noi abbiamo i nostri interessi») e rassicurato i falchi: «La lotta non è finita. La missione della mia vita è la battaglia contro il programma nucleare iraniano. Con un accordo o senza, l’Iran non avrà armi nucleari, non finché sarò premier. Quando cadrà il regime? Non lo so, ma anche l’Urss è caduta». «Abbiamo rimosso la minaccia immediata d’annientamento, abbiamo spezzato l’asse del male iraniano – ha continuato – E rimarremo nelle zone di sicurezza per tutto il tempo necessario, in Libano manteniamo la libertà di azione per sventare gli attacchi». Prese di posizione che fanno apparire fragile quell’estensione del cessate il fuoco al Libano annunciata dal premier pachistano Shehbaz Sharif.

Ma la tregua in Libano è parte integrante dell’accordo con gli Usa – come sostengono Iran, Libano e la stessa Hezbollah – oppure no – come ritiene il governo israeliano? Nell’attesa di scoprirlo, ieri l’Idf ha bombardato il sud del Libano e «eliminato una minaccia» che viaggiava su un’auto a Kfar Tebnit – mentre un’esplosione dalle ragioni ignote ha ucciso un’altra persona a Yater – dopo di che Hezbollah ha lanciato dei missili contro veicoli israeliani che avanzavano nel sud.

Le opposizioni attaccano Netanyahu. «È incapace di conseguire una vittoria decisiva», tuona il conservatore Naftali Bennett, leader di Insieme. «Israele ha vinto la battaglia, Netanyahu ha perso la guerra», gli fa eco il centrista Yair Lapid. Le elezioni d’autunno si avvicinano, e il premier – che ieri ha detto che si ricandiderà per vincere – rischia di perdere il suo atoutfondamentale, il sostegno del qui popolarissimo Trump.


G7 meno uno, i «grandi» cercano un futuro senza Usa

Le opposizioni all’attacco del premier: “Incapace di vincere”. Ma lui replica: “Ho salvato il mio Paese”. E lancia stoccate a Trump 

Di Anna Maria Merlo, il manifesto

È arrivato a Evian in Alta Savoia alle 17, in elicottero da Ginevra (dove era atterrato con i segretari di stato e delle finanze Marco Rubio e Scott Bessent), dopo il britannico Starmer e il canadese Carney (Meloni, la giapponese Takaichi e il tedesco Merz sono giunti più tardi, per cena). Ma Donald Trump è il solo che è stato accolto con un bilaterale dall’ospite Macron. Già la data del G7 era stata spostata per permettere al presidente Usa di festeggiare il suo ottantesimo compleanno, con lo spettacolo violento Mma nei giardini della Casa bianca. All’hotel Royal di Evian ha avuto la più bella suite. Per evitare che per un capriccio, come l’anno scorso a Kananaskis in Canada, se ne vada prima della fine del G7, mercoledì Macron tira fuori argenteria e porcellane di Sèvres per una cena nella galerie des Glaces a Versailles, per festeggiare i 250 anni degli Stati uniti d’America dove venne firmato il Trattato di Indipendenza nel 1783.

Ma già dai primi momenti, piccole incrinature segnalano che dietro la forma qualcosa si muove e stona: Macron non si è precipitato ad accogliere Trump sul tappeto rosso dell’hotel – è arrivato il capo del protocollo, come per gli altri ospiti, la scusa ufficiale è stata che il presidente francese era in dialogo con il brasiliano Lula.

ALCUNE FRASI segnalano che i sei “piccoli” del G7 non sono più disposti ad obbedire senza fiatare alle oscillazioni del presidente Usa. Le prime dichiarazioni sull’annuncio del protocollo di accordo con l’Iran sono state prudenti da parte dei partner dell’E3 (Francia, Germania, Gran Bretagna) più l’Italia, che pure nella notte tra domenica e lunedì hanno promesso una «missione strettamente difensiva e indipendente per rassicurare il traffico commerciale e svolgere azioni di sminamento» nello stretto di Hormuz. Mentre Trump ha dato l’accordo per fatto, insistito soprattutto sul «crollo» del prezzo del petrolio e il rialzo delle borse, dopo aver elogiato il regime iraniano nella sua ultima versione, Macron ha sottolineato l’auspicio per il ritorno della pace, a cominciare dal Libano.

LA FREDDEZZA di Macron, ieri, trova una spiegazione nella nuova minaccia di Trump di alzare al 100% i dazi contro vini e champagne francesi, per punire il paese che osa imporre tasse alle multinazionali statunitensi che operano in Europa. «Discussione rispettosa e ferma», l’Eliseo resta di marmo, mentre oggi è previsto al Parlamento europeo il voto sull’accordo ineguale di Turnberry, 15 a zero tra Usa e Ue, a svantaggio di quest’ultima: non ci saranno discussioni sulle tasse del digitale, spiegano, ci sono norme Ue che si applicano e Macron in un’intervista a Tf1 alle ore 13 ieri ha sottolineato che «non sono gli Usa a decidere sul diritto degli europei e dei francesi». Per Macron anche nel campo dei servizi digitali, uno dei temi del G7, «ci vuole stabilità, abbiamo appena concluso un accordo sui dazi dopo mesi di trattative, i dazi non fanno bene a nessuno, soprattutto tra i paesi del G»”. Mercoledì sono invitati a Evian degli imprenditori del digitale, da Sam Altman a Dario Amodei.

GLI EUROPEI camminano con i piedi di piombo, perché non vogliono che Trump prenda ancora più le distanze dall’Ucraina, mentre il conflitto è già durato più della prima guerra mondiale. Stamattina, il G7 apre con una riunione con il presidente Zelensky, che ora ha delle «carte» in mano, con la resistenza all’aggressione e le difficoltà della Russia. Ieri Trump ha detto di voler «fare qualcosa». Segue una riunione sul Medioriente, dopo l’annuncio del protocollo di accordo con l’Iran, sono presenti anche Qatar, Emirates, Arabia Saudita, oltre all’Egitto. Macron, che è al suo ultimo G7, ha tentato di salvare questo format ormai in crisi, per una perdita di influenza dei sette grandi e la volontà di Trump, in sintonia con gli autocrati in giro per il mondo, di picconare il multilateralismo che ha permesso decenni di pace dopo la seconda guerra mondiale: ha invitato ad unirsi ai sette, India, Kenya, Brasile, Corea del Sud e Egitto. Segue una riunione sulla solidarietà internazionale, che riguarderà anche il Trattato sulle pandemie, dopo tre anni di negoziati: il brasiliano Lula, con l’Oms, con una lettera al G7 chiede «volontà politica» per un equo accesso a vaccini e cure, mentre declina l’aiuto allo sviluppo.

MERCOLEDÌ il G7 parla di economia e di squilibri: terre rare, minerali critici. Gli sguardi sono rivolti alla Cina, il convitato di pietra di questo G7 in declino. Non ci sarà un comunicato finale, ma sette dichiarazioni settoriali. Le questioni climatiche sono escluse, per non irritare Trump.

Nell’immagine: iI presidente francese Macron e la first lady Brigitte durante la cerimonia di apertura del G7


Trump: “Perché Bibi ha fatto quel c. di attacco?”. Ma gli Usa sono certi dell’intesa: ecco i motivi

Le opposizioni all’attacco del premier: “Incapace di vincere”. Ma lui replica: “Ho salvato il mio Paese”. E lancia stoccate a Trump 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. Per il suo ottantesimo compleanno, Donald Trump si attendeva due regali questa domenica: nel giardino sud della Casa Bianca, un incontro di arti marziali miste dell’Ultimate Fighting Championship e, all’estero, la firma digitale di un memorandum di pace con l’Iran.

Tuttavia, il nuovo attacco israeliano sul quartiere di Dahiyeh a Beirut– dopo che i colpi di Hezbollah avevano oltrepassato il confine nord d’Israele – rischia di mettere in serio dubbio la firma, non solo per oggi, ma anche per i prossimi giorni.

L’esercito israeliano avrebbe informato il Comando Centrale degli Stati Uniti poco prima dell’attacco a Beirut. Non è chiaro se la Casa Bianca abbia dato il via libera all’operazione oppure no.

Nonostante il bombardamento, Trump ha reiterato ad Axios che la firma del memorandum con l’Iran è ancora prevista per oggi.

La firma

«Avremmo dovuto firmare l’accordo questa mattina, ma l’attacco israeliano a Beirut ha causato un ritardo. Credo che la firma avverrà comunque più tardi oggi, tra qualche ora. Tuttavia, l’attacco israeliano ha scombussolato i piani».

Non è chiaro se Trump abbia ricevuto rassicurazioni dirette da Teheran sul fatto che la firma proceda secondo i piani. L’agenzia di stampa Fars, citando una fonte «vicina» al team negoziale iraniano, riferisce che l’intesa in via di definizione tra Stati Uniti e Iran non è ancora stato finalizzata e che «nulla sarà sicuramente firmato nei tempi annunciati da Trump».

In tutto ciò, i preparativi per la storica notte proseguono nella residenza presidenziale, mentre i giornalisti sono tenuti a distanza dalla West Wing per dare spazio ai lottatori. Trump, fino a questa sera, non ha eventi pubblici in programma.

Ciononostante, al di là delle parole di The Donald, gli stessi funzionari americani riconoscono che le tempistiche della firma restino molto fluide. Pubblicamente il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che gli Stati Uniti e l’Iran sono ancora sulla buona strada per firmare un memorandum d’intesa volto a riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico merci e a revocare il blocco statunitense sui porti iraniani. «Per quanto ne so, siamo sulla strada giusta. Non è una questione di “se”, ma di “quando”», ha affermato Hegseth durante il programma “Face the Nation” della CBS.

Hegseth non prevede che l’attacco a Beirut comprometta i negoziati e ha definito “molto misurata” la risposta di Israele.

Tuttavia, ha attribuito la responsabilità a Teheran: «Se l’Iran vuole che l’intesa regga, deve frenare Hezbollah».

Frustrazione

Nel frattempo, questa domenica, lo stesso leader americano ha espresso tutta la sua frustrazione per la situazione attuale, sostenendo che l’attacco a Beirut non avrebbe dovuto verificarsi e non nascondendo il proprio disaccordo con la decisione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di colpire.

«Mi hanno chiamato dicendo: “Signore, Israele sta attaccando a Beirut” — un’ora prima che dovessimo firmare l’accordo. Non riuscivo a credere che stesse accadendo. È una cosa gravissima».

Ad Axios – usando un’espressione volgare – Trump ha detto che il leader israeliano è privo di buon senso ed è “furioso” per il fatto che Israele abbia lanciato attacchi proprio mentre il suo team si appresta a firmare una bozza di pace.

“Perché Bibi doveva fare quel c*** di attacco? Ero arrabbiatissimo. Gliel’ho detto. Non ha un c*** di buon senso. Gliel’ho detto”, ha affermato il presidente.

Nel frattempo, Fox News ha citato un diplomatico non identificato coinvolto nei negoziati, secondo il quale gli attacchi israeliani sarebbero un tentativo di sabotare gli sforzi diplomatici.

Asse solido

La Casa Bianca rifiuta tale ipotesi, continuando a sostenere che il suo asse con Israele sia solido e che Trump e Benjamin Netanyahu siano sulla stessa linea d’onda, nonostante le accese chiamate e una netta divergenza su quale sia l’obiettivo finale per i due.

Trump, di fatto, privilegia un rapido accordo diplomatico per limitare l’arricchimento dell’uranio e riaprire lo Stretto di Hormuz al fine di ridurre i prezzi del carburante negli Stati Uniti; Netanyahu esige una vittoria militare totale volta a smantellare definitivamente tutti i siti nucleari iraniani.

La differenza tra i due è anche politica: Trump è sottoposto a forti pressioni legate alle elezioni di metà mandato al Congresso affinché il conflitto si concluda in tempi brevi, mentre la strategia di Netanyahu punta a distruggere definitivamente le proxy iraniane in Medio Oriente, soprattutto Hezbollah, per garantire la propria sopravvivenza politica a lungo termine.

Se un memorandum venisse firmato, mancherebbero ancora 60 giorni di negoziati per arrivare a un accordo finale, in particolare sulla questione del programma nucleare iraniano e sulle scorte d’uranio arricchito in possesso del regime degli ayatollah.

Da parte sua, l’ex presidente Barack Obama ha affermato alla ABC News, in un’intervista che andrà in onda integralmente mercoledì, che è “improbabile” che un eventuale intesa risulti “significativamente diversa” o “migliore” rispetto al Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) — l’accordo promosso proprio da lui — siglato nel 2015. Obama ha esortato la Casa Bianca a non avere fretta e «prendersi il tempo per esplorare la via diplomatica ed esaurire le possibilità di raggiungere accordi che, pur non risolvendo il problema al 100%, ne risolvano l’80 o il 90%, evitando così la necessità di ricorrere alla guerra».

«Si potrebbe pensare che ormai avremmo dovuto imparare la lezione, eppure sembra che, di tanto in tanto, ci tocchi impararla di nuovo», ha aggiunto.


Prende vita il patto di Maometto: il progetto a guida sunnita per la regione

Le opposizioni all’attacco del premier: “Incapace di vincere”. Ma lui replica: “Ho salvato il mio Paese”. E lancia stoccate a Trump 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

La guerra sta cambiando radicalmente il Medio Oriente: ogni giorno le crepe negli equilibri di potere diventano più profonde. Alla paura per l’Iran, che oggi appare ancora più pericoloso, si è aggiunta la sfiducia verso Trump e Netanyahu. E così l’Arabia Saudita si è messa alla guida di un progetto che potenzialmente è in grado di rivoluzionare l’architettura della sicurezza nella regione: un’alleanza con il Pakistan, la Turchia e l’Egitto.

Stanno disegnando un patto militare con intense ricadute economiche che determina un effetto politico dirompente. Lo chiamano Step, con le iniziali dei quattro Paesi, e qualcuno lo ha già ribattezzato «la Nato araba». A Riad però cominciano a usare un nome molto più evocativo: gli accordi di Maometto. Sottolinea il ruolo propulsore del principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman ed evidenzia il legame tra i quattro popoli sunniti ma rende subito chiaro come il piano possa rappresentare la pietra tombale sugli Accordi di Abramo con Israele.

Sulla carta, la coalizione musulmana mette insieme una coalizione in grado di essere autonoma, che un alto ufficiale del Golfo sintetizza in poche parole: «I sauditi hanno i soldi, i pachistani i missili nucleari, i turchi la tecnologia e gli egiziani un esercito formidabile». In teoria, potremmo essere davanti all’alba di una superpotenza. Se non fosse che in passato spesso presidenti, emiri e dittatori mediorientali hanno dato il via ad altre alleanze, sante o progressiste, che si sono rivelate effimere. Ai tempi del baathismo, di Nasser, Saddam Hussein, Hafez Assad e del meno allineato Gheddafi ci sono state addirittura federazioni tra Stati che si sono poi dissolte nel giro di mesi. Ora però la determinazione di Netanyahu a raggiungere gli obiettivi senza tenere in considerazione neppure i veti della Casa Bianca, sommati alla debolezza di Trump e alla sua volontà di riportare a casa le truppe americane, hanno aperto un grande vuoto. Che Mbs intende colmare, garantendo la protezione dell’Arabia Saudita da qualsiasi minaccia, inclusa quella atomica.

L’inizio di questo percorso è stata proprio un’operazione israeliana che ha creato una ferita nei rapporti con le monarchie arabe: il raid dello scorso settembre in Qatar per uccidere i leader di Hamas. Uno shock, a cui il principe Bin Salman ha risposto dopo poche settimane con la firma del trattato con Islamabad che contiene una clausola di difesa reciproca simile all’articolo 5 della Nato. I generali pachistani garantiscono l’ombrello del loro arsenale nucleare e delle loro forze armate, non moderne ma molto efficienti, e in cambio ottengono finanziamenti per puntellare un’economia senza risorse.

L’attacco del 28 febbraio contro l’Iran è stato il secondo trauma, perché i sauditi sostenevano la mediazione omanita ed erano convinti che il compromesso fosse a portata di mano. Sono stati trascinati nel conflitto senza preavviso e senza ricevere rinforzi dagli americani. Da allora, i pasdaran hanno fatto pagare ai sovrani del Golfo il prezzo dello scontro aperto da Usa e Israele.

È stata proprio la volontà di chiudere la guerra a mettere i quattro ministri degli Esteri dello Step allo stesso tavolo il 19 marzo: hanno partorito l’iniziativa diplomatica che ha fermato i bombardamenti americani e portato ai colloqui di Islamabad. Le consultazioni tra i capi della diplomazia hanno assunto un format stabile a cui sono seguiti faccia a faccia tra i leader: la visita di Mbs a Erdogan è attesa a breve. Discuteranno dell’estensione ad Ankara del trattato con Islamabad – i pachistani sostengono che ci sia già una bozza pronta – ma nel frattempo hanno chiuso contratti per costruire ferrovie, centri logistici, infrastrutture di trasporto e sistemi digitali: pure l’oleodotto per portare il greggio dai pozzi sauditi al Mediterraneo sta prendendo forma. Non solo. Il disgelo tra Egitto e Turchia, fino a quattro anni fa acerrimi rivali, ormai si sta trasformando in una fratellanza d’armi: in questo momento le aviazioni dei due Paesi si stanno esercitando insieme e valutano la creazione di uno stormo congiunto di caccia F16 pronto a fare scudo ai cieli sauditi. Infine, pure il Qatar – che ha affidato ai turchi la formazione dei suoi militari – ha manifestato la volontà di entrare nella nuova Lega Araba. Insieme, sarebbero in grado di chiudere o tenere sotto tiro gli stretti chiave del commercio mondiale: Suez, Bosforo, Bab el-Mandeb e Hormuz.

Nell’immagine: Mohammed bin Salman


L’America distratta dal cielo sopra Musk

Le opposizioni all’attacco del premier: “Incapace di vincere”. Ma lui replica: “Ho salvato il mio Paese”. E lancia stoccate a Trump 

Di Duilio Gianmaria, La Stampa

È stata la settimana in cui tutti gli americani, e probabilmente anche una buona parte del mondo, hanno alzato gli occhi al cielo. Lo hanno fatto sicuramente gli analisti di Wall Street, alle prese con una delle più massicce operazioni finanziarie della storia recente: il debutto in borsa delle attività spaziali di Elon Musk. Un’operazione senza precedenti, capace di unire sotto un unico ecosistema finanziario sia i satelliti di Starlink – diventati in pochi anni una vera gallina dalle uova d’oro – sia le scommesse più complesse del suo impero.

Al di là delle valutazioni degli analisti, è interessante notare una coincidenza temporale simbolica. Proprio mentre l’universo aziendale di SpaceX dominava le cronache finanziarie, l’amministrazione americana ha dato il via a un’operazione “trasparenza” che i seguaci di teorie complottistiche e fantascientifiche hanno atteso per decenni. Su input della presidenza Trump, il Dipartimento della Difesa ha infatti inaugurato il sistema Pursue (Presidential Unsealing and Reporting System for Uap Encounters), un portale federale interamente dedicato alla pubblicazione dei file governativi sugli Ufo, oggi ufficialmente denominati Uap (Unidentified Anomalous Phenomena). Sul sito ufficiale, in cui si è accolti da una lettera di Trump, in puro stile grafico della serie Xfiles, che rivendica la sua dedizione alla trasparenza, sono stati rilasciati documenti storici, rapporti, fotografie e video precedentemente secretati, provenienti da archivi militari Fbi, Cia.

Acronimi di tre lettere Ipo (Initial Public Offering) e Ufo (Unidentified Flying Object) si incrociano così nell’immaginario collettivo. Da una parte, la narrazione di Musk vende al mondo l’opportunità di partecipare a una nuova avventura scientifica e tecnologica per portare colonie umane sulla Luna e su Marte; dall’altra, la divulgazione dei file viene presentata come una restituzione di verità storica su misteri nati intorno all’Area 51 e alla letteratura fantascientifica sui contatti con la vita extraterrestre. Trump invita gli americani a “divertirsi” nell’esplorare questi archivi, sebbene il Pentagono sottolinei che i materiali, pur contenendo casi ad oggi irrisolti o anomalie visive, non costituiscono una prova scientifica confermata dell’esistenza di vita extraterrestre.

Intanto mentre preannuncia una nuova stagione di avventure spaziali, Elon Musk sta costruendo un modello di società del tutto nuovo sulla Terra. In polemica con le politiche dello Stato della California, Musk ha progressivamente trasferito le sue attività in Texas. È qui che il suo sogno si fa cemento, diviso in due fulcri principali: Starbase a Boca Chica, nel sud del Texas, la città che ruota attorno ai lanci di Starship, con tanto di busto monumentale di Musk in una delle strade principali, e a Snailbrook, una vera e propria company-town in costruzione vicino ad Austin pensata per ospitare i dipendenti e familiari di Boring Company, SpaceX e Neuralink.

Queste città aziendali hanno già l’imprinting delle futuribili colonie extraterrestri autosufficienti: aree recintate e sorvegliate dove i dipendenti trovano ristoranti, complessi sportivi, scuole e sicurezza privata. Un ambiente isolato dal resto del mondo in cui le logiche aziendali prevalgono su quelle dell’amministrazione pubblica. La realizzazione di quel sogno di “città-stato indipendenti” ricorrente nei discorsi dello stesso Musk e del miliardario Peter Thiel. I due, legati fin dai tempi degli studi filosofici comuni sotto l’egida di René Girard, teorico della necessità di superare il “desiderio mimetico” che accomuna e perseguita l’umanità, hanno imparato a muoversi considerandosi strutturalmente diversi e quindi al di sopra dal resto della società.

Di fronte a una ricchezza che viaggia su cifre trilionarie, finanza e tecnologia vengono usate in modi del tutto nuovi, anche se, per molti analisti di Wall Street, i fondamentali economici reali delle sue aziende giustificherebbero appena la metà del loro attuale valore di mercato. La capacità narrativa di Musk rimane un asset potente per sedurre investitori e grandi banche d’affari. Lo dimostra il discorso sopra le righe con cui ha celebrato virtualmente il debutto a Wall Street, usando la metafora iperbolica sul consumo di una sostanza super-eccitante per descrivere l’euforia di un traguardo che nemmeno lui – ha detto – avrebbe mai osato immaginare.

Mentre la retorica si concentra sullo spazio, la realtà terrena mostra un quadro differente. Trump usa la pubblicazione di documenti finora secretati, come per distrarre l’opinione pubblica dal momento di forte tensione internazionale e di difficoltà macroeconomiche domestiche. Con un’inflazione che ha toccato cifre preoccupanti superando il 4% e i prezzi dei beni di prima necessità schizzati alle stelle, ampie fasce di popolazione devono affrontare il calo dei salari, l’impossibilità di pagare affitti adeguati e il rischio di imponenti licenziamenti provocati dall’arrivo dell’Ia: i cosiddetti “lavoratori poveri” diventano i veri extraterrestri del sistema: spesso invisibili e privi di tutele.

Wall Street scommette che l’Ia sia il motore per sostenere la crescita finanziaria anche a fronte degli immensi investimenti necessari alla sua implementazione. Tuttavia, il rischio concreto è che questi strumenti finiscano per concentrare ulteriormente il potere economico e decisionale in pochissime mani, squilibrando la società.

Il potenziale impatto di una gestione puramente algoritmica della società si è già visto durante l’esperienza di Musk alla guida dell’ente governativo per la razionalizzazione della spesa pubblica nei 90 giorni successivi del secondo mandato di Trump. Teorizzando che i sistemi di intelligenza artificiale possano vagliare l’efficienza di ogni singolo funzionario statale, Musk ha attuato tagli radicali basati su metriche di produttività algoritmica, portando alla chiusura di interi rami di amministrazione, come la storica agenzia di cooperazione Usaid.

Il cielo sopra Musk e sopra la Casa Bianca, come nella tragicomica commedia “Don’t Look Up”, rischiano di diventare la metafora del tragico fallimento dell’umanità, divisa tra negazionismo e speculazione: strumenti di fascinazione tecnologica e politica che, se non analizzati con occhio critico, rischiano di distrarre dalle questioni reali che continuano a consumarsi qui sulla Terra, da cui potrebbe, prima o poi, arrivare il celebre allarme della missione Apollo 13: “Houston, abbiamo un problema”.


Marina Carobbio: “Antifascismo e coraggio civile non si ereditano, si scelgono”

Le opposizioni all’attacco del premier: “Incapace di vincere”. Ma lui replica: “Ho salvato il mio Paese”. E lancia stoccate a Trump 

Un anno fa, sempre alla festa del Ceneri, abbiamo parlato di antifascismo, sottolineando come non si trattasse di un ricordo del passato, ma una minaccia del presente. Un anno dopo, purtroppo, non possiamo che constatare che la realtà ha superato persino le nostre preoccupazioni. 

Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un’ulteriore accelerazione autoritaria. Guerre, conflitti, attacchi al diritto umanitario internazionale e ai diritti umani, legittimazione di politiche autoritarie che coinvolgono tutti i continenti. In questo contesto dobbiamo parlare anche degli Stati Uniti perché quello che accade lì influenza ancora tutto: le nostre istituzioni, la democrazia, la giustizia sociale, il nostro immaginario politico. In pochi mesi, Trump ha smantellato il multilateralismo e il diritto internazionale, colpito istituzioni storiche come la Corte penale internazionale, si è ritirato dagli Accordi di Parigi sul clima e ha tagliato i fondi all’USAID, l’agenzia del governo degli Stati Uniti che gestiva gli aiuti umanitari e lo sviluppo globale, infliggendo un colpo pesante alla cooperazione allo sviluppo e ai diritti umani. Quest’ultima decisione ha spinto molti altri paesi a ridurre gli aiuti umanitari e per le politiche a favore del sud del mondo, Svizzera compresa. Quando iniziai la mia attività a Berna nel 2007 ci battevamo per lo 0,7% del PIL per la cooperazione allo sviluppo, oggi siamo ben al di sotto, allo 0.46%, e questo in uno dei paesi più ricchi al mondo!

L’amministrazione Trump conduce un attacco sistematico all’ordine internazionale, erodendo principi e misure a cui chi difende i diritti umani si è affidato per decenni. Questo non è solo un problema americano. È il nostro problema. È il problema di chiunque creda che la democrazia sia un valore universale e non uno strumento di potere.

In questo contesto non posso non parlare anche di Cuba. Per denunciare con chiarezza l’assedio nei confronti della popolazione cubana da parte dell’amministrazione americana, e purtroppo anche l’indifferenza di una grande parte dei paesi a fronte di quanto sta succedendo. Cuba vive la peggiore crisi economica e sociale dagli anni ’90: carenza di cibo, blackout continui, mancanza di medicamenti e materiale sanitario, una popolazione stremata.

La mia, la nostra, posizione è chiara: la punizione collettiva di interi popoli non può essere accettata. Come non possiamo accettare le continue violazioni dei diritti umani da parte del governo di Israele sulla popolazione palestinese. Crimini e violazioni che colpiscono anche chi si batte per i diritti della popolazione palestinese, come è accaduto alle attiviste e agli attivisti della Global Sumud Flotilla. 

Un anno fa ho parlato di un genocidio in corso. Da allora le violazioni dei diritti umani sono continuate, le vittime civili si moltiplicano. Movimenti e società civile si sono fatti sentire nelle piazze, con appelli, con atti di coraggio e civiltà, come quelli portati avanti dalle scuole ticinesi, che hanno richiamato la Svizzera al suo dovere di paese depositario delle Convenzioni di Ginevra, e come la grande mobilitazione del personale sanitario partita proprio dal Ticino. Ciononostante, il Consiglio federale non ha imposto alcuna sanzione contro Israele, mantenendo con esso una stretta cooperazione economica, come per esempio l’acquisto di droni dall’azienda israeliana Elbit Systems per 250  milioni di franchi.

Come ha detto la direttrice di Amnesty International Svizzera: con il suo silenzio, il Consiglio federale rischia di rendersi corresponsabile, ai sensi del diritto internazionale, della mancata prevenzione di un genocidio. 

Lo scorso anno ho detto che le destre radicali guadagnavano spazio, normalizzavano parole d’odio, si appropriavano del linguaggio della sicurezza e dell’identità. Il barometro elettorale a livello federale di metà legislatura ha mostrato che l’UDC ha superato per la prima volta il 30% dei consensi. Quello stesso partito che ha lanciato l’iniziativa su cui voteremo domani (n.d.r: oggi).  Un’iniziativa pericolosa e divisiva, che vuole contrapporre noi e gli altri e che ci auguriamo sarà respinta dal popolo svizzero. 

Quando la complessità viene percepita come minaccia, quando i diritti umani, lo stato di diritto e la democrazia sono minacciati, è lì che si annida la deriva autoritaria. I sindacati, le associazioni e i movimenti antifascisti, i valori e l’impegno del Partito socialista sono l’antidoto a questa deriva. 

Un anno fa ho detto che l’antifascismo non è una bandiera di partito, ma una scelta di parte: quella dell’umanità contro la disumanità, della giustizia contro il privilegio. Lo confermo oggi con ancora maggiore convinzione. L’antifascismo si fa difendendo le istituzioni democratiche quando vengono erose dall’interno. Si fa rifiutando il culto del leader forte e il capro espiatorio. Si fa costruendo tutte e tutti assieme una società diversa: una società della cura, della giustizia, della difesa delle minoranze.

Lo si fa difendendo i diritti di chi è arrivato nel nostro paese cercando protezione e che rischia invece l’espulsione: famiglie e minori che hanno messo radici, si stanno formando, vanno a scuola e vivono accanto a noi e con noi, e che pagano le conseguenze di un sistema d’asilo sempre più restrittivo. Come la famiglia che ho incontrato ieri, genitori e bambini minorenni che vivono in Ticino da anni e sono in attesa di una decisione che determinerà il loro futuro: quello di continuare a vivere, lavorare, formarsi accanto a noi o quello di dover lasciare il nostro paese. Dobbiamo lottare per loro, per una società accogliente e aperta, perché questa famiglia, come tante altre, sono parte della nostra comunità. 

Gli scorsi mesi, molte persone hanno manifestato per la popolazione di Gaza e contro le violazioni dei diritti umani da parte del governo di Israele. Le strade di Bellinzona, le piazze di diverse città, ci hanno mostrato che la società civile non dorme. 

La democrazia non si difende da sola. Non basta indignarsi. Serve esserci, organizzarsi, denunciare, costruire. Perché ogni diritto che oggi diamo per scontato è il risultato di qualcuno che, ieri, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

E il coraggio civile non è solo una parola. È qualcosa che questa terra conosce bene. Oggi abbiamo con noi Michelle Bassanesi, nipote di Giovanni Bassanesi, l’aviatore antifascista ticinese che nel 1930 sorvolò Milano lanciando volantini contro il regime di Mussolini. Un gesto straordinario, compiuto rischiando la vita per un ideale. Pochi mesi fa, il monumento che lo ricorda a Lodrino è stato imbrattato con svastiche e la scritta “duce”. Non è vandalismo: è un atto politico deliberato, un tentativo di riscrivere la storia e rovesciare il senso di quella lotta per la libertà.

Le pietre d’inciampo che ricordano il coraggio civile di chi ha aiutato persone in fuga dal fascismo e partigiani, stanno diffondendosi anche nel nostro cantone, da Brissago, all’Onsernone, e sono la risposta civile a questi tentativi. Non sono solo memoria: sono un movimento vivo di resistenza al fascismo, un omaggio concreto a chi ebbe il coraggio di scegliere la parte giusta della storia. Quei nomi ci fermano, ci obbligano a ricordare, ci chiedono di scegliere anche noi.

Essere antifasciste e antifascisti oggi non significa celebrare il passato: significa agire nel presente. Significa dire no quando si normalizza l’odio. Significa difendere chi è più vulnerabile. Significa non tacere quando le istituzioni si voltano dall’altra parte. Significa essere qui, oggi, in questo luogo carico di memoria, e portare quella memoria dentro le scelte concrete di ogni giorno. Come fece Giovanni Bassanesi. Come fanno le comunità che posano una pietra d’inciampo e dicono: questo nome non sarà dimenticato, questa storia non sarà cancellata.

Oggi, come allora, il coraggio civile non si eredita: si sceglie. Questo è il nostro compito. Oggi come allora.

E per questo, care compagne e cari compagni vi ringrazio per esserci. Perché sapere di poter avere al proprio fianco persone come voi, pronte a lottare per delle giuste cause, è fonte di motivazione e di volontà che aiuta anche a superare momenti storici difficili come questo senza perdere la speranza, continuando ad essere in prima linea per una società migliore, per i più fragili, per i senza voce, per chi arriverà dopo di noi.


Michelle Bassanesi: “La libertà non è mai definitiva”

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Buongiorno a tutte e a tutti.

È per me un’emozione profonda e un grande onore essere qui oggi, in un luogo così significativo per ricordare mio nonno Giovanni Bassanesi e mia nonna Camilla Restellini. Essere qui, in questo contesto di memoria e di impegno civile, dà ancora più forza alle loro storie e ai valori che hanno incarnato.

La vita di mio nonno è stata segnata dal coraggio, dalla determinazione e da un fortissimo senso di giustizia. L’11 luglio 1930, decollando e atterrando su un prato di Lodrino, sorvolò Milano a bordo di un piccolo aereo per lanciare migliaia di volantini contro il regime fascista. Non fu solo un gesto di resistenza, ma un atto di profonda coscienza civile. In un tempo in cui parlare era pericoloso e tacere era più facile. Scelse di agire, mise a rischio la propria vita e quella della propria famiglia per affermare che la libertà e diritti fondamentali e il pensiero libero non possono e non devono essere messi a tacere.

Oggi sento importante dire che quella scelta non era solo sua. Accanto a lui c’era anche mia nonna Camilla. Una presenza forse meno visibile nei racconti storici, ma fondamentale come quella di tante donne del suo tempo. Ha condiviso rischi, sacrifici e responsabilità. Ha sostenuto, creduto, resistito. La loro è stata una storia comune, fatta di ideali condivisi e di una profonda fiducia nella libertà e nella dignità.

Credo che questo sia il punto più importante da ricordare. Non si trattava solo di opporsi a qualcosa, ma di affermare qualcosa di più grande. La loro lotta non era solo contro il fascismo, ma per la libertà, per i diritti fondamentali, per la possibilità di pensare, di esprimersi, di vivere senza paura.

Diritti che – per me è essenziale dirlo qui – non hanno colore, non hanno bandiera politica, non appartengono a una parte, ma sono il fondamento stesso di una società giusta.

Momenti come questo diventano ancora più importanti, perché ricordare non significa solo guardare al passato, ma dare un senso al presente. Significa trasmettere memoria affinché le generazioni future possano camminare idealmente e concretamente su un sentiero tracciato dal coraggio civile e dalla difesa della democrazia.

Giovanni Bassanesi e Camilla Restellini non sono soltanto una pagina della nostra storia. Sono una voce che continua a parlarci, una coscienza viva che ci invita ancora oggi a non restare in silenzio di fronte all’ingiustizia.

E questo invito oggi riguarda tutti noi.

In un momento storico in cui le divisioni spesso prevalgono sul dialogo, credo che il loro esempio ci chieda qualcosa di più: di riconoscere ciò che ci unisce prima di ciò che ci divide. Di difendere quei valori che non sono negoziabili: la dignità della persona, la libertà, la giustizia.

La libertà non è mai definitiva. Non è qualcosa che possiamo dare per scontato. Va difesa ogni giorno nelle nostre scelte, nelle nostre parole, nel modo in cui reagiamo alle ingiustizie vicine o lontane.

Oggi qui, in questo incontro che riunisce persone diverse ma accomunate da ideali di giustizia, uguaglianza e rispetto, sento che il messaggio dei miei nonni è più vivo che mai. Non si tratta di essere tutti uguali, ma di riconoscere un terreno comune, un terreno fatto di diritti fondamentali e responsabilità condivise.

Se oggi posso e possiamo essere qui a parlare liberamente è anche grazie a persone come loro, a chi in tempi difficili ha scelto di non avere paura, di non tacere, di agire.

Per questo, a nome della mia famiglia, voglio dire grazie. Grazie a chi tiene viva la memoria. Grazie a chi organizza momenti come questo, Grazie a chi continua a credere che la libertà, la giustizia e la dignità umana siano valori da difendere, sempre.

Ricordare oggi Giovanni Bassanesi e Camilla Restellini non è solo un atto di memoria. È un impegno. Un impegno che ciascuno di noi sta portando avanti. Il loro coraggio non è finito con loro. La libertà non è mai conquistata per sempre. Esiste solo finché qualcuno ha il coraggio di difenderla.

Grazie di cuore.


Niccolò Mazzi-Damotti: “Noi giovani e l’antifascismo”

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Perché commemorare l’antifascismo nel 2026? Il fascismo è morto ottant’anni fa – ci dicono – e non hanno neanche tutti i torti; l’abbiamo letto nei libri di storia: il 25 luglio 1943 cadde il regime fascista italiano. Poi vennero ancora guerra, occupazione, Repubblica sociale, Resistenza, liberazione. Ma il fascismo come regime storico è finito.

Perché un giovane deve parlare di antifascismo? Mica l’abbiamo vissuto, che ne sappiamo? Poi in Svizzera… figuriamoci.

Proprio qualche mese fa ero seduto al tavolo rotondo in casa di mia nonna novantanovenne, quasi centenaria, e mi raccontava – con lucidità e nitidezza dei ricordi – come lei e la sua famiglia hanno vissuto a Brissago, comune di confine, gli anni del regime.

Mi raccontava il cibo contato, i bollini, la paura, le dogane presidiate, il confine chiuso addosso alla vita quotidiana; e quella sensazione terribile che la grande storia, quella dei regimi e degli eserciti, fosse entrata in cucina, nei piatti, nelle tasche, nelle famiglie.

Nella mia testa mi immaginavo una scena cupa, in bianco e nero, tutto si muoveva molto lentamente; sembrava un film di Sylvain George.

Care compagne, cari compagni, amiche e amici del Ceneri, oggi siamo qui, al Ceneri, dopo quasi cent’anni, ancora a ribadire lo spirito socialista, sindacalista e antifascista; con orgoglio.

Proprio in questo punto erge un monumento in ricordo dei quindici volontari antifascisti ticinesi caduti in Spagna, persone che hanno scelto di agire contro il fascismo. Commemorare vuol dire ricordare pubblicamente un evento storico, ma secondo me significa anche riflettere sui valori che vogliamo portare avanti oggi.

L’antifascismo non può limitarsi a un ricordo del passato, è e deve essere una scelta di valori che vogliamo trasmettere alle future generazioni, ai nostri figli, nipoti, pronipoti, e per sempre ancora a chi verrà dopo.

La memoria, però, non si eredita automaticamente. Ogni generazione deve decidere se custodirla o lasciarla svuotare. E per noi giovani questa è forse la sfida più grande: non abbiamo vissuto il fascismo, non abbiamo vissuto la guerra, non abbiamo conosciuto direttamente il prezzo della libertà. Proprio per questo rischiamo di dare la democrazia per scontata.

In apertura ho detto che non hanno tutti i torti a dirci che il fascismo è morto ottant’anni fa. Ma il fascismo non è solo quello storico, è un ideale in completa contrapposizione alla democrazia. Come ben sappiamo, le idee non possono morire.

Il rifiuto del pluralismo, disprezzare il dissenso, la ricerca di un uomo forte, affrontare le crisi e i temi complessi con semplici slogan, l’individuazione di un nemico che sarebbe la causa di tutti i problemi; sono tutti elementi che appartengono al, purtroppo ancora vivo, ideale fascista.

La democrazia è lenta, imperfetta, faticosa. Chiede discussione, compromesso, pazienza, conflitto democratico. Il fascismo invece promette scorciatoie: ordine senza giustizia, unità senza pluralismo, decisione senza libertà.

Ma quindi, cosa ne sappiamo noi giovani dell’antifascismo?

Sappiamo che le crisi nel mondo si aggravano, che il diritto internazionale per i potenti spesso non conta, che le grandi potenze possono violare diritti fondamentali senza temere conseguenze reali. Sappiamo che a Gaza, come in altre località nel mondo, ogni giorno muoiono civili, bambine e bambini. Sappiamo che imbarcazioni civili dirette verso Gaza vengono intercettate in mare e che chi prova a portare aiuti o a denunciare l’assedio può essere trattato come un criminale. E se qualcuno pensa che tutto questo sia ancora lontano.

Guardiamo anche qui, in Ticino, dove se cerchi di far chiarezza su fatti che riguardano il potere puoi trovarti un proiettile in buca lettere; dove una famiglia, dopo anni qui, con figli che studiavano e si formavano in Ticino, è stata separata: alcuni rimpatriati con la forza, altri rimasti sospesi tra casa, scuola e incertezza.; dove, se esistono realtà autogestite fuori dalle logiche di mercato e del consumo, ci si ritrova le ruspe sul tetto a mezzanotte.

Non voglio assolutamente alludere al fatto che sono tutti fascisti, anche perché abusare del termine ne alleggerisce il significato e sono convinto che il termine debba rimanere pesante.

Le azioni appena elencate hanno però un denominatore comune: sono atti di disumanità, di ricerca del colpevole, di rifiuto del pluralismo e del dissenso.

E il contrario dell’antifascismo non è solo il fascismo dichiarato. È anche l’indifferenza. È il voltarsi dall’altra parte. È dire che non ci riguarda. È pensare che finché non tocca noi, allora non è un nostro problema.

Essere antifascista significa opporsi all’ideologia, ai metodi e alle derive del fascismo. Significa difendere la democrazia quando è scomoda, non solo quando è celebrata. Significa difendere il dissenso quando dà fastidio, non solo quando è innocuo. Significa difendere l’umanità delle persone quando il potere prova a trasformarle in numeri, problemi, minacce, bersagli.

E quindi sì; noi giovani possiamo e dobbiamo commemorare l’antifascismo.

Non perché abbiamo vissuto il fascismo, ma perché vogliamo vivere in una società in cui il fascismo non abbia più spazio. Proprio per evitare la propagazione e lo sviluppo di nuovi regimi autoritari, per restare umani, per difendere i nostri valori. Questo monumento non ci chiede nostalgia. Ci chiede responsabilità. Ci chiede da che parte stiamo quando il potere schiaccia i più deboli, quando il dissenso viene delegittimato, quando la dignità umana diventa negoziabile.

L’antifascismo non è il ricordo di qualcosa che è finito. È la responsabilità di impedire che certe logiche tornino a governare il presente.

Niccolò Mazzi-Damotti è membro della direzione PS Ticino


Gli Svizzeri contro la città

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Al di là dell’esito, la votazione di oggi sull’iniziativa “No a una Svizzera a 10 milioni!” è l’occasione per ritornare su alcune questioni e, in particolare, per ragionare sul rapporto che gli Svizzeri intrattengono con la città. Nel caso in questione, dietro tematiche di tipo urbanistico e pianificatorio, si celava il tema dell’immigrazione. Si tratta di un argomento ricorrente che da tempo caratterizza una certa visione della nazione: gli Svizzeri non amano la città e preferiscono identificarsi con il piccolo villaggio, con quello che oltralpe viene chiamato il Dörfli.

D’altro canto, la maggior parte della popolazione svizzera è probabilmente ancora convinta di risiedere in un paese nel quale la città è una eccezione. Una recente inchiesta ha d’altronde rilevato che molti vorrebbero abitare in una casa monofamiliare in campagna piuttosto che in città. Per una parte della popolazione la città e la società urbana vengono percepite negativamente come mostri che divorano lo spazio e il paesaggio, capaci di cancellare le tradizioni, sono luoghi di conflitto e di un multiculturalismo esasperato. 

Parte di questa sfiducia nei confronti del fatto urbano ha origini storiche. Sin dal Medioevo, le campagne del paese hanno intrattenuto un rapporto di sudditanza e le campagne erano tenute a pagare tributi alle città. La sudditanza e i privilegi urbani furono ufficialmente aboliti nel 1848, ma il tema della contrapposizione tra città e campagna ha continuato a caratterizzare la storia del paese. 

Il villaggio e la ruralità sono sempre stati connessi all’identità nazionale così, praticamente, tutte le esposizioni nazionali che si sono tenute sin dal 1883, e in particolare quella di Ginevra del 1896, di Berna del 1914 e di Zurigo del 1939, avevano ricostruito e rappresentato il “villaggio svizzero” che, con i suoi chalet, condensava l’insieme delle virtù rurali della Svizzera. Anche la Difesa spirituale, il servizio del lavoro agricolo e il Piano Wahlen allestito negli anni della Seconda Guerra mondiale, possono essere letti in questa ottica. Esemplificativo è poi il dipinto realizzato da Charles Giron presente nell’emiciclo della sala del Consiglio nazionale “La culla della Confederazione elvetica” (1901) che rappresenta il bucolico paesaggio alpino del Lago dei quattro Cantoni.

Da qualche anno questa visione antiurbana ha conosciuto un rilancio. Il villaggio di Maienfeld, scenario delle vicende della piccola Heidi nel romanzo di Johanna Spyri, per alcuni, ben rappresenta questa visione. È proprio da questa località grigionese che l’UDC aveva lanciato la sua campagna sul “sovraffollamento” del paese. Una campagna che si è fondata sul concetto di Dichtestress, termine che esiste da tempo nel dibattito germanofono e già presente in occasione delle iniziative popolari “Contro l’immigrazione di massa” e “Ecopop” nel 2014. In italiano questa parola non esiste ma, tradotta letteralmente, significherebbe “stress da densità”, ossia un vago sentimento testimone di un disagio diffuso che ognuno può declinare a suo modo, per esempio evocando le colonne sulle strade e treni affollati, la penuria di alloggi, l’insicurezza e la criminalità, la sparizione delle terre agricole, la messa in discussione delle tradizioni e, naturalmente, l’eccessiva presenza di stranieri. Sulla base di questa visione l’UDC ha messo in moto la sua efficace comunicazione politica.

Se oggi una vera contrapposizione città-campagna non esiste più sul piano concreto (si potrebbe dire che esistono piuttosto vari gradi di urbanità), essa permane comunque nell’immaginario delle persone e si manifesta in occasione delle votazioni federali, soprattutto quando i temi sui quali occorre votare toccano le relazioni con l’Unione europea, la politica ambientale o la politica migratoria. Se osserviamo con un occhio geografico i risultati delle votazioni federali rappresentati su una carta a livello comunale, la posizione delle città e dei centri si differenzia praticamente sempre da quella delle campagne circostanti. L’esito di queste votazioni – e ciò vale per quella che si è tenuta questo fine settimana – mostra una diversità tra i centri urbani (che votano in modo più progressista) e le loro periferie (che fanno scelte più conservatrici). Questa differenziazione si accompagna alla frattura definita dal Röstigraben che differenzia i risultati della Svizzera francofona da quelli della Svizzera tedescofona, il Ticino da tempo assume posizioni analoghe a quest’ultima regione. 

Come ha ben dimostrato la votazione “Una Svizzera a 10 milioni!”, il tema del rapporto città-campagna viene sovente sfruttato politicamente. Il primo agosto del 2021, l’allora presidente nazionale dell’UDC Marco Chiesa aveva lanciato la sua campagna contro le città “rosso-verdi”. Nelle città di sinistra, affermava, “domina la politica di ridistribuzione e non della responsabilità individuale. Difende i parassiti sociali, quelli che vogliono approfittare dello Stato, e non gli Svizzeri che hanno lavorato per difendere la prosperità del nostro paese”. 

La campagna che ha accompagnato questa votazione ha giocato sul fatto che le maggiori città svizzere per numero di abitanti (Zurigo, Basilea, Berna, Ginevra, Losanna, Lucerna, San Gallo, Winterthur) hanno nei loro esecutivi una importante presenza rosso-verde, mentre gli spazi rurali circostanti sono portatori di posizioni più conservatrici e borghesi. 

Per concludere queste considerazioni potremmo dire che le immagini di cui ci dotiamo per parlare del territorio (come città e campagna) sono estremamente importanti e non sono per nulla innocenti. Queste promuovono infatti quegli aspetti e quei paradigmi (di chiusura, resistenza, apertura…) che, in un determinato momento, i politici, gli esponenti del mondo economico, ma anche i semplici cittadini, desiderano mettere in evidenza per raggiungere i propri fini. A fronte di discorsi su un fenomeno così carico di significati come quello dell’urbanizzazione, dobbiamo adottare uno sguardo attento e non semplicemente ideologico. 

Claudio Ferrata è geografo
Nell’immagine: cartina turistica di Maienfeld, “Villaggio di Heidi”


Le tre destre italiane e il Golem

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Di Ezio Mauro, La Repubblica

Poiché lo spirito del tempo è la merce più preziosa sul mercato politico, le destre sono diventate tre, in gara per contenderselo: più Forza Italia, che si considera di centro-destra. Ribellismo, antagonismo, estremismo sono la dominante della lunga fase in cui viviamo, producendo consenso e generando governi populisti e sovranisti incentrati sulla prevalenza del leader e non più sull’equilibrio dei poteri. La potenza dell’ideologia, che sembrava sepolta sotto il crollo dell’Unione Sovietica e del suo feticcio simbolico, il Muro, ritorna col segno opposto a incendiare la politica, spargendo tra i continenti l’ultima suggestione: superare la democrazia, dichiararla decaduta, inaugurare una nuova epoca post-costituzionale in cui il potere è governo e il governo è comando. Tutto il resto può solo disciplinarsi in funzione gregaria, rispettando la nuova gerarchia.

Ma proprio la nascita del caso Vannacci e il decollo della sua avventura (la terza destra) dimostra che il campo è stato colonizzato, ma non è dominato, anzi è luogo di contesa permanente. Com’è possibile? C’è in quell’area una leadership riconosciuta e sicura, quella di Giorgia Meloni, che guida il governo, la maggioranza, il partito più forte e soprattutto impersona la politica estera, che oggi è la cifra decisiva di ogni esecutivo: e tuttavia altre ipotesi di destra sono possibili, si confermano e si affacciano, contraddicendosi in una competizione aperta. Tutto questo conferma che mentre la destra in questi quattro anni a palazzo Chigi cercava l’egemonia culturale, non è riuscita a produrre una cultura di sicuro riferimento, senza la quale non si fonda una supremazia e nemmeno un’autorità.

È come se Meloni, salendo al governo, avesse scoperchiato un mondo invece di unificarlo. E quest’opera incompiuta, proprio sotto l’aspetto culturale (la presidente del Consiglio è clamorosamente sola) spiega perché un generale senza base elettorale, senza seguito parlamentare, senza radici e senza esperienza politica sia riuscito a diventare il nuovo fantasma che agita i sonni governativi della destra italiana. Vannacci in realtà non ha fatto nulla, e forse proprio questo spiega la curiosità estremista che lo circonda, come se fosse un puro marchio, un ologramma innocente perché senza sostanza. Ma ha concentrato su di sé un tale accumulo di simboli che può attribuirsi un ruolo senza nemmeno misurare la sua reale consistenza: militare, fascista, filorusso, insofferente a ogni disciplina esterna, ribelle anche nei confronti di chi lo ha portato dall’anonimato alla politica, putiniano al punto da lanciare addirittura un segnale di richiamo rossobruno alla zona grigia profonda del Paese, impersonando intanto una completa estraneità alla Costituzione: quanto basta per garantire una totale opposizione al sistema. Un tizzone ardente, dunque, a prima vista di piccole dimensioni, ma in realtà difficile da maneggiare per chi lo trova nella sua metà del campo.

C’era dunque nel territorio della destra che ci governa lo spazio per una domanda politica radicale, estrema, irriducibile, che l’azione di governo evocava e eccitava, senza poterla soddisfare. Questo spazio infatti è stato creato da Meloni e coltivato da Salvini. Fratelli d’Italia rappresenta la prima destra, nazional-sovranista, trumpiana nell’anima, occidentale per caso, ideologica nei progetti. Ma questa identità reazionaria si è per forza di cose ibridata con il ruolo della leader, che come capo del governo deve negoziare con Bruxelles, deve entrare nel concerto istituzionale assumendone le posture, deve condividere le liturgie costituzionali repubblicane, deve fare i conti con la realpolitik quotidiana: deve in una parola moderarsi, subordinando l’underdog che è in lei al Primo ministro che è diventata. Potenza dei riti repubblicani. Salvini ha creduto di poter colmare questa distanza tra l’ideologia e la realtà provando a forzare il limite istituzionale entro il quale si muove Meloni, e facendo di questa forzatura quotidiana la nuova identità della Lega. La seconda destra è così diventata una forza estremista, anarco-reazionaria, tributaria di Trump e seguace di Putin, con metà corpo trattenuto nel recinto istituzionale ma con i piedi già fuori dal perimetro della Costituzione.

Il problema nasce dall’incompiuta. La doppia funzione di lotta e di governo non regge alla prova del contesto occidentale, dove governare vuol dire prima di tutto assumersi responsabilità e farsi carico del sistema, non programmare la sua rottura per fuoruscirne. Continuamente evocato con citazioni, allusioni, incursioni, revisioni, quel mondo sommerso della trasgressione costituzionale e dell’eccezione antidemocratica ha convissuto in questi anni a fianco del governo come un universo parallelo, una tentazione permanente, una minaccia costante: una carta di riserva, coperta a metà per far capire che esiste ma senza dover intanto risponderne, e da giocare nel momento in cui il quadro internazionale dovesse inclinarsi definitivamente verso una pratica neo-autoritaria. Soltanto che qualcuno — costruito artificialmente con l’argilla della Lega come un moderno golem fascista, per agitare quei temi e proclamare quei progetti troppo estremi anche per la destra di governo — si è messo in proprio. Il golem cammina, e pronuncia quelle esatte parole che Salvini pensa e per ora non può permettersi di dire: ma le rivolge contro i suoi creatori, accusandoli di ambiguità, di incoerenza e di tradimento.

Assistiamo così allo spettacolo doloroso per il Paese della destra di governo che dagli spalti del Palazzo guarda l’ultima sua mutazione, la terza destra, radicale senza responsabilità, identitaria senza compromessi, nostalgica senza aver fatto i conti con la storia. È una destra che non media, non governa, non negozia, non firma niente e quindi può permettersi di dire tutto, offrendosi come forza di rappresentanza della pura protesta e della ribellione, tingendole al nero. Ora tutti si domandano se Vannacci entrerà nella coalizione elettorale meloniana, di cui è insieme filiazione e contraddizione, vendendo carissima la sua percentuale che può essere decisiva. Ma Meloni e Salvini farebbero meglio a interrogarsi su quest’ultimo fallimento, che vede nascere nel cuore dell’esperienza di governo una destra rivale anti-democratica, anti-costituzionale: e forse addirittura anti-repubblicana. Complimenti.