Condividere la prosperità

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Giancarlo Carofiglio, La Stampa

Tra giugno e agosto di quest’anno, secondo uno studio del Centro Studi Cipnes Gallura-UniOlbia, nelle acque della Gallura sono stati rilevati 3.176 superyacht, cioè imbarcazioni di almeno 24 metri, e il valore stimato di 291 di essi supera i 19 miliardi di dollari, circa 16,5 miliardi di euro al cambio medio del 2026.

Tanto per fornire un dato di paragone: la Campania, con 5,6 milioni di abitanti, riceve ogni anno dal Fondo sanitario nazionale circa 11,5 miliardi (dato del riparto 2023). Certo, il confronto è tra un patrimonio e una spesa annuale, ma restituisce un ordine di grandezza che aiuta a definire la questione. E la questione riguarda il paese in cui quegli yacht navigano, dove nello stesso momento ci sono persone che aspettano mesi per una visita specialistica nel servizio pubblico, bambini che non hanno nemmeno un pasto proteico al giorno e crescono in case sovraffollate e malsane, famiglie che a fine mese scelgono tra mangiare e riscaldare la casa.

Il superfluo legittimamente acquisito — lavorando e pagando le tasse — è, di per sé, un tema politicamente irrilevante. In una società in cui molti non hanno l’indispensabile, diventa però una questione politica in senso molto concreto: riguarda la tenuta delle istituzioni democratiche. Le società insopportabilmente ingiuste tendono a diventare violente e perdono la democrazia un pezzo alla volta, a vantaggio di forme di autoritarismo più o meno mascherate. Correggere la distribuzione delle risorse è dunque una condizione di sopravvivenza delle istituzioni libere, prima ancora che una questione di generosità o di rivalsa.

Ma chi decide che cos’è indispensabile? La domanda contiene un’insidia reale, perché ogni lista dell’indispensabile dipende dall’epoca e dalla cultura in cui viene compilata. L’elettricità era superflua nel 1820, la connessione a internet nel 1990, e il riscaldamento domestico è stato un lusso per larghe fasce della popolazione fino a pochi decenni fa. I confini si spostano, e ne segue che la lista proposta qui vale per la modernità avanzata e non per ogni tempo e ogni luogo.

Oggi rientrano tra gli indispensabili, a mio giudizio, il cibo sufficiente a mantenersi in salute e l’acqua potabile; un’abitazione stabile non sovraffollata, anche se piccola e semplice; la possibilità di alleviare le sofferenze che vengono dal freddo e dal caldo estremo; le cure mediche essenziali, comprese due che il dibattito pubblico tratta come secondarie, la salute mentale e le cure dentistiche. Per la psicoterapia nel servizio pubblico le attese sono spesso molto lunghe, e le cure odontoiatriche, salvo che per i minori e per le persone più vulnerabili, restano a carico dei cittadini, sicché chi non può permettersele rinuncia. Vi rientra un’istruzione che funzioni davvero, oltre all’accesso formale che sulla carta esiste: una scuola con insegnanti stabili e laboratori attrezzati nei quartieri ricchi, e con supplenti precari e aule cadenti in quelli poveri, non offre un servizio universale ma riproduce la disuguaglianza con l’avallo dello Stato. Vi rientra una connessione a internet, perché il lavoro, i servizi pubblici e la formazione passano ormai dal digitale, e un bambino senza connessione affidabile resta escluso da una parte crescente delle opportunità. Vi rientra la mobilità: in molte aree del paese il trasporto pubblico extraurbano è insufficiente, e chi non ha un’automobile non raggiunge il posto di lavoro, non accompagna i figli a scuola, non arriva al pronto soccorso quando l’urgenza non giustifica un’ambulanza. La geografia italiana trasforma la povertà economica in isolamento fisico.

Infine, ed è la voce più spesso dimenticata, la possibilità di partecipare alla vita collettiva senza la vergogna della povertà relativa. Il sociologo Peter Townsend ha definito poveri coloro che non possono permettersi le consuetudini e le attività ordinarie della propria società; Amartya Sen, discutendo la sua tesi, ha ricordato che già Adam Smith contava tra i bisogni la possibilità di presentarsi in pubblico senza doversene vergognare. Quella vergogna è spesso la forma più corrosiva del disagio sociale.

A questa lista va aggiunta una condizione che non è un bene né un servizio: la possibilità che la famiglia e il luogo in cui si nasce non decidano il futuro di una persona. È ciò che chiamiamo ascensore sociale. Perché funzioni, non basta che tutti possano formalmente andare a scuola: occorre che abbiano concrete possibilità di migliorare la propria condizione economica.

Va detto che il primo studio (pubblicato nel 2022) condotto sulle dichiarazioni dei redditi di genitori e figli, quello di Acciari, Polo e Violante, descrive un’Italia meno immobile di quanto indicassero le stime precedenti. L’indicatore misura quanto la posizione dei figli nella distribuzione del reddito dipenda dalla posizione dei genitori: più il valore è alto, più forte è il legame e minore la mobilità sociale. L’Italia registra 0,22, contro 0,18 della Danimarca e 0,34 degli Stati Uniti. La mobilità italiana risulta dunque leggermente inferiore a quella danese ma superiore a quella statunitense. Le disuguaglianze di partenza restano comunque decisive: su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più povere, soltanto undici arrivano nel 20 per cento più ricco; su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più ricche, trentatré vi rimangono anche da adulti. Inoltre, la mobilità è molto più forte nel Nord del paese. Conta dunque da chi si nasce, e conta – moltissimo – anche dove.

Negli ultimi quarant’anni si è consolidata una retorica che separa il superfluo da ogni responsabilità collettiva. Qualunque etichetta le si dia, l’operazione è sempre la stessa: presentare la disuguaglianza come il risultato naturale, anzi auspicabile, del libero dispiegarsi del merito individuale. In questa narrazione, chi ha molto lo merita; chi ha poco, invece, non si è impegnato abbastanza, ha fatto scelte sbagliate o non ha saputo cogliere le occasioni che un sistema aperto e neutrale metteva a disposizione di tutti. La ricchezza diventa il premio della virtù; la povertà, la conseguenza del vizio o almeno dell’inadeguatezza.

Michael Sandel, ne La tirannia del merito, mostra che questa ideologia ha un intollerabile costo morale: produce nei vincitori una presunzione di superiorità che non hanno titolo a nutrire e nei perdenti un’umiliazione che non hanno motivo di provare, perché il fallimento viene trattato come colpa personale e non come effetto di condizioni strutturali. Così il sistema si protegge: chi sta in basso si chiede che cosa abbia sbagliato lui o lei, non perché le cose funzionino in quel modo.

In questo contesto va letta la resistenza viscerale a ogni forma di redistribuzione. L’espressione “invidia sociale”, usata di routine per liquidare qualunque proposta di tassare i grandi patrimoni, ne è la versione più efficace: converte una questione di giustizia in una questione di psicologia e la delegittima senza doverne discutere gli argomenti.

Vale la pena guardare da vicino la parola. Redistribuire significa distribuire di nuovo, e l’obiezione conservatrice sfrutta proprio quel prefisso: lascia intendere che esista una prima distribuzione — quella del mercato — giusta in quanto spontanea, e che ogni intervento pubblico la alteri. Ma quella prima distribuzione dipende già da regole sui contratti, sulla proprietà, sulle successioni e sul fisco: regole che qualcuno ha scritto e che si possono riscrivere. In questo senso, ogni sistema fiscale è redistributivo. Può esserlo in modo equo o, più spesso, iniquo. Può aggravare le ingiustizie oppure, al contrario, mettere in moto meccanismi sani ed etici di equità, dignità e prosperità condivisa.

Nell’immagine: Gianrico Carofiglio


Papa Leone e l’Occidente in cerca di un’identità sociale

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Pecore senza pastore»: così Gesù ai suoi tempi definiva le folle, e così oggi ci ritroviamo a essere noi, europei, occidentali, in questo tempo confuso e impaurito della post modernità, da qualcuno già ridefinito della post umanità. La cosiddetta “morte di Dio” proclamata da Nietzsche e poi posta a fondamento della gran parte delle espressioni del pensiero novecentesco (politica, psicanalisi, arte, economia…) ha rappresentato la morte del pastore, ovvero di quella realtà capace di aggregare le libertà e i sentimenti degli esseri umani rendendoli concretamente soci gli uni degli altri, e quindi tali da formare veramente una società (l’originale latino societas non a caso viene da socius).

Oggi, senza più pastore, privi di una realtà universalmente riconosciuta come più importante di noi e quindi tale da renderci soci aggregandoci tra noi (il verbo aggregare viene da gregge), ci ritroviamo dis-gregati, senza gregge, non più soci tra noi ma dis-sociati, stranieri morali gli uni degli altri.

Il bisogno di aggregazione però è costitutivo dell’essere umano, siamo “animali politici”, ci definiva giustamente Aristotele, quindi la mancanza di aggregazione genera malessere, senso di vuoto, ansia. È per questo che quando ci possiamo di nuovo aggregare nel nome di valori e di ideali più importanti degli interessi immediati, ritroviamo una dimensione decisiva della nostra natura e un senso di autentica gioia pervade l’esistenza. È quanto è avvenuto durante la gioiosa visita di Papa Leone in Francia.

Certo sarebbe improprio considerare gli ottantamila giovani dello Stade de France l’espressione di tutti i milioni di giovani francesi, così come le folle degli Champs-Élysées l’espressione della totalità della popolazione francese. Però sarebbe altrettanto improprio non cogliere in questa inaspettata attenzione verso il Papa della Chiesa cattolica un segno dei tempi.

Quale? Il bisogno di un’identità sociale. Il principio di laicità, che proprio in Francia ha avuto la sua massima celebrazione a partire dalla rivoluzione del 1789, ha dato a ogni cittadino la possibilità di costruirsi un’identità personale, rappresentando la grande liberazione dalle ingerenze dello Stato e soprattutto della Chiesa nella vita degli individui. La vittoria della laicità ha comportato la cessazione di quella forzata tutela che imponeva a ognuno cosa credere e cosa no, cosa fare e cosa no, chi amare e chi no, impedendo all’individuo tutto ciò che risultava difforme rispetto al canone stabilito. La laicità è stata la grande liberazione degli individui e l’affermarsi della loro identità personale.

Oggi però da più parti si avverte il bisogno di ritrovare un’identità anche sociale. La libertà infatti non si dice solo come liberazione, perché, una volta liberato dai legacci che lo imprigionano, l’essere umano sente il bisogno di avere legami che compiano il suo bisogno costitutivo di relazionalità. Siamo alla ricerca, in questo tempo confuso e colmo di incertezze, di un nuovo pastore, ovvero di un’idea madre che torni a farci sentire di nuovo aggregati tra noi.

Io penso che qui si giochi il futuro dell’identità europea. Penso che il futuro dell’Occidente si determinerà nella partita tra falsi pastori e veri pastori: tra coloro che approfittano di questo bisogno di aggregazione per le loro mire di potere e trasformano l’identità sociale ritrovata in forza ostile verso le altre identità, e i veri pastori capaci di porre l’identità sociale ritrovata al servizio della più ampia aggregazione dell’umanità.

I veri pastori sono coloro che pongono l’identità sociale al servizio di un’aggregazione più alta, superiore, facendo così finalmente approdare l’umanità a quella “fraternité” sognata e celebrata dai rivoluzionari del 1789.

Non si tratta quindi di tornare a essere gregge come un tempo, perché noi non siamo pecore, e se ci siamo disgregati dalle precedenti aggregazioni è stato perché avevamo bisogno di libertà. Nessun ritorno al passato, nessun tradizionalismo, nessuna restaurazione saranno mai possibili se gli esseri umani non vorranno tradire la propria storia e se stessi.

Si tratta piuttosto di ritrovare un’aggregazione più autentica, più matura e più responsabilizzante rispetto a quella del passato, che vinca l’isolamento dell’individualismo in cui siamo precipitati e ci restituisca il senso dell’autentica comunità.

Con il suo volto mite e fraterno che lo rende così diverso da un minaccioso leone, a dispetto del nome che si è scelto; con quel suo gentile modo di essere che lo fa assomigliare piuttosto a un inedito “leone erbivoro”, questo Papa, in questo mondo sempre più in mano a spietati leader carnivori, sembra proprio rappresentare l’espressione di quella “forza debole” che sa parlare gentilmente alle nostre coscienze, facendoci ritrovare il desiderio della vita comune senza perdere la vita libera.

Se la Chiesa cattolica nelle sue diverse espressioni, a partire soprattutto dalle parrocchie, si saprà porre al servizio di questa esigenza di comunità e di identità sociale (senza approfittarne per riprendere le antiche posizioni di potere, ma con vero spirito di servizio), forse potrà tornare a essere quel “sale della terra” e quel “lievito della pasta” di cui al suo riguardo parlava Gesù.


Musk va in orbita con Starship: ecco il monopolio sopra il cielo

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Luca Celada, il manifesto

Nella sua quattordicesima missione il mega razzo Starship ha raggiunto ieri per la prima volta l’orbita terrestre. Nel corso del volo attorno al pianeta la nave spaziale ha “partorito” 26 satelliti Starlink lasciando che fuoriuscissero dai portelloni della stiva e galleggiassero dolcemente (a 26000 km/h) nello spazio. Compiuta la missione la “nave stellare” è tornata sulla terra, o meglio nei flutti nei pressi delle Hawaii dove il modulo è esploso.

Malgrado l’epilogo si è trattato di un successo per l’azienda spaziale che ha concluso il collegamento con un «saluto ai nostri potenziali clienti». I 26 microsatelliti si sono aggiunti agli oltre 11.000 già attualmente in bassa orbita, più della metà di quelli mai lanciati da tutti gli altri paesi messi insieme.

NELLE INTENZIONI di Elon Musk, però, la “costellazione” privata dovrà arrivare a 42.000 satelliti, e la gigantesca Starship rappresenta il futuro della società. Già da dodici anni Space X effettua lanci commerciali dal complesso spaziale di Cape Canaveral in Florida e dalla base Vanderberg in California, utilizzando razzi Falcon 9 e Falcon Heavy. Nel 2025 la società ha compiuto 257 missioni, nell’anno in corso dovrebbe effettuarne complessivamente 240 (per raffronto il massimo raggiunto dalla Nasa furono 33 missioni Gemini nel 1966). Una frequenza di un lancio ogni 2,3 giorni. Se non di un monopolio compiuto, si tratta dunque di un dominio schiacciante del mercato dei lanci orbitali abilitato anche dai finanziamenti pubblici ricevuti sotto forma di appalti di una Nasa le cui operazioni sono state progressivamente privatizzate.

Nessuna delle molteplici società di Musk ha contribuito di più all’immagine attentamente coltivata dal magnate e ideologo eugenetico come prometeico demiurgo. La missione di Space X è promossa con altisonante retorica sulla «civiltà multiplanetaria» e il «destino galattico» dell’umanità, calcando sul progetto di una base lunare con l’obiettivo di sbarcare un equipaggio umano su Marte.

MUSK – L’UOMO che ha messo in orbita perpetua una Tesla Roadster come trovata promozionale – ha di recente preso a parlare di possibili data center orbitanti. Vi è poi sempre il comparto militare, meno pubblicizzato ma più che reale (e potenzialmente lucroso) come evidenziato dalla recente conferma da parte del ministro della Us Air Force Troy Meink, che il Pentagono possiede e gestisce «armi per il controllo dello spazio in orbita»”. Già dal 2022 Space X ha annunciato Starshield, una divisione di Starlink preposta a servizi «militari e governativi» come quelli prevista dall’appalto con la Us Space Force per comunicazioni satellitari.

Nel documentario su Musk di Alex Gibney, l’ex compagna del magnate riferisce di un sua accenno a «laser spaziali» di cui però aggiunge immediatamente di non poter dire altro. Se scarseggiano i dettagli, quello che emerge sempre più chiaramente è come le decisioni in merito al «destino spaziale» più o meno armato dell’umanità sia stato di fatto rimosso dalla sfera pubblica e posto in quella degli interessi privati, soprattutto nell’accezione della connivenza fra oligarchi tech e regime attualmente in carica alla Casa bianca.

SONO ALTRETTANTO collaudati i metodi di Space X per aggirare i vincoli amministrativi. Dieci anni fa la società di Musk ha iniziato ad acquistare proprietà e sfrattare residenti della piccola comunità texana di Boca Chica per costruire le infrastrutture necessarie ai lanci. Nel 2025 il consiglio comunale, composto ormai interamente da dipendenti Space X ha approvato il cambio del nome in Starbase, un «villaggio aziendale» su cui Musk detiene il completo controllo politico e amministrativo.

LO STESSO METODO Musk si profila ora per la Louisiana dove col consueto metodo aziendale (evento privato con funzionari locali, arrivo di Musk in elicottero, video-montaggio promozionale con musica techno) è stato annunciato il prossimo spazioporto che dovrà supportare le operazioni commerciali di Starship che secondo Musk raggiungeranno frequenza di lanci quotidiano e successivamente, come ha dichiarato su X, «ogni ora».

Sulla costa acquitrinosa (e ecologicamente fragile) del bayou, a Vermillion Parish, la società intende edificare una base di 500 chilometri quadri dove i rendering mostrano una dozzina di rampe di lancio allineate capaci di far decollare migliaia di razzi all’anno. Sul sito della Louisiana Economic Development si parla di un investimento di 100 miliardi di dollari e della creazione di 10mila posti di lavoro.

NEL VIDEO PROMOZIONALE del mega progetto il governatore Jeff Landry, entusiasta esponente Maga, è sull’eliporto ad accogliere personalmente Musk elogiando profusamente il progetto e dandogli il benvenuto ufficiale a nome dello stato che a Space X ha offerto sconti fiscali ed esenzioni da normative ambientali per il valore di decine di miliardi di dollari su 25 anni.

L’annuncio ha tuttavia preso di sorpresa i residenti e molti esponenti politici, dato che negoziati con Space X si sono svolti regime di stretta confidenza e i funzionari che vi hanno partecipato sono stati tenuti a firmare da accordi di riservatezza che vietano la divulgazione dei contenti sotto pena legale. «Non avreste mica preferito che avessi svuotato il sacco e dato al Texas l’opportunità di fare una contro-offerta», ha commentato il governatore. Una strategia simile è stata perseguita da Musk a Memphis, Tennesse dove, per edificare un data center in un quartiere afroamericano, ha concluso un accordo riservato (con agevolazioni fiscali, sconto su acqua e elettricità ed esenzione da norme ambientali) con le autorità cittadine di cui non aveva contezza nemmeno il consiglio cittadino al completo.

SE IL DESTINO multiplanetario dell’umanità è tutto da verificare insomma sembrerebbe ormai ben consolidato quello del capitalismo futuro, una concezione condivisa dall’attuale regime della Casa bianca e gli oligopolisti tech che proprio oggi torneranno a riunirsi a Washington. L’occasione è quello che Donald Trump ha descritto come annuncio speciale e «anteprima dei prossimi 250 anni di futuro», una «età aurea» sulla quale è apparentemente destinato a decidere in autonomia un gruppo assai ristretto di persone.

Nell’immagine: un razzo Starship di SpaceX durante un lancio da Starbase, in Texas


Russia, identità dei giornali rubate per inquinare la democrazia: c’è anche La Repubblica

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Giuditta Mosca, La Repubblica

Un attacco sistematico colpisce l’informazione occidentale, sfruttando la reputazione delle testate più autorevoli per diffondere propaganda e minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche.

È quanto emerge da un’indagine condotta da Alice Lee e Madeline Roache, ricercatrici e analiste di NewsGuard, società specializzata nel monitoraggio dei media e nella valutazione dell’affidabilità delle notizie, che ha portato alla luce un ecosistema ingannevole di ampie proporzioni.

Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina avviata dalla Russia nel 2022, le operazioni di influenza collegate al governo di Moscahanno realizzato 906 articoli e servizi video completamente falsi, attribuendoli illegittimamente a 163 giornali e canali televisivi appartenenti a 21 Paesi differenti.

Il report dimostra come queste campagne abbiano l’obiettivo strategico di indebolire il sostegno militare e finanziario fornito dai Paesi occidentali a Kyiv, facendo leva sulla fiducia che i lettori ripongono nei marchi giornalistici tradizionali.

Una crescita pianificata

Il fenomeno ha registrato un’accelerazione marcata, a dimostrazione del fatto che le autorità russe considerano la disinformazione un’arma di guerra psicologica efficace. Stando ai dati raccolti dal team di analisti di NewsGuard, il numero di articoli fittizi attribuiti a fonti rispettabili è passato da quarantaquattro nella prima metà del 2025 a 421 nella prima metà del 2026, segnando così una crescita dell’850%.

Le operazioni russe riproducono fedelmente i loghi, i font e le grafiche ufficiali dei giornali, arrivando in diversi casi a registrare domini sul web con indirizzi quasi identici a quelli autentici per trarre in inganno gli utenti meno esperti e mascherare la falsità dei contenuti. Spesso, gli articoli contengono anche dichiarazioni inventate e attribuite a esperti realmente esistenti.

I nomi autorevoli finiti nella rete dei cloni

In Italia il fenomeno è limitato, sono stati presi di mira giornali come La Repubblica con due contenuti falsi e Il Fatto Quotidiano con uno, oltre alle quattro incursioni registrate a danno di Vatican News, il portale informativo ufficiale della Città del Vaticano.

A La Repubblica, in particolare, è stata addebitata la falsa notizia mai pubblicata secondo la quale il candidato alla presidenza francese Édouard Philippe, sindaco di Le Havre, nel 2023 avrebbe acquistato una villa in Sicilia del valore di 15 milioni di euro e, a latere, la notizia secondo cui la polizia di Stato avrebbe intensificato i controlli tra le comunità ucraine residenti in Italia a ridosso delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, a causa di una crescente infiltrazione ucraina in gruppi terroristici.

Al di fuori dei patri confini praticamente nessun gigante dell’informazione è stato risparmiato dalla rete dei falsari. Tra le 163 testate colpite figurano la BBC, l’emittente radiotelevisiva pubblica del Regno Unito, oltre alle testate Bloomberg, Politico e la CNN.

L’emittente più colpita in assoluto è risultata essere Euronews, il canale televisivo multilingue con sede in Francia che trasmette in tredici lingue, alla quale sono stati falsamente attribuiti 82 contenuti fittizi.

Tra i media più usurpati compaiono numerose testate francesicome Libération con 39 falsi, il canale all-news BFMTV e la rivista satirica Charlie Hebdo, entrambe con 35 falsi. A seguire la tv pubblica France 24 con 34 falsi, Le Figaro con 31 e Le Parisien con 28.

Anche in Germania il fenomeno è rilevante, con 28 contenuti attribuiti falsamente alla Deutsche Welle, la radio-televisione pubblica tedesca, e 25 al quotidiano Frankfurter Allgemeine.

La concentrazione sui media dell’Ue è spiegata dagli analisti con il fatto che l’Europa è il principale sostenitore economico dell’Ucraina e, nondimeno, ospita oltre 5 milioni di rifugiatiucraini.

Le tre operazioni segrete e la strategia dei video

Dietro questa vasta produzione di materiale ingannevole agiscono tre strutture principali riconducibili a Mosca: Matrioska, Storm-1516 e Doppelganger.

La campagna Matrioska, il cui nome evoca le celebri bambole ad incastro della tradizione russa, è specializzata nella fabbricazione seriale di brevi filmati propagandistici di scarsa qualità che imitano lo stile dei network di informazione e che vengono diffusi a ritmo continuo su X e su alcuni canali Telegram.

L’operazione Storm-1516 adotta invece una tattica più sofisticata e mirata, tendendo a costruire narrazioni articolate che prendono spunto da un singolo falso reportage attribuito a un giornalista o a un’organizzazione reale e che, in seguito, viene fatto circolare attraverso una fitta rete di profili coordinati fino a raggiungere decine di milioni di visualizzazioni.

La terza struttura, Doppelganger, pioniera nel clonare i siti web delle testate occidentali, sembra aver ridotto notevolmente le proprie attività dal 2024. Sebbene la pratica di impersonare entità straniere risalga all’epoca sovietica, l’adozione diffusa dei sistemi di IA, ha reso la produzione di bufale rapida ed economica.

Dalle calunnie personali alle interferenze elettorali

I contenuti veicolati attraverso queste falsificazioni spaziano dai tentativi di denigrazione personale alle ingerenze politiche dirette.

Tra le narrazioni più diffuse figurano le accuse infondate rivolte al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di essersi appropriato indebitamente dei fondi destinati agli aiuti di guerra o di fare uso di sostanze stupefacenti. Un altro video fasullo con il logo della BBC sosteneva invece che Olena Zelenska, la first lady ucraina, avesse chiesto asilo all’estero a causa della rottura del matrimonio.

Allo stesso modo, sono state lanciate calunnie infondate di pedofilia contro il presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron e contro il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

In altri casi, i falsi sono stati usati per orientare il voto dei cittadini, come avvenuto nel marzo 2026 in Ungheria, per esempio mediante un finto articolo firmato Euronews nel quale veniva attribuita al leader europeista Péter Magyar la frase in cui definiva il presidente degli Stati Uniti Donald Trump un nonno senile.

L’obiettivo di danneggiare Magyar nella corsa alle elezioni parlamentari è stato infruttuoso, giacché le urne lo hanno visto davanti all’ex leader sovranista Viktor Orbán.

L’inquinamento delle IA e la trappola per i motori di ricerca

Un aspetto messo in luce dal report riguarda la contaminazione dei chatbot e degli strumenti basati sulle IA. A fare da cassa di risonanza alla propaganda russa è la rete Pravda, un network composto da 280 siti filorussi che nel corso del 2025 ha pubblicato circa 6,3 milioni di articoli, rilanciando 115 false affermazioni. Questa enorme quantità di testo inonda i motori di ricerca e condiziona gli algoritmi di IA che scandagliano la rete per fornire risposte agli utenti.

Ad aprile del 2026, per esempio, la rete Pravda ha diffuso in dodici lingue la notizia fasulla di un presunto articolo del settimanale francese Le Point, secondo cui 20mila soldati ucraini trasferiti in Francia per cure mediche avrebbero disertato per arruolarsi nella criminalità organizzata.

Nonostante Le Point non avesse mai scritto nulla del genere e i dati dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ovvero l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite per la salute pubblica, confermino che dal 2022 i soldati e civili evacuati all’estero siano stati in tutto 6.400 senza casi di diserzione, la bufala è stata recepita come vera dal sistema Google AI Overview, che l’ha proposta ai lettori come un fatto accertato.

Interpellata da NewsGuard, Google ha risposto per bocca di un portavoce sostenendo di adottare standard elevati e che dalle verifiche interne non è stato possibile replicare il medesimo risultato restituito da Google AI Overview.

L’attacco sistematico ai controllori delle notizie

Oltre a ingannare i lettori e addestrare male gli algoritmi, le operazioni russe puntano a paralizzare il lavoro dei fact-checker, i professionisti incaricati di verificare la veridicità delle notizie.

Come evidenziato in un rapporto da Viginum, l’organismo governativo francese preposto al monitoraggio delle ingerenze digitali straniere, le campagne Matrioska e Storm-1516 inviano migliaia di email ai giornalisti con link a notizie false, chiedendo provocatoriamente di verificarne il contenuto per saturare i loro tempi di lavoro.

Anche il Center for Countering Disinformation (CCD), il Centro per il contrasto alla disinformazione che costituisce l’agenzia governativa ucraina contro le minacce informative, monitora costantemente queste aggressioni.

Le operazioni hanno colpito anche aziende private come SpaceXAI e Microsoft e organizzazioni non profit come Human Rights Watch e Reporter Senza Frontiere, usandone i marchi per inventare violazioni dei diritti umani da attribuire all’Ucraina.

In una videointervista rilasciata a NewsGuard, Cécile Mégie, direttrice delle strategie editoriali del gruppo pubblico France Médias Monde, di cui fanno parte il canale France 24 e la radio RFI (Radio France Internationale), ha espresso profonda preoccupazione per il clima di sospetto generale che queste pratiche generano nel pubblico, minando la credibilità di tutto il sistema dell’informazione.

A livello istituzionale, il SEAE, il Servizio europeo per l’azione esterna che rappresenta l’organismo diplomatico dell’Unione europea, ha confermato in un documento ufficiale che la struttura Storm-1516 è ormai in grado di infiltrarsi nei dibattiti pubblici reali delle democrazie occidentali, mettendo a rischio la stabilità della Nato, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, ovvero l’alleanza militare difensiva tra i Paesi occidentali.

Casi emblematici e smentite ufficiali

L’analisi dettagliata delle singole notizie false offre un quadro preciso delle tecniche di manipolazione utilizzate.

Un caso ha riguardato il già citato Édouard Philippe. Attraverso il sito clone BFM-TV.net, registrato cinque giorni prima della diffusione della bufala, è stato pubblicato un articolo corredato da un filmato in cui si sosteneva che a Philippe fosse stata diagnosticata una grave forma di demenza frontotemporale che avrebbe compromesso la sua candidatura alle presidenziali.

Céline Poizat, la responsabile dell’ufficio stampa di Philippe, ha smentito seccamente la notizia confermando di aver adito le vie legali. Un altro falso video con logo Euronews ha sostenuto che il NABU, l’Ufficio Nazionale Anticorruzione dell’Ucraina ovvero l’agenzia governativa di Kyiv preposta al contrasto della corruzione, avesse perquisito l’abitazione di Oleksandr Zelensky e Rymma Zelenska, genitori del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Nel video veniva mostrato un finto articolo attribuito alla giornalista Anastasiia Prots del quotidiano Ukrainska Pravda il cui cognome è stato storpiato in Protz. L’ufficio stampa del NABU, congiuntamente alla stessa Prots e al responsabile dei contenuti di Euronews Peter Barabas, hanno smentito con fermezza la notizia.

Allo stesso modo, l’agenzia statunitense Associated Press e l’ambasciata ucraina a Washington hanno smentito un filmato fasullo secondo cui Cole Tomas Allen, l’attentatore alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca, avesse visitato l’ambasciata prima dell’attacco. Infine, un finto articolo apparso sul sito Politico24.com (sito clone di politico.com) affermava che la Germania fosse pronta ad accogliere 400mila profughi palestinesi, circostanza smentita categoricamente da Elena Singer, portavoce ufficiale del ministero dell’Interno tedesco.

Tra le tecniche più avanzate è stato individuato anche un video con grafica di Fox News in cui una voce clonata con un’IA rilevata con una probabilità del 99% dal software Hive Moderation, affermava che la presidenza americana avesse vietato lo slogan pro-Ucraina Slava Ukraini.

La portata reale resta da misurare

Il censimento dice quante imitazioni sono state trovate, ma lascia aperta la questione dell’effetto sul pubblico. Viginum ha giudicato ancora molto limitata la capacità osservata di Matrioska di orientare le opinioni nel rapporto del 2025; ha rilevato anche che alcune operazioni hanno tratto visibilità dall’attenzione dei media. La crescita dei contenuti prodotti non equivale quindi, da sola, a una crescita dell’influenza esercitata.

Resta il danno per chi viene imitato. Cécile Mégie, ha detto a NewsGuard che la diffusione di fake news può danneggiare la fiducia nei media. Il meccanismo ha in sé qualcosa di subdolo perché testate e giornalisti chiamati in causa devono spendere tempo e credibilità per difendersi da parole che mai hanno riportato o pronunciato.


Trasporti ’45: dubbi sul piano da 50 miliardi

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Riccardo Franciolli, tvsvizzera.it

“Trasporti ’45Collegamento esterno” è il programma con cui il Consiglio federale intende definire le priorità per lo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie, delle strade nazionali e della mobilità d’agglomerato fino al 2045. Il pacchetto prospettato vale circa 50 miliardi di franchi.

Nel suo auditCollegamento esterno, il Controllo federale delle finanze (CDF) riconosce il valore di una pianificazione trasversale dei tre comparti. Ma rileva “importanti carenze”: le basi per stabilire una graduatoria solida e comprensibile sarebbero insufficienti, la redditività di alcuni progetti probabilmente sovrastimata e la disponibilità delle risorse necessarie non dimostrata.

Cos’è Trasporti ’45?“Trasporti ’45Collegamento esterno” è il programma con cui il Consiglio federale intende stabilire quali infrastrutture ferroviarie, stradali e d’agglomerato debbano avere priorità fino al 2045 e oltre.  Per la prima volta, ferrovia, strade nazionali e mobilità d’agglomerato sono riunite in una pianificazione unica. L’obiettivo è aumentare la capacità della rete ferroviaria, ridurre i principali colli di bottiglia stradali e finanziare misure di mobilità negli agglomerati. La graduatoria proposta si basa su una periziaCollegamento esterno dell’ETH di Zurigo, commissionata dal DATEC, e sulle valutazioni degli uffici federali competenti. Il piano contempla investimenti per circa 50 miliardi di franchi entro il 2045; un primo pacchetto da circa 11 miliardi dovrebbe essere sottoposto al Parlamento all’inizio del 2027.

L’audit non analizza nel dettaglio i costi e le varianti di ogni singola opera. Esamina piuttosto se la priorizzazione proposta sia comprensibile e se l’allocazione delle risorse sia adeguata. La conclusione del CDF è netta: soprattutto per i nuovi ampliamenti, mancano criteri sufficientemente affidabili, aggiornati, trasparenti e riproducibili.

Una perizia limitata e dati non aggiornati

Secondo il CDF, una parte rilevante della graduatoria si fonda sulla periziaCollegamento esterno dell’ETH di Zurigo, incaricata di ordinare 226 progetti per un valore complessivo superiore a 100 miliardi di franchi. Il mandato affidato all’istituto era però circoscritto: prevedeva criteri semplici e prevalentemente qualitativi e non contemplava la possibilità di modificare i progetti né di rimettere in discussione l’impostazione generale.

Pur considerandola utile, l’organo di vigilanza ritiene quindi che non costituisca una base sufficientemente solida per definire in larga misura la politica nazionale dei trasporti.

Il CDF rileva inoltre che le previsioni sulla domanda di trasporto utilizzate per la pianificazione risalgono al 2021. Il loro aggiornamento, atteso nel 2026, non potrà essere integrato nel messaggio che il Consiglio federale intende sottoporre al Parlamento all’inizio del 2027.

Redditività sotto esame

L’audit mette in discussione anche le valutazioni economiche dei progetti. Alcuni parametri utilizzati per calcolare il rapporto fra costi e benefici, pur essendo tuttora formalmente in vigore, sono considerati superati dal CDF. Il rapporto richiama in particolare il valore attribuito al tempo risparmiato nei viaggi, fondato su una norma del 2009, e il costo esterno delle emissioni di CO₂, basato su conoscenze scientifiche del 2019. Un loro aggiornamento, secondo l’organo di controllo, ridurrebbe il beneficio attribuito a diversi progetti e potrebbe modificare l’ordine delle priorità.

Per il comparto ferroviario, il CDF rileva che non era ancora disponibile una valutazione costi-benefici aggiornata per l’insieme delle opere previste fino al 2045. I benefici sono in parte calcolati sulla base di concetti d’offerta superati, mentre l’evoluzione dei costi non è stata recepita in tutte le analisi. Per il CDF, una graduatoria fondata su queste basi non può essere considerata sufficientemente solida.

Tra i casi citati compare la galleria ferroviaria del Grimsel. Richiamando i dati dell’Ufficio federale dei trasporti, il CDF segnala che il progetto presenta un beneficio negativo: anche senza considerare il costo di costruzione, i costi di esercizio diretti e indiretti supererebbero i vantaggi per la collettività. L’ultima stima di 830 milioni di franchi deriva inoltre da uno studio di fattibilità del 2023 e resta quindi soggetta a margini d’incertezza.

Sul fronte stradale, l’audit indica due esempi particolarmente problematici. Per l’ampliamento Aarau-Ost–Birrfeld, il rapporto costi-benefici scenderebbe da 1,6 a 0,4 franchi per ogni franco investito applicando parametri aggiornati. Per Perly–Bernex, il beneficio passerebbe da 90 a circa 30 centesimi per franco investito. Nella stessa verifica figurano inoltre, fra gli altri, il tratto Lugano Sud–Mendrisio, il Rheintunnel Basel e il terzo tubo del Rosenberg a San Gallo. Per queste opere il rapporto non chiede un rinvio esplicito, ma mostra come l’aggiornamento dei parametri possa cambiare sensibilmente le valutazioni economiche.

Il CDF chiede inoltre che, prima di procedere con gli allargamenti autostradali, siano esaminate sistematicamente alternative meno costose, quali limiti dinamici di velocità o l’utilizzo temporaneo della corsia d’emergenza.

La sostenibilità finanziaria

Il CDF ritiene che la finanziabilità dei circa 50 miliardi previsti fino al 2045 non sia dimostrata. Sul fronte ferroviario, il Fondo per l’infrastruttura ferroviaria (FIFCollegamento esterno) è sotto pressione: l’audit segnala quindi un possibile rischio di carenza di liquidità già a partire dagli anni 2030. Inoltre, al momento della verifica non era disponibile una proiezione aggiornata dei flussi del fondo fino al 2045 che includesse le opere proposte in “Trasporti ’45”.

Anche le previsioni per il Fondo per le strade nazionali e il traffico d’agglomerato (FOSTRACollegamento esterno) sono considerate troppo ottimistiche. Il CDF confronta spese teoriche fino al 2045 per 16,3 miliardi con liquidità previste per 7,2 miliardi, che salirebbero a 9,5 miliardi ipotizzando il ritorno all’attribuzione ordinaria di una quota dell’imposta sugli oli minerali. Le proiezioni fanno inoltre affidamento su entrate da una futura tassa sui veicoli elettrici, misura che richiederebbe una modifica costituzionale e il voto popolare.

Il DATEC: non si decide soltanto con i calcoli

Il Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) respinge la critica di fondo del CDF. Nella presa di posizione allegata all’audit, il Dipartimento sostiene che la perizia dell’ETH di Zurigo e le valutazioni degli uffici federali costituiscono una base appropriata per affinare la pianificazione in una fase di risorse limitate.

Il DATEC contesta in particolare l’idea che la graduatoria debba fondarsi in modo rigido sui soli calcoli costi-benefici. Nella scelta delle grandi infrastrutture, afferma, devono essere considerati anche elementi difficilmente quantificabili, quali la resilienza della rete, la stabilità dell’esercizio, lo sviluppo regionale e le dipendenze fra progetti.

Ticino: il nodo della continuità verso sud

Le critiche sulla graduatoria delle opere si inseriscono inoltre in un dibattito già acceso sulle priorità territoriali del progetto.

Per il Ticino le misure contemplate riguardano soprattutto il miglioramento dell’offerta regionale, fra cui l’aumento delle frequenze sull’asse Bellinzona–Locarno, uno dei più sollecitati del Cantone.

Per diversi osservatori ticinesi, però, la questione centrale è la continuità del corridoio ferroviario verso sud. Il Ticino è infatti il collegamento svizzero con la Lombardia e con una delle principali aree economiche europee. Da qui la richiesta di attribuire maggiore peso alla direttrice del Gottardo e di integrare più esplicitamente nella pianificazione i collegamenti internazionali e il traffico transfrontaliero.

Le riserve non arrivano soltanto dal Sud delle Alpi. Nel dibattito figurano anche l’Herzstück Basel, il collegamento ferroviario sotterraneo nel cuore di Basilea, che il Consiglio federale considera oggi troppo costoso e complesso, e il rinvio della seconda fase della stazione passante di Lucerna.

La scelta delle priorità

Al di là delle singole opere, il confronto aperto dal Controllo federale delle finanze pone una questione di fondo: come stabilire le priorità quando le risorse sono limitate e la domanda di mobilità continua a crescere. Nei prossimi mesi, Cantoni e altri attori potranno esprimersi nella consultazione. In seguito, Consiglio federale e Parlamento dovranno decidere non soltanto quali progetti realizzare, ma anche quali rinviare. Una scelta destinata a incidere per decenni sull’assetto dei trasporti svizzeri.

Nell’immagine: un fotogramma dal servizio del Telegiornale RSI


Nell’Ucraina occupata si muore di fame: “A Oleshky costretti a mangiare erba”

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Monica Perosino, La Stampa

A Oleshky ormai si mangia l’erba. La portulaca che cresce nei giardini e ai bordi delle strade viene raccolta, bollita, messa nelle pentole insieme a quello che resta. Quando resta qualcosa. Lo chiamano il borsch di Oleshky.

La città sulla riva sinistra del Dnipro, occupata dal primo giorno dell’invasione, è intrappolata in una catastrofe umanitaria: non entrano viveri né medicinali, manca l’elettricità, l’acqua corrente è quasi inesistente e fuggire è impossibile. L’ultima consegna di cibo risale a maggio. Da allora le forze russe che controllano la città impediscono sia l’ingresso degli aiuti sia l’evacuazione dei civili. L’unica strada per uscire è minata, sorvegliata dai droni, disseminata di automobili bruciate e cadaveri. I tentativi di evacuare feriti e civili finiscono in stragi. Delle 24 mila persone che vivevano qui prima dell’invasione ne sarebbero rimaste circa duemila, soprattutto anziani, persone che non possono muoversi e chi si prende cura di loro. Tra loro 47 bambini. Contando gli insediamenti intorno, i civili intrappolati sarebbero seimila, 182 bambini.

«Il primo settembre è stato il giorno in cui abbiamo perso l’ultima speranza. La speranza per il cibo, per poter partire, per la vita», ha scritto Alla Lykhman-Malysh, che a Oleshky gestisce con le donazioni un rifugio per animali abbandonati. Per quattro settimane, racconta, ogni mattina la gente ha aspettato i camion dei viveri. «Ogni mattina ha sperato che riuscissero a entrare. Non sono mai arrivati».

Finora si è vissuto di orti: cetrioli e pomodori, zucchine, melanzane. Ma l’estate è finita e con lei sta finendo anche l’ultima riserva di cibo. Non c’è più nulla con cui nutrire le galline, e così sono state macellate. Negli orti sono cominciati i furti: «Esci di casa, torni e le patate sono sparite». La giornalista ucraina Natalia Mazina, che da mesi raccoglie per Hromadske le testimonianze di chi è rimasto, racconta una città in cui ormai persino comunicare è pericoloso. Dei messaggi scambiati in primavera con molte delle persone intervistate non resta traccia: sono stati cancellati per paura che i russi li leggano.

Maria Semenchenko, giornalista originaria di Oleshky e oggi a Kyiv, aveva ancora tre familiari in città. Due sono riusciti a partire a maggio. Quando sua zia è arrivata era così dimagrita da riuscire a indossare i vestiti della figlia di nove anni. Un altro familiare è ancora lì. Una delle ultime zuppe l’ha preparata con fagioli, un peperone, un pomodoro, una patata e margarina vecchia di cinque anni trovata in una cantina. I cani, racconta Alla, sono «pelle e ossa». Alcuni gatti sono così magri «che il vento li trascina via». Chi riesce a catturare serpenti li fa bollire per dare qualcosa ai propri animali. Alcuni, racconta Semenchenko, avvelenano i cani per non vederli morire lentamente di fame. Dei gatti ne sono rimasti pochissimi: molti vengono sbranati dai randagi. Tetiana Hasanenko, capo dell’Amministrazione militare di Oleshky, ha ricevuto segnalazioni terribili: «Qualche giorno fa per la prima volta ho avuto conferma che ci sono famiglie costrette a mangiare i cani».

A Oleshky anche morire è difficile. Nel seminterrato dell’ospedale c’è quello che gli abitanti chiamano l’obitorio. Secondo le testimonianze ci sarebbero circa cento cadaveri, alcuni chiusi nei sacchi da mesi. Il fetore è tale che non si riesce a restare vicino all’ingresso. Così alcuni seppelliscono i propri morti negli orti, in fosse poco profonde. Hasanenko racconta di una donna che ha trovato quello che restava del marito ucciso, ne ha raccolto le parti, lo ha seppellito. «Ma i cani scavano».

L’ambulanza non esce più. In ospedale non ci sono medicine. Una delle poche cose che i medici riescono ancora a fare è fermare le emorragie. E i feriti sono moltissimi.

Da mesi Kyiv chiede un corridoio umanitario. Il 16 settembre il commissario per i diritti umani del Parlamento ucraino Dmytro Lubinets aveva annunciato un accordo con la Russia per evacuare gli abitanti e il Comitato internazionale della Croce Rossa si era detto pronto a intervenire. Ma dalla parte russa, sostiene Kyiv, non è seguito nulla. «La cosa più terribile è che le persone stanno già attraversando i campi minati», ha detto Lubinets. «Rischiano di saltare in aria o di essere colpite dai droni, ma continuano ad andare avanti perché restare a Oleshky è peggio». Si è tentato anche di far arrivare il cibo con i droni, ma i russi li abbattono, oppure individuano la casa nel cui cortile sono caduti i pacchi e accusano gli abitanti di collaborare con l’esercito di Kyiv. Una famiglia sarebbe stata portata via dopo uno di questi episodi. Da allora non se ne sa più nulla.

A New York, intanto, la diplomazia prova ad aprire qualche varco. Dal palco dell’Onu Sergej Lavrov ha accusato ancora una volta l’Europa di «fare di tutto per ostacolare la pace» e di puntare alla «sconfitta strategica della Russia». Ma lontano dai riflettori ha incontrato per la prima volta dall’inizio dell’invasione il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul. Donald Trump ha detto di sperare in un accordo tra Putin e Zelensky «prima del pieno inverno». A Oleshky, però, l’inverno non è una scadenza astratta, ma il momento entro il quale devono arrivare cibo, medicinali e una via d’uscita.


L’altro problema dell’IA: saremo sommersi dai rifiuti elettronici dei data center

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Paolo Travisi, La Repubblica

Elevato consumo energetico e grandi quantità di acqua per il raffreddamento. I data center hanno un costo collettivo molto elevato, e la loro diffusione – che va di pari passo con la progressione dell’IA generativa – avrà ripercussioni sempre più tangibili e drammatiche. Anche per quanto riguarda i rifiuti, aspetto fino ad ora trascurato, ma messo in evidenza da un white paper relalizzato da Basel Action Network (BAN), l’organizzazione ambientalista nota per le sue battaglie contro il traffico internazionale di rifiuti tossici.

Il dossier, infatti, mette l’accento sulla quantità di rifiuti elettronici, i RAEE, che i data center produrranno nei prossimi anni. Si chiama The Coming AI Waste Waveil documento del BANche, citando dati McKinsey, sottolinea che tra il 2025 e il 2030l’industria investirà circa 7.000 miliardi di dollari per costruire l’infrastruttura necessaria a sostenere l’IA. Per comprendere quanto sia enorme l’investimento compresso in appena cinque anni, secondo il dossier la stessa cifra metterebbe fine alla fame nel mondo per i prossimi 75 anni. Soldi che serviranno a raggiungere 219 gigawatt di capacità totale nei data center entro il 2030, l’80% in più rispetto al 2025: sempre per fare paragoni utili a capire quanto sia alta la posta in gioco, la stessa mole di energia potrebbe alimentare tutte le abitazioni degli Stati Uniti messe insieme. Restando in America, solamente lì, sono in programma 4.871 impianti per sfamare la sete di IA necessaria allo sviluppo delle big tech e delle aziende che useranno questa tecnologia.

“I rifiuti elettronici rappresentano già il flusso di rifiuti in più rapida crescita sul pianeta e solo un quinto viene gestito correttamente”, ha affermato Jim Puckett, cofondatore di BAN, ma perché queste infrastrutture produrranno questa enorme mole di rifiuti? La velocità di sviluppo della tecnologia attuale ha saturato i limiti fisici del silicio contenuto nei chip, per cui per aumentare la potenza richiesta dall’IA sono stati aggiunti chip che lavorano in parallelo. Milioni di macchine che una volta obsolete devono essere smaltite. Per il BAN,l’87% della massa complessiva delle infrastrutture di un data centerè rappresentato da trasformatori, sistemi UPS, cablaggi in rame, sistemi di raffreddamento, di backup con batterie e generatori diesel. Ed il problema è che non esiste un piano strutturato per gestire questi rifiuti, che contengono anchepiombo, mercurio, cadmio e sostanze chimiche persistenti, oltre a metalli preziosi difficili da recuperare.

A questo si aggiunge l’effetto contagio, chiamato AI waste contagion: ovvero l’obsolescenza indotta su dispositivi che si trovano fuori dai data center, comePC, smartphone, dispositivi edge, infrastrutture di telecomunicazione, resi obsoleti in tempi rapidissimi dai nuovi requisiti hardware imposti dall’IA. Insomma quel che diventa vecchio, si deve cambiare per essere al passo con il mercato, e non è il frutto di scelte consapevoli di consumatori e imprese.

Le cifre stimate dall’organizzazione ambientalista hanno volumi davveri giganteschi: entro il 2050 saremo sommersi da una forbice compresa tra 395 e 617 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici legati anche all’IA, l’equivalente di un massimo (nell’ipotesi peggiore) di23 milioni di container che allineati circonderebbero la Terra per ben sei volte. Per comprendere meglio le proporzioni. Ad oggi, si producono circa 67 milioni di tonnellate di e-waste all’anno, di cui — secondo il Global E-Waste Monitor dell’ONU citato nel rapporto —solo il 22,3% viene riciclato in modo corretto. Il white paper però precisa che si tratta di proiezioni, sottostimate o sovrastimate? È presto per dirlo, ma sicuramente intende porre l’attenzione e accendere la sensibilità suun fenomeno nuovo, che potrebbe essere incontrollabile. Ma se ora l’attenzione è stata posta sui RAEE, nei prossimi approfondimenti, BAN annuncia di voler analizzare anche il livello di tossicità di questi nuovi rifiuti, che potrebbero contenere PFAS nei liquidi di raffreddamentoe infine, l’assenza totale di un piano per gestire questi volumi di rifiuti da parte di hyperscaler comeAWS, Microsoft Azure, Google, Meta, Oracle o Alibaba. “Ci troviamo tutti a partecipare alla corsa all’intelligenza artificiale”, afferma il rapporto, “quasi sempre senza essere consapevoli delle conseguenze più ampie che ne derivano”.


I media Usa e la verità di Trump

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Da duemila anni ci chiediamo che cos’è la verità, interrogandoci sull’eterna domanda di Ponzio Pilato nel Vangelo: ma oggi è arrivato il momento di cambiare il quesito per chiederci piuttosto quante sono le verità che una democrazia può sopportare. È precisamente questo il nodo al centro dell’ultimo conflitto tra Donald Trump e i media americani, dopo che il presidente americano ha deciso di vietare l’ingresso alla Casa Bianca ai reporter di Cnn, Ms Now e Politico, accusati di aver scritto “storie deliberatamente negative” sull’amministrazione Usa, mettendo a rischio la sicurezza del Paese. Dopo la confusione totale tra politica e comunicazione, che caratterizza la nostra epoca, c’era soltanto più un passo da compiere per ridisegnare il perimetro dentro il quale si muove il potere: espellere dal cuore del sistema le notizie sgradite, le analisi critiche, le domande scomode escludendo i giornalisti, i microfoni e le telecamere dai luoghi in cui la politica prende forma ogni giorno, si muovono i protagonisti, e nascono le notizie. Nella speranza di intimidire il giornalismo, costringendolo a una dose supplementare e impropria di prudenza per evitare rischi, e soprattutto nella convinzione onnipotente che cancellando il giornalismo si può cancellare la realtà.

Non siamo di fronte alla replica ricorrente della tensione conflittuale tra governo e media, che va in scena in America con ogni amministrazione: né a uno scatto d’ira istintivo del leader della Casa Bianca o a un atto di bullismo politico tra i tanti cui abbiamo assistito in questi anni. Il legittimo potere ha naturalmente tutto il diritto di criticare il lavoro giornalistico, di confutare le accuse che gli vengono rivolte e di rispondere alla critiche segnalando gli errori compiuti, stigmatizzandoli e chiedendo le correzioni dovute. Ma qui e oggi siamo di fronte a qualcosa di diverso perché il presidente sottrae la realtà ai suoi critici per evitarne il giudizio, riduce lo spazio di cronaca dei reporter, decide la qualità e la portata della copertura dei fatti nel loro lavoro, impedisce la compresenza nello stesso luogo e nello stesso momento dei leader del governo e dei testimoni delle loro azioni, i cronisti.

Proprio questi elementi naturali della democrazia dell’informazione — la trasparenza della vicenda politica, il controllo del suo divenire, la libertà di movimento dei media con l’accesso alle fonti, la possibilità di conoscere, giudicare e se è il caso criticare — danno corpo a quel diritto fondamentale della libertà di parola che è tutelato dal Primo Emendamento della Costituzione americana così come dall’articolo 21 del nostro testo costituzionale e dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Ora un giudice deciderà se Trump ha violato la Costituzione, e intanto ha già disposto d’urgenza che sia garantito l’accesso alla Casa Bianca ai tre media, perché la procedura seguita dal presidente appare impropria. Ma il rapporto tra la piena potestà del governo di esprimere la sua sovranità legittima e il libero diritto dei media di vigilare e valutare questo esercizio non si risolve nei tribunali, in quanto la sua qualità è la cifra del nostro tempo: e in ogni caso le leggi non vegliano sulla verità delle opinioni ma sulla sicurezza e sull’integrità di ciascuno e dello Stato.

Il punto è capire la perfetta coerenza tra quest’ultima forzatura trumpiana delle regole e l’intero disegno di ristrutturazione della democrazia attorno a un potere sovraordinato che non conosce vincoli, equilibri e limiti. Il New York Times denuncia “il tentativo di ostacolare la libera circolazione delle informazioni nella società col totale disprezzo per la legge”, e sottolinea che Trump “ha limitato la libertà di stampa in modi che nessun presidente dell’era moderna ha adottato”. E tuttavia nel bando della Casa Bianca ai media sgraditi c’è qualcosa in più, che apre una nuova fase inedita, in cui il presidente rivendica il diritto di scegliere chi può controllarlo: e si assegna questo potere extra-costituzionale trasformando il proprio giudizio sui reporter, sul loro lavoro e sui media in un criterio governativo di accesso dei giornalisti alle stanze del potere. È come se il governo dicesse ai cittadini che l’interpretazione della realtà non è libera, perché è pericolosa: non avete il diritto di cercare da voi stessi la verità, e chi non accetta la lettura ufficiale degli avvenimenti è un trasgressore, e verrà punito.

Nello stesso tempo, mentre denuncia l’informazione “negativa” da bandire, il presidente annuncia l’informazione positiva che lui stesso distribuirà dalla nuova “Trump TV” aperta su YouTube 24 ore su 24, in modo che il popolo possa abbeverarsi direttamente alla fonte. È il verbo che si fa corpo, immagine, televisione e social, con il potere che sostituisce il giornalismo con la sua immanenza, raccontando sé stesso e saturando di sé l’opinione pubblica, con l’elettore definitivamente trasformato in spettatore della politica rovesciata in show. Basta guardare, invece di cercare di sapere, riconoscere piuttosto che conoscere, acconsentire anziché capire. A questo punto, il giornalismo è servito, e il cittadino anche: con la verità di Stato elargita erga omnes, che bisogno c’è ancora di fare domande?


Francia, se il fervore cattolico diventa terreno delle destre

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Cesare Martinetti, La Stampa

Finita la messa sulla piazza dove nel 1793 erano stati ghigliottinati il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, passata l’emozione degli Champs Elysées trasformati nella navata di un’immensa cattedrale all’aperto, ottocentomila fedeli, una folla mai vista, cosa passerà alla politica francese dei messaggi del Papa? Siamo a sette mesi dalle elezioni presidenziali, le più incerte e attese, ma in Francia la separazione tra le cose dello Stato e quelle della religione è scritta nella legge e scolpita nella pratica politica. Tutto può succedere, ma è impensabile che siano rimessi in discussione leggi considerate una conquista, come quella recente sul fine vita o quella sulla procreazione assistita per single o coppie omosessuali. A giudicare dai presenti alla messa di ieri, solo destra ed estrema destra sembrano sensibili alle sollecitazioni del Papa che sono invece state precise sui temi più sensibili: rispetto della vita all’inizio e alla fine, condanna di tutte le manipolazioni genetiche, messa in guardia dall’illusione di abbandonarsi a un «paradiso delle macchine», rilanciando la sua enciclica sull’intelligenza artificiale.

Leone non si è sottratto nemmeno a citare la «vera» laicità che non esclude la dimensione religiosa, ma al contrario ne trae vantaggio educativo. E ha invitato i credenti al wojtyliano «non avere paura», e ripartire in missione per riconquistare la Francia, ricordando che «l’anima della vostra patria si è sviluppata attingendo al genio spirituale del cristianesimo». Dunque un discorso apostolico, ma dagli effetti molto politici.

Il presidente Emmanuel Macron, però, non ha partecipato alla celebrazione di ieri in Place della Concorde si è limitato a «salutare una messa monumentale nel cuore di Parigi». C’erano la moglie Brigitte e il primo ministro Sébastien Lecornu. Tre anni fa il presidente aveva assistito alla messa di Francesco al Vélodrome di Marsiglia e ci furono molte polemiche.

I retroscena dei giornali hanno però rivelato un’intensa trattativa diplomatica tra Santa Sede e Eliseo per definire i dettagli di questa storica visita. Il presidente avrebbe voluto essere più presente, anche solo per illustrare personalmente al pontefice il restauro di Notre Dame dopo l’incendio del 2019. Ma è stato Leone XIV a scegliere il tono “apostolico”: la celebrazione dei Vespri in Notre Dame era riservato al clero, cinque mila ministri e diaconi, accolti al tocco della seicentesca campana detta “le bourdon Emmanuel”. Esclusi i simboli più politici, come la scorta della Guardia Repubblicana a cavallo nella discesa degli Champs Elysées.

Alla messa di ieri in piazza della Concorde c’erano anche due ex primi ministri macronisti, Edouard Philippe e Gabriel Attal, entrambi candidati all’Eliseo. Nessun politico di sinistra. Ma era presente lo stato maggiore dell’estrema destra, Marine Le Pen con Jordan Bardella, la nipote Marion Maréchal Le Pen, Éric Zemmour con la compagna Sarah Knafo. Il partito ha votato a favore dell’iscrizione del diritto all’aborto in Costituzione, uno dei provvedimenti più discussi, ma contro alla legge sul fine vita. I sindaci e i militanti del Rassemblement lepenista, raccontava ieri Le Monde, sono diventati ferventi cattolici nel sostegno a ogni minima manifestazione religiosa. In Francia sembra che ci sia un nuovo fervore cattolico. A sostegno di questo ritorno, si cita la cifra di tredici mila battesimi di adulti alla scorsa Pasqua. Ma sulla Chiesa francese pesa il macigno degli abusi sessuali: oltre duecentomila casi accertati in cinquant’anni da una commissione indipendente che è stata possibile proprio grazie al principio della separazione tra Stato e Chiesa. Leone XIV incontrerà qualche vittima privatamente oggi a Lourdes, ma non ha voluto incontrare le associazioni che li difendono. Non sarà facile.

Nell’immagine: Papa Leone e Macron in Francia


L’intelligenza artificiale di OpenAi fugge ancora e entra nei siti del governo Usa

Il divario tra ricchi e poveri rischia di mettere in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche. Una politica di redistribuzione della ricchezza non è una questione di invidia sociale, ma di giustizia 

Di Mario Schiaffino, il manifesto

Mentre il dibattito sui rischi legati allo sviluppo dell’AI è finito al centro dell’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, emergono nuovi episodi legati a malfunzionamenti di agenti basati sull’intelligenza artificiale di OpenAI. Secondo fonti informate dei fatti citate dal New York Times, i casi segnalati risalirebbero all’estate e avrebbero coinvolto i sistemi informatici di alcune istituzioni statunitensi. Nel dettaglio, gli “accessi non controllati” avrebbero riguardato il Dipartimento dell’Istruzione, il Dipartimento del Commercio e la Securities and Exchange Commission (Sec), cioè l’ente federale a cui è affidata la sorveglianza dei mercati finanziari Usa.

Se nel caso del sito del Dipartimento dell’Istruzione gli agenti avrebbero tentato un attacco hacker (fallito) per accedere ai dati conservati al suo interno, per accedere allo United States Census Bureau – il principale ente statistico del paese, che dipende dal Dipartimento del Commercio – avrebbero utilizzato credenziali ottenute online.

L’episodio più bizzarro, però, è quello che riguarda la Sec. Gli agenti, in questo caso, avrebbero copiato un gran numero di dati dal sito, pubblicandoli poi su un forum online. Stando a quanto emerso, non si sarebbe trattato di informazioni riservate o particolarmente sensibili.

Non si sono verificate quindi azioni realmente dannose, ma che gli addetti ai lavori definiscono “al limite della legalità”. I sistemi di Ai, infatti, avrebbero utilizzato modalità di accesso e l’utilizzo di siti in modi non previsti e talvolta in esplicita violazione delle policy di utilizzo.

Lo strano comportamento degli agenti, in ogni caso, rappresenta l’ennesima conferma del fatto che questi sistemi autonomi basati sull’intelligenza artificiale stanno dimostrando una preoccupante predisposizione a “deragliare” nel corso dell’esecuzione dei compiti che gli vengono assegnati.

Aspetto ancora più grave, il fatto che questi incidenti si siano verificati in situazioni in cui il compito affidato agli agenti non fosse necessariamente considerato “a rischio”. Se il caso dell’attacco a Hugging Face dello scorso luglio si era verificato nel corso di un test orientato a valutare le capacità di attacco cyber e sfuggito al controllo dei ricercatori, in questi casi i compiti assegnati agli agenti erano apparentemente innocui. Stando a quanto riferito dagli sviluppatori che hanno denunciato i comportamenti anomali del software, prevedevano semplicemente il reperimento di informazioni online per rispondere a una domanda. Insomma: i modelli più evoluti sembrano tendere ad aggirare o eludere le regole a cui sono sottoposti, muovendosi in un’area grigia che permette loro di rispettarle solo formalmente.

Emerge poi un problema di trasparenza: in tutti i casi registrati, che hanno interessato non solo OpenAI ma anche i sistemi di Anthropic, Meta e Google, le stesse aziende si sono accorte dei comportamenti anomali solo a posteriori. In pratica, quando era troppo tardi.

La raffica di incidenti sta sollevando enormi preoccupazioni, al punto che proprio i rischi legati al comportamento imprevedibile dei sistemi di Ai sono stati oggetto di discussione tra Stati Uniti e Cina, andati in scena durante la visita di Xi Jinping a Washington. Le due parti, al termine dei colloqui tra il presidente statunitense e il leader cinese, hanno annunciato di voler avviare un dialogo per individuare forme di cooperazione nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, partendo proprio dall’istituzione di un canale di comunicazione diretto per gestire gli incidenti legati all’utilizzo dell’Ai agentica.

Sul piano dell’opportunità di prevedere quel “rallentamento nello sviluppo” che è stato invocato dal Ceo di Anthropic Dario Amodei, prontamente spalleggiato da Sam Altman di OpenAI e da Elon Musk, non si è invece mosso nulla. La posizione di Donald Trump da questo punto di vista è chiara: il suo «chi vince sull’AI vince su tutto» la dice lunga su come interpreti la corsa allo sviluppo della tecnologia.

Maggiori informazioni sulla visione trumpiana dell’evoluzione tecnologica a stelle e strisce potremo averla martedì prossimo, quando il tycoon metterà in scena un evento intitolato “People, ideas and innovations building America’s Golden Age” (Persone, idee e innovazioni per la costruzione dell’età dell’oro americana). Tra gli ospiti, oltre al solito Musk, il Ceo di Nvidia Jensen Huang, il co-fondatore di Anthropic Tom Brown e il Chief Technology Officer di Palantir Shyam Sankar. Obiettivo: delineare il futuro della nazione «in un orizzonte di 250 anni». Crisi climatica permettendo.