Se la Russia è pronta anche alla sconfitta

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

Di Anna Zafesova, La Stampa

«Continueremo a incrementare gli attacchi alle infrastrutture ucraine»: nel giorno della festa nazionale della Russia – voluta da Boris Eltsin nel 1991, per celebrare il distacco di Mosca dalle ex colonie sovietiche che ora vorrebbe sottomettere di nuovo – Vladimir Putin è tornato a minacciare una escalation nella sua guerra contro l’Ucraina. A Kyiv, i media riportano l’allarme dell’aeronautica militare su un possibile attacco con un missile Oreshnik, sostenendo che l’intelligence americana avrebbe avvertito di movimenti sospetti nel poligono russo di Kapustin Yar, da dove vengono lanciati questi razzi di cui Putin vanta l’enorme potenziale distruttivo. A Mosca intanto vengono installate nuove batterie della contraerea, e in piazza Rossa, per la prima volta dopo anni, non si tiene il tradizionale concerto del “Giorno della Russia”, forse per paura dell’arrivo dei droni ucraini. Che intanto «volano come mosche» al fronte, per usare una definizione fatta ieri dallo stesso presidente russo, durante la cerimonia dei festeggiamenti al Cremlino.

Putin dichiara di essere «pronto a parlare», ma intanto l’impressione è che stia preparando una escalation militare. Proprio ieri ha firmato un decreto con il quale ha aumentato – per la quinta volta dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina – il numero dei membri delle forze armate russe: 2.399.130 uomini e donne, mezzo milione in più rispetto al 2022. Ai reduci della “operazione militare speciale” che ha incontrato ieri, il dittatore russo ha ripetuto che «non siamo stati noi a iniziare la guerra», che la Russia oggi «resiste da sola agli attacchi dell’Occidente collettivo», e che «nessuno riuscirà mai a infliggere una sconfitta strategica» al suo Paese. Il problema è ovviamente intendersi sul significato della parola “strategica”. Putin ieri ha ammesso che «l’avanzata non è rapida come avremmo voluto», e che gli attacchi dei droni e dei missili ucraini stanno colpendo obiettivi militari e infrastrutturali sensibili in Russia, ma ha anche sostenuto che «andiamo avanti ogni giorno» e che «nessuno riuscirà a crearci grossi problemi».

Difficile immaginare che un capo di Stato potesse dire qualcosa di diverso in una occasione ufficiale, ma in questo momento i tentativi di Putin di rassicurare i russi, per esempio promettendo di sostituire presto gli Starlink di Elon Musk con tecnologie autoctone, suscitano spesso una reazione opposta. Come scrivono ormai apertamente molti osservatori militari assolutamente proCremlino, come Svyatoslav Golikov, «a continuare a sottovalutare l’avversario, ignorare lo sviluppo reale sul terreno e strangolare le proprie fonti di informazioni, si può arrivare all’improvviso a una battaglia di terra per la Crimea». Una battaglia che peraltro il comandante delle Forze senza pilota dell’esercito ucraino Robert Brovdi non solo non esclude, ma dichiara come il proprio obiettivo militare: in un’intervista alla Reuters ha promesso che nel giro di un mese i suoi droni riusciranno a bloccare l’approvvigionamento della Crimea attraverso i territori ucraini occupati dai russi.

Intanto che dopo gli attacchi ucraini alle raffinerie russe anche molto lontane dal fronte la benzina ormai viene razionata non solo in Crimea, la parola “sconfitta” infatti è tornata curiosamente di moda, dopo anni in cui il concetto di “vittoria” era diventato oggetto di un culto propagandistico. Qualche giorno fa il quotidiano Moskovsky Komsomolets ha pubblicato un articolo del giurista Dmitry Krasnov, dal titolo «Sconfitte sorprendenti, quando una perdita geopolitica può rivelarsi più utile di una brillante vittoria». La tesi è che la Russia si sia sempre risollevata e riformata dopo essere stata messa in ginocchio. Dalla guerra di Crimea a quella contro il Giappone e all’invasione dei mongoli: secondo Krasnov, si è trattato di sconfitte determinate dalla “chiusura e avidità delle classi dirigenti”, che solo dopo aver perso accettavano riforme di liberalizzazione e modernizzazione.

Un testo talmente sovversivo nel suo evidente messaggio antiputinista che il Moskovsky Komsomolets l’ha eliminato dal suo sito. Sulla pagina web della rivista Russia in the Global Affairs, diretta da Fyodor Lukyanov, uno dei politologi vicini al Cremlino, resiste tuttora il saggio La prosa della realtà, pesante come la ghisa, nel quale Vasily Kashin, direttore del Centro di studi europei della Scuola superiore dell’economia di Mosca, sostiene che «l’idea di un nuovo sforzo per spezzare il fronte ucraino è da dimenticare», che «correggere gli obiettivi di una guerra non significa averla persa», e che tutto sommato congelare il conflitto, «con qualche limitazione per le forze armate ucraine», potrebbe già venire qualificato come «una vittoria militare a pieno titolo». Una exit strategy da usare prima che sia troppo tardi, come ha avvertito ieri dalla tribuna della Duma il deputato comunista Vyacheslav Markhaev, chiedendo di «presentare al pubblico un chiaro piano di conclusione della operazione militare speciale», per evitare «un’esplosione sociale che porti al caos».

Discorsi che fino a qualche settimana fa erano difficilmente immaginabili nello spazio pubblico russo, e che rappresentano verosimilmente un’eco dello scontro interno al Cremlino.I ministri e gli oligarchi non possono non rendersi conto dell’incombente catastrofe economica: secondo l’analisi dei numeri ufficiali del governo di Mosca condotta dall’esperto tedesco Janis Kluge, la spesa militare russa nei primi mesi del 2026 ha superato di un terzo quella del 2025, battendo il record del 46% della spesa pubblica totale, 65 miliardi di rubli al giorno, l’equivalente del budget annuale di una regione russa come Novgorod. Nonostante questo, Putin sembra scommettere su una nuova escalation, e Abbas Galyamov, ex collaboratore del Cremlino e ora uno dei più lucidi analisti russi in esilio, sostiene che stia pensando di mettere nella poltrona strategica del segretario del Consiglio di sicurezza russo Igor Sechin, il più convinto dei “falchi” del suo entourage.


L’ombra nera sull’Europa

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

Di . Valigia Blu

Negli ultimi anni, il dibattito sul futuro dell’Europa si è concentrato soprattutto sulle minacce esterne. L’invasione russa dell’Ucraina ha riportato al centro il confronto con la Russia di Putin. La crescente competizione economica e tecnologica con la Cina mette sotto pressione il modello industriale europeo, mentre il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto interrogativi sulla tenuta dell’alleanza atlantica e sul ruolo degli Stati Uniti nella sicurezza del Continente.

Esiste però anche una trasformazione interna che rischia di incidere profondamente sugli equilibri politici europei. In gran parte dell’Unione, infatti, la destra radicale è diventata organica nel panorama politico: in alcuni paesi governa già; in altri è la principale forza politica nei sondaggi; in altri ancora si avvicina progressivamente alle aree di governo.

La situazione nei quattro paesi principali – Spagna, Francia, Germania e Italia – ci permette da una parte di comprendere la situazione e dall’altra di cercare di astrarre alcuni dei meccanismi che hanno influenzato questa trasformazione.

La crisi di Sanchez in Spagna

Cominciamo con la Spagna, che è uno dei paesi più discussi in questi mesi.

Infatti, la situazione del Primo Ministro Pedro Sanchez appare contraddittoria. Nel corso del tempo, grazie alle sue prese di posizione nette contro il genocidio da parte di Israele a Gaza e la guerra in Iran oltre agli attacchi dei broligarchi, Sanchez ha guadagnato una certa popolarità a sinistra. Anche la performance economica della Spagna, che cresce più dei principali paesi europei e mostra un trend discendente per quel che riguarda la disoccupazione, hanno contribuito a questa popolarità.

Tuttavia, è in patria che emergono problemi. Sanchez è alla Moncloa ormai da otto anni, quando grazie a una mozione di sfiducia riuscì a far cadere il governo Rajoy, sommerso dagli scandali. È riuscito a formare un governo anche a seguito delle elezioni del 2023, dove si era assistito a un sostanziale pareggio tra il Partido Popular (PP) e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE). In quella situazione, Sanchez aveva fatto leva sui partiti regionalisti e indipendentisti. Infatti, un eventuale governo del PP avrebbe avuto l’appoggio esterno del partito di destra radicale VOX, che è da sempre contrario a qualsiasi pulsione autonomista. Per ottenere la maggioranza, però, Sanchez ha dovuto contare anche sui deputati eletti con Junts, il partito indipendentista catalano. Il leader, Carles Puigdemont, vive in esilio volontario per via dei capi d’accusa che pesano su di lui dopo che, nel 2017, quando era Presidente della Generalitat de Catalunya, aveva indetto il Referendum sull’Indipendenza della Catalogna. In cambio del sostegno al governo, Junts aveva chiesto un’amnistia per gli indipendentisti. Pur approvata dal Parlamento anche con i voti del PSOE, la Corte Suprema aveva specificato che l’amnistia non si applicava a certi tipi di reato, come quello di appropriazione indebita, di cui è accusato Puigdemont per aver utilizzato fondi destinati alla Generalitat per organizzare il referendum. Questo ha reso più tesi i rapporti tra Junts e il PSOE più tesi. A questo si aggiungono altri disaccordi in seno alla maggioranza, tanto che la Spagna non approva una Legge di Bilancio ormai dal 2023.

Sul fronte economico, poi, persistono i problemi strutturali della Spagna. Nonostante la buona performance del paese durante l’esperienza di governo di Sanchez, il tasso di disoccupazione giovanile resta alto, seppur in discesa. Un altro tema particolarmente sentito riguarda la crisi abitativa: nel 2025, ad esempio, il prezzo delle case è aumentato del 12,5 per cento, con situazioni particolarmente gravi a Madrid.

Ma il vero fronte aperto è oggi quello delle indagini nei confronti dei membri del partito di Sanchez e di suoi alleati storici come l’ex Primo Ministro José Luis Rodríguez Zapatero. Già nel 2024, quando lo pseudosindacato vicino ad ambienti di estrema destra Manos Limpias aveva denunciato la moglie del Primo Ministro per Influenze Illecite, Sanchez appariva sul punto di dimettersi.

La situazione, nel frattempo, è peggiorata. Innanzitutto, a fine maggio, la Guardia Civile spagnola ha perquisito la sede del PSOE, alla ricerca di prove di un tentativo di screditare la magistratura, attraverso campagne di diffamazione, proprio in virtù dei vari scandali in cui è coinvolto il partito.

A questo si aggiunge l’indagine aperta nei confronti di Zapatero. Quest’ultimo, tra i principali sostenitori di Sanchez all’interno del partito, avrebbe fatto pressione per salvare la compagnia aerea Plus Ultra. L’accusa contesta a Zapatero di aver ricevuto due milioni di euro dalla compagnia, attraverso un network fatto di agenzie di consulenza. Inoltre, secondo l’accusa, Plus Ultra avrebbe utilizzato una parte dei fondi concessi dallo stato per riciclare denaro per il regime venezuelano di Nicolas Maduro.

Si tratta solo delle ultime indagini nei confronti del PSOE e della famiglia Sanchez. Se le accuse nei confronti dei familiari di Sanchez appaiono traballanti, quelle nei confronti di membri ed ex membri del PSOE hanno fatto sì che anche gli alleati di sinistra del partito chiedessero spiegazioni più convincenti.

Da una parte questo è visto come un tentativo di destituire un governo eletto democraticamente, come ha dichiarato anche uno dei membri di Sumar, partito di sinistra che sostiene il governo. La magistratura, nel paese, è fortemente politicizzata e da anni si discute del problema del Lawfare nel dibattito politico spagnolo. E il PSOE non è l’unico partito a essere indagato: a sua volta anche il PP ha problemi ingenti con la giustizia.

Dall’altra però restano le problematiche di un partito, il PSOE, travolto dagli scandali, con una maggioranza traballante. Alcuni partiti hanno già chiesto le elezioni anticipate. E qui la questione si fa più complessa. In Spagna, infatti, il meccanismo di sfiducia è costruttivo. Se si vuole votare la sfiducia a un governo, in questo caso quello di Sanchez, è necessario proporne un altro, meccanismo sfruttato appunto da Sanchez nel 2018. Ma l’unico con la capacità di farlo è proprio il PP e il suo leader Alberto Núñez Feijóo, che però si troverebbe a sostenere questa mozione di sfiducia anche con Vox. E non c’è compatibilità, almeno per ora, tra i partiti indipendentisti e regionalisti con Vox. Nei giorni scorsi Feijóo aveva proposto ai partiti una mozione di sfiducia vincolata alla convocazione delle elezioni. Ma questi hanno risposto in maniera negativa: se Junts chiedeva consultazioni direttamente con Puidgment, il Partido Nacionalista Vasco (PNV), espressione del nazionalismo basco, si è dichiarato contrario viste le posizioni di Abascal, leader di Vox, sulla rappresentanza in Parlamento dei Paesi Baschi.

L’esito di eventuali elezioni anticipate non è prevedibile, come hanno dimostrato quelle del 2023. Un possibile rimbalzo del PSOE, qualora l’elettorato veda proprio in questi attacchi un tentativo di destituire il governo, non è impensabile, ma sconterebbe comunque la crisi dei partiti alla sinistra del PSOE, i cui risultati elettorali renderebbero difficile la formazione di un governo progressista, aprendo le porte invece a un governo di destra con l’appoggio degli estremisti di Vox.

Francia: il fallimento dell’esperienza di Macron e le divisioni a sinistra

Per quel che riguarda la Francia, emerge una situazione ben più variegata. Nel 2027 si terranno le elezioni presidenziali e, a distanza di poche settimane, quelle legislative per il rinnovo dell’Assemblea. I sondaggi odierni danno in netto vantaggio il candidato del Rassemblement National Jordan Bardella.

Già durante le legislative anticipate, convocate dal Presidente della Repubblica Emmanuel Macron dopo la sconfitta alle elezioni europee, il Rassemblement National era risultato in testa per quel che riguarda la percentuale di voti. Il sistema elettorale francese, tuttavia, prevede un secondo turno anche alle elezioni legislative che comprende tutti i candidati che hanno raccolto più di una certa soglia di voti considerati rispetto alla popolazione totale- tiene conto, quindi, anche di chi si è astenuto. In un contesto estremamente frammentato, il fronte macronista e il Nouveau Front Populaire (NFP), alleanza dei partiti di sinistra nata proprio per le elezioni, avevano stretto un accordo informale di desistenza, fortemente voluto anche da Macron, nonostante i dissidi interni al suo campo. Il secondo turno aveva quindi visto la vittoria, almeno per quel che riguarda il numero dei seggi all’Assemblea, del NFP seguito dai partiti che sostengono Emmanuel Macron. Solo in terza posizione, proprio grazie alle desistenze nei collegi, si era piazzato il Rassemblement National di Bardella, che si era quindi trovato la strada sbarrata per Matignon.

Ma la situazione oggi è differente per una serie di motivi. In primo luogo, Bardella è oggi il leader de facto del Rassemblement National. Marine Le Pen, figlia del fondatore del Front National e storico volto del partito, è stata condannata per appropriazione indebita, decretandone quindi l’ineleggibilità per le elezioni presidenziali. È necessario soffermarsi sulle differenze tra i due leader. Bardella rappresenta l’enfant prodige della destra radicale francese. Capolista alle Europee del 2019, ha portato il partito alla vittoria venendo eletto al Parlamento Europeo all’età di 23 anni. Nel 2022, è diventato Presidente del Partito con oltre l’80 per cento dei voti.

L’ascesa di Bardella non è stata ben vista dai dirigenti di lungo corso del RN. Come già il padre, Marine Le Pen sposava una linea politica di destra sociale, coniugando posizioni conservatrici se non reazionarie, e profondamente euroscettica. Al contrario, Bardella nel corso del tempo si è mostrato come un candidato più moderato, sia per quel che riguarda il rapporto con l’Europa sia sul fronte economico. Due avvenimenti sono paradigmatici di questa tensione tra la vecchia e la nuova guardia del partito. Dopo le elezioni locali, alcuni sindaci del RN avevano tolto la bandiera europea dai municipi. Si trattava di membri più vicini a Le Pen, che conservano una visione euroscettica. I sostenitori di Bardella, al contrario, hanno seguito la stessa traiettoria di partiti di destra europei come quello di Giorgia Meloni, abbandonando l’euroscetticismo per una visione critica della struttura odierna dell’Unione Europea.

Il secondo caso riguarda la discussa riforma delle pensioni. Con un forte bacino di voti operaio, Le Pen si era sempre detta contraria a misure come quella approvata da Macron- e in parte congelata. Proprio in questi ultimi giorni invece ha fatto discutere la posizione di Bardella, che è invece più accomodante sul tema, segnalando una spostamento verso posizioni più di destra moderata in campo economico.

Se la linea economica più moderata di Bardella è in grado di conquistare anche elettori provenienti dall’area macronista, le tensioni e le fratture interne a quest’ultima ne favoriscono l’avanzata. Il progetto di Macron di superare il bipolarismo tradizionale francese, sostituendolo con la contrapposizione tra progressisti e populisti, appare ormai naufragato. E da qui emergono le spaccature del campo macronista.

I due principali candidati, infatti, appartengono a due tradizioni differenti. Il primo nome è quello di Edouard Philippe, Primo Ministro di Macron durante il primo mandato presidenziale, poi sostituito nel 2020, forse anche a causa della crescente popolarità che Philippe aveva ottenuto durante la pandemia. In precedenza, Philippe aveva fatto parte dell’Union pour un Mouvement Populaire (UMP), partito di ispirazione gollista fondato da Jacques Chirac, poi rinominato Les Républicains. Durante la campagna elettorale per le Presidenziali del 2017 il partito era stato travolto dagli scandali che avevano portato Philippe e altri a lasciare la campagna elettorale e poi il partito. Dopo l’esperienza come Primo Ministro, era stato rieletto sindaco di Le Havre e aveva fondato il partito Horizons, uno dei partiti di centrodestra che fanno parte del campo macronista.

Negli ultimi tempi, però, la figura di Philippe ha perso slancio, anche a causa delle rivelazioni riguardo a una cena con Marine Le Pen. Nel corso di un’intervista, Philippe si era difeso dicendo che durante quella cena aveva constatato l’incompatibilità con le idee di Le Pen. Il conduttore aveva chiesto se ci fosse bisogno di una cena per comprenderlo.

Se Philippe rappresenta la corrente più di destra del campo macronista, a lui si contrappone Gabriel Attal. Anche lui è stato Primo Ministro durante la presidenza di Macron, il più giovane della storia e il primo apertamente omosessuale. Con le elezioni legislative, aveva poi avuto un ruolo di primo piano fino a diventare presidente del gruppo all’Assemblea di Reinassance, il partito di Emmanuel Macron. Prima di venire eletto nel 2017, aveva fatto parte del Partito Socialista (PS), con cui era stato eletto alle elezioni locali. Nonostante Attal venga da una storia più di centrosinistra, il suo governo si è contraddistinto per essere uno dei più di destra tra quelli nominati da Macron, che pescava a piene mani proprio da esponenti ed ex esponenti de Les Republicains. Resta il fatto che, almeno nell’immaginario pubblico, Attal rappresenta un candidato più progressista, sempre in un’ottica macronista, rispetto a Philippe.

La situazione a sinistra è, semmai, ancora più frammentata. Dopo i tentativi della NUPES nel 2022 e del NFP nel 2024, il panorama politico appare frastagliato. In parte, questo dipende dai rapporti tra La France Insoumise (LFI) di Mélenchon e i restanti partiti. Lo stile carismatico quanto personalistico di Mélenchon, unito al mutato clima nei confronti del partito, hanno alienato gli altri partiti, in particolare quello socialista. Quest’ultimo ha infatti intrapreso una linea più conciliante nei confronti del fronte macronista, come dimostra il governo Lecornu. Tuttavia, anche all’interno del PS e dei Les Écologistes, cioè i Verdi, persistono visioni contrastanti riguardo alle Presidenziali. Nella direzione socialista si è assistito a un’ondata di dimissioni guidate dal presidente del gruppo all’Assemblea, Boris Vallaud, in contrasto con il segretario del partito, Olivier Faure. Secondo quest’ultimo, infatti, la scelta del candidato per le Presidenziali del 2027 deve avvenire attraverso primarie di coalizioni con i partiti alleati, come appunti Les Écologistes, mentre per Vallaud i socialisti devono designare un leader in autonomia.

I sondaggi, a oggi, confermano il distacco tra Bardella e gli altri candidati non solo al primo turno, come immaginabile, ma anche al secondo, dove batterebbe sia i candidati del fronte macronista sia Mélenchon, mentre gli altri possibili candidati non riuscirebbero a raggiungerlo. Quella coalizione repubblicana che aveva portato nel 2002 alla vittoria di Chirac contro Jacques Le Pen e poi alle due vittorie elettorali di Macron non regge più davanti a una situazione sempre più instabile nel paese. Per quanto la situazione possa cambiare, anche repentinamente, da qui alla prossima primavera, l’approdo della destra radicale all’Eliseo appare oggi lo scenario più probabile.

Le larghe intese in Germania e la tenuta del Brandmauer, il “cordone sanitario” contro AfD

Veniamo ai due ultimi casi, quello italiano e tedesco. In Germania, Merz non gode di una grande popolarità. Dietro a questo sentimento, si cela il cambiamento avvenuto non solo nel paese, ma in parte anche all’interno del suo partito. Per anni, la CDU/CSU di Angela Merkel ha governato con l’SPD in governi di Große Koalition, o larghe intese come diremmo in Italia. Questo ha permesso a Merkel di costruire la sua immagine politica di leader moderata e in grado di raccogliere voti da un elettorato giovanile o colto.

La situazione è differente per Merz, che viene invece dall’ala più conservatrice del partito, in una Germania che si è spostata a sua volta più a destra. Anche Merz, per via dei risultati ottenuti alle elezioni del 2025, si ritrova a governare con la SPD, ma gli attriti sono più frequenti. A questo si aggiunge l’organizzazione giovanile della CDU, la Junge Union (JU). Finora, la JU aveva sempre sostenuto il partito principale. Ma oggi, con una maggioranza di soli 12 seggi al Bundestag, ha iniziato a fare richieste e porre veti più pressanti, come sulla travagliata riforma delle pensioni. Il provvedimento ha richiesto molto tempo, per via della divergenza di opinioni tra SPD e CDU, ma si è poi scontrato con l’opposizione della JU, che riteneva il compromesso troppo a favore della SPD. Secondo i parlamentari afferenti alla giovanile, la riforma avrebbe scaricato il peso sulle fasce più giovani, compromettendo il loro futuro.

Questo è solo uno dei segnali del discontento nei confronti del governo Merz. Una situazione che però ha suscitato discussioni sull’eventualità di un avvicendamento alla cancelleria. Al contempo, l’AfD resta saldamente in testa ai sondaggi, ma con una novità. Di recente si è svolto il congresso del Freie Demokratische Partei (FDP), il partito liberale tedesco, dove è stato eletto segretario Wolfgang Kubicki. Si tratta di un veterano dell’ala destra del partito. Nei mesi precedenti, avevano destato preoccupazione alcune sue dichiarazioni sul Brandmauer, cioè il cordone sanitario contro l’AfD. In passato, anche la CDU/CSU aveva votato con l’AfD su provvedimenti non vincolanti riguardanti l’immigrazione.

Per quanto la Germania sia il paese che andrà ad elezioni più tardi, l’evoluzione della tenuta del Brandmauer sarà uno dei maggiori determinanti per capire se si assisterà a una convergenza tra la destra tradizionale e quella radicale.

L’Italia come caso studio

Se Spagna, Francia e Germania mostrano tre possibili traiettorie attraverso cui la destra radicale può avvicinarsi al governo, l’Italia rappresenta invece il caso in cui questo processo si è già compiuto. Per questo motivo il contesto italiano può offrire una chiave interpretativa utile per comprendere alcune delle dinamiche oggi presenti anche nel resto d’Europa.

D’altronde, è proprio il nostro paese che ha visto per prima l’approdo della destra radicale al governo, con la nomina di Giorgia Meloni come Presidente del Consiglio, nonostante partiti con ideologie simili abbiano preso parte ai vari governi di destra o “del cambiamento” in passato.

Se si osserva la situazione italiana, si notano almeno tre aspetti principali che hanno coadiuvato l’approdo della destra radicale al governo.

Il primo è l’incapacità delle forze politiche tradizionali di offrire risposte a una popolazione insoddisfatta dello stato corrente, assieme alla debolezza dei partiti di opposizione, siano essi tradizionali o no. Prendendo il caso odierno, ancora oggi i partiti del cosiddetto Campo Largo, per quanto inebriati dalla vittoria al Referendum sulla Giustizia, non riescono a intercettare quegli elettori che manifestano perplessità nei confronti del governo Meloni. Questo è forse uno statement ancora più forte: anche quando i partiti di destra radicali sono al potere, non basta la strategia del rimanere seduti e guardare, sperando che perdano consenso per via delle promesse non mentenute.

Il secondo aspetto riguarda la “moderazione” in campo economico della destra radicale. Se pensiamo a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ricordiamo proposte che erano fortemente in contrasto con le esigenze del ceto imprenditoriale e degli investitori, come l’uscita dall’Euro. Oggi quella sfiducia economica nei confronti della destra radicale si è attenuata proprio grazie a posizioni più vicine a quelle di un partito di destra conservatore classico.

Nel mentre, negli altri paesi si è assistito a uno spostamento verso destra dei partiti conservatori tradizionali su temi come l’immigrazione, dovuto anche all’influenza di mass media e social network che alimentano retoriche xenofobe e razziste. Questo slittamento delle posizioni dei partiti e, in parte, dell’opinione pubblica favorisce la rottura del cordone sanitario, poiché l’alleanza tra destra tradizionale e destra radicale diventa quasi naturale, data la crescente convergenza di obiettivi e proposte. Una situazione simile si era già verificata in Italia nel 1994, con l’alleanza tra Berlusconi e il Movimento Sociale Italiano.

La tenuta o rottura del cordone sanitario dipendono quindi da due dinamiche principali: da una parte, la capacità della destra radicale di apparire credibile e rassicurante sul piano economico; dall’altro, il grado di accettazione delle sue posizioni da parte dell’elettorato più moderato. Su quest’ultimo aspetto pesa in modo decisivo l’evoluzione dell’opinione pubblica e il progressivo spostamento del dibattito politico verso destra.

Anche in Italia tuttavia la situazione è in evoluzione. Negli ultimi mesi si è assistito alla crescita, sia nei sondaggi che nelle istituzioni, del partito di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale. Formazione di destra radicale, sta raccogliendo consensi dagli elettori delusi di Lega e Fratelli d’Italia. Proprio per quanto detto, infatti, l’istituzionalizzazione della destra radicale può alienare l’elettorato storico, a partire da membri dei partiti come Gianni Alemanno. E questo processo lascia quindi spazio a proposte che si riappropriano della radicalità iniziale, con esiti elettorali che saranno da monitorare.

L’esperienza italiana suggerisce quindi che l’ascesa della destra radicale non dipende soltanto dalla crescita elettorale di questi partiti. A renderla possibile è spesso una combinazione di fattori: la crisi delle forze tradizionali, la difficoltà delle opposizioni nel costruire un’alternativa credibile, la progressiva normalizzazione delle posizioni economiche della destra radicale e lo spostamento dei partiti conservatori verso temi e linguaggi un tempo considerati estremisti. È proprio l’interazione tra questi elementi che oggi accomuna, seppur con intensità differenti, paesi come Spagna, Francia e Germania.


Paperone futurista, Musk è il primo «trilionario»

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

Di Luigi Pandolfi, il manifesto

SpaceX è partita a razzo anche a Wall Street. Il debutto sul Nasdaq della società aerospaziale fondata da Elon Musk ha confermato le attese della vigilia: il titolo ha aperto a 150 dollari, sopra i 135 dell’offerta, per poi superare rapidamente quota 170. Centrato, anzi superato, l’obiettivo dei 2 mila miliardi di capitalizzazione. «Verso Marte e oltre», ha dichiarato Musk poco prima dell’apertura, collegandosi da remoto per suonare la campanella inaugurale, mentre in sala, per la famiglia, era presente e gongolante la madre Maye Musk.

Con la quotazione, il patrimonio complessivo di Musk — tra SpaceX, Tesla, Neuralink e The Boring Company — ha superato i .1000 miliardi di dollari, facendone il primo trilionario della storia.

UN TRILIONE: mille miliardi di dollari, un milione di milioni. Il pensiero va ai «fantastiliardi» di Paperon de’ Paperoni, una ricchezza così grande da sfuggire a qualsiasi misura. Infatti, per capire cosa significhi questa cifra servono paragoni concreti. Spendendo un milione di dollari al giorno, ci vorrebbero 2.740 anni per arrivare a zero. Un trilione di dollari, equivalente allo stipendio annuale di 13 milioni di lavoratori statunitensi, è anche una scala economica nazionale: vicino al Pil di Australia e Spagna, pari a quello dei Paesi Bassi, superiore a quello di molte economie avanzate come Taiwan, Irlanda, Israele, Belgio e Svezia. Significa che il patrimonio di un singolo individuo ha raggiunto e superato la produzione annuale di beni e servizi di uno stato del primo mondo.

QUESTO TRAGUARDO è figlio di una grande promessa. SpaceX è stata fondata nel 2002 per abbassare i costi dei lanci e rendere possibile, per Musk, una futura presenza umana su Marte. In poco più di vent’anni l’azienda è diventata il simbolo della nuova economia tecnologica, anche a dispetto dei bilanci: ha introdotto i razzi riutilizzabili Falcon e trasformato l’industria spaziale, per lungo tempo dominio degli stati, in un mercato conteso da grandi imprese private. Il secondo pilastro è Starlink, la costellazione di satelliti che porta internet nelle aree prive di infrastrutture e rappresenta uno degli asset più redditizi della società.

INTORNO ALL’OPERAZIONE, oltre alla borsa ufficiale, si sono mossi anche i mercati ombra: strumenti e piattaforme che anticipano il valore futuro dell’azienda. Ieri, prima dell’apertura, alcuni scambi indicavano già valutazioni oltre i 2.300-2.400 miliardi di dollari, più del 35% sopra l’offerta iniziale. Anche i mercati predittivi come Polymarket hanno spinto la corsa, puntando sul superamento dei 2 trilioni nelle prime fasi di scambio. Scommesse vinte. Per le azioni, invece, denaro puntato sul futuro prima ancora che il futuro accada, spesso ignorando i fondamentali.

E nel caso delle imprese di Musk lo scarto tra promesse e risultati è evidente: nel 2025 SpaceX ha registrato 18,7 miliardi di ricavi e 4,9 miliardi di perdita netta, con perdite cumulate per 41,3 miliardi al 31 marzo e un rosso di 4,27 miliardi nel solo primo trimestre, contro i 528 milioni dell’anno precedente.

IL CAPITALISMO è strutturalmente orientato all’accumulo: non produce valori d’uso ma valori di scambio, e a guidarlo sono i profitti, non i bisogni sociali. Oggi però assistiamo a concentrazioni di ricchezza senza precedenti. E a qualcosa di più. Alcuni imprenditori controllano infrastrutture essenziali come reti satellitari, piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale, diventando attori del funzionamento e del disciplinamento sociale. Anche per questo attorno a Musk si è sviluppato un vasto dibattito politico e culturale: la sua influenza pubblica cresce insieme alla ricchezza, dalle posizioni espresse sui social al controllo di una piattaforma globale come X.

C’È PERÒ QUALCOSA di antico in questa nuova febbre del futuro. Nel Novecento il culto della modernità e della macchina si era già coniugato a pulsioni reazionarie: il futurismo italiano celebrava velocità, forza e potenza industriale, finendo per confluire nello squadrismo mussoliniano. Oggi, la visione di Musk rischia di fornire l’infrastruttura culturale e tecnologica per un nuovo autoritarismo tecnocratico, che, volendo, si può chiamare anche tecnofascismo.

Nell’immagine: i dipendenti di SpaceX festeggiano durante la cerimonia di apertura delle contrattazioni in occasione della quotazione in borsa di SpaceX presso il Nasdaq MarketSite di New York


A Gaza non è cambiato niente: la fame è ancora usata come un’arma

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

Di Eman Abu Zayed, il manifesto

A Gaza permangono le restrizioni all’ingresso di aiuti umanitari e si moltiplicano gli allarmi per l’aggravarsi della crisi di sicurezza alimentare: i principali programmi di soccorso continuano a ridimensionare i propri servizi, in particolare le iniziative di distribuzione di pasti gestite dalla World Central Kitchen. A ciò si aggiungono le accuse ufficiali mosse dall’Ufficio stampa del governo di Gaza, secondo cui – come dice il portavoce Tayseer Muhaysen – le autorità israeliane «tentano da tempo di utilizzare la fame come arma tra gli altri strumenti impiegati nella Striscia».

Muhaysen ha aggiunto che dall’inizio del cessate il fuoco, l’11 ottobre scorso, la parte israeliana «non ha rispettato le disposizioni dell’accordo, compreso il numero di camion e di rifornimenti alimentari ammessi a Gaza», sottolineando che solo circa il 37% degli aiuti umanitari concordati è entrato nell’enclave.

SECONDO MUHAYSEN, questa carenza ha influito direttamente sulle operazioni delle istituzioni umanitarie sul campo. Ha inoltre affermato che i generi alimentari essenziali come latte in polvere, carne, pollame e verdure fresche sono soggetti a restrizioni, mentre i beni non essenziali vengono ammessi a prezzi elevati. Solo 15 commercianti privati sono autorizzati a importare merci a Gaza, una misura che è parte di una più ampia politica di controllo dei valichi e di limitazione dei flussi di approvvigionamento. Muhaysen ha infine denunciato come i bombardamenti e gli scontri a fuoco quotidiani prendono di mira i punti di distribuzione di generi alimentari e gli operatori umanitari: ai civili viene impedito di tornare alla vita normale.

In tale contesto, fonti locali hanno riferito che i tagli ai programmi di distribuzione dei pasti gestiti dall’ong statunitense World Central Kitchen hanno portato al licenziamento di circa 500 lavoratori in diverse zone di Gaza, sollevando preoccupazioni circa la sostenibilità delle operazioni di assistenza alimentare.

Una dichiarazione rilasciata dall’Ufficio stampa del governo ha avvertito che la continua riduzione dei pasti «minaccia circa 250mila famiglie a Gaza», aggiungendo che questa situazione potrebbe aggravare significativamente l’insicurezza alimentare e aumentare il rischio di malattie legate alla malnutrizione, in particolare tra i bambini, i malati e gli anziani. I recenti tagli operativi, ha aggiunto l’Ufficio stampa, sono legati alla carenza di fondi e alla mancanza di risorse operative stabili per le organizzazioni umanitarie che operano nella Striscia.

Nel centro di Gaza, i residenti hanno organizzato una protesta all’interno del centro di accoglienza A’idoun nel campo profughi di Bureij, respingendo la decisione di sospendere o ridurre le distribuzioni di cibo. L’evento è stato organizzato dai comitati di riconciliazione, dai capi tribali e da personalità della comunità, con un’ampia partecipazione di famiglie sfollate e bambini.

I PIÙ PICCOLI hanno alzato in aria pentole vuote e cartelli con su scritto: «Bureij grida: salvate chi ha fame» e «Basta con la fame nel campo di Bureij», in una potente dimostrazione della crescente crisi umanitaria all’interno dei centri di accoglienza per sfollati.

I relatori intervenuti alla manifestazione hanno sottolineato che migliaia di famiglie dipendono ormai interamente dagli aiuti alimentari quotidiani, avvertendo che qualsiasi riduzione spingerebbe le famiglie vulnerabili sempre più verso la fame e la privazione.

Durante l’evento, il giornalista Abdulhadi Muslim ha tenuto un discorso a nome del comitato per la distribuzione alimentare affiliato a World Central Kitchen, affermando che la sospensione delle forniture alimentari a Bureij ha notevolmente aggravato le sofferenze delle famiglie sfollate. Ha descritto la decisione come una «vera e propria catastrofe umanitaria», soprattutto alla luce del numero crescente di famiglie che dipendono dagli aiuti alimentari quotidiani e ha invitato le organizzazioni internazionali a intervenire con urgenza per ripristinarli.

Abu Masoud Abu Jalal, un anziano sfollato, ha detto che i residenti rifiutano qualsiasi politica che privi le famiglie vulnerabili del loro diritto al cibo, esortando le parti responsabili ad assumersi i propri obblighi morali e umanitari.

MOHAMMED AL-SAMOUNI, coordinatore sul campo della World Central Kitchen, ha affermato che l’organizzazione sta affrontando «grandi sfide nel mantenere una distribuzione costante dei pasti in tutte le zone di Gaza». «Operiamo in condizioni estremamente complesse – ha aggiunto – Il nostro lavoro risente direttamente della quantità di rifornimenti che viene fatta entrare a Gaza. In alcuni giorni siamo costretti a ridurre il numero di pasti per la carenza di scorte o le difficoltà a trasportare i materiali ai punti di distribuzione».

Al-Samouni ha aggiunto che l’organizzazione sta «cercando, per quanto possibile, di mantenere un livello minimo di risposta umanitaria», ma ha sottolineato che le continue restrizioni israeliane ai valichi stanno compromettendo gravemente la capacità operativa e riducendo la copertura.

Nel campo di Bureij, Umm Ahmed, 45 anni, sfollata, ha descritto l’impatto della riduzione delle distribuzioni alimentari sulla sua vita familiare. «Prima facevamo molto affidamento sui pasti forniti da World Central Kitchen. Da quando alcune distribuzioni sono state sospese, è diventato molto difficile sfamare i miei figli – ha detto – A volte riusciamo a consumare un solo pasto al giorno, altre volte niente. I bambini continuano a chiedere da mangiare e io non so cosa rispondergli». Ha spiegato che le condizioni di vita all’interno del campo peggiorano di giorno in giorno, con molte famiglie che ora dipendono completamente dagli aiuti dopo aver perso le loro fonti di reddito.

Le organizzazioni locali avvertono che ulteriori riduzioni degli aiuti alimentari potrebbero scatenare una crisi più estesa, in particolare nelle aree di sfollamento sovraffollate. Sottolineano che i bambini, i malati e gli anziani sono i più colpiti da qualsiasi interruzione delle forniture alimentari, chiedendo un intervento internazionale urgente per garantire il flusso ininterrotto degli aiuti umanitari.

SOTTOLINEANO inoltre che la situazione richiede un intervento immediato per garantire cibo, carburante e beni di prima necessità, avvertendo che ulteriori ritardi potrebbero portare a una grave catastrofe umanitaria.

Mentre le restrizioni agli aiuti umanitari persistono e i programmi alimentari ridimensionano le operazioni, l’insicurezza alimentare a Gaza continua a peggiorare. Dall’entrata in vigore di un cessate il fuoco che è in realtà una guerra a bassa intensità, ogni promessa internazionale di ricostruzione e di miglioramento delle condizioni di vita si è dimostrata una bugia. Con centinaia di migliaia di famiglie sempre più dipendenti dagli aiuti, Gaza continua ad avere fame nel silenzio del mondo.

Nell’immagine: una cucina comunitaria nel nord di Gaza City


Comuni, troppe approssimazioni e annacquamenti

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

L’approssimazione, per usare un eufemismo, della gestione dei dati sulle abitazioni secondarie della Città di Locarno (con risultato distorto sotto il limite del 20%), disapprovata dall’imbarazzante rettifica intimata dalla Confederazione che ha confermato la segnalazione del PS, è clamorosa ma non sorprendente.

Infatti anche per il mio comune (Gordola) questi dati sono tutt’altro che corretti. Non che si barasse, eravamo già sopra il 20%, ma il Registro Edifici e Abitazioni che i Comuni per legge devono costantemente aggiornare (art. 1 Ordinanza abitazioni secondarie), era incompleto e obsoleto. Solo a seguito di una mia richiesta, un anno fa venne alla luce che da tempo non veniva aggiornato. Da allora si cerca di ricostruirlo, e sono emerse un centinaio di abitazioni secondarie non registrate.

C’è da chiedersi quale sia la qualità dei dati statistici ticinesi necessari alla Confederazione per verificare la corretta applicazione della Legge sulle abitazioni secondarie (LASec). Probabilmente il povero Franscini si sta rivoltando nella tomba.

Non è la prima volta che emergono lacune nella gestione locale. Si pensi al lassismo legato ai rustici che aveva indotto la Confederazione a bloccare le domande di costruzione fino all’adozione da parte del Cantone della specifica regolamentazione.

Sovente a livello comunale le leggi non vengono applicate. Ad esempio nel caso di Lugano, che non era intervenuta quando a Caprino era stato riempito un tratto di lago per ricavarne una spiaggia privata. Ci volle un’inchiesta giornalistica (RSI Falò) per far desistere il promotore che rimosse il malfatto.

Ma anche a Tenero si tollerano oscene recinzioni e inferriate sull’area di salvaguardia delle rive, di interesse pubblico comunale e perfino nel lago, di proprietà del Cantone, che pure non interviene.

A Gordola il Centro Sportivo Nazionale ha insediato una mega palestra in un capannone in zona industriale con il beneplacito del Municipio e in contrasto con le norme di PR, come abbiamo poi constatato quando anche il Cantone volle la sua palestra nel medesimo capannone.

È vero, il diritto non è scienza esatta, ma ci sono limiti a tutto. Quanto succede a livello edilizio, pianificatorio e di residenze secondarie in molti Comuni è troppo sovente ben sopra i limiti.

I Comuni in ambito di abitazioni secondarie dovrebbero esplicitamente adottare misure per impedire sviluppi indesiderati (art.12 LASec) ma intanto le secondarie sono ormai 80’588 (al 31.12.25 con riserva da approssimazioni).

Manca chiaramente la vigilanza. Il Cantone ha fatalmente delegato la polizia edilizia ai Comuni, demandano i controlli a livello locale e ai confinanti.

La Confederazione a seguito di decisioni popolari ha legiferato indirizzi pianificatori ed urbanistici (Legge sviluppo territoriale, LASec) ma in Ticino tutto ciò sembra essere ignorato. Più  si scende nella gerarchia istituzionale, più  le leggi vengono annacquate e l’approssimazione cresce.


Il popolo li ha sconfitti, ma vogliono ancora averla vinta

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

Di Marco Diener, Infosperber

È davvero sorprendente: quando tre anni fa il Credit Suisse era ormai agli sgoccioli, il Consiglio federale ha concesso da un giorno all’altro una garanzia di «copertura dei prestiti di liquidità» alla Banca nazionale per 100 miliardi di franchi. E in più una «garanzia di assunzione delle perdite» di altri 9 miliardi di franchi all’UBS. In totale 109 miliardi. Successivamente il Parlamento ha discusso sui fondi. Ma ormai la questione era già stata risolta da tempo.

Da oltre due anni

Ora è diverso. L’importo è molto più modesto. Ciononostante, da oltre due anni il Consiglio federale e il Parlamento non sono in grado di decidere un finanziamento ragionevole della 13ª rendita AVS.

Ma partiamo dall’inizio: nel marzo 2024 il popolo ha approvato la 13ª rendita AVS con oltre il 58% di voti favorevoli. Ciò contro la volontà del Consiglio federale e del Parlamento. Sia il Consiglio degli Stati che il Consiglio nazionale si erano espressi chiaramente contro la 13ª rendita.

Dalla sconfitta referendaria di oltre due anni fa, i parlamentari si stanno dimostrando dei cattivi perdenti. La 13ª rendita sarà sì versata per la prima volta il prossimo dicembre, ma il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati ne ostacolano il finanziamento con ogni mezzo.

Il punto della situazione:

  • il Consiglio nazionale vuole aumentare l’aliquota normale dell’IVA di 0,5 punti percentuali e quella per il settore alberghiero di 0,3 punti percentuali – ma solo a tempo determinato fino al 2033.
  • Il Consiglio degli Stati vuole aumentare l’IVA solo di 0,4 e 0,2 punti percentuali rispettivamente. In cambio, anche i contributi salariali dovrebbero aumentare di 0,3 punti percentuali. Il tutto a tempo indeterminato.

La «soluzione» del Consiglio nazionale frutterebbe solo 1,7 miliardi di franchi all’anno, quella del Consiglio degli Stati ben 3 miliardi di franchi.

Oggi la conferenza di conciliazione

Poiché il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati continuano a essere in disaccordo, oggi si riunirà la conferenza di conciliazione, composta da 13 membri per ciascuna delle commissioni sociali. I 26 parlamentari dovranno concordare una delle due varianti. Tale variante dovrebbe poi essere approvata sia dal Consiglio nazionale che dal Consiglio degli Stati ancora durante l’attuale sessione estiva. Se non lo faranno, il finanziamento sarà fallito.

Ma anche se entrambe le Camere approvassero, un finanziamento degno di questo nome è in realtà già fallito. La 13ª rendita AVS costerà infatti 4 miliardi di franchi all’anno. Il Consiglio degli Stati vuole finanziare l’AVS – come già detto – solo con 3 miliardi. Il Consiglio nazionale addirittura solo con 1,7 miliardi. E questo solo fino al 2033.

In realtà si tratta dell’età di pensionamento

La strategia è trasparente. Si tratta di mantenere l’AVS in una situazione di ristrettezza finanziaria. Perché in fin dei conti i partiti borghesi preferiscono aumentare l’età di pensionamento il più presto possibile. Il popolo due anni fa l’ha respinta con il 75% di voti contrari. Ma questo sembra non preoccupare i nostri parlamentari.

In realtà, la questione se la 13ª rendita AVS debba essere finanziata solo tramite l’IVA o tramite l’IVA e i contributi salariali non è determinante. Sia l’IVA che i contributi salariali presentano una certa componente sociale.

E poi ci sarebbe anche la possibilità di finanziare l’AVS tramite l’imposta federale diretta o tramite una microimposta sulle transazioni monetarie. Sarebbe una soluzione sociale, redditizia ed elegante. Ma chi ha perso il voto del marzo 2024 non lo vuole.

Nell’immagine: parlamentari al lavoro, da un servizio del TG RSI


Bally, chiude l’ultimo stabilimento di produzione in Ticino

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

Di Serena Tinari, tvsvizzera.it

Che fine farà Bally? Incerto il destino della leggendaria marca elvetica, nata a Schönenwerd, nel canton Soletta, nel 1851. Scarpe di qualità fatte a mano, poi anche borse e abiti, fino a raggiungere lo status di manifattura di lusso venduta in tutto il pianeta. Negli ultimi decenni, Bally è finita però al centro di una spirale di novità che ha segnato il progressivo allontanamento del marchio dalla madrepatria.

Nel 2024 l’azienda è stata acquistata dal fondo d’investimento statunitense Regent LP, che nel comunicato reso pubblico al momento sull’acquisizione lodava “un’eredità costruita su oltre 170 anni di design senza tempo e qualità senza pari, un testamento all’eleganza svizzera e all’impegno incrollabile all’artigianalità”. In quel momento, Bally vantava ancora 320 negozi e 1’500 persone impiegate in tutto il mondo.

Il 2025 è stato segnato dalla chiusura della Fondazione Bally, la cui missione era promuovere arte e cultura dalla spettacolare sede di Villa Heleneum, affacciata sul lago di Lugano. Poi vennero i primi licenziamenti negli stabilimenti di produzione ticinesi. E la fine del sito produttivo a Lastra a Signa, nei pressi di Firenze, dove una lunga vertenza sindacale si è conclusa con la firma di accordi ritenuti soddisfacenti dal personale che era stato messo alla porta dalla nuova proprietà.

Di queste settimane è invece la notizia della chiusura completa e definitiva della manifattura svizzera, che dal 2000 era di casa a Caslano, in canton Ticino. L’ultima scarpa prodotta in Svizzera vedrà la luce nel corso dell’estate. Non ci sono indicazioni su dove sarà spostata la produzione, si presume in un Paese nel quale la forza-lavoro costa meno. A sud delle Alpi rimarranno per il momento gli uffici amministrativi, con un centinaio di persone impiegate, il cui futuro è a questo punto quanto meno incerto.

Artigianato messo alla porta

Fine corsa anche per il “temporary store” nel centro commerciale FoxTown di Mendrisio, dove – almeno per il momento – rimarrà invece in funzione il principale punto vendita Bally.

Nello stabilimento di produzione ticinese due anni fa c’erano 250 artigiani, che fabbricavano fino a 100’000 scarpe ogni anno. Luca Robertini del sindacato OCST ha spiegato alla Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI a quali condizioni si è chiuso l’accordo con Regent LP. Il piano sociale per il personale prevede “tre mesi di preavviso, anche per chi dovesse avere diritto a meno. Tre mesi di buona uscita e, in determinate condizioni, un 40 o 60% in più di un salario”.


Il servizio del Quotidiano della RSI del 12 maggio 2026 sul piano sociale allo stabilimento di Caslano

E non finisce qui. Il portale Zentralplus.ch, citando fonti interne all’azienda, ha rivelato che Bally ha licenziato l’intero personale dei negozi di Lucerna, Basilea, Lugano e Losanna.

Blick ha aggiunto un’altra indiscrezione: anche quello di Ginevra si appresterebbe a chiudere i battenti. Nessun media svizzero è riuscito a ottenere una presa di posizione da Regent LP su questi tumultuosi sviluppi, né sui piani futuri.

Al di là dell’attualità, da tempo si era conclusa l’era dorata del celebre marchio, tanto che negli ultimi decenni Bally aveva cambiato più volte padrone: dall’azienda di armamenti Oerlikon-Bührle, alla società d’investimenti statunitense Texas Pacific Group. Nel 2018 Bally stava per diventare cinese, ma fu acquisita dalla famiglia miliardaria tedesca Reimann, che due anni fa l’ha ceduta all’attuale proprietà.

Zentralplus.ch, per il suo ricco articolo disponibile a pagamentoCollegamento esterno, ha intervistato Oliver Huber, che per tre decenni ha lavorato per Bally, ricoprendo incarichi sempre più prestigiosi. Al portale, Huber ha detto che non ci sono quasi più negozi dedicati in Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti. A Hong Kong sopravvive ancora un piccolo ufficio e persino quelle che erano una volta vetrine di punta, a Milano e Firenze, starebbero tirando giù per sempre le saracinesche. La produzione? Ci sarebbe ancora qualcosa, in misura ridotta, “in Italia, Cina, Portogallo e Spagna”.

È viva e vegeta, invece, la Fondazione BALLYANACollegamento esterno, che dal 2000 proprio nella cittadina di Schönenwerd, che aveva dato i natali all’azienda, cura una collezione straordinaria di reperti storici su quello che è stato un prodigio dell’industria svizzera ottocentesca. Documenti, oggetti, manifesti e memorabilia della Bally di una volta, che si possono scoprire vistando il museo, aperto due domeniche al mese.


In Libano un numero insostenibile di bombe, sfollati e soccorritori uccisi

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

Di Pasquale Porciello, il manifesto

Con i riflettori tutti puntati sulla crisi di Hormuz, Israele procede in maniera ancora più spedita l’occupazione militare del sud del Libano.

Le truppe di terra israeliane si sono ieri avvicinate ai sobborghi di Nabatieh, il cuore economico del Libano meridionale. Attraversato il fiume Litani – prima linea oltre cui l’esercito israeliano aveva spinto i libanesi a scappare, sostituita poi con quella del fiume Zahrani, più a nord, a 40 chilometri dal confine – alcune settimane fa, i soldati israeliani hanno già conquistato i villaggi di Zaoutar el-Charqieh, Arnoun e Yohmor el-Chaqif, dove insiste l’ormai celebre castello di Beaufort. Ora proseguono l’avanzata verso la collina di Ali Taher, Kfar Tebnit e Nabatieh el-Faouqa. Ieri sera il portavoce arabofono dell’esercito israeliano Avichai Adraee ha dichiarato che le truppe hanno stabilito il «controllo operativo sulla parte settentrionale dell’area di Wadi Slouki», tra Houla, Majdal Selm (Marjayoun) e Chaqra (Bint Jbeil), importantissima dal punto di vista strategico.

Hezbollah prova a contenere questa avanzata. Nel pomeriggio di ieri il partito armato sciita ha fatto sapere di aver abbattuto un carro Merkava sulla strada di Saf el-Hawa, a Bint Jbeil, con un drone di tipo Ababil, alla fibra ottica, droni che bucano i sistemi di sicurezza israeliani.

TUTTA LA ZONA sotto il fiume Zahrani è stata dichiarata da Netanyahu «zona di guerra». Il 20 aprile scorso Israele ha stabilito una fascia di una decina di chilometri in Libano lungo il confine sud e sud-est, la Linea Gialla, che occupa militarmente, nella quale la popolazione civile non può tornare e i militari libanesi non possono entrare. Le operazioni di questa ultima escalation hanno teso a spingere ancora più a nord questa fascia, soprattutto nell’area di Nabatieh.

I raid sono continuati anche su Tiro, assediata da due settimane. L’intera città è sotto ordine di evacuazione forzata, incluso da pochi giorni il quartiere cristiano. Bombe sul resto del sud e sulla valle della Beqa’a, a est del paese.

IL MINISTERO DELLA SALUTE libanese ha riportato anche ieri il bilancio delle vittime. Gli attacchi israeliani hanno fatto 3711 morti e 11483 feriti dal 2 marzo – data di inizio di questa nuova fase. È stato poi reso noto il numero preciso di soccorritori e del operatori medico-sanitari uccisi da Israele, spessissimo con la tecnica del double tap, il secondo o terzo colpo riservato a chi arriva sul luogo di un bombardamento appena avvenuto per soccorrere le vittime. 132 in totale gli uccisi, mentre sale a 393 il numero di quelli feriti. 17 ospedali sono stati danneggiati dai bombardamenti, di cui tre sono stati costretti a chiudere.

Continua l’emergenza umanitaria. Con il caldo, le condizioni igienico-sanitarie dei centri di accoglienza sono ad alto rischio. Si sono già registrate infezioni e contagi in molti degli oltri 600 centri che ospitano sfollati per tre volte la loro capacità.

Scarseggiano i beni di prima assistenza, colpa anche dei tagli a UsAid e a catena al terzo settore voluti da Trump nel 2025, e che oggi si fanno sentire. Oltre un milione le persone costrette a lasciare le loro abitazioni, su una popolazione totale di circa cinque milioni, moltissime delle quali non hanno trovato posto nei centri e sono costrette a vivere in tendopoli improvvisate o in macchina.

È TUTTO IL SISTEMA LIBANESE ad essere al collasso. La crisi economico-finanziaria che ha messo il pease in ginocchio nel 2019 non è ancora superata. L’inflazione è fuori ogni controllo e il costo della vita è alle stelle, aggravato ulteriormente dai rincari del carburante dovuti alla crisi in Iran. La guerra sta dando il colpo di grazia a un’economia già piegata da anni di crisi profondissima. Una situazione che tanto sul breve, quanto sul lungo periodo, è assolutamente insostenibile.


Perché sarà il Mondiale di Trump e non di Mbappé

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Per descrivere la geopolitica di questo mondiale dell’Altro Mondo bisognerà cibarsi in silenzio dei grevi fasti pappatori di Trump che vi officerà, state certi, baccanali sportivo-imperialisti. Parliamoci chiaro, rassegnamoci: questi sono i mondiali di Trump non di Mbappé. Ci sono già i precoci squittii deprecativi ed isterici di una torva Sicurezza per immigrazioni da Paesi che per Trump e soci sono suburre da riportare al paleolitico.

Eppure eppure… non è detto che le iliadi pallonare riescano nel miracolo di nascondere i pantani iraniani e il torbido brodo della inflazione. In fondo gli Stati Uniti sono e resteranno per il “soccer” terra di pertinaci infedeli. Sarebbe un miracolo se le partite dei mondiali diventassero teatro di politici soprassalti rivendicativi. E il presidente, si sa, adora ben altro: i finti virili eroi del wrestling, non a caso specialisti del lieto fine programmato un po’ come le sue vittorie inventate.

I lugubri pretoriani argentini di Videla montarono, è vero, un Mondiale subdolamente assolutorio. Ma avevano uno squadrone con Kempes e Ardiles a cui consegnare tra trombe e inni la coppa. Trump rischia di dover stringer la mano a qualche suddito di Paesi antipaticissimi che ne contestano le mattane. E nemmeno l’amico Infantino lo ha sollevato dalla insopportabile presenza dei Pasdaran in mutande.

Calcio e politica: percorsi tortuosi, non sempre a lieto fine. Nel 1922, tribolato dopoguerra, “L’Ordine Nuovo”, rivista rivoluzionaria e all’epoca quotidiana, fondata da Antonio Gramsci, consacrò una pagina intera dell’edizione del lunedì al “football”, così lo chiamavano allora, senza ovviamente dimenticare, ci mancherebbe, di attaccare lo sport “borghese”.

L’evento fu la sconfitta del Genoa nella finale del campionato dell’Italia del nord a cui avevano assistito ventimila persone. La città ligure ospitava contemporaneamente una Conferenza internazionale che doveva regolare i tremendi problemi economici del dopoguerra. Ma la città era in lutto calcistico e nessuno provò il minimo interesse per quella dozzina di notabili che pretendevano di ricostruire l’Europa in ginocchio!

«La passione della folla dunque esiste», concludeva tra l’ironico e lo speranzoso il quotidiano rivoluzionario.La Rivoluzione e Gramsci erano attenti a “the people game”. Il pensatore comunista tracciava il paragone tra le società che praticavano questo sport di squadra all’aria aperta e quelle, come l’Italia, che si dedicavano allo “scopone” in osterie fumose e puzzolenti.

Le prime secondo il fondatore del partito comunista erano quelle dove regnava il rispetto delle regole, l’iniziativa individuale e il liberalismo politico. Le seconde quelle dove prevaleva la astuzia truffaldina, il ritardo economico e il culto della incompetenza come regola. Insomma: il Calcio era la prova ontologica della egemonia culturale della borghesia anglosassone figlia della rivoluzione industriale e rifletteva con dribbling e pedate la modernità economica e politica dell’Occidente.

Dove lo ficchiamo allora il trumpismo, il movimento Maga nella doviziosa lotta di classe del football, in questa ecumenopoli incontinente, eccessiva? Gramsci, temo, dovrebbe aggiornare le sue teorie. Scorro l’elenco dei partecipanti al mondiale versione larga, alla Infantino, e i partecipanti sembrano una scorribanda nell’atlante De Agostini. Siamo al terzomondismo, all’ascesa dei Brics! L’economia mondo del football moderno tutto fenomeni, diritti televisivi e che stazza ormai tonnellaggi da petroliere non si conforma da tempo alla geopolitica novecentesca.

Lo spazio mondiale del calcio è stato dominato a lungo dalla Guerra Fredda tra America del sud e Europa dell’ovest. A livello di club si può dire che la seconda abbia conquistato ormai stabilmente il dominio economico e sportivo. Ma quando scendono in campo patriottismi e nazioni è un’altra musica. E lo spettacolo defluisce inesorabilmente verso il patriottismo e la guerra.

In un’epoca in cui i preti e i romanzieri non riescono più a commuovere le folle, l’arduo compito è rimasto in mano ai calciatori. Non usa più che gli uomini piangano. Ora urlano. E uno stadio è il luogo perfetto. Nelle banlieue furibonde o nei villaggi del deserto si tifa per squadre di città favolose come Shangri La o il paese del prete Gianni, Barcellona, Madrid, Manchester, che non saprebbero indicare sull’atlante del mondo.

L’Africa che al mondiale presenta dieci squadre, vibra di sogni di migranti che vogliono diventare campioni in Europa, che così ottengono il dannato, impossibile passaporto e gli applausi del protervo Nord benestante del mondo. Altra storia purtroppo, ma evocarla disturba, è che spesso invece di arrivare al Mondiale finiscono nelle tristi schiere di quelli che sono scesi penosamente dai barconi. Sì. Il calcio offre lo spettacolo stupefacente di gladiatori diventati milionari. Ma in caso di sconfitta il loro destino è di essere implacabilmente eliminati.

Inutile negarlo: in età ideologicamente letargiche il calcio delle nazionali è una ghiotta occasione da sfruttare, politicamente uno spettacolo di massa che ha fatto da supporto a tutto, fascismo, nazionalsocialismo, stalinismo, peronismo, mobutismo e… democrazie. In numerosi Palazzi di autocrazie obbligatorie e di democrazie facoltative già si almanacca come sfruttare al meglio la possibile vittoria. Ma la plasticità del football gli permette di rivestire gli stracci delle ideologie per poi sovvertirle allegramente. Quello che ci salverà dalla affranta età di Trump e da partite che sanno di gelato industriale sarà, come sempre, il modo di accarezzare il pallone di un argentino o di un brasiliano.

Nell’immagine: Trump e Infantino, due degni compari


L’imperialismo messianico di un solo uomo

Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

Il 10 dicembre 1892, il settimanale satirico inglese Punch pubblicava una caricatura dell’uomo più potente dell’Africa: Cecil Rhodes, che nell’immagine appariva come un gigante con un piede al Cairo e un altro a Città del Capo, in Sudafrica, le due città che il magnate dei diamanti voleva collegare con una linea telegrafica. Rhodes diceva che l’impero inglese avrebbe dovuto «annettersi i pianeti», se possibile, ed Elon Musk, domani, cerca di procurarsi i quattrini per realizzare questo programma, iniziando con Marte.

SpaceX, la società in cui Musk ha aggregato varie proprietà precedenti, tra cui l’ex Twitter, Starlink, Space X, e xAI (intelligenza artificiale) viene proposta agli investitori a 135 dollari per azione, ovvero una valutazione complessiva di circa 1.770 miliardi di dollari, ma già sul mercato dei futures le azioni si scambiano a circa 162 dollari l’una, il 20% in più. 1.770 miliardi sono più dell’intero valore della Borsa di Milano: il regno di Musk vale davvero tanto?

Gli esperti non sono convinti: Morningstar valuta SpaceX circa 780 miliardi di dollari, poco più di un terzo dei 1.770 miliardi impliciti nel prezzo di collocamento di 135 dollari. Aswath Damodaran, uno dei massimi esperti di valutazione delle aziende, offre una stima di 1.250-1.300 miliardi di dollari, ovvero circa 100 dollari per azione al posto dei 135 richiesti. Del resto, il giocattolo di Musk ha avuto una perdita netta di 4,9 miliardi di dollari nel 2025 e altri 4,3 miliardi solo nel primo trimestre 2026. Questo non ha impedito alle richieste di sottoscrizione di essere circa quattro volte superiori alla quantità di azioni offerte in Borsa (oversubscription).

Tutto questo potrebbe interessare solo Musk e i suoi spregiudicati ammiratori se non fosse che la quotazione di SpaceX sta risucchiando capitali mobili dall’Uzbekistan fino alle isole Fiji. La prova sta nel fatto che le principali Borse mondiali nelle ultime due settimane sono andate piuttosto male, in particolare nel settore high-tech.

Nella settimana 1-5 giugno il Nasdaq ha perso il 4,68% e mercoledì 10 giugno un altro 2,0% mentre ieri è rimasto immobile. Lo S&P 500 ha perso il 2,59%, registrando il primo ribasso settimanale da marzo, e l’altroieri è ulteriormente calato del 1,6%. Per le borse asiatiche sono giorni di lacrime e sangue, in particolare per il Kospi sudcoreano, crollato di oltre l’8% in una singola seduta lunedì scorso. Naturalmente, la ripresa dei combattimenti in Iran e in Libano, e la permanenza della chiusura dello stretto di Hormuz, non aiutano.

Perché adesso? Si tratta di una corsa tra i big dell’Intelligenza artificiale e SpaceX sta cercando di godere dei vantaggi di chi si muove per primo per accaparrarsi l’enorme capitale che le grandi società IA vogliono raccogliere a breve per costruire centinaia di costosi e inquinanti server: il 1° giugno, Anthropic ha già depositato la documentazione per il collocamento presso la Sec (l’agenzia di controllo delle Borse) e la quotazione effettiva è attesa per l’autunno. Anche OpenAI avrebbe depositato documenti riservati presso la Sec, con l’obiettivo di raccogliere fino a 100 miliardi di dollari. Meta (Facebook) e Google stanno a loro volta raccogliendo decine di miliardi per finanziare la loro infrastruttura Ia. Per Musk c’è anche una necessità finanziaria specifica: SpaceX deve rimborsare 20 miliardi di un prestito ponte entro i prossimi 15 mesi.

Il balletto delle cifre è però meno interessante dell’analisi storica: la posizione di Musk è unica nella storia degli Stati Uniti oppure no? Il termine di paragone naturale è John D. Rockefeller, il re del petrolio, di gran lunga il più ricco dei robber barons, gli oligarchi che dominavano l’economia americana a cavallo tra Ottocento e Novecento. Rockefeller, nel 1913, aveva un patrimonio di circa 900 milioni di dollari, corrispondenti al 2,5-3% del prodotto interno lordo degli Stati Uniti. Una percentuale simile a quella di Elon Musk oggi, se davvero la discesa in Borsa gli farà toccare quota 1.000 miliardi di dollari di patrimonio personale.

La ricchezza di Rockefeller era però fondata su beni reali con cash flow stabili (raffinerie, oleodotti, partecipazioni bancarie e ferroviarie). La ricchezza di Musk è in larga parte costituita di titoli azionari sopravvalutati ed esposti alla fine della follia collettiva attorno alle promesse dell’Intelligenza artificiale.

Non è un fenomeno del tutto nuovo: la prima Borsa del mondo aprì ad Amsterdam nel 1602 e ospitò il primo crack devastante nel febbraio 1637, dopo la fase più acuta della speculazione attorno ai bulbi pregiati di tulipano. Un singolo bulbo di Semper Augustus arrivò a essere quotato fino a 10.000 fiorini: l’equivalente del prezzo di una casa di lusso sui canali di Amsterdam.

Può darsi che Musk continui la sua “irresistibile” ascesa ma sarà bene ricordare che, nel dicembre 2022, era diventato la prima persona della storia a perdere 100 miliardi di dollari in un solo anno di attività.