Putin minaccia nuovi raid e aumenta ancora l’esercito ma i droni ucraini colpiscono in profondità e a Mosca ora affiora lo spettro della sconfitta
Di Mattia Marasti. Valigia Blu
Negli ultimi anni, il dibattito sul futuro dell’Europa si è concentrato soprattutto sulle minacce esterne. L’invasione russa dell’Ucraina ha riportato al centro il confronto con la Russia di Putin. La crescente competizione economica e tecnologica con la Cina mette sotto pressione il modello industriale europeo, mentre il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto interrogativi sulla tenuta dell’alleanza atlantica e sul ruolo degli Stati Uniti nella sicurezza del Continente.
Esiste però anche una trasformazione interna che rischia di incidere profondamente sugli equilibri politici europei. In gran parte dell’Unione, infatti, la destra radicale è diventata organica nel panorama politico: in alcuni paesi governa già; in altri è la principale forza politica nei sondaggi; in altri ancora si avvicina progressivamente alle aree di governo.
La situazione nei quattro paesi principali – Spagna, Francia, Germania e Italia – ci permette da una parte di comprendere la situazione e dall’altra di cercare di astrarre alcuni dei meccanismi che hanno influenzato questa trasformazione.
La crisi di Sanchez in Spagna
Cominciamo con la Spagna, che è uno dei paesi più discussi in questi mesi.
Infatti, la situazione del Primo Ministro Pedro Sanchez appare contraddittoria. Nel corso del tempo, grazie alle sue prese di posizione nette contro il genocidio da parte di Israele a Gaza e la guerra in Iran oltre agli attacchi dei broligarchi, Sanchez ha guadagnato una certa popolarità a sinistra. Anche la performance economica della Spagna, che cresce più dei principali paesi europei e mostra un trend discendente per quel che riguarda la disoccupazione, hanno contribuito a questa popolarità.
Tuttavia, è in patria che emergono problemi. Sanchez è alla Moncloa ormai da otto anni, quando grazie a una mozione di sfiducia riuscì a far cadere il governo Rajoy, sommerso dagli scandali. È riuscito a formare un governo anche a seguito delle elezioni del 2023, dove si era assistito a un sostanziale pareggio tra il Partido Popular (PP) e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE). In quella situazione, Sanchez aveva fatto leva sui partiti regionalisti e indipendentisti. Infatti, un eventuale governo del PP avrebbe avuto l’appoggio esterno del partito di destra radicale VOX, che è da sempre contrario a qualsiasi pulsione autonomista. Per ottenere la maggioranza, però, Sanchez ha dovuto contare anche sui deputati eletti con Junts, il partito indipendentista catalano. Il leader, Carles Puigdemont, vive in esilio volontario per via dei capi d’accusa che pesano su di lui dopo che, nel 2017, quando era Presidente della Generalitat de Catalunya, aveva indetto il Referendum sull’Indipendenza della Catalogna. In cambio del sostegno al governo, Junts aveva chiesto un’amnistia per gli indipendentisti. Pur approvata dal Parlamento anche con i voti del PSOE, la Corte Suprema aveva specificato che l’amnistia non si applicava a certi tipi di reato, come quello di appropriazione indebita, di cui è accusato Puigdemont per aver utilizzato fondi destinati alla Generalitat per organizzare il referendum. Questo ha reso più tesi i rapporti tra Junts e il PSOE più tesi. A questo si aggiungono altri disaccordi in seno alla maggioranza, tanto che la Spagna non approva una Legge di Bilancio ormai dal 2023.
Sul fronte economico, poi, persistono i problemi strutturali della Spagna. Nonostante la buona performance del paese durante l’esperienza di governo di Sanchez, il tasso di disoccupazione giovanile resta alto, seppur in discesa. Un altro tema particolarmente sentito riguarda la crisi abitativa: nel 2025, ad esempio, il prezzo delle case è aumentato del 12,5 per cento, con situazioni particolarmente gravi a Madrid.
Ma il vero fronte aperto è oggi quello delle indagini nei confronti dei membri del partito di Sanchez e di suoi alleati storici come l’ex Primo Ministro José Luis Rodríguez Zapatero. Già nel 2024, quando lo pseudosindacato vicino ad ambienti di estrema destra Manos Limpias aveva denunciato la moglie del Primo Ministro per Influenze Illecite, Sanchez appariva sul punto di dimettersi.
La situazione, nel frattempo, è peggiorata. Innanzitutto, a fine maggio, la Guardia Civile spagnola ha perquisito la sede del PSOE, alla ricerca di prove di un tentativo di screditare la magistratura, attraverso campagne di diffamazione, proprio in virtù dei vari scandali in cui è coinvolto il partito.
A questo si aggiunge l’indagine aperta nei confronti di Zapatero. Quest’ultimo, tra i principali sostenitori di Sanchez all’interno del partito, avrebbe fatto pressione per salvare la compagnia aerea Plus Ultra. L’accusa contesta a Zapatero di aver ricevuto due milioni di euro dalla compagnia, attraverso un network fatto di agenzie di consulenza. Inoltre, secondo l’accusa, Plus Ultra avrebbe utilizzato una parte dei fondi concessi dallo stato per riciclare denaro per il regime venezuelano di Nicolas Maduro.
Si tratta solo delle ultime indagini nei confronti del PSOE e della famiglia Sanchez. Se le accuse nei confronti dei familiari di Sanchez appaiono traballanti, quelle nei confronti di membri ed ex membri del PSOE hanno fatto sì che anche gli alleati di sinistra del partito chiedessero spiegazioni più convincenti.
Da una parte questo è visto come un tentativo di destituire un governo eletto democraticamente, come ha dichiarato anche uno dei membri di Sumar, partito di sinistra che sostiene il governo. La magistratura, nel paese, è fortemente politicizzata e da anni si discute del problema del Lawfare nel dibattito politico spagnolo. E il PSOE non è l’unico partito a essere indagato: a sua volta anche il PP ha problemi ingenti con la giustizia.
Dall’altra però restano le problematiche di un partito, il PSOE, travolto dagli scandali, con una maggioranza traballante. Alcuni partiti hanno già chiesto le elezioni anticipate. E qui la questione si fa più complessa. In Spagna, infatti, il meccanismo di sfiducia è costruttivo. Se si vuole votare la sfiducia a un governo, in questo caso quello di Sanchez, è necessario proporne un altro, meccanismo sfruttato appunto da Sanchez nel 2018. Ma l’unico con la capacità di farlo è proprio il PP e il suo leader Alberto Núñez Feijóo, che però si troverebbe a sostenere questa mozione di sfiducia anche con Vox. E non c’è compatibilità, almeno per ora, tra i partiti indipendentisti e regionalisti con Vox. Nei giorni scorsi Feijóo aveva proposto ai partiti una mozione di sfiducia vincolata alla convocazione delle elezioni. Ma questi hanno risposto in maniera negativa: se Junts chiedeva consultazioni direttamente con Puidgment, il Partido Nacionalista Vasco (PNV), espressione del nazionalismo basco, si è dichiarato contrario viste le posizioni di Abascal, leader di Vox, sulla rappresentanza in Parlamento dei Paesi Baschi.
L’esito di eventuali elezioni anticipate non è prevedibile, come hanno dimostrato quelle del 2023. Un possibile rimbalzo del PSOE, qualora l’elettorato veda proprio in questi attacchi un tentativo di destituire il governo, non è impensabile, ma sconterebbe comunque la crisi dei partiti alla sinistra del PSOE, i cui risultati elettorali renderebbero difficile la formazione di un governo progressista, aprendo le porte invece a un governo di destra con l’appoggio degli estremisti di Vox.
Francia: il fallimento dell’esperienza di Macron e le divisioni a sinistra
Per quel che riguarda la Francia, emerge una situazione ben più variegata. Nel 2027 si terranno le elezioni presidenziali e, a distanza di poche settimane, quelle legislative per il rinnovo dell’Assemblea. I sondaggi odierni danno in netto vantaggio il candidato del Rassemblement National Jordan Bardella.
Già durante le legislative anticipate, convocate dal Presidente della Repubblica Emmanuel Macron dopo la sconfitta alle elezioni europee, il Rassemblement National era risultato in testa per quel che riguarda la percentuale di voti. Il sistema elettorale francese, tuttavia, prevede un secondo turno anche alle elezioni legislative che comprende tutti i candidati che hanno raccolto più di una certa soglia di voti considerati rispetto alla popolazione totale- tiene conto, quindi, anche di chi si è astenuto. In un contesto estremamente frammentato, il fronte macronista e il Nouveau Front Populaire (NFP), alleanza dei partiti di sinistra nata proprio per le elezioni, avevano stretto un accordo informale di desistenza, fortemente voluto anche da Macron, nonostante i dissidi interni al suo campo. Il secondo turno aveva quindi visto la vittoria, almeno per quel che riguarda il numero dei seggi all’Assemblea, del NFP seguito dai partiti che sostengono Emmanuel Macron. Solo in terza posizione, proprio grazie alle desistenze nei collegi, si era piazzato il Rassemblement National di Bardella, che si era quindi trovato la strada sbarrata per Matignon.
Ma la situazione oggi è differente per una serie di motivi. In primo luogo, Bardella è oggi il leader de facto del Rassemblement National. Marine Le Pen, figlia del fondatore del Front National e storico volto del partito, è stata condannata per appropriazione indebita, decretandone quindi l’ineleggibilità per le elezioni presidenziali. È necessario soffermarsi sulle differenze tra i due leader. Bardella rappresenta l’enfant prodige della destra radicale francese. Capolista alle Europee del 2019, ha portato il partito alla vittoria venendo eletto al Parlamento Europeo all’età di 23 anni. Nel 2022, è diventato Presidente del Partito con oltre l’80 per cento dei voti.
L’ascesa di Bardella non è stata ben vista dai dirigenti di lungo corso del RN. Come già il padre, Marine Le Pen sposava una linea politica di destra sociale, coniugando posizioni conservatrici se non reazionarie, e profondamente euroscettica. Al contrario, Bardella nel corso del tempo si è mostrato come un candidato più moderato, sia per quel che riguarda il rapporto con l’Europa sia sul fronte economico. Due avvenimenti sono paradigmatici di questa tensione tra la vecchia e la nuova guardia del partito. Dopo le elezioni locali, alcuni sindaci del RN avevano tolto la bandiera europea dai municipi. Si trattava di membri più vicini a Le Pen, che conservano una visione euroscettica. I sostenitori di Bardella, al contrario, hanno seguito la stessa traiettoria di partiti di destra europei come quello di Giorgia Meloni, abbandonando l’euroscetticismo per una visione critica della struttura odierna dell’Unione Europea.
Il secondo caso riguarda la discussa riforma delle pensioni. Con un forte bacino di voti operaio, Le Pen si era sempre detta contraria a misure come quella approvata da Macron- e in parte congelata. Proprio in questi ultimi giorni invece ha fatto discutere la posizione di Bardella, che è invece più accomodante sul tema, segnalando una spostamento verso posizioni più di destra moderata in campo economico.
Se la linea economica più moderata di Bardella è in grado di conquistare anche elettori provenienti dall’area macronista, le tensioni e le fratture interne a quest’ultima ne favoriscono l’avanzata. Il progetto di Macron di superare il bipolarismo tradizionale francese, sostituendolo con la contrapposizione tra progressisti e populisti, appare ormai naufragato. E da qui emergono le spaccature del campo macronista.
I due principali candidati, infatti, appartengono a due tradizioni differenti. Il primo nome è quello di Edouard Philippe, Primo Ministro di Macron durante il primo mandato presidenziale, poi sostituito nel 2020, forse anche a causa della crescente popolarità che Philippe aveva ottenuto durante la pandemia. In precedenza, Philippe aveva fatto parte dell’Union pour un Mouvement Populaire (UMP), partito di ispirazione gollista fondato da Jacques Chirac, poi rinominato Les Républicains. Durante la campagna elettorale per le Presidenziali del 2017 il partito era stato travolto dagli scandali che avevano portato Philippe e altri a lasciare la campagna elettorale e poi il partito. Dopo l’esperienza come Primo Ministro, era stato rieletto sindaco di Le Havre e aveva fondato il partito Horizons, uno dei partiti di centrodestra che fanno parte del campo macronista.
Negli ultimi tempi, però, la figura di Philippe ha perso slancio, anche a causa delle rivelazioni riguardo a una cena con Marine Le Pen. Nel corso di un’intervista, Philippe si era difeso dicendo che durante quella cena aveva constatato l’incompatibilità con le idee di Le Pen. Il conduttore aveva chiesto se ci fosse bisogno di una cena per comprenderlo.
Se Philippe rappresenta la corrente più di destra del campo macronista, a lui si contrappone Gabriel Attal. Anche lui è stato Primo Ministro durante la presidenza di Macron, il più giovane della storia e il primo apertamente omosessuale. Con le elezioni legislative, aveva poi avuto un ruolo di primo piano fino a diventare presidente del gruppo all’Assemblea di Reinassance, il partito di Emmanuel Macron. Prima di venire eletto nel 2017, aveva fatto parte del Partito Socialista (PS), con cui era stato eletto alle elezioni locali. Nonostante Attal venga da una storia più di centrosinistra, il suo governo si è contraddistinto per essere uno dei più di destra tra quelli nominati da Macron, che pescava a piene mani proprio da esponenti ed ex esponenti de Les Republicains. Resta il fatto che, almeno nell’immaginario pubblico, Attal rappresenta un candidato più progressista, sempre in un’ottica macronista, rispetto a Philippe.
La situazione a sinistra è, semmai, ancora più frammentata. Dopo i tentativi della NUPES nel 2022 e del NFP nel 2024, il panorama politico appare frastagliato. In parte, questo dipende dai rapporti tra La France Insoumise (LFI) di Mélenchon e i restanti partiti. Lo stile carismatico quanto personalistico di Mélenchon, unito al mutato clima nei confronti del partito, hanno alienato gli altri partiti, in particolare quello socialista. Quest’ultimo ha infatti intrapreso una linea più conciliante nei confronti del fronte macronista, come dimostra il governo Lecornu. Tuttavia, anche all’interno del PS e dei Les Écologistes, cioè i Verdi, persistono visioni contrastanti riguardo alle Presidenziali. Nella direzione socialista si è assistito a un’ondata di dimissioni guidate dal presidente del gruppo all’Assemblea, Boris Vallaud, in contrasto con il segretario del partito, Olivier Faure. Secondo quest’ultimo, infatti, la scelta del candidato per le Presidenziali del 2027 deve avvenire attraverso primarie di coalizioni con i partiti alleati, come appunti Les Écologistes, mentre per Vallaud i socialisti devono designare un leader in autonomia.
I sondaggi, a oggi, confermano il distacco tra Bardella e gli altri candidati non solo al primo turno, come immaginabile, ma anche al secondo, dove batterebbe sia i candidati del fronte macronista sia Mélenchon, mentre gli altri possibili candidati non riuscirebbero a raggiungerlo. Quella coalizione repubblicana che aveva portato nel 2002 alla vittoria di Chirac contro Jacques Le Pen e poi alle due vittorie elettorali di Macron non regge più davanti a una situazione sempre più instabile nel paese. Per quanto la situazione possa cambiare, anche repentinamente, da qui alla prossima primavera, l’approdo della destra radicale all’Eliseo appare oggi lo scenario più probabile.
Le larghe intese in Germania e la tenuta del Brandmauer, il “cordone sanitario” contro AfD
Veniamo ai due ultimi casi, quello italiano e tedesco. In Germania, Merz non gode di una grande popolarità. Dietro a questo sentimento, si cela il cambiamento avvenuto non solo nel paese, ma in parte anche all’interno del suo partito. Per anni, la CDU/CSU di Angela Merkel ha governato con l’SPD in governi di Große Koalition, o larghe intese come diremmo in Italia. Questo ha permesso a Merkel di costruire la sua immagine politica di leader moderata e in grado di raccogliere voti da un elettorato giovanile o colto.
La situazione è differente per Merz, che viene invece dall’ala più conservatrice del partito, in una Germania che si è spostata a sua volta più a destra. Anche Merz, per via dei risultati ottenuti alle elezioni del 2025, si ritrova a governare con la SPD, ma gli attriti sono più frequenti. A questo si aggiunge l’organizzazione giovanile della CDU, la Junge Union (JU). Finora, la JU aveva sempre sostenuto il partito principale. Ma oggi, con una maggioranza di soli 12 seggi al Bundestag, ha iniziato a fare richieste e porre veti più pressanti, come sulla travagliata riforma delle pensioni. Il provvedimento ha richiesto molto tempo, per via della divergenza di opinioni tra SPD e CDU, ma si è poi scontrato con l’opposizione della JU, che riteneva il compromesso troppo a favore della SPD. Secondo i parlamentari afferenti alla giovanile, la riforma avrebbe scaricato il peso sulle fasce più giovani, compromettendo il loro futuro.
Questo è solo uno dei segnali del discontento nei confronti del governo Merz. Una situazione che però ha suscitato discussioni sull’eventualità di un avvicendamento alla cancelleria. Al contempo, l’AfD resta saldamente in testa ai sondaggi, ma con una novità. Di recente si è svolto il congresso del Freie Demokratische Partei (FDP), il partito liberale tedesco, dove è stato eletto segretario Wolfgang Kubicki. Si tratta di un veterano dell’ala destra del partito. Nei mesi precedenti, avevano destato preoccupazione alcune sue dichiarazioni sul Brandmauer, cioè il cordone sanitario contro l’AfD. In passato, anche la CDU/CSU aveva votato con l’AfD su provvedimenti non vincolanti riguardanti l’immigrazione.
Per quanto la Germania sia il paese che andrà ad elezioni più tardi, l’evoluzione della tenuta del Brandmauer sarà uno dei maggiori determinanti per capire se si assisterà a una convergenza tra la destra tradizionale e quella radicale.
L’Italia come caso studio
Se Spagna, Francia e Germania mostrano tre possibili traiettorie attraverso cui la destra radicale può avvicinarsi al governo, l’Italia rappresenta invece il caso in cui questo processo si è già compiuto. Per questo motivo il contesto italiano può offrire una chiave interpretativa utile per comprendere alcune delle dinamiche oggi presenti anche nel resto d’Europa.
D’altronde, è proprio il nostro paese che ha visto per prima l’approdo della destra radicale al governo, con la nomina di Giorgia Meloni come Presidente del Consiglio, nonostante partiti con ideologie simili abbiano preso parte ai vari governi di destra o “del cambiamento” in passato.
Se si osserva la situazione italiana, si notano almeno tre aspetti principali che hanno coadiuvato l’approdo della destra radicale al governo.
Il primo è l’incapacità delle forze politiche tradizionali di offrire risposte a una popolazione insoddisfatta dello stato corrente, assieme alla debolezza dei partiti di opposizione, siano essi tradizionali o no. Prendendo il caso odierno, ancora oggi i partiti del cosiddetto Campo Largo, per quanto inebriati dalla vittoria al Referendum sulla Giustizia, non riescono a intercettare quegli elettori che manifestano perplessità nei confronti del governo Meloni. Questo è forse uno statement ancora più forte: anche quando i partiti di destra radicali sono al potere, non basta la strategia del rimanere seduti e guardare, sperando che perdano consenso per via delle promesse non mentenute.
Il secondo aspetto riguarda la “moderazione” in campo economico della destra radicale. Se pensiamo a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ricordiamo proposte che erano fortemente in contrasto con le esigenze del ceto imprenditoriale e degli investitori, come l’uscita dall’Euro. Oggi quella sfiducia economica nei confronti della destra radicale si è attenuata proprio grazie a posizioni più vicine a quelle di un partito di destra conservatore classico.
Nel mentre, negli altri paesi si è assistito a uno spostamento verso destra dei partiti conservatori tradizionali su temi come l’immigrazione, dovuto anche all’influenza di mass media e social network che alimentano retoriche xenofobe e razziste. Questo slittamento delle posizioni dei partiti e, in parte, dell’opinione pubblica favorisce la rottura del cordone sanitario, poiché l’alleanza tra destra tradizionale e destra radicale diventa quasi naturale, data la crescente convergenza di obiettivi e proposte. Una situazione simile si era già verificata in Italia nel 1994, con l’alleanza tra Berlusconi e il Movimento Sociale Italiano.
La tenuta o rottura del cordone sanitario dipendono quindi da due dinamiche principali: da una parte, la capacità della destra radicale di apparire credibile e rassicurante sul piano economico; dall’altro, il grado di accettazione delle sue posizioni da parte dell’elettorato più moderato. Su quest’ultimo aspetto pesa in modo decisivo l’evoluzione dell’opinione pubblica e il progressivo spostamento del dibattito politico verso destra.
Anche in Italia tuttavia la situazione è in evoluzione. Negli ultimi mesi si è assistito alla crescita, sia nei sondaggi che nelle istituzioni, del partito di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale. Formazione di destra radicale, sta raccogliendo consensi dagli elettori delusi di Lega e Fratelli d’Italia. Proprio per quanto detto, infatti, l’istituzionalizzazione della destra radicale può alienare l’elettorato storico, a partire da membri dei partiti come Gianni Alemanno. E questo processo lascia quindi spazio a proposte che si riappropriano della radicalità iniziale, con esiti elettorali che saranno da monitorare.
L’esperienza italiana suggerisce quindi che l’ascesa della destra radicale non dipende soltanto dalla crescita elettorale di questi partiti. A renderla possibile è spesso una combinazione di fattori: la crisi delle forze tradizionali, la difficoltà delle opposizioni nel costruire un’alternativa credibile, la progressiva normalizzazione delle posizioni economiche della destra radicale e lo spostamento dei partiti conservatori verso temi e linguaggi un tempo considerati estremisti. È proprio l’interazione tra questi elementi che oggi accomuna, seppur con intensità differenti, paesi come Spagna, Francia e Germania.