Molotov contro le case di Taybeh. Amnesty: i coloni strumento dello Stato di Israele

PALESTINA La pulizia etnica in Cisgiordania è un'operazione studiata e coordinata, dice l'ong internazionale. Nuovi piani dell’esercito israeliano per l’occupazione totale di Gaza 

Di Eliana Riva, il manifesto

Molotov per bruciare i campi dei palestinesi della Cisgiordania occupata, lanciate nel buio in un assalto coordinato dei coloni israeliani contro il villaggio cristiano di Taybeh. Fonti locali hanno raccontato anche di spari contro le case, per evitare che i palestinesi uscissero a spegnere il fuoco. Le fiamme sono divampate e hanno ingoiato ettari di terreno, quello che la storica comunità di Taybeh coltiva e di cui si prende da sempre cura, sostentamento per le famiglie.

Non è il primo attacco che subisce il villaggio nei pressi di Ramallah, ma negli ultimi mesi la situazione è diventata insostenibile, soprattutto da quando i coloni hanno stabilito un nuovo avamposto su terra illegalmente occupata.

L’ULTIMO RAPPORTO di Amnesty International denuncia che Israele sta sistematicamente cancellando ogni traccia della presenza palestinese nella Cisgiordania occupata attraverso demolizioni, sfollamenti forzati e una progressiva appropriazione delle terre.

Il report documenta un’accelerazione senza precedenti delle politiche di pulizia etnica, che colpiscono in modo particolarmente violento le comunità beduine e pastorali della Valle del Giordano e delle colline a sud di Hebron. La distruzione di cisterne, pannelli solari, ricoveri per gli animali priva le famiglie dei mezzi di sostentamento, costringendole ad abbandonare aree in cui vivono da generazioni.

Le conclusioni coincidono con il quadro denunciato dalla Commissione internazionale indipendente dell’Onu per le indagini sui Territori palestinesi occupati. In un rapporto presentato al Consiglio per i diritti umani, gli esperti Onu hanno affermato che la violenza dei coloni non rappresenta un fenomeno spontaneo, ma il risultato diretto delle politiche israeliane che la sostengono, la facilitano e la proteggono.

Secondo la Commissione, le autorità di Tel Aviv forniscono ai coloni sostegno militare e finanziario, mentre l’impunità garantita per decenni da forze dell’ordine e sistema giudiziario ha trasformato gli attacchi contro i palestinesi in uno strumento funzionale all’espansione delle colonie e allo sfollamento delle comunità. Il rapporto documenta inoltre aggressioni contro bambini, minacce di violenza sessuale e intimidazioni sistematiche nei confronti delle donne palestinesi, usate per diffondere paura e rendere la vita impossibile.

COLONI E SOLDATI OPERANO, entrambi, nell’impunità quasi totale. Nonostante l’annuncio dell’apertura di un’inchiesta sull’omicidio del piccolo Sam Abu Haikal, la convinzione più diffusa in Palestina è che l’iter legale israeliano seguirà l’inerzia già patita in occasione della strage di Tammun.

La dinamica è quasi identica: una famiglia palestinese che viaggia nella sua auto viene crivellata di proiettili dai soldati israeliani che si trovano su terra occupata. A Tammun vennero uccisi padre, madre, due figli e, nonostante l’ufficiale apertura delle «indagini», i soldati che hanno sparato non sono stati neanche interrogati. Ieri la ong israeliana B’Tselem ha pubblicato un video che riprende l’omicidio di Sam, sette mesi appena, mentre si trovava tra le braccia della madre, anche lei ferita.

Si vede un soldato puntare il fucile, l’auto frenare fino a fermarsi e poi il padre di Sam, Fahd Abu Haikal, scendere dall’auto con il corpicino sanguinante tra le mani. I soldati a quel punto vanno tutti via, lasciando soli i residenti a prestare soccorso alla famiglia.

INTANTO, SECONDO fonti citate dalla stampa israeliana, l’esercito approva nuovi piani per l’occupazione totale di Gaza e per una grande e violenta operazione militare su tutto il territorio della Striscia, compresi i campi profughi centrali e quello di al-Mawasi, al sud. Anche se al Cairo proseguono i negoziati sul disarmo di Hamas.

Mustafa Barghouti, leader dell’Iniziativa nazionale palestinese, ha dichiarato al quotidiano israeliano Haaretz che Israele non ha rispettato gli accordi della prima fase del piano e che non ci si può aspettare che le fazioni palestinesi rinuncino a ogni strumento di difesa mentre cinque bande armate, che potrebbero compiere massacri, continuano a operare sotto la protezione e il controllo di Israele.

Nell’immagine: un villaggio beduino a Gerico attaccato dai coloni


Se l’uso dei droni lava le coscienze

PALESTINA La pulizia etnica in Cisgiordania è un'operazione studiata e coordinata, dice l'ong internazionale. Nuovi piani dell’esercito israeliano per l’occupazione totale di Gaza 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Nuovo giro, stessa giostra impazzita. Escalation tra Hezbollah e Israele. Di nuovo. Beirut e la Galilea bombardate. Di nuovo. L’Iran che attacca Israele e Israele che risponde mentre Trump non sa più come girarsi per evitare di finire risucchiato nelle sabbie mobili mediorientali. Di nuovo. Tutti impegnati a non saltare nemmeno un giro, nel disperato tentativo di dimostrare di essere ancora vivi e al comando.

Per capirci qualcosa, occorre ribaltare la prospettiva. Smettere di inseguire dichiarazioni ufficiali, vertici diplomatici e mappe strategiche animate in Tv, e mettersi in ascolto dei rumori di fondo.

Anzi: dei ronzii, quelli metallici, sottili e apparentemente insignificanti, che sono invece una delle chiavi di lettura più potenti per capire il mondo che ci sta esplodendo attorno. È il suono della guerra contemporanea: quella dei droni, combattuta a migliaia di chilometri di distanza da sale operative climatizzate che ricordano più un open space di Cupertino che il fronte orientale del’44. Una guerra confortevole, ordinata, quasi naturale. Leggera.

E dire che per millenni ammazzare il nemico era stata una faccenda tremendamente pesante. Fisicamente, anzitutto. Richiedeva di stargli abbastanza vicino da sentirne l’odore del sangue, del sudore e della paura. Bisognava guardarlo negli occhi mentre moriva.

Non a caso ogni civiltà ha dovuto inventarsi un arsenale psicologico per renderlo sopportabile: rituali, droghe, liturgie marziali, codici d’onore, epopee eroiche, paradisi ultraterreni e gigantesche narrazioni collettive. Tutto pur di convincere gli esseri umani a fare la cosa meno naturale che esista: massacrare altri esseri umani. Il problema atavico della guerra è sempre stata la fastidiosa tendenza della nostra specie a soffrire davanti alla sofferenza altrui. Un difetto di fabbrica non ancora del tutto corretto, evidentemente.

Per fortuna la tecnologia ha lavorato alacremente per risolvere l’inconveniente. Prima il fucile, che permetteva di uccidere senza doversi ricoprire del sangue del nemico. Poi l’artiglieria, comodissima per fare a pezzi l’altro senza neppure distinguerne il volto. Ancora meglio: i bombardieri, perfetti per radere al suolo città intere dall’alto senza nemmeno sentirne le urla. Il drone, però, compie il salto definitivo: non è più soltanto il corpo della guerra ad allontanarsi, ma la sua percezione intera. La trasforma in interfaccia, in modalità multiplayer.

Eccoli allora i nuovi guerrieri: diciassettenni in felpa, energy drink a portata di mano e playlist Spotify nelle cuffie. Fissano uno schermo. Muovono un joystick. Pilotano droni Fpv sfreccianti come calabroni impazziti. Cercano il bersaglio, lo trovano. Game over. Hanno appena fatto la guerra dalla propria cameretta, come in un videogioco, con la sola differenza che qui i target non si rigenerano alla partita successiva.

Gli eserciti ucraino e russo reclutano apertamente gamer e adolescenti cresciuti tra simulatori e arcade competitivi. «Se hanno esperienza con la PlayStation, è un grande vantaggio». Addestrati per anni nei mondi virtuali senza nemmeno accorgersene. È anche così che la guerra smette di sembrare un evento eccezionale e mostruoso, e diventa gestibile, familiare, quotidiana. Niente sangue addosso. Niente fango negli scarponi. Il guerriero 4. 0 torna a casa la sera, ordina sushi su Glovo e accende Netflix.

È una strategia che non cambia soltanto la natura del combattimento: ne cambia la percezione. In fondo, che vuoi che faccia un piccolo drone. È troppo leggero, troppo poco maestoso per cambiare il corso della storia. Ed è esattamente così che l’escalation cresce, sciame dopo sciame, micro-attacco dopo micro-attacco, finché il leggero diventa irreversibile. C’è chi obietta – giustamente – che non è tutto così semplice, che anche i piloti di droni soffrono di stress post-traumatico. Vero, ma la tecnologia corre già ai ripari: arrivano i primi droni autonomi guidati dall’intelligenza artificiale, capaci di scegliere il bersaglio e colpire da soli. Sparisce il carnefice traumatizzato, resta la carneficina.

È il tratto fondamentale della leggerezza delle guerre moderne: funziona in una sola direzione. Se chi colpisce vive il conflitto come un’esperienza – almeno idealmente – sempre più mediata, distante e sterilizzata, chi lo subisce continua invece a viverlo nella carne viva, uguale a sempre. Basta ascoltare le storie dei civili ucraini, russi, gazawi, israeliani o libanesi. Quel ronzio entra nei sogni, trasforma il cielo in minaccia permanente.

Low cost, immediato, facilmente replicabile: il drone è il riflesso perfetto della nostra epoca. E come ogni arma prima di lui, presto o tardi esce dal campo di battaglia e arriva nelle strade. È successo con la spada, con il fucile, con la pistola, con l’esplosivo.

Accadrà anche con i droni. I cartelli messicani studiano già le tecniche ucraine. Le organizzazioni criminali li integrano nei propri ecosistemi operativi.

Le polizie europee e americane discutono apertamente del rischio di attacchi urbani, sabotaggi, rivolte di piazza o regolamenti di conti tra ultrà condotti dall’alto. Addio molotov e bombe carta: anche il tafferuglio vuole il suo upgrade tecnologico.

Così, la violenza ha trovato il modo di rendersi sostenibile per chi la pratica e insostenibile per chi la subisce, alimentando l’illusione dello scontro breve, chirurgico, a zero morti. Tra i propri, naturalmente. Un’arma all’altezza della nostra civilissima epoca


Lealisti e “patrioti”, la nuova polveriera irlandese

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Di Enrico Terrinoni, il manifesto

Le immagini di Belfast sembrano rievocare spettri del passato. Auto e bus incendiati, famiglie sfrattate di casa da violenti incappucciati, duri scontri con la polizia. Ma i fantasmi stavolta sembrerebbero aver cambiato forma.

A infiammare Belfast non è la contrapposizione tra repubblicani/nazionalisti e unionisti/lealisti. Le vecchie lenti non bastano più a comprendere quello che sta accadendo oggi. A dircelo è la geografia delle rivolte, una mappa che racconta una storia precisa: i principali disordini si sono verificati in aree che sono state il cuore del lealismo.

Nei quartieri repubblicani/nazionalisti, infatti, la situazione è invertita. Il movimento repubblicano si è pronunciato all’unisono e con forza a favore delle minoranze colpite. Un noto dissidente ha persino dichiarato che gli attivisti del suo quartiere (Ardoyne) si mobiliteranno in difesa delle famiglie minacciate.

Ma la situazione risulta scivolosa. Mary Lou Mcdonald, presidente di Sinn Féin, condannando le violenze ha ricordato che sono intimidazioni razziste orchestrate da teppisti lealisti e di estrema destra. Ha poi aggiunto, però, qualcosa che suona anche come un messaggio diretto ad altri. Ha detto che i colpevoli «sono le stesse persone che a luglio bruceranno i tricolori irlandesi nei loro falò».

Luglio è tradizionalmente la stagione delle marce dell’orgoglio orangista, e i festeggiamenti avvengono spesso attorno a enormi falò su cui vengono bruciati simboli che rimandano all’Irlanda. Tra questi il tricolore, bandiera della Repubblica. E fin qui nulla di strano. Ma perché il commento di Mcdonald non sarebbe indirizzato soltanto ai lealisti?

Di recente, il tricolore viene usato anche nella Repubblica, in maniera strumentale, da gruppi di sedicenti patrioti, critici di Sinn Féin proprio sul fronte del fenomeno migratorio. Teleguidati da elementi di estrema destra del nazionalismo pro Brexit, hanno negli ultimi anni fomentato un odio xenofobo radicale anche a Dublino, odio che ha portato ad esempio ai disordini del 2023 e del 2024.

Di qui la confusione. All’apparenza, nel Nord i migranti verrebbero presi di mira dai lealisti, mentre nel Sud dai “patrioti”: un singolare incontro tra i filobritannici di Belfast e i nazionalisti della Repubblica, avversari che convergerebbero ora sul tema dell’immigrazione.

La situazione, ahimè, non è così lineare, il nazionalismo irlandese è un fenomeno complesso. Da sempre arena sfaccettata – i padri nobili del repubblicanesimo sono tutti protestanti – negli ultimi cinque decenni e oltre, il suo principale portavoce è Sinn Féin, un partito di sinistra, di certo non contrario al fenomeno migratorio. Ma è proprio qui che emerge uno dei nodi politici più interessanti del momento, uno scenario in cui Sinn Féin si trova a camminare su un filo sottile.

Sebbene la risposta del partito a questi ultimi riots di Belfast sia pressocché identica nel Nord e nel Sud, non possiamo non notare come in passato, nella Repubblica, il linguaggio sia apparso decisamente più sfumato. Seppure Sinn Féin continui a respingere qualsiasi forma di xenofobia, si è sentito parlare tra i ranghi del partito della necessità di controllare i flussi migratori, di accelerare l’esame delle domande d’asilo, e persino di rimpatriare chi non ha ottenuto questo diritto.

Si tratta di posizioni che riflettono una difficoltà politica crescente. Per continuare a rappresentare gran parte del nazionalismo irlandese, Sinn Féin ha dovuto anche fare i conti con quella parte di elettorato meno sensibile al messaggio pro-migrazione, pur criticandone fortemente gli eccessi, istigati da movimenti anti-immigrazione di estrema destra.

Le rivolte di Belfast, allora, rischiano di essere qualcosa di più di un episodio di cronaca. Rivelano una frattura politica velenosa che attraversa tutta l’isola, una divisione tra forze dell’apertura, da sempre favorevoli al naturale contatto e travaso tra i popoli, e forze della chiusura che invece parlano in nome della sovranità (o meglio, del sovranismo).

Come accade da decenni, starà alla lungimiranza dei repubblicani arginare un fiume d’odio che può fungere da collante tra posizioni storicamente antitetiche, e rischia di incendiare quella che tempo fa è stata definita «la polveriera irlandese».


Agrumi e datteri dalle colonie israeliane all’Ue: così migliaia di prodotti aggirano i controlli

PALESTINA La pulizia etnica in Cisgiordania è un'operazione studiata e coordinata, dice l'ong internazionale. Nuovi piani dell’esercito israeliano per l’occupazione totale di Gaza 

Di Natasha Caragnano, La Repubblica

Migliaia di tonnellate di arance, limoni, melograni, datteri, erbe aromatiche e prodotti trasformati come il tahini provenienti dagli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sarebbero finiti sugli scaffali dei supermercati europei e britannici con l’etichetta “Prodotto in Israele”. Global Echo, organizzazione specializzata in violazione dei diritti umani in Palestina, ha ricostruito come questi prodotti abbiano beneficiato di agevolazioni doganali, certificazioni biologiche e passaporti fitosanitari ai quali non avrebbero avuto diritto in base alle normative europee che impongono una netta distinzione tra i beni e servizi prodotti di Israele e quelli provenienti dagli insediamenti.

“Abbiamo confermato i sospetti sollevati da gruppi palestinesi e internazionali da decenni”, spiega a RepubblicaEmily Schaeffer Omer-Man, avvocata specializzata in diritti umani internazionali e direttrice esecutiva di Global Echo. Su oltre 5.900 spedizioni israeliane verso l’Ue, il Regno Unito, la Norvegia e la Svizzera esaminate negli ultimi 8 anni 1 su 6 proveniva dagli insediamenti . “E ora sappiamo come produttori, confezionatori ed esportatori degli insediamenti eludono regolarmente le leggi, violando i diritti dei consumatori e dei produttori europei, per farli entrare”. Ma non è sempre facile per le autorità locali stabilire quali prodotti provengono dai territori occupati a causa di tre strategie messe in luce dall’inchiesta di Global Echo.

I tre metodi utilizzati per importare i prodotti

Già nel 2000 l’Unione europea aveva chiarito, nell’ambito degli accordi commerciali con Israele, che i prodotti provenienti dagli insediamenti non dovessero beneficiare dello stesso trattamento riservato ai prodotti israeliani. Eppure, ancora oggi, alcuni prodotti esportati dagli insediamenti vengano dichiarati nelle fatture come provenienti da Israele, anche quando non è realmente così. “Spetta agli importatori effettuare ulteriori verifiche sull’origine dei prodotti e alle autorità doganali europee controllare la corretta classificazione. In teoria il sistema potrebbe funzionare, ma nella pratica presenta molte criticità”, sottolinea la direttrice esecutiva di Global Echo.

Alcune volte è semplice risalire all’origine dei prodotti perché gli esportatori indicano il luogo della produzione in Cisgiordania, ma scrivono comunque “Israele” accanto come luogo d’origine. Il rapporto ricorda che la normativa europea sulla tutela dei consumatori richiede un’etichettatura chiara dell’origine dei prodotti, affinché i consumatori possano effettuare scelte informate. Altre volte, invece, è più complesso perché mescolano i prodotti prima dell’esportazione, rendendo impossibile stabilire quale parte del carico provenga dagli insediamenti e quale no.

Anche quando queste pratiche vengono smascherate dalle autorità Israele trova il modo agevolare le aziende che esportano da Cisgiodania e Alture del Golan siriane. L’Accordo di Associazione UE-Israele prevede l’azzeramento o la riduzione dei dazi doganali per i prodotti originari in Israele. Questo trattamento preferenziale non si applica ai beni prodotti negli insediamenti dei territori palestinesi occupati da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, compresa Gerusalemme Est. Quando le autorità europee negano correttamente le agevolazioni tariffarie ai prodotti degli insediamenti, il governo israeliano rimborsa gli esportatori, rendendo di fatto irrilevanti i dazi applicati. L’analisi di oltre 2.000 fatture commerciali ha rilevato che il 16,7% dei prodotti provenienti dagli insediamenti veniva dichiarato come di origine israeliana per beneficiare di agevolazioni doganali, per un valore stimato di 13,1 milioni di euro.

La proposta di legge in Italia e il dibattito in Ue

Tutto questo, si legge nel rapporto, contribuisce a sostenere un sistema di occupazione dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia nel luglio 2024, segnato da sfollamenti forzati e violenze. “Dal 2022 abbiamo osservato che circa il 50% dei nuovi avamposti sono agricoli. L’agricoltura viene spesso utilizzata come strumento per acquisire e consolidare il controllo della terra in Cisgiordania e nelle Alture del Golan siriane. Abbiamo visto, ad esempio, che il 93% delle esportazioni dalla Cisgiordania proviene dalle colonie, mentre solo il 7% dai palestinesi”, spiega Emily Schaeffer Omer-Man.

È per mettere fine a questo sistema che diversi Paesi europei, tra cui Spagna e Slovenia, si stanno muovendo per vietare l’importazione di beni e servizi prodotti interamente o parzialmente nei territori occupati. In Italia, una proposta di legge è stata presentata in Parlamento da Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico il 14 maggio. Anche se, secondo il rapporto, l’Italia non figura tra i principali centri di importazione dell’Ue, molti prodotti provenienti dagli insediamenti entrano nel Paese attraverso i porti di altri Stati membri. I dati di Global Echo mostrano che il 71% di tutti i prodotti degli insediamenti monitorati è entrato nell’UE attraverso i porti di Paesi Bassi, Francia e Germania”, continua la direttrice esecutiva dell’organizzazione.

In sede Ue si discute di possibili misure commerciali contro i prodotti provenienti dalle colonie israeliane, sostenute soprattutto da Francia e Svezia. Secondo Schaeffer Omer-Man, sarebbe il modo migliore per evitare che queste violazioni sistematiche continuino. Non si può affermare che l’UE, i suoi Stati membri e il Regno Unito, si legge nel rapporto, stiano adempiendo ai propri obblighi di diritto internazionale di astenersi dal sostenere la presenza continuativa di Israele nei Territori palestinesi occupati, anche attraverso relazioni commerciali ed economiche, fintanto che questo sistema persiste. Global Echo sta avviando azioni legali per costringere Europa e Regno Unito a intervenire su queste violazioni e smascherare il sistema più ampio che permette loro di continuare. Danilo Della Valle, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere alla Commissione europea di avviare un audit approfondito su tutte le merci etichettate come Made in Israel che entrano nel mercato unico, al fine di verificare il pieno rispetto delle norme di origine e delle misure restrittive adottate dall’Ue.


La sorveglianza totale dei governi attraverso l’Ai

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Di Arcangelo Rociola, La Stampa

Nel campo dell’analisi dei dati biometrici e facciali, c’è una società che è il punto di riferimento globale. Si chiama Clearview Ai. Ed è statunitense. È il motore di ricerca di volti della polizia americana. Ha miliardi di immagini di decine di milioni di cittadini. Il suo è per molti il sistema migliore al mondo. Ma nell’analisi dei dati a fini repressivi, per rimanere negli Usa c’è un’altra società che è lo standard globale. Palantir. La società fondata da Peter Thiel. Quella che è diventata il braccio tecnologico della Difesa degli Stati Uniti. Clearview è l’occhio. Palantir la mente. Pentagono e agenzie federali lavorano sul campo. Washington è solo uno dei modelli dell’uso dell’Ai e del riconoscimento biometrico nel mondo. Un modello non applicabile nelle stesse forme in Europa. Non con le leggi dell’Ai Act che fanno da schema legislativo anche ai decreti approvati in Italia.

Ma i software migliori vengono al momento da lì. Dai laboratori e dalle aziende della Silicon Valley. Secondo i report più recenti almeno 150 nazioni nel mondo usano sistemi di analisi biometrica e facciale per il controllo del territorio, le indagini, le azioni repressive. Diversi i modelli. Alcuni sono più rigidi, come le grandi autocrazie orientali. Altri lo sono molto meno, come in Europa, continente che da questo punto di vista è un’isola felice. Altri si mettono nel mezzo, come gli Usa.

Dalla parte opposta abbiamo la Cina. Pechino ha affidato la sorveglianza pubblica al più potente e ramificato sistema di telecamere di videosorveglianza al mondo. Si chiama Skynet e conta oltre 600 milioni di telecamere. Occhi e analisi sono concentrati soprattutto nelle grandi città dove la densità demografica rende la sorveglianza fattibile. I software di Pechino possono analizzare i volti in tempo reale: tratti somatici, caratteristiche, capaci di individuare un sospetto. Il sistema traccia i movimenti gli spostamenti, analizza la camminata, l’abbigliamento. La sua accuratezza è stimata intorno al 99,8%, secondo le autorità di Pechino. Skynet aggrega dati video con altre informazioni digitali. E lo fa con società in larga parte pubbliche, tranne l’appalto di rami a privati.

Sistema analogo, in Russia. Il riconoscimento facciale e la video analisi sull’Ai è sviluppato da una società privata ma partecipata in modo significativo da Mosca. Il suo software di punta si chiama FindFace. Nome inglese, che significa “trova facce”. Nata nel 2016, oggi è una piattaforma di sorveglianza di massa tra le più invasive al mondo. Efficiente, è in grado di elaborare simultaneamente migliaia di flussi video provenienti da telecamere a circuito chiuso. Riconosce attributi delle persone, corpo, abbigliamento, accessori ricorrenti nello stile. Traccia veicoli e movimenti. È l’occhio che sorveglia Mosca giorno e notte. Ha limitazioni molto contenute rispetto.

Israele per ragioni storiche e geografiche usa diversi sistemi. Tutti sviluppati dal potente apparato tecnologico di Tel Aviv. Il più noto è Blue Wolf, un sistema usato dall’esercito israeliano nei territori occupati della Cisgiordania. Sviluppato per tracciare gli spostamenti della popolazione palestinese, ha sollevato diverso polemiche internazionali. I soldati lo possono usare come un’app per lo smartphone. Scattano foto ai palestinesi in strada, o ai posti di blocco, e li identificano. Immagini che vengono raccolte e analizzate nei database che ridà l’immagine con una peretta: rosso, verde o giallo, in relazione al grado di pericolosità riscontrata. Ma sistemi di sorveglianza biometrica sono usati anche in Iran (tecnologia e software russi), in tutti i paesi dell’America latina, del Medio Oriente, dell’Asia centrale.

Tutti con leggi meno restrittive dell’Europa. Isola felice dei diritti che però rischia di scontrarsi con una realtà frammentata, aggressiva e in rapida evoluzione.


“L’Idf spara anche a noi”: Tra i cristiani in fuga dalle macerie di Tiro

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Di Paolo Brera, La Repubblica

QASMIYE (TIRO) – George non poteva crederci: «Ma come, anche noi? Davvero?». Marina interrompe la lezione, «ragazzi, devo scappare, evacuano anche noi cristiani».Via tutti da Tiro, hanno ordinato le forze armate israeliane. L’Idf ha messo per iscritto ciò che molti giuristi e associazioni per i diritti umani considerano un crimine di guerra: buttarti per strada con la tua vita e le tue cose per proteggerti dalle bombe che tra poco sgancerà su una città fenicia patrimonio Unesco, nata duemila anni prima di Roma. «Preoccupandoci per la vostra sicurezza vi sollecitiamo a evacuare immediatamente le vostre case trasferendovi a nord del fiume Zahrani», dice «l’avvertimento urgente per i residenti, incluso il quartiere cristiano e i campi profughi e i villaggi dei dintorni».

«Sembravamo in un’arnia di api impazzite», racconta la professoressa Marina Haddad, insegnante 45enne fuggita in auto con il marito e il figlio 16enne. Da Qasmiye, il villaggio alle porte di Tiro in cui siamo andati a intercettare l’esodo, si vede il fumo sulla città. Il jet, in cielo, minaccia nuove ondate. «Avevo iniziato la lezione in remoto, mio marito mi ha fatto segno di chiudere il microfono: “C’è l’evacuazione da tutta Tiro”, dice. Anche dal quartiere cristiano. Saluto gli studenti, spengo il pc e sveglio mio figlio: scappiamo». L’auto piccola, le medicine del marito dimenticate e va beh, «le prendiamo a Beirut, ma ci siamo scordati le foto». Mica facile, lì per lì, «decidere cosa sia importante davvero. Abbiamo preso vestiti e preziosi e siamo partiti, nella nostra palazzina è rimasto solo il vicino: ha mandato al sicuro moglie e figli ma resta in chiesa col vescovo».

«Rimaniamo a Tiro, in mezzo alla nostra gente come fecero i nostri padri e nonni — dice il vescovo cattolico maronita, George Iskandar — come la gente tenace del Sud rimane nella sua terra e nei suoi villaggi». Qualcuno ha portato il materasso in chiesa, Santa Maria del Mare proteggici tu. Una settimana fa l’Idf ha chiesto al quartiere cristiano di cacciare i miliziani di Hezbollah che diceva di avere individuato, minacciando «operazioni militari». A Tiro era venuto in visita il nunzio, monsignor Paolo Borgia. Aveva «rassicurato» i residenti: «Vi porto l’amore del Papa, siete promotori di pace e costruttori di convivenza». Quella parola: “convivenza”, non la cacciata dei musulmani già «evacuati» e rifugiati nei vicoli e sulla spiaggia della città vecchia cristiana.

«Nessuno di noi pensava ci avrebbero cacciati. Quando il nunzio è venuto a trovare il vescovo eravamo convinti che il quartiere non sarebbe mai stato colpito. Invece stamattina ho chiamato papà, mamma e mia sorella — dice George Salem, ingegnere 56enne — e ho detto di partire immediatamente. Finirà come con i villaggi, torneremo alla fine della guerra con la speranza di trovare la casa ancora in piedi».

Almeno otto morti e decine di feriti, dicono le informazioni ufficiali dopo una giornata di ansia e di bombe israeliane che colpiscono altri quartieri di Tiro già in gran parte svuotati ma non abbastanza per non fare vittime, come le case popolari. A Qasmiye è una processione di auto verso il ponte sul Litani in direzione nord: utilitarie stipate di vite e di cose, i materassi fanno bandiera sui tetti. «Viva la resistenza», dicono Hassan e Khaled, 25 e 22 anni, «ora andiamo a Sidone e poi vediamo». «Di nuovo, purtroppo — dice Ghazwa appena arrivata nel campo profughi palestinese alle porte del villaggio — siamo siriani, profughi da 15 anni ma ce ne siamo dovuti andare anche dalle case popolari di Tiro, da stanotte dormiremo in moschea. Mio marito non lavora, abbiamo 5 figli: cos’altro potevamo fare?».

L’avanzata, le bombe. Si sparge la voce che i carri dell’Idf si avvicinino a Tiro. In senso contrario all’esodo passa una piccola colonna di fuoristrada con i vetri oscurati. Tutt’intorno ci sono i villaggi già evacuati, dolenti città sospese nell’afa e nel silenzio. Qui e là una palazzina schiantata, un tetto sfondato. A 9 chilometri, nel promontorio sul mare del quartiere cristiano di Tiro, ha sede Msf. «Il sud è distrutto, zona rossa per accumulo di fughe. È svuotato — dice Matteo, il logista italiano — restano solo rifugi e campi profughi, perché la gente non sa dove andare. Oggi qui tutti i negozi e i caffè sono chiusi, vedremo se sarà la solita fisarmonica o se è la fine anche per Tiro».


Bibi, Iran, elezioni: l’autunno dell’autarca

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Di Luca Celada, il manifesto

Le trattative «sono nelle ultimissime fasi», parola di Donald Trump che lunedì annunciava ottime prospettive per una pace da siglare «entro due o tre giorni». Stavolta nemmeno 24 ore hanno separato l’ennesimo proclama prefabbricato di vittoria dalla smentita.

Arrivata sotto forma di un post presidenziale che “rivendicava” all’Iran l’abbattimento di un Apache americano su Hormuz.

Una bizzarra rottura del protocollo di propaganda di guerra in cui Trump spiegava che «per forza di cose» gli Usa saranno ora costretti a rispondere.

Per il presidente che nei sondaggi rischia presto di rasentare una disapprovazione record di due terzi, si moltiplicano i segnali negativi legati ad una guerra che per definizione preclude il trionfo promesso da Trump.

Il conflitto rimane invece ostinatamente “invincibile”, un vicolo cieco in cui si è cacciato un presidente che si è apertamente dichiarato «stufo» di un attacco che gli era stato prospettato come un Venezuela 2.0 e che ora distrae dalle priorità “imperiali”: l’ammodernamento della spianata monumentale di Washington e i festeggiamenti per il 250mo anniversario nazionale sovrapposto al proprio ottantesimo compleanno.

Su questi epocali genetliaci si allunga invece l’ombra di un rapporto sempre più incrinato fra Trump e Bibi Netanyahu, fra voci di screzi sempre più aspri fra leader con obiettivi divergenti che prospettano l’impensabile: un contrasto con lo storico alleato forse addirittura più marcato che sotto Obama. Questo mentre volge al termine (nel 2028) il piano che per dieci anni ha convogliato ogni anno da Washington 3,8 miliardi di dollari in finanziamenti militari ad Israele.

In alternativa e proprio per dribblare una crescente insofferenza bipartisan nei confronti dello stato ebraico, Netanyahu starebbe spingendo un progetto (la United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative) che sostituirebbe agli aiuti militari una «profonda integrazione strutturale» fra gli apparati di guerra dei due paesi. Il disegno, presentato in congresso da senatori repubblicani vicini alla lobby israeliana Aipac, istituirebbe cooperazione in ricerca, produzione e dati di difesa, compreso sviluppo condiviso di nuove tecnologie militari. Una “fusione organica” dei due complessi militari industriali che ovvierebbe alla necessità di future autorizzazioni parlamentari.

Questo nel momento in cui la “massima integrazione” fra Usa ed Israele – il conflitto iraniano – sembra essersi trasformata in una mina vagante per le prospettive politiche di Trump, specialmente in vista della prova elettorale di metà mandato a novembre. Trump ha dichiarato di essere «disinteressato» al loro esito ma è invece evidente che pesano invece sui suoi pensieri.

L’ultima dimostrazione è stata la recente sfuriata che lo ha visto abbandonare l’intervista con una giornalista della Nbc.

L’argomento che ha fatto perdere le staffe al presidentissimo sono state le primarie in California, tenute la settimana scorsa ma di cui ancora si stanno contando i voti. Il forte ritardo è dovuto allo scrutinio meticoloso delle schede per posta – quasi il 90% degli elettori ormai usa questo metodo.

E da tempo i ritardi (assieme alle inevitabili pesanti sconfitte per i repubblicani) forniscono il pretesto alle infondate accuse di brogli scagliate senza alcuna evidenza da Trump. Anche questa volta il presidente, che contemporaneamente spinge un disegno di legge che vieterebbe il voto per posta e imporrebbe stringenti norme federali, ha lanciato pesanti accuse di frode ai democratici e ai media «complici». L’interruzione dell’intervista è avvenuta quando la giornalista Kristen Welker ha preteso che ne presentasse le prove.

La strategia di destabilizzazione è una riedizione del copione che nel 2020 portò all’assalto del Congresso e che oggi viene rodato nelle primarie in vista di una annunciata replica nei midterm. Vengono diffuse accuse infondate per insinuare il dubbio, vengono ripetute da alleati politici e diffuse su emittenti amiche.

Il procuratore federale di Los Angeles Bill Essayli, fedele alleato di Trump, ha già annunciato «numerose indagini» sulla regolarità del voto. Sarebbero pronte anche le controquerele del governo californiano che per bocca dell’attorney general dello stato, Rob Bonta, ha categoricamente respinto le accuse di brogli come palesemente false, pericolose e «non degne di un presidente».

Per funzionare tuttavia, la strategia non ha bisogno di dimostrare irregolarità ma può semplicemente limitarsi a diffondere l’incertezza, presentando ricorsi velleitari atti a ritardare certificazioni del voto. Un modo per complicare con ogni mezzo una riconquista democratica della Camera che con ogni probabilità verrebbe sancita in una manciata di distretti in California dove i risultati saranno definitivi solo molti giorni dopo la data ufficiale delle elezioni.

Su social ed emittenti di destra è già partito il tamtam sui «vasti brogli» della sinistra disonesta e molti “negazionisti” sono stati nominati in cariche delegate al controllo del voto. Si prepara insomma un autunno rovente e forse l’ultima chiamata per quello che rimane della democrazia Usa.


Netanyahu si piega a Trump. Ma Beirut è il suo bersaglio

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Di Michele Giorgio, il manifesto

Benyamin Netanyahu ieri sera ha fatto la voce grossa rivolgendosi agli israeliani al termine del confronto armato con l’Iran. Con tono da vittoria ha ribadito che la sua guerra infinita in Medio oriente andrà avanti. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha dichiarato Netanyahu, avvertendo poi che «se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza». Quindi ha provato a mostrarsi fermo e risoluto, pronto a sfidare persino l’alleato di ferro Donald Trump che non gradisce le azioni di Tel Aviv in Libano dove, attaccando Beirut, provoca intenzionalmente l’Iran alleato di Hezbollah.

L’esercito, ha confermato, continuerà ad occupare il Libano meridionale per «distruggere tutte le infrastrutture terroristiche di Hezbollah nella zona di sicurezza, comprese le ingenti strutture sotterranee nella dorsale di Beaufort». Netanyahu ha affermato di aver trasmesso questo messaggio a Trump che negli ultimi giorni ha ripetutamente sollecitato Israele ad allentare la tensione. «Israele ha tutto il diritto all’autodifesa e lo eserciteremo ogni qualvolta sarà necessario. Lo dico a voi, cari cittadini di Israele, così come lo dico nelle mie cordiali conversazioni con il mio amico Presidente Trump», ha affermato. Il quadro però è decisamente meno roseo per il premier israeliano. «Netanyahu ha condotto Israele in un vicolo cieco strategico – ha scritto l’editorialista di Haaretz, Joshua Leifer – dopo aver ridotto Israele a una condizione di totale dipendenza dagli Stati Uniti, è stato ora costretto – ancora una volta – ad accettare i diktat del Presidente americano Trump sulle operazioni militari israeliane in Iran e Libano».

L’ultimo round di scontri con Iran, perciò, ha prodotto un risultato opposto a quello che Netanyahu sperava di ottenere. Invece di far deragliare il negoziato tra Washington e Teheran, le reciproche rappresaglie hanno reso evidente la volontà di Trump di finalizzare un accordo con l’Iran. E se il 28 febbraio il tycoon era apparso paradossalmente come il partner minore nella guerra congiunta contro l’Iran, ieri Trump intervenendo di nuovo con forza su Netanyahu ha voluto apertamente sottrarre la gestione della crisi mediorientale alle priorità strategiche di Israele. La telefonata con cui la Casa Bianca ha intimato al premier israeliano di fermarsi, seguita da dichiarazioni pubbliche nelle quali ha rivendicato di essere lui a «decidere» e «dettare legge», è senza dubbio uno dei momenti di maggiore tensione tra i due «alleati».

Per Netanyahu, accusato in casa di essere agli ordini di Trump, il rapporto con la Casa Bianca è diventato un problema. Il suo consenso vacilla a pochi mesi dalle elezioni. Ha provato in questi mesi a convincere Washington che nessun accordo sul nucleare e altri punti, come lo Stretto di Hormuz, con la Repubblica islamica garantirà un nuovo ordine regionale sotto il controllo di Israele. Un Medio oriente in cui l’Iran, evidentemente, dovrà essere tenuto sempre sotto pressione con la minaccia di pesanti attacchi militari e con sanzioni economiche durissime. Trump forse comincia a comprendere che la guerra ad ogni costo (per gli altri) di Netanyahu non solo non ha portato alla caduta della Repubblica islamica, ma l’ha addirittura rafforzata. Senza contare le conseguenze per il mercato energetico globale e per le alleate monarchie arabe e le ricadute negative per l’Amministrazione a pochi mesi dalle elezioni di medio termine negli Usa.

Washington intende, almeno in apparenza, chiudere il conflitto, riaprire la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, limitare con un accordo (simile nella sostanza al Jcpoa del 2015 silurato proprio da Trump) il programma nucleare iraniano e riportare la calma nell’area. La Casa Bianca, rimarcavano ieri anche alcuni media israeliani, non permetterà che un’escalation incontrollata comprometta il negoziato. Così come gli attacchi aerei israeliani contro Beirut non dovranno causare escalation. Punto. Con il 67% degli israeliani che ritiene, secondo un sondaggio della tv Canale 12 diffuso il 7 giugno, che a dettare la politica di sicurezza di Israele sia Trump, Netanyahu è in grande affanno.

Il fallimento della strategia del premier è palese. La guerra all’Iran è stata un boomerang.  Dopo mesi passati a ripetere che il conflitto ha indebolito la Repubblica islamica in modo irreversibile, la realtà è ben altra. Teheran è militarmente inferiore a Israele. Eppure, è stata in grado di ricostruire la propria deterrenza. La leadership iraniana ha abbandonato la relativa prudenza che aveva caratterizzato le fasi precedenti allo scontro aperto con lo Stato ebraico.

La risposta missilistica all’attacco israeliano a Beirut – la linea rossa che aveva fissato – e il coinvolgimento immediato ieri nel conflitto degli Houthi yemeniti hanno trasmesso un messaggio preciso: l’Asse della Resistenza non è morto, anzi può aggravare la crisi regionale ed energetica. L’Asse della Resistenza è la vecchia e allo stesso tempo la nuova dottrina di deterrenza dell’Iran. Il principio cardine è semplice: il Libano non costituisce più un fronte separato. Per Netanyahu questa evoluzione rappresenta un problema strategico di enorme portata. Per questo il paese dei cedri sarà sempre di più il terreno sul quale tenterà di recuperare margini di manovra e di autonomia dagli Usa. L’analista Danny Citrinowicz prevede che il futuro nella regione dipenderà dalla volontà di Trump di esercitare pressione su Israele.

Nell’immagine: un bombardamento di Tel Aviv su Teheran


Perché la vittoria si decide in Libano

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Di Giordano Stabile, La Stampa

Il raid israeliano sulla strada per Nabatiyeh che ha ucciso il generale Wissam Sabra, comandante della settima Brigata dell’esercito libanese, è arrivato poche ore dopo il duro discorso del presidente Joseph Aoun contro l’Iran e la richiesta di smetterla di interferire con il destino del Libano. Aoun aveva appena strappato un cessate il fuoco, per quanto fittizio, che almeno salvava Beirut. È durato poco. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi gli aveva replicato e chiesto di occuparsi del «vero nemico», cioè Israele. Ma il punto è un altro. Il fronte libanese è diventato centrale nella guerra, a questo punto dei “cento giorni”, tra lo Stato ebraico e la Repubblica islamica. Quanto e forse più del Golfo.

Donald Trump ha cercato di disinnescarlo nella telefonata “you’re fucking crazy”, sei un pazzo con Benjamin Netanyahu. Ma il premier israeliano è andato avanti e ha colpito Beirut. Non per follia, per un calcolo. Il fronte del Golfo è finito in uno stallo, un pareggio. I Pasdaran hanno bloccato il traffico petrolifero e hanno visto a loro volta i propri porti bloccati. Hanno inflitto gravi danni a 17 basi americane nella regione, ma non hanno ottenuto il ritiro delle truppe Usa. I negoziati servono a certificare questo pareggio. Fine delle sanzioni, ritorno del traffico marittimo. Il pareggio però crea una nuova “equazione”. E cioè che Teheran ha ora più voce in capitolo negli affari regionali. Assume un ruolo. Non Stato paria che può usare solo il “terrorismo”. Ma che si siede a un tavolo con la prima potenza mondiale. Non usa più le milizie alleate come deterrente. Le protegge. Di più, si erge a protettore di un intero Paese, il Libano.

L’insistenza nel legare la tregua nei Paesi dei Cedri con i negoziati, la linea rossa posta a Beirut, che lo stesso Trump ha cercato di far rispettare, significa questo. Ma per il governo israeliano accettarlo ha il valore di un passo indietro. Perdere la libertà di manovra nei confronti dei Paesi vicini rimette in discussione la postura di prima forza militare in Medio Oriente, conquistata nel 1967, ribadita nella campagna del 1982-83, consolidata con i cambi di regime e la balcanizzazione di Siria e Libia. Ma è proprio in Libano, lo Stato in teoria più debole di tutti, che questa postura è stata contestata con maggiore forza. Prima dal ritiro dal Sud imposto dalla guerriglia di logoramento di Hezbollah. Poi dal fallimento del blitz del 2006. E ora nella difficoltà di avanzare e prendere il controllo di tutto il corso del fiume Litani.

Il fatto che Israele debba far sponda con l’esercito libanese contro Hezbollah, e non milizie alleate, come nel 1982-1983, e poi nell’occupazione fino al 2000, è un segno di debolezza. Hezbollah è nato, cresciuto e diventato egemone dal punto di vista militare in Libano in quegli anni. La guerra civile, terminata nel 1990, ha svuotato le forze armate regolari. La Svizzera del Medio Oriente si era trasformata in un mosaico di sette religiose, ognuna con la sua milizia. E questo, dal punto di vista israeliano, era l’ideale. Oggi però sono rimasti solo un esercito regolare ancora molto debole e una forza di guerriglia modernizzata, che usa i droni con grande efficacia e si presenta come «unica resistenza» di fronte al «vero nemico». L’esercito libanese non può disarmarlo. Non ha né la forza militare né il consenso politico interno. Se l’Iran riesce a preservarlo, il pareggio nel Golfo si trasformerà in una vittoria, seppure di un soffio. E la scommessa di Netanyahu, cambiare il Medio Oriente con l’aiuto di Trump, sarà fallita.

Nell’immagine: Tyre, Libano


Sul tavolo c’è il futuro dell’Europa

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Di Francesco Strazzari, il manifesto

Quattro anni dopo l’invasione, la guerra in Ucraina riorganizza l’ordine politico europeo. Il fronte militare tiene, ma non decide. Le decisioni avvengono nei vertici, nelle cancellerie, nella geometria di un allargamento europeo trasformato in risposta strategica.

Sul piano militare la situazione si è deteriorata. Zelensky ha riconosciuto che circa l’80% del territorio ucraino è privo di copertura contro i missili balistici e i droni. Il Pentagono ha notificato agli alleati Nato che parte delle forniture di intercettori destinate a Kyiv verrà ridistribuita verso Israele e il Golfo Persico. L’Ucraina ha risposto estendendo la guerra in profondità, fino a spegnere l’iniziativa strategica russa: droni colpiscono quasi ogni giorno raffinerie, fabbriche e le vie logistiche che collegano la Crimea alla Russia, creando problemi crescenti alla macchina militare di Mosca. Il Cremlino risponde con pressione missilistica martellante, convinto che il tempo lavori a suo favore. Nessuna delle due parti ha raggiunto il punto in cui il costo della prosecuzione del conflitto viene percepito come superiore al costo delle concessioni. La guerra si stabilizza attorno alla propria continuazione. Il rifiuto di Putin di incontrare Zelensky è la valutazione strategica di chi ritiene di poter migliorare ulteriormente la propria posizione prima di negoziarla. Il problema è che entrambe le parti continuano a credere che il tempo lavori ancora a loro favore.

Al summit europeo di Tivat la parola d’ordine è stata allargamento – su più tavoli, su più fronti. Lo sguardo non si è limitato ai Balcani, ma ha guardato più a est: con il venir meno del veto ungherese, il Consiglio ha dato il via libera al primo cluster negoziale con Ucraina e Moldova. In un solo vertice, Bruxelles ha fuso due dossier che per decenni sono stati tenuti separati: l’integrazione balcanica e la questione post-sovietica e ucraina. Non più politiche parallele, ma un unico progetto di ridefinizione dei confini politici del continente. Antonio Costa ha spostato il fulcro del discorso: l’allargamento non è più un’opportunità offerta ai vicini, ma un imperativo geostrategico dell’Unione stessa.

Il cambiamento di linguaggio riflette una trasformazione del modo in cui l’Europa concepisce se stessa. Dietro il linguaggio dell’allargamento si nasconde però una domanda che per settant’anni è stata delegata a Washington, e che riguarda le garanzie ultime di sicurezza del continente.

Mentre gli europei leggono la guerra come una sfida all’intero ordine continentale e rispondono con uno strumento di costruzione, Washington gestisce il dossier in termini di equilibrio tra grandi potenze. Per Bruxelles l’allargamento è uno strumento di costruzione dell’ordine europeo; per Washington un tassello all’interno di una più ampia gestione degli equilibri strategici. Le conseguenze di questa differenza si fanno vedere in Bosnia, dove gli Stati Uniti minacciano di riconsiderare il proprio ruolo nel sistema di Dayton. O in Serbia, dove l’ambiguità strategica verso Mosca continua a essere trattata con indulgenza. Ma anche in Kosovo, che resta un nodo irrisolto.

L’assenza di Giorgia Meloni a Tivat ha sorpreso diversi partecipanti al summit, soprattutto per la centralità che la regione balcanica ha sempre avuto nella politica estera italiana. Va letta non come disinteresse per i Balcani, ma come un segnale di posizionamento dentro questa biforcazione.

Posta davanti alla prima vera frattura tra la visione europea e quella americana dell’ordine regionale che seguirà la guerra, Roma sceglie di rinviare qualsiasi progetto di autonomia strategica europea che possa essere percepito come alternativo al rapporto con gli Stati uniti. Una scelta che diventerà sempre più difficile da sostenere – salvo nel caso di conquista del potere da parte delle estreme destre nazionaliste in Europa, che a questo punto può diventare uno scenario su cui il governo Meloni scommette, o verso il quale è proiettato dalle rivalità elettorali interne allo spettro della destra. La distanza tra le due sponde dell’Atlantico continua infatti ad ampliarsi, anche per come si saldano fra loro i teatri di guerra fino al Golfo persico.

Stiamo assistendo a tre processi simultanei. La guerra tra Mosca e Kyiv continua. Le trattative sul cessate il fuoco restano bloccate. Terzo, meno visibile ma forse più decisivo, Europa e Stati uniti hanno idee diverse circa la struttura politica del continente dopo la guerra. Balcani, Ucraina, allargamento, deterrenza e scelte di partecipazione ai vertici appartengono tutti a questo terzo livello. Il tavolo che sembrava riguardare il confine orientale dell’Ucraina si è allargato fino a comprendere l’intera questione di dove finisca l’Europa, chi ne garantisca la sicurezza e chi abbia il potere di definirne l’ordine politico. La questione emersa a Tivat non è se l’Europa si allargherà. È se l’Europa che si allargherà sarà ancora il pilastro continentale di un ordine atlantico a guida Usa, oppure l’embrione di un ordine politico capace di assumersi direttamente rischi sulla propria sicurezza e sulla propria tenuta democratica.

La pace non sarà soltanto la fine della guerra in Ucraina, che democratica oggi non è. Sarà il risultato di questo negoziato più profondo sul futuro assetto del continente che, per ora, nessuno chiama con il suo nome. Non si sta decidendo soltanto il destino dei territori contesi nel Donbass. Si sta negoziando la forma politica dell’Europa che emergerà dalla più grande guerra combattuta sul continente dalla fine della Guerra fredda.