La destra, il capitale e la democrazia

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

«Basta interferire con la nostra democrazia». Con un altolà che sembra venire dalla guerra fredda, il primo ministro inglese Starmer ha risposto all’attacco del vicepresidente americano Vance al sistema democratico non solo britannico ma europeo, sfruttando l’omicidio del diciottenne bianco accoltellato a morte da un giovane sikh a Southampton come un caso di razzismo rovesciato: «Ecco il risultato dell’immigrazione di massa voluta dalle élite europee — ha detto Vance — : questa morte è la morte dell’Occidente».

Sono parole accompagnate in sottofondo dal bombardamento mediatico di Elon Musk, che sulla vicenda aizza la rabbia anonima dei social. L’estremismo reazionario del governo americano, dunque, unito nella crociata antieuropea con il primo capitalista del mondo, all’attacco dei valori occidentali in nome dell’Occidente: un testacoda perfetto, nel quale però c’è qualcosa di nuovo, che vale la pena di cercare di capire.

Siamo davanti a un’altra metamorfosi del capitale, che rivela non soltanto una flessibilità sorprendente, ma anche la capacità di un vero e propria salto di specie per cogliere le nuove opportunità della fase. Prima abbiamo assistito al passaggio dall’economia industriale all’economia finanziaria. Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà.

Nasce così una super-classe padrona dell’universo a parte in cui vive, e che non ha più nulla da spartire con il resto della società: non perché i destini sono platealmente divaricati (questo è sempre avvenuto tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione) ma perché la potenza, la distanza e la differenza oggi si misurano tra chi ricrea il mondo e chi lo abita. La novità è che quest’ultima declinazione del capitalismo ha acquistato talmente coscienza di sé che ha deciso l’ultimo passo: riscrivere la formula della democrazia.

Si spiega così il sostegno istintivo e collettivo a Trump da parte di tutti i campioni del tecno-capitalismo, la teologia reazionaria di Thiel, lo svelamento ideologico di Musk, la rivelazione dell’anima estremista del capitale, la conferma della sua disponibilità gregaria nei confronti del potere, la preferenza neo-autoritaria. Come si giustifica questa mancata difesa della democrazia da parte di soggetti che hanno potuto sviluppare le loro imprese e realizzare i loro talenti nella libertà dell’ecosistema democratico e giunti all’apice del successo lo ripudiano?

Dopo la seconda guerra mondiale mercato e politica hanno camminato insieme dando forma al nucleo centrale della modernità, l’alleanza tra capitalismo, democrazia rappresentativa, welfare e lavoro. Poi il potere è diventato globale, la politica è rimasta locale, la sua mediazione è saltata rompendo la cornice del compromesso socialdemocratico, lavoro e capitale hanno perso l’unità di tempo e di luogo, nessun vincolo di società collega più il ricco col povero.

Viviamo nella sproporzione quotidiana tra imprese che pesano più di uno Stato e regole democratiche svalutate, perché non riescono a essere la misura del moderno scambio, e di conseguenza l’equilibrio che propongono non è riconosciuto: troppo arretrato per un capitalismo che è uscito dai muri della fabbrica, attraversa i confini, prescinde dal territorio, sceglie dove usufruire della legislazione più compiacente, dove depositare lo scarico fiscale più conveniente.

È mutante, ubiquo, cosmopolita, il suo habitat non è più la comunità ma la rete, sceglie la velocità al posto della regolarità, si realizza nella contemporaneità che sostituisce il progresso, troppo lento, e quindi soppiantato dall’innovazione, che detta il canone della modernità.

Anzi, come dice Marco Revelli nel libro appena uscito da Laterza con un titolo provocatorio (La democrazia è antiquata), «l’innovazione, che funzionava come acceleratore della dinamica del sistema, si trasforma in consolidamento e potenziamento di rendite di posizione grazie alle quali i forti diventano sempre più forti, divorano i più deboli, e concentrano in sé ricchezza e potere».

È a questo punto che il capitale fa un passo in più, ed esprime il suo dubbio supremo sulla democrazia. Troppa incertezza, troppa negoziazione. Un sistema infinito di controlli. Una schiera di arbitri. Una barriera di giudici. Un canone fisso, rigido e immutabile, che per ogni decisione prevede le procedure. Basta enumerare tutti questi passaggi per concludere che la democrazia è contro lo spirito del tempo che chiede velocità, non accetta intermediazione, propone decisione, sceglie immediatezza. Il mercato si è talmente emancipato che crede di non avere più bisogno di legittimazione democratica, può stare fuori dal sistema, a lato, dov’è già fuoruscito come in un mondo parallelo.

Perché sottostare a regole che non lo rappresentano, scritte nell’altro secolo mentre qui tutto è contemporaneo? Non è arrivato il momento in cui l’energia d’innovazione che ha cambiato due o tre volte il mondo in cui viviamo attraversi infine anche la politica, la trasfiguri e fabbrichi direttamente un modello di democrazia 2.0, smart, tascabile, tecnologico, con tutte le risposte già pronte e quindi in grado di silenziare le domande e azzerare il dubbio, spianando il cammino per chi governa? In più, magari, con il tasto on/off per disconnettersi ogni tanto e vivere in pace, senza essere cittadini 24 ore su 24, anche quando si dorme, con uno spreco politico inutile.

Il fatto nuovo è che qui non si manifesta solo un capitalismo reazionario, ma precipita anche e soprattutto la conclusione “tecnica” di una cultura del mercato apparentemente neutrale, nutrita di prevalenze statistiche suggerite dall’algoritmo: dunque inconsapevole anche se cosciente, pronta a tutto in quanto espressione di un capitale che si considera ormai fine a se stesso, capace di misurare il mondo da solo, estraneo al vecchio conflitto politico e insofferente delle categorie antiquate di destra e sinistra.

Il tecno-capitalismo è ciò che crea, unica misura di quanto vale. Se in questo cammino incontra un potere finalmente verticale, capace di decidere senza compromessi, il capitalismo lo accompagnerà, accettando anche un ruolo da vassallo: in attesa del momento in cui, cacciato il mediatore democratico, scoppierà il conflitto tra la forza del capitale e il governo della forza per decidere chi infine dovrà sedere a capotavola nel mondo nuovo.

Nell’immagine: Colorado Springs, 28 maggio: il vicepresidente americano J.D. Vance


Venezuela in ginocchio: illusioni di libertà 5 mesi dopo il blitz di Trump

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

Di Filippo Femia, La Stampa

«Yankee go home!». La consegna strillata per quasi tre decenni è un mantra ammaccato in Venezuela. Un ricordo seppiato nell’album del chavismo, che sembra ormai appartenere a un’altra epoca. Eppure gli slogan anti-imperialisti infarcivano i discorsi fino a cinque mesi fa. Poi le forze speciali statunitensi hanno catturato il presidente Nicolas Maduro, archiviando la rivoluzione bolivariana. Almeno apparentemente.

Da quel 3 gennaio, sostiene la vulgata della strada, lo scenario ha superato i peggiori incubi di Hugo Chavez: le decisioni vengono prese tra Washington e l’ambasciata Usa di Caracas. La presidente Delcy Rodriguez ha raccolto i “suggerimenti” di Trump, cambiando molte pedine del governo. Ma i gangli delle istituzioni restano controllati dagli stessi al potere da 27 anni, i chavisti. Un gattopardo caraibico che ha spazzato via l’illusione di chi credeva che sarebbe subito arrivata una sterzata. E invece. L’economia continua a costeggiare l’abisso. Il bolivar, la valuta nazionale, perde valore ogni giorno in un sistema di fatto dollarizzato e i prezzi, dal cibo alla benzina, sono raddoppiati dalla rimozione di Maduro.

Nelle strade di Caracas si respira lo scontento. La speranza viaggia più veloce dei cambi reali. Si continua a improvvisare, specialità nazionale, per sopravvivere alla giornata dribblando la fame, i blackout – più frequenti fuori dalla capitale – e scommettendo sul ritorno della democrazia. Ma all’orizzonte non ci sono elezioni. Maria Corina Machado, leader dell’opposizione e Nobel per la Pace, è in esilio e attende il semaforo verde di Washington: è stata tra i più intransigenti oppositori del chavismo e il suo rientro sarebbe interpretato come uno schiaffo dall’attuale governo, che la considera latitante e l’accusa di aver sponsorizzato l’intervento Usa che ha detronizzato Maduro.

In questo quadro la presidente Rodriguez è impegnata in un equilibrismo delicatissimo tra le imposizioni di Washington – la cui influenza arriva ad annunciare l’agenda dei suoi viaggi all’estero – e lo zoccolo duro del chavismo, infuriato dalla perdita di sovranità e potere. Tra le accuse rivolte a Rodriguez c’è anche quella di aver “dimenticato” Maduro: è scomparso dai discorsi pubblici, così come stanno svanendo i maxi-cartelloni che lo ritraggono accanto alla moglie Cilia, con la richiesta “Los queremos de vuelta” (Li vogliamo indietro). L’episodio di massima tensione tra la presidente e i duri e puri chavisti si è registrato lo scorso 23 maggio, quando due aerei Usa hanno sorvolato i cieli di Caracas, un sinistro remake del blitz del 3 gennaio.

«Era solo un’esercitazione», si è affrettato a dire il ministro degli Esteri Yvan Gil Pinto. Ma è arrivata, specie sui social, una pioggia di critiche e accuse. Anche perché dal Parlamento non era arrivata alcuna autorizzazione. Tra i commenti più duri quello di Elías Jaua, ex vicepresidente di Chávez, che ha definito la scena «umiliante» e allertato sulla possibile «normalizzazione dell’amministrazione coloniale a cui il Venezuela è sottoposto».

Intanto Rodriguez ha consegnato le chiavi del settore petrolifero agli Usa. L’amministrazione Trump supervisiona le vendite di greggio e gestisce le entrate. Ma a fronte dei dati sulla produzione – 1,25 milioni di barili al giorno, +60% rispetto a un anno fa – non si conoscono le cifre dei guadagni.

«È una gestione molto opaca, è tutto coperto da un velo oscuro», sottolinea Phil Gunson, analista di International Crisis Group, che da quasi trent’anni vive a Caracas. Un analista latinoamericano indipendente, che chiede l’anonimato, stima che i guadagni si attestino intorno al miliardo e mezzo al mese, cifra simile a quando Maduro era al potere. «Ma oggi i prezzi sono più alti per la crisi di Hormuz e perché il petrolio non viene più venduto a tariffe scontate a Paesi alleati. Qualcosa non torna», aggiunge.

Anche il settore minerario e quello dell’energia elettrica, su input degli Usa, non saranno più in mano pubblica. Negli alberghi cinque stelle di Caracas si registra un viavai di investitori stranieri. Tutti, però, chiedono una condizione, che attualmente appare un miraggio: stabilità. A partire dall’economia. Arrivare a fine mese, per i venezuelani, è un’impresa. Il salario minimo non raggiunge i 250 dollari, in un Paese in cui il paniere base richiede almeno il triplo. E i prezzi sono alle stelle: un rotolo di carta igienica arriva a costare un dollaro, la carne è quasi scomparsa dalle tavole.

Quello che è cambiato radicalmente dal 3 gennaio è il clima generale. «Si respira una nuova libertà, la gente ha meno paura di protestare», racconta Phil Gunson. Dopo la rimozione di Maduro ci sono state diverse manifestazioni contro il governo, nessuna repressa nel sangue o con arresti arbitrari. «In tv iniziano anche a comparire politici di opposizione, una scena impensabile fino a poco tempo fa», aggiunge Gunson.

«Ma l’apparato repressivo non ha mai smesso di funzionare», sottolinea Alfredo Romero, direttore di Foro Penal, una delle più importanti Ong per la difesa dei diritti umani. I gruppi paramilitari e le strutture incaricate dal chavismo di reprimere gli oppositori non sono state smantellate. «Il mostro è ancora lì, sta osservando e potrebbe tornare in azione – continua Romero –. Per una vera transizione democratica bisogna rimuovere i colpevoli di violazione dei diritti umani».

La liberazione di circa 800 prigionieri politici è un altro capitolo che marca la differenza. Molte famiglie hanno potuto riabbracciare i familiari, spesso detenuti senza condanna. La loro scarcerazione era uno dei dossier messi sul tavolo dal segretario di Stato Usa Marco Rubio per un cammino verso la democrazia. «Ma ci sono ancora 400 detenuti politici e dalla cattura di Maduro ne abbiamo registrati 14 nuovi – spiega Martha Tineo, avvocata e coordinatrice dell’ong Justicia, Encuentro y Perdon –. Siamo però certi che siano molti di più: spesso i familiari non denunciano per paura di ritorsioni». E poi non c’è ancora stata la riforma della giustizia. «In Venezuela – spiega Alfredo Romero – il sistema giudiziario è un ingranaggio stesso della repressione: il diritto alla difesa spesso non è garantito».

Il piano in tre tappe – stabilizzazione, recupero e transizione – tracciato da Rubio sembra molto indietro. Le elezioni presidenziali, la maggior richiesta dei venezuelani dopo i brogli di Maduro nel 2024, non sembra tra le priorità di Washington. «Se dovessi fare una previsione – riflette Phil Gunson – non direi che nel 2027 ci saranno elezioni libere. La transizione sarà un processo lungo, in cui i venezuelani dovranno ancora convivere con i poteri di fatto. Il rischio è che si consolidi un nuovo tipo di autoritarismo».


La strage degli innocenti dall’inizio del conflitto. A Gaza 21mila minori morti

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

Di Anna Lombardi: La Repubblica

Uccisi o feriti dalle bombe, morti di freddo o di fame nelle tendopoli di Gaza, oppure, come tanti minori della Cisgiordania, vittime di scontri e operazioni militari e perfino di “incidenti” ai checkpoint israeliani come quello di venerdì a Hebron. È una vera strage degli innocenti quella che da anni brucia le vite dei giovanissimi palestinesi.

Così tanti che è perfino difficile tenere il conto. L’ultimo, fatto dell’Unicef, risale infatti allo scorso febbraio e parla di 21.283 minori uccisi nella Striscia dal 7 ottobre 2023: il 2% della popolazione infantile locale. Di questi, 120 sono morti dall’inizio del cessate il fuoco, dichiarato lo scorso 10 ottobre 2025, in raid aerei o scontri lungo la cosiddetta “linea gialla”. Sconvolgente anche il numero dei minori feriti: 44.500.

A questo computo vanno aggiunti gli almeno 190 bambini (l’Unicef definisce così tutt i minori di 18 anni) in Cisgiordania nello stesso periodo. Così tanti, che le agenzie Onu parlano di emergenza senza precedenti. Senza la tragedia di chi resta in vita: sempre le Nazioni Unite contano infatti almeno 17mila orfani che non hanno nessuno in grado di accudirli. Mentre l’Unicef segnala che il 96% delle donne e dei bambini di Gaza non riesce a soddisfare i bisogni nutrizionali di base. E infine ci sono i danni psicologici, che la guerra distribuisce senza pietà e che ormai riguardano praticamente tutti i minorenni palestinesi.

La storia più tragica che tutti ricordano è quella di Hind Rajab, la bimba di 6 anni rimasta intrappolata per ore nell’auto con cui la sua famiglia cercava di fuggire dai bombardamenti su Gaza City il 29 gennaio del 2024. Hind rimase ore sola fra i cadaveri dei familiari, mentre al telefono gli operatori della Mezzaluna rossa cercavano di consolarla. L’esercito invece la uccise insieme ai soccorritori che erano giunti a salvarla e che pure si erano accordati con i militari: i loro cadaveri vennero ritrovati a poca distanza da quello della bimba. La voce di Hind Raja, il documentario dedicato dal regista franco-tunisino Kaouther Ben Hania alle sue ultime ore, quest’anno è stato nominato agli Oscar.

A colpire l’opinione pubblica è stata anche la tragedia della dottoressa Alaa al-Najjar, la pediatra palestinese originaria di Khan Younis cui è stata distrutta la casa da un raid aereo israeliano mentre era in ospedale e ha perso nove dei suoi dieci figli. Adam, 11 anni, unico sopravvissuto, è arrivato in Italia, curato all’ospedale Niguarda di Milano.


L’incapacità di accettare l’indipendenza ebraica

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

Di Riccardo Di Segni*, La Stampa

Nelle reazioni di crescente ostilità nei confronti del governo di Israele, che si allarga allo Stato stesso e poi scivola in varie forme antiebraiche emerge una strana convergenza tra tradizioni politiche molto differenti, da sinistra a destra, da atei a religiosi. Eppure è possibile suggerire una chiave di spiegazione comune. Si può partire da un aristocratico francese, Stanislas de Clermont-Tonnerre, che si unì alla Rivoluzione francese e sintetizzò in una frase come estendere i diritti civili agli ebrei, finora esclusi: “tutto agli ebrei come persone, niente agli ebrei come nazione”.

La nascita di una nuova identità nazionale – che significa anche autonomia, potere politico– profilava un conflitto con l’indipendenza ebraica, che in Francia sarebbe esploso con il caso Dreyfus, e in Italia già nel 1921 Mussolini lo annunciava. La novità rivoluzionaria del 1789 – diritti agli ebrei, ma limitati ai singoli – era in realtà la rielaborazione di una costante del pensiero politico cristiano. Come ha spiegato bene lo storico Kenneth Stow, nel pensiero cristiano classico l’idea di una “regalità” ebraica è incompatibile con la realizzazione messianica. Se il messia è arrivato è inconcepibile che gli ebrei possano avere potere, devono essere sottomessi. Tutto questo si accompagna a un atteggiamento di superiorità; tutti possono sbagliare, ma solo agli ebrei colpe non vengono perdonate, sono collettive ed ereditarie.

Chi è stato educato secondo queste antiche e persistenti teorie fa fatica ad accettare che esista uno stato ebraico, che contraddice l’idea dell’ebreo sottomesso. Questo vale oggi per molti cattolici progressisti per i quali neppure l’idea dei “due popoli due stati” è accettabile, perché sarebbe come riconoscere un diritto di autonomia agli ebrei. Netanyahu e i suoi sono solo un’aggiunta. L’unica cosa tollerabile degli ebrei è il messaggio universale di pace e amore, che però i cattivi ebrei stanno tradendo.

C’è un altro sistema parallelo. Nelle memorie della sua prigionia nelle carceri sovietiche e poi nel gulag, Menahem Begin racconta gli interrogatori cui veniva sottoposto, con l’accusa di avere distratto la gioventù ebraica dalla realizzazione socialista comune. I suoi inquisitori ritenevano inconcepibile, secondo il pensiero marxista, che la rivendicazione nazionale e territoriale ebraica dovesse precedere o sostituire la priorità dell’edificazione di una società giusta, senza classi e egualitaria. Per loro, questo sogno cozzava contro qualsiasi rivendicazione ebraica, per cui non erano solo i sionisti di destra come Begin ad essere perseguitati come controrivoluzionari e fascisti, ma anche i sionisti di sinistra e i bundisti, che neppure sionisti erano. Per essere comunisti bisognava sublimare la natura ebraica.

Anche se molto tempo è passato l’idea originaria di incompatibilità non è mai morta. Il circuito ideale per il revival odierno di queste idee è nei nuovi movimenti di liberazione, il woke (“sveglio”) americano. Gli oppressi di tutti i tipi si uniscono nella lotta contro gli oppressori. Ma chi è l’oppressore. Per il woke è l’uomo bianco, e di questa categoria, da cui prima l’ebreo veniva escluso per odiarlo, ora l’ebreo diventa l’infame rappresentante. L’ebreo organizzato, quello che ordisce le trame per governare e sfruttare il mondo. Per cui liberazione significa liberarsi dagli ebrei e dalle loro trame. Si è visto come le principali organizzazioni femministe, illuminate dall’ideologia woke, hanno sorvolato sugli stupri subiti dalle israeliane il 7 ottobre. L’incompatibilità dogmatica di fondo si allarga a macchia d’olio. I sindacati dei trasporti scioperano per protestare, come scrivono (al punto 3 di una lunga lista in cui solo al punto 8 vi sono i morti sul lavoro) contro “il genocidio in Palestina, la fornitura di armi ad Israele e l’assenza di un intervento concreto per dissociarsi dagli orribili crimini perpetrati dal Governo di Israele”.

Potrò essere accusato di accostamenti affrettati, di analisi incomplete, e di insensibilità per “gli orribili crimini”. Non ho sposato la causa di un governo e dei suoi ministri, non sono un guerrafondaio, ma non capisco perché gli “orribili crimini” veri o presunti esistano solo da una parte. Fermiamoci un momento a pensare che il lato comune, ancestrale e oscuro, di tutti questi fenomeni è l’incapacità di accettare l’indipendenza ebraica. Una incapacità che si trascina da millenni e si riaffaccia, nella forma del cristianesimo trionfante o quello progressista, del nazionalismo, del socialismo reale, dei movimenti anti-oppressione. Non c’è allora da stupirsi se le testate progressiste ospitano vignette antisemite e rievocano il deicidio, o se ci vuole la patente di benpensante per partecipare a un festival o a un convegno universitario, o alle piazze antifasciste del 25 aprile o quelle inclusive del Roma Pride purché non si portino bandiere, neppure quelle arcobaleno, se c’è sopra una stella a sei punte. “Tutto agli ebrei come persone …”

Di Riccardo Di Segni* Rabbino Capo di Roma


Israele demolisce la sanità palestinese

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

Di Michele Giorgio, il manifesto

All’ospedale pubblico di Beit Jala, alle porte di Betlemme, i pazienti affollano la sala d’attesa del Reparto di nefrologia e dialisi. Le macchine disponibili sono poche e le attese, anche in passato, sono sempre state lunghe. Ma da diversi mesi si sono ulteriormente allungate. «Non ci sono abbastanza infermieri e medici e quelli disponibili fanno il possibile», ci dice Abu Firas, pensionato dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) che da una decina d’anni sopravvive grazie all’emodialisi. «Un tempo, a chi aspettava tanto», aggiunge, «l’ospedale assicurava il pasto; oggi invece devi portarti il cibo e l’acqua da casa. Per come vanno le cose mi accontento di fare la dialisi, è già un miracolo. Spero solo di continuare a farla».

Le preoccupazioni di Abu Firas sono fondate. La sanità pubblica palestinese in Cisgiordania sta collassando per mancanza di risorse. E sta entrando in crisi anche quella privata, che deve la propria sostenibilità alle prestazioni mediche offerte alla popolazione per conto di quella pubblica. A pagare il prezzo più alto sono i malati più gravi, a cominciare da quelli oncologici, messi di fronte alla possibilità concreta di non poter più ricevere cure adeguate. Alla base del disastro vi è il protratto blocco da parte di Israele dei fondi doganali palestinesi che Tel Aviv raccoglie per conto dell’Anp in base agli Accordi di Oslo del 1993 e che rappresentano il 68% delle entrate del ministero delle Finanze. Se negli ultimi anni le difficoltà finanziarie del governo palestinese si erano manifestate in modo intermittente, dall’ottobre 2023 il trattenimento sistematico di questi fondi ha affossato i servizi pubblici in Cisgiordania. Sanità e scuola sono i settori più colpiti, ma vacilla l’intero apparato amministrativo: 150mila dipendenti pubblici, che percepiscono solo una frazione del loro salario, vanno avanti facendo debiti e vendendo i propri averi.

La situazione è destinata a peggiorare. A fine aprile il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, che ha fatto della distruzione dell’Anp e dell’idea di uno Stato palestinese indipendente la sua missione, ha annunciato il blocco di un’ulteriore tranche di entrate fiscali palestinesi, pari a circa 740 milioni di shekel, ovvero circa 225 milioni di euro. Se a Gaza il sistema sanitario palestinese è stato colpito e gravemente danneggiato dall’offensiva militare israeliana, in Cisgiordania è sul punto di crollare per le decisioni politiche di Smotrich e del resto del governo Netanyahu. Qualche settimana fa, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) il presidente dell’Anp, ha riferito di 5 miliardi di dollari bloccati da Israele.

Girando per l’ospedale di Beit Jala si vedono sui volti di medici, infermieri e personale amministrativo, i segni della stanchezza e della depressione. I salari arrivano decurtati del 50% nel migliore dei casi. Come in altri ospedali, anche qui sono in corso proteste e riduzioni delle attività per chiedere il pagamento integrale degli stipendi. L’impiego di tirocinanti è sempre più intenso, in modo da garantire che i reparti restino aperti. «Comprendo le ragioni delle proteste, io stesso percepisco solo una frazione del mio stipendio. Il ministero della Sanità ci manda quello che può, ma la colpa è di Israele, che confisca i fondi palestinesi. Ci vuole affamare, portarci alla disperazione», afferma un alto dirigente dell’ospedale che ha chiesto di rimanere anonimo. «I pazienti restano la nostra priorità e il personale sanitario fa di tutto per assisterli, ma cominciano a mancare farmaci importanti e le famiglie dei ricoverati devono procurarseli spendendo somme considerevoli. Sempre più spesso siamo costretti ad accettare soltanto le emergenze gravi; gli altri casi li indirizziamo agli ospedali privati». Ora anche quelli sono in affanno, perché il ministero della Sanità non è in grado di pagare le prestazioni e i medicinali che le strutture private garantiscono a sostegno del settore pubblico. All’ospedale di Beit Jala l’unico reparto ancora pienamente operativo è quello di Oncologia pediatrica “Huda Al Masri”, donato dalla Palestine Children’s Relief Fund al Ministero della Sanità palestinese. «Riusciamo a lavorare perché riceviamo i farmaci di cui abbiamo bisogno grazie all’associazione italiana Soleterre, che li acquista per noi, garantendoci una fornitura costante», ci dice il primario Mohammed Najajrah.

Il ministero della Sanità, due giorni fa, ha lanciato un nuovo allarme, sottolineando che sono in pericolo le vite di migliaia di persone, a cominciare da quelle degli oltre 4.000 malati di cancro. Se nel 2025 erano stati eseguiti 65.000 interventi chirurgici, tra il 1° gennaio e il 1° giugno 2026, sono stati effettuati solo 19.500. Il ministero sottolinea che per mancanza di fondi ha dovuto rinviare o annullare 11mila interventi. Il debito del ministero ha raggiunto i 3,8 miliardi di shekel (1 miliardi e 115 milioni di euro) di cui 1,3 miliardi nei confronti di aziende farmaceutiche e fornitori di medicinali e materiali. Sono esaurite o stanno per esaurirsi le scorte di 726 farmaci essenziali e salvavita. Quello delle medicine è un problema che colpisce tutta la popolazione, non solo chi è ricoverato in ospedale. Le autorità garantiscono ormai soltanto una minima parte della copertura dei costi delle ricette mediche.

La crisi non risparmia alcun settore della sanità pubblica. Il Centro di Riabilitazione di Betlemme, nei pressi del campo profughi di Dheisheh, è l’unica struttura in Cisgiordania che assiste i tossicodipendenti, i quali qui ricevono anche assistenza farmacologica. Il direttore Hisham Salameh ci porta nella cucina del centro per mostrarci i frigoriferi completamente vuoti. «Questa mattina non abbiamo potuto offrire a chi vive nella struttura neppure un pezzo di pane, non c’è nulla. Non abbiamo soldi e i familiari dei ricoverati devono farsi carico di tutto, dal cibo alle medicine», spiega Salameh. «Vorrei dare un aiuto diretto», ci dice con espressione mortificata, «ma non posso, perché anch’io ricevo solo una parte del mio stipendio e basta appena a pagare le bollette e a coprire qualche altra spesa». Se Israele non revocherà il blocco dei fondi palestinesi, in Cisgiordania non crolleranno soltanto la sanità e l’istruzione. Finirà in pezzi l’intera Anp, come desidera Bezalel Smotrich.

Nell’immagine: l’ingresso dell’ospedale di Beit Jala, alle porte di Betlemme


Investitori in fuga dalle cripto: Bitcoin sotto i 60mila dollari

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

Di Raffaele Ricciardi, La Repubblica

Un tuffo sotto i 60mila dollari, dove non nuotava dall’ottobre del 2024: epoca pre-Trump bis. Ieri il Bitcoin ha momentaneamente infranto la soglia simbolica, coronando la striscia negativa più lunga da agosto e dimezzando il valore dal picco di 126mila dollari di fine ottobre.

L’ultimo colpo alle cripto (anche le altre, a cominciare da Ether, hanno accusato pesanti ribassi) è arrivato a inizio mese, quando la Strategy di Michael Saylor, una cassaforte di Bitcoin pubblicamente impegnata in un accumulo continuo, è passata alla vendita. Ne ha ceduti 32, per 2,5 milioni di dollari su 60 miliardi circa di riserve e «lo ha fatto per motivi tecnici e fiscali», ricostruisce Ferdinando Ametrano, fondatore e ceo di CheckSig. «Ma ha fatto correre un brivido lungo la schiena del comparto, in un contesto di estrema incertezza, accentuando il ritracciamento che era già in atto». Ametrano mette la dinamica in prospettiva di lungo periodo: «La storia del Bitcoin è caratterizzata da grandi strappi e dolorosi ripiegamenti. Quello attuale non è, per ora, grave come altri del passato».

Indubbiamente, però, sono molte le spie accese sul cruscotto dei cultori delle cripto. In settimana sono state chiuse scommesse rialziste su Bitcoin per 4 miliardi. Secondo Bloomberg, gli Etf dedicati – fondamentali nell’accendere i riflettori sul settore – hanno registrato deflussi per 4,4 miliardi nelle ultime sedute, peggior emorragia di sempre, pur continuando a custodire investimenti nell’ordine dei 57 miliardi. Il valore delle società quotate che accumulano Bitcoin è sceso a 72 miliardi, dai quasi 134 del picco autunnale.

D’altra parte, il contesto non è dei migliori. James Butterfill, capo della ricerca di CoinShares, mette al primo posto dei tasti dolenti la turbolenza geopolitica. Se lo scenario di taglio dei tassi Fed sosteneva le cripto, oggi – con l’inflazione energetica che imperversa dal Golfo – si ragiona di rialzi «e questo sta causando gran parte dei danni a Bitcoin». Poi c’è il fenomeno IA. Le maxi-Ipo in arrivo, a partire da SpaceX settimana prossima, stanno attirando liquidità: «È plausibile che chi si trova alla frontiera dell’innovazione e aveva investito in Bitcoin stia ri-orientando i portafogli per dare spazio all’IA», dice Ametrano. Senz’altro, la “golden age” promessa da Trump non si vede. Ma lì, più che la fine di un supporto «è un problema di credibilità dell’intera amministrazione».


Dieci milioni bastano?

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

È assurdo fissare per legge un numero massimo di abitanti… Ma un sistema economico basato sullo sfruttamento continuo di risorse non è sostenibile. Certo, benvengano dunque proposte come salari garantiti, pressione fiscale sulle imprese non sostenibili, politiche dell’alloggio e dei trasporti pubblici.

Ma attenzione:  l’iniziativa dell’UDC non parla affatto di questo! Leggiamo che cosa propone.

(1) «Prima del 2050 la popolazione residente permanente della Svizzera non può superare i dieci milioni», frontalieri e stagionali esclusi dunque, che diventeranno sempre di più! (2) «Se la popolazione […] supera i nove milioni e mezzo [… si dovranno prendere] provvedimenti riguardanti in particolare il settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare.» Chi arriva in Svizzera per lavorare (e sono il 90 per cento) non potrà più essere accompagnato dal coniuge e dai figli. Ricadremmo dunque nel triste capitolo degli operai stagionali con i figli nascosti in casa, violando gli accordi sulla libera circolazione. I richiedenti l’asilo riguardano solo il 10% dell’immigrazione e la legge svizzera è già severissima: ulteriori provvedimenti lascerebbero la Svizzera da sola. (3) «Se due anni dopo il primo superamento, [il limite di 10 milioni] non è ancora rispettato […], l’accordo sulla libera circolazione delle persone deve essere denunciato». E quindi tutti gli accordi bilaterali. E niente Bilaterali III.

Lo scopo è chiaro: boicottare i rapporti con l’UE e la politica di asilo. Le conseguenze di questa «iniziativa del caos»: aumento dei frontalieri, meno diritti per chi lavora, carenza di mano d’opera, crisi in molti settori economici e fine dei nostri rapporti con l’UE. 

La nota politica dell’UDC, mascherata con belle parole sulla «sostenibilità», la «protezione dell’ambiente» ecc. Non caschiamoci: votiamo NO!

Scritto per La Regione


Le balle di Rubio su Cuba. E alcune domande su Gaesa

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

Di Roberto Livi, il manifesto

Il 20 maggio, giornata dell’indipendenza di Cuba, il segretario di Stato Marco Rubio ha rivolto un discorso in spagnolo alla nazione dei suoi genitori. Per affermare due concetti: che Cuba è un pericolo per la sicurezza degli Usa e che «Cuba oggi non è controllata da alcuna Rivoluzione, Cuba oggi è controllata da Gaesa».

La prima affermazione è una balla colossale alla quale nemmeno Rubio crede, anche se deve assecondare il gioco del suo capo. Tutte le fonti consultabili in rete, compresa quella della Cia (CIA World Factbook, Globalmilitary.net eccetera) confermano che le Forze Armate Rivoluzionarie (FAR) sono una struttura eminentemente difensiva, con una strategia di difesa nazionale affidata soprattutto a «una guerra di popolo». L’esercito cubano conta su 40-50.000 effettivi, gran parte giovani di leva, più «una robusta riserva e forza paramilitare». Insomma, una «difesa credibile» pur nei limiti «di finanziamento e tecnologia» dell’isola.

In quanto a basi straniere, nell’isola di accertata ve ne è «solo una, quella Usa di Guantanamo Bay», secondo il governo dell’Avana.

Ben più velenosa è la seconda affermazione, dato che da mesi il grande complesso militar-industriale Gaesa (Grupo de Administración de Empresa, Sa) è sottoposto a critiche, sia all’estero (due anni fa una “inchiesta” del giornale Miami Herald sostenne che Gaesa possedeva 18 miliardi di dollari, mentre le casse dello Stato cubano erano a secco e la gente «moriva di fame») sia all’interno, per la mancanza di trasparenza del Gruppo.

Ridurre più di 60 anni di esperienza rivoluzionaria di Cuba a una semplice «struttura mafiosa» permette a Rubio di giustificare (discorsivamente, per ora) una «rifondazione democratica» dell’isola promossa dall’esterno e, più concretamente, giustifica il progetto egemonico neocoloniale di Trump, che di democratico non ha nulla.

A parte la critica, paragonare Gaesa al “Cartel de los soles” venezuelano, apre anche la strada a un possible intervento militare, come quello attuato a Caracas il 3 gennaio per catturare il «capomafia» Nicolás Maduro ( e consorte).

Si tratta, nel caso di Rubio, di un discorso velenoso, perché, come afferma lo storico Fabio Fernández, a differenza del passato «c’è nelle strade di Cuba chi presta orecchi a tale discorso». Tanto che la rivista Temas, la più prestigiosa per temi sociologici, ha chiesto di commentare il discorso di Rubio a noti analisti fuori ( H. Klepak, Canada; A. López-Levy, Usa; F. Ravsberg, Uruguay) e dentro Cuba (oltre allo stesso Fernández, F. Solar e A. Alzugaray).

Fernández, pur rifiutando la sostanza dell’argomentazione di Rubio (negare la valenza della Rivoluzione cubana), affronta di petto un evidente problema: la mancanza di controllo pubblico su Gaesa. Il conglomerato, formato alla fine del secolo scorso per volontà di Fidel e Raúl Castro per finanziare le FAR (dunque la sopravvivenza della Rivoluzione) senza pesare sul bilancio statale, per la sua stessa costituzione doveva eludere il bloqeo statunitense. Quindi operare con mezzi e in circuiti non ufficiali. Compito che ha svolto con efficacia.

Tanto che, con l’avvento di Raúl alla presidenza (2008) , le attività di Gaesa si sono notevolmente ampliate anche al settore civile, non solo con la più grande catena di turismo nazionale (comprese agenzie e trasporti), la Gaviota, ma anche alla distribuzione al dettaglio, alle assicurazioni, al controllo di Habguanex, la società che gestisce le attività dell’Habana Vieja). Secondo l’inchiesta del Miami Harald i risultati di Gaesa sono stati eccellenti, con profitti fino al 38%, tali da far impallidire le maggiori corporates.

Il problema politico nodale è che Gaesa ha agito senza controllo pubblico, né da parte della Controlaria di Stato (una sorta di Corte dei Conti), né dell’Assemblea nazionale del Poder popular (Parlamento unicamerale).

Per i pragmatici (che citano la famosa massima di Deng Xiaoping, l’importante «non è il colore del gatto, ma che prenda i topi») Gaesa ha assolto i suoi compiti. Ma negli ultimi anni, dopo la pandemia e l’inzio della “multicrisi” che attanaglia l’isola, ha causato aspre polemiche il fatto che la gran parte del bilancio statale (nei tre anni seguiti la pandemia fino al 37%) sia stato dedicato al settore turistico (in forte crisi, ma controllato dai militari) trascurando agricoltura (6%), il sistema di produzione dell’energia elettrica, la salute e la scuola (entrambe circa al 2%).

Tanto che si sono attuate correzioni importanti. Ma il “vulnus” politico rimane: Gaesa è uno Stato nello Stato? Chi la gestisce? Quanto dei suoi profitti è finito nella casse dello Stato o del Fisco?. Sono domande che i commentatori di Temas si pongono e che la rivista pubblica.

Lo scossone è stato forte. Tanto che martedì il quotidiano del PCC,Granma, ha pubblicato un «Comunicato del Governo Rivoluzionario» nel quale si informa che «Gaesa non è una struttura opaca, né parallela allo Stato cubano». Si elencano una serie di importanti «contributi di Gaesa all’economia cubana», specie durante il Covid; non solo, il Gruppo è parte attiva nelle «trasformazioni del Sistema imprenditoriale del Paese previste dal programma economico e sociale» di recente varato dal governo. Le attività dei Gaesa «sono state oggetto del massimo controllo… delle autorità e degli organismi competenti».

Il punto è che tra tali organismi non sono stati compresi stampa e opinione pubblica.

Nell’immagine: le immagini di Miguel Diaz-Canel, Raul Castro e Fidel Castro su un muro de L’Avana


Dalle rive del Dnipro alla Crimea: l’Armata di Putin soffre al fronte

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

La guerra è arrivata in una fase cruciale, sospesa tra rischi di escalation e speranze di pace. Dall’inizio dell’anno si è materializzato un fatto nuovo: gli ucraini hanno “preso l’iniziativa”. Con questo termine i manuali militari indicano la capacità di imporre le proprie scelte al nemico, costringendolo di fatto a subire i colpi con scarse possibilità di reazione. Non c’è stata una grande offensiva, ma tante piccole manovre coordinate che poco alla volta hanno messo in crisi l’esercito russo. A maggio i soldati di Putinhanno perso quasi 250 chilometri di terreno e la situazione peggiora.

Il comando di Mosca non è ancora riuscito a risolvere il caos organizzativo creato dai capricci di Elon Musk, che da gennaio ha gli interrotto le connessioni satellitari Starlink paralizzando la rete di comunicazione. Kiev ha sfruttato l’occasione per infilarsi nei settori dove gli invasori non avevano fortificato le posizioni. Li hanno scacciati dalla riva del Dnipro a sud di Zaporizhzhia e minacciano l’intero schieramento nella pianura. Tengono saldamente il centro di Kupyansk, sbarrando la marcia sul Donetsk da nord.

Ora gli ucraini hanno scatenato una forma innovativa d’attacco. Da una settimana droni pilotati dall’intelligenza artificiale bloccano tutte le vie di rifornimento che collegano la Russia al fronte. Si spingono anche a cento chilometri sul Donbass, su Mariupol e persino sulla Crimea. Riconoscono da soli camion, cisterne, autobus e ne fanno strage: le strade sono costellate di veicoli in fiamme. Questo impedisce l’afflusso di rinforzi, munizioni, carburante.

Altri sciami di bombe volanti tormentano le raffinerie e le industrie in tutte le città russe. Si accaniscono soprattutto contro le esportazioni di petrolio, l’unica risorsa che permette la sopravvivenza dell’economia di Mosca. La somma dei raid contro i camion e contro gli impianti fa scarseggiare la benzina in molte zone della Crimea e del Donbass occupato. E, come si è visto a San Pietroburgo, l’impatto psicologico di queste operazioni è straordinario: impone a tutti i cittadini russi di fare i conti con la guerra e sfregia la credibilità di Vladimir Putin.

Il Cremlino può reagire aumentando i bombardamenti sui centri abitati e scagliare missili ancora più devastanti come l’Oreshnik. Finora però non ha piegato la determinazione degli ucraini. Può scegliere iniziative più clamorose, dall’aprire un nuovo fronte con la Bielorussia fino all’ipotesi estrema di ricorrere alle testate nucleari tattiche. Ma c’è una realtà inequivocabile che emerge dai campi di battaglia: nessuno dei contendenti è in grado di vincere ed entrambi devono misurarsi con problemi crescenti.

Putin sa che le finanze sono logore. L’aumento del petrolio causato dalla chiusura di Hormuz ha dato sollievo alle casse statali ma è un beneficio temporaneo. La macchina bellica divora tutti i fondi e mobilita i lavoratori, lasciando senza manodopera il resto delle attività. Presto dovrà decidere se tagliare il welfare e aumentare le tasse: scelte che abbasseranno ulteriormente il consenso popolare e accresceranno l’insofferenza degli oligarchi.

In Ucraina lo scenario non è migliore. Il maxiprestito della Ue garantisce la sopravvivenza fino al prossimo anno ma non si può prevedere se sarà rinnovato. Gli aiuti militari europei sono più numerosi, senza però supplire allo stop delle forniture Usa in alcuni settori chiave come le batterie anti-missile Patriot. La produzione nazionale di armamenti è decollata ma richiede sempre più operai e il capitale umano del Paese si sta esaurendo. C’è una carenza disperata di soldati, che apre buchi nei reparti e logora uomini in servizio dal 2022. Su tutto, poi, domina la prospettiva di un altro inverno di gelo e buio per la distruzione delle centrali elettriche. Per russi e ucraini proseguire la guerra significherebbe sacrifici enormi senza speranza di successo. Ed è per questo che potrebbe essere arrivata l’ora di fermare le armi.


Trump lancia aliens.gov: ma gli extraterrestri sono immigrati illegali da segnalare all’ICE

Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà 

Di Bruno Ruffilli, La Stampa

Per sessant’anni il governo americano avrebbe custodito un segreto: degli esseri estranei vivono nascosti tra noi, frequentano gli stessi negozi, siedono nelle stesse aule dei nostri figli. Su uno sfondo stellato e in caratteri verde fosforescente compare la parola «DECLASSIFIED», mentre in sottofondo scorre la sigla di X-Files. Sembra l’annuncio di una rivelazione sugli UFO, e per qualche ora molti l’hanno scambiata per tale. Poi arriva la frase che chiarisce il malinteso: gli alieni non sono omini verdi, ma i milioni di clandestini da deportare.

La Casa Bianca ha lanciato il sito Aliens.gov con un video teaser su X accompagnato dalla didascalia «They walk among us». Un’animazione generata con l’intelligenza artificiale mostra un disco volante mentre solleva un migrante oltre il muro al confine meridionale. I domini alien.gov e aliens.gov erano stati registrati in sordina già a marzo, alimentando il sospetto che fossero legati alla spinta di Trump per la desecretazione dei documenti sugli avvistamenti extraterresti, una pista smentita dal contenuto effettivo.

Sotto la patina fantascientifica c’è in realtà una banca dati sull’immigrazione. Il cuore del sito – ospitato su quello ufficiale della casa Bianca – è una mappa termica degli Stati Uniti con le statistiche degli arresti basate sui dati dell’Immigration and Customs Enforcement, consultabile per città e Stato, con il numero totale dei fermi, i Paesi di origine dei detenuti e le presunte accuse penali o affiliazioni a gang. È previsto anche un modulo collegato all’ICE per segnalare quelli che la Casa Bianca chiama «alieni sospetti».

Il registro linguistico è la parte che più ha allarmato studiosi e organizzazioni per i diritti civili. In un passaggio il sito parla delle persone usando il pronome neutro “it”: se assistete a un rapimento alieno, non allarmatevi, «ce ne occuperemo e lo riporteremo nel suo luogo di origine». La pagina mette in guardia da un’«invasione» e sostiene che Trump è stato il primo a denunciare il pericolo reale che gli aliens rappresentano per ogni famiglia americana.

Tecnicamente, il termine non è nuovo nel diritto statunitense. “Alien” compare nelle leggi americane fin dal Settecento, a partire dagli Alien and Sedition Acts del 1798, che davano al presidente il potere di arrestare e detenere i non cittadini in tempo di guerra. La California ha cancellato la parola dal codice nel 2021, definendola «obsoleta e dispregiativa». Accostare delle persone agli extraterrestri è un atto di disumanizzazione, e in qualche modo la possibilità di usare la violenza o privarli di certi diritti, in un contesto che travalica immediatamente il linguaggio e può tradursi ad esempio in crimini d’odio o a pratiche di profilazione.

C’è poi il nodo dei numeri, esibiti con la consueta enfasi trumpiana, ma di provenienza incerta. Il sito mostra oltre 3 milioni di “encounters”, ma non chiarisce a cosa la cifra si riferisca. Secondo il Deportation Data Project, gli “incontri” registrati dall’ICE tra gennaio 2025 e marzo 2026 arrivano a circa un milione, mentre la mappa degli arresti indica 200.000 fermi a fronte degli oltre 300.000 calcolati dagli stessi ricercatori su un periodo più breve. Una portavoce della Casa Bianca ha dichiarato che il sito attinge direttamente ai rapporti sugli arresti del Dipartimento per la Sicurezza Interna.

Lo sfondo politico aiuta a capire perché diversi osservatori rifiutino di derubricare l’operazione a semplice provocazione. L’amministrazione Trump ha stanziato 170 miliardi di dollari in quattro anni per l’applicazione delle norme sull’immigrazione, finanziando il reclutamento di nuovi agenti e un aumento del 400 per cento del budget per la detenzione. Nei documenti di bilancio, l’ICE prevede di espellere un milione di persone all’anno, contro le circa 442.000 della presidenza Biden.

Qualcuno si è preso la briga di analizzare il codice della pagina, dove compaiono commenti come “aggiungi un po’ di respiro”, “migliora la centratura verticale”, tracce tipiche del codice generato con strumenti di intelligenza artificiale. Sembra, insomma, un lavoro fatto in fretta, forse pensato per spostare l’attenzione altrove: cosa resterà online, e per quanto tempo, è la domanda che il sito lascia volutamente in sospeso. Un modo per saperlo, in realtà esiste ed è piuttosto semplice, basta cliccare in basso a sinistra. Si apre un pop-up con il profilo del presidente Usa e la scritta “Benvenuti all’età dell’oro”; inserendo l’indirizzo mail ci si iscrive a una newsletter che fornisce “news e aggiornamenti dalla casa Bianca di Trump”.