Ecco i giovani superricchi della Svizzera, il primo vale miliardi

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

tvsvizzera.it

In cima alla graduatoria quest’anno figura per la prima volta David Wertheimer (39 anni) con un patrimonio stimato a 5-6 miliardi di franchi, nella categoria eredi. Figlio del comproprietario di Chanel Gérard Wertheimer, vive a Ginevra e sta creando una propria piattaforma di investimento. Il giovane imprenditore più ricco è Hany Rashwan (36 anni), il cui patrimonio è valutato a 500-600 milioni di franchi: ha venduto la sua crypto-fintech 21shares al broker statunitense FalconX.

Al vertice della lista delle star si trovano ancora una volta il cestista Clint Capela (32 anni) e l’ex calciatore e attuale dirigente Ivan Rakitic (38 anni), entrambi con un patrimonio compreso tra 50 e 100 milioni di franchi. Altri sportivi particolarmente noti sono i calciatori Manuel Akanji, Yann Sommer, Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri, come pure il giocatore di disco su ghiaccio Kevin Fiala (tutti a 20-50 milioni) o lo sciatore Marco Odermatt (10-20 milioni).

Nella classifica fa capolino anche un po’ di Ticino grazie ad Edoardo Ermotti, che nel 2022 ha fondato la sua società di investimento 14Peaks Capital, specializzata principalmente nel settore fintech. Nel 2023 ha lanciato il suo primo fondo di investimento con un capitale sottoscritto di 30 milioni di dollari; il fondo comprende attualmente 23 società, riferisce Bilanz. Il 30enne – figlio del CEO di UBS Sergio Ermotti, cresciuto in Svizzera e con studi di finanza al King’s College di Londra – si divide tra i suoi uffici in Svizzera, a Miami e a New York. Secondo Bilanz può contare su un patrimonio personale di 5-10 milioni di franchi.

Nell’immagine: nella classifica anche il campione di sci Marco Odermatt


È questa la fase più pericolosa della guerra

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

Di Sabato Angieri, il manifesto

In Ucraina non c’è alcuno stallo, anzi, questa fase della guerra è tra le più pericolose dall’inizio dell’invasione russa. Le truppe di Putin non sono riuscite a sfondare in Donetsk e gli ucraini sono trincerati nelle loro posizioni, salvo sortite per riconquistare brandelli di terreno.

Ma gli attacchi dalla distanza aumentano di intensità e di frequenza. Ai21 morti in una scuola del Lugansk occupato rispondono 22 morti a Kiev e Dnipro, da cui nascono fuoco e fiamme su San Pietroburgo e un autobus con 8 persone saltato in aria. Altre ore di terrore sottoterra dove si attende che le sirene smettano di suonare. Ciò che da un lato e dall’altro del fronte ormai presentano come «rappresaglia», imprescindibile risposta alle azioni efferate del nemico, corrisponde a una definizione più precisa: escalation.

Mark Rutte che il giorno dopo uno dei più massicci raid russi degli ultimi mesi si reca a Kiev per ribadire «la vicinanza della Nato», la stessa Nato che dell’ingresso dell’Ucraina non vuole sentirne parlare, rappresenta un’altra freccia all’arco di russi e filo-russi che parlano apertamente di «guerra contro l’Occidente collettivo». Tanto da spingere il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, a dichiarare che «nello scenario peggiore», ovvero contro un aggressore che violasse la sua integrità territoriale, Mosca è «pronta a rispondere con l’arsenale nucleare».

Non lo dice il falco ossessivo Dmitri Medvedev, l’ex presidente russo che da quanto è vice-capo del Consiglio di sicurezza nazionale non fa altro che minacciare di catastrofe atomica un giorno sì e quello dopo anche. Ma un alto funzionario del governo nazionale, segno che l’ipotesi di trovarsi con le spalle al muro non è più così impossibile. Nonostante lo scopo sia l’opposto, cioè dimostrare che è inutile scherzare con il fuoco perché si brucerebbero tutti, non si può non registrare che lo «scenario peggiore» è diventato una delle possibili conclusioni. Non perché l’Ucraina abbia le capacità di sconfiggere militarmente il gigante russo, ma per il fatto che 4 anni e mezzo di guerra aprono scenari nuovi e spaventosi.

L’economia russa non è in salute. Putin ha imposto ai suoi ministri di trovare i fondi per continuare a finanziare la guerra e le previsioni sulla tenuta del rublo sono sempre meno ottimistiche, nonostante le entrate inattese generate dalla crisi dello Stretto di Hormuz. Purtroppo fin dall’inizio dell’invasione abbiamo sentito ogni previsione nefasta sulle sorti della Russia (dai soldati che combattevano con le vanghette della II Guerra mondiale ai depositi di missili vuoti, fino alle ricorrenti voci sul cancro terminale di Putin) e ci siamo abituati a rifiutare ogni analisi su una possibile crisi di Mosca come «propaganda occidentale». Definizione che possiamo tranquillamente sdoganare.

Ogni stato in guerra fa propaganda giacché diventa molto difficile vincere un conflitto sul campo quando persino i tuoi non sono convinti della necessità di lottare contro il nemico. Ne consegue una seconda considerazione, piuttosto ovvia, che ogni stato in guerra applica la censura. È vero per la Russia, ma è vero anche per l’Ucraina, così come per tutti gli altri.

Ma conta poco per i governanti. Ciò che importa è non cedere al nemico. Quindi si stabiliscono linee rosse che per un periodo sembrano invalicabili. Lo sono state le armi a lungo raggio all’Ucraina, i tank, gli F-16, i Patriot e il divieto – che fu persino dello schieratissimo Biden – di colpire in profondità nel territorio russo. Oggi tutti quei paletti considerati punti di non ritorno sono saltati. Gli ucraini attaccano anche a duemila chilometri dalla frontiera con in propri droni, rivendicano quegli attacchi e quelle distanze siderali per sottolineare che fanno da soli, anche senza l’occidente che «sonnecchia». Nel frattempo continuano a ripetere «siamo solo i primi, se non li fermiamo in Ucraina toccherà all’Europa». Il che per anni è stato un altro cavallo di battaglia della propaganda di parte occidentale. Ma oggi la situazione è diversa e peggiore.

In un contesto di attacchi devastanti dalla distanza, alcuni dei quali pericolosamente vicini ai confini romeni e polacchi della Nato (e ora anche a quelli baltici e scandinavi), l’incidente non è più soltanto un’eventualità, ma un rischio. Zelensky ne approfitta per annunciare che invierà esperti in supporto degli «amici» dato che in questi anni l’esercito di Kiev è diventato il più preparato al mondo nell’uso dei droni. L’altro è quello russo, ma Mosca non ha le stesse necessità del nemico.

Con gli Usa impegnati in Iran, Zelensky si è reso conto di non essere più «in cima alla lista di Donald Trump». Il quale aveva prima promesso di terminare la guerra in 24 ore, poi in due settimane e a oggi siamo a un anno e mezzo con nessun risultato. Ma molti rischi che crescono esponenzialmente con l’allungarsi della guerra, l’aggravarsi della crisi economica in Russia e di quella sociale a Kiev, la confusione dell’Unione europea. Che dimostra di non volere l’Ucraina nei 27, non subito almeno, ma la tiene in piedi economicamente con i prestiti e militarmente con gli acquisti di armi dagli Usa.

Il fatto che Bruxelles non riesca a ritagliarsi un ruolo reale nei negoziati in una guerra in cui, di fatto, è schierata con una delle parti in causa appare a dir poco schizofrenico. Senza contare che, come sempre, le potenze europee alla fine preferiscono agire al di fuori dell’Unione, che nelle scorse ore sembra aver accelerato sull’iter per designare un negoziatore con Putin, ma in formati ridotti come l’E3 (Germania, Francia, Gran Bretagna) a dimostrazione dell’infima importanza assegnata alla creazione di una politica estera comune dalle vecchie potenze del Vecchio continente.

Eppure sono stati i russi stessi a dire che «la fine della guerra in Ucraina ridisegnerà l’architettura di sicurezza e gli equilibri dell’Europa», possibile che il «nostro futuro comune» non sia abbastanza per smetterla di delegare agli Stati uniti le sorti di questo conflitto?

Nell’immagine: il segretario generale della Nato Mark Rutte in visita in Ucraina


San Pietroburgo, lo sfregio al mito di Putin: colpito nel luogo più sacro del suo potere economico

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

Per Vladimir Putin è stato uno sfregio. Il raid dei droni ucraini ha colpito il cuore profondo del suo potere: San Pietroburgo, la sua città natale, dove negli anni Novanta l’ex colonnello del Kgb ha forgiato il mito dell’uomo forte, imponendosi come la figura in grado di garantire sicurezza e affari. Lì infatti è nato il patto con gli oligarchi che hanno visto in lui lo strumento per superare il caos della stagione di Eltsin e stabilizzare le ricchezze depredate nello sfascio dell’Urss. Lì sono state intessute le relazioni con l’autorità tenebrosa e onnipresente dei servizi segreti, che lo hanno fatto arrivare fino a Mosca: prima al vertice degli 007, poi al comando dell’intera Russia.

Ieri l’incursione delle bombe volanti di Kiev, che hanno percorso indisturbate mille chilometri, ha messo a nudo tutte le difficoltà del Cremlino, incagliato in un conflitto che va sempre peggio. Le colonne di fumo causate dagli attacchi sono state la testimonianza innegabile della situazione davanti al raduno di imprenditori, boiardi e ospiti stranieri. Le esplosioni nella base navale di Kronstadt, quella da cui nel 1917 era partita la Rivoluzione d’Ottobre, sono il simbolo della crisi militare, con un’armata che a maggio è stata costretta ad arretrare davanti alla controffensiva ucraina e non riesce neppure a proteggere le metropoli dagli sciami di droni, oltre settemila nello scorso mese, che ogni notte si lanciano su raffinerie e fabbriche dal Baltico fino agli Urali.

Quest’impotenza è diventata manifesta durante i lavori del Forum, commentando la richiesta fatta dal Cremlino alle aziende: provvedete da soli a difendere gli impianti. Andrej Kostin, amministratore della banca Vtr, ha detto di essere pronto a finanziare con tassi agevolati l’acquisto di batterie contraeree e sistemi anti-drone da parte delle imprese: un’inedita privatizzazione della forza armata, che segna il fallimento di Putin.

La guerra costa, sempre di più. L’economia è stata militarizzata ma adesso si avvicina al baratro. Non si trovano più operai, perché sono tutti mobilitati nelle catene di montaggio degli armamenti e ieri nella Davos russa è stato domandato di aumentare gli ingressi di lavoratori indiani per impedire che i cantieri edili si fermino. E soprattutto la spesa bellica sta raggiungendo livelli fuori controllo. Persino i dirigenti del ministero delle Finanze e della Banca centrale tre giorni fa hanno lanciato l’allarme: bisogna reperire altri 36 miliardi di dollari entro l’anno, un investimento per la Difesa che pesa troppo sulle casse statali e moltiplica il debito. Presto non ci sarà altra scelta che tagliare tutte le altre voci del bilancio nazionale, con una ripercussione sul consenso per il presidente e il boom dell’inflazione. «Le riserve non sono infinite – ha ammonito il ministro Anton Siluanov -. La debolezza nelle finanze non può essere sostenuta nel contesto di una trasformazione mondiale di così grande scala. Dobbiamo migliorare l’efficienza della spesa pubblica».

Da marzo il blocco di Hormuz sembrava avere dato respiro ai conti, perché l’unica risorsa che permette alla Russia di andare avanti sono le vendite di petrolio all’estero e il prezzo alle stelle del barile gonfia le entrate. Una panacea su cui si abbattono inesorabilmente i droni ucraini. I raid contro raffinerie, depositi, oleodotti e terminal hanno ridotto di un quinto la capacità di esportazione: ci sono momenti in cui il crollo è stato del 40 per cento, con un miliardo di dollari bruciato in una sola settimana.

Per cercare di limitare i danni, le petroliere sono state dirottate nei terminal del Baltico, considerati meno esposti agli assalti. Il rogo delle cisterne di San Pietroburgo ha dimostrato che si tratta di un’illusione: non ci sono santuari inviolabili per le squadriglie robot ucraine. Ormai in Russia tutti ne sono consapevoli: i droni hanno portato la guerra in ogni città. Ieri se ne sono resi conto gli ospiti accorsi alla kermesse putiniana: la delegazione dell’amministrazione Trump, la prima dall’inizio dell’invasione; la pattuglia di parlamentari dell’estrema destra tedesca; gli sceicchi del Golfo; l’avanguardia di miliardari europei che non vedono l’ora di riprendere il business con Mosca; la corte di varia umanità come la blogger Maga Candace Owens e l’attore Steven Seagal.

I più irritati sono proprio i protagonisti della convention, gli oligarchi: i veri sconfitti della guerra, che hanno visto scemare i loro profitti e guardano con terrore alle previsioni economiche. La paura di Putin e il timore di fare la fine di Evgenij Prigozhin, il magnate che nel 2023 ha sfidato il Cremlino ed è stato rapidamente eliminato, finora li ha trattenuti nei ranghi. Avevano sperato che con l’insediamento di Trump sarebbe cambiato tutto ma ora non ci credono più. Ed è chiaro che fremono per liberarsi dalla trappola dell’avventura ucraina.

Lo zar non può accettare di essere chiuso nell’angolo. Risponderà allo sfregio di San Pietroburgo con una pioggia più feroce di missili su Kiev e con minacce più dure contro l’Europa. Nelle stanze del Cremlino ci sono i falchi che lo spingono all’escalation, invocando pure lo spettro delle testate nucleari tattiche. Putin sa però che così rischierebbe di giocarsi tutto e mettere in pericolo le fondamenta del suo impero. Mai come ora, ha bisogno di una via d’uscita.

Nell’immagine: la colonna di fumo nero su San Pietroburgo


Il ritorno dei bambini nascosti?

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

C’è stato un momento, nella Svizzera degli anni 60 e 70, in cui lo Stato ha provato a risolvere le sue ansie sulla crescita demografica trattando le persone come semplici strumenti. Tornando agli anni delle iniziative di James Schwarzenbach contro il cosiddetto “inforestierimento”, la storia non è fatta solo di documenti e numeri. Sono stati anni in cui migliaia di lavoratori italiani attraversavano i confini per gettare le basi del boom economico svizzero, ma venivano etichettati con il soprannome sprezzante di “Tschingali”.

Il provvedimento più duro di quel periodo fu lo statuto del lavoratore stagionale: si poteva venire in Svizzera a lavorare, spaccarsi la schiena nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, ma le famiglie dovevano restare fuori. Quell’imposizione, il divieto di ricongiungimento familiare, ha scritto una delle pagine più amare della storia contemporanea svizzera: la realtà dei “bambini nascosti”, figli di immigrati costretti a vivere in clandestinità, chiusi in appartamenti e baracche, con la paura costante di essere scoperti e rispediti oltre confine. Max Frisch nel 1965 fu diretto: “Cercavamo braccia, sono arrivate persone”. Una frase che dice tutto sul debito morale di un Paese che voleva lavoratori ma non era pronto ad accettarne l’umanità.

Adesso, più di cinquant’anni dopo, l’iniziativa popolare UDC “No a una Svizzera da 10 milioni!” rischia di riaprire quella ferita. Propone di nuovo meccanismi automatici che ricordano quei tempi duri: se la popolazione supererà i 9,5 milioni, Berna dovrà per legge bloccare i ricongiungimenti familiari e stringere le maglie sulle ammissioni provvisorie. Tagli netti ai diritti fondamentali, come se bastasse tirare una leva per far sparire le persone dai numeri.

E cosa vuol dire, davvero, bloccare i ricongiungimenti familiari nella Svizzera di oggi? Vuol dire a un medico, a un ingegnere, a un infermiere, o a un operaio specializzato che vive, lavora e paga le tasse in Svizzera: “Tu sì, la tua famiglia no”. Praticamente, la tua competenza serve, ma chi ami deve restare fuori.

Questo modo di fare crea una spaccatura profonda, una ferita etica. Il diritto alla vita familiare è sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ma qui lo si calpesta senza troppi scrupoli. E le conseguenze sono concrete, non solo teoriche: l’integrazione andata in fumo: una persona che lavora senza affetti vicini sta peggio, psicologicamente ed emotivamente. Non c’è motivazione a integrarsi davvero; la famiglia non è un ostacolo, è un motore per farlo.

Addio attrattività: oggi la Svizzera gioca una partita globale per attirare i migliori tra medici, ingegneri, ricercatori. Ma chi è disposto a venire sapendo che dovrà lasciare figli o compagno fuori dal Paese? A quel prezzo, il talento va altrove. E poi c’è il discorso sull’asilo. L’idea di limitare anche le ammissioni provvisorie per chi scappa da una guerra o dalle persecuzioni riduce la tradizione umanitaria elvetica a una questione di puro calcolo. Non si guarda più al bisogno di chi soffre, ma solo al numero sul contatore demografico.

In sostanza, l’iniziativa dei “10 milioni bastano” cerca di risolvere veri problemi di pianificazione e infrastrutture tirando la coperta in modo brusco, con rischi reali e soluzioni per nulla sicure. Divideremmo la società in chi ha diritti di “serie A” e chi di “serie B”, solo per il passaporto. Non renderemmo la Svizzera più vivibile: rischiamo, invece, di riportarla ai tempi dei muri invisibili e delle famiglie spezzate. Dimenticando che la forza della Svizzera di oggi sta nella sua capacità di mettere insieme rigore economico e rispetto per la dignità di ogni persona.

Usman Baig fa parte del comitato cantonale “I Verdi del Ticino”

Nell’immagine: Nel 1970, a Berna, i lavoratori immigrati italiani manifestarono contro lo status di lavoratore stagionale.


“No a una Svizzera da 10 milioni!” e Brexit nel Regno Unito: stesse cause, stessi effetti?

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

Di Pauline Turuban, tvsvizzera.it

Il prossimo 14 giugno, l’elettorato svizzero sarà chiamato a votare una nuova iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) per limitare l’immigrazione. Intitolato “No a una Svizzera da 10 milioni!Collegamento esterno”, il testo chiede al Consiglio federale e al Parlamento di impedire che la popolazione residente permanente raggiunga i 10 milioni di abitanti entro il 2050.

Per riuscirci, prevede innanzitutto restrizioni nell’asilo e nel ricongiungimento familiare. Non esclude tuttavia, come ultima ratio, la denuncia dell’accordo di libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione Europea.

“Riprendere il controllo” dell’immigrazione

Nessun Paese ha finora adottato restrizioni migratorie per fissare un tetto alla propria popolazione. Esiste però un precedente per quanto concerne la fine della libera circolazione: il Regno Unito. Mentre in Svizzera la campagna entra nel vivo, alcuni osservatori guardano all’unico Paese che ha di fatto rinunciato a questo regime migratorio uscendo dall’UE.

Bisogna riportare indietro le lancette dell’orologio di quasi dieci anni. Il 23 giugno 2016 il popolo del Regno Unito votò a sorpresa a favore della Brexit. L’uscita effettiva dall’UE è avvenuta oltre quattro anni dopo, il 1° gennaio 2021.

Le analisi successive al voto hanno mostrato che i timori legati all’immigrazione sono stati determinanti. Negli anni precedenti, la migrazione netta dall’UE – in particolare dall’Europa centrale e orientale – era fortemente aumentata dopo gli allargamenti del 2004 e del 2008, raggiungendo un picco nel 2014.

Lo slogan “Take back control” (“riprendere il controllo”), ripetuto all’epoca da coloro che sostenevano la Brexit, richiama molto da vicino gli argomenti avanzati oggi dall’UDC, che denuncia un’immigrazione divenuta “fuori controlloCollegamento esterno”.

Cenni Najy, responsabile politico del Centre Patronal, un’organizzazione dei datori di lavoro basata nel Canton Vaud, contrario all’iniziativa UDC, vede “parallelismi evidenti”. “La questione migratoria che si pone oggi in Svizzera è simile a quella che era al centro del dibattito durante la campagna per la Brexit”, osserva.

Dopo la Brexit, l’immigrazione è aumentata

Nel Regno Unito molte persone ritenevano che l’immigrazione sarebbe diminuita uscendo dall’UE. In realtà, “l’impatto della Brexit in sé non è stato quello di ridurre l’immigrazione, sottolinea Jonathan Portes, professore di economia e politiche pubbliche al King’s College di Londra. Anzi, è accaduto il contrario. Il sistema introdotto dal Governo dopo la Brexit ha portato a un aumento complessivo dell’immigrazione netta”.

L’immigrazione dall’UE e dall’AELS (Svizzera, Liechtenstein, Islanda e Norvegia) ha iniziato a rallentare già nel 2016, prima ancora dell’uscita effettiva. “La Brexit ha dissuaso gli europei dal venire”, spiega Portes. Questo rallentamento si è accentuato dopo la fine della libera circolazione.

Dal 2021 è entrato in vigore un nuovo sistema che facilita l’accesso al mercato del lavoro e ai visti studenteschi per i cittadini e le cittadine di Paesi terzi. Il cambiamento è avvenuto in un contesto di carenza di manodopera legata alla ripresa post-Covid e di arrivi massicci di persone rifugiate da Hong Kong e Ucraina.

Un’immigrazione più extra-UE

Negli anni successivi, il calo dell’immigrazione europea è stato “più che compensato da un forte aumento degli arrivi da Paesi extra UE”, riassume Portes.

A fronte di un forte malcontento, il Governo britannico ha successivamente irrigidito la propria politica migratoria, in particolare sul ricongiungimento familiare. I dati più recenti del 2025 mostrano che il saldo migratorio complessivo è tornato ai livelli pre-Brexit.

Ma la sua composizione è profondamente cambiata: l’immigrazione dai Paesi extra UE resta nettamente più elevata di prima, mentre quella proveniente dall’UE è fortemente diminuita, stando a quanto riporta l’Osservatorio della migrazione di OxfordCollegamento esterno. Oggi i principali Paesi di provenienza sono India, Cina, Pakistan e NigeriaCollegamento esterno.

Aumento degli arrivi clandestini via mare

Una categoria, invece, non è diminuita: i richiedenti asilo. Il loro numero è aumentato sensibilmente dal 2021, raggiungendo un picco di oltre 110’000 personeCollegamento esterno nell’autunno 2025. Tra il 2004 e il 2020 oscillava tra 22’000 e 46’000 all’anno.

Questa crescita si spiega in gran parte con l’aumento delle traversate della Manica a bordo di imbarcazioni di fortuna. Circa 46’000 persone hanno tentato di raggiungere le coste britanniche nel 2022, contro appena 300 nel 2018.

Un secondo picco, circa 42’000 attraversamenti, è stato registrato nel 2025. Secondo il Ministero dell’interno britannico, oltre 200’000 persone hanno tentato la traversata dal 2018. La quasi totalità ha chiesto asilo.

Jonathan Portes sottolinea che la Brexit spiega solo in parte questo aumento. Tra gli altri fattori vi sono il rafforzamento dei controlli alle frontiere europee e la diminuzione dei costi delle traversate organizzate dai trafficanti.

Resta il fatto che, dopo l’uscita dall’UE, il Regno Unito non può più rinviare le persone richiedenti asilo verso il primo Paese di ingresso nell’UE, come consentiva il regolamento di Dublino. La cooperazione con Bruxelles è diventata più complessa. “L’uscita dall’Unione ha limitato la capacità del Regno Unito di contrastare la migrazione irregolare”, conclude una notaCollegamento esterno del Parlamento europeo.

Un cambiamento dei flussi migratori anche in Svizzera?

Cenni Najy ritiene che la Svizzera potrebbe sperimentare un effetto di “sostituzione migratoria simile” in caso di approvazione dell’iniziativa UDC. “Se il Regno Unito, che è un’isola, ha già grandi difficoltà a controllare i flussi clandestini, ci si può interrogare sulla situazione della Svizzera, che non può controllare ogni metro della propria frontiera terrestre con i Paesi vicini”, osserva.

Secondo lui, una “variabile di aggiustamento” sarebbe costituita dal lavoro frontaliero, non toccato dal testo. Oggi oltre 400’000 persone lavorano in Svizzera con questo statuto.

“Se l’iniziativa venisse applicata, la tentazione per la politica sarebbe quella di colmare le carenze di manodopera con frontalieri e frontaliere”, afferma. Ma anche con lavoratori e lavoratrici con statuti più precari o temporanei, privi del diritto al ricongiungimento familiare. In sostanza, “si uscirebbe da un regime migratorio per crearne un altro, più caotico, meno europeo e meno regolato rispetto a quello attuale”.

L’UDC respinge il paragone con la Brexit

Per Nicolas Kolly, consigliere nazionale dell’UDC del canton Friburgo, il confronto con quanto accaduto in Gran Bretagna non è pertinente. “La nostra iniziativa non è una Brexit svizzera”, dichiara. Innanzitutto perché, a suo avviso, potrebbe essere applicata senza denunciare l’accordo di libera circolazione, intervenendo prima su asilo, ricongiungimento familiare e clausole di salvaguardia.

Kolly sostiene inoltre che la Svizzera potrà comunque reclutare la manodopera qualificata di cui ha bisogno. “Anche con l’iniziativa, circa 40’000 persone all’anno potrebbero continuare a immigrare”, assicura.

Secondo il consigliere nazionale dell’UDC, l’elevata immigrazione non ha eliminato la carenza di manodopera e, anzi, crea nuovi bisogni in termini di alloggi, sanità e trasporti. Il ricorso al frontalierato sarebbe esso stesso un “effetto indotto” della libera circolazione. “Un numero importante di frontalieri viene in Svizzera per svolgere lavori che derivano direttamente dall’immigrazione”, afferma.

Per Kolly, l’esempio britannico dimostra soprattutto il fallimento di una politica migratoria “coerente” dopo la Brexit. Al contrario, l’iniziativa del suo partito fisserebbe un “obiettivo chiaro”, evitando un semplice spostamento dei flussi.

Nessuna “soluzione magica”

Jonathan Portes, del King’s College di Londra, preferisce invece non sbilanciarsi sugli effetti che un’eventuale abolizione della libera circolazione potrebbe avere sui flussi migratori verso la Svizzera.

L’esempio britannico mostra piuttosto i limiti delle promesse di “soluzioni semplici e indolori”, capaci di ridurre l’immigrazione “come per magia”. “È un’illusione, afferma. Pressioni economiche e demografiche, carenze di manodopera: la Brexit ha cambiato il modo di gestirle, ma non le ha fatte scomparire.”

“La migrazione è un fenomeno complesso. L’elaborazione di una politica migratoria implica scelte difficili, e questo vale anche per la Svizzera”, afferma. Secondo Portes, la principale lezione della Brexit è forse che i governi hanno meno controllo su queste dinamiche di quanto credano.

Nell’immagine: Nigel Farage, leader del partito anti-immigrazione e pro-Brexit UKIP, davanti a un manifesto elettorale il 23 giugno 2016. Nel Regno Unito, molti pensavano che con la Brexit l’afflusso di migranti sarebbe diminuito. E invece è successo proprio il contrario.


Sud del Libano a ferro e fuoco. La furia di Israele non si placa

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

Di Pasquale Porciello, il manifesto

Il primo dei due giorni di negoziati alla Casa Bianca tra Libano e Israele non ha fermato i bombardamenti israeliani e i combattimenti in Libano. La diplomazia libanese prova a portare a casa almeno una sospensione degli attacchi israeliani o quantomeno il rientro dell’escalation iniziata la settimana scorsa, quando il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato tutta l’area a sud del fiume Zahrani, a una quarantina di chilometri dal confine, «zona di guerra».

«Ripeto che le negoziazioni sono l’opzione meno costosa per il Libano e i libanesi» ha scritto su X il primo ministro libanese Nawaf Salam nel pomeriggio. «Costituiscono il cammino più breve verso la fine dell’occupazione e il ritorno dei nostri abitanti del sud nelle loro città e villaggi, dal momento che tutti gli sforzi sono unificati sotto l’autorità dello Stato».

NEL SUD DEL LIBANO gli attacchi dell’aviazione israeliana sono stati anche ieri violentissimi. A nulla sono valse le rassicurazioni di Trump di lunedì sera, quando su Truth aveva scritto che Israele non avrebbe attaccato Hezbollah e «che loro non avrebbero attaccato Israele». Lunedì mattina – e poi nuovamente alle cinque di pomeriggio – in un comunicato congiunto Netanyahu e il suo ministro della Difesa Israel Katz avevano minacciato di bombardare la Dahieh, la periferia sud di Beirut, creando il panico in città e constringendo migliaia di persone alla fuga. La Dahieh ospita tra i 500mila e i 700mila abitanti.

Katz e Netanyahu insistono sulla possibilità di bombardare Beirut, stabilendo «un’equazione secondo cui la sorte della Dahieh sarà legata a quelle delle località a nord di Israele», ha detto ieri il ministro della Difesa israeliana, parlando di «principio validato dagli Stati uniti». Hezbollah ha subito rilanciato: «Non accetteremo alcun accordo parziale di cessate il fuoco. (…) Ad ogni aggressione contro la Dahieh corrisponderà una risposta più forte» sul nord di Israele, ha assicurato Mahmud Qamati, membro di alto rango del bureau politico del partito armato.

Decine i raid israeliani nella notte tra lunedì e martedì. Mansuri, Seddiqine, Houch, Majdel Selm, Buyut el-Sayyad e Chhour nel distretto di Tiro, Kfar Sir in quello di Nabatieh, Tebnine, Haddatha, Yater a Bint Jbeil, Debbine a Marjayun (dove i l’esercito israeliano demolito con la dinamite alcune abitazioni civili) e Maruanieh a Saida, dove un’intera famiglia di sei persone è stata sterminata. Stessa storia ieri. Bombardamenti a Hanniyeh e Srifa a Tiro. Un drone ha attaccato un’auto a Jibchit e un jet ha bombardato la periferia di Kferremmane a Nabatieh, e una moschea a Jezzine.

NUOVI ORDINI DI EVACUAZIONE nella città di Nabatieh, il centro economico del sud del paese, e poi bombardamenti. Bombe anche a Tiro. In serata l’esercito israeliano ha affermato che decine di combattenti di Hezbollah si sarebbero rifugiati nel quartiere cristiano della città e ha chiesto ai «membri della comunità cristiana di Tiro di esigere l’espulsione degli elementi sabotatori», altrimenti saranno emessi degli ordini di evacuazione forzata anche per i quartieri cristiani, finora risparmiati dalla furia israeliana.

Nel campo palestinese di Burj Shemali sempre a Tiro, un double-tap – il doppio colpo con cui Israele colpisce i soccorritori arrivati sul posto dopo un primo bombardamento – alcuni operatori sanitari sono stati colpiti. Almeno 14 i feriti e due i morti. Sono oltre 130 i soccorritori uccisi dal 2 marzo, data di inizio di questa nuova fase della guerra, a oggi. Tanti i raid anche sui villaggi intorno a Bint jbeil.

Hezbollah ieri non ha lanciato missili sul nord di Israele, ma non ha arrestato i combattimenti sul terreno, come aveva annunciato frettolosamente Trump. Ha invece rivendicato attacchi alla fortezza di Beaufort, conquistata domenica dalle truppe israeliane. A Zawtar el-Charqieh Hezbollah ha detto di aver fatto saltare in aria un carrarmato Merkava e due blindati israeliani grazie agli ormai famosi droni alla fibra ottica, che i servizi di sicurezza israeliani non riescono ad intercettare. A Haddatha (Bint Jbeil) il partito armato ha comunicato di aver respinto l’avanzata di alcune truppe di terra israeliane.

IL MINISTERO DELLA SANITÀ libanese, come ogni giorno, ha reso pubblico il bilancio dei morti, 3.468, e dei feriti, 10.577, dal 2 marzo a ieri.

Oggi va in scena la seconda giornata del quarto ciclo di incontri diretti fra le diplomazie israeliana e libanese. Il Libano, alle prese con un’emergenza umanitaria che coinvolge direttamente un quinto della popolazione, ha urgente bisogno della fine dei combattimenti, dei bombardamenti e dell’occupazione israeliana. Ma al momento nessuna soluzione concreta e duratura è ancora sul tavolo.

Nell’immagine: un escavatore rimuove le macerie a Tiro, in Libano


Iran, i 7 motivi per cui gli Usa hanno “non vinto” la guerra

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

Di Giordano Stabile, La Stampa

Le trattative nel Golfo sono in stallo, come lo è la guerra. Non ha vinto l’Iran, perché non è riuscito a espellere le truppe americane dalle 20 basi sparse dall’Iraq agli Emirati, una collana di fortezze sulla via del petrolio.

Non ha vinto l’America, perché quella stessa via è ostruita dai missili, droni e barchini veloci dei Pasdaran. E le basi hanno subito pesanti danni, anzi continuano a subirli in raid sporadici, non sono difendibili. Gli obiettivi iniziali, cambio di regime, smantellamento arsenale missilistico, dismissione delle milizie sciite alleate, sembrano ormai sogni di mezza estate. Sul perché gli Stati Uniti hanno “non vinto” ci sono almeno sette risposte.

1. L’uccisione della Guida Ali Khamenei. Invece del caos ha portato il compattamento del regime e legittimato la successione del figlio Mojtaba, fino ad allora osteggiata e considerata uno scandalo familistico.

2. L’uccisione del numero due Ali Larijani. Larijani era in conflitto con l’ala ultra-oltranzista guidata da Ghalibaf. Senza di lui si è creato un unico blocco di falchi.

3. Guerra dei dodici giorni del 2025. L’effetto sorpresa per far crollare il regime è stato di fatto annullato dal precedente attacco. Da allora i Pasdaran si sono preparati: l’ordine era bloccare Hormuz al primo missile avvistato. E così è stato.

4. Credere che la strategia shock-and-awe usata contro Saddam Hussein potesse funzionare. La Repubblica islamica si è preparata a questo tipo di attacco per vent’anni dopo aver studiato il collasso dell’Iraq.

5. Uso di missili e bombe plananti costose e difficili da rimpiazzare per distruggere l’apparato missilistico iraniano. In particolare, lo stock delle cosiddette Jassm si è ridotto in poco settimane sotto il livello di guardia.

6. Uso di intercettori sofisticati e costosi per bloccare le rappresaglie iraniane. In 38 giorni di conflitto ad alta intensità il Pentagono ha consumato il 60 per cento dei Patriot e oltre la metà dei Thaad. Ci vorranno da uno a tre anni, al ritmo di produzione attuale, per ricostituire gli arsenali

7. Attacchi agli ingressi dei siti missilistici sotterranei. Anche qui si sono usate le Jassm o altri ordigni ancora meno disponibili per raid in sostanza inutili. Gli ingressi venivano riparati in due o tre giorni e il lancio dei missili riprendeva con un ritmo costante.


Ebola, piano americano per portare gli infetti in Kenya. Esplode la protesta: 2 morti

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

Di Elena Dusi, La Repubblica

 

“Non vogliamo e non possiamo ammettere alcun caso di Ebola nel nostro paese”. Così sabato scorso decretava il segretario di stato americano Marco Rubio. Il suo diktat contro il virus che si sta espandendo con oltre mille casi in Repubblica Democratica del Congo prevedeva la costruzione di un ospedale in Kenya per accogliere gli eventuali cittadini americani contagiati.

Già un medico statunitense, un missionario in un centro di cura evangelico a Bunia (nel nordest del Congo, epicentro dell’epidemia) si era ammalato a metà maggio. L’ospedale Charité lo sta curando in isolamento a Berlino. Un collega con cui lavorava è in osservazione a Praga. Eventuali nuovi casi, nelle intenzioni di Washington, verrebbero così tenuti alla larga del territorio Usa, tanto meglio se direttamente sul continente d’origine del virus.

La paura del Kenya

Il ragionamento non ha affatto convinto il paese africano. Anche il Kenya, che non ha registrato alcun contagio, ma confina con l’Uganda che ne conta otto, ha tutte le intenzioni di tenere Ebola fuori dalla porta. La Corte Suprema di Nairobi ha quindi decretato l’illegittimità della proposta di Washington. Nessuna struttura di isolamento riservata a cittadini americani sarebbe stata costruita sul suo territorio.

Più ambigua è stata la risposta del governo kenyano. Gli Usa sostengono di averne ricevuto l’assenso. Il ministro della SaluteAden Duale ha provato a spiegare che il centro sanitario americano fa parte di una strategia di rafforzamento delle risposte d’emergenza del paese.

Washington non sente ragioni

Washington ha interpretato queste parole come una luce verde. Incurante della sentenza della Corte Suprema, ha organizzato un ponte aereo verso la base militare di Laikipia, nella cittadina di Nanyuki, che si trova un centinaio di chilometri a nord di Nairobi, dove sorgerebbe l’ospedale per la quarantena da 50 posti per gli eventuali contagiati. Al suo interno verrebbero accolti pazienti positivi al virus ma senza sintomi.

Già nei primi giorni dell’epidemia (annunciata dall’Oms il 16 maggio) l’amministrazione Trump aveva deciso che tutti i viaggiatori non americani provenienti dai paesi colpiti da Ebola avrebbero dovuto essere respinti dagli Usa.

“Protestiamo per salvarci la vita”

I cittadini del Kenya in questa situazione ambigua hanno deciso di far sentire la loro voce. Alcune centinaia di persone ieri hanno cercato di avvicinarsi alla base, facendo rumore con i fischietti e bruciando copertoni, fronteggiati da carri armati e soldati. Negli scontri due persone sono rimaste uccise.

“Nanyuki è una piccola città” ha spiegato uno di loro alla Reuters. “Il personale militare della base vive accanto a noi. I loro bambini vanno a scuola con i nostri. Se qualcuno si infetta, tutti finiremo per infettarci. Stiamo protestando per salvarci la vita”.

Anche leader locali come il governatore del distretto di Laikipia (del quale Nanyuki è il capoluogo) Joshua Irungu si sono detti contrari al centro di quarantena americano: “Esporrà il nostro popolo a Ebola”.

Il testo dell’accordo resta segreto

A poco, per convincerli, sono serviti la dichiarazione di Duale (“il centro sarà usato anche dai cittadini kenyani”) e l’impegno (per ora solo a parole) di Rubio di erogare al paese 13,5 milioni di dollari per rafforzare il sistema sanitario.

La sentenza della Corte Suprema di Nairobi era stata sollecitata da un’associazione per la difesa dei diritti costituzionali del Kenya, il Katiba Institute. Il gruppo di cittadini aveva chiesto di leggere il testo dell’accordo con gli Usa. Il governo di Nairobi non aveva risposto, evitando anche di pronunciarsi con chiarezza sull’esistenza o meno del patto. A parlare per lui sono gli aerei militari con le insegne a stelle e strisce che da giorni atterrano a decollano a Laikipia. “Aspettiamo i dettagli del documento. Vogliamo che sia portato in Parlamento e discusso pubblicamente” ha spiegato la presidentessa di Katiba, Nora Mbagathi su X. “La nostra obiezione legale resterà efficace fino a quando non sarà dimostrato che il progetto risponde agli interessi dei kenyani”.


L’economia russa è a un bivio: tagliare sulla Difesa o rischiare la recessione

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

Di Sabato Angieri, il manifesto

C’è aria di crisi ai vertici dell’economia russa. Banca centrale, ministero delle Finanze e dello Sviluppo economico hanno informato il Cremlino che l’attuale livello di spesa previsto per la Difesa rischia mandare in bancarotta il bilancio dello stato. Bisogna trovare soldi in fretta se si vuole continuare a investire così massicciamente nella guerra in Ucraina, altrimenti si rischia la recessione in tempi brevi.

LO SOSTIENE Bloomberg che ha esaminato diversi documenti ufficiali russi e ha sentito alcune persone informate sulle discussioni in atto a Mosca. Vladimir Putin sarebbe furioso. Ad aprile aveva ordinato quasi in diretta nazionale ai funzionari del governo di spiegare perché l’economia stesse registrando risultati inferiori alle aspettative. Dalle previsioni di crescita all’1,3%, comunque le più basse dall’inizio della guerra, siamo passati allo 0,4%. Non è bastata l’impennata dei prezzi del petrolio (di cui la Russia è tra i maggiori esportatori mondiali) causata dalla guerra in Iran, che pure ha rappresentato la proverbiale manna dal cielo per le finanze della Federazione. Stando alle fonti di Bloomberg: «Il petrolio dovrebbe rimanere sopra i 100 dollari al barile per almeno un anno affinché l’economia migliori in modo significativo e questa manna non risolve i problemi strutturali che incidono sulla crescita, sull’inflazione e sul settore bancario».

LA REPRIMENDA di Putin ai suoi funzionari è facilmente interpretabile come un’ammissione di difficoltà prima ancora che di frustrazione. Il deficit di bilancio di Mosca quest’anno si è allargato raggiungendo livelli record: nel primo quadrimestre del 2026 è salito a 5,9mila miliardi di rubli, «pari al 2,5% del Pil, circa il 50% in più rispetto al piano annuale». Ovviamente la parte del leone in questo contesto è rappresentata dalle spese militari, cresciute del 30% negli ultimi anni, ma non tutti sono favorevoli alla loro riduzione.

Alcuni alti funzionari del ministero della Difesa, generali e consiglieri di Putin ritengono che in questa fase la spesa militare della Russia sia intoccabile in quanto rappresenta il vero traino dell’economia. La riconversione bellica ha portato moltissime aziende a collaborare con il comparto militare diventando parte attiva dell’apparato che mantiene la guerra e l’economia. Tagliare in questo settore, sostengono questi individui, sarebbe come affossarsi da soli. Il capo ha quindi chiesto ai funzionari dell’economia di trovare altri settori in cui tagliare, ma sarà sempre lui a decidere la fattibilità delle proposte e l’eventuale entità del taglio.

Sarebbe per far fronte a queste difficoltà che alcuni alti funzionari europei iniziano a pensare che ci sarà un’escalation. Il Washington post scrive che diverse fonti del Vecchio continente hanno interpretato i recenti attacchi – incluso quello devastante di ieri su Dnipro e Kiev – come un «tentativo da parte di Mosca di costringere Bruxelles e Washington alla ripresa dei negoziati di pace, giunti a un punto morto, per concordare un accordo di pace alle proprie condizioni». Inoltre, la fase estiva dei combattimenti in Ucraina non è iniziata con le migliori premesse per le forze russe (solo 14 kmq conquistati a maggio e alcune perdite di terreno nella zona del Dnipropetrovsk) e questa nuova ondata di raid potrebbe servire a dare ai soldati l’impressione che la situazione è sotto controllo e trasmettere al nemico la paura per l’inasprirsi dei bombardamenti.

IL MESSAGGIO è rivolto anche a Donald Trump, che da quando si è impegnato contro l’Iran ha smesso di interessarsi direttamente alle vicissitudini est-europee.

Nell’immagine: un ufficio di cambio valuta a Mosca


Macchine ideologiche

Sono giovani, hanno successo e sul conto in banca hanno almeno 2 milioni di franchi, ma a volte anche miliardi: sono i 100 più ricchi under 40 anni della Svizzera, secondo una classifica – giunta alla 12esima edizione – stilata dal periodico finanziario Bilanz. 

Di Bartholomäus Laffert, WOZ

WOZ: Signor Bhila, a febbraio una scuola nella città iraniana di Minab è stata colpita da un missile. Almeno 175 persone sono morte, tra cui 120 bambini. Si presume che gli Stati Uniti siano responsabili dell’attacco. Che ruolo ha avuto l’intelligenza artificiale?

Ishmael Bhila: I primi rapporti indicano che il sistema di intelligenza artificiale Maven Smart System è stato coinvolto nella definizione degli obiettivi: lo stesso sistema che ha generato oltre mille coordinate di punti da colpire nelle prime 24 ore della guerra contro l’Iran. Tali algoritmi danno ai decisori un senso di fiducia esagerato in se stessi, e l’illusione della loro accuratezza porta poi a errori così gravi.

L’attacco si sarebbe potuto prevenire?

Se ci fosse stato un divieto o almeno una regolamentazione dei sistemi d’arma automatizzati o dell’intelligenza artificiale in ambito bellico, l’attacco forse non sarebbe mai avvenuto.

Quando si parla effettivamente di sistemi d’arma autonomi?

Secondo la definizione del CICR, un’arma è considerata un sistema d’arma autonomo se seleziona i bersagli senza intervento umano e usa la forza contro di essi. La decisione di togliere la vita è delegata alle macchine senza alcun reale controllo umano.

Cosa li distingue dai droni convenzionali, come quelli usati dagli Stati Uniti in Pakistan o in Afghanistan?

Con un drone a pilotaggio remoto, un essere umano segue il bersaglio su uno schermo, a volte per ore o giorni. Il soldato sviluppa – paradossalmente – una sorta di attaccamento. Vede come vive la persona con la sua famiglia, dove dorme, dove va. La ricerca parla di una “ferita morale”, una ferita psicologica per l’operatore quando deve confrontarsi con la moralità delle proprie azioni durante un attacco con un drone. Può sembrare cinico, ma rappresenta una forma di autocontrollo umano.

Ma oggigiorno non è forse un essere umano a rivedere i suggerimenti dell’IA?

Teoricamente, sì. Gli sviluppatori di sistemi militari autonomi parlano di “human in the loop”, una persona che conferma la decisione. Tuttavia, la realtà è più complessa. Innanzitutto, c’è il concetto di “human on the loop”: qualcuno monitora il sistema ma interviene solo se qualcosa sembra non andare per il verso giusto. A tutto ciò si aggiunge il “pregiudizio dell’automazione”: se la tecnologia formula un suggerimento, le persone tendono ad accettarlo, semplicemente perché si fidano dei computer. Se il sistema afferma che una determinata persona è un terrorista, chi oserebbe contraddire l’algoritmo? Poi c’è la pressione operativa: se un sistema identifica mille potenziali obiettivi in ​​pochi secondi, non c’è tempo per le verifiche.

Sembra la trama di un videogioco.

Sì. Il sistema Lavender, utilizzato dall’esercito israeliano a Gaza, assegna dei punteggi ai potenziali obiettivi. Calcola quante morti di civili sono considerate accettabili in un attacco contro una persona specifica. Per un soldato di basso rango, questa cifra arrivava a dieci o quindici nelle prime settimane di guerra; per i comandanti di alto grado, superava le cento. Questa logica classifica le persone come sacrificabili, negando loro il diritto alla vita. È un algoritmo che calcola quante persone devono morire. Non è un concetto astratto; sta accadendo proprio ora.

I rappresentanti militari sostengono che questi sistemi consentono attacchi più precisi e quindi una migliore protezione dei civili.

Gli studi suggeriscono il contrario. Le guerre vengono notevolmente accelerate da questi sistemi: i bersagli vengono selezionati più rapidamente e la distruzione procede più velocemente. A Gaza, Lavender ha contrassegnato decine di migliaia di palestinesi come potenziali bersagli. Un generale dell’aeronautica statunitense ha osservato già nel 2021 che un sistema di puntamento basato sull’intelligenza artificiale ha raggiunto un tasso di successo solo del 25% circa in condizioni reali, nonostante il sistema stesso stimasse la propria affidabilità al 90%. La macchina non è più precisa. È semplicemente più veloce.

I produttori affermano che i sistemi migliorano nel tempo.

Questa è un’affermazione particolarmente sadica. Perché questi sistemi non vengono testati solo in laboratorio, ma anche su persone reali. In Libia, Etiopia, Gaza e Iran. Esiste una convinzione molto occidentale, molto “positivista” e ingenua, secondo cui la tecnologia è intrinsecamente neutrale, oggettiva e progressista, e pur commettendo errori, alla fine li supererà. Ma questi “errori” sono vite umane. E questi modelli non sono affatto esenti da ideologia.

In che modo?

I sistemi riflettono i pregiudizi di chi li ha sviluppati, un fenomeno noto come “pregiudizio algoritmico”. I pregiudizi sociali che nutriamo – razzismo, sessismo e simili – sono codificati in questi sistemi e riprodotti attraverso la violenza tecnologica. Il Progetto Maven, il programma centrale di targeting basato sull’intelligenza artificiale dell’esercito statunitense, è stato esplicitamente sviluppato nel contesto della “Guerra al Terrore”, con un focus su un gruppo molto specifico e un particolare profilo di persone. Alex Karp, CEO di Palantir, che ha svolto un ruolo chiave nel suo sviluppo, ha dichiarato pubblicamente di voler “aiutare l’Occidente a raggiungere la sua ovvia e intrinseca superiorità”. Questa stessa ideologia è radicata nei sistemi.

In Ucraina, il software di Palantir sta aiutando l’esercito a combattere l’invasione russa. Karp ha dichiarato alla rivista Time che ciò offre l’opportunità di realizzare la missione di Palantir di “difendere l’Occidente”.

La decisione del sistema su chi è considerato umano e chi no è determinata da fattori sia storici che strutturali. Come si evince dalle dichiarazioni di Karp, gli ucraini sono considerati dagli sviluppatori di queste tecnologie come persone meritevoli di protezione. Seguendo la stessa logica, la popolazione di Gaza non sembra essere percepita allo stesso modo. Di conseguenza, l’utilizzo di questi sistemi deve essere compreso nel contesto di quelle strutture globali ineguali che riducono determinati gruppi di popolazione a semplici “esseri umani usa e getta”.

Perché non esiste un divieto internazionale sulle armi basate sull’intelligenza artificiale?

Dal 2014 sono stati compiuti sforzi per includere i sistemi d’arma automatizzati nella Convenzione sulle armi convenzionali (CCW), un trattato delle Nazioni Unite sul controllo degli armamenti che regola o vieta l’uso di armi particolarmente crudeli. Tuttavia, esistono molti ostacoli, come il principio del consenso della CCW: secondo questo principio, i risultati possono essere raggiunti solo se tutti gli Stati parte sono d’accordo, il che significa che ogni Stato ha diritto di veto.

Quali Stati lo stanno bloccando?

Principalmente Stati Uniti, Russia, Israele e Turchia. Ufficialmente, affermano di non voler ostacolare l’innovazione e considerano sufficienti le leggi esistenti. Ufficiosamente, tuttavia, perseguono interessi economici e militari. Una regolamentazione vincolante limiterebbe il loro presunto vantaggio strategico. E gli Stati con ambizioni imperiali vedono queste armi come un mezzo per perseguirle senza rischiare la vita dei propri soldati.

E chi si batte per la regolamentazione?

Più di cento Stati, la maggior parte dei quali del Sud del mondo. Chiedono uno strumento giuridicamente vincolante ai sensi del diritto internazionale. Tra questi figurano Sierra Leone, Costa Rica, Messico e Uruguay. Anche Paesi europei come Austria, Irlanda e Svizzera si sono uniti a loro. Esiste già una bozza di protocollo aggiuntivo alla Convenzione sulle armi convenzionali (CCW) che regolamenterebbe i sistemi d’arma autonomi. E a novembre all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite 156 Stati hanno votato a favore di una risoluzione che chiedeva un’azione urgente. Solo cinque Stati hanno votato contro.

Perché gli Stati del Sud del mondo sono così profondamente coinvolti in questa questione? 

Questi sistemi permettono di violare la sovranità di uno Stato senza lasciare tracce che possano comportare potenziali responsabilità. E storicamente parlando – e questo è il punto cruciale – molti di questi Stati hanno sperimentato in prima persona la violenza imperialista. Riconoscono la stessa logica in queste tecnologie, seppur in una nuova forma.

Come valuta le possibilità di un accordo internazionale?

La prossima Conferenza di revisione della Convenzione sulle armi convenzionali (CCW) è prevista per novembre a Ginevra. Bisogna vedere se verrà dato un mandato per l’avvio di negoziati concreti per un trattato, oppure se si resterà a livello di discussioni non vincolanti.

E se non ci fosse alcuna regolamentazione?

Lo stiamo già vedendo. Prevale la logica dei potenti. E non si tratta solo delle vecchie potenze imperialiste, ma anche di paesi come la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti o l’India: stati che sanno che queste tecnologie sono più economiche dei mezzi militari convenzionali e che stanno costruendo le proprie sfere d’influenza. In assenza di regolamentazione, la soglia per la guerra si abbassa. Il ritmo della distruzione aumenta. E alla domanda su chi costituisca un bersaglio legittimo – chi sia da considerarsi un essere umano e chi no – non risponde più un essere umano, bensì una macchina.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: “L’illusione della precisione porta a gravi errori”: Rovine di una scuola a Minab, in Iran, distrutte da un missile (presumibilmente statunitense)