Kiev brucia. I russi mobilitano una forza d’assalto colossale contro l’Ucraina

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

Il grande attacco promesso dal Cremlino contro Kiev è cominciato alle due di notte: tredici le vittime e decine di feriti. Dozzine di missili d’ogni tipo hanno iniziato a cadere sulla capitale ucraina. L’orizzonte è stato squarciato dalle esplosioni e dagli incendi, mentre una parte della città è rimasta senza energia elettrica: il cielo di interi quartieri si è tinto di rosso.

Il bollettino dei danni viene aggiornato in continuazione: a Kiev tre palazzi residenziali, uno dei quali di ventiquattro piani, sono stati avvolti dalle fiamme. Ci sarebbero numerose persone intrappolate sotto le macerie di un altro edificio. Vittime a Dniproe a Kharkiv, tra cui un bambino. Ma il bilancio è provvisorio perché l’incursione è ancora in corso. Nella capitale la popolazione si è riversata in massa nelle stazioni sotterranee della metropolitana: sono affollate anche le banchine accanto ai binari.

La scorsa settimana Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro Kiev. Il ministro degli Esteri Lavrov ha invitato gli stranieri e il personale diplomatico a lasciare la città: una minaccia ripetuta nel colloquio con il segretario di Stato Rubio, senza che da parte statunitense ci fosse la minima reazione. A Berlino giovedì c’è stata una riunione d’emergenza con l’inviato di Zelensky, Umerov, e i rappresentati di Francia, Germania e Gran Bretagna. Nulla però ha fermato i piani di Putin.

Ieri poco prima della mezzanotte i russi hanno mobilitato una forza d’assalto colossale, sincronizzando ondate di ordigni contro il territorio ucraino. Almeno cinque bombardieri Tu 95 e Tu 160 hanno scagliato una ventina di missili cruise; altri sedici sono partiti dalle navi dislocate nel Mar Caspio. Poi sono entrate in azione le rampe semoventi dei missili balistici Iskander-M, i più potenti e veloci. Quindi è stata la volta della flotta del Mar Nero con gli ipersonici Zircon. Contemporaneamente un centinaio di droni Shahed ha varcato i confini puntando su diversi centri abitati del Paese.

Stando alle immagini di alcuni video, i russi avrebbero usato anche testate a grappolo. Uno dei raid è stato diretto contro una delle batterie di Patriot che fa scudo alla capitale. Il tentativo di eliminare le difese contraeree porta a ipotizzare che altre raffiche verranno scagliate nelle prossime ore. I radar hanno avvistato sedici missili in partenza dal mare e altri bombardieri si sono alzati in volo.

Nell’immagine: Kiev, rifugiati nelle stazioni della metropolitana


L’isolamento tribale di Israele, obiettivo degli alleati di Netanyahu

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

Di Marco Bascetta, il manifesto

L’ Unione europea, quella che dovrebbe riarmarsi per tornare protagonista tra le potenze militari globali, quella che farfuglia intorno a una politica estera comune, è tornata a dimostrarsi un circo di reticenze, opportunismi e furberie.

Nell’ultima riunione informale dei ministri degli esteri a Limassol, di fronte alle continue violazioni di qualsivoglia regola o accordo da parte di Israele e all’evidente boicottaggio non diciamo di un processo di pace ma perfino di più modeste opzioni di tregua, l’Unione minaccia sanzioni contro i coloni «più estremisti» in Cisgiordania, movimento che nei fatti interpreta una precisa linea politica del governo. Un provvedimento più formale che altro contro i tifosi più esagitati della grande Israele del tutto irraggiungibili dalle ire della Ue.

Neppure sulle sanzioni contro il ministro di polizia Ben Gvir, un criminale di lungo corso finito infine sotto i riflettori per aver trattato gli attivisti della flottiglia nello stile della Diaz e di Bolzaneto, gli europei sembrano riuscire a mettersi d’accordo. Il cancelliere Merz, del resto, aveva già anticipato tutto nella maniera più ripugnante dichiarando che Israele stava facendo «il lavoro sporco per noi». Lavoro sporco significa sopraffazione, tortura, indifferenza per qualunque forma di diritto o di tutela, licenza di uccidere a tutto campo. Ma nel legittimare questa condotta il cancelliere non vedeva o non voleva vedere che il «lavoro sporco» Netanyahu lo stava facendo esclusivamente per sé stesso. La cattura della flottiglia e le vessazioni subite dagli equipaggi vi rientrano a pieno titolo.

È da un bel pezzo che Ben Gvir scatena squadracce di fanatici contro i palestinesi e gestisce i coloni in Cisgiordania alla maniera dei pionieri del Far West, ladri e invasori, spalleggiati dalle giacche blu. Dalle sue ricorrenti esibizioni di sopraffazione suprematista nelle carceri e a Gerusalemme appare evidente che non si tratta solo di un fascista, ma di un sadico psicopatico infervorato dalla sofferenza altrui. Come quel politico italiano della stessa razza infame che dichiarava di godere nel vedere i detenuti annaspare nei furgoni cellulari.

Ma c’è qualcosa di più del sadismo, di una demagogia nello stile del giudice Charles Lynch o dell’idea che lo stato d’Israele debba fondare la sua identità sul terrore che è capace di incutere, tra i suoi nemici come anche tra i suoi semplici critici. Il ministro con la spilletta a forma di cappio che festeggia l’introduzione della pena di morte etnicamente circoscritta rappresenta anche e soprattutto una politica: quella che non nasconde la previsione di far sparire completamente i palestinesi o almeno di cancellare la loro presenza in Palestina. Una politica che mira alla riconquista dei confini stabiliti negli antichi testi sacri, nonché al raggiungimento di una potenza tale da imporre la propria volontà e la propria idea di equilibrio all’intera regione. Di questo progetto Ben Gvir è la testa di ariete, insieme all’altro fanatico esponente dell’ultradestra ebraica, il ministro dell’economia Smotrich.

È chiaro che un governo che comprenda simili ministri, seguendone nei fatti le aspirazioni, non può essere interlocutore di nessuno stato democratico e meno che meno suo partner in qualsivoglia campo. Con il disgustoso spettacolo messo in scena sulla nave prigione israeliana il forcaiolo non «sbaglia», ma conduce coerentemente il suo gioco che consiste nel forzare le più feroci derive dello stato di Israele e impedire a Netanyahu qualunque esitazione nell’escalation di violenza militare, politica e poliziesca in cui si è imbarcato. Quest’ultimo non lo può mollare, non tanto per i sei seggi del suo partitino fascista necessari a tenerlo in sella, ma perché al fondo il premier e il suo seguito condividono una visione che trova negli obiettivi sfacciatamente ostentati da Ben Gvir e Smotrich la sua più profonda verità.

Una visione che ha penetrato, inquinato e avvelenato parte non piccola della società israeliana e sta conducendo il paese alla rovina e a una condizione da stato-canaglia. Le squadracce dell’ultradestra che imperversano a Gerusalemme allestendo versioni diurne della notte dei cristalli, i coloni che aggrediscono pastori e contadini in Cisgiordania bruciando coltivazioni e villaggi dovrebbero rappresentare l’identità non remissiva degli israeliani da estendersi possibilmente a tutti gli ebrei.

L’isolamento tribale di Israele entro confini biblici è il sogno dei Ben Gvir e degli Smotrich e un pericolo mortale per gli ebrei di tutto il mondo. Se non si vuole che forche e torture rappresentino il volto di Israele, come dichiarano il ministro degli esteri Gideon Saar e il presidente Herzog, allora queste canaglie dovrebbero essere immediatamente espulse dal governo se non estradate all’Aia per esservi processate. La richiesta di scuse (mai ottenute), circoscritta ai maltrattamenti subiti dagli attivisti italiani, è quasi più indecente del silenzio.

Diversi esponenti della cultura ebraica sono in allarme per l’antisemitismo che questi episodi rischiano di alimentare nel mondo, ma è invece proprio questo genere di reazioni, in grado ad un tempo di screditare la denuncia delle politiche israeliane e di motivare la pretesa dello stato ebraico di poter trasgredire impunemente convenzioni e norme del diritto internazionale, che Tel Aviv si augura.

Nell’immagine: i sostenitori del ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, manifestano davanti alla Corte Suprema


Gli intrecci infernali che minano il Golfo

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

Di Ettore Sequi , La Stampa

Mentre Usa e Iran continuano a negoziare una possibile intesa, Israele amplia le operazioni nel Libano meridionale e minaccia di colpire Beirut. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è riunito d’urgenza su richiesta francese, mentre Washington prepara nuovi colloqui tra rappresentanti israeliani e libanesi. Non sono crisi parallele. Sono i diversi fronti della stessa trattativa regionale.

Per mesi il centro della crisi è stato il confronto tra Washington e Teheran. Oggi il problema non è più raggiungere un’intesa tra loro, ma capire se il Libano permetterà a quell’intesa di sopravvivere.

Paradossalmente, il dossier più vicino alla stabilizzazione è quello che ha prodotto la guerra, l’Iran; quello più vicino all’esplosione è quello che dovrebbe consolidarne la fine, il Libano. Ed è proprio il secondo che rischia di compromettere il primo, per tre ragioni.

Primo. La guerra ha raggiunto il punto in cui i costi crescono più rapidamente dei vantaggi. Gli Usa hanno dimostrato di poter colpire l’Iran. L’Iran ha dimostrato di poter destabilizzare, tramite Hormuz, i mercati energetici. Entrambi hanno scoperto che possono infliggere danni ma non come trasformarli in una vittoria. È qui che nasce il negoziato.

Secondo. L’intesa in discussione non è ancora un accordo, ma una procedura per continuare a negoziare. Usa e Iran stanno cercando una formula che consenta di riaprire Hormuz e rinviare a successivi negoziati le questioni più controverse del dossier nucleare. È un accordo sul fatto di continuare a negoziare un accordo. Questo spiega il peso del primo fantasma che aleggia sul negoziato: Obama.

Per anni Trump ha costruito la propria critica dell’Iran contro l’accordo del 2015, negoziato da Obama. Oggi rischia di dover accettare soluzioni non troppo lontane da quelle che aveva denunciato. Il problema per Trump non è soltanto trovare un compromesso, ma di trovarne uno che non assomigli a una smentita di sé stesso.

Il secondo fantasma è Netanyahu. Ogni progresso nei colloqui con Teheran aumenta il rischio che Israele debba limitare la propria libertà d’azione in Libano.

Terzo. Il vero motore della crisi non è stato il nucleare ma Hormuz. Per mesi il dibattito si è concentrato sull’arricchimento dell’uranio. In realtà è stato il rischio energetico a determinare il ritmo delle decisioni. I primi segnali di normalizzazione emergono proprio nello Stretto, dove il traffico marittimo riprende lentamente. Il negoziato produce effetti a Hormuz più rapidamente che in Libano.

Ed è proprio questo squilibrio a mettere il Libano al centro della crisi. Qui non si scontrano soltanto Israele ed Hezbollah ma due idee incompatibili dell’ordine regionale. Washington vuole separare le crisi. Teheran vuole unirle.

Per Teheran non può esistere una pace separata tra Usa e Iran se continua la guerra contro Hezbollah. L’obiettivo iraniano non è chiudere un conflitto. È ridefinire il significato stesso del cessate il fuoco.

Le ultime ore mostrano che questa non è più soltanto una posizione di principio. Teheran ha minacciato di sospendere i contatti indiretti con Washington; ha evocato nuove restrizioni a Hormuz e ha lasciato intendere che potrebbe attivare altri fronti. Ma continua contemporaneamente a utilizzare i canali di mediazione. Pressione e negoziato procedono insieme.

Questi sviluppi sono importanti per tre ragioni.Innanzitutto, il Libano diventa una condizione del negoziato, non più soltanto una sua conseguenza. Secondo. L’Iran regionalizza la crisi collegando Libano, Hormuz e Asse della Resistenza. Terzo. Emerge una divergenza crescente tra le priorità strategiche Usa e quelle di Israele.

Le dichiarazioni di Trump sono particolarmente rivelatrici. Da un lato sostiene di aver fermato l’ingresso dell’Idf a Beirut e ottenuto da Hezbollah un impegno alla cessazione degli attacchi. Dall’altro minimizza la possibile sospensione dei colloqui con Teheran. La contraddizione è solo apparente. La priorità della Casa Bianca non è solo il negoziato nucleare. È impedire che il Libano lo faccia saltare.

Israele ragiona diversamente. Sul piano tattico Netanyahu vuole contenere Hezbollah, ristabilire la deterrenza e ridurre le critiche interne in vista delle elezioni. Sul piano strategico persegue un obiettivo diverso. Teme che un’intesa tra Usa e Iran riduca la libertà operativa israeliana. Per questo cerca di accumulare vantaggi prima che la diplomazia restringa lo spazio della forza. Crea fatti compiuti per migliorare la posizione israeliana che potrebbe emergere dopo l’intesa.

In sintesi, Trump cerca una de-escalation da presentare come una vittoria. L’Iran cerca una sopravvivenza da presentare come una vittoria. Netanyahu cerca di massimizzare la propria libertà d’azione prima che un eventuale accordo la limiti.

Oggi il problema non è più se Washington e Teheran raggiungeranno un’intesa. Il problema è se il Libano consentirà a quell’intesa di trasformarsi in un nuovo equilibrio regionale. Perché la guerra potrebbe terminare nel Golfo e continuare lungo il Litani. Potrebbe, cioè, emergere un accordo senza che emerga una pace.

E in quel caso il Medio Oriente entrerebbe in una lunga transizione tra una guerra conclusa e una pace mai realmente costruita.


La Città di Lugano ha perso la bussola

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

La maggioranza di destra impone al Comune un’assurda politica di austerità negli investimenti. 

Una città che non programma gli investimenti essenziali per affrontare le sfide attuali è una città imprevidente e di conseguenza malgovernata.

Il Consiglio comunale avrà il coraggio di distanziarsi dal piano finanziario udiccino, che mette un tetto assurdo agli investimenti essenziali per i quartieri e per ampie fasce di popolazione?

Mentre mancano investimenti importanti per la qualità della vita a Lugano, la maggioranza di destra si fa bella con le realizzazioni sportive. Ovviamente lo sport va sostenuto, soprattutto quello giovanile ed amatoriale, ma non basta per dare un futuro a Lugano.

  1. Mancano investimenti contro il riscaldamento climatico: l’unico investimento importante dei prossimi 10 anni è in Piazza Molino (0,6 milioni di franchi netti). Campo Marzio Sud e tanti altri interventi nei quartieri sono rinviati alle calende greche. Ci vorrebbero almeno 50 milioni in 10 anni per agire seriamente.
  1. Mancano investimenti per la mobilità: il sistema viario è saturo nelle ore di punta e non si può ampliare. Ci vogliono corsie preferenziali per rafforzare l’efficienza dei mezzi pubblici incolonnati nel traffico, piste ciclabili che vanno create al posto di inutili posteggi laterali (gli autosili hanno posteggi liberi), migliori trasporti locali nei quartieri.
  1. Mancano investimenti per l’alloggio a prezzi accessibili: la speculazione edilizia impera e il Comune dorme.
  1. Mancano investimenti per spazi culturali indipendenti e gestiti dal basso: gli spazi indipendenti privati chiudono uno dopo l’altro e l’ente pubblico avanza come una lumaca.
  1. Mancano investimenti per affrontare le emergenze sociali: il disagio dei ragazzi e giovani senza prospettive di impiego e formazione (NEET) arriva al 10% della classe d’età. Crescono pure il disagio delle persone con forti dipendenze e l’esclusione delle persone marginalizzate. A fronte di tutto ciò c’è il braccino corto imposto dal risanamento udc.

Per assicurarsi il potere la maggioranza di destra cosa fa? Cavalca la demagogia securitaria. La destra alimenta la paura per ergersi a muscolosa risolutrice dei problemi. Apertamente o ammiccando discredita lo straniero, stigmatizza il dissenso ed invoca solamente misure poliziesche. Il culmine di questa vergognosa postura è raggiunto equiparando le manifestazioni neofasciste pro remigrazione con quelle anticapitaliste e contro i crimini israeliani nel Vicino Oriente.

La Sinistra unita deve continuare a criticare questa narrazione tossica. Siamo la lingua che batte dove il dente duole e che deve indicare una via alternativa per uscire dal buio in cui la Città è finita.

Raoul Ghisletta, municipale Sinistra Lugano

Nell’immagine: il bel golfo di Lugano in “negativo”


Cuba sospesa tra crisi e minacce

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

Da ISPIonline

“Cuba rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e la probabilità di raggiungere un accordo pacifico non è alta”, ha dichiarato il Segretario di Stato americano Marco Rubio. La dichiarazione di Rubio è arrivata un giorno dopo la messa in stato di accusa contro Raul Castro, il 94enne fratello di Fidel che, sebbene non sia più presidente dal 2018, gioca ancora un importante peso politico sull’isola e rappresenta il mantenimento in vita della rivoluzione cubana, l’evento che nel 1959 ha segnato l’inizio della rottura dei rapporti con gli Stati Uniti. L’accusa di omicidio riguarda l’abbattimento nel 1996 di due aerei statunitensi in cui morirono quattro persone. Marco Rubio, che ha origini cubane e rappresenta in parte la posizione dei dissidenti riparatisi negli USA, ha anche affermato che la diplomazia “resta la nostra opzione preferita”, ma aggiunge che “considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, le probabilità che ciò accada non sono alte”. Rubio ha inoltre accusato Cuba di essere “uno dei principali sponsor del terrorismo dell’intera regione” e ha detto che il presidente USA Donald Trump ha il diritto e il dovere di proteggere il paese da qualsiasi minaccia. Le accuse sono state respinte con forza dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, che le ha definite “bugie” dal momento che Cuba non ha mai minacciato gli Stati Uniti, denunciando come Washington stia cercando di “provocare un’aggressione militare”. Lo scenario ricorda quanto avvenuto a gennaio in Venezuela e sembra quindi preludere un qualche tipo di intervento dell’amministrazione Trump, tra cui l’ipotesi di un cambio di regime.

Cosa faranno gli USA?

La massima pressione statunitense contro Cuba sta comportando la più grave crisi economica ed energetica nei 67 anni di regime comunista sull’isola caraibica. La guerra degli USA contro l’Iran ha solo esacerbato il contesto di privazioni e carenze nel sistema economico e sociale cubano. E, sebbene Trump abbia detto di voler evitare escalation, non sarebbe la prima volta che alle dichiarazioni del presidente americano segue tutt’altra azione. Come riporta la BBC, esistono tre possibili scenari d’intervento USA. Il primo è lo “scenario venezuelano”, cioè una missione mirata per rapire Raul Castro e portarlo a processo negli Stati Uniti, come avvenuto lo scorso 3 gennaio, quando un’incursione della Delta Force ha catturato il presidente del Venezuela Nicolas Maduro – uno stretto alleato politico di Cuba, nonché imprescindibile fonte di energia per l’Avana – e l’ha trasportato a New York sotto accusa di narcotraffico. Un’operazione simile è avvenuta anche a Panama nel 1989, quando gli USA catturarono il leader Manuel Noriega. Questa possibilità avrebbe un alto valore simbolico, ma forse non sarebbe sufficiente a porre fine al regime comunista creato dai Castro negli ultimi 70 anni. Il secondo scenario è quello di un regime change. Una possibilità che troverebbe conferme nel fatto che il direttore della CIA John Ratcliff ha incontrato alcuni esponenti del regime, tra cui il nipote di Castro Raúl Guillermo Rodríguez Castro e il ministro degli Interni Lazaro Alvares Casas. In questo caso, sarebbe necessario rimpiazzare la leadership con qualcuno che accomodi gli interessi USA, come nel caso di Delcy Rodriguez, la vice di Maduro che gli è successa a gennaio. Questa possibilità potrebbe contribuire a rompere l’isolamento a cui è sottoposta l’isola da decenni e aprirebbe l’economia, ma di fatto lascerebbe il castrismo al suo posto. Non è detto, però, che esista un equivalente cubano di Delcy Rodriguez e questa incognita si traduce nel rischio di una forte resistenza a difesa del regime cubano. Infine, il terzo scenario prevede il collasso totale di Cuba, senza alcun intervento diretto. Gli USA eviterebbero di esporsi nell’ennesima impresa militare e attenderebbero la fine del regime. Tuttavia, è altamente probabile che questa possibilità comporti l’arrivo di massa di cubani che cercano riparo e una vita migliore nella vicina Florida, come accaduto negli ultimi anni con la popolazione in fuga da Haiti, rappresentando quindi un boomerang per le politiche anti-immigrazione di Trump.

Una crisi senza fine?

Il commento di Antonella Mori, Head, programma America Latina ISPI

“L’amministrazione Trump sta intensificando la pressione sul regime cubano nel tentativo di favorire un processo di apertura politica ed economica, accompagnato da scelte più allineate agli interessi degli Stati Uniti in materia di presenze straniere sull’isola. Le accuse contro Raúl Castro sembrano avere soprattutto lo scopo di ridurne il peso nei negoziati, più che quello di colpire concretamente un uomo vicino ai 95 anni. In vista delle elezioni di metà mandato, Trump vuole probabilmente accreditarsi come il presidente che è riuscito a mettere in crisi il regime cubano; per questo la pressione su L’Avana è destinata a rimanere molto alta anche nelle prossime settimane.”

La crisi di Cuba parte da lontano, ma ha subìto una rapida accelerata negli ultimi mesi. Prima la fine del regime di Maduro, quindi la chiusura dello Stretto di Hormuz, hanno segnato la peggior crisi energetica della vita rivoluzionaria di Cuba. Il Venezuela era il principale fornitore di petrolio del regime cubano, che da gennaio ha perso un imprescindibile sostegno tradottosi in lunghi blackout elettrici e l’assenza di carburante per la popolazione. La guerra contro l’Iran, un altro alleato cubano, e il conseguente blocco di Hormuz che ha fatto impennare il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile, hanno dato un colpo definitivo all’economia del paese caraibico. Ad aprile, una nave russa è riuscita a rifornire Cuba di petrolio grazie alla concessione di Trump, ma da lì in poi i cubani hanno vissuto perlopiù al buio e senza potersi spostare. Quella in corso è una crisi che era in gran parte prevedibile. Già durante il suo primo mandato, Trump aveva aumentato l’isolamento di Cuba, introducendo nuove sanzioni e rafforzando quell’embargo che da decenni impedisce all’isola di avere regolari scambi commerciali col resto del mondo. Dallo scorso febbraio, gli USA stanno imponendo un blocco totale degli energetici diretti a Cuba, una leva economica per portare il regime a un accordo “prima che sia troppo tardi”, come disse a inizio anno il presidente americano. Lo scorso marzo, il primo segretario del partito comunista di Cuba, Miguel Diaz-Canel, che dal 2019 ricopre la carica di presidente, aveva confermato pubblicamente che erano in corso colloqui diplomatici tra l’Avana e Wahington e, nel tentativo di dimostrare una certa apertura alle pressioni USA, il regime aveva rilasciato oltre 2000 prigionieri.

La fine del castrismo?

La massima pressione contro Cuba rientra in quella che a inizio anno è stata battezzata “dottrina Donroe”, cioè il programma di politica estera di Donald Trump, con cui gli Stati Uniti sono tornati a guardare all’emisfero occidentale come un’area di competenza geopolitica esclusiva, su cui esercitare un’egemonia incontrastata. Lo spartiacque è stato il rapimento di Maduro: la dimostrazione che gli USA riprenderanno a trattare tutto il continente americano proiettandovi il proprio dominio militare, garantendosi un’autonomia strategica al servizio esclusivo dei propri interessi economici e politici. E l’isola di Cuba, a poche miglia dalla Florida, era un obiettivo promesso da tempo. La guerra diplomatica tra i due paesi va avanti da quando le forze rivoluzionarie cubane rovesciarono il regime filoamericano di Fulgencio Batista e crearono uno stato socialista nel 1959. Durante la Guerra fredda, Cuba è stato uno degli epicentri dello scontro tra i due blocchi. Dall’invasione fallita della Baia dei Porci del 1961 in poi, gli USA non sono mai stati in grado di rovesciare il regime dei Castro, che sull’isola gode ancora di una certa venerazione, in virtù non solo del successo della rivoluzione ma anche della conseguente crescita sociale che ha alfabetizzato la popolazione, garantito un sistema sanitario e scolastico universale e redistribuito le risorse dell’isola. Dopo la morte nel 2016 del “Lider maximo” Fidel Castro, che nel 2011 aveva ceduto il potere al fratello Raul, la dinastia castrista si era interrotta nel 2019 con l’arrivo di Diaz-Canel, in un periodo segnato dall’aumento delle pressioni e minacce di Trump contro l’isola. La messa in stato di accusa di Raul Castro per fatti risalenti a 30 anni fa sembra offrire a Washington una cornice legale – quella della difesa contro una minaccia alla nazione – per giustificare la volontà di porre fine a un regime che per decenni ha ostacolato, almeno in parte, la tradizionale influenza che gli Stati Uniti intendono esercitare nel proprio vicinato.


La rivolta sociale di una Francia lacerata

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

Di Eric Joszef, La Stampa

Era il 29 maggio 1985 quando gli hooligan del Liverpool seminavano il terrore nello stadio Heysel di Bruxelles, provocando 39 morti e centinaia di feriti. Quarantun anni e un giorno dopo, la finale di Champions League, la principale competizione calcistica europea, si lascia dietro non solo lo scontro tra Paris Saint-Germain e Arsenal ma una nuova scia di vittime e centinaia di arresti. Questa volta è successo al di fuori degli spalti, nelle strade di Parigi e di alcune città di provincia. Come quattro decenni fa una manciata di vandali ha approfittato dell’euforia dei tifosi e, mescolandosi alla folla, ha scatenato violenza nichilista mista a rabbia sociale. Ma in una Francia politicamente radicalizzata, a un anno da quelle elezioni presidenziali a cui l’estrema destra è data per favorita, gli scontri urbani scavalcano ovviamente l’ambito sportivo e aggiungono combustibile molto infiammabile all’imminente campagna elettorale.

A Parigi, saccheggi e guerriglia con la polizia sono ormai la litania che segue immancabilmente le partite importanti del PSG. Una sorta di rito collettivo già celebrato l’anno scorso in occasione della prima vittoria in Champions League del Paris Saint-Germain e poi, a inizio maggio, dopo la semifinale contro il Bayern Monaco.

Va da sé che per il Rassemblement National (RN), le devastazioni provocate per la maggior parte da giovani provenienti dalle “banlieues”, spesso di origine immigrata e fede musulmana, testimonino il fallimento della politica di integrazione degli stranieri e la necessità di rispondervi con la chiusura delle frontiere e una maggiore repressione. Gran parte dei candidati Les Républicains, la destra neogaullista, rilancia ormai questa retorica ricalcando le orme del proprio mentore Nicolas Sarkozy, che nel 2005, da ministro dell’Interno, parlava della necessità di «ripulire il quartiere con il kärcher» e liberare le periferie dalla «feccia». E a poche ore dagli ultimi scontri Marine Le Pen già scandiva: «Solo in Francia la vittoria di un club di calcio provoca rivolte». Per tutta risposta il ministro dell’Interno ed ex prefetto di Parigi Laurent Nuñez ha evidenziato come fosse stato predisposto un dispositivo eccezionale con 22.000 poliziotti schierati solo a Parigi. Se, dunque, il RN dovesse un domani salire al governo, quali ulteriori misure di sicurezza potrebbe attivare per evitare nuovi atti di vandalismo a rischio di mettere in discussione lo Stato di diritto?

Dall’altro lato dello spettro politico, le barricate urbane diventano al contrario l’occasione per stigmatizzare le forze dell’ordine che, secondo un sondaggio del 2021, voterebbero per oltre il 60% i candidati del RN (74% tra i poliziotti sul campo). «La polizia uccide», ripetono per La France Insoumise i colleghi di Jean-Luc Mélenchon, che corteggiano il voto delle periferie denunciando l’emarginazione sociale, le crescenti disuguaglianze ma anche l’impunità della polizia. Sostengono che al termine della partita del PSG i poliziotti avrebbero deliberatamente lanciato granate lacrimogene contro i giovani solo «perché si erano radunati».

Tra i due antitetici posizionamenti politici, i sociologi cercano da anni di analizzare quelle fratture sociali francesi emerse anche sette anni fa con il movimento dei gilet gialli, la rivolta delle campagne e della provincia contro il potere centrale, la cui veemenza si sovrappone anche oggi alle sommosse nei quartieri più marginali e alle devastazioni post-partita come quella di sabato, rivelando tutta la frustrazione e la rabbia delle periferie. Secondo alcuni studi, la moltiplicazione dei disordini nel centro di Parigi e delle grandi città dell’Hexagone sarebbe intimamente legata al controllo dei territori poveri da parte dei trafficanti di droga e ai conseguenti blitz della polizia. Un tempo confinate nelle banlieues, le bande di adolescenti si riverserebbero ormai, non appena possibile, nel centro delle grandi aree urbane.

L’hooliganismo britannico (che è stato combattuto con pene molto severe contro i responsabili dei reati e con un aumento dei prezzi dei biglietti tale da allontanare dagli stadi i tifosi meno abbienti) insegna però che la violenza legata al calcio non può essere ridotta a una questione di immigrazione o comunitarismo. È invece il segno di un malessere sociale da affrontare per esempio con la ricetta dell’ex primo ministro laburista Tony Blair, che sosteneva la necessità di essere «duri con il crimine, duri con le cause del crimine». Una proposta che suona irricevibile oggi, in una Francia lacerata politicamente e polarizzata all’estremo

Nell’immagine: la notte di (stra)ordinaria follia dei tifosi del PSG: un morto, 219 feriti e 780 fermi


Israele taglia in due il Libano, preso il castello di Beaufort: “Allarghiamo le operazioni”

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

L’esercito israeliano avanza sempre più verso nord: e dopo aver superato il fiume Litani già nei giorni scorsi, all’alba di ieri ha piazzato la sua bandiera proprio in cima al Castello di Beaufort, la fortezza crociata che domina la regione di Nabatieh, estendendoil controllo sulla valle della Bekaa occidentale, le alture del Golan e la Galilea settentrionale. Una vittoria strategica per le forze israeliane, che non penetravano così in profondità nel Paese dei Cedri da 26 anni: dal 2000, quando lo Stato ebraico abbandonò il Libano meridionale, occupato per 18 anni.

Secondo l’Idf dalla rocca Hezbollah ha condotto «numerosi attacchi» contro il nord di Israele, dove nella sola giornata di sabato le sirene hanno suonate 220 volte, un militare di 21 anni è stato ucciso, le scuole sono state chiuse e gli ospedali sono stati trasferiti in strutture sotterranee. Ora, la conquista taglia i rifornimento ai miliziani: arrivavano dalla valle della Bekaa occidentale e attraverso la principale arteria stradale che collega Sidone e Tiro, anch’essa, ora, controllata dall’alto. Il castello, inoltre, offre all’esercito israeliano un trampolino unico per estendere ulteriormente le operazioni. E infatti nuove evacuazioni di villaggi sono state ordinate anche ieri. Con l’Idf che ha già esteso i raid.

Il premier Benjamin Netanyahu, che in Libano è impegnato in una corsa contro il tempo, perché se Stati Uniti e Iran dovessero firmare l’accordo potrebbe essere costretto dagli americani a fermare l’avanzata ordinata solo pochi giorni fa, per ora esulta: «Svolta drammatica, cambiamento radicale nella politica che stiamo conducendo. Abbiamo rotto la barriera della paura, stiamo prendendo l’iniziativa su tutti i fronti, in Siria, Gaza, Libano». Aggiungendo pure una frase cruciale per la campagna elettorale di fatto già iniziata, tanto più ora che la Knesset si prepara a indire elezioni anticipate: «Restituiremo la tranquillità agli abitanti del Nord. Stiamo ristabilendo fasce di sicurezza oltre le frontiere per proteggere le nostre comunità». Ieri sera, poi, ha convocato il suo consiglio di sicurezza per consultazioni: l’ipotesi è bombardare nuovamente Beirut e a tal scopo sta cercando di convincere gli americani che non farlo significa concedere l’immunità ad Hezbollah. E vuol farlo presto, subito: prima che i termini di un nuovo cessate il fuoco – dopo quello costantemente violato in vigore dallo scorso 17 aprile – venga annunciato. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, con cui ha parlato al telefono più volte, potrebbe farlo già martedì, al termine dell’ennesimo round di negoziati fra gli ambasciatori dei due Paesi.

Chiaro che la preoccupazione, in Libano, è enorme. I morti, dallo scorso marzo, sono già 3340, comprese le cinque vittime di ieri. Fra i feriti dell’ultimo raid, ci sono poi 13 medici e infermieri libanesi, colpiti dalle bombe sganciate nei pressi l’ospedale Hiram di Tiro. Anche per questo, le autorità libanesi hanno chiesto alla comunità internazionale aiuti per «porre fine agli attacchi israeliani, sempre più intensi». Dell’avanzata, ma da tutt’altro punto di vista, ha parlato pure il presidente israeliano Itzhak Herzog: «Hezbollah non è solo un nemico di Israele, ma ostacolo alla pace che può esistere tra Israele e il Libano. Alle nazioni del mondo dico: non giudicateci, ma aiutateci con azioni concrete. Serve massima pressione su Hezbollah: sanzioni, designazione come organizzazione terroristica, sostegno a un’azione militare più decisa da parte delle Forze Armate libanesi».

Nell’immagine: Idf conquista il castello di Beaufort


Un discutibile e inefficiente modello svizzero di repressione

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

Alla vigilia del 1° maggio scorso, nell’aula 4 del Tribunale penale di Basilea, il giudice Markus Hofer (Il Centro) sta esaminando quello che a prima vista sembra un caso di poco conto. Ricorsi contro due condanne penali, una per violenza e minacce contro pubblici ufficiali, l’altra per insulti, oltre ad altri reati minori. Una dozzina di infrazioni in una città che spesso criminalizza le manifestazioni.

Che il caso sia tutt’altro che insignificante è evidente dall’aula di tribunale gremita. E nell’ultima fila siedono quattro agenti di polizia armati. Il processo è una delle ripercussioni legali della manifestazione del Primo Maggio del 2023, il cui accerchiamento ha suscitato scalpore in tutto il paese: decine di agenti di polizia hanno diviso in due la marcia, regolarmente autorizzata, poco dopo l’inizio, intrappolando oltre 200 persone per un massimo di sette ore e sottoponendole ripetutamente allo spray al peperoncino. Alle persone intrappolate, tra cui numerosi minorenni, sono stati negati cibo, bevande e l’accesso ai servizi igienici. Per una volta non sono stati solo gli attivisti di sinistra a finire nel fuoco incrociato, ma anche sindacalisti, famiglie e anziani.

Il 1° maggio 2023 potrebbe quindi diventare un punto di svolta. Per la prima volta un vasto pubblico ha assistito a ciò che da anni è prassi comune nelle manifestazioni di sinistra in città.

Situazioni di pericolo costruite

Da anni la polizia di Basilea e i suoi leader politici reprimono le proteste di sinistra con allarmante veemenza. A Basilea prevale un clima politico e mediatico in cui ogni manifestazione è considerata una violazione dell’ordine pubblico. L’asprezza del dibattito è emersa chiaramente dopo il 1° maggio 2023, quando la responsabile della sicurezza, Stephanie Eymann (LDP), ha dichiarato alla SRF di aver impedito che la città venisse “ridotta in macerie”. Gli avvisi sulle manifestazioni vengono regolarmente diffusi sui tram e alcuni membri del governo cantonale sono stati addirittura destituiti per non aver adottato misure sufficientemente severe contro le proteste. Questa durezza non si limita alle operazioni di polizia, ma permea l’intera catena di applicazione della legge. E ha portato al consolidamento di pratiche discutibili ai sensi dello stato di diritto.

Uno schema ricorrente è la creazione di uno scenario di minaccia per giustificare operazioni di polizia repressive. Questo è accaduto anche il 1° maggio 2023. La polizia ha giustificato il cordone di sicurezza con un’”atmosfera tesa”, come riportato nel verbale. La marcia prevedeva striscioni, maschere e fuochi d’artificio. Hanno inoltre affermato che la situazione era pericolosa basandosi su un video della Gioventù Rivoluzionaria: secondo il rapporto della polizia, ottenuto da WOZ, “sul loro canale Instagram era presente un rap in cui il cantante incitava ad azioni senza compromessi nella lotta contro il potere costituito”.

Ancor prima dell’inizio dell’operazione di polizia gli agenti hanno arrestato quindici persone. Senza alcuna base legale, come in seguito ammesso dai vertici della polizia. È quindi molto probabile che l’accerchiamento fosse premeditato. Secondo le informazioni ottenute da WOZ, il 30 aprile 2023 gli agenti di polizia si sono riuniti proprio nel luogo dell’accerchiamento per pianificare il loro dispiegamento durante la manifestazione del Primo Maggio. Hanno discusso su dove la polizia avrebbe dovuto posizionarsi. Un attivista ha fotografato i preparativi, è stato scoperto e arrestato.

Le numerose riprese della polizia relative alla manifestazione, visionate da WOZ, confermano questa ipotesi. Il filmato mostra inizialmente decine di agenti in tenuta antisommossa. L’agente che filma dice, poco dopo l’inizio della manifestazione: “Siamo sul punto di essere circondati. Ora dicono che ci sono bambini nel Black Bloc. Stiamo aspettando ulteriori informazioni”. Poco dopo, gli agenti indietreggiano di qualche metro. La voce dice: “Ci stiamo spostando di qualche metro per non far capire che stiamo per accerchiarli”. Alle 10:30 il comandante delle operazioni comunica via radio: “Li stiamo circondando”. L’agente L. avverte: “Ci sono bambini nel Black Bloc”. Il comandante delle operazioni sembra imperturbabile: “Capito. Li stiamo circondando. Se possibile, senza usare la forza”.

I video mostrano agenti di polizia che irrompono nel mezzo della manifestazione, separando e accerchiando una parte dei manifestanti. Li si vede usare lo spray al peperoncino contro i membri del sindacato, tra cui la leader di Unia, Vania Alleva, che stavano manifestando solidarietà con coloro che erano rimasti intrappolati all’interno. I video mostrano anche gli agenti che sparano ripetutamente spray al peperoncino e proiettili di gomma nell’area accerchiata, in modo particolarmente frequente verso la fine del filmato. Una manifestante anziana ha raccontato al quotidiano WOZ di un agente di polizia che avrebbe portato una scatola di provviste e, interrogata sulla situazione, avrebbe spiegato ridendo che gli agenti della polizia di Argovia intervenuti avevano “reagito in modo eccessivo”.

Nulla di quanto visibile nei video fornisce la base giuridica per un cordone di polizia: l’immediata necessità di scongiurare un pericolo. L’avvocato di Basilea Guido Ehrler ha quindi avviato un procedimento amministrativo per esaminare la legittimità dell’operazione di polizia. Afferma: “Sostengono che esista una situazione di pericolo, ma non la comprovano”. E ora hanno bisogno di condanne per giustificare retroattivamente l’azione della polizia. “Gli atti non mi lasciano altra conclusione”.

Multe esorbitanti, procedure approssimative

Se Ehrler e i suoi assistiti vincessero la causa sarebbe ben più di una semplice vittoria legale. Bloccherebbe il meccanismo giudiziario in cui sono rimasti intrappolati almeno settanta manifestanti dal 1° maggio 2023. Soprattutto, metterebbe in discussione l’approccio generale della polizia e sottoporrebbe l’intero sistema giudiziario e di sicurezza di Basilea a una pressione ancora maggiore per giustificare le proprie azioni.

L’esempio più lampante finora è rappresentato dalle proteste antinaziste di Basilea del 2018, il cui iter giudiziario si è trasformato in un completo disastro per le autorità. Il risultato imbarazzante dopo otto anni di battaglie legali: un unico caso legalmente vincolante contro un manifestante. Decine di ulteriori ricorsi sono attualmente sospesi, perché gli avvocati hanno presentato numerose controdeduzioni. Le accuse: la polizia cantonale ha usato la forza in modo illegittimo, la polizia criminale ha manipolato le prove per proteggere i propri colleghi e la procura ha indotto in errore il tribunale.

Dopo che numerosi manifestanti sono stati condannati in prima istanza a lunghe pene detentive fino a otto mesi, gli avvocati della difesa hanno successivamente vinto diverse cause. L’estate scorsa la Corte d’appello ha stabilito che la procura deve indagare sul controverso utilizzo di proiettili di gomma da parte della polizia. Ha inoltre ricusato i giudici responsabili per presunta collusione. Solo il procedimento relativo alla manomissione delle prove è stato archiviato da un pubblico ministero indipendente, decisione contro la quale è pendente un ricorso in appello.

Le discutibili modalità operative della procura sono evidenti anche nel processo penale del 30 aprile. Vengono proiettati video su video. Secondo la procura, questi video mostrano una persona che aggredisce fisicamente degli agenti di polizia. In realtà, i video mostrano che viene spinta e aggredita con lo spray al peperoncino dagli agenti. Un mormorio si diffonde in aula. Il giudice Hofer assolve in gran parte lui e il secondo attivista.

Anche un altro manifestante, Michael Glauser [nome fittizio], ha ricevuto una sanzione amministrativa dopo il 1° maggio 2023; il suo ricorso è tuttora pendente. Dovrebbe pagare oltre 2.000 franchi svizzeri. Tuttavia, come mostrano chiaramente i video della polizia, tutto ciò che ha fatto è stato partecipare a una manifestazione. Dopo l’arrivo della polizia, lo si vede per lo più in fondo al corteo. In seguito, quando i manifestanti si sono rifiutati di essere respinti dalla polizia, ha affrontato gli agenti ed è stato infine colpito con lo spray al peperoncino.

La procura lo accusa, tra le altre cose, di aver “insultato degli agenti di polizia con linguaggio diffamatorio” e di averli presi a calci. Lui afferma: “La mia condanna contiene solo falsità complete”. Sostiene di non essere stato violento né di aver detto nulla di diffamatorio. “Proprio perché numerose telecamere erano costantemente puntate su di noi, ho detto solo cose appropriate come ‘Vergogna!“.

Quanto Basilea sia diventata repressiva negli ultimi anni si riflette in una cartella appoggiata sul tavolo davanti a Glauser: la sua corrispondenza con la polizia e la procura. È stato ripetutamente oggetto di arresti arbitrari, misure di sorveglianza eccessive e multe esorbitanti. Quando ha intrapreso azioni legali, ha quasi sempre vinto. È assurdo, dice Glauser, “quanto spesso falliscano con le loro sentenze di condanna”. Ciononostante i numerosi procedimenti sono incredibilmente gravosi: “ti stanno sempre col fiato sul collo”. Questo vale soprattutto per i giovani attivisti: “Loro, più di tutti, sono fatti per essere logorati”.

Jirka Heller [nome fittizio] era esausto. Nel 2019, appena maggiorenne, fu portato da un conoscente a una manifestazione per il clima contro UBS. La protesta fu circondata dalla polizia. In seguito, dovette fornire campioni di DNA e ricevette una condanna penale. Heller afferma: “Mi ha colpito profondamente il fatto che contenesse così tante dichiarazioni false. Che fossi stato coinvolto nell’azione fin dall’inizio. Che indossassi una tuta bianca integrale. Sicuramente tutto ciò avrebbe potuto essere verificato.”

Violazione del senso di giustizia

Un anno dopo, durante una manifestazione di solidarietà davanti alla procura di Basilea, Heller fu nuovamente circondato. Il mandato di comparizione lo accusava, tra le altre cose, di aver violato il codice della strada per essersi trovato in mezzo alla strada durante la protesta. Heller contestò il mandato e fu assolto dalla maggior parte delle accuse. Ma la battaglia legale lo logorò, dice. “Mi ha portato al burnout”.

Quando nel 2023 avrebbe dovuto essere chiamato alle armi, Heller ricevette una lettera in cui si affermava che non era idoneo alla difesa nazionale “perché era stato identificato un aumentato potenziale di pericolo e abuso”. La decisione elencava tutte le accuse legali, comprese quelle che erano state confutate. A Heller non importa di non dover entrare nell’esercito, ma la decisione ha offeso il suo senso di giustizia. “Voglio rendere il mondo un posto migliore, e la risposta della società è: ‘individuo pericoloso’”.

Traduzione a cura della redazione


Edgar Morin, una mente tonica della resistenza

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

Di Roberto Della Seta, il manifesto

«La prima lezione della storia è che non s’impara dalle lezioni della storia». Rispose così Edgar Morin quando gli chiedemmo come vedeva il futuro dell’uomo, io e Alice Scialoja intervistandolo nel suo piccolo studio di Montpellier nel 2020, alle soglie dei suoi cento anni.

MORIN SE N’È ANDATO a quasi 105 anni, la sua vita è un concentrato biografico della nozione di complessità alla base della riflessione filosofica e politica che ne ha fatto un gigante del pensiero del ’900. Solomon David Nahoum, questo all’anagrafe il nome di Morin, nacque a Parigi nel 1921. Suo padre Vidal e sua madre Louna Benessi erano ebrei sefarditi originari di Salonicco e con più lontane ascendenze italiane, livornesi. Lui fu il primo «francese» della famiglia, i suoi genitori trasferitisi a Parigi poco prima della sua nascita erano per la legge «Israélites du Lévant». La famiglia Nahoum era totalmente laicizzata, ricorderà Morin che per lui bambino l’unico legame percepito con l’identità ebraica erano le «feste comandate» – Pesach, Kippur, Bar mitzvah –, che però gli apparivano come passaggi obbligati privi di qualunque portata simbolica e rituale.

Morin adolescente si sentiva pacifista, a persuaderlo che contro Hitler era indispensabile la guerra fu l’attacco nazista all’Unione Sovietica nel ‘41: s’iscrisse al Partito comunista ed entrò nella Resistenza adottando «Morin» come nome di battaglia. Da allora sarà per tutti e per sempre Edgar Morin. Nel 1951 dal Partito comunista sarà espulso per avere pubblicato un articolo sul giornale France Observateur di tendenze socialiste riformiste.

Come racconterà lui stesso, la sua carriera accademica nacque su basi «informali»: divenne «maître de recherche» al Cnrs, il Cnr francese, senza mai avere ottenuto un diploma universitario superiore. Dal 1973 all’89 ha diretto il Centre d’études des communications de masse affiliato all’École des hautes études en sciences sociales, divenuto nel 2008 Centre Edgar Morin.

L’AMBIZIONE moriniana di articolare un «alfabeto» della complessità si è concretizzata in un’opera monumentale significativamente intitolata Il metodo, nella quale Morin analizza e valorizza le circolarità sistemiche che accomunano la fisica, la biologia, le scienze umane: ciò che lega gli oggetti di queste diverse discipline, dagli ecosistemi naturali alle società umane, è il fatto di nascere, crescere, evolvere sempre tenendosi lungo la linea che separa ordine e disordine, struttura ed evento, necessità e caso, stabilità e cambiamento. Come ogni sapere, anche l’uomo per Morin non può che vivere di circolarità: «La vera realtà – scrive nel Metodo – è mista, multidimensionale: la vera realtà è l’eco-(bio-socio)logia complessa costituita da eco-organizzazioni biologiche e sociali nelle quali l’urbano, il rurale, il selvatico s’intersecano e interagiscono».

La forza, l’attualità, anche la freschezza del suo pensiero vivono pure nell’ambizione di applicare il paradigma della complessità alla concretezza della politica e della storia. Di applicarlo, per esempio, all’ecologia. Per lui, nell’umanità di oggi agisce come forza autodistruttiva la convinzione illusoria di essere altro dalla natura.

Edgar Morin è stato un grande ecologista, ma sui generis. Rifuggiva dalle immagini mitiche di un’immobile natura originaria contrapposta a una cultura integralmente artificiale e irrimediabilmente antinaturalistica. Nella sua visione, quella ecologica è come una terza dimensione della vita, affiancata alle dimensioni riproduttiva della specie e organismica dell’individuo: perché, rifletteva, «la vita non è soltanto la cellula composta di molecole. E non è nemmeno l’albero dell’evoluzione a ramificazioni molteplici, composto di regni, di phila, di ordini, di classi, di specie. È anche eco-organizzazione». Insomma, «la Terra dipende dall’Uomo che dipende dalla Terra», così recita il sottotitolo di una sua raccolta di scritti di anni fa.

INCAPACITÀ di ricavare insegnamenti dalla storia, propensioni autodistruttive: questo è l’umano per Morin, ma non solo questo. La sua idea di complessità è tutt’altro che chiusa alla possibilità per l’uomo di migliorare se stesso superando anche crisi che si presentano come letali. Morin si è definito un «otti-pessimista»: «L’ottimismo – osservava – ci acceca sui pericoli; il pessimismo ci paralizza e contribuisce al peggio. Bisogna pensare oltre l’ottimismo e il pessimismo». «Otti-pessimista» è anche lo sguardo di Morin sull’Europa. Europeista appassionato, nel libro La nostra Europa scritto insieme al suo allievo e grande amico Mauro Ceruti disegnò la metafora dell’Europa, della storia europea, come figlie dell’improbabile: furono figlie dell’improbabile l’Europa che 2500 anni fa respinse con le città-Stato greche guidate da Atene l’assalto del tanto più potente impero persiano, come l’Europa che nel 1942 vide improvvisamente rovesciarsi in ritirata l’avanzata trionfale di Hitler verso Mosca e Leningrado, che l’avrebbe definitivamente nazificata.

Oggi l’Europa, così l’ultimo Morin, è in un nuovo drammatico pantano, un pantano che sembra annunciarne l’inarrestabile eclissi. Serve costruire un nuovo futuro ora «improbabile», ma per renderlo realistico occorre sgomberare il campo da quello che in una delle sue ultime interviste Morin ha chiamato «angelismo europeo»: «Esiste incontestabilmente – diceva – un angelismo europeo che occulta anche orrori recenti, dal colonialismo al nazismo allo stalinismo».

Lo sguardo di Morin sul mondo di questi anni, di questi mesi, è stato implacabile: siamo attraversati, ha ammonito più volte, da una «policrisi» potenzialmente suicida fatta di guerre quasi mondiali, di disastri ecologici incombenti. Fatta, per l’Europa, di un ritornato spirito bellicista che stravolge la giusta solidarietà con l’Ucraina invasa nel rifiuto a impegnarsi per una pace possibile tra Mosca e Kyev, di un silenzio complice davanti allo sterminio di palestinesi compiuto da Israele.

Sguardo implacabile ma, come sempre, «complesso», dunque aperto alla speranza. Speranza che il centenario Morin, fedele alla sua lunghissima vita piena di piaceri e convivialità «mondani», intendeva anche come ricerca di poesia, di felicità.

«Resistere è tonico e fa bene, la fraternità fa bene, l’amore… Sono cose che esistono anche nei periodi più bui. Per me, il vero problema non è tanto la felicità, quanto la poesia della vita, che può essere anch’essa fonte di felicità. La prosa della vita è tutto quello che subiamo, che ci pesa, ci opprime, che facciamo per obbligo, per sopravvivere. Vivere è il contrario di sopravvivere: è esprimere se stessi, godere dei paesaggi, della bellezza, dell’amore, della fraternità, del calcio… Nella vita è importante salvaguardare la poesia: è questa la cosa fondamentale, secondo me».

Nell’immagine: Edgar Morin nella sua casa qualche anno fa


Edgar Morin – Lo spettro russo e il degrado delle democrazie

Mosca aveva annunciato un’offensiva “senza precedenti” contro la capitale, ma l’attacco è stato esteso a tutto il Paese 

Di Edgar Morin, il manifesto

Centoquattro anni compiuti l’8 luglio, il sociologo, filosofo e saggista francese di origine ebraica Edgar Nahoum, che ha poi preferito il cognome Morin (scelto durante la Resistenza) è uno dei massimi intellettuali contemporanei. Iniziatore del «pensiero complesso», cui ha dedicato un suo monumentale saggio, ideatore del concetto della «policrisi», fondatore della transdisciplinarietà, la sua ricerca spazia dalla filosofia alla politologia, dalla sociologia del cinema all’epistemologia delle scienze umane fino all’ecologia. Ci ha fatto avere questo articolo originale e inedito che pubblichiamo con grande piacere.


Insensibilmente l’arma nucleare è divenuta un pericolo presente e suscita dibattiti apparentemente sereni, alcuni dei quali assicurano tranquillamente che la terza guerra mondiale è già cominciata, come se non si trattasse di una catastrofe dantesca.

È con stupore che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza.

Si è ciechi rispetto alla grande regressione che prosegue il suo corso planetario, accentuata dalla mondializzazione dell’inizio del secolo, e che ha già prodotto due guerre entrambe internazionalizzate e che minacciano di generalizzarsi.

L’anteguerra del 1940 fu incancrenito dal pacifismo poi collaborazionista, questo lo è dal bellicismo.

Ho spesso segnalato che la storia dell’umanità, divenuta «una» dopo la mondializzazione pur divenendo sempre più diversa e conflittuale, aveva preso, simultaneamente ai suoi progressi scientifici e tecnici, un corso politico ed etico sempre più regressivo.

Due guerre ci assediano ormai. Esse sono internazionalizzate pur rimanendo ancora regionali. Esse aggravano la grande catastrofe ecologica che subisce il pianeta, e un po’ ovunque contribuiscono a questo aggravarsi.

Nello stesso tempo, le angosce che esse provocano al di fuori dei loro territori contribuiscono a questo aggravamento che annichila tutti i tentativi di riassorbimento della crisi ecologica mondiale.
Corsa agli armamenti: escalation o tracollo? L’una e l’altro nello stesso tempo.

È da sottolineare come la mondializzazione economica realizzatasi all’inizio del secolo abbia favorito la disunione delle nazioni e nello stesso tempo le potenze imperiali.

La Russia ha fallito nel suo tentativo di annettere l’Ucraina una volta conquistata. Fino ad ora non ha potuto che occupare pochi territori oltre alle province separatiste russofone, che del resto erano in guerra contro l’Ucraina dal 2014. Non si vede come una pace giusta possa mettere queste province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura e la sua musica.

Come avevo già indicato nel mio libro Di guerra in guerra, la pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina, con garanzie da negoziare (Neutralità protetta? Integrazione nell’Unione europea?).

Dovrebbe confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.000 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea la cui maggioranza è stata deportata da Stalin.

Una tale pace è concepibile fintanto che le forze in conflitto siano più o meno equilibrate e fintanto che nessuna sia costretta alla capitolazione.

Dunque, è ancora possibile nel momento in cui sto scrivendo, ma questa possibilità scomparirà con l’accresciuta internazionalizzazione di questa guerra, e con le escalation che di fatto sono dei tracolli.
La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato.

I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. Lo spettro del pericolo russo ci maschera il pericolo della degradazione in corso delle democrazie europee minacciate dalla possibilità di subire un potere autoritario.

Paradossalmente, le sanzioni hanno favorito l’economia militare russa, che oltre ad aerei, droni, bombe ha ormai un missile che per capacità supera i missili occidentali, perché nelle condizioni attuali non può essere intercettato.

Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato, gli europei contribuiscono alla escalation.

Putin è un tiranno crudele e cinico, ma l’argomento per cui non si potrebbe negoziare con Putin è derisorio da parte di governi che negoziano amichevolmente con il capo di una dittatura totalitaria molto più tentacolare della dittatura Putiniana.

Di fatto i governi occidentali hanno condotto in passato una politica di alleanza con la tirannia zarista e la tirannia staliniana.

E d’altra parte Trump opera una riconfigurazione del dominio americano nella quale la Russia cessa di essere nemica e che è fondata sulla pace americana generalizzata.

I media agitano la minaccia della Russia sull’Europa occidentale. Ma come la Russia, incapace di invadere l’Ucraina, potrebbe invadere l’Europa?

Il grande pericolo è l’aggravarsi costante della crisi dell’umanità che ci conduce alle catastrofi ecologiche, politiche, militari.

Questa crisi comporta la tragedia palestinese, ancor più grave del conflitto ucraino. Israele non ha soltanto conquistato e occupato le terre del popolo palestinese, è in corso la liquidazione di questo popolo martire attraverso l’occupazione totale del suo territorio.

Niente, in questo momento, può contrastare questo processo e noi non possiamo far altro che testimoniare nella impotenza e nella compassione.

Infine, più ampiamente, noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione.

Nell’immagine: Edgar Morin