Iran, se il patto diventa una sconfitta per tre

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Di Bill Emmott, La Stampa

Durante la lunga e sanguinosa guerra tra Iran e Iraq negli Anni 80, Henry Kissinger aveva quasi l’abitudine di scherzare dicendo di sperare che potessero perdere entrambi. Oggi la comunità internazionale pensa più o meno la stessa cosa nei confronti della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran iniziata nel giugno 2025 con dodici giorni di bombardamenti sugli impianti nucleari iraniani e ripresa il 28 febbraio di quest’anno con un conflitto trilaterale di maggiore intensità. Questa volta, Kissinger e il mondo intero avrebbero ragione: tutte e tre le parti in guerra hanno perso.

Dopo l’8 aprile – quando Usa e Iran hanno concordato un cessate il fuoco che si presumeva dovesse durare due settimane, ma che per il momento va avanti da più di sette – la guerra è scivolata in uno stallo spiacevole che lascia chiuso lo Stretto di Hormuz e ha mandato i prezzi del greggio e di altre commodity alle stelle, perché la chiusura di quella rotta cruciale ne ha ridotto i rifornimenti. Eppure, evidentemente i mercati petroliferi sono giunti alla conclusione che la crisi energetica sta per finire, che un accordo di pace è vicino, visto che il prezzo del greggio sta scendendo di nuovo intorno ai 90 dollari al barile, più del 20% in meno del picco raggiunto a inizio maggio.

La conclusione a cui sono giunti i mercati appare valida, anche se nulla può essere considerato sicuro, tenendo conto della profonda diffidenza tra Iran, Israele e Stati Uniti. Nessuno dei tre Paesi ha la forza di andare avanti a combattere e il duplice blocco di Hormuz, imposto reciprocamente da Usa e Iran, non sta avvantaggiando nessuno. Pertanto, a prescindere da quanto Trump minaccia a gran voce di voler procedere a ulteriori bombardamenti se l’Iran non accoglierà le sue richieste, a prescindere da quanto Israele e i suoi sostenitori americani si stanno lamentando stizziti che i loro obiettivi bellici non sono stati ancora raggiunti, e a prescindere da quanto minacciosamente il regime iraniano sta dicendo di voler riprendere gli attacchi missilistici e con i droni contro i Paesi vicini e le basi americane nella regione, la cosa più probabile è che la guerra sia finita. Quanto meno per adesso.

Il brutale regime teocratico iraniano – che durante le proteste di gennaio ha massacrato decine di migliaia di suoi cittadini – forse pensa di aver vinto semplicemente perché è sopravvissuto. Certo, ha dimostrato di avere molta più resilienza rispetto a quanto si aspettassero americani e israeliani e ha dimostrato di avere riserve di armi più ingenti di quello che si pensasse. Il regime è rimasto integro e al potere, malgrado l’assassinio del suo Leader Supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, e dei suoi vertici. Le proteste popolari contro il regime sono state messe a tacere in parte con la repressione, in parte per l’effetto unificante delle bombe americane e israeliane.

Pur apparendo strategicamente forte, nonostante tutto il regime iraniano è debole sul piano politico ed economico. L’inflazione è molto più alta rispetto a prima della guerra e le prospettive di qualche miglioramento negli standard di vita dipendono in modo decisivo dal raggiungimento della pace. Il programma nucleare di arricchimento dell’uranio tanto sbandierato dal regime forse esiste ancora, in teoria, ma nella pratica molte strutture e materiali sono andati distrutti. Nello stesso modo, il network delle milizie che l’Iran ha finanziato in tutta la regione – in Libano, a Gaza e nello Yemen – restano sostanzialmente intatte ma sguarnite. L’Iran non è in condizione di continuare a combattere.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vorrebbe che la guerra riprendesse. La sua tesi – secondo cui Israele non potrà mai essere al sicuro fino a quando l’Iran sarà governato da un regime teocratico votato alla distruzione di Israele – non è irragionevole. Il suo tentativo di far piazza pulita di quel regime con le bombe americane, però, è fallito. Fondamentalmente, anche il suo stesso governo è arrivato al capolinea. I partiti politici ultraortodossi che sostenevano la sua coalizione si sono ritirati la settimana scorsa nel corso di una discussione che dura da tempo sull’esenzione dalla leva militare degli appartenenti alle loro comunità religiose. Il 20 maggio la Knesset si è sciolta, aprendo così la strada alle elezioni che dovevano svolgersi prima del 27 ottobre e che adesso si pensa che saranno indette a settembre.

Come i suoi nemici a Teheran, Netanyahu è un grande sopravvissuto. Ed è anche spietato. Per nulla intimorito dalla prospettiva delle elezioni, questa settimana ha ordinato nuovi attacchi militari contro Hezbollah in Libano. A dispetto poi dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas a Gaza, imposto da Trump nell’ottobre dell’anno scorso, ha annunciato anche che i soldati dell’IDF espanderanno dal 60 al 70 la percentuale di territorio di Gaza sotto il loro controllo. In ogni caso, tutte queste mosse aggressive non riescono a nascondere il fatto che a Netanyahu restano sempre meno opzioni a disposizione in Iran, se non altro per il momento.

Tutto questo dipende per lo più dal fatto che il suo alleato più importante, lo stesso Trump, è rimasto a corto di opzioni e di supporto nella regione. Tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein od Oman, nessuno vuole la ripresa della guerra. Tutti vogliono esportare il loro petrolio, ricostruire quello che è andato distrutto dagli attacchi iraniani, ricominciare la lunga opera di persuasione su turisti e stranieri benestanti per farli tornare a risiedere nel Golfo.

Sembra chiaro che nessuna delle opzioni militari che gli sono state presentate dai suoi generali si è dimostrata allettante per Trump. Riprendere gli attacchi con bombe e missili permetterebbe di ottenere scarsi risultati, oltre ad assottigliare maggiormente le scorte. L’idea di usare forze di terra per conquistare le isole iraniane o le postazioni difensive lungo la costa oppure, in modo ancora più ambizioso, per cercare di impossessarsi delle scorte residue di uranio arricchito dell’Iran, sarà sembrata troppo rischiosa e costosa. Di conseguenza, l’ultima speranza di Trump è poter ricavare dall’accordo di pace qualcosa che lui possa presentare alla sua base di sostenitori americani come una vittoria.

Che dichiari vittoria è certo, perché questo è quello che fa sempre. La sua dichiarazione, però, sarà assolutamente inconsistente. Quello che i mercati del petrolio si stanno aspettando è un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz, che nessuno vi imponga pedaggi e probabilmente anche l’impegno a estendere il cessate il fuoco di altri 60 giorni.

Una promessa di questo tipo costituirebbe una scadenza insignificante, come dimostra l’estensione attuale dell’originale patto di cessate il fuoco di 12 giorni. In ogni caso, tale promessa servirà a far guadagnare tempo ai negoziati sul programma iraniano di arricchimento dell’uranio, tempo che potrà essere ulteriormente dilatato a sua volta. Il 29 maggio Trump ha detto che avrebbe preso una «decisione definitiva» riguardo all’accordo, ma in verità nessuna decisione definitiva sarà mai possibile fino a quando l’accordo sul nucleare non diventerà chiaro. E, sulla base dei precedenti negoziati sul nucleare tra America, Iran e altri Paesi nel periodo 2013-2015, sappiamo che tale accordo potrebbe richiedere mesi o perfino anni.

I negoziati porteranno a un controllo credibile degli impianti nucleari, le riserve di uranio e le ambizioni nucleari iraniane soltanto se la Cina accetterà di essere coinvolta. La Cina è l’unico Paese a potersi considerare vincente nella guerra 2025-26 tra Stati Uniti, Israele e Iran, soprattutto perché il conflitto ha indebolito gli Stati Uniti in termini pratici e di reputazione, ma anche perché potenzialmente estenderà l’influenza di Pechino in Medio Oriente. Sono cinesi molti degli stranieri benestanti e degli appaltatori che i Paesi del Golfo Arabo vogliono riprendere ad attirare per ricostruire le loro economie.

Per Trump, questa sarà una guerra da dimenticare. La guerra ha fatto svanire le sue speranze di usare i capitali arabi per ricostruire e dare nuova forma a Gaza. Ha messo in evidenza tutta l’impotenza sua e dell’America. Ha peggiorato le prospettive del suo Partito repubblicano nelle elezioni per il Congresso di metà mandato del prossimo novembre. Cosa ancora più sconvolgente per lui e per la sua famiglia, non gli ha nemmeno fatto guadagnare altri soldi. Per quanto ne sappiamo.


Leone XIV e la prima pietra verso la pace

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Prima le prime cose. La prima delle prime cose è la pace. Le altre, a cominciare dalla giustizia, non possono prescinderne. Di tutte siamo comunque tutti e ciascuno responsabili. Nel tempo in cui la guerra diventa “normale”, il papa pone la Magnifica Umanità — titolo della sua prima enciclica — di fronte allo specchio. E la esorta a scegliere: vogliamo «innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme?».

Il vescovo americano di Roma si rivolge con sguardo universale «non solo ai fedeli ma a tutti gli uomini di buona volontà». Urbi et orbi scruta i segni dei tempi sulla scia del Concilio Vaticano II (1962-65), per svolgerlo in avanti. Un giorno ci sarà pure il Vaticano III. Potrà questa enciclica svelarsi prima pietra verso quel traguardo indicibile?

Nei primi mesi di pontificato ci si chiedeva in Vaticano, scherzando non troppo, se qualcuno avesse informato Robert Prevost di essere diventato papa. Siccome nessuno nasce papa, e da sportivo Leone XIV conosce l’importanza dell’allenamento, avrà preso il suo tempo. L’impressione è che l’abbia speso bene. Poi, certo, Trump ha aiutato. Come Attila contribuì a elevare Leone I al grado Magno, così lo sguaiato bellicismo del tycoon ha mobilitato la coscienza del Leone che si voleva Piccolo.

Magnifica Humanitas è annunciata nella stenografia mediatica come enciclica sull’intelligenza artificiale. È molto di più. Il Papa vi inaugura una riflessione sulle «cose nuove» che obbligano ad aggiornare la dottrina sociale della Chiesa, proposta 135 anni fa da Leone XIII nella Rerum Novarum.

Nel 2012 il cardinal Martini stabiliva: «La Chiesa è indietro di 200 anni». Subito dopo papa Francesco denuncerà il peccato del clericalismo. Sul doppio impulso di due gesuiti che più diversi non potevano essere un agostiniano, per tale culturalmente altro rispetto ai seguaci del “generale” di Loyola, si è fissato il compito di salvare la Chiesa dal dissanguamento per scismi. Il Papa taglia corto sul dilemma tradizione/rinnovamento. Preferisce «lasciarsi provocare dalle domande di ogni generazione».

Salvezza della Chiesa e salvezza dell’umanità sono due facce della stessa medaglia. La missione del cristiano è parlare al mondo. Ascoltandolo. Per proporgli una via: la «custodia della persona umana» minacciata dagli abusi inumani dell’intelligenza artificiale.

A occhi laici Magnifica Humanitas appare manifesto politico. Ovvero quel che oggi nessuna politica occidentale propone perché lo sfilacciamento delle legature sociali e il trionfo della disperazione narcisista la negano in radice. Se Leone XIII mediava tra capitale e lavoro, Prevost si schiera per chi lavora contro l’idolatria della finanza. Denuncia il culto dell’algoritmo che vorrebbe ridurre la morale a computazione, lo Stato ai tecno-teologi d’accatto (Musk e Thiel non sono nominati, chi vuol capire capisce) e il mercato a misura di tutte le cose.

Con malizia rivolta contro i tecnocrati uno dei loro idoli, il cattolico Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». Alla faccia dei transumanisti che trasferiscono i loro incubi su di noi per convertirci in ibridi extraterrestri.

Ritorniamo alla prima priorità: la pace. Prevost denuncia la «normalizzazione della guerra». Noi europei rifiutiamo di sedare i conflitti alle nostre porte, ne facciamo anzi motivo di riarmo. Aiutiamo gli altri a scarificarsi per noi in nome di princìpi per i quali non siamo disposti a morire. Informazioni presso ucraini o palestinesi oggi, domani chissà.

Contro l’indifferenza Leone evoca il «sano realismo» del negoziato. Respinge «le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi». Denuncia «un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni». Troppo facile proteggere la pace nostra con le guerre altrui. Soprattutto miope.


Rifiuti sanitari tra le tende e i mercati di Gaza

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Di Eman Abu Zayed, il manifesto

A poche centinaia di metri dall’ospedale Al-Ma’madani, nel centro della città di Gaza, si trova il mercato di Firas, ormai trasformato in cumuli di immondizia, dove i rifiuti sanitari si mescolano a quelli domestici e commerciali e ai detriti delle demolizioni.

I cumuli si estendono per tutto il mercato e tra gli edifici. La città soffoca sotto odori nauseabondi e nuvole di polvere, mentre passanti e venditori continuano la loro giornata respirando il pericolo. Con l’aumento delle temperature estive, questi cumuli si trasformano in focolai di emissioni di metano e ammoniaca, peggiorando la qualità dell’aria e influenzando il clima della piccola città assediata. Le auto ci passano accanto e i bambini si fanno strada tra essi alla ricerca di scarti riutilizzabili.

ALL’ANGOLO di una strada, l’operatore ecologico Mohammed Nasser è seduto sul marciapiede, davanti al suo carrello di metallo pieno di sacchi con l’etichetta «rifiuti sanitari». Dice stanco: «Questi rifiuti non sono normali; contengono aghi, provette per il sangue e sacchi chirurgici. Li raccogliamo ogni giorno in mezzo alla folla e nessuno ci fornisce dispositivi di protezione. Basta una sola puntura a ucciderci».

All’interno di un vicino ospedale, Sahar Suleiman, un’addetta alle pulizie con dieci anni di esperienza, si trova davanti a un corridoio pieno di sacchi della spazzatura, indicando i simboli di avvertenza: «Prima della guerra, smistavamo con cura i rifiuti sanitari, ogni tipo nel proprio contenitore. Oggi mettiamo tutto in un unico sacco perché i contenitori sono scomparsi e le attrezzature sono distrutte. È pericoloso per i pazienti, per lo staff e per la gente fuori».

A pochi metri di distanza, Abu Khaled, un venditore di verdura cinquantenne, dispone la sua merce su un piccolo tavolo di legno, tenendosi un fazzoletto umido sul naso per attenuare l’odore. «Ogni giorno vengono scaricati nuovi sacchi davanti al mercato e marciscono in fretta. I clienti scappano e noi viviamo in mezzo a odori insopportabili. Di notte arrivano i camion e scaricano i rifiuti qui come se fosse una discarica ufficiale».

ACCANTO a lui, il tassista Abu Wael è in piedi vicino alla sua auto bloccata nel traffico e indica i sacchi in mezzo alla strada: «La gente ci cammina sopra, le auto li investono. Se anche un solo sacco contaminato si rompe, il pericolo si diffonde. Questo è in mezzo al mercato, non in un luogo isolato».

È un altro volto della guerra. Con i sistemi di trattamento dei rifiuti sanitari fermi e le attrezzature distrutte, la Striscia di Gaza è diventata un ambiente esposto all’inquinamento e alle epidemie, in assenza di soluzioni sostenibili o di meccanismi di smaltimento sicuri.

Saeed Al-Aklouk, responsabile del monitoraggio delle acque reflue e dei rifiuti idrici presso il ministero della salute, afferma che ciò che sta accadendo può essere descritto solo come un crollo simultaneo a livello amministrativo e ambientale. Riconosce che il ministero ha una parte di responsabilità nell’attuale carenza, ma la collega alla distruzione totale e all’assedio in corso.

Prima della guerra esisteva un sistema integrato per lo smaltimento dei rifiuti sanitari, che prevedeva la raccolta differenziata , lo stoccaggio e il trasporto, per poi concludersi con l’utilizzo di dispositivi a microonde che neutralizzavano le sostanze inquinanti.

OGGI TUTTO QUESTO è crollato: mancano strumenti, risorse e capacità di controllo. «Conosciamo i rischi e ci rendiamo conto che scaricare i rifiuti in fosse improvvisate non è una soluzione, ma è l’unica opzione rimasta in assenza di alternative o di sostegno internazionale», aggiunge.

Questo scarico non isolato comporta il rischio che percolati tossici si infiltrino nelle acque sotterranee, la principale fonte di acqua potabile di Gaza, con il rischio di infertilità del suolo a lungo termine e degrado ambientale.

Prima del conflitto, i consigli di servizio congiunti nelle province di Gaza raccoglievano mensilmente 30-35 tonnellate di rifiuti sanitari dagli ospedali, trattati in dispositivi a microonde per renderli rifiuti sicuri. Ma l’ultima guerra ha distrutto i dispositivi e gli inceneritori di riserva nella zona di Hajar al-Deek, causando un crollo totale della gestione dei rifiuti sanitari.

«Abbiamo perso gli strumenti di smistamento, i sacchi e i contenitori appositi e abbiamo dovuto usare sacchi normali che non rispettano gli standard – dice Al-Aklouk – I rifiuti sono stati seppelliti in fosse profonde tre metri senza isolamento né supervisione, con il rischio di fuoriuscite di sostanze inquinanti nel suolo e nelle acque sotterranee».

IL PERICOLO si estende oltre la città di Gaza. A Khan Younis, nel sud, i rifiuti sanitari si mescolano ad altri rifiuti vicino alle zone residenziali e alle tende che ospitano migliaia di sfollati. Umm Khalil, una donna sfollata dalla città di Gaza, indica un cumulo di rifiuti vicino alla sua tenda: «L’odore è insopportabile e gli insetti sono ovunque. I miei figli hanno avuto eruzioni cutanee e infezioni; il medico ha detto che è colpa dell’aria e dell’acqua inquinate. Viviamo a pochi metri da una discarica».

In assenza di sistemi fognari sicuri, gli effetti si estendono all’aria e all’acqua, aggravando i cicli locali dei cambiamenti climatici e rendendo ogni ondata di caldo o episodio di piogge intense doppiamente pericoloso. A Deir al-Balah è stata allestita una terza discarica temporanea nella zona di Al-Baraka, dove i rifiuti sanitari provenienti dagli ospedali vicini si mescolano a quelli domestici, aumentando i rischi di inquinamento nelle aree densamente popolate.

Il ministero della salute conferma che gli ospedali producono attualmente 35-40 tonnellate di rifiuti sanitari al mese, senza attrezzature di trattamento né discariche ufficiali sicure.

Al-Aklouk avverte che i rifiuti contenenti campioni di sangue, aghi e altri materiali biologici pericolosi si mescolano ora con i rifiuti normali, trasportati in tre discariche temporanee non qualificate: Gaza City, Khan Younis e Deir al-Balah. Mette in guardia contro i raccoglitori di rifiuti che li recuperano per riutilizzarli: «Abbiamo trovato tubi per dialisi lavati e riutilizzati nei bar! L’ambiente è diventato fertile per le epidemie».

Al-Aklouk sottolinea che il ministero non combatte solo i virus o l’inquinamento, ma anche il tempo e il collasso: «Se non agiamo in fretta, Gaza dovrà affrontare una crisi ambientale i cui effetti dureranno per decenni».

GLI ESPERTI considerano la situazione come un microcosmo di un «collasso ambientale a cascata», in cui la guerra provoca emissioni inquinanti e cambiamenti climatici locali difficili da invertire.

Il ricercatore dell’Al-Mezan Center for Human Rights, Bassem Abu Jreij, ritiene che la crisi ambientale vada oltre il fallimento amministrativo, diventando una palese violazione dei diritti umani: «Un ambiente pulito è un diritto fondamentale. Distruggerne le componenti viola il diritto internazionale umanitario. L’occupazione israeliana ha preso di mira direttamente le infrastrutture ambientali e ha bloccato l’ingresso di attrezzature essenziali per il trattamento dei rifiuti, aggravando il deterioramento sanitario e ambientale».

I continui bombardamenti e l’uso prolungato di ordigni esplosivi hanno distrutto le reti idriche, le fognature, le discariche e gli impianti di trattamento, costituendo crimini di guerra ambientali ai sensi del diritto internazionale.

Abdel Rahim Abu Al-Qumbaz, direttore esecutivo del Consiglio dei servizi congiunti per la gestione dei rifiuti solidi a Gaza e nel nord, osserva che il consiglio opera praticamente senza risorse dall’inizio della guerra. «Raccoglievamo circa mille chili di rifiuti sanitari al giorno e li trattavamo con dispositivi a microonde all’avanguardia, ma la guerra ha distrutto tutte le strutture e le attrezzature, interrompendo completamente la raccolta differenziata, il trasporto e il trattamento».

AGGIUNGE: «Cerchiamo, con il personale e gli strumenti rimasti, di evitare disastri ambientali, ma una crisi di questa portata non può essere gestita senza elettricità, carburante e attrezzature. Tutto ciò che facciamo oggi sono misure provvisorie che non garantiscono la sicurezza di nessuno».

I rifiuti a rischio infettivo, come aghi e bisturi, vengono temporaneamente stoccati in magazzini chiusi sotto l’ospedale Al-Rantisi, nella parte settentrionale di Gaza, in attesa di soluzioni internazionali per riavviare il sistema di smaltimento. Abu Al-Qumbaz afferma: «Attualmente, i rifiuti infettivi si mescolano con i rifiuti normali e vengono trasportati in discariche non autorizzate in aree affollate come il mercato di Firas: una situazione ambientale estremamente pericolosa».

L’attivista per i diritti umani Saeed Abdullah sottolinea che l’accumulo di rifiuti sanitari vicino alle zone residenziali minaccia il diritto alla salute, all’ambiente e alla vita: «Lasciare questi rifiuti non trattati viola il diritto a un ambiente sicuro e sano, come sancito dalle risoluzioni delle Nazioni unite e dalle Convenzioni di Ginevra. Oggi, ciò costituisce una minaccia diretta alla vita e alla dignità dei civili».

AVVERTE che l’infrastruttura ambientale distrutta di Gaza aggrava gli effetti dei cambiamenti climatici a livello locale, aumentando le emissioni di gas tossici e l’infiltrazione di percolato nel suolo e nelle acque sotterranee, causando un degrado a lungo termine dell’ecosistema.

Il ministero della salute e i consigli di servizio congiunti, in collaborazione con le organizzazioni internazionali, tentano di fornire nuovi dispositivi o di riavviare il trattamento dei rifiuti sanitari, ma l’assedio, la carenza di carburante e la mancanza di infrastrutture impediscono l’adozione di misure concrete.

A Gaza, la guerra non è più solo una tragedia umanitaria; è una complessa crisi ambientale e climatica. La miscelazione dei rifiuti sanitari con la materia organica genera gas serra, facendo aumentare le temperature dell’aria a livello locale, mentre l’inquinamento si infiltra nelle falde acquifere, minacciando l’equilibrio ecologico della zona costiera.

Con l’assedio che continua ogni speranza di una giustizia climatica che garantisca ai gazawi il diritto a un ambiente sicuro sta svanendo. Qui, la guerra si aggiunge all’elenco dei fattori che determinano il cambiamento climatico, mentre la città inala quotidianamente le sue tossine.

Nell’immagine: una discarica informale di rifiuti a Gaza City


Drone in Romania, incidente annunciato e la Nato sceglie la prudenza: “Rafforzare le difese aeree”

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Di Claudio Tito, La Repubblica

Evitare l’escalation, rafforzare la difesa aerea e quella anti-droni e poi far crescere il livello della deterrenza. Ma niente di più.

Per alcune ore ieri notte il livello di allarme alla Nato è stato altissimo. Le consultazioni sono state frenetiche. Il Consiglio Atlantico si è riunito di fatto. In un primo momento era stata persino valutata l’opportunità di una risposta proporzionata. Un episodio di questa gravità, infatti, non si registrava da tempo. Ma alla fine il messaggio è stato quello di «continuare a condannare» e nello stesso tempo giudicare l’episodio un «incidente». O meglio un «danno collaterale» della guerra in Ucraina. L’obiettivo, dunque, è di mantenere lo scontro a livello diplomatico e verbale. Andare oltre, del resto, significherebbe accettare il conflitto e ampliarlo. Bucarest ha così convocato l’ambasciatore russo ed espulso il console. Una risposta quasi protocollare.

Ma la situazione è probabilmente peggiore di un semplice «danno collaterale». Anche se tutti i primi rilievi confermano che si è trattato di un «caso». La traiettoria del drone, infatti, è stata monitorata per diversi minuti dalla difesa rumena. Erano consapevoli, cioè, di quel che stava accadendo. E la traiettoria, come quella degli altri 43 oggetti che formavano uno “sciame”, è stata considerata non pericolosa o di impossibile neutralizzazione senza rischi. Insomma colpirlo avrebbe potuto creare più danni: incalcolabile ad esempio il punto in cui sarebbero caduti i detriti: su un centro abitato? E di che dimensione sarebbero stati i pezzi residui? Ma il punto è che quel corridoio aereo che porta in Ucraina è stato violato sistematicamente dai droni russi negli ultimi mesi. È il “binario” migliore per arrivare in quella parte della regione incastonata tra la Moldavia e il Mar Nero.

«La Russia – ha ammesso l’Alta Responsabile per la politica estera Ue, Kaja Kallas – ha smesso da tempo di rispettare i confini». Insomma si tratta di incursioni frequenti e costantemente monitorati dalla Nato senza intervenire. Per altri due motivi: non è possibile attivare sistematicamente la difesa aerea. Troppo costoso adottare questa contromisura considerando che per lanciare uno sciame di droni basta un camion e quindi non è possibile controllare l’area di partenza. Eppoi la rete di sensori volti a individuare questi sistemi autonomi non è ancora sufficientemente sviluppata in Europa (lo è invece in Ucraina) e quindi l’individuazione avviene in ritardo.

Per questo il capo di Stato maggiore rumeno, d’intesa con i vertici della Nato, ha dichiarato che il “target” non era il territorio rumeno. La necessità era quella di abbassare la tensione e non smascherare una debolezza. Per lo stesso motivo è stata avviato un rafforzamento su quel versante della difesa aerea e anche dei sistemi anti-droni. L’Organizzazione atlantica trasferirà parte delle sue attrezzature di difesa aerea in Romania. Una richiesta esplicita del governo di Bucarest. Per lo stesso motivo non è mai stato preso in considerazione il ricorso all’articolo 5 dell’Alleanza – quello che prevede la solidarietà militare – ed è stata solo ventilata l’attivazione dell’articolo 4, quello per le consultazioni volta a stabilire come reagire.

«La Nato – ha avvertito il segretario generale Mark Rutte dopo aver parlato con il presidente rumeno – è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato. Continueremo a rafforzare la nostra prontezza operativa per scoraggiare e difenderci da qualsiasi minaccia, compresi i droni». E ovviamente quello russo viene giudicato un «comportamento sconsiderato». Garanzie fornite anche dall’ambasciatore Usa presso l’Alleanza: «Difenderemo – ha detto Matthew Whitaker – ogni centimetro del territorio Nato».

Ma la paura in Europa è cresciuta così come il timore di continuare ad essere solo un «danno collaterale». L’ipotesi di dialogare con Mosca da ieri si è quindi allontanata ulteriormente. Nominare un inviato ad hoc per negoziare con Putin viene giudicato «inutile» perche il presidente russo non ha alcuna intenzione di trattare. L’Ue sta semmai cercando di accelerare per approvare il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro il Cremlino. «La guerra di aggressione della Russia – ha ammonito la presidente della Commissione Ursula von der Leyen – ha oltrepassato un altro limite».

Nell’immagine: i danni causati dal drone


Quel doppio filo dell’Occidente alle origini dell’impunità

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Di Widad Tamimi, il manifesto

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, il regime dell’apartheid sudafricano crollò sotto il peso di un cortocircuito morale ed economico. Le immagini del massacro di Sharpeville del 1960 e i corpi dei ragazzi di Soweto nel 1976 squarciarono il velo dell’indifferenza occidentale.

Seguirono i boicottaggi dei consumatori, il disinvestimento delle Università, l’isolamento culturale e, infine, il colpo di grazia finanziario: nel 1985, le grandi banche internazionali, guidate dalla Chase Manhattan, decisero di non rinnovare i prestiti a breve termine a Pretoria.

Oggi, mentre la strage a Gaza supera la drammatica cifra di 72mila vittime palestinesi e la Cisgiordania colonizzata brucia sotto i colpi di un’espansione degli insediamenti illegali mai così aggressiva dal 2017, le piazze mondiali e le istituzioni internazionali evocano con forza lo spettro dell’apartheid. Eppure, l’arma del boicottaggio totale e delle sanzioni economiche, che un tempo piegarono Pretoria, oggi nei confronti di Israele appare impossibile.

LA RAGIONE di questa paralisi non risiede solo nelle evidenti asimmetrie geopolitiche, ma in una differenza strutturale profonda: il Sudafrica dell’apartheid era un partner commerciale esterno da cui l’Occidente comprava merci; l’Israele di oggi è un organo vitale inserito direttamente dentro il motore tecnologico, digitale e militare dell’Occidente. Se si analizza la struttura degli scambi, il confronto tra i due scenari rivela importanti differenze. Il Sudafrica esportava commodities fisiche: oro, carbone e minerali rari come cromo e manganese, essenziali per l’industria siderurgica della Nato. Se un’azienda occidentale poteva sostituire il carbone sudafricano con quello australiano in poche settimane, una banca europea che utilizza architetture di cybersecurity israeliane non può cambiare sistema premendo un bottone. Oltre il 55% dell’export di Tel Aviv è composto da servizi intangibili.

Siamo di fronte a un’interdipendenza invisibile che si manifesta anzitutto nel settore dei semiconduttori, dove centri nevralgici di colossi come Intel hanno sede in Israele, rendendo un eventuale blocco delle esportazioni un potenziale fattore di paralisi per la catena di fornitura dell’elettronica globale e dei dispositivi medici. La stessa vulnerabilità si registra nella sicurezza informatica, dato che le reti finanziarie e i sistemi di difesa occidentali sono profondamente integrati con i software israeliani. C’è poi il nodo cruciale della ricerca e sviluppo: più di 400 multinazionali globali, tra cui spiccano Apple, Google, Microsoft e i grandi marchi della farmaceutica, sviluppano i loro brevetti strategici proprio nei laboratori di Tel Aviv e Haifa.

L’Unione europea rappresenta il primo partner commerciale di Israele, attorno ai 70 miliardi di euro all’anno, i rapporti sono regolati dall’Accordo di Associazione del 2000. Nonostante l’articolo 2 di tale trattato vincoli esplicitamente le relazioni al rispetto dei diritti umani, Bruxelles sbarra la strada a ogni reazione concreta.

LA GERMANIA registra un interscambio bilaterale di merci di circa sei miliardi di euro all’anno e un legame militare strettissimo con Israele. L’Italia mantiene relazioni solide con un valore che si aggira intorno ai 4-5 miliardi di euro, caratterizzato da cooperazioni strategiche guidate da giganti nazionali come Eni nell’esplorazione energetica del Mediterraneo orientale e Leonardo nel comparto dell’aerospazio e della difesa. I Paesi Bassi agiscono invece come un fondamentale hub logistico e tecnologico. Persino l’Irlanda rappresenta un caso emblematico di questa asimmetria: dipende economicamente dall’importazione di circuiti integrati per alimentare i propri stabilimenti tecnologici nazionali.

E poi gli Stati uniti, partner commerciale più importante per Israele, con un commercio bilaterale di beni e servizi che si aggira sui 50-55 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia, a fare la differenza non sono le merci tradizionali, ma un cordone ombelicale finanziario e militare che non ha eguali. Sulla base del memorandum decennale in vigore, gli Usa inviano a Israele 3,8 miliardi di dollari all’anno in assistenza militare fissa, a cui si sono aggiunti pacchetti d’emergenza straordinari approvati dal Congresso per oltre 14 miliardi di dollari.

A QUESTO SI AGGIUNGE il valore geopolitico di Israele, storicamente definito come la più grande portaerei americana nel Mediterraneo orientale. Il parallelo storico con il Sudafrica si inceppa dunque nei nodi di una rete globale immateriale. L’apartheid di Pretoria fu sconfitto perché il capitalismo occidentale scoprì che poteva sopravvivere anche senza i razzisti afrikaner.

Eppure, l’apparente insostituibilità di Israele non è una condanna eterna: è una scelta politica ed economica reversibile. Se l’Europa volesse davvero allineare la propria condotta morale ai trattati istituzionali che celebrano i diritti umani, dovrebbe avviare un piano strutturale e coordinato di sganciamento e indipendenza strategica dal commercio con Israele. Volendo, Bruxelles potrebbe stimolare la crescita dell’industria digitale europea.

E UN GRUPPO di paesi d’avanguardia – guidato da Spagna, Irlanda, Slovenia, Belgio e Paesi Bassi – potrebbe agire attraverso coalizioni forti. Questi Stati possono applicare la recente opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia introducendo bandi commerciali totali sui prodotti provenienti dagli insediamenti illegali e bloccando i transiti e le licenze di esportazione di armi o componenti militari verso Israele attraverso i propri territori nazionali. Se una decisione unanime a 27 è temporaneamente impossibile, lo strappo politico dei singoli governi può innescare un effetto domino normativo in grado di incrinare la compattezza del mercato unico a difesa del diritto internazionale.

L’indipendenza economica dell’Europa non è solo una sfida industriale: è l’unico modo rimasto per non essere complici dello sterminio di un popolo.

Nell’immagine: soldati israeliani invadono la città vecchia di Nablus


Il Libano martoriato attaccato da Israele

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

GERUSALEMME. C’è una parola che Israele usa con precisione chirurgica, e quella parola è mirato. Attacco mirato. Raid mirato. Operazione mirata. La mattina del 28 maggio, un missile israeliano ha colpito un appartamento al secondo piano di un palazzo residenziale nel quartiere di Shuwayfat, alla periferia sud di Beirut.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato che l’obiettivo era Ali al-Hasani, responsabile del comparto missilistico della Divisione Imam Hussein di Hezbollah. Se sia stato ucciso, al momento non è confermato.Quello che è certo è tutto il resto: era il primo attacco su Beirut in tre settimane, avvenuto mentre è formalmente in vigore un cessate il fuoco tra Israele e Libano, firmato il 17 aprile. E la parola mirato serve a questo, a fare in modo che un edificio residenziale abitato non sia un edificio residenziale abitato, ma un obiettivo militare colpito con precisione. Come se la precisione assolvesse.

Intorno alla parola mirato si è costruita l’intera architettura del conflitto libanese nelle ultime sei settimane: una serie di operazioni che individualmente vengono presentate come eccezioni, risposte a provocazioni, necessità tattiche, e che collettivamente compongono qualcosa di completamente diverso.

Dal 17 aprile, giorno in cui la tregua è entrata formalmente in vigore, 600 persone sono state uccise, 10 mila case sono state distrutte o danneggiate, e solo nei primi quattro giorni il cessate il fuoco è stato violato 220 volte. Duecento venti violazioni in quattro giorni non sono la disintegrazione di un accordo.

Sono la prova che quell’accordo non è mai esistito come tale, che il documento firmato il 17 aprile non regolamenta la presenza della violenza, ma soltanto la sua forma, che stabilisce come nominarla, come giustificarla, in quale formato presentarla al mondo. Ogni raid diventa «mirato», ogni ordine di evacuazione diventa «misura di protezione dei civili», ogni avanzata terrestre diventa «rafforzamento della zona di sicurezza».

Le stesse parole che nel diritto internazionale umanitario esistono per proteggere le popolazioni civili vengono svuotate e riempite di contenuto opposto, trasformate nello schermo dietro cui la distruzione procede ordinata e nominata. È una violenza che ha imparato a parlare il linguaggio della sua stessa regolamentazione, e proprio per questo diventa quasi inattaccabile nelle sedi in cui la contestazione dovrebbe contare: il Consiglio di Sicurezza, le corti internazionali, le cancellerie europee. Ogni volta che qualcuno alza la voce, la risposta è già pronta: l’operazione era mirata, l’obiettivo era militare, i civili erano stati avvisati. La forma è rispettata. Quello che accade dentro quella forma è, formalmente, un’altra questione.

Benjamin Netanyahu non si nasconde. «Li colpiremo. Stanno usando i droni, abbiamo una squadra speciale che se ne occupa. Quello che ci impone è di intensificare gli attacchi e colpirli frontalmente», ha dichiarato in un video lunedì. Davanti al gabinetto di sicurezza ha precisato che le forze israeliane «stanno operando con ingenti forze sul terreno e conquistando posizioni strategiche dominanti», e che l’obiettivo è «fortificare la zona di sicurezza per proteggere le comunità israeliane del Nord». La zona di sicurezza è il luogo in cui la retorica difensiva diventa progetto territoriale.

Quella zona ha confini mobili. Inizialmente identificata lungo il corso del fiume Litani, dopo il cessate il fuoco è stata spostata ulteriormente verso Nord, portando l’occupazione israeliana a circa 20 chilometri dal confine. Nelle ultime ore l’Idf ha esteso le operazioni di terra anche oltre quella fascia, un’estensione che avviene per decreto militare, senza negoziato, senza accordo con il governo libanese, senza che nessun organismo internazionale abbia l’autorità o la volontà di contestarla.

Si dichiara una zona di sicurezza, la si abita militarmente, si demolisce quello che c’era, si impedisce il ritorno di chi viveva lì, e poi si sposta la linea ancora un poco avanti. Al momento 110 località rimangono soggette agli ordini di sfollamento forzato israeliani, inclusi 55 paesi e cittadine che si trovano al di sotto della nuova linea di demarcazione.

Gli ordini di evacuazione sono lo strumento attraverso cui tutto questo diventa presentabile. Nell’uso che ne fa l’Idf si costruisce l’idea della guerra giusta: Israele avvisa, la gente si mette in salvo, poi arrivano le bombe su obiettivi militari. Ma l’evacuazione non è una misura umanitaria quando riguarda interi centri urbani storici e quando a essa non segue il diritto al ritorno. L’esercito israeliano ha costretto gran parte della popolazione meridionale ad andarsene e sta portando avanti una campagna sistematica di demolizione di case, uffici, moschee e infrastrutture, con l’obiettivo dichiarato di creare una zona cuscinetto tra i due Paesi.

Le immagini satellitari mostrano che questa strategia di distruzione e sradicamento di comunità intere sta continuando quasi quotidianamente, come nell’antico villaggio di Deir Sarya, raso al suolo con escavatori. È il copione di Gaza. Come accaduto nella Striscia a Rafah, a Khan Younis e Jabalya, anche in Libano si assiste alla distruzione di intere città e villaggi, con l’occupazione di circa il 15% dell’intero territorio libanese e lo sfollamento del 20% della sua popolazione.

Il parallelismo con Gaza è più di una metafora critica, è una descrizione operativa. Stesse ruspe, stessa logica delle zone di sicurezza che avanzano, stessa costruzione di un territorio inabitabile come precondizione per un’occupazione che non dice il suo nome. La differenza, per ora, è che il Libano ha uno Stato con un esercito e un governo, per quanto fragile, e che sulla sua terra operano i contingenti Unifil, e che la sua capitale ha aeroporti, ambasciate, quartieri frequentati da giornalisti stranieri.

Per ora Beirut non è Gaza. Ma questa mattina un missile è arrivato a Shuwayfat, a poche centinaia di metri dall’aeroporto internazionale, e un alto funzionario israeliano ha già chiarito che gli «attacchi mirati» sono esclusi da qualunque vincolo imposto da Washington. Perché Washington è il vero punto di pressione, e anche il vero punto cieco. Nei giorni scorsi era emersa la contrarietà americana a eventuali raid sulla capitale libanese.

L’amministrazione Trump aveva fatto sapere, attraverso canali ufficiali israeliani, di non volere palazzi crollati a Beirut. La frase è rivelatrice nella sua brutalità pragmatica: il problema non sono i palazzi che crollano, ma la visibilità dei palazzi che crollano, il frame televisivo, la reazione dell’opinione pubblica americana. Nel sud del Libano, lontano dalle telecamere, oltre 3.200 persone sono state uccise dall’inizio dell’escalation del 2 marzo, con più di un milione di sfollati.

Quei palazzi crollano da mesi senza che questo rappresenti un problema per l’amministrazione Trump, impegnata nei negoziati con Teheran e nella costruzione del Board of Peace a Gaza. Il Libano è lo spazio che resta quando l’attenzione diplomatica guarda altrove. Netanyahu lo sa, e agisce di conseguenza. L’opposizione israeliana lo accusa di aver accettato il “diktat” americano sul memorandum con l’Iran e di essere «una marionetta nelle mani di Trump».

L’accusa è strumentale e in larga parte disonesta – Lieberman, Lapid e Gantz avrebbero condotto la stessa guerra – ma rivela la logica politica interna che governa le scelte sul Libano: Netanyahu deve mostrare alla sua destra che non si è fermato, che la zona di sicurezza avanza, che Hezbollah paga un prezzo. La guerra in Libano è anche, sempre, una guerra domestica israeliana combattuta con bombe straniere.

Il cessate il fuoco del 17 aprile non è mai stato una pace. Era una ridefinizione delle regole di ingaggio, il permesso di continuare in modo controllato quello che era già in corso. Adesso anche quel controllo si allenta, e la linea che separava il sud di Beirut dai teatri attivi di guerra si è spostata di qualche isolato verso il centro. Come è già accaduto in Libano nel 2006, come è accaduto a Gaza dal 2007 in poi, come accade ogni volta che una violenza si normalizza gradualmente, la linea si sposta, e quando si sposta nessuno riesce più a ricordare esattamente dov’era prima, e questo è già metà del lavoro.


Anthropic vale quasi mille miliardi di dollari dopo un mega-round di investimento da 65 miliardi

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Di Gabriella Rocco, La Repubblica

C’è un numero che, fino a pochissimo tempo fa, sarebbe appartenuto al vocabolario delle speculazioni fantascientifiche. Sessantacinque miliardi di dollari. In un solo round di finanziamento.

Per un’azienda fondata nel 2021 che, fino a qualche anno fa, era conosciuta ai più soltanto come “quella startup fondata dagli ex di OpenAI”.

Oggi Anthropic non è più una startup. È qualcosa di difficile da definire con le categorie tradizionali del venture capital e dell’industria tech: un colosso privato da 965 miliardi di dollari di valutazione post-money, un soffio sotto il trilione, con un fatturato che ha già superato i 47 miliardi di dollari e una lista di investitori che legge come il who’s who della finanza globale.

Il round da 65 miliardi Series H – guidato da Altimeter Capital, Dragoneer, Greenoaks e Sequoia Capital – non è soltanto il finanziamento privato più grande della storia della Silicon Valley. È un evento che ridisegna le coordinate dell’intera industria dell’intelligenza artificiale. E pone domande enormi sul futuro dell’economia digitale, sulla concentrazione del potere tecnologico e sul ruolo che l’AI avrà nelle nostre vite nei prossimi anni.

Ora il valore stimato dell’azienda guidata da due fratelli italoamericani, Daniela e Dario Amodei, è addirittura superiore a quello di OpenAI, l’azienda di cui è amministratore delegato Sam Altman, che da laboratorio no-profit si è trasformata in un colosso tech da circa 850 miliardi di dollari.

Una lista di investitori da capogiro

Per capire la portata di questo round, basta scorrere la lista di chi ha deciso di scommettere su Anthropic. Il round è stato co-guidato da Capital Group, Coatue, D1 Capital Partners, GIC — il fondo sovrano di Singapore — ICONIQ e XN. Tra gli investitori di rilievo figurano nomi che attraversano verticalmente il mondo della finanza globale: Blackstone, Brookfield, Fidelity Management & Research Company, General Catalyst, Insight Partners, Jane Street, Lightspeed Venture Partners, T. Rowe Price, Temasek, DST Global, Baillie Gifford, MGX e molti altri.

Non si tratta soltanto di venture capital tradizionale. Ci sono fondi sovrani, colossi della gestione patrimoniale, hedge fund e investitori istituzionali che raramente siedono allo stesso tavolo. Un segnale inequivocabile: Anthropic non viene più percepita come una scommessa ad alto rischio su una tecnologia emergente. È diventata un asset strategico globale.

A completare il quadro, 15 miliardi di dollari di investimenti già impegnati da parte degli hyperscaler – i grandi fornitori di cloud computing – tra cui 5 miliardi di dollari da Amazon, da sempre il principale partner cloud e di training di Anthropic. E poi i partner strategici dell’infrastruttura: Micron, Samsung e SK Hynix, i tre giganti mondiali della memoria e dei chip logici, il cui coinvolgimento segnala che Anthropic sta costruendo un ecosistema hardware oltre che software.

I numeri che nessuno si aspettava

Per comprendere come si sia arrivati a un round di questa dimensione, bisogna guardare alla traiettoria di crescita di Anthropic negli ultimi mesi. Dalla Series G, chiusa a febbraio, l’adozione di Claude tra i clienti enterprise globali non ha smesso di accelerare. Il fatturato ha superato i 47 miliardi di dollari all’inizio di questo mese. Una cifra che, per una società che non era ancora quotata in borsa, è semplicemente storica.

Aziende di ogni settore stanno impiegando Claude nelle loro operazioni principali. Non si tratta più di sperimentazioni pilota o di progetti proof-of-concept: l’AI è entrata nei flussi di lavoro core delle organizzazioni più complesse al mondo. E un numero crescente di individui lo utilizza quotidianamente per il proprio lavoro, dalla scrittura di codice all’analisi di dati, dalla redazione di documenti legali alla ricerca scientifica.

«Claude è sempre più indispensabile per la nostra crescente comunità globale di clienti», ha dichiarato Krishna Rao, Chief Financial Officer di Anthropic. «Questo finanziamento ci aiuterà a soddisfare la domanda storica che stiamo vivendo, restare al campo della ricerca e portare Claude in più luoghi dove avviene il lavoro.»

L’infrastruttura come campo di battaglia

Se c’è un elemento del round che rivela la vera ambizione di Anthropic, è la dimensione infrastrutturale. Nelle ultime settimane, l’azienda ha firmato accordi che avrebbero fatto notizia singolarmente, ma che insieme compongono un quadro di proporzioni straordinarie.

Con Amazon, fino a cinque gigawatt di nuova capacità computazionale. Con Google e Broadcom, cinque gigawatt di capacità TPU di nuova generazione — le unità di elaborazione tensor sviluppate da Google specificamente per i carichi di lavoro AI. Con SpaceX, l’accesso alla capacità GPU all’interno di Colossus 1 e Colossus 2, il supercomputer costruito da Elon Musk per xAI e ora aperto a partnership esterne.

Dieci gigawatt totali di nuova capacità. Per dare un termine di paragone: dieci gigawatt è la potenza di circa dieci grandi centrali nucleari. È l’energia necessaria per alimentare milioni di abitazioni. Stiamo parlando di un’infrastruttura computazionale di scala industriale, non di qualche server farm aggiuntiva.

E poi c’è il dato che forse più di ogni altro racconta la posizione di Anthropic nel mercato: Claude è oggi il primo modello di frontiera disponibile simultaneamente su tutte e tre le maggiori piattaforme cloud del mondo: Amazon Web Services, Google Cloud e Microsoft Azure. Una presenza trasversale che nessun altro modello AI può vantare, e che trasforma Claude in un’infrastruttura neutrale su cui le aziende possono costruire indipendentemente dal proprio fornitore cloud di riferimento.

Le voci degli investitori: perché ora, perché Anthropic

In un mercato dove le valutazioni miliardarie si moltiplicano e la retorica sull’AI rischia di superare i fondamentali, le parole degli investitori di questo round sono particolarmente significative. Non si tratta di ottimismo generico: emergono tesi di investimento precise e articolate.

Brad Gerstner, fondatore e CEO di Altimeter Capital, uno dei lead investor del round, è diretto: «Gli ultimi progressi di Claude hanno favorito un’adozione su larga scala tra le organizzazioni più impegnative al mondo. Questo slancio posiziona Anthropic per guidare la prossima fase dell’innovazione nell’AI e cogliere l’enorme opportunità che li attende.»

Marc Stad, Managing Partner di Dragoneer, aggiunge una prospettiva più lunga: «Il progresso tecnologico che stiamo vedendo ora è mozzafiato. E crediamo di essere ancora nei primi giorni sia dello sviluppo che della commercializzazione di questa tecnologia.» Una frase che suona quasi paradossale davanti a numeri come quelli di questo round, ma che riflette una convinzione genuina: siamo al prologo, non al climax.

Neil Mehta, founder e managing partner di Greenoaks, si concentra su qualcosa di meno misurabile ma forse più duraturo: «Anthropic ha costruito un’organizzazione in cui i migliori ricercatori e ingegneri del mondo operano con una chiarezza di scopo senza pari, perché credono che questo sia il lavoro più importante che faranno mai. Raramente la cultura, la missione e lo slancio commerciale di un’azienda si sono rafforzati così completamente.»

È Alfred Lin di Sequoia Capital, però, a fornire forse la sintesi più lucida di cosa sta succedendo nel mercato enterprise: «Startup e aziende della Global 5000 stanno impiegando Claude per gestire flussi di lavoro complessi e, così facendo, Claude sta imparando come operano realmente le aziende: il contesto, i processi, il giudizio. Anthropic sta costruendo il ponte tra dove si trova oggi l’AI enterprise e dove sta andando.»

Sicurezza e interpretabilità: la scommessa che distingue Anthropic

C’è un elemento che distingue Anthropic dalla maggior parte dei suoi competitor, e che torna esplicitamente nella comunicazione di questo round: l’impegno sulla sicurezza e l’interpretabilità dell’AI. Parte significativa del finanziamento, secondo quanto dichiarato dall’azienda, sarà destinata proprio a far avanzare la ricerca in questi ambiti.

Non è marketing. È il DNA dell’azienda. Anthropic nasce nel 2021 da una scissione da OpenAI, guidata da Dario Amodei e sua sorella Daniela Amodei, insieme ad altri ricercatori che ritenevano insufficiente l’attenzione della loro precedente organizzazione ai rischi legati allo sviluppo di AI sempre più potente. Da allora, la ricerca sulla sicurezza – e in particolare sull’interpretabilità, ovvero la capacità di capire cosa succede davvero all’interno di un modello AI – è rimasta centrale nella missione dell’azienda.

In un momento in cui i modelli AI diventano agenti autonomi capaci di eseguire compiti complessi nel mondo reale, la questione della sicurezza non è più accademica. È operativa. Ed è probabilmente uno dei motivi per cui le organizzazioni più conservative – dai fondi sovrani alle istituzioni finanziarie – hanno scelto di investire in Anthropic piuttosto che altrove.

Cosa significa per il mercato globale dell’AI

Un round da 65 miliardi di dollari non riguarda soltanto Anthropic. Manda segnali precisi all’intero ecosistema.

Il primo: il mercato dei modelli AI di frontiera si sta consolidando intorno a pochissimi player. La barriera all’ingresso – in termini di capitale, talento e infrastruttura – è ormai così alta da rendere quasi impossibile l’emergere di nuovi contendenti senza backing istituzionale massiccio. La competizione si gioca tra OpenAI, Google DeepMind, Meta AI e Anthropic. E forse qualcuno in Cina.

Il secondo: il modello di business dell’AI enterprise funziona. I 47 miliardi di dollari di fatturato di Anthropic non sono proiezioni o valutazioni speculative. Sono ricavi reali, generati da aziende reali che pagano per usare Claude nei loro processi. L’era del “ci pensiamo alla monetizzazione dopo” è definitivamente chiusa.

Il terzo, e forse il più sottile: la concentrazione di capitale e infrastruttura nell’AI sta creando dipendenze sistemiche che i regolatori di tutto il mondo — Europa in testa — faranno sempre più fatica a ignorare. Quando un singolo modello è disponibile sui tre principali cloud al mondo, quando i chip di memoria di Samsung, Micron e SK Hynix alimentano la stessa piattaforma, quando fondi sovrani di Singapore, Abu Dhabi e altri paesi siedono nel cap table della stessa azienda, le domande sulla governance e sulla concentrazione del potere tecnologico diventano urgenti.

Il ponte verso il trilione

Novecento sessantacinque miliardi di dollari. Anthropic è a 35 miliardi dal diventare la prima azienda AI privata a raggiungere la valutazione di un trilione di dollari. Un traguardo che, ai ritmi attuali di crescita, potrebbe essere questione di mesi.

Ma al di là del numero – affascinante quanto può esserlo qualsiasi record – ciò che questo round racconta è qualcosa di più profondo. Racconta di un cambio di paradigma nell’economia globale, in cui l’intelligenza – artificiale, scalabile, distribuibile – sta diventando la risorsa più preziosa e contesa del pianeta. Racconta di aziende che non sperimentano più l’AI, ma ci costruiscono sopra il loro futuro. Racconta di investitori che non scommettono su una tecnologia, ma su un’infrastruttura che potrebbe ridisegnare come lavoriamo, decidiamo e creiamo valore. E racconta, in fondo, di quanto poco abbiamo ancora capito di dove stiamo andando.

Come ha detto Marc Stad di Dragoneer: siamo ancora nei primissimi giorni. Sessantacinque miliardi di dollari sembrano tantissimi. Potrebbero rivelarsi soltanto l’inizio.


Le bugie sui caduti non bastano: oltre 600mila morti tra russi e ucraini

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Di Sabato Angieri, il manifesto

La guerra in Ucraina si è trasformata da tempo in un tritacarne, ma per avere un’idea di quanto sia costata in termini di vite umane non ci si può affidare ai dati dei belligeranti. Se considerassimo affidabili i dati ucraini sulle perdite russe, tra morti e feriti inabili al combattimento, saremmo ben oltre il milione e 300mila uomini. Quasi specularmente il ministero della Difesa di Mosca quantifica in 1,5 milioni gli ucraini morti o feriti gravi. Tuttavia, pur non avendo cifre ufficiali, esistono report basati su elenchi di nomi verificati che portano le vittime militari complessive a oltre 600mila uomini.

PER PIÙ DI TRE ANNI i media occidentali hanno aperto le notizie del giorno sull’Ucraina citando le cifre fornite dal ministero della Difesa di Kiev sui caduti russi e azzardando le teorie più apocalittiche sulle sorti dei reparti di Mosca. Le quali, in parte, traggono spunto da un assunto impresso su tutti i manuali di teoria militare: chi attacca subisce perdite molto più alte di chi difende, in un rapporto di circa 3 a 1. Siccome la guerra dei russi è stata tutta offensiva, è scontato e quasi certamente vero che gli uomini di Vladimir Putin alla fine avranno un bilancio complessivo molto più alto della controparte.

QUESTA SETTIMANA Anne Keast-Butler, direttrice della Gchq, l’agenzia di intelligence britannica che si occupa di cyberattacchi ha dichiarato che «quasi 500mila soldati russi sono morti dall’inizio della guerra», ma si tratta di stime su dati classificati. Non come quelli che compongono il report che Mediazona (uno dei principali media dell’opposizione del Cremlino) ha compilato e aggiorna costantemente in collaborazione con Meduza (altro media d’opposizione russo) e la versione russa della Bbc. Al 22 maggio 2026 è stata trovata conferma di 221.206 soldati russi caduti in Ucraina dall’inizio dell’invasione. Di questi 7.147 sono ufficiali. Il dato, considerato il più affidabile al momento, è costruito basandosi sugli annunci delle famiglie sui social network, sui funerali, le comunicazioni funebri, gli elenchi ufficiali (laddove disponibili o in qualche modo scoperti) dell’amministrazione civile e militare. Si legge nella premessa: «abbiamo elaborato una stima basata sulla mortalità maschile in eccesso, utilizzando i dati del Registro nazionale delle successioni. Questo metodo statistico, messo a punto in collaborazione con Meduza, contribuisce a ovviare ai limiti derivanti dal fare affidamento esclusivamente sui decessi riportati dai media» e porta la cifra complessiva stimata a 352mila caduti. Non si tengono in considerazione i feriti, che secondo tutti i rapporti internazionali ammontano a diverse centinaia di migliaia.

IL RAPPORTO consegna uno schema evidente dell’evoluzione del conflitto: «nei primi sei mesi di guerra, quando i combattimenti erano condotti dall’esercito regolare, la fascia d’età compresa tra i 21 e i 23 anni registrava il maggior numero di vittime». Successivamente, con il reclutamento forzato dei carcerati, l’afflusso costante di volontari e l’arrivo dei richiamati delle classi precedenti, si arriva a più di 120mila morti confermati tra i 30 e i 45 anni. Questi numeri ci dicono che la guerra è cambiata: dall’ “operazione militare speciale” dei professionisti delle armi, alla carne da cannone reclutata nelle regioni più lontane e mandata a fare numero. Infatti i morti complessivi sono saliti progressivamente settimana dopo settimana, fino a quintuplicare – in media – nel 2025 rispetto al 2022.

ANCHE LA PROVENIENZA dei defunti è emblematica: le regioni che hanno dato più uomini sono le più remote (e in molti casi povere) con in testa la Baschiria (9473) e il Tatarstan (8408). Tuttavia, dell’intera parte occidentale della Federazione, la regione di Mosca è quella che ha pagato il tributo di sangue più alto (5799, ma su 13 milioni di residenti).

VOLODYMYR ZELENSKY ha fornito per la prima volta delle cifre sui caduti ucraini all’inizio di quest’anno: 55mila. Qualsiasi fonte che non sia il governo di Kiev sostiene che tale cifra non sia aderente alla realtà. Secondo il progetto Ua losses, che sta compilando un report simile a quello di Mediazona ma con meno mezzi e collaborazioni, ad oggi siamo ad almeno 91.559 morti confermati, 95.165 dispersi e 4.454 prigionieri. Stupisce – e questa è una specificità ucraina – che in molti casi le autorità militari preferiscano utilizzare l’etichetta “disperso” invece che dichiarare il decesso di un soldato. Tale pratica, come abbiamo più volte raccontato, porta all’esasperazione le famiglie. Meno specifici i dati del centro studi Usa Csis: tra i 100 e i 140mila caduti e quasi 500mila feriti. Mentre la Bbc parla di 200mila caduti.

I DATI SUI CIVILI, al contrario, sono quasi univoci. Gli ucraini uccisi dai bombardamenti russi sono almeno 16mila e 48mila i feriti (dati Onu). Mentre per quelli russi non si hanno stime esatte anche perché al momento i numeri sono esigui e limitati alla seconda metà del 2025 e al ’26, ovvero da quando i droni ucraini hanno iniziato a colpire regolarmente le regioni a ridosso della frontiera.

Nell’immagine: corpi di soldati russi in un obitorio a Kiev


PSE e nuovo stadio. Cosa ci sarà mai da festeggiare?

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Nel weekend del 30-31 maggio avrà luogo l’inaugurazione dell’AIL Arena, il nuovo stadio calcistico del FC Lugano. E con essa esploderà l’intossicazione mediatica, fatta di retorica sportiva sui nuovi confini inesplorati che raggiungerà la società calcistica grazie alla nuova, fiammante struttura (anzi, tutto lo sport ticinese), di deliri sulle ricadute economiche per la città (anzi, per tutto il Ticino) di questa operazione, e di osannanti ringraziamenti alla lungimiranza di certe figure che hanno permesso la creazione del Polo Sportivo e degli Eventi (PSE) e dei suoi contorni speculativo-immobiliari. In breve: raramente si ripeterà un’operazione collettiva di tale potenza, finalizzata a celebrare per nascondere le criticità disseminate lungo la strada di questo progetto megalomane. Media, autorità politiche cittadine e cantonali, società sportive: tutte saranno unite nel celebrare l’AIL Arena e il PSE. Non ci sarà spazio per nient’altro, tanto meno per un onesto bilancio critico. Nessuna considerazione per il 42% delle e degli aventi diritto di voto che hanno rifiutato il PSE. A questa mancanza cercheremo di rimediare con questo piccolo e parziale bilancio, giusto per non dimenticare. Infatti, il PSE è ancora lontano dall’essere completato.

Uno stadio regalato a una società privata…

Varrà la pena cominciare ricordando un semplice fatto: lo stadio da 114 milioni di franchi non risponde ai bisogni sociali della popolazione luganese, ma agli interessi di una società sportiva privata, ormai nelle mani di un miliardario che vuole realizzare profitti. Detto altrimenti, la collettività pagherà a una società privata una struttura sovradimensionata che, pur ammettendo che il calcio e il tifo siano l’espressione di un certo bisogno sociale, riguarda un’esigua minoranza di persone: i 3’583 spettatori che hanno mediamente seguito il FC Lugano in questa stagione. Il tutto condito da un affitto di soli 400’000 franchi l’anno. A Lugano gli affitti a pigione moderata sono concessi solo ai miliardari e alle loro società sportive. Ciliegina sulla torta: dopo aver vantato lo stadio come strumento per rispondere anche ad altre esigenze oltre a quelle sportive, l’organizzazione di concerti ad esempio, è arrivato il diktat della dirigenza dell’FC Lugano, ovviamente sostenuto dal Municipio, secondo il quale lo stadio servirà esclusivamente alle partite di calcio. 

Però, le conseguenze dell’edificazione dello stadio e di tutto il PSE graveranno pesantemente sull’intera popolazione. Vediamole in rapida rassegna. Per recuperare i campi da calcio secondari divorati dai contenuti immobiliari e sportivi, è stato necessario creare il centro sportivo del Maglio: quattro campi costati 51,4 milioni di franchi. Tutto a carico della cittadinanza. Ovviamente non si può passare sotto silenzio il Palazzetto dello Sport, questo più utile, ma dal prezzo spropositato: 80 milioni di franchi! Poi, in futuro, arriverà anche la Torre Est, discutibile intervento architettonico che svuoterà gli uffici comunali sparsi sul territorio cittadino per concentrarli appunto in questa nuova costruzione, della quale non vi era la minima necessità, né sociale né amministrativa. Stesso discorso per il Blocco Servizi, che ospiterà la nuova sede della polizia cittadina. Così la collettività pagherà a UBS almeno 3,4 milioni di franchi l’anno che, per i 25 anni di durata dei contratti, porteranno nelle casse della banca 85 milioni di franchi. Gli affitti attuali per i servizi amministrativi e per la polizia comunale costano 1’228’790 franchi l’anno. Municipio e Consiglio comunale dunque riusciranno a sperperare 54 milioni di franchi.

…mentre si tagliano servizi pubblici e si svende il patrimonio cittadino!

Per finanziare l’operazione PSE, dal 2026 scatterà un aumento del moltiplicatore comunale di 3 punti: un incremento del carico fiscale che andrà a colpire tutti i cittadini. Ma ciò non basta. Gli investimenti del PSE hanno fatto tracimare quello che sarà l’onere netto di cui la città dovrà farsi carico per il periodo 2026-2033. Su un totale di 622 milioni di franchi, almeno 195 milioni sono dovuti al riscatto dei contenuti sportivi del PSE. Per pagare questo sperpero di denaro pubblico, le autorità politiche hanno deciso di tagliare i servizi pubblici. Un primo pacchetto di tagli è già attivo e prevede un risparmio di 13,8 milioni di franchi, colpendo scuola, aiuti sociali, cultura e personale comunale. Ma nel periodo 2028-2030 interverrà un secondo pacchetto di tagli per un totale di 22,9 milioni di franchi. Secondo il Municipio questa scelta è dovuta all’aumento delle spese derivato dall’accettazione delle due iniziative sui costi della cassa malati (votazione del 28.9.2025). Può anche darsi, ma questi aumenti di spesa avrebbero potuto essere sopportati senza operare tagli se la città non si fosse dissanguata con il progetto PSE. Questa è una certezza. Tagli che, peraltro, non bastano.

Per ridurre il peso finanziario dovuto al pagamento degli interessi sul debito e alle quote di capitale da rimborsare, anche a causa del PSE, le autorità politiche luganesi hanno elaborato una lista di beni pubblici (mobili e immobili) da (s)vendere ai privati. L’obiettivo è recuperare 306,1 milioni di franchi. Tra questi figura anche il pregiato palazzo Ex-Dogane in via Posta. Ricordate? Il Municipio aveva promesso ufficialmente che, con lo svuotamento degli uffici comunali, questo palazzo sarebbe stato riconvertito in immobile residenziale, per ripopolare il centro città. Una menzogna, allora, spudorata, confermata ora dal fatto che l’immobile è addirittura in svendita.

In questo bilancio sociale del nuovo stadio, e del PSE nel suo insieme, non vanno taciuti due altri aspetti importanti. Le scelte per finanziare questa operazione traducono l’inettitudine di chi dirige la città. Il riscatto dello stadio e del palazzetto non può attenuare la grave incompetenza dimostrata. Dal contratto di leasing contenuto nell’accordo di Partenariato Pubblico Privato per finanziare i contenuti sportivi, un vero e proprio furto, si è scelto di far valere la clausola del riscatto. Ciò dimostra che la città poteva procedere fin da subito in maniera autonoma con un prestito obbligazionario. Se lo avesse fatto già nel 2020, come hanno sempre sostenuto gli oppositori al PSE, i tassi più bassi dell’epoca rispetto agli attuali avrebbero potuto evitare un costo maggiore alla popolazione luganese. A quanto ammonta questo sovraccosto? Tutti muti, ovviamente. E il peggio è che ancora oggi ci sono forze politiche che sostengono la validità del Partenariato Pubblico Privato anche per i prossimi grandi investimenti, in primis per il Polo Turistico-Congressuale.

Infine, va ricordato che il progetto dello stadio e del Palazzetto dello Sport ha subito un peggioramento importante dal punto di vista architettonico-urbanistico e paesaggistico. Per contenere i costi, dopo la votazione popolare, sono state decise modifiche peggiorative del progetto iniziale. Una manifestazione della poca considerazione di cui gode la volontà popolare a Lugano. Infatti, la popolazione ha votato un progetto che oggi non corrisponde più alla sua versione originale. Anche questo è un aspetto che va messo in conto: la scarsa onestà politica delle autorità luganesi.

La lotta continua!

Ecco, questo è il bilancio sociale e finanziario del nuovo stadio e del PSE in generale che dovrebbe stare al centro di un dibattito pubblico permanente. Invece, la propaganda di regime, sostenuta dai centri di interessi economici privati, nel nome dello sport farà di tutto per evitare questo esercizio fondamentale. Ma la battaglia attorno al PSE non è finita. Continueremo a denunciare le sue derive e i suoi costi sociali inaccettabili. Ma questa esperienza è utile: ci permetterà di preparare le battaglie di domani. Il lavoro incessante di denuncia lascia dei segni nelle coscienze, fa riflettere e, forse, modifica progressivamente i rapporti di forza. L’esperienza del PSE ci servirà, eccome, quando le inette autorità politiche luganesi verranno avanti con altri progetti deliranti, come il rifacimento dell’aeroporto di Lugano-Agno: un’operazione da decine di milioni di franchi per permettere a una decina di miliardari di continuare a usare i loro jet privati super inquinanti, scaricando inquinamento e costi sulle spalle di migliaia di cittadine e cittadini. La battaglia contro il PSE ha permesso a diverse decine di persone di sviluppare il loro senso critico e di mobilitarsi. Forze preziose che andranno ad alimentare il fronte di opposizione sociale alla politica sempre più antisociale e privatistica della città di Lugano.

Matteo Poretti, sindacalista, è responsabile MPS del Luganese


Midterm sul collo, Trump in un vicolo cieco: «Forse attacco, forse no»

La fine del conflitto è più vicina. Né Iran, Usa o Stato ebraico hanno la forza di combattere. E i Paesi arabi del Golfo puntano a sbloccare il petroli 

Di Marina Catucci, il manifesto

Con l’ennesima giravolta, Donald Trump ha respinto la bozza di memorandum d’intesa diffusa mercoledì dalla tv di stato iraniana, definendola una «completa fabbricazione». Aprendo la riunione di gabinetto ha dichiarato che gli Stati uniti «non sono ancora soddisfatti» dei negoziati con l’Iran. «Forse dovremo tornare a finire il lavoro, forse no», ha aggiunto.

In un breve colloquio con Pbs News ha precisato la sua posizione sull’uranio arricchito: l’Iran dovrà cedere le sue riserve di uranio altamente arricchito, ma non otterrà in cambio la revoca delle sanzioni. Ha anche detto di non sentirsi a suo agio con l’idea che Russia o Cina prendano il controllo delle riserve iraniane.

Nel corso della stessa riunione ha detto che l’Iran «sta negoziando senza più risorse» perché «la sua marina è andata, la sua aeronautica è andata, tutto è andato» (poco prima aveva confuso l’Iran con il Venezuela). Le valutazioni dell’intelligence americana, invece, mostrano che Teheran ha ancora accesso operativo a molti siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz, il che suggerisce che le sue forze armate siano molto più solide di quanto il presidente degli Stati uniti affermi.

CON IL SOLITO approccio belligerante e vendicativo, Trump è arrivato a minacciare l’Oman, paese mediatore nei negoziati, dopo che gli è stato chiesto se avrebbe accettato un accordo che desse a Teheran e Muscat il controllo congiunto dello Stretto: «L’Oman si comporterà come tutti gli altri o dovremo farlo saltare in aria»,

Il segretario di stato Marco Rubio, seduto alla sua destra, è intervenuto affermando che ci sono stati «alcuni progressi» e che «le prossime ore e i prossimi giorni» diranno di più, ribadendo che la diplomazia resta la preferenza dell’amministrazione, «ma ci sono altre opzioni disponibili se questa non dovesse funzionare».

Alla domanda se il conflitto – Trump ha precisato «non la chiamo guerra, lo chiamo conflitto» – stia erodendo il suo consenso politico, il tycoon ha risposto: «Pensavano che mi avrebbero fatto aspettare. Non mi importa dei midterm». Questa frase vale più di un’analisi: i midterm sono esattamente il problema di Trump.

Secondo l’ultimo sondaggio Marist di maggio, il 60% degli americani disapprova la sua gestione della guerra, in aumento rispetto al 54% di marzo. Il 61%, incluso il 25% di repubblicani, ritiene che l’azione militare abbia portato più danni che benefici. Solo il 20% dice di avere «grande fiducia» nelle sue decisioni sull’Iran. Dichiarare di non dare peso al voto di metà mandato in realtà veicola il messaggio opposto e ribadisce che il problema del presidente è proprio quello di uscire da questa guerra in tempo per non perdere le elezioni di midterm.

SUL PIANO MILITARE la situazione è più complicata di quanto l’amministrazione ammetta. Il capo della marina, l’ammiraglio Daryl Caudle, ha detto al Congresso che il bilancio 2026 non prevedeva l’Operazione Epic Fury e che la Marina sta subendo impatti sulle operazioni di routine, con le richieste di fondi aggiuntivi che sono ancora in sospeso. In contemporanea il Financial Times ha rivelato che il fondo ufficiale del Board of Peace, creato da Trump per la ricostruzione di Gaza, è vuoto da quattro mesi, nonostante le promesse.

Il punto è che Trump si trova in una trappola di sua costruzione. Ha dichiarato lui questa guerra il 28 febbraio, con gli attacchi coordinati con Israele all’Iran. Il 7 aprile aveva dichiarato «vittoria totale e completa. 100%. Nessun dubbio». Poi i negoziati si sono incagliati, il cessate il fuoco regge a malapena, lo Stretto è chiuso. Ha detto che l’accordo era quasi fatto. Poi ha detto che non è soddisfatto. Infine che non gli importa dei midterm.

Intanto l’Iran non è crollato: ha subito danni enormi, ma è ancora in piedi, capace di bloccare Hormuz e in grado di dettare condizioni.

Nell’immagine: Donald Trump ieri durante il Consiglio di Gabinetto a Washington