Norberto Fuentes: “Cuba è alla fame ma la gente è orgogliosa e si opporrà all’invasione”

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Laura Lucchini, La Repubblica

Norberto Fuentes, 83 anni, è uno scrittore e giornalista cubano. Ha partecipato alla Rivoluzione e negoziato la pace in Angola. Ha scritto Hemingway a Cuba e la biografia di Fidel Castro. È stato amico intimo di entrambi i fratelli, Fidel e Raúl, ma poi è fuggito in esilio – con l’appoggio di Gabriel García Marquez e la mediazione di Felipe González – dopo la fucilazione del suo migliore amico. In una conversazione telefonica tra Miami e l’Avana racconta un aneddoto: «Eravamo io Fidel e Gabo a casa di Raúl, era appena passato Jacque Cousteau con un documentario sui fondali di Haiti che a causa della povertà erano stati depauperati di tutto. Dopo aver visto il filmato dissi a Fidel: “Lì ci vuole una rivoluzione”. E lui rispose: “Ma cosa dici Norberto, le rivoluzioni non risolvono nulla!”». Con Repubblica ha discusso il tramonto della Revolución e le opzioni per il futuro dell’isola.

Lei ha partecipato alla Rivoluzione. Come osserva ciò che sta accadendo ora, da Miami?

«È una situazione difficile da spiegare ma anche da prevedere. Con Donald Trump al potere, uno non sa mai cosa succederà. I cubani in questo momento stanno ricevendo molte informazioni che vengono da Miami, ma nella mia esperienza, la lettura e interpretazione dei fatti di Cuba che si dà da Miami molto spesso è sbagliata. È sempre una visione reazionaria e vendicativa. Ascolto da parte di deputati democratici la speranza che Cuba torni nell’orbita degli Stati Uniti. Mi sembra irrealistica».

Sul tavolo c’è addirittura un’opzione militare.

«Qualsiasi cambiamento che sia indotto attraverso a un’operazione militare sarà un bagno di sangue. Mi auguro che Trump abbia imparato dall’Iran che la guerra asimmetrica non serve a nulla. L’esercito cubano è praticamente inesistente, però si ci sono persone che non cederanno. È un Paese con 600 mila militanti del partito. Un intervento armato sarebbe sanguinoso da entrambe le parti. È una situazione difficile dal punto di vista militare, ma oltre a questo la domanda è: prendere il Paese con quale scopo? Per dare cibo e denaro a dieci milioni di morti di fame? Non ne capisco il senso. Chiaro, la logica potrebbe essere che Trump ha bisogno di un trionfo. Ma i cubani non sono i venezuelani».

Quale sarebbe dunque il modello che lei auspica per Cuba?

«Cina e Vietnam. Bisogna apportare i cambi necessari per introdurre un’economia di mercato all’interno di un governo socialista. E poi Cuba, in questo momento, ha una pessima macchina di propaganda, il giornale Granma è una schifezza. Il presidente Díaz Canel è una mummia. E Raúl Castro ha quasi 95 anni: qualsiasi giorno potrebbe mettersi a dormire e non svegliarsi. Lo dico da amico di Raúl. Dunque la speranza è che ci sia una leva di ufficiali, colonnelli e dirigenti che possano essere portatori del cambiamento».

Ma come si fanno questi cambiamenti in un Paese che da 70anni solo conosce il regime?

«L’imperativo deve essere “proibito proibire”. Che si liberi subito la forza produttiva del Paese. Che si liberi l’immaginazione dei cubani. Quando ci furono le aperture di Obama, a Cuba si mise in moto una enorme vitalità, ma si sono fermati a metà dell’opera. Ora però la situazione è cambiata e negli Stati Uniti c’è un governo inetto, come quello di Cuba. Stanno facendo di nuovo di Cuba un simbolo di resistenza. Quando hanno ucciso i 32 cubani della guardia di Maduro, la reazione della popolazione cubana è stata enorme. I reduci dal Venezuela sono stati ricevuti da eroi. Questo evento ha toccato la fibra dell’orgoglio nazionale».

Però ora la situazione è estrema. Non c’è luce e non c’è acqua, la gente inizia ad essere disperata. E ci sono proteste spontanee…

«Da quello che vedo sono episodi di protesta spontanei ma isolati, che vengono subito spenti. Una sollevazione popolare in questo Paese è molto difficile. Perché ci sarebbero due sollevazioni: c’è molta gente che non lo permetterà, perché è ancora convinta sostenitrice della Rivoluzione. Cio che sta facendo Marco Rubio, asfissiare il Paese in questo modo, è senza precedenti. E compatta la resistenza».

Cosa ha pensato quando ha letto dell’incriminazione di Raúl Castro?

«Che è politichetta, perché è un uomo di 95 anni che, se soffi, cade. Ma mettiamo pure che arrivino gli americani, che la scorta non lo protegga e che lo mettano sull’aereo: non arriverebbe comunque vivo a Miami».

Stiamo assistendo al collasso della Rivoluzione?

«Il collasso di cosa, che non c’è nulla? Ci sono solo milioni di cubani con la bocca aperta. E io non credo nemmeno che il governo stia sinceramente negoziando. Quello che stanno facendo è guadagnare tempo».

Per cosa?

«Per stabilizzare la situazione».

Ma la situazione è disperata, non si può stabilizzare nulla in queste condizioni…

«Diceva Lenin che nessun popolo fa una sollevazione per la fame. Che le catastrofi naturali come gli uragani o i terremoti sono cause piu frequenti di sollevazioni che la fame».

Gli alleati di sempre di Cuba non stanno aiutando.

«Si è vero, sono assenti. E mi riferisco anche ai Paesi africani, che furono aiutati da Cuba e non si stanno facendo sentire. Ma voglio dire una cosa: gli Stati Uniti si stanno giocando le elezioni di medio termine sulla pelle di Cuba. So che è infantile ciò che dico, ma credo che la questione si riduca a questo. Ed è un gioco al massacro».

Lei è stato parte della rivoluzione ma se n’è anche andato…

«Si, sono stato parte della rivoluzione. Ma me ne sono andato per una questione personale. E a questo si aggiungeva il fatto che ne avevo bisogno per dare una prospettiva al mio lavoro di scrittore. Però ho partecipato, avevo amici tra i militari e sono diventato amico di Fidel e di Raúl. Ma Toni (Antonio de la Guardia fucilato al termine di un processo politico per corruzione e traffico di droga, ndr) era mio fratello, e lo hanno fucilato. Questo momento ha significato la fine della rivoluzione, per me. Ma non sono un controrivoluzionario.

Mi racconti un episodio con Fidel…

«Eravamo García Marquez, Fidel e io in casa di Raúl, era l’una di notte e Fidel aveva appena ricevuto l’esploratore francese Jacques Cousteau. Veniva da Haiti e aveva presentato un documentario che era devastante, perché gli haitiani stavano così male che si erano mangiati anche il fondale marino, e non rimaneva nulla. Fidel mi chiese se lo avevo visto, dissi di si, che era drammatico. Gli dissi: “Comandante ci vorrebbe una rivoluzione”. Rispose: “Una cosa? Ma cosa dici, Norberto, sappiamo che la rivoluzione non risolve nulla!”».

Nell’immagine: Fuentes con Fidel Castro prima della fuga negli Usa


La furia insensata dello Zar sull’orlo di una crisi di nervi

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Un centro commerciale, un mercato, una manciata di musei, due scuole, decine di condomini multipiano, una stazione di filtraggio delle fogne, un parcheggio, qualche magazzino, teatri, ministeri, uffici, caffetterie e ristoranti. Migliaia di finestre rotte, anche negli edifici governativi in pieno centro. La lista dei danni della notte più dura di Kyiv appare incredibilmente sproporzionata rispetto alla potenza senza precedenti impiegata da Mosca per colpire la metropoli ucraina con una punizione esemplare. Per fortuna, la pioggia di missili di ogni genere e tipo, e di droni, ha provocato soltanto quattro morti tra Kyiv e regione, e un centinaio di feriti per lo più non gravi. La capitale ucraina ha visto l’alba di una notte insonne e assordante, avvolta nel fumo di numerosi incendi, coperta di polvere, calcinacci e schegge, ma viva, e il proprietario di HoGo nel quartiere della movida Podil, che aveva inaugurato il suo bar poche ore prima dell’attacco russo, ieri stava già servendo i caffè attraverso la vetrina sventrata dall’onda d’urto.

Anche ammettendo che non tutti i danni dei bombardamenti siano stati resi pubblici – difficile però anche occultarli, in una città di quasi 4 milioni di abitanti tutti dotati di smartphone connessi a Internet – quello che colpisce è l’insensatezza militare di questo attacco russo. Considerato la quantità e l’assortimento dei droni e dei missili lanciati – più di 600 i primi e quasi 100 i secondi, incluso il famigerato Oreshnik, il razzo ipersonico a testate multiple che Vladimir Putin pubblicizza come l’arma dell’apocalisse, e che ha ridotto trionfalmente in macerie una cooperativa di box auto – appare incredibile che una potenza militare abbia speso in una notte l’equivalente del bilancio annuo di un paio di regioni russe per incenerire un centro commerciale e un mercato.

Siccome è difficile pensare che qualcuno al Cremlino continui davvero a credere di poter spezzare il morale della popolazione con le bombe –perfino l’ex presidente russo Dmitry Medvedev ieri ha riconosciuto, seppure con una retorica contorta, che gli attacchi non fanno che consolidare gli ucraini – viene il sospetto che tra i bersagli dei missili ci siano anche i russi. Ai quali il loro presidente ha appena raccontato che le forze armate ucraine sono «in uno stato catastrofico», anche perché il suo capo dello Stato maggiore gli aveva appena riferito di avanzate che non trovano alcun riscontro sul terreno. La linea del fronte nel Donbas rimane ferma, e gli attacchi quotidiani degli ucraini nel cuore della Russia appaiono molto più efficienti di quelli russi nel colpire raffinerie, aeroporti militari, depositi di armi e fabbriche belliche (resta solo da immaginarsi quale danno potrebbero arrecare se avessero anche solo un decimo dell’arsenale di Putin). E mentre il centro demoscopico governativo VTsIOM non pubblica ormai da quasi due mesi i sondaggi sulla popolarità del presidente russo, perfino i suoi sostenitori lo definiscono sempre più spesso come “debole”, e raccontano ai media occidentali (sotto anonimato, ovviamente) che non potrà mai vincere la guerra alle sue condizioni.

Il tentativo di scatenare l’inferno a Kyiv serve proprio a smentirli, perché nella visione putiniana la forza si misura dalla quantità di paura che si incute. I suoi generali sono pronti a compiacerlo con immagini delle case ucraine distrutte, perché hanno molta più paura di Putin di quanta ne abbia Zelensky, ed è per questo che il ministero della Difesa russo parla di un «attacco di ritorsione» contro Kyiv, e nega nonostante l’evidenza di aver colpito bersagli civili. È l’inquilino del Cremlino che esige lo spettacolo agghiacciante, e inutile, della città in fiamme, e non a caso il regista russo in esilio Andrey Zviagintsev dal palco di Cannes, dove ha vinto il Grand Prix, si rivolge direttamente a Putin: «Fermi questo macello».


Quegli attivisti che sfidano Re Bibi per salvare i palestinesi dall’odio

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Anna Foa, La Stampa

Si chiama “protective presence”, protezione attraverso la presenza. Non riguarda solo Israele ma molte situazioni di conflitti e violenze. È stata ed è molto usata dall’Unhcr, l’organizzazione Onu per i rifugiati. In Israele se ne parla molto. L’abbiamo vista all’opera nel giorno in cui si festeggiava la presa di Gerusalemme nella guerra dei Sei giorni, Yom Yerushalayim, da sempre una ricorrenza celebrata con entusiasmo dalle destre nazionaliste e religiose, la presa di Gerusalemme e l’inizio dell’occupazione. Negli ultimi anni, in particolare quest’anno, le destre si sono scatenate, i coloni dalla Cisgiordania sono scesi in massa a Gerusalemme, hanno fatto irruzione nella Città Vecchia, aggredito i palestinesi, distrutto i loro negozi, il tutto nell’indifferenza o nella complicità della polizia. Ma c’erano gli attivisti dei gruppi che si battono contro Netanyahu e il suo governo. Vestiti di un giubbotto viola, si sono frapposti con le braccia distese fra gli aggressori e gli aggrediti, cercando di evitare aggressioni e violenze. Sono pacifici, senza armi, a differenza dei coloni, riuniti in gruppi misti di ebrei e palestinesi, in organizzazioni importanti come Standing together o il New Israel Fund. I gruppi erano composti soprattutto di ebrei, perché l’intento di fronte a quelle violenze è proprio quello di frapporre il corpo di ebrei degli attivisti a difesa di quello dei palestinesi.

Anche se nei giorni scorsi sono stati particolarmente visibili nelle strade di Gerusalemme, non si limitano a agire in città o nelle manifestazioni settimanali che li vedono protagonisti. Operano ormai da molto tempo in Cisgiordania. Da anni si sono dedicati a ripiantare e a proteggere gli ulivi dei palestinesi, sistematicamente distrutti dai coloni. Con il progredire delle violenze in Cisgiordania, hanno iniziato ad andare a dormire nelle case dei palestinesi. Portano i loro bambini a scuola, li proteggono con la loro presenza, documentano col telefonino le violenze di coloni ed esercito. Alcuni gruppi dagli Stati Uniti, da organizzazioni come Rabbini per i diritti umani, che organizzano nei villaggi palestinesi stages di attivisti ebrei americani, sempre allo scopo di frapporre ebrei, corpi ebraici, a protezione dei palestinesi. Ma con il progredire delle violenze, anche questa riluttanza dei fanatici a colpire gli ebrei sta diminuendo. Per loro, sono terroristi. In fondo anche razzisti come loro, che finora distinguevano fra ebrei e palestinesi, ben possono assimilare gli attivisti ebrei ai non ebrei e colpirli come fanno con loro.

Anche nelle università cresce il ruolo protettivo di professori e studenti ebrei verso i loro colleghi palestinesi. Recentemente, in occasione della giornata in ricordo della Nakba, l’espulsione da Israele dei palestinesi nel 1948, gli studenti arabi di un’importante università si sono riuniti in un’aula a discutere sull’organizzazione della loro protesta. Improvvisamente ha fatto irruzione un deputato del partito di Ben Gvir, coi suoi accoliti. Volevano sfondare la porta dell’aula dove c’erano gli studenti palestinesi. Fortunatamente studenti, docenti e fin le guardie di sicurezza dell’Università hanno fatto muro e li hanno cacciati. Il deputato, andandosene, ha minacciato pesanti conseguenze all’Università.

Ricordare questi fatti ci impedisce, credo, di considerare che in Israele è tutto perduto. Se per ogni Ben Gvir, per ogni Netanyahu, per ogni terrorista razzista e fanatico ci fosse qualcuno che si frappone disarmato contro l’odio… Se una generazione di “protettori” crescesse in quel terreno di violenza e razzismo, come abbiamo visto nel caso degli attivisti, anch’essi disarmati, della Flotilla, in un contesto che è dieci volte più duro quando ad essere colpiti sono i prigionieri palestinesi, allora credo che davvero Israele potrebbe rinascere come una fenice dalle sue ceneri. Ceneri, a differenza di quelle di Gaza, immateriali, il frutto della distruzione dell’etica, della giustizia, dei valori. «Signore, quanti giusti servono perché tu non distrugga Sodoma?», chiedeva Abramo a Dio. Oggi, nonostante tutti gli ingiusti che vi proliferano, e l’indifferenza di chi li tollera, ci sono ancora giusti in Israele. Ma fino a quando?

Nell’immagine: Anna Foa


Kagan: “Gestione disastrosa, gli Usa hanno perso la guerra in Iran e lo pagheranno per anni”

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Polo Mastrolilli, La Repubblica

«Una resa totale, che ci rende succubi dell’Iran e corrode la leadership globale degli Stati Uniti». Robert Kagan, già guru dei neocon durante l’amministrazione Bush, non sa da dove cominciare nel criticare l’accordo a cui lavora Trump.

Perché ha scritto su Atlantic che il presidente si è arreso?

«Non ha ricevuto alcuna concessione dall’Iran, nemmeno sul fronte nucleare, l’unica cosa che sembra interessargli. Non mi interessa nemmeno sapere su cosa abbiano concordato di parlare nei prossimi 60 giorni, perché a quel punto l’Iran sarà quasi completamente invulnerabile. Quindi l’idea che Trump possa ricominciare la guerra tra 60 giorni è semplicemente ridicola. Ma l’elemento più importante è che l’Iran finirà per controllare lo Stretto di Hormuz: riaprirà, ma sotto una nuova gestione. L’Iran deciderà chi entra, chi esce, quando e per quanti soldi. È un enorme cambiamento degli equilibri di potere. Prima della guerra l’Iran era fondamentalmente debole e isolato nella regione, ora ne uscirà con la capacità di controllare il prezzo del petrolio su base mondiale, tenendo in ostaggio tutti i grandi paesi consumatori. Una enorme sconfitta per gli Usa, nonostante il successo militare, che è stato tattico, ma strategicamente disastroso».

Quindi staremo peggio di prima della guerra?

«Molto peggio, perché il regime di Teheran avrà il controllo della situazione».

Netanyahu può accettare un simile accordo?

«Prima della guerra Israele era la potenza più forte della regione; ora lo diventerà l’Iran. Le sanzioni dovranno essere revocate, perché altrimenti Teheran non permetterà il passaggio ad alcuna nave dei paesi che le impongono. Avrà la libertà di esportare tutto il suo petrolio, ma anche di incassare grazie a quello degli altri paesi, imponendo tasse. La bozza poi include il cessate il fuoco in Libano. Netanyahu continuerà a combattere, ma l’Iran avrà leve da usare per schierare tutto il mondo contro lo Stato ebraico, che sarà sempre più isolato, perché ora c’è anche un forte consenso bipartisan anti Israele negli Usa. L’esito è molto negativo per lo Stato ebraico».

Ma alla fine Netanyahu cederà?

«La sua dichiarazione dopo le notizie sull’accordo aveva l’unico scopo di chiarire che lui continuerà a bombardare il Libano. L’Iran però dirà che è una violazione dell’intesa, e allora sarà interessante vedere la risposta degli Usa«.

Gli alleati europei hanno fatto bene a non farsi coinvolgere?

«Magari se Trump li avesse avvicinati prima dell’attacco, spiegando cosa intendeva fare e coordinandosi con loro, lo avrebbero anche seguito, perché vogliono compiacerlo. Ora è ridicolo criticarli per la loro scelta, perché non hanno avuto alcuna possibilità di scegliere».

Quale sarà l’impatto geopolitico della resa?

«Sarà molto dannoso per gli Stati Uniti a livello globale. Cominciamo dal Medio Oriente e poi guardiamo al resto. Una delle prime vittime saranno gli Accordi di Abramo e le relazioni dell’America con gli Stati del Golfo, che ora dovranno compiacere l’Iran e fare le proprie intese separate con Teheran. Il secondo danno grave è che nonostante le incredibili capacità dimostrate delle forze armate, gli Usa hanno ovviamente fallito e il resto del mondo ne prenderà nota. Gli alleati asiatici in particolare si segneranno che il Pentagono ha dovuto ritirare forze significative dal Pacifico, che servivano a difendere loro e Taiwan. Tutti poi sanno che l’arsenale Usa è stato ridotto a livelli pericolosamente bassi e ci vorranno anni per ricostituirlo. Quindi in generale chi ne ha tratto grande beneficio sono Cina e Russia, anche perché l’Iran è loro alleato. Gli Usa hanno perso e ora ci saranno significative conseguenze negative globali non per mesi, ma per anni».

Viste le pesanti critiche ricevute dagli stessi repubblicani, è possibile che Trump cambi idea e rinunci all’accordo?

«Se avesse voluto bombardare l’Iran, l’avrebbe fatto. Ha smesso dopo il 18 marzo, quando ha visto la rappresaglia iraniana dopo il raid israeliano contro i campi del gas di South Pars. Poi ha bluffato e minacciato di distruggere un’intera civiltà, ma non è mai tornato all’azione militare perché non vuole. Quindi ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, senza alcuna concessione in cambio. Spera che questa guerra scompaia e smetta di essere un problema, per stabilizzare i mercati e non perdere le elezioni di novembre. Magari ora punta a cambiare argomento invadendo Cuba, nella speranza che gli americani non si accorgano della grande sconfitta subita in Iran».


L’alleanza tra Big Tech e Big State e lo smottamento della democrazia

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Ugo Nespolo, La Stampa 

Non si può evitare di mettere in campo oggi il nuovo libro di Asma Mhalla, appena stampato da Einaudi, dal titolo più che allarmante, quasi una pressante invocazione a Resistere ai tempi oscuri, dotato di un angosciante sottotitolo Il nuovo sistema totalitario. In realtà il libro uscito in Francia per le Edizioni Seuil nasceva con il titolo Cyberpunk. Le nouveau système totalitaire. La sostituzione non è da poco. Significa in fondo che la profezia fantascientifica, Gibson, Dick, i profeti adempiuti, cioè quelli le cui profezie si sono davvero già realizzate, vengono da noi sostituite con imperativi civili.

Asma Mhalla, specialista di politica e geopolitica della tecnologia, fa parte del Laboratoire d’Anthropologie Politique dell’EHESS/CNRS e insegna alla Columbia University, ha forgiato il sintagma del Léviathan a due teste: Big Tech e Big State, non visti però come nemici e rivali ma come complici strutturali e simbiotici nel controllo. La quarta di copertina sintetizza in maniera tanto efficace quanto drammatica i temi che costruiscono il libro:ipermodernità urbana, mondo in multicrisi, onnipresenza delle interfacce, tecnologie di controllo camuffate in nome della sicurezza, senso di solitudine, saturazione cognitiva. Dice anche «Byung-Chul Han incontra Mark Fisher in questo fondamentale manuale di lotta cognitiva». In realtà non cita né Han né Fisher, ma in profondo il libro ha da fare con i due filosofi quando enuncia con coraggio – scoprendo il tema cardine del volume – nel dire che: «Questa non è una crisi della democrazia, ma lo smottamento verso un nuovo regime». Le crisi – si sa – possono ammettere una guarigione, lo smottamento è invece una modificazione radicale del territorio senza possibilità di ritorno. È il regime che Mhalla descrive col nome di Diléviathan in cui Trump ha il ruolo dello showman e Musk quello di ingegnere del codice, identici nella funzione che non governa ma programma e, pur non impedendoci di pensare, ci tiene talmente occupati finché non sapremo più come e cosa fare. Fluxocrazia come forma di governo, l’État-flux come architettura del potere, insignificante sui temi sociali, totale nel controllo.

Per Baudrillard si produce piuttosto una sorta di mondo autonomo in cui la distinzione tra vero e falso perde qualsiasi consistenza. Mhalla colloca Trump in una categoria definibile fascismo-simulacro servendosi di una citazione strutturale di Simulacri e Simulazione del 1981 di Baudrillard. Trump è solo il simulacro di fascismo che tenta di imitarne i codici, la retorica della purificazione, il culto del capo, proprio come Disneyland che esiste per far credere che il resto dell’America sia reale mentre è vero il contrario. Il simulacro esiste per convincerci che la democrazia sia ancora in piedi ed esista.

Qui Mhalla lascia entrare senza citarlo Mark Fisher, il più doloroso dei fantasmi, colui che aveva costruito un lessico per la malattia del presente, l’edonia depressa come piacere senza godimento, l’impotenza riflessiva, come sapere che tutto va male e credere di non poter fare nulla.

Fisher con il suo Realismo Capitalista (2009) è la struttura concettuale su cui si basa il libro di Asma Mhalla. Stesso respiro corto, stessa diagnosi, stessa rassegnazione apparente. La frase manifesto di Fisher mutata da Jameson e Žižek: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo», proprio l’esatta sintesi dell’incipit mhalliano. «Vediamo che tutto sta crollando eppure andiamo avanti come se niente fosse» e anche: «Siamo costretti ad accettare di vivere malati senza avere la forza di guarire».

Fisher parla di malinconia militante, una sorta di lenta cancellazione del futuro mentre Mhalla rivendica l’urgenza del presente. Forse il pensatore con il quale l’autrice converge nell’analisi è Byung-Chul Han, filosofo coreano berlinese che ha negli anni messo insieme il più articolato vocabolario del disagio contemporaneo. Lo smart power seduce invece che reprimere, non più controllo dei corpi ma controllo dei clic. L’idea di Mhalla per cui il XXI secolo non ci governerà ma programmerà ha da fare col pensiero di Han. La differenza sta però nel fatto che mentre Han offre una filosofia, Mhalla prova a scrivere un atto d’accusa e lo fa citando espressamente Shoshana Zuboff e il suo straordinario Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press 2019) seicento pagine di analisi profonda che hanno solidificato un vocabolario e dato il via ad un pensiero che ha segnato un’intera stagione intellettuale.

Nel libro Mhalla non può esimersi dal citare Nick Land che non è proprio una curiosità accademica ma la colonna portante del partito Trump-Musk via Peter Thiel che, dopo aver finanziato il Presidente nel 2016 e nel 2024, ha dichiarato che libertà e democrazia non sono più compatibili. Di fronte alle tesi dei Lumi Oscuri, quelle che si diramano a Marc Andreessen col suo Manifesto Tecno-Ottimista del 2023 o a Curtis Yarvin pseudonimo di Mencius Moldbug sempre presente nei salotti di San Francisco, fino a J.D. Vance che ha studiato Fanged Noumena al college, Mhalla propone una risposta neo-illuminista democratica che non è il modo più semplice di rispondere al nihilismo con una risposta contraria.

Risponde piuttosto con la categoria più semplice e antica: la dignità, che poi non è che la libertà prima di essere rubata. È l’epigrafe che Einaudi ha scelto per la campagna promozionale. La dignità è l’unica singolarità che ci resta ed è quella che conserviamo dentro di noi. La dignità non può essere quantificata e quindi mai ottimizzata, per questo non può essere mai completamente catturata. Il pericolo allora non è che le macchine diventino troppo simili agli uomini e che gli uomini diventino troppo simili alle macchine, Mhalla scrive un pamphlet e chiamarlo manuale di sopravvivenza cognitiva non è un gesto retorico. È il minimo che la filosofia può assumere per restare utile.

Nell’immagine: il disegno de “L’uomo che cade” realizzato dall’artista Ugo Nespolo 


E anche questa volta c’entra la Svizzera…

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Kaspar Surber e Lorenz Naegeli, Die Wochenzeitung

Herman Halushchenko era seduto nella hall dell’Hotel Admiral a Lugano, ben protetto da agenti di polizia svizzeri. Era il luglio 2022, in occasione della conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, e Halushchenko si presentava come un ministro dell’Energia tanto premuroso quanto intraprendente.

«Il mio compito è garantire che tutti possano riscaldarsi», disse allora in un’intervista alla WOZ. Per questo motivo, durante la guerra, continuava a puntare sui combustibili fossili come il carbone e promuoveva la costruzione di centrali nucleari. In Ucraina, anche le aziende svizzere avrebbero potuto sperimentare nuove tecnologie nel settore energetico. In qualità di ministro, durante la guerra disponeva di un potere senza precedenti. «Quello che voglio dire è: gente, ho questo potere, ditemi di cosa avete bisogno!»

A distanza di poco meno di quattro anni, il quadro appare ben diverso: Halushchenko sembra aver sfruttato la propria influenza soprattutto per arricchirsi. A febbraio, l’avvocato, che ha lavorato a lungo nell’apparato statale, è stato arrestato mentre tentava di lasciare l’Ucraina. È uno dei principali indagati in un caso di corruzione che arriva fino ai vertici dello Stato. La scorsa settimana è stato posto in custodia cautelare anche Andrij Jermak, ex capo dell’ufficio presidenziale e per lungo tempo il secondo uomo più potente dopo Volodymyr Zelensky. Le tracce dei fondi sottratti conducono anche in Svizzera.

Dieci milioni per la famiglia

Una recente inchiesta del settimanale tedesco «Die Zeit», che ha avuto accesso agli atti dell’indagine, mostra come funzionasse nel dettaglio il sistema di corruzione. Al centro c’è una banda che ruota attorno a Halushchenko e all’uomo d’affari e amico di Zelensky Timur Mindich. In occasione di appalti assegnati dalla più grande azienda energetica ucraina, Energoatom, a imprese edili, fornitori di servizi e fornitori, la banda avrebbe preteso cosiddette tangenti pari al dieci-quindici per cento. In caso contrario, le fatture non sarebbero state pagate o non sarebbero stati assegnati ulteriori appalti. In totale sarebbero stati versati più di 118 milioni di dollari in tangenti.

Secondo gli investigatori dell’Ufficio nazionale anticorruzione Nabu, una parte di questi fondi sarebbe stata trasferita anche in Svizzera passando per l’isola caraibica di Anguilla, fondi nelle Isole Marshall e un trust a St. Kitts e Nevis: 7,4 milioni in dollari, 2,4 milioni in euro e 1,3 milioni in franchi. Secondo un comunicato del Nabu, la beneficiaria del denaro sarebbe la sua ex moglie. L’avvocato di Halushchenko nega sul «Zeit» che il suo cliente abbia trasferito «anche solo un centesimo».

Arredamento per i ricchi

La moglie di Halushchenko è fuggita in Svizzera nel 2022 per sfuggire alla guerra, insieme ai figli, che frequentano il costoso collegio d’élite Collège Alpin Beau Soleil nelle Alpi vodesi. In generale, l’ex moglie sembra condurre uno stile di vita lussuoso. Secondo le informazioni fornite dalla WOZ e dal collettivo di ricerca WAV, a Ginevra vive sul lungolago, vicino al simbolo della città, il Jet d’eau. Con il suo studio di architettura, specializzato in raffinati arredi d’interni per una clientela facoltosa, ha preso piede con successo non solo a Kiev ma anche a Ginevra. Lo dimostrano diversi progetti di ristrutturazione presenti sul sito web dello studio, che realizza, tra l’altro, per ricchi ucraini. Allo stesso indirizzo è domiciliata anche una società che, secondo il registro di commercio, può partecipare ad acquisti immobiliari. L’unica titolare è l’ex moglie di Halushchenko. Durante una telefonata al suo cellulare svizzero, ha affermato di essere sempre disponibile a parlare della sua attività di architettura. «Ma non prendo posizione su domande relative alla mia vita passata.»

Come hanno potuto appurare WOZ e WAV, nel frattempo sono pervenute in Svizzera diverse richieste di assistenza giudiziaria dall’Ucraina in relazione allo scandalo di corruzione. Lo conferma, su richiesta, il Ministero pubblico della Confederazione. Esso fa sapere che darà seguito a tali richieste di assistenza giudiziaria, ma che per il resto non commenterà le notizie riportate dai media. Chi ha fatto entrare in Svizzera il denaro della corruzione e chi alla fine ha accesso a tutto ciò potrebbe quindi chiarirsi definitivamente nel corso delle indagini.

Per gli investigatori ucraini è già chiaro oggi che Energoatom operava in modo inefficiente a causa della corruzione. Molte strutture di protezione per le infrastrutture energetiche sono rimaste incompiute fino ad oggi, il che si è fatto dolorosamente sentire durante gli attacchi russi dello scorso inverno. Il ministro dell’Energia Halushchenko non ha mantenuto la sua promessa che tutti gli ucraini potessero avere il riscaldamento.

Nell’immagine: a Lugano c’era anche lui


“Con la guerra l’Iran è diventato uno Stato militare, rischia di passare alla Cina”

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Trump è all’angolo, stretto tra una «guerra che non può vincere e un accordo inaccettabile». Ma la sconfitta nel Golfo potrebbe persino non essere l’unica per l’America, ragiona Ali Vaez, uno dei più lucidi e informati analisti di cose iraniane, responsabile del programma Iran del Crisis Group, già negoziatore all’epoca di Obama: se «l’Occidente continua a insistere nella sua politica di contenimento consegnerà l’Iran a Russia e Cina».

Il presidente Usa continua a non escludere l’opzione militare: potrebbe davvero bombardare per la terza volta l’Iran?

«È una opzione e un modo per alzare la pressione, ma è anche indicativo della trappola in cui si trova tra due opzioni molto sgradevoli: una guerra impossibile da vincere o un accordo inaccettabile. Se lanciasse un terzo attacco contro l’Iran non renderebbe gli iraniani più propensi al compromesso. Anzi. Ogni volta che lo ha fatto, Teheran ha irrigidito le sue posizioni. Se accettasse le condizioni che l’Iran ha in mente, che in sostanza danno priorità all’apertura dello Stretto di Hormuz rispetto alla risoluzione della questione nucleare, ammetterebbe di fatto la sconfitta strategica».

Che accordo si sta negoziando?

«È più che altro una lettera d’intenti per rimuovere il doppio blocco sullo Stretto di Hormuz, che rimanda i negoziati sostanziali sul nucleare e sulle sanzioni a fasi successive. Per molti versi, è simile all’accordo di Gaza, che non è mai arrivato alla seconda fase».

L’Iran accetterà di riaprire lo Stretto senza condizioni?

«Continuerà a mantenere il controllo sul traffico, almeno nel breve termine. Vedremo poi se riuscirà a raggiungere un accordo con l’Oman che preveda l’imposizione di una sorta di tariffa, ma non sono questioni che verranno sciolte dal memorandum».

E Trump può accettare una intesa che non comprenda il nucleare?

«La guerra ha fatto sì che l’Iran non mettesse più nemmeno sul tavolo la questione nucleare. È un disastro assoluto per gli Stati Uniti da ogni punto di vista. Ma almeno potrebbe riaprire il traffico a Hormuz creando una situazione più stabile».

L’Iran non rinuncerà all’arricchimento né all’uranio arricchito. Nella migliore delle ipotesi, si profila un accordo simile al Jcpoa di Obama. Due guerre per tornare al punto di partenza?

«L’intesa potrebbe migliorare perché il Jcpoa non sospendeva l’arricchimento per lungo tempo. Detto questo, il programma nucleare iraniano non raggiungerà mai il livello di trasparenza che aveva sotto il Jcpoa. Ci saranno seri interrogativi sul destino dell’uranio altamente arricchito. Se scavassero e scoprissero che mancano 10 chilogrammi di uranio arricchito al 60%? Cosa succederebbe? Trump avrebbe potuto offrire all’Iran un accordo migliore durante il suo primo mandato e non intraprendere questa follia politica».

Che futuro attende gli iraniani, un’autocrazia militare?

«Il futuro è già qui. Un comandante delle Guardie Rivoluzionarie è contemporaneamente presidente del Parlamento, capo negoziatore e inviato speciale in Cina. Tutte le posizioni pubbliche su Hormuz, sulle richieste iraniane, non vengono prese dalla nuova Guida Suprema, ma da Ghalibaf e da una ristretta cerchia di persone con un passato nelle Guardie Rivoluzionarie. L’Iran non è più una teocrazia, è già un sistema militarizzato».

La guerra potrebbe spingere l’apparato a volere una deterrenza nucleare?

«La capacità di imporre un costo all’economia globale attraverso il controllo di Hormuz è un deterrente, ma c’è un dibattito interno al sistema se questo sia sufficiente se non abbinato alla deterrenza nucleare. In futuro verranno create rotte alternative a Hormuz, ci sarà una minore dipendenza dagli idrocarburi. Potrebbe essere necessaria una nuova deterrenza. L’idea oggi è persino più popolare in ampi segmenti della società iraniana, anche in coloro che non apprezzano il regime».

L’amministrazione Trump sarà costretta a revocare le sanzioni?

«Senza agevolazioni economiche l’Iran non accetterà un memorandum d’intesa anche se molto limitato. Gli iraniani avranno bisogno di molti soldi per riprendersi da questa guerra. E dopo, potrebbero decidere di spingersi molto oltre rispetto al passato nel tentativo di assorbire investimenti cinesi nella propria economia. Se l’Occidente continua a insistere nella sua politica di contenimento nei confronti dell’Iran, se non offrirà al paese serie opportunità economiche per riprendersi, consegnerà l’Iran alla Russia e alla Cina».

Nell’immagine: Ali Vaez


Rubio, il clan Donald e le lezioni alla Nato

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Mentre la guerra russo-ucraina si accende come non mai, Marco Rubio tiene a lezione la Nato – sull’Iran. Per far parte gli alleati dell’insoddisfazione del presidente. I quali avrebbero anche loro motivi di insoddisfazione con il grande alleato, ma chinano la testa e tirano avanti. In era Trump la Nato vive alla giornata.

Qualche giorno fa il Segretario alla Guerra revoca, senza preavviso, la rotazione di 4.000 militari già sul piede di partenza per la Polonia. Ieri il presidente li restituisce con interesse, un migliaio in più. Gli assetti geostrategici non sono cambiati, non ci sono nuovi rapporti della Cia di rischi imminenti per Varsavia, ma il Presidente polacco, Karol Nawrocki, gli sta simpatico. E questo basta. A caval donato non si guarda in bocca né a Varsavia né a Bruxelles, ma capitali europee e comandi militari dell’Alleanza si domandano quale sarà la prossima mossa e a chi toccherà.

Intanto, tutti gli alleati si sorbiscono la ramanzina del Segretario di Stato. Ramanzina per aver deluso Donald Trump sull’Iran. Rubio annuncia poi che le truppe americane in Europa scenderanno sotto le 76 mila unità, cioè al livello del 2021, pre-invasione dell’Ucraina. Questo disimpegno non è una punizione per il disappunto trumpiano, aggiunge, ma «la questione va affrontata». L’ombra dell’insoddisfazione di Donald Trump si allunga ora sul vertice di Ankara del 7-8 luglio. Il Segretario di Stato ha posto sul tavolo della Nato tre distinte questioni: la riduzione dell’impegno militare americano in Europa e nella Nato; il ruolo della Nato e degli alleati nella guerra in Iran; l’insoddisfazione del suo presidente nei loro confronti.

Il ridimensionamento è stato preavvisato. A dicembre, la nuova Strategia della Sicurezza Nazionale (Nss) diceva chiaramente che l’Emisfero Occidentale, leggi America, leggi Venezuela, leggi Cuba, ha la precedenza sulla sicurezza europea. Se questa è diventata la visione geopolitica americana, del mondo diviso in sfere d’influenza, non si può che prenderne atto. L’Europa è abbastanza grande da non essere sotto altrui zona d’influenza e da prendersi la responsabilità della propria sicurezza, dividendone equamente gli oneri con gli americani. Friedrich Merz ha appena detto che la Germania non si tira indietro. Francia e Regno Unito sono potenze nucleari. Anche l’Italia sta prendendo coscienza che l’era dei dividendi della pace è terminata – perché la pace è terminata.

Il problema non è la riduzione delle truppe americane ai livelli del 2021, ma del tempismo e delle modalità con cui avviene per non lasciare finestre di vulnerabilità. Di questo è tempo di cominciare a parlare, seriamente, con Washington non con percentuali di Pil che sono importanti ma non definiscono ruoli, impegni e capacità. È fuori discussione che su tutti e tre il contributo europeo e canadese debba crescere. Il futuro dell’Alleanza Atlantica sta nel riequilibrio dell’impegno militare difensivo fra le due sponde dell’Atlantico, in coerenza con il Trattato di Washington. Chiamiamola pure Nato 3.0 come propone il Segretario Generale, Mark Rutte. Ma sempre alleanza difensiva resta.

Qui entra in gioco la spaccatura fra Usa e tutti gli altri alleati Nato sull’Iran. E il primo punto debole della lezione impartita da Rubio ai Ministri degli Esteri alleati. La guerra iniziata il 27 febbraio scorso da Stati Uniti e Israele contro Teheran non è difensiva, quali che possano essere le motivazioni avanzate per sorreggerla – programma nucleare iraniano, cambio di un barbaro regime teocratico. Quindi non rientra in alcun modo nella fattispecie dell’Articolo 5. Ma la Nato è un’alleanza politico-militare. Ha spazio anche al di fuori della difesa collettiva alle aggressioni. Ha un Articolo 4 che prevede consultazioni politiche quando qualsiasi alleato ne avverta la necessità. Gli Usa non ne hanno mai minimamente sfiorato l’utilizzo. Trump lamenta la non collaborazione o non appoggio di alleati che non si è degnato di consultare o informare. «No collaboration without consultation», mutuando dalla Rivoluzione americana che si appresta a celebrare il 250° anniversario?

Ciò non impedirà certo al presidente di manifestare, e far pesare, la sua insoddisfazione. Ed è questo l’unico motivo per cui, forse, hanno fatto bene i ministri degli Esteri ad ascoltare e incassare da Rubio anziché contro argomentarlo – e le controargomentazioni non mancano, a cominciare dal rigettare la narrativa di un’alleanza a vantaggio di una sola sponda dell’Atlantico. La Nato ha reso più forti gli Stati Uniti – non l’hanno fondata gli americani del resto? Quando alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato c’erano giganti di pensiero e d’azione non semplici esecutori di ordini che talvolta neppure conoscono ancora. Il che li costringe ad interventi insopportabili come quello di Marco Rubio ai suoi colleghi Nato. Secondo punto debole: non per le posizioni espresse, non per aver messo in sordina l’Ucraina, che è in questo momento l’epicentro della sicurezza europea, a favore di un Iran che è un clamoroso “unforced error” americano, ma perché non ha parlato di quello che conta per la missione dell’Alleanza, oggi soprattutto l’Ucraina, ma solo dell’orticello del suo presidente. Rubio ha fatto da cassa di risonanza alle sue rimostranze senza neppure sapere quali conseguenze Donald Trump intenda trarne. L’arroganza politica è sopportabile. La piaggeria arrogante no.


Dopo il piano E1, spunta E2: Israele circonda Betlemme

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Circa due mesi fa, a fine marzo, cinque o sei coloni israeliani apparsi dal nulla si piazzarono alla periferia del villaggio di Abu Nuiaym, a breve distanza dalla colonia di Efrat, a sud di Betlemme. Gli abitanti notarono quella presenza inquietante, senza però darle troppo peso. A sera andarono via. Tornarono qualche giorno dopo e piantarono una tenda: ad Abu Nuiaym scattò l’allarme. In breve, i coloni, provenienti in maggioranza da Efrat, divennero svariate decine e si sistemarono anche su terreni dei villaggi di Jurat al-Shamma, Tuqua e Harmala.

Quello fu il primo passo verso la realizzazione concreta del progetto coloniale israeliano denominato Givat Eitam, noto ora come E2. Nei disegni delle autorità israeliane, dovrà ridisegnare in modo radicale la geografia politica e territoriale intorno a Betlemme, così come il progetto gemello E1 sta isolando a est la zona palestinese di Gerusalemme e i suoi sobborghi, tagliando in due la Cisgiordania occupata.

CON IL PIANO E2, Betlemme, già bloccata a nord dagli insediamenti di Gilo, Har Gilo e Har Homa, a sud sarà chiusa da Givat Eitam. Il progetto, non ancora approvato formalmente ma già in avanzata fase di preparazione, sarà inizialmente realizzato su 120 ettari di terre palestinesi. Le stime parlano di 2.500 fino a 7mila alloggi per coloni israeliani. Interromperà la continuità territoriale e urbana con le aree rurali palestinesi storicamente legate a Betlemme. Come per il piano E1, il nuovo corridoio coloniale frammenterà il territorio, compromettendo la possibilità di uno Stato palestinese contiguo con Gerusalemme est come capitale. E2 rappresenta un passaggio strategico nella politica israeliana di annessione di fatto della Cisgiordania.

A PROPORLO FU, nel 2020, l’allora ministro della difesa Naftali Bennett, esponente di punta della destra religiosa e oggi principale avversario di Netanyahu. Cinque anni fa Peace Now e una dozzina di proprietari terrieri palestinesi presentarono un ricorso alla Corte suprema che nel 2022 è stato respinto. Se realizzato, il progetto raddoppierà le dimensioni di Efrat, trasformando l’area nel più esteso polo coloniale israeliano tra Gerusalemme e Hebron. «Lo Stato ha annunciato di voler modificare la giurisdizione della colonia di Efrat definendo un nuovo confine – spiega Hagit Ofran di Peace Now – Questo significa che la presentazione del piano è imminente. Temo che vedremo l’inizio della sua realizzazione pratica nei prossimi mesi».

L’insediamento di Efrat, fondato nel 1983, occupa un ruolo centrale in questa strategia. Nato all’interno del blocco coloniale di Gush Etzion grazie all’iniziativa di ambienti nazionalisti religiosi legati a coloni statunitensi e al rabbino Shlomo Riskin, Efrat ha contribuito all’espropriazione di ampie terre appartenenti ai villaggi palestinesi di al-Khader, Wadi al-Nis, Artas e Khirbet Beit Zakariya, prontamente dichiarate zone demaniali. La continua espansione di Efrat, dove nei mesi scorsi gli Stati uniti hanno aperto un loro ufficio consolare, non si è realizzata solo con la costruzione di case ed edifici.

HA PREVISTO anche una rete di strade riservate ai coloni e forti limitazioni all’edilizia palestinese nell’Area C della Cisgiordania, dove l’esercito israeliano mantiene un controllo esclusivo. Givat Eitam, a est di Efrat, riflette questa strategia. Nel 2004 Israele dichiarò «terra demaniale» 130 ettari nei pressi di al-Nahla, interpretando sulla base delle proprie esigenze la legge fondiaria ottomana del 1858 che consente allo Stato di appropriarsi di terreni considerati «incolti».

NOVE PROPRIETARI palestinesi presentarono ricorso alla Corte suprema israeliana, ma il tribunale riconobbe loro soltanto il 7% delle terre espropriate, lasciando il resto sotto il controllo dell’esercito. Nel 2011 fu creata una «fattoria», permettendo l’installazione di un avamposto poi ampliato dai coloni che, nel corso degli anni, hanno occupato case palestinesi e compiuto attacchi violenti. Nel 2018 l’area è stata messa a disposizione del ministero dell’Edilizia per favorire la costruzione di Givat Eitam. Inutili i ricorsi. Infine, nel 2022, il governo israeliano ha deciso di dare il via all’iter ufficiale per l’approvazione definitiva del progetto. Le infrastrutture, comunque, sono già in costruzione. Una circonvallazione unisce Efrat agli insediamenti di Tekoa e Nokdim, creando una continuità coloniale che taglierà sempre di più Betlemme fuori dalla Cisgiordania meridionale.

Per la città palestinese nota in tutto il mondo, le conseguenze saranno ancora più devastanti. Già separata da Gerusalemme dal Muro e dall’insediamento di Har Homa, rischia di trasformarsi in un’enclave isolata, circondata da colonie e infrastrutture israeliane. La storica connessione culturale, economica e religiosa con Gerusalemme verrà ulteriormente spezzata.

«GIVAT EITAM – ha spiegato a un giornale locale Dalia Qumsieh, della Balasan Initiative for Human Rights, che monitora il progetto coloniale israeliano – è stato rinominato E2 per allinearsi al più famoso piano E1a est di Gerusalemme. Entrambi creano corridoi di insediamento, annettono ampie porzioni di terre palestinesi e ostacolano qualsiasi prospettiva di un futuro Stato palestinese contiguo».

Nell’immagine: il muro di separazione accanto al quartiere arabo di Al-Eizariya, vicino alla zona del progetti d’insediamento E1 


Malley: “In Iran la via d’uscita c’è, se Trump non lo capisce finirà come in Vietnam”

Amico dei fratelli Castro, partecipò alla sollevazione contro il regime di Batista. Poi, dopo la fucilazione di un suo amico, scelse l’esilio. “Ma non sono diventato un controrivoluzionario” 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Trump rischia «la trappola del Vietnam», se non smette di leggere la guerra in Iran attraverso la lente delle statistiche militari, e non si rassegna ad un’intesa che «non porterà alla capitolazione del regime». L’ammonimento viene da Robert Malley, negoziatore dell’accordo Jcpoa del 2015.

Perché boccia l’amministrazione?

«Se guardiamo le tre questioni su cui dice di lavorare – assicurare che Teheran non abbia la capacità di costruire una bomba atomica, mettere le mani sugli oltre 400 chili di uranio arricchito e riaprire Hormuz – nessuna sarebbe esistita se Trump non fosse uscito dall’accordo Jcpoa e non avesse bombardato l’Iran durante i negoziati. L’amministrazione sta cercando di risolvere problemi che ha creato».

Perché Trump rischia un Vietnam?

«Ovviamente ci sono grandi differenze. La trappola a cui mi riferisco è quella che qualsiasi conflitto di guerriglia asimmetrica presenta, cioè l’applicazione della forza maggiore non funziona. Pensi che se colpisci l’avversario più duramente capitolerà, ma non succede. I presidenti Johnson e Nixon, guardando le statistiche dei nemici uccisi e gli obiettivi distrutti, erano convinti di vincere, però sappiamo com’è finita. I parametri della distruzione in Iran sono simili al Vietnam, ma non è la metrica giusta. Il regime sta sopravvivendo ed è riuscito a creare la prima guerriglia globalizzata, facendo leva sugli anelli più deboli del sistema americano, a partire dall’economia».

Girano voci che l’accordo potrebbe essere vicino.

«Un’intesa sarebbe stata possibile in qualunque fase del conflitto. Bastava affermare che gli obiettivi erano stati raggiunti decapitando la leadership, distruggendo l’arsenale militare e rallentando il programma nucleare. Trump però ha scelto di non approfittare della rampa d’uscita».

Come giudica la bozza d’accordo?

«I dettagli possono variare, ma gli elementi restano invariati: rallentamento del programma nucleare, riapertura di Hormuz che gli stessi iraniani vogliono, cancellazione delle sanzioni. L’accordo è possibile, partendo con un memorandum d’intesa per fermare la guerra e avviare un negoziato di sostanza sul resto, ma Trump deve decidere se è disposto ad accettare qualcosa che non sia la capitolazione».

L’Iran non punterà comunque all’atomica?

«Qualunque accordo rifletterà il Jcpoa, anche se alcuni elementi potrebbero essere migliori, come il periodo di sospensione dell’arricchimento. L’Iran non ha mai ordinato di costruire la bomba, lo riconosce anche l’intelligence americana, però vuole la capacità di farlo e dalla cancellazione del Jcpoa a oggi ha migliorato la sua conoscenza. Questo know how non può essere cancellato con le bombe, ma può essere contenuto con le ispezioni e la gestione dei 400 chili di uranio già arricchito».

Ma Teheran non rinuncerà mai alla bomba.

«Se ti metti nei loro panni, è facile capire perché dopo questa guerra vogliano proseguirla. Non cercheranno di costruirla ora, mentre hanno addosso occhi e orecchie di Usa, Israele e altri, ma non rinunceranno alla capacità di farlo. Il meglio che si può fare è imporre vincoli reali per impedirlo».

Trump può accettare una soluzione senza cambio di regime?

«Non lo so, ma penso che ci abbia rinunciato da un po’. La capitolazione non avverrà, mentre il prezzo economico e politico per lui cresce ogni giorno. La storia giudicherà comunque la sua guerra inutile, illegale e infruttuosa, ma non significa che non possa trovare il modo di proclamare la vittoria e uscirne».

Israele lo accetterà?

«Se potesse ottenere il cambio di regime sarebbe felice, ma penso abbia capito che non avverrà. L’obiettivo quindi è diventato minare il governo il più possibile. Se l’intesa non includerà il congelamento dell’arricchimento per molti anni e l’eliminazione del programma missilistico, Netanyahu non sarà contento. Ma non può rifiutarsi di obbedire a Trump».

Lei ha pubblicato un libro, “Tomorrow is Yesterday”, in cui scrive che la soluzione dei due Stati in Palestina non è più realistica. Quale sarà l’effetto della guerra sul Medio Oriente?

«Il Board of Peace serve solo a gestire l’emergenza a Gaza. Ammesso che funzioni, non ha nulla a che vedere con le soluzioni di lungo termine. Anzi, crea un enorme squilibrio tra i palestinesi che devono disarmare e gli israeliani che occupano. I due Stati non sono più realistici: il domani è ieri perché in siamo tornati al 1948. Bisogna ricominciare a pensare in maniera creativa per trovare una forma praticabile di coesistenza».

Nell’immagine: Robert Malley