Sanzionare i coloni fanatici non basta. L’Europa riveda gli accordi economici

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha condannato il trattamento incivile inflitto agli attivisti della Flotilla, fermati illegalmente in acque internazionali e deportati in Israele – un trattamento da lui giustamente definito «infimo» da parte del governo israeliano. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa eco al presidente, definendo l’accaduto «inaccettabile». Spetta però al governo italiano rispondere concretamente a questa inaccettabilità, e ancora non si intravedono segnali concreti, e non meramente di facciata.

Partiamo dai fatti. In sede europea, l’Italia si oppone a qualunque misura nei confronti di Israele che comporti un costo economico – e quindi un impatto politico – e che riguardi lo Stato di Israele nel suo insieme, non singoli suoi cittadini. Con l’uscita di Viktor Orbán in Ungheria, che aveva imposto il veto, l’Italia aveva acconsentito alle sanzioni Ue nei confronti di alcuni coloni israeliani violenti. Si è trattato di una misura simbolica, senz’altro corretta, ma largamente inutile e parzialmente fuorviante. Inutile, perché gli individui in questione non hanno interessi economici né legami con l’Europa: sanzionarli non produce alcun effetto reale.Fuorviante, perché prendere di mira i coloni violenti sottolinea una distinzione artificiosa, che separa i coloni dallo Stato di Israele. Le colonie sono ormai parte integrante della società e delle istituzioni israeliane, a partire dall’esercito. E la violenza dei coloni nei confronti dei civili palestinesi non è più solo tollerata, ma attivamente sostenuta dal governo e dell’esercito israeliano.

Fino all’ultima incresciosa vicenda del trattamento dei manifestanti della Flotilla, l’Italia tentennava sul passo successivo lungo lo stesso solco: sanzionare i ministri estremisti del governo israeliano. Con l’ultimo scempio del ministro per la sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir nei confronti dei manifestanti, il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è dichiarato favorevole a sanzioni individuali europee nei suoi confronti. È un passo avanti, ma rimane comunque fallace e inconsistente. Fallace, perché ancora una volta si tende a sottolineare una distinzione inesistente tra il ministro e il governo, e quindi lo Stato, che rappresenta. Il problema non sta nel fatto che Ben Gvir abbia pubblicato quel video disgustoso, ma nel fatto che ciò che mostra è quello che lo Stato di Israele sistematicamente fa agli attivisti internazionali – e che rappresenta comunque ben poco rispetto a ciò che la popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania subisce da decenni. Inconsistente, perché il governo italiano sa bene che le sanzioni europee, incluse quelle individuali, richiedono l’unanimità. E sa che anche senza Orbán, altri governi di destra in Europa – a partire da quello della Repubblica Ceca – hanno già dichiarato di opporsi alle sanzioni ai ministri.

Il punto cruciale, però, non riguarda queste misure individuali, simbolicamente importanti ma istituzionalmente ardue (poiché richiedono l’unanimità) ed economicamente, quindi politicamente, irrilevanti. Riguarda piuttosto il fatto che l’Italia, insieme alla Germania e a pochi altri, continua a opporsi alla sospensione dei benefici economici accordati a Israele nel quadro dell’accordo di associazione Ue-Israele. Eliminare questi benefici non costituisce una sanzione, ma rientra nella politica commerciale europea. È per questo che sospenderli non richiederebbe l’unanimità, ma solo una maggioranza qualificata di Stati membri. Ormai una maggioranza di Paesi europei appoggia la sospensione dell’accordo, ma questa maggioranza rimane insufficiente finché vi si opporranno sia l’Italia sia la Germania, dato il peso demografico dei due Paesi.

Ancor più sconcertante è che l’Italia abbia attivamente scoraggiato la Commissione dall’avanzare la proposta al Consiglio di vietare il commercio dell’Ue con gli insediamenti israeliani. A differenza delle sanzioni individuali, l’impatto sia della sospensione delle preferenze commerciali sia del divieto di commercio con le colonie illegali sarebbe significativo. Stime conservative parlano di diverse centinaia di milioni di euro, ma con ogni probabilità il vero impatto economico ammonterebbe a molto di più. Un onere di tale entità su un Paese che vede nell’Ue il primo partner commerciale avrebbe un impatto politico considerevole.

È tragico che senza le azioni della Flotilla i crimini che Israele commette quotidianamente nei territori palestinesi occupati, in Libano e con l’attacco illegale contro l’Iran, non sarebbero tornati al centro del dibattito pubblico. Ma è un bene che il tema vi sia rientrato. Lo sarà ancor di più se all’inaccettabilità dichiarata a parole dal governo italiano inizieranno finalmente a seguire azioni concrete e non di facciata. È ormai diventato «inaccettabile» che ciò non avvenga.


Ben Givr, il nemico facile: ecco perché non si può accusare solo lui

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Il video di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, che cammina tra le centinaia di attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati sul ponte di una nave, mani legate dietro la schiena, volti a terra ha fatto il giro del mondo. Ben-Gvir ha la bandiera israeliana in pugno, si avvicina a uno di loro e dice: «Benvenuti in Israele. Siamo i padroni di casa». Da un altoparlante si diffonde l’inno nazionale. Una donna urla «Free Palestine» e viene buttata a terra da un agente. Lo sdegno è stato immediato e pressoché universale. Canada, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi hanno convocato gli ambasciatori israeliani. Il presidente Mattarella ha parlato di «trattamento incivile». Tajani di «linea rossa superata». Persino Netanyahu ha preso le distanze, definendo il comportamento del suo ministro contrario ai valori e alle norme di Israele. Ed è esattamente qui, in questo sdegno compatto e soddisfatto, che si annida il problema.

Le immagini sono insopportabili non perché mostrino qualcosa di sconosciuto, ma perché lo mostrano senza più mediazioni, ed è precisamente qui che comincia l’ipocrisia. Perché Ben-Gvir è un nemico facile. È volgare, esplicito, compiaciuto della propria brutalità. Non chiede neppure lo sforzo dell’interpretazione. È l’estremista che si presenta come estremista, il ministro che fa della crudeltà una scena pubblica, l’uomo che consente alle democrazie occidentali di indignarsi senza interrogarsi troppo. Se il problema è lui, allora basta sanzionare lui. Se il problema è la sua oscenità personale, allora basta espellerla simbolicamente dal perimetro della rispettabilità.

Ma Ben-Gvir non è il contrario del sistema israeliano. Ne è una forma più esibita, più sfrontata, più impaziente. Non è l’incidente che contraddice la norma. È l’estremo che permette di leggere il centro. Da anni, e con una accelerazione feroce dopo il 7 ottobre, Ben-Gvir ha fatto delle prigioni uno dei luoghi centrali della sua politica. La novità è che questa volta i corpi inginocchiati erano corpi europei, occidentali, riconoscibili all’opinione pubblica che di solito riesce a distogliere lo sguardo quando gli stessi gesti e umiliazioni ben peggiori che vengono inflitte ai palestinesi. È questa la soglia morale che il video rivela: per anni la detenzione palestinese è stata raccontata come un capitolo interno alla sicurezza israeliana, un materiale opaco, periferico, confinato nelle denunce delle organizzazioni per i diritti umani. Quando la stessa grammatica è stata applicata agli attivisti stranieri, è diventata scandalo internazionale. Non perché fosse più grave, ma perché era leggibile come violazione di un corpo che l’Europa riconosceva come simile a sé.

Ma l’errore più grave sarebbe fermarsi al carattere grottesco del ministro. Ben-Gvir non nasce nel vuoto. Non cade dal cielo sulla politica israeliana come una deviazione improvvisa. È il prodotto di una lunga abitudine al doppio regime: democrazia per alcuni, dominio militare per altri; cittadinanza piena da una parte, permessi, check-point, detenzione amministrativa, demolizioni, espropri dall’altra; diritto come garanzia interna e diritto come amministrazione della subordinazione nei territori occupati. Una democrazia può continuare a chiamarsi tale mentre governa per decenni milioni di persone senza concedere loro sovranità, uguaglianza, libertà di movimento, rappresentanza politica? La domanda non nasce con Ben-Gvir. Lui la rende soltanto più difficile da eludere. C’è un modo molto comodo di guardare all’estremo: usarlo per assolvere il centro. Ma le società non precipitano nell’estremo soltanto quando eleggono uomini estremi. Ci arrivano prima, quando si abituano a eccezioni permanenti, quando costruiscono categorie di esseri umani per i quali la dignità diventa condizionata, quando convincono sé stesse che il diritto può valere pienamente dentro i propri confini e sospendersi appena oltre una linea militare.

Lo stesso vale per gli insediamenti. Pensare che l’annessione strisciante della Cisgiordania sia una invenzione esclusiva di Netanyahu o della destra messianica significa cancellare una parte decisiva della storia israeliana. L’impresa degli insediamenti comincia dopo il 1967, attraversa governi diversi, anche laburisti. La destra religiosa e nazionalista l’ha radicalizzata, ha smesso di dissimularne il fine, ha trasformato l’occupazione in annessione dichiarata. Ma non l’ha inventata. Netanyahu l’ha protetta, accelerata, normalizzata dentro alle istituzioni. Smotrich e Ben Gvir l’hanno resa programma ideologico esplicito. Quegli insediamenti non sono cresciuti solo sotto governi di destra. Sono cresciuti sotto Rabin, sotto Barak, sotto Olmert. Successivi governi israeliani hanno sfruttato il complesso schema giurisdizionale degli accordi e le numerose scappatoie per minimizzare il trasferimento di territorio e autorità alle istituzioni palestinesi, usando Oslo come copertura per l’espansione massiccia degli insediamenti.

Ben-Gvir non è il padre di questa storia. Ne è il figlio più rumoroso.

Per questo la sanzione individuale contro Ben-Gvir, da sola, serve a dire: abbiamo identificato il mostro, abbiamo isolato l’eccesso, il resto può continuare. Ma il punto non è punire un ministro per avere umiliato degli attivisti davanti a una telecamera, il punto è riconoscere che quella umiliazione appartiene a una politica di Stato, a una cultura dell’impunità che nessun governo europeo può più fingere di non vedere. L’Europa non manca di strumenti. Può sospendere accordi, interrompere privilegi commerciali, bloccare cooperazioni, applicare misure contro lo Stato e contro le istituzioni che rendono possibile la violazione sistematica del diritto internazionale. Quello che manca non è l’architettura giuridica. È la volontà politica. Guardare Ben-Gvir, allora, serve se capiamo che l’estremo è un rivelatore, mostra ciò che il linguaggio istituzionale aveva reso più accettabile, ciò che i governi precedenti avevano amministrato con toni più sobri, ciò che l’alleanza occidentale ha tollerato perché veniva ancora pronunciato nel vocabolario della sicurezza.

La domanda, dunque, non è se Ben-Gvir meriti sanzioni. La risposta è ovvia. La domanda è perché si continui a pensare che sanzionare Ben-Gvir basti. Perché un ministro può essere rimosso, isolato, interdetto, e tuttavia il sistema che lo ha reso possibile può restare in piedi, continuare a espandere insediamenti, a incarcerare senza processo, a restringere il cibo dei detenuti, a governare vite palestinesi come materiale amministrativo. L’indignazione per Ashdod avrà senso solo se smetterà di funzionare come una parentesi morale. Solo se porterà l’Europa a dire che il problema non è l’imbarazzo prodotto da un video, ma la lunga normalizzazione politica di ciò che quel video ha mostrato. Ben-Gvir è la faccia più facile da guardare. Proprio per questo è anche la più pericolosa: perché permette di non guardare tutto il resto


Il tramonto di Cuba e quel piano di una Baia dei Porci al contrario

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Di Domenico Quirico, La Stampa

«Non hanno soldi, non hanno petrolio, non hanno niente di niente, soltanto dei paesaggi carini…». Così parlò dei cubani Donald Trump senza ricamarci tanto sopra. Allora perché spedire la portaerei, ancora! Un’altra volta! Perché minacciare invasioni e possibili «prelievi» di un matusalemme di 94 anni, Raul Castro, per una vicenda molto dubbia di quaranta anni fa. «Volete sapere la verità? Perché io posso fare quello che voglio! » sempre lui, sempre Trump.

Questo ennesimo (ultimo?) capitolo della lunga fine del castrismo e del corpo a corpo con l’America, puzza. Emana un insopportabile odore di marcio, di stantio, di materia storica politica umana in decomposizione.

Si sfaglia un regime ucciso da una embolia economica letale, senza benzina senza medicine senza tutto: per colpa delle feroci sanzioni americane ma anche di un potere che finite le egre massime di Fidel, del Jefe, è rimasto senza idee da grammaticalizzare se non quella di un controllo repressivo e totalitario della popolazione. Gli unici conti che tornano dopo decenni di epopea sono quelli del gruppo Gaesa, la solita società in mano a militari e gerarchi che capitalizza tutto, persino la penuria. Il soave liquore del socialismo caraibico si è ridotto a un farmaceutico veleno difficile da trangugiare.

Ma puzza di marcio anche questa sgangherata postuma piroetta dell’imperialismo yankee, le cannoniere, le minacce, i colpi di scopa nel subcontinente. Per desublimazione lo incarna questo Caligola ignorante costretto a mollare la presa su prede troppo grosse, come l’Iran, per inquisire sui pedigree di decrepiti caudillos del cortile di casa.

Bastava attendere e anche Maduro e l’altro Castro si sarebbero trasformati in polvere davanti all’inesorabile scorrere del tempo e all’irrecusabile giudizio dei popoli. Ma no: lui, il caudillo immobiliare e il suo patetico caddy “cubano”, Rubio, sognano una Baia dei Porci a rovescio, stavolta non disastro ma trionfo, una spettacolare dilatazione di Guantamo, perché no?, estesa a tutta l’isola a forma di serpente. Un’altra ossessione trumpiana: dove fallì Kennedy e la sua sussiegosa Camelot di teste d’uovo arriva lui, lo zaretto di Mar-a-Lago e via… cancellata la caserma Moncada la Sierra Maestra i comunisti caraibici e aggiungiamo anche il Che e Cienfuegos. Come se fosse facile.

Così affamata moribonda tradita quanto sarebbe durata la agonia del dopo Fidel? La guerriglia anti-capitalista era ormai un ricordo, il regime sembrava rassegnato, dopo il modello sovietico, a quello cinese, orma la via di fuga delle autocrazie alle strette: ovvero apertura eretica ma tra mortaretti e sonagli al Libero Mercato sperando che porti benessere e palanche; ma sempre con il controllo rigido della società perché non imbocchi brutte strade.

Una volta, molto una volta, si spergiurava in occidente che con il Mercato, con magico automatismo, sarebbe arrivata anche la democrazia. Un’altra delle pie illusioni, delle fate morgane che rigano le pagine del (nostro) Novecento di alchimisti alla rovescia. Niente affatto. Per dimissionare questo fantasma si ritiene necessario estirparlo in modo spettacolare, con sciupio vistoso della doppiezza perfida e della reversibilità trogloditica della “resa”.

Ci sono decadenze storiche ricche di umori, di presenze, di respiri profondi, fascino che la Storia regala quando muore e si trasforma. La decadenza del regime castrista e il declino di quello americano sono miserie grottesche, gesticolazioni improduttive e parole superflue.

L’unica cosa che in questo ritardato disastro del Novecento (questa è una storia che appartiene ancora al secolo defunto) si salva e riluce è il nobile popolo di Cuba, tenace intelligente colto, che ha lottato da par suo perché anche questa isola non diventasse una subAmerica di fronte alle sguaiate prepotenze dei padroni di Washington. Invece di abbandonarci ai soliti frettolosi happy end in salsa realpolitik – «In fondo è un altro dittatore che se ne va, il modo conta poco…» – quella nobiltà dovremmo aiutare e difendere. Di loro dovremmo occuparci, come di una parte di noi, dei reduci da una lunga assenza, dei lazzari di quella lunga morte.

Fidel Castro considerava ridere un atto controrivoluzionario. Ma di fronte alla guerra cubana di Trump il golfista sarebbe scoppiato in una gigantesca risata prima di avviare uno dei suoi interminabili sermoni. Con una preziosa ironia della Storia, il bunker di Punto Cero dove El Uno ha consumato il suo autunno di implacabile patriarca era ai tempi del dittatore Batista il campo da golf più chic frequentato dall’alta borghesia cubana. Una restaurazione che potrebbe convertirsi in investimento.

Debray, un figurino di Parigi che sognò di diventare un Danton sudamericano suggerì a Castro, quando era evidente la senile decadenza, di finire bene, lanciarsi contro i reticolati dei gringos a Guantanamo. Come Josè Martí che, sciabola sguainata, affrontava i colonialisti. Fidel non lo ha certo ascoltato. Dicono che nella demenza senile si paragonasse al Cid Campeador, l’eroe della Reconquista spagnola contro i mori.

La moglie del Cid fece legare il suo cadavere al cavallo portandolo sui campi di battaglia, come terrore dei nemici. Ma neanche questo accorgimento con l’ex allievo dei gesuiti avrebbe salvato il regime. Raul, mentre Lui si occupava della epopea, ha provveduto alla famiglia, discreto anche nella repressione, avvinto alla burocrazia di apparatchik e di sbirri. Ha solo guadagnato tempo.

Neanche lui andrà a suicidarsi epicamente contro i reticolati di Guantanamo o la portaerei di Trump. Ma sarebbe giusto che fosse il popolo cubano, e solo lui, a trarre le conclusioni, a stendere l’inventario dei decenni dell’evo castrista.

Il lungo duello tra Stati Uniti e Cuba, segatura del Novecento, è iniziato e si è avviluppato di bugie. Quando gli americani invasero cuba nel 1898 dissero che volevano vendicare l’attentato alla corazzata Maine nel golfo del l’Avana. In realtà l’esplosione avvenne per la combustione del carbone nella stiva.

Il presidente McKinley, uno dei preferiti di Trump, per chiedere al Congresso l’autorizzazione a usare la forza, aggiunse un’altra bugia: scopo della guerra è fermare l’oppressione spagnola: «Interveniamo per il bene della umanità! Per guadagnarci le lodi di ogni amante della libertà nel mondo». In privato la definì, raggiante, «una splendida piccola guerra». Sembra di ascoltare Trump.


Anna Foa: «Dalle parole si passi ai fatti: il boicottaggio di Israele»

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Di Roberto Della Seta, il manifesto

«Il trattamento riservato agli attivisti rapiti da Israele in acque internazionali, il video girato e diffuso da Ben Gvir che li calpesta e dileggia, mi mettono i brividi nella schiena. Ma rappresentano solo un piccolo esempio di quanto capita tutti i giorni a migliaia di palestinesi nelle carceri israeliane. Ho apprezzato le reazioni indignate di tanti nel mondo, ho apprezzato particolarmente le parole di Mattarella. Ora mi auguro che dalle parole di condanna si passi ai fatti: e i fatti devono essere il boicottaggio economico di Israele».

Sulla conversazione con Anna Foa, pensata per raccontare il suo rapporto ricco e complicato con l’essere ebrea, è piombato come una bomba lo spettacolo raccapricciante del fascista Ben Gvir che tortura in diretta video centinaia di persone disarmate catturate illegalmente dallo Stato israeliano.

Ma il filo delle parole autobiografiche di Foa non è così lontano dalla tragica attualità di questi anni. Comincia ricordando: «Se venivano amici miei a casa, anche nei primi anni del liceo, mio padre chiedeva sempre: è ebreo? E io non capivo: perché domanda se è ebreo?». «Mio padre» era Vittorio Foa, ebreo non credente, la madre di Anna era Lisa Giua, non ebrea.

«Io nasco non ebrea da un punto di vista rabbinico, però mia madre non era cattolica perché era figlia di vecchi socialisti che non l’hanno neanche battezzata, dunque non ho mai avuto influenze familiari cattoliche. Mi sono sempre sentita ebrea, da piccola ho passato molto tempo con i nonni Foa. Mia nonna mi faceva mettere di profilo e mi diceva: i nazisti con questo naso ti avrebbero mandato subito a Auschwitz. Era una nonna sarcastica. A sei anni ci siamo trasferiti da Torino a Roma, per me è stato un cambiamento molto forte. Nel mio ambiente familiare torinese si parlava tutti i giorni di resistenza, di ebrei antifascisti, a Roma erano temi sconosciuti. Per me essere ebrea voleva dire stare dentro un’ottica di memoria soprattutto antifascista: le leggi razziali, i miei zii scappati in America».

Anche tuo padre si sentiva ebreo?

Aveva un legame molto complicato con l’ebraismo. Nipote di rabbino, figlio di una donna sostanzialmente atea e pure lui non credente, fratello di un’altra che animava un gruppo di giovani ebrei torinesi religiosi ma anticonformisti. Era decisamente critico su Israele, non ci andò mai fino a quando venne a trovare me che ci vivevo. Venne con la sua seconda moglie Sesa Tatò e la figlia di Sesa, Daniela, mentre loro se ne andavano in giro mio padre mi chiese di accompagnarlo al muro del pianto: lì si è commosso. Vittorio era decisamente un ebreo diasporico, non è mai stato sionista.

Tu a un certo punto hai “scoperto” Israele.

Ho cominciato ad andarci perché avevo un compagno israeliano e a metà degli anni ’80 mi sono convertita. Facevo la spola tra Italia e Israele, lì passavo tutto il tempo in biblioteca: la mia adesione completa all’ebraismo è passata dalla storia, dal mio mestiere. Nei primi tempi in Israele abitavo a Gerusalemme in una casa vicino ai quartieri arabi. Mi accorsi allora di andare d’accordo solo con gli ebrei israeliani non religiosi, quelli religiosi mi sembravano appartenere a un mondo del tutto estraneo al mio. Del resto la mia è stata una conversione non nata da motivazioni religiose, ma dettata da un desiderio di identità e anche dal bisogno di sentirmi dentro una dimensione fatta di regole con cui misurarmi. Ricordo che una volta ne parlai con Natalia Ginzburg sotto l’ombrellone su una spiaggia a Sperlonga. Era molto curiosa, mi chiese «tu allora credi in Dio?». Risposi «no, perché dovrei credere in Dio? Nessuno mi ha chiesto se credo in Dio». E anche da ebrea convertita che passava tanto tempo in Israele non ho mai spesso di considerarmi un’ebrea della diaspora. L’ebraismo della diaspora pensa il mondo in modo abissalmente distante da quello degli ebrei d’Israele, il dramma è che la diaspora è finita con la Shoah, ha perso non solo sei milioni di esseri umani ma cultura, prospettiva politica, nella sua larga maggioranza si è identificata con Israele. E se Israele come motore dell’ebraismo crolla, è facile che tu ebreo diasporico ti aggrappi al crollo, perché non hai più niente a cui aggrapparti fuori.

Come hai vissuto il 7 ottobre e quanto successo dopo?

Il 7 ottobre è stato un grande trauma anche per me, ma poi subito ho vissuto come un trauma altrettanto grande quello che Israele faceva a Gaza. Non ho mai creduto che la reazione di Israele fosse giustificata, e lì ho cominciato a pensare di scrivere questo libro, Il suicidio di Israele, un libro su Israele per la prima volta in vita mia. Ho riflettuto a lungo sulla storia del sionismo, il mio giudizio si è «radicalizzato». È evidente che c’è stato anche un movimento sionista democratico, per esempio con Brit Shalom che sognava un mondo straordinario, una specie di paradiso in terra. Però poi se ti fermi un attimo sul ‘48 resti sconvolto dai modi della Nakba, dell’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, sconvolto dal fatto che gli arabi espulsi non sono mai potuti tornare, sconvolto dalle case rubate e con ancora il cibo sulla tavola. Dopodiché io credo che i palestinesi come gli ebrei dovrebbero smettere di guardare indietro, alla Nakba come alla Shoah: dovrebbero guardare avanti, dovrebbero rinunciare a un eccesso di vittimismo.

Tra i paradossi su cui si fonda Israele c’è che mio figlio che ha un quarto di sangue ebraico ha il diritto costituzionale di diventare cittadino e uno che nasce e cresce lì ma non ha una goccia di sangue ebraico no. È razzismo?

È razzismo, ed è razzismo da subito. Basti pensare alle leggi militari imposte ai «cittadini palestinesi» – gli arabo-israeliani, ma li chiamavano così per sottolineare che erano “altro”- fino al 1966. Da subito lo Stato di Israele ha coltivato l’idea che “gli altri”, i palestinesi, siano irrimediabilmente nemici. Non si consente al figlio di venire a salutare la madre morente, e così si costruisce un muro incrollabile di odio. Fatico a dire che il sionismo è tutto coloniale, forse bisogna metterci dentro qualche diversa impronta, però difficilmente poteva andare in un’altra direzione.

Davvero non poteva andare diversamente?

Occasioni ce ne sono state: ci sono state nel ’67 se Israele avesse deciso di non prolungare l’occupazione della Cisgiordania, ci sono state nel ’48 e anche prima. Sicuramente però il disastro del «suicidio di Israele» ha radici lontane. Oggi la possibilità di un «altro sionismo» mi sembra morta, forse è morta definitivamente con l’omicidio di Rabin. Restano in Israele, e vanno sostenute con tutte le forze, persone che credono ancora nella possibilità di vivere insieme e con pari diritti ebrei e palestinesi: i gruppi di ebrei per esempio che si organizzano per proteggere i palestinesi dai coloni in Cisgiordania. Poi però c’è il grosso della società israeliana che non sembra capace di reagire.

Temi un’ondata di antisemitismo in Europa?

Di sicuro c’è una marea montante e crescerà ancora se Israele continuerà le sue aggressioni. Una via decisiva per contrastare questa minaccia è sottolineare di più il rapporto fra razzismo e antisemitismo. Vengono spesso raccontati come problemi separati, questo consente alla destra che è razzista di ergersi a campione della lotta all’antisemitismo e poi alimenta un suprematismo ebraico vittimista per cui colpire un ebreo è più grave che colpire un nero per razzismo. Così si conferma l’idea degli ebrei privilegiati, una radice dell’antisemitismo.

Nell’immagine: Nablus, l’arresto di un palestinese nel campo profughi di Balata durante un rastrellamento dell’esercito israeliano


Per salvare Israele va accettata la realtà

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Di Gad Lerner, il manifesto

La società israeliana è malata nel profondo. Magari bastasse sanzionare il ministro Ben-Gvir, divenuto indispensabile al premier più longevo della storia di un paese intriso di violenza, dal quale sempre più numerosi emigrano quelli che possono e al quale iniziano a voltar le spalle perfino le destre nazionaliste che ne ammiravano la brutalità.

Non era un destino segnato, ma sta accadendo.

Per quanto sia doloroso ammetterlo, la trasfigurazione fascista d’Israele è un processo avvertibile prima dal basso che dal vertice delle istituzioni. Lo cogli nello scherno diffuso per gli aravim (pochi chiamano i palestinesi col loro nome); nella tracotanza dei coloni che ormai inquina l’operato dei giovani militari; nello sfoggio impunito della crudeltà vissuta come manifestazione di potenza, nel disprezzo misogino per l’Europa femmina sottomessa; nel gusto di offendere le religioni altrui.

Sono comportamenti di una minoranza soltanto degli israeliani? È vero. Quasi certamente il prossimo settembre si svolgeranno elezioni democratiche che potrebbero spedire a casa Netanyahu? È vero. Sono falliti i tentativi di minare per legge le funzioni di garanzia della Corte suprema? È vero. Ma la dissennatezza con cui il governo ha concepito una sequenza di guerre senza fine nel tentativo di saziare il bisogno di sicurezza degli israeliani angosciati dalla minaccia esistenziale del 7 ottobre lascia presagire quel che i regimi fascisti hanno sempre fatto quando restano isolati e sfiduciati: rivolgere le armi contro il nemico interno. Una guerra civile scatenata dai coloni e dalle milizie di Ben-Gvir non sarebbe eventualità remota allorquando una nuova leadership israeliana – a ciò costretta da Usa e Ue – decretasse concessioni territoriali in favore di un nascituro Stato palestinese.

Se e come la fascistizzazione sia reversibile è dunque l’interrogativo del momento. Di fronte al quale non possiamo rimanere solo spettatori. Sono necessarie pressioni efficaci dall’esterno – stop a rifornimenti militari e accordi commerciali – da parte dei governi alleati la cui benevolenza ha indotto fin qui Israele a concepire un progetto di egemonia regionale al tempo stesso delinquenziale e irrealizzabile. Ma è dentro al mondo ebraico che si gioca la partita determinante sul futuro di uno Stato che – persistendo nell’espansionismo suprematista e nella persecuzione dei palestinesi – altra scelta non avrebbe che trasformarsi definitivamente in regime autoritario. Mi ha colpito verificare, durante una visita recente, quanto sia diffuso anche fra gli oppositori di Netanyahu (che sono la maggioranza) e fra gli illuminati cercatori di pace con i palestinesi (che oggi sono una minoranza) l’istinto di negazione dei crimini perpetrati dalle forze armate israeliane. Assumere consapevolezza di quanto Israele sia caduto in basso significherebbe veder crollare l’idea che ti eri fatto del luogo a te più caro, spesso l’approdo cui la tua famiglia era giunta dopo immani sofferenze. Dal quale andarsene per molti è impossibile e, per chi può, equivale comunque a un fallimento.

Per quanto faticoso, il superamento dell’istinto di negazione della realtà è indispensabile a rafforzare le difese immunitarie, di fronte al degrado di civiltà. Non è un problema nuovo quello del fascismo e del fanatismo in Israele. Nuovo semmai è il pericolo di risultare sprovvisti di anticorpi. Già nel 1934, appena fuggito a Tel Aviv dalla Germania nazista, lo psicanalista Erich Neumann scriveva a Gustav Jung: «Tutto spinge verso il fascismo, indipendentemente dal punto di partenza. Gli ebrei si stanno amalgamando in una società orribile». Ma lo stesso Neumann fornì poi un apporto culturale prezioso all’edificazione di una società aperta. Il 7 giugno 1967, quando il primo reparto israeliano si aprì un varco nella Città vecchia di Gerusalemme, Shlomo Goren, rabbino capo dell’Idf, lanciò l’idea di demolire le moschee edificate sulla spianata in cui sorgeva l’antico Tempio: «Così ci libereremo del problema una volta per tutte», spiegò. Ma fu minacciato di arresto immediato, se avesse osato divulgare il suo folle proposito. Quella dotazione di laicità rischia di essere venuta meno nell’Israele i cui governanti idolatrano la santità della terra conquistata.

Nell’immagine: festeggiamenti per il Jerusalem Day, davanti il Muro del Pianto

 


Putin e l’eredità di Norimberga

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Di Marco Mondini, La Repubblica

Qualcuno l’ha già chiamata «la Norimberga di Putin». Ma è una definizione riduttiva. E ottimistica al tempo stesso. Ottimistica perché la decisione del Consiglio d’Europa di istituire un Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina difficilmente troverà un’applicazione concreta, almeno nel prossimo futuro.

Nel 1943 la decisione di processare i capi della Germania nazista per i loro crimini in quello che sarebbe poi stato il tribunale militare internazionale di Norimberga venne assunta da una coalizione composta dalle principali potenze militari globali.

Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e i loro alleati minori litigavano su tutto, avevano visioni del mondo anche molto diverse e non di rado i loro leader erano già persuasi che si sarebbero trovati prima o poi su fronti contrapposti. Ma all’epoca erano uniti da due solide convinzioni.

La prima, che qualsiasi disaccordo dovesse passare in secondo piano rispetto all’urgenza di schiacciare l’impero totalitario di Hitler e dei suoi servitori (Mussolini compreso). La seconda, che insieme avevano non solo la possibilità, ma la ragionevole certezza di poterlo fare.

Quando Roosevelt, Churchill e Stalin si riunirono a Teheran, alla fine di quell’anno, la sconfitta del Terzo Reich era già un obiettivo a portata di mano. L’Asse aveva perso il Nord Africa, l’Italia si era arresa, la Wehrmacht era stata sconfitta nella battaglia di Kursk. Era solo una questione di tempo prima che le truppe statunitensi e britanniche, francesi e russe mettessero le mani sui vertici dello Stato tedesco e del partito nazista. Almeno, quelli che non si erano già suicidati.

I ministri degli esteri europei che il 15 maggio, a Chisinau, hanno deciso di sfidare con l’arma del diritto internazionale la logica brutale del neoimperialismo russo e di mettere sotto processo l’invasione dell’Ucraina del 2022, sanno invece che la forza non è dalla loro parte.

I paesi del Consiglio che hanno voluto la creazione del nuovo Tribunale, dalla piccola Andorra al Regno Unito, e l’Unione Europea che lo sostiene, non potranno marciare domani su Mosca per catturare Vladimir Vladimirovich e i suoi consiglieri, e trascinarli in un’aula giudiziaria per rispondere delle proprie colpe.

Non fosse altro perché l’arsenale di quello che una volta era l’Occidente liberale e democratico è oggi in mano a un autocrate in potenza di nome Donald Trump, che ha ben poco interesse nel promuovere l’operato di una corte davanti alla quale potrebbe prima o poi finire. Come imputato.

Eppure, come ha detto Alain Berset, che del Consiglio d’Europa è il segretario generale, la decisione di istituire il Tribunale speciale «rappresenta comunque giustizia e speranza». La speranza, prima di tutto, di riaffermare la validità dei cosiddetti principi di Norimberga.

Ottant’anni fa Robert Jackson e gli altri accusatori dei gerarchi nazisti alla sbarra affermarono che l’arbitrio del potente non poteva essere più accettato come norma delle relazioni internazionali. Che il «delitto contro la pace» doveva divenire il pilastro di una nuova giustizia. E che aver intrapreso guerre di aggressione sarebbe stato considerato da quel momento in avanti un «crimine supremo che contiene in sé il male accumulato di tutti gli altri crimini», e chi lo aveva commesso andava punito.

Nel 1950 le Nazioni Unite avrebbero fatto propri questi principi e trasformati nella fondazione giuridica ed etica di un nuovo ordine globale. Poi sono arrivati i nostri anni e di quel sogno di ordine e giustizia è rimasto poco.

I nuovi tiranni non si sono limitati a ignorarlo per lanciare le proprie campagne imperiali, dalla Georgia al Donbass, passando per Gaza. Lo hanno deriso così tanto da generare l’opinione che crederci sia, più che inutile, ridicolo.

Per questo parlare di un tribunale «per Putin» è riduttivo. Perché il problema non è solo giudicare e punire il presidente della Federazione russa per i crimini di guerra compiuti nell’Ucraina occupata, e per i quali è già ricercato dalla Corte penale internazionale. Il problema è stabilire che l’eredità di Norimberga non è morta. Che qualcuno ha ancora il coraggio di battersi per un mondo retto dal diritto, e non solo dalla forza bruta.


Kiev: «Centinaia di russi uccisi» Mosca sfoggia i missili atomici

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Di Sabato Angieri, il manifesto

La notizia, se confermata, sarebbe di quelle che diventano pietre miliari nelle cronache di una guerra. «Le forze speciali ucraine hanno colpito il quartier generale dell’Fsb russo nel villaggio di Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson, provocando circa un centinaio fra vittime e feriti», ha scritto nel primo pomeriggio di ieri Volodymyr Zelensky. Si tratterebbe dell’attacco singolo più devastante subito dai militari di Mosca dall’inizio della guerra. Il problema è, appunto, come confermare.

«COMBATTENTI del Centro operazioni speciali ‘A’ delle Ssu (forze speciali dei servizi segreti militari, ndr)» spiega Zelensky, «hanno distrutto un sistema missilistico terra-aria Pantsir-S1», ovvero un dispositivo da 20 milioni di dollari, oltre al centro di comando dell’Fsb (intelligence russa). «I russi devono sentire che devono porre fine a questa loro guerra. Le sanzioni a medio e lungo termine dell’Ucraina continueranno a funzionare». A corroborare questo messaggio esplosivo il leader ucraino allega un video che mostra sia la zona dell’attacco – costa orientale del Kherson, poco a nord della Crimea – sia il bersaglio, con una rilevazione satellitare e l’esplosione finale. Alcuni analisti confermano che le coordinate e le immagini degli edifici colpiti coincidono con quelle mostrate nel video. Si tratta di una struttura alberghiera situata sulla costa e formata da diversi edifici.

Gli ucraini ritengono che parte di quei palazzi fossero diventati il centro di comando per le azioni della polizia segreta russa nell’area. Se (e perché) vi si trovassero così tanti individui come sostiene Zelensky è tutto da stabilire. Al momento in cui questo articolo è andato in stampa da Mosca non era ancora arrivato nessun commento sull’accaduto e anzi, l’attenzione del Cremlino e delle agenzie di stampa russe era tutta rivolta alle esercitazioni nucleari in corso, definite «le più massicce degli ultimi anni».

VLADIMIR PUTIN e il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, le cui forze armete hanno partecipato alle manovre, hanno assistito in videoconferenza ai lanci di diversi vettori, considerati il fiore all’occhiello dell’ingegneria militare russa contemporanea. Come scrive l’agenzia Interfax: «un missile intercontinentale balistico Yars è stato lanciato dal cosmodromo di Plesetsk sul poligono di Kura, in Kamchatka. Dal Mare di Barents un sommergibile nucleare strategico ha lanciato un missile intercontinentale Sineva e una fregata della marina militare ha lanciato un vettore ipersonico Zircon con obiettivo il poligono di Chizha. Infine, un jet Mig-31 ha lanciato un missile ipersonico Kinzhal». All’elenco non manca nesusno degli spauracchi evocati dai falchi russi negli ultimi mesi.

LE FORZE BIELORUSSE si sono limitate a un «missile balistico con il sistema Iskander-M dal sito di Kapustin Yar». Alle esercitazioni hanno preso parte «circa 65.000 militari, 200 lanciatori e 8 sottomarini strategici». Inoltre, secondo Lukashenko, Minsk si sta preparando «completamente» a una guerra, «e se ci sarà o meno non dipende da noi, non abbiamo intenzione di combattere con nessuno se nessuno ci tocca».

Immediata la risposta di Kiev: «la leadership bielorussa stia attenta, ci saranno conseguenze in caso di azioni aggressive contro l’Ucraina e il nostro popolo». Prescindendo dalla postura aggressiva del boiardo di Putin a Minsk, l’avvertimento che i russi stanno lanciando con queste manovre militari è chiaro. Sebbene, come dichiarato dal Cremlino, non intendono «lasciarsi coinvolgere in una corsa agli armamenti», questo dispiegamento di mezzi e missili vuole dimostrare che la Russia è pronta a qualsiasi scenario e non è debole come ormai azzardano molti in Occidente.

IN MANIERA speculare, l’annuncio di Zelensky di ieri è un duplice monito. Per i nemici: possiamo colpirvi dovunque, non solo sulle raffinerie a migliaia di chilometri dalla frontiera (come a Syrzan la scorsa notte), ma anche nei centri di comando sul campo teoricamente protetti dalla massima segretezza e dalla contraerea. Per gli alleati: non è vero – come sostiene la controparte – che ormai abbiamo perso e sul campo stiamo semplicemente arginando l’inevitabile avanzata russa. Kiev vuole dimostrare nei fatti ciò che Zelensky ripete da mesi in ogni riunione internazionale: «con armi e fondi possiamo fermare la Russia». O, perlomeno, strappare un accordo che non sia una resa mascherata, come voleva Donald Trump.

A HELSINGBORG, in Svezia, ieri si è aperta una due giorni di ministeriale della Nato con una cena informale Consiglio Nato-Ucraina, ma le riunioni vere e proprie sono attese per oggi. Tra i temi principali degli incontri il disimpegno Usa dall’Europa e la strategia di deterrenza contro la Russia. Il tutto in preparazione del vertice Nato di Ankara previsto per il 7-8 luglio. A conclusione del summit odierno si terrà una riunione informale ospitata dai ministri degli Esteri di Svezia e Turchia con i membri del gruppo E5 (Germania, Regno Unito, Francia, Polonia e Italia) piùl’Olanda.

Nell’immagine: l’attacco ucraino a Kerson 


In ginocchio e derisi dal ministro israeliano. Ecco come sono stati accolti in Israele i pacifisti della Flotilla

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Sui metodi adottati da Israele nei confronti dei militanti della Flotilla bloccati e deportati in Israele, ecco alcune immagini significative. Qui il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, uno dei leader più radicali dei partiti nazional-religiosi, e legato ai coloni, deride gli arrestati, costretti ad ascoltarlo rimanendo in ginocchio e con le mani legate.

Ben-Gvir si era già esibito in questo tipo di “accoglienza” nell’agosto dello scorso anno (ce ne ha parlato uno dei partecipanti alla Flotilla di fine agosto 2025 nell’intervista di oggi). Stavolta, persino il premier Netanyahu ha dichiarato che il suo ministro “ha commesso un errore”. Parole, le sue, evidentemente necessarie per calmare le proteste di diversi governi europei dopo la diffusione del filmato.

 

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Le decine di arrestati, in acque internazionali, quindi in modo assolutamente illegale, dovrebbero essere espulse in tempi rapidi. Anche se c’è preoccupazione per alcuni militanti che erano già stati espulsi l’anno scorso, con relativo bando di ritentare l’iniziativa di rompere l’assedio di Gaza. Un divieto che potrebbe ora pesare sulla loro sorte immediata.

Intanto, a livello politico generale, si registra un forte contrasto fra Stati Uniti e Israele. Secondo diverse fonti, in una lunga telefonata fra i due alleati, Netanyahu ha espresso al capo della Casa Bianca la sua forte contrarietà per il possibile accordo fra gli Stati Uniti e l’Iran sulla fine della guerra in corso. A una domanda dei giornalisti sulla correttezza dell’informazione, Donald Trump ha risposto seccamente: “Nessun problema, Netanyahu farà quello che gli dirò di fare, è una brava persona”.

Sembrerebbe dunque che dopo la perfetta sintonia sulla necessità di scatenare il conflitto in corso contro la Repubblica islamica, fra i due “alleati” vi sia  ora una profonda frattura, dovuta in particolare alla necessità, per il presidente USA, di uscire da una “trappola” in cui si era cacciato soprattutto dopo le insistenze di Netanyahu, che gli aveva garantito una rapida e facile vittoria nella guerra che doveva abbattere il regime degli ayatollah,  imporre un ‘cambio di regime’, e soprattutto di privare Teheran della possibilità di continuare nel suo programma atomico.


Israele, la deriva morale è un macabro spettacolo

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Di  Widad Tamimi, il manifesto

Non c’è limite al ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i prigionieri della Flotilla.

Trasformando la detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi. «Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici del terrorismo».

Nessuna traccia, in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una spietata compiacenza.

«Chi sono i padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.

Ogni sua visita ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.

L’effetto reale è la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili – medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.

Le immagini arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44 diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.

Al di là della retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo, la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.

Il video di Ben Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente, sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.

Nell’immagine: mani alzate davanti ai soldati dell’Idf che assaltano le imbarcazioni della Sumud Flotilla


Quell’odio che isola Israele dal mondo. L’antisemitismo sollecitato dove non c’è

Italia e Germania continuano a opporsi a misure più dure. «Inaccettabile» è non agire subito 

Di Anna Foa, La Stampa

Il ministro israeliano Ben-Gvir ha visitato nel porto israeliano di Ashdod gli attivisti della Flotilla rapiti dall’IDF in acque internazionali, legati e costretti a stare inginocchiati col volto a terra in una posizione quanto mai umiliante. Il ministro, non nuovo a simili azioni nei confronti di detenuti ammanettati, li ha violentemente irrisi. Lo vediamo in un video che non è un falso creato dall’Ai, ma un video autentico, divulgato sul sito ufficiale di Otzmà Yehudit, il partito di Ben-Gvir. Una donna che ha cercato di resistere all’ordine di inginocchiarsi e che ha gridato «Palestina libera» è stata buttata a terra con violenza dai soldati, mentre Ben-Gvir commentava: «Ben fatto, Tovà».

Il video fa male al cuore, e lo dico questa volta anche parlando, oltre che da essere umano, da ebrea. Ma non solo. È una bomba gettata in un contesto incandescente. Sollecita l’antisemitismo, lo crea dove non c’è. Isola, se ancora ce ne fosse bisogno, Israele dal resto del mondo, lo designa definitivamente come uno Stato canaglia, illustra pubblicamente come in Israele si trattano i prigionieri. È il Male rivendicato con orgoglio.

Di fronte a fatti del genere, gli ebrei della diaspora non possono che rivoltarsi, gridare che queste pratiche, volute sì da un ministro estremista ma messe in atto senza proteste dai soldati di quello che ama definirsi «l’esercito più morale del mondo», sono aberranti. Se non lo fanno, non possono che esserne complici. Ma se non lo fanno, lasceranno anche che ovunque il mondo ebraico sia assimilato a questo orrore. Lasceranno che tutta la diaspora sia trascinata nell’abisso.

Intendiamoci. Queste pratiche non sono nuove. Solo che oggi hanno colpito persone che venivano da tanti Paesi del mondo, disarmate, e che Israele non aveva il minimo diritto, non che di arrestare, nemmeno di fermare. Purtroppo, finché sono state attuate nelle carceri, su palestinesi per la maggior parte incarcerati senza accuse e senza colpe, su bambini, su anziani, e finché nelle carceri gli abusi, anche quelli sessuali, sono diventati la norma, sono state negate, messe in discussione, celate. Oggi, sono sbandierate con orgoglio da un ministro.

Ma non solo lui. In coda ad un post sui social di Gad Lerner, commenti indescrivibili di sostegno a Ben-Gvir in ebraico. La propaganda si è messa rapidamente in movimento. Tacciono finora i commenti dei nostri sostenitori del governo israeliano, ebrei o meno. Su Pagine Ebraiche di oggi, un breve riferimento che narra i fatti e che definisce eufemisticamente l’irrisione di Ben-Gvir come una «presa in giro», nessun commento. Ma cosa deve succedere perché gli ebrei italiani si ribellino a chi sta distruggendo con i palestinesi anche Israele, quando l’azione di Ben-Gvir è stata condannata perfino dal ministro degli Esteri di Israele, Sa’ar.

Credo che dobbiamo sperare che le reazioni dei Paesi che hanno dei loro cittadini fra i rapiti spingano a prendere finalmente una posizione chiara sulla politica del governo israeliano.

Non è più tempo di aspettare. Bisogna boicottare l’economia di Israele, non solo i prodotti che provengono dai territori occupati. Impedire la vendita di armi. Che i Paesi che ancora non lo hanno fatto, l’Italia in primis, riconoscano lo Stato di Palestina. Che il mondo intero, come l’anno scorso, scenda in piazza a protestare. Che i governi chiedano l’immediata liberazione dei loro cittadini illegalmente detenuti. Meloni e Tajani hanno, devo ammetterlo, pronunciato parole molto dure. Ma serve che queste parole diventino atti concreti.

Sappiamo che non tutti gli israeliani approvano Ben-Gvir. Che in tanti protestano, manifestano, si schierano a difesa dei palestinesi, cercano di proteggerli. Ma nel 66 d.C., non tutti gli abitanti del regno di Giuda approvavano gli estremisti quali gli zeloti e i sicari. Molti fautori della pace e della moderazione furono uccisi dagli estremisti, come nel 1995 è stato assassinato Rabin. Ma gli zeloti hanno prima spinto alla guerra contro Roma e poi alla distruzione del Regno di Giuda.

Riusciranno gli zeloti di oggi, distruggendo l’etica, il diritto, l’umanità, a coinvolgere il mondo nel loro suicidio, a renderci tutti responsabili delle loro colpe, dei genocidi che commettono? Per questo dobbiamo tutti, ebrei o non ebrei che siamo, alzare alta la voce. A questo punto, è un dovere.

Nell’immagine: proteste a Tel Aviv contro il primo ministro Benjamin Netanyahu