Snyder: “Mai come oggi si rischia la guerra nucleare. Solo il diritto internazionale può evitarla”

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Di Sara Tirrito, La Stampa

«Dobbiamo essere chiari, la scelta oggi è tra guerra nucleare e abolizione nucleare». Parla così Susi Snyder, direttrice dei programmi della Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican), vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2017.

A Venezia per l’assemblea della Federazione europea delle Banche etiche e alternative, interviene mentre in Europa alcuni Paesi guardano all’atomica come garanzia di sicurezza. «L’unico modo per proteggere i territori sono le istituzioni e il diritto internazionale – dice Snyder –. Abbiamo dimenticato quanto siano terribili le bombe nucleari ma l’opinione pubblica resta contraria a questi armamenti».

Vede possibile una guerra nucleare nel contesto attuale?
«Il rischio di una guerra nucleare è oggi il più alto dagli anni Sessanta. È un momento molto pericoloso perché abbiamo dimenticato quanto siano terribili le armi nucleari. Anche una sola, usata su una città, avrebbe conseguenze in tutto il mondo. Pochi giorni fa abbiamo sentito Donald Trump dire alle Nazioni Unite che voleva annientare l’Iran, e controlla dispositivi in grado di farlo. Le armi nucleari non sono magiche, sono solo bombe, ma bombe enormi. Anche le più piccole negli arsenali di Donald Trump o Emmanuel Macron farebbero bruciare un’intera città».

Con quale sentimento stiamo affrontando questo rischio?
«Sempre più Paesi europei dicono che le armi nucleari possono garantire la loro sicurezza. Dall’altra parte, 101 Paesi hanno compiuto il passo giuridico più forte che esista, aderendo al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, e trovano nella cooperazione e nel diritto internazionale la via per una sicurezza sostenibile, che guarda al futuro, come fa la finanza etica».

 

Crede che questo sia il modo più sostenibile per garantire la sicurezza dei Paesi?
«Ciò che ha impedito una Terza guerra mondiale sono state le istituzioni e il diritto internazionale, una cooperazione in cui anche i Paesi più piccoli possono contare sul rispetto dei propri diritti. Non tutti osservano le leggi internazionali, la Russia, per esempio, le ha violate. Ma abbiamo scelto di isolarla, e sta funzionando. Putin è sotto pressione, non può viaggiare come prima e la Russia ha perso credibilità come partner. Sono le alleanze ad aver protetto Paesi piccoli come Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Richiedono impegno, ma danno benefici straordinari».

Il monitoraggio di Ican mostra che gli arsenali stanno crescendo. Cosa guida questa nuova corsa?
«Due fattori. Il primo sono le aziende che traggono profitto dai contratti militari. Per citarne alcune, Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Dynamics, che spingono a produrre e vendere più armi per i loro azionisti. La finanza etica, in questo senso, aiuta a capire che il rischio di guerra nucleare c’è, ma non deve per forza esistere. Se non si trae profitto dalla costruzione di nuove armi nucleari si toglie l’incentivo economico a mantenerle».

Il secondo?
«È l’allontanamento dalla cooperazione internazionale e la paura di non poter controllare tutto. Capisco quella paura, soprattutto in chi vive al confine con la Russia o ricorda i tempi sovietici. Ma dobbiamo costruire una sicurezza sostenibile, con un piano per quando qualcuno viola il diritto internazionale: la Corte penale internazionale, la Corte internazionale di giustizia. Chi infrange la legge deve risponderne, anche a livello globale».

Una Corte tuttavia non può impedire ai leader di bombardare altri Paesi.
«Per esempio, ci sono oltre 120 Paesi in cui Netanyahu e Putin non possono andare perché verrebbero arrestati. Non possiamo dire che il sistema non funziona senza dargli il tempo di funzionare. Non sono ingenua ma realista. Se andiamo verso più armi, più armi verranno usate. Con la cooperazione si costruisce una sicurezza sostenibile. È questo che ci insegna la storia».

Quali Paesi guidano il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari?
«Il Sudafrica è tra i leader. È tra i pochissimi Paesi ad aver rinunciato volontariamente alle proprie armi nucleari, aprendosi alle ispezioni internazionali. Sono capofila anche Irlanda, Austria e Malta. Tra i contrari c’è la Francia, che vuole mantenere le sue armi per sempre. Insieme, 101 Paesi stanno esercitando pressione per spostare gli equilibri verso il disarmo atomico. Se non risolviamo questo problema, del tutto risolvibile, vedremo una guerra nucleare».

È tra le protagoniste della campagna per il disarmo nucleare Ican, Nobel per la Pace nel 2017. Oggi vede una speranza di pace?
«Anche nei Paesi che non sostengono il Trattato, centinaia di città e sindaci chiedono ai governi di aderire, i sondaggi mostrano maggioranze schiaccianti per l’abolizione. La comunità finanziaria si è unita per dire che non è così che vuole fare i suoi soldi. È un momento pericoloso, ma risolvere il problema è semplice: dobbiamo solo scegliere tra guerra nucleare e abolizione nucleare».

Nelle scorse ore si è celebrata la Giornata mondiale Onu per l’eliminazione delle armi nucleari. L’opinione pubblica sostiene l’abolizione?
«I sondaggi in tutto il mondo dimostrano di sì. I politici prendono decisioni di breve periodo, la giornata è l’occasione per pensare al futuro e l’opposizione alle armi nucleari cresce anche nei Parlamenti. A fine anno si terrà la prima Conferenza di revisione del Trattato, presieduta dal Sudafrica. Ci aspettiamo anche governi che non vi hanno ancora aderito, riuniti per dire che c’è un problema, abbiamo una soluzione, mettiamoci al lavoro».

Nell’immagine: Susi Snyder


F-35: i rancori personali sono stati determinanti

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Di Marco Diener, Infosperber

Una cosa bisogna riconoscerla al consigliere agli Stati dell’UDC Werner Salzmann: è sincero. Come sono giunto a questa conclusione? L’ho ascoltato durante la trasmissione «Samstags-Rundschau» di Radio SRF.

Il conduttore Dominik Meier ha chiesto all’allora presidente della Commissione per la politica di sicurezza del Consiglio degli Stati se fosse stato un errore non credere al Controllo federale delle finanze (CDF). Già prima della decisione del Parlamento sull’F-35, il CDF aveva avvertito che non esisteva un prezzo fisso.

Nella «Samstags-Rundschau» Salzmann ha dichiarato: «Naturalmente abbiamo ascoltato il Controllo federale delle finanze. Lo avevamo persino invitato. E allo stesso tempo avevamo i rappresentanti dell’amministrazione. A quel punto abbiamo dovuto valutare: cosa è vero? E lì abbiamo preso una decisione chiara, basandoci sull’argomentazione che ciò che ci diceva l’amministrazione era corretto.»

«Il Controllo federale delle finanze svolge una funzione molto importante. Ma devo purtroppo dirvi che, sotto la guida del signor Huissoud, ha assunto posizioni molto marcate dal punto di vista politico. (…) Pertanto, all’epoca la credibilità del CFD non era purtroppo molto elevata.»

E Salzmann ha proseguito: «Si è dato ascolto ai critici. Ma a causa di questi risentimenti non si è dato loro credito.»

In parole povere, ciò significa che la Commissione per la politica di sicurezza non si è lasciata guidare dai fatti, bensì dal risentimento. O, in altre parole: la maggioranza ha creduto alla favola del prezzo fisso proveniente dal Dipartimento della difesa perché non sopportava l’allora capo del CDF Michel Huissoud.

Raramente un politico ammette così apertamente quanto il nostro Parlamento operi a volte in modo dilettantistico.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Werner Salzmann


La dottrina Sánchez per rifondare l’ordine mondiale

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Da Grand Continent

Il 24 settembre, dal podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Pedro Sánchez è intervenuto per «difendere ciò che molti cercano di distruggere». Senza mai nominare Donald Trump, il presidente del governo spagnolo ha denunciato «un tentativo di demolizione pianificato e coordinato» dell’ordine multilaterale, condotto da governi che ha ritenuto superfluo indicare, poiché «sappiamo tutti chi sono e qual è il loro modus operandi».
Di fronte a queste forze che ha definito «egoiste, ignoranti e crudeli», ha difeso la Carta del 1945 e ha invocato una rifondazione del sistema multilaterale: a partire dall’abolizione del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza («nessun paese deve essere al tempo stesso giudice e parte in causa») fino all’elezione di una figura latinoamericana alla carica di segretario generale, che presenta come «un debito storico».
«Ci sono voluti secoli all’umanità per sostituire la legge del più forte con la forza del diritto, e non possiamo essere la generazione che fa un passo indietro», avverte. Per la sua portata, questo intervento è paragonabile a quello di Mark Carney a Davos nel gennaio 2026. Lo pubblichiamo integralmente.


Signor Presidente, signore e signori,
salgo su questo podio con un unico obiettivo: difendere ciò che molti cercano di distruggere.
Sono qui per rivendicare i principi e le ambizioni che hanno ispirato la creazione di questa organizzazione 81 anni fa. Principi e ambizioni che alcuni governi, qui presenti, disprezzano o cercano di smantellare.
Sono trascorsi otto anni da quando mi sono rivolto per la prima volta a questa Assemblea e, da allora, molte cose sono cambiate nel mondo. E mi dispiace dover dire che non è stato in meglio, ma in peggio.

Uno sguardo al passato

Nel 2018, i 193 paesi che compongono questa organizzazione hanno concordato di adottare l’Agenda 2030, e la maggior parte dei leader qui presenti sfoggiava con orgoglio il simbolo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. E non lo facevamo perché era di moda, né perché pensavamo che sarebbe stato un percorso facile.
Lo facevamo perché la maggior parte di noi credeva in questa promessa comune.
Perché eravamo convinti che la pace, lo sviluppo sostenibile e le pari opportunità non fossero posizioni ideologiche, ma parte integrante del futuro dell’umanità.
Oggi, tuttavia, queste idee non vengono solo messe in discussione. Sono attaccate da attori politici, da governi che vogliono riportarci a un passato oscuro.
E non è necessario nominarli. Sappiamo tutti chi sono e qual è il loro modus operandi.
Iniziano, innanzitutto, mettendo in discussione le regole.
Poi le violano, sapendo benissimo, tra l’altro, che nessuno oserà chiedere loro di renderne conto. E riducono i loro contributi a organismi multilaterali come questo. Puntano il dito contro i loro dirigenti e i loro dipendenti. Ne paralizzano la capacità di agire, per poi descriverli come entità inutili di cui si può fare a meno.

Egoismo, ignoranza e crudeltà

Si tratta quindi di un tentativo di demolizione pianificato e coordinato, che ci viene presentato come ineluttabile e necessario.
Ma che, in realtà, va contro le correnti strutturali della storia e si basa su tre pilastri errati.
Il primo è l’egoismo. L’assurda convinzione secondo cui il mondo sia un gioco a somma zero, in cui il guadagno di alcuni comporta necessariamente la perdita di altri. Il secondo è l’ignoranza, poiché si disprezzano le prove scientifiche e si parte dal presupposto che esistano paesi così potenti da poter abusare degli altri e non aver bisogno di nessuno per prosperare.
E il terzo, il peggiore di tutti a mio avviso, è la crudeltà. Una crudeltà che non batte ciglio nemmeno alla vista delle costole sporgenti di un bambino affamato o di un ospedale ridotto in rovina.
Nel corso degli ultimi otto anni, ho visto queste forze egoiste, ignoranti e crudeli prendere piede.
Le ho viste togliersi le maschere e impadronirsi del potere in molti luoghi.
E da lì, le ho viste scatenare guerre illegali e massacrare civili innocenti.
Le ho viste trattare milioni di esseri umani come bestiame e negare il proprio aiuto a chi soffre di più a causa della povertà e delle malattie. Le ho viste inquinare l’atmosfera e l’oceano come se fossero di loro proprietà.
E cospirare per distruggere questa organizzazione e tutto ciò che essa rappresenta.
Insomma, dico tutto questo perché essere testimone di questi eventi ha trasformato il mio modo di comprendere il mondo.

Non tutta la speranza è perduta

Ma questo non mi ha nemmeno fatto perdere la speranza.
Perché nel corso di questi ultimi otto anni, ho visto anche cose meravigliose che mi permettono di continuare a credere nell’umanità.
Ho visto, ad esempio, milioni di persone mobilitarsi per difendere la natura, la pace e i diritti civili.
Ho visto migliaia di attivisti e funzionari opporsi a questi poteri reazionari, pur sapendo di mettere a rischio la propria carriera, se non addirittura la propria vita.
Ho visto scienziati compiere progressi che credevamo impossibili e molti governi fare ciò che era giusto: puntare sulla cooperazione, sulla giustizia sociale e sulla sostenibilità ambientale.
Tutto questo mi ha insegnato una cosa che vorrei condividere con tutti voi: l’umanità non è né intrinsecamente buona né intrinsecamente cattiva.
L’umanità può essere entrambe le cose allo stesso tempo. E ogni anno, ogni giorno, ad ogni crisi, deve decidere come agire.
Le Nazioni Unite sono uno degli spazi in cui questa decisione si concretizza al più alto livello.
E non sempre va per il meglio. Certo che no.
Io stesso ho sottolineato più volte le contraddizioni e le lacune di questa organizzazione.

Rifondare e rafforzare il multilateralismo

Ma, con la stessa convinzione, devo denunciare il fatto che la maggior parte delle voci che oggi si ostinano a criticare il sistema delle Nazioni Unite non ne descrivono il fallimento. Ciò che cercano di fare è provocarne il fallimento.
E devo anche dire che il multilateralismo è lo strumento migliore di cui dispone l’umanità per gestire la propria diversità e interdipendenza, in particolare in un mondo globalizzato e multipolare come quello odierno.
Ecco perché dobbiamo raddoppiare la nostra fiducia nel sistema multilaterale.
Dobbiamo rinnovarlo e rafforzarlo. Affinché possa svolgere in questo secolo lo stesso ruolo centrale che ha svolto nel XX secolo.
Ovviamente non sarà facile. Ma la buona notizia è che tutte le linee guida di cui abbiamo bisogno si trovano qui. Sono contenute nella Carta delle Nazioni Unite.
È in questa Carta che i nostri antenati hanno scritto i loro capitoli più belli. Uomini e donne che avevano visto il mondo andare in fumo e che, nonostante tutto, hanno avuto il coraggio di immaginare un futuro migliore.
Questi uomini e queste donne hanno infuso la loro saggezza e la loro speranza in questa Carta. E non ci hanno chiesto di riporla in una teca. Ci hanno chiesto di rispettarla, di difenderla e di farvi riferimento in momenti come quello che stiamo attraversando ora, segnati dall’incertezza e da difficoltà straordinarie.

Essere all’altezza della Carta delle Nazioni Unite

Oggi stiamo attraversando uno di quei momenti.
È quindi nostro dovere essere all’altezza del coraggio e dell’ambizione che traspaiono dal testo della Carta delle Nazioni Unite.
Ecco perché, signore e signori, dobbiamo riformare il Consiglio di sicurezza. Affinché tutte le regioni del mondo siano rappresentate in modo equo. E per porre fine al diritto di veto dei membri permanenti. Perché, come sancisce la Carta delle Nazioni Unite, nessun paese deve essere al tempo stesso giudice e parte in causa. Per quanto potente possa essere.
Dobbiamo quindi rafforzare gli altri organi principali, riorganizzare le agenzie, i fondi e i programmi, dotandoli di risorse aggiuntive e di una maggiore capacità operativa, affinché possano avere un impatto più decisivo sulle grandi sfide che opprimono l’umanità.
Dobbiamo rafforzare istituzioni come la Corte penale internazionale, affinché possano indagare, perseguire e punire chi viola le regole. Ci sono voluti secoli perché l’umanità sostituisse la legge del più forte con la forza del diritto, e non possiamo essere la generazione che fa un passo indietro.
Per questo stesso motivo, dobbiamo ricostruire l’architettura della non proliferazione e del disarmo nucleare, per evitare che una politica di sicurezza mal concepita ci trascini verso un nuovo conflitto mondiale.
E dobbiamo anche imporre ai tecnocrati una regolamentazione rigorosa che controlli il funzionamento dei social network e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Perché, in fin dei conti, il futuro dei nostri figli e delle nostre figlie deve prevalere sugli interessi finanziari di questi tecnocrati.
Ovviamente, portare a termine tutte queste azioni richiederà impegno e tempo. E una leadership forte, capace di stringere accordi, di ascoltare, di guardare oltre la realtà conosciuta e di immaginare un’alternativa migliore.

Portare una donna alla guida delle Nazioni Unite

La mia scelta per questa leadership è chiara.
Nove uomini hanno ricoperto la carica di segretario generale di questa Organizzazione nel corso dei suoi ottant’anni di esistenza. Ora è il turno di una donna. Di una donna latinoamericana.
Perché, signore e signori, come è possibile che un’Organizzazione che pretende di parlare a nome di tutta l’umanità non abbia mai avuto una donna alla guida del sistema delle Nazioni Unite? Come può rappresentare tutti i continenti, se da tre decenni non permettiamo al terzo continente più popolato di ricoprire questa carica?
Le Nazioni Unite sono nate con la promessa che tutti gli esseri umani avrebbero avuto un posto in questa casa.
È quindi giunto il momento di mantenere metà di questa promessa. È giunto il momento che una donna latinoamericana ricopra la carica di segretario generale delle Nazioni Unite.
Si tratta di un debito storico che dobbiamo saldare.
Oggi più che mai, mentre il femminismo è sotto attacco, mentre migliaia di donne sono vittime del machismo, della violenza e della xenofobia, dobbiamo riaffermare con ancora maggiore forza questo impegno.
E ci tengo a essere chiara: non lo dico perché penso che le donne abbiano qualcosa da dimostrare.
Lo dico perché è il mondo che ha bisogno di dimostrare a se stesso che non è possibile tornare indietro sulla via dell’uguaglianza.
Nel mio Paese, signore e signori, la Spagna, sono state le donne le prime a far capire che la sicurezza non nasce dalla forza, ma dal progresso sociale.
Sono state donne coraggiose, come Clara Campoamor, le prime a difendere in Parlamento l’idea che la rinuncia alla guerra dovesse essere la via da seguire per intrattenere relazioni con il mondo, e che la scommessa sull’empatia e sulla pace dovesse sempre essere la scelta privilegiata.
Se solo molti dei leader che si sono succeduti a questo podio nel corso di questa settimana avessero avuto la metà del coraggio e della lucidità dimostrati da Clara Campoamor.
Il femminismo, signore e signori, è una delle principali forze di trasformazione e progresso che il mondo abbia conosciuto nel corso dell’ultimo secolo, ed è giunto il momento che la sua forza guidi questa istituzione in modo molto più chiaro e determinante.
Per questi motivi e per molti altri ancora, signore e signori, ritengo che, per affrontare sotto i migliori auspici questa nuova fase decisiva della storia delle Nazioni Unite, l’Organizzazione avrà bisogno di una segretaria generale latinoamericana.
E ritengo inoltre che, per non rimanere sola, avrà a sua volta bisogno del sostegno di governi coraggiosi, pronti a fare ciò che è giusto. A qualunque costo.

La Spagna ha indicato la strada

Ed è questa, signore e signori, la strada che la Spagna ha scelto.
Negli ultimi otto anni, il mio Paese si è opposto a tutte le guerre di aggressione, ovunque siano scoppiate. Che fosse in Ucraina, in Libano o in Iran.
Ci siamo rifiutati di aumentare le nostre spese militari portandole al 5% del PIL. E abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per impedire le aggressioni contrarie alla Carta delle Nazioni Unite, sanzionando gli aggressori russi, imponendo un embargo sulle armi al governo di Netanyahu in Israele, impedendo che il nostro territorio fosse utilizzato per condurre un’aggressione contraria al diritto internazionale e condannando senza riserve il genocidio che Netanyahu continua a perpetrare a Gaza.
Abbiamo inoltre mobilitato risorse per andare oltre. E, di fronte al taglio drastico che ha ridotto di quasi un terzo gli aiuti mondiali allo sviluppo in appena due anni, la Spagna ha raddoppiato il proprio investimento nella cooperazione e ha aumentato il proprio contributo al sistema multilaterale di ben il 60%.
E lo abbiamo fatto rimanendo sempre fedeli ai nostri principi.
Anche in momenti così difficili come quelli che sta attraversando attualmente la città spagnola di Ceuta, dove le disuguaglianze, la disperazione e la disinformazione hanno alimentato una delle crisi migratorie irregolari più gravi degli ultimi anni.
So che, in momenti come questi, la tentazione di scegliere la via più facile è forte. Di cedere alla paura, di trasformare il migrante in un nemico e di violare la legge. Ma il mio Paese, la Spagna, non lo farà. E, naturalmente, nemmeno la città spagnola di Ceuta. Perché i suoi abitanti dimostrano che è possibile affrontare una crisi senza rinunciare alla dignità, nel rispetto della legge e dei diritti umani.
Ed è proprio per questo che ne usciremo più forti.
Perché la Spagna non sceglie la via più facile. Sceglie sempre la via più giusta. E tengo, inoltre, a sottolineare che il mondo lo sa.
E le forze reazionarie che vogliono distruggere l’ordine multilaterale non smettono di attaccarci proprio per questo motivo.
Vogliono che ci lasciamo intimidire. Vogliono che capitoliamo.
Vogliono che finiamo per credere che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile siano cause perse, che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un atto di debolezza.
Ebbene. Sono qui e salgo su questo podio per dirvi – a voce alta e chiara – che si sbagliano e che non resteremo in silenzio.

Gli spagnoli non indietreggeranno

Noi, gli spagnoli, non indietreggeremo di un solo passo.
Non smetteremo di credere che l’umanità possa continuare a progredire e che insieme possiamo costruire un mondo migliore.
E non lo faremo, perché vogliamo essere all’altezza dei nostri figli e delle nostre figlie, dei loro sogni.
Perché sappiamo che, tra qualche anno, quelle generazioni future guarderanno indietro, analizzeranno questo decennio decisivo e ci chiederanno quale ruolo abbia svolto ciascuno e ciascuna di noi.
Ci chiederanno, a ragione, cosa abbiamo fatto quando alcuni paesi hanno iniziato a infrangere le regole e altri hanno deciso di chiudere gli occhi.
Ci chiederanno cosa abbiamo fatto quando difendere le nostre convinzioni ha
cominciato a costare caro.
E, quando ciò accadrà, vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di lottare. Che noi, no. Vogliamo poter dire loro che ci siamo impegnati con tutte le nostre forze per lasciare loro in eredità un mondo più pacifico, più sostenibile e, naturalmente, più giusto.
Questo è ciò che speriamo di poter dire loro.
Ed è l’impegno che desidero assumere da questa tribuna.
Non a titolo personale, ovviamente, ma a nome del Paese che rappresento, la Spagna.
Grazie mille.


Dal palco dell’Onu le crisi globali sono invisibili

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Di Alberto Negri, il manifesto

Gli stati non hanno amici ma interessi, dice un vecchio detto britannico attribuito, erroneamente, a Churchill. Le Nazioni unite lo rispecchiano brutalmente, come pure nel Palazzo di Vetro si riflettono i fallimenti contemporanei della diplomazia internazionale o meglio prevale su questa la volontà di ricorrere alla forza e alla violenza invece che al dialogo. La prova sono gli oltre cinquanta conflitti armati nel mondo e più di 40 milioni di rifugiati, affiancati da decine di milioni di sfollati interni.

Ma sono il Golfo del petrolio e l’Ucraina che attirano l’attenzione, la sorte di altri milioni di essere umani viene ignorata. Quanto al fatto che il sistema planetario attuale non sia sostenibile e stia conducendo verso un inferno climatico, sociale e migratorio, non sembra che l’argomento abbia sollevato nei discorsi dei leader all’Onu particolare attenzione. Come pure appare quasi una bestemmia chiedere un contributo ai più ricchi per ridurre le disuguaglianze: ma la pace, se proprio la vogliamo, passa anche da qui.

Eppure si è sempre pronti a afferrare uno spiraglio diplomatico, come quando il ministro degli esteri iraniano Araghchi ha parlato della possibilità di arrivare, a breve, a un accordo con gli Usa per riaprire lo Stretto di Hormuz. «Se verranno soddisfatte determinate condizioni, sarà aperto al termine di sette giorni e i colloqui riprenderanno», ha affermato Araghchi precisando che il periodo di sette giorni potrebbe scattare dal giorno successivo all’accettazione della proposta da parte di Washington. Niente di nuovo: il piano ricalca l’intesa raggiunta da Iran e Usa a Islamabad in giugno, naufragata poco dopo.

Un’iniziativa iraniana evidentemente stimolata dalla presenza a Washington dell’alleato cinese di Teheran, Xi Jinping, che può fare leva su Trump, forse interessato a qualche successo da sbandierare in vista delle elezioni di medio termine. Lo stesso motivo che ha fatto saltare l’incontro tra Trump e Netanyahu: Israele è un argomento troppo divisivo per giocarlo alle urne, meglio tenerlo fuori.

Stavolta Trump ha fiutato l’aria ed evitato di farsi avviluppare nella rete del premier israeliano. Netanyahu non è andato all’Onu per rivolgersi al mondo ma per fare campagna elettorale. Ha usato il podio come un’opportunità per provocare scontri e sferrare colpi bassi, non per scopi diplomatici e neppure per convincere l’uditorio: una sequela di menzogne. Trump lo ha ignorato non solo per la visita di Xi ma perché Israele è fonte di lacerazioni – come dimostrano le manifestazioni di New York – che potrebbero minacciare il controllo repubblicano del Congresso al midterm. Il premier ha difeso la guerra disastrosa contro l’Iran mostrando un disprezzo sovrano per l’opinione pubblica mondiale e il diritto internazionale. Ha parlato come se la necessità della guerra fosse ovvia, come fosse ovvio il genocidio di Gaza: Netanyahu, del resto, è perseguito come un criminale dalla Corte penale internazionale. Se si voleva una conferma si è avuta.

Poi c’è l’Ucraina. Zelensky è apparso ringalluzzito dal fatto che, dice, Trump consentirà a Kiev di produrre missili avanzati per la difesa aerea Patriot, dopo una serie di ripensamenti sulla questione. E ha poi annunciato che gli Stati uniti hanno proposto di organizzare un incontro trilaterale a livello tecnico tra Ucraina, Usa e Russia. Kiev è in attesa di proposte da parte americana sulla data, e Washington ha suggerito gli Emirati come sede. Quanto ci dobbiamo credere? Diciotto mesi dopo il ritorno alla Casa bianca, Trump non riesce ancora ad avere un’influenza decisiva sulla guerra in Europa, che aveva promesso di risolvere in 24 ore, e intanto si è impantanato in un Medio Oriente complesso, a cui ha voluto imporre soluzioni semplici e bellicose dando retta a Netanyahu. Un disastro che ha coinvolto tutti.

Trump e con lui l’America sembrano ansimare. La protezione degli Stati uniti non sembra avere più il peso di una volta, sia che si parli dell’Arabia saudita (con il rifiuto di Washington di intervenire contro gli Houthi in Yemen), dell’Europa – con il disprezzo nei confronti degli alleati Nato mostrato a colpi di minacce e di dazi – o dell’Asia, dove nessuno si fida più della parola degli Stati uniti.

E dopo essere uscito dal Palazzo di Vetro Trump ha incontrato Xi, da lui descritto come un grandissimo amico. Perché Trump dovrebbe fidarsi di lui? La Cina è un rivale accanito della supremazia americana. A Pechino non servono grandi accordi con gli Usa ma una tregua con Trump che per Xi Jinping significa guadagnare tempo prezioso e curare i suoi affari interni. Come ricorda il vecchio detto britannico, gli stati non hanno amici ma interessi. È semplice, anche Trump lo può imparare.


IA: le (grosse) preoccupazioni di Bill Gates

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Di Bill Gates, Gates Notes

La transizione verso l’era dell’IA sarà uno dei periodi più turbolenti della storia dell’umanità. Al momento, non ci stiamo preparando adeguatamente a questa transizione. Se il mondo adotterà le misure giuste, l’IA sarà una forza positiva e migliorerà la vita di tutti.

Nel corso della mia vita ho svolto solo due lavori. Nel primo, ho contribuito allo sviluppo di software per dare più possibilità alle persone attraverso il mio lavoro in Microsoft.

Nel secondo, che ho intrapreso a tempo pieno nel 2008, sto restituendo la ricchezza che ho accumulato in Microsoft con l’obiettivo di rendere il mondo un luogo più sano, più istruito e più equo. Questo è il lavoro che svolgerò per il resto della mia vita.

Entrambe queste esperienze influenzano la mia visione dell’intelligenza artificiale. Quando ho scoperto i computer all’età di 13 anni, sono rimasto affascinato dall’idea di renderli più intelligenti e capaci di svolgere compiti che, all’epoca, solo gli esseri umani potevano svolgere. Sebbene il termine “IA” fosse in uso già da quando sono nato, la tecnologia ha compiuto progressi significativi solo nell’ultimo decennio. Oggi è incredibilmente potente e continua a migliorare a un ritmo sbalorditivo. Per la prima volta, l’IA può sostituire e persino superare la cognizione umana.

In termini di equità, l’IA sarà o il più grande equalizzatore mai inventato, oppure la peggiore fonte di ingiustizia. La sfida è monumentale. Anche nelle migliori circostanze, la transizione verso questa nuova era dell’IA sarà uno dei periodi più turbolenti della storia dell’umanità. Come useremo questa tecnologia per rendere il mondo un luogo più equo ed evitare che aumenti il divario tra ricchi e poveri? Come proteggeremo le persone più vulnerabili ai danni causati dall’intelligenza artificiale, comprese quelle che perdono i propri mezzi di sussistenza e il senso di controllo sul proprio futuro?

Credo che rispondere a queste domande e agire di conseguenza debba essere la priorità assoluta del mondo. Se il mondo adotterà le misure giuste, l’IA sarà una forza positiva e migliorerà la vita di tutti.

Purtroppo, al momento non ci stiamo preparando ad affrontarla. Non vedo segni che indicano che i leader, gli esperti e le comunità stiano affrontando adeguatamente queste sfide. Non esiste un piano per facilitare l’ingresso nell’era dell’IA.

Una delle ragioni di ciò è che molti commentatori sottovalutano la portata dell’impatto che l’IA avrà. Penso che ci siano diverse ragioni per questo.

Uno è il fatto che i modelli di IA commettono ancora errori. È difficile immaginare che uno di essi possa sostituire la cognizione umana quando, fino a poco tempo fa, non erano in grado di risolvere un semplice Sudoku o di capire quante «R» ci sono nella parola strawberry.

Ma il problema dell’affidabilità si sta risolvendo rapidamente, poiché i ricercatori creano modelli in grado di verificare il proprio lavoro e di migliorarsi autonomamente. Presto saranno sostanzialmente migliori degli esseri umani in molti compiti.

Un altro motivo per cui le persone sottovalutano l’IA è che le analogie con gli effetti delle innovazioni del passato sono fuorvianti. Non abbiamo alcuna esperienza con una tecnologia che possa essere adottata rapidamente o che sia in grado di pensare e muoversi come un essere umano. Quando è arrivato il PC, ci sono voluti vent’anni per cambiare in modo significativo il nostro modo di lavorare, perché bisognava sviluppare il software, il prezzo doveva scendere e le persone dovevano imparare a utilizzare gli strumenti e a integrarli nei propri processi aziendali. L’IA, d’altra parte, funziona sui dispositivi che già possediamo e utilizza il linguaggio naturale. Non dobbiamo adattarci ad essa perché è lei ad adattarsi a noi. Può guardare lo stesso video di formazione utilizzato per addestrare i lavoratori umani e imparare dai dati esistenti.

Voglio riconoscere un potenziale pregiudizio. Ho tratto enormi benefici dal settore tecnologico. Sebbene abbia diversificato parecchio il mio portafoglio, ho ancora legami finanziari con esso. Nel mio ruolo di presidente della Fondazione Gates, sto collaborando con Microsoft e altre aziende del settore dell’IA per cercare di garantire che l’IA venga impiegata in modi che apportino un beneficio reale alle persone in tutto il mondo.

Tuttavia, le mie opinioni sull’IA non sono motivate dalla possibilità di guadagnare denaro per me stesso. Qualsiasi profitto generato dai miei investimenti, compresi quelli legati alla tecnologia, andrà alla Fondazione Gates per combattere le disuguaglianze globali. Naturalmente, spetterà ai lettori decidere da soli se questo offuschi la mia visione.

Questa volta è davvero diverso

Da sempre ho desiderato che l’innovazione avvenisse più rapidamente. Con l’IA, i miei sentimenti sono più complessi.

Vorrei che il mondo potesse ottenere rapidamente i benefici e ritardare il più possibile i problemi che ne deriveranno, ma benefici e problemi stanno arrivando contemporaneamente. Credo che abbiamo bisogno di tempo per prepararci al periodo di sconvolgimenti sociali, politici ed economici in cui stiamo per entrare. Le persone che hanno più bisogno di tempo sono proprio quelle che ne hanno meno: l’impiegato contabile sostituito da un bot o il lavoratore che guadagna 20 dollari l’ora e perde il posto a causa di un robot che costa 10 dollari l’ora.

Molti osservatori sostengono che questa transizione tecnologica sarà simile a quelle precedenti. Portano l’esempio di come negli Stati Uniti i posti di lavoro siano passati dall’agricoltura al lavoro d’ufficio. Tuttavia, quel processo si è svolto nell’arco di diverse generazioni e ha creato nuovi posti di lavoro in cui era richiesta la cognizione umana. In questo caso, invece, la tecnologia può sostituire la cognizione umana.

Poiché è in grado di vedere, ascoltare, parlare e ragionare e finirà per svolgere il lavoro fisico con la stessa disinvoltura di qualsiasi essere umano, non interesserà solo un settore. L’IA si occuperà di attività nel campo del diritto, del servizio clienti, della medicina, del software e della produzione. Colpirà questi settori rapidamente, nel corso di un decennio anziché di alcune generazioni. Ci saranno alcuni nuovi posti di lavoro, ma senza le giuste politiche saranno di gran lunga meno di quelli esistenti oggi.

Se qualcuno avesse un piano credibile per rallentare i progressi dell’IA a livello globale, probabilmente lo sosterrei. Tuttavia, non credo che ciò accadrà. Gli incentivi geopolitici ed economici spingono troppo forte per procedere a tutta velocità.

Per assicurarci di massimizzare gli effetti positivi di questa tecnologia senza precedenti e minimizzare quelli negativi, in modo da stare meglio nel complesso, dobbiamo comprendere sia i benefici che i rischi. Inizierò dai rischi.

La transizione verso l’IA comporta tre grandi rischi

Ho intenzione di scrivere di ciascuno di essi in modo più dettagliato in futuro, quindi per ora li accennerò brevemente.

1. Molti posti di lavoro scompariranno per sempre

Nel 1933, durante la Grande Depressione, la disoccupazione negli Stati Uniti era circa il 25 per cento. Rimase a due cifre per gran parte del decennio successivo. Alla fine si riprese con il ritorno della domanda, degli investimenti e della crescita.

L’IA potrebbe non raggiungere questo livello, ma il suo impatto non scomparirà con il semplice ciclo economico. I posti di lavoro più a rischio sono quelli di livello base e intermedio, e i nuovi posti di lavoro che verranno creati richiederanno per lo più competenze che richiedono molti anni per essere acquisite.

I lavori impiegatizi stanno già subendo un leggero contraccolpo. Dopo la diffusione su larga scala dell’IA generativa, l’occupazione è diminuita in modo significativo tra i giovani lavoratori che ricoprono ruoli particolarmente vulnerabili alla sostituzione, ma non tra i loro colleghi più anziani.

Ritengo che questa tendenza continuerà, ma non si limiterà a una manciata di settori o professioni. I lavori nelle vendite e nell’assistenza clienti (online e telefonica), nell’ingegneria del software e nel settore paralegale potrebbero essere tra i primi a risentirne, ma lo sconvolgimento si estenderà ben oltre man mano che l’IA assumerà compiti che oggi richiedono ancora lavoratori qualificati: attività come la valutazione delle richieste di prestito, l’analisi dei dati e persino il triage dei pazienti. Alcuni settori, come l’ingegneria del software, genereranno nuova domanda man mano che i costi diminuiranno, quindi la perdita netta di posti di lavoro in quei settori sarà inferiore rispetto ad altri, purché alcune mansioni, come la progettazione, siano svolte meglio dagli esseri umani.

Anche i lavori manuali ne risentiranno. Sebbene i robot non siano ancora avanzati quanto l’IA, alla fine anche il loro costo sarà notevolmente inferiore. Molti americani con cui parlo non si rendono conto di quanto velocemente stiano progredendo i robot dotati di destrezza, poiché gran parte del lavoro avanzato viene svolto in altri paesi, principalmente in Cina. Oppure potrebbero essere disorientati da quei video di robot che ballano male, diventati virali negli ultimi tempi. Penso che entro la fine del decennio i robot “intelligenti” inizieranno a competere con le persone in alcune mansioni fisiche — nei settori dell’edilizia e dell’ospitalità, ad esempio.

I robot e l’intelligenza artificiale, combinati, possono creare un circolo vizioso. Dopo che un’azienda li avrà adottati e avrà utilizzato i risparmi per abbassare i propri prezzi, i suoi concorrenti sentiranno un’enorme pressione a fare lo stesso. Se le aziende esistenti non li adotteranno, lo faranno le start-up. Molte persone passeranno ad altri lavori, ma lo sconvolgimento causato dalla perdita del posto di lavoro, dalla riqualificazione professionale e dalla ricerca di un’altra occupazione sarà significativo. Le forze di mercato accelereranno sempre più l’adozione di queste tecnologie e, a meno che non interveniamo, ci saranno meno posti di lavoro di qualità disponibili e i benefici andranno a vantaggio di un piccolo gruppo.

Sono particolarmente preoccupato per i giovani, che entreranno in un mercato del lavoro con meno opportunità per chi è alle prime armi. Loro comprendono la sfida perché sono gli utenti più attivi dell’IA e ne vedono sia le capacità che il ritmo di miglioramento. Non c’è da stupirsi che così tanti di loro abbiano un’opinione negativa dell’IA.

Il cambiamento più grande per i lavoratori avverrà quando l’IA fornirà un lavoro quasi privo di errori. A quel punto, sarà in grado di funzionare autonomamente senza che un essere umano la controlli, e le aziende avranno ogni incentivo economico per lasciarla fare.

Ciò porterà a un cambiamento fondamentale nel modo in cui concepiamo il lavoro, il reddito e la sicurezza economica. Come funzionerà un’economia costruita attorno all’occupazione se meno persone lavoreranno, o se molte persone lavoreranno meno ore?

In una società capitalista, l’occupazione è il modo in cui la maggior parte delle persone ottiene il denaro necessario per pagare i beni di prima necessità, oltre a essere una fonte fondamentale di dignità e legami sociali.

Quando una comunità registra un alto tasso di disoccupazione, le ripercussioni possono essere ampie. Alcune ricerche suggeriscono che in alcune zone degli Stati Uniti la chiusura delle fabbriche contribuisca all’aumento dei decessi per overdose da oppioidi. Ora immaginate pressioni simili sia sui colletti bianchi che sui colletti blu a livello nazionale.

Dobbiamo pensare fin da ora a come ridurre la perdita di posti di lavoro, in modo che tutti possano beneficiare della prosperità generata dall’IA. Aspettare che le persone siano già state sostituite o siano sottoccupate sarà troppo tardi. L’IA rappresenta una sfida strutturale al modo in cui è organizzata la nostra economia e richiede riflessione e azione fin da ora.

2. L’IA consentirà alle persone (e forse alle stesse IA) di causare più danni

Molto prima che l’IA entrasse nel mainstream, online circolavano informazioni su come creare armi quali bombe, armi biologiche e persino virus informatici. L’IA renderà molto più facile non solo ottenere queste informazioni, ma anche metterle in pratica. Persino i criminali con competenze molto limitate saranno in grado di prendere di mira vittime a ogni livello: individui, aziende e governi.

Le frodi basate sull’IA, la disinformazione, i deepfake e la sorveglianza sono i danni che molte persone avvertiranno più intensamente nella loro vita quotidiana.

Le capacità dell’IA stanno iniziando a essere utilizzate per gli attacchi informatici. Gli esperti di sicurezza informatica più brillanti che conosco temono per i prossimi anni, perché gli aggressori stanno acquisendo nuove e potenti capacità più rapidamente di quanto i difensori riescano a correggere tutte le vulnerabilità. Dopotutto, lo stesso modello di IA in grado di individuare una falla nel software affinché un’azienda possa correggerla può anche aiutare un criminale a sfruttarla. Le risorse necessarie per sferrare un attacco stanno diminuendo in modo significativo e non siamo ancora riusciti a separare tali capacità da un utilizzo innocuo.

Pensate alle infrastrutture che saranno vulnerabili: ospedali, istituzioni finanziarie, reti idriche, reti elettriche, sistemi di gestione delle prestazioni sociali. Quando queste istituzioni vengono attaccate, sono i pazienti, i clienti e i beneficiari delle prestazioni sociali a rimetterci.

Lo stesso vale per il bioterrorismo. Sebbene l’IA porterà a progressi salvavita nel campo dei farmaci e dei vaccini, renderà anche più facile progettare una nuova malattia mortale. Ancora una volta, è difficile separare le capacità positive da quelle pericolose.

Si tratta di un problema globale.

I rischi che ho appena menzionato riguardano tutti il modo in cui l’IA darà potere a malintenzionati che attualmente ne hanno relativamente poco. Gli stessi strumenti concentreranno il potere anche dove esso già esiste. Le armi autonome, ad esempio, renderanno i governi ancora più capaci di ricorrere alla forza letale senza che un essere umano sia coinvolto nel processo decisionale. Monitorare e manipolare l’opinione pubblica sarà più facile, più economico e anche più efficace.

Alla fine, il potere di utilizzare l’IA per danneggiare le persone non sarà limitato a individui o istituzioni. Gli stessi sistemi di IA agiscono già occasionalmente in modi non previsti dai loro progettisti. La tecnologia sta migliorando più rapidamente di quanto chiunque si aspettasse e in modi sorprendenti; man mano che i modelli diventano più potenti, potrebbero iniziare ad agire contro i nostri interessi e potremmo perdere il controllo. Ne parlerò più approfonditamente in futuro.

3. L’IA potrebbe ostacolare lo sviluppo dei nostri figli e sostituire le relazioni umane

Quando ero ragazzo a Seattle, non avevo molti amici a parte alcuni altri ragazzi simili a me. Ci sono voluti un grande impegno e molto aiuto da parte di mia madre per sviluppare le mie abilità sociali, in modo da poter relazionarmi con diversi tipi di persone. Ancora oggi, all’età di 70 anni, attingo a quelle lezioni.

Dubito che mi sarei impegnato allo stesso modo se all’epoca avessi avuto un compagno basato sull’intelligenza artificiale. Questi ti parlano in modi con cui ti senti già a tuo agio. Non ti spingono fuori dalla tua zona di comfort. Sono sempre disponibili e non si arrabbiano mai con te. Questo conferisce loro il potenziale di diventare altamente coinvolgenti e di privarci delle lezioni che impariamo entrando in contatto con altre persone.

Le prove su questo argomento sono ancora scarse e un po’ contrastanti, ma ci sono segnali che dovrebbero destare grande preoccupazione. Ad esempio, in uno studio condotto su oltre 1.100 persone che utilizzano compagni basati sull’intelligenza artificiale, i ricercatori di Stanford e della Carnegie Mellon hanno scoperto che coloro che avevano reti sociali più ristrette erano i più propensi a rivolgersi a un chatbot in cerca di compagnia. E più l’uso diventava intenso ed emotivamente personale, peggio si sentivano.

I giovani potrebbero subirne le conseguenze per tutta la vita. Nel suo libro The Anxious Generation, Jonathan Haidt formula un’osservazione sull’effetto dei social media che vale ancora di più per l’IA: «Come gli alberelli esposti al vento, i bambini che sono regolarmente esposti a piccoli rischi crescono fino a diventare adulti in grado di gestire rischi molto più grandi senza farsi prendere dal panico. Al contrario, i bambini cresciuti in una serra protetta a volte finiscono per essere paralizzati dall’ansia prima ancora di raggiungere la maturità».

Un compagno basato sull’intelligenza artificiale progettato per non turbarvi mai è una grande serra protetta.

Stiamo solo iniziando a comprendere i pericoli che Internet — in particolare i social media — può rappresentare per lo sviluppo dei giovani. Assistiamo a un uso compulsivo, disturbi del sonno, cyberbullismo ed esposizione a contenuti dannosi. L’intelligenza artificiale potrebbe amplificare molti di questi rischi rendendoli più persuasivi e difficili da eludere, e non dovremmo aspettare un’altra generazione per iniziare a prenderli sul serio. Paesi come l’Australia, il Regno Unito e la Norvegia stanno adottando misure di protezione per i minori online. La Cina si è spinta più lontano. Le sue norme limitano ampiamente le app di compagni basati sull’intelligenza artificiale, vietano i modelli che favoriscono la dipendenza emotiva e proibiscono i parenti virtuali e i partner romantici per i minori.

Sono anche preoccupato per l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’istruzione. Ironia della sorte, lo stesso strumento che permetterà alle persone di imparare più che mai potrebbe anche portare molte persone a imparare meno. Un sondaggio preliminare ha suggerito che un uso più intenso dell’IA fosse associato a un minore pensiero critico. L’effetto era più marcato tra i giovani.

Questo sarebbe il momento peggiore in assoluto per gli esseri umani per perdere le proprie capacità di pensiero critico. In un’era di deepfake e disinformazione che possono essere personalizzati su misura per te, la capacità di distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è diventa una competenza essenziale per la vita.

Non è chiaro dove tracciare il confine riguardo a questi problemi psicosociali. In alcuni casi, l’IA potrebbe aiutare le persone a capire come migliorare le proprie relazioni interpersonali. Potrebbe rappresentare l’unico contatto con il mondo esterno per gli anziani isolati e le persone con mobilità ridotta, e sarà comunque meglio di niente. Ovunque decidiamo di tracciare il confine, dovrebbe essere una nostra decisione, presa consapevolmente.

Le cose positive che facciamo con l’IA potrebbero essere davvero, davvero positive

Si dice spesso che sopravvalutiamo quanto cambierà nel breve termine e sottovalutiamo quanto cambierà nel lungo termine.

Con l’IA, vedo che sta accadendo qualcosa di diverso. Alcuni vedono solo i lati positivi dell’IA e non si concentrano abbastanza su quelli negativi. Altri commettono l’errore opposto, ovvero concentrarsi esclusivamente sui pericoli – che sono reali – a costo di trascurare i potenziali benefici.

Abbiamo bisogno di entrambe le cose: una profonda preoccupazione per i danni causati dall’IA che dobbiamo ridurre al minimo, e un ottimismo fondato sugli aspetti positivi, se riusciamo a massimizzarli a beneficio di tutti.

Massimizzare i benefici è importante tanto quanto ridurre al minimo i danni. Se le persone vedranno come l’IA semplifichi loro la vita, ciò contribuirà a costruire la fiducia dell’opinione pubblica necessaria per gestire le parti più difficili della transizione. Se la prima cosa che l’IA fa nella vita della maggior parte delle persone è togliere loro il lavoro, coloro che sono già scettici nei suoi confronti la rifiuteranno categoricamente. Ciò renderà più difficile realizzare i benefici e rappresenta un altro motivo per cui i governi, i settori industriali – compreso quello medico – e le aziende che si occupano di IA dovrebbero collaborare fin da ora.

Grazie alla sua capacità di sintetizzare le conoscenze provenienti da ogni campo scientifico, l’IA può accelerare l’innovazione nelle sfide tecniche più ardue del mondo: fornire energia pulita e affidabile a tutti, combattere il cambiamento climatico, produrre cibo a sufficienza, sradicare le malattie e altro ancora. I ricercatori che lavorano sui trattamenti contro il cancro o sull’energia nucleare possono utilizzare l’IA per setacciare enormi quantità di letteratura scientifica. L’IA può aiutarli a identificare modelli che un essere umano potrebbe trascurare e a decidere quali esperimenti siano più promettenti. Quando l’intelligenza non sarà più il fattore limitante che è oggi, le aziende più piccole saranno in grado di competere con organizzazioni che dispongono di budget di ricerca di gran lunga superiori. La ricerca e sviluppo e l’innovazione subiranno un’accelerazione straordinaria.

La sanità è un settore in cui l’IA può aiutare a risolvere problemi concreti. Molti piccoli ospedali americani non dispongono di specialisti in sede in grado di diagnosticare rapidamente un paziente durante un’emergenza potenzialmente letale. In questi luoghi, l’IA potrebbe garantire che un infarto venga individuato in tempo e che una famiglia eviti le spese schiaccianti di un’emergenza medica. Viz.ai ne è un esempio. Analizza le scansioni per rilevare ictus e altre emergenze e aiuta le équipe mediche a coordinare l’assistenza ai propri pazienti. Viene utilizzata in quasi 2.000 ospedali statunitensi.

L’IA aiuterà anche i medici di base a formulare diagnosi più accurate e a rimanere in contatto con i propri pazienti quando non sono in ambulatorio. Aiuterà i pazienti a comprendere i risultati degli esami e i complessi schemi terapeutici per l’assunzione dei farmaci.

Sorprendo molte persone quando dico loro che un secondo settore — l’agricoltura — è quello in cui vedo l’impatto più rapido dell’IA nei paesi a basso reddito. Nella maggior parte dei paesi a basso reddito, gli agricoltori non dispongono di previsioni meteorologiche affidabili né di consigli su quali semi piantare, su come proteggere i propri raccolti e il bestiame dalle malattie o su come migliorare il terreno. Con la crescita demografica in questi paesi e le sfide poste dal cambiamento climatico, questi agricoltori hanno bisogno di più aiuto che mai. Grazie all’intelligenza artificiale, gli agricoltori a basso reddito saranno presto in grado di ottenere consigli migliori su tutti questi aspetti rispetto a quelli di cui godono oggi persino gli agricoltori più ricchi, aumentando così in modo sostanziale la loro produzione.

I servizi pubblici rappresentano un terzo ambito in cui l’IA può semplificare la vita delle persone. Negli Stati Uniti ho incontrato famiglie che, comprensibilmente, si sentivano sopraffatte dalle procedure per richiedere l’assicurazione sanitaria, gli aiuti agli studenti o l’assistenza alimentare. Di fronte a una montagna di complicati moduli burocratici, molti erano tentati di rinunciare. L’IA può semplificare notevolmente le procedure, consentendo loro di ottenere più rapidamente l’aiuto di cui hanno bisogno e permettendo al governo di operare in modo più efficiente. I governi possono migliorare notevolmente l’esperienza dei cittadini, a partire da coloro che hanno maggiormente bisogno dei servizi di protezione sociale.

Nonostante le mie preoccupazioni riguardo al suo impatto sulla nostra salute mentale, penso che l’IA possa essere di grande aiuto anche in questo ambito. La maggior parte delle comunità dispone di un numero insufficiente di consulenti, psichiatri e specialisti in dipendenze. Con le giuste garanzie sulla privacy, gli strumenti di IA potrebbero aiutare le persone a riconoscere i segnali di allarme. Successivamente, se necessario, potrebbero offrire strategie di gestione basate su prove scientifiche e collaborare con un operatore umano per fornire un trattamento più mirato.

L’IA può essere un vantaggio anche per l’istruzione, nonostante le preoccupazioni che ho menzionato in precedenza. Può liberare gli insegnanti, consentendo loro di dedicare più tempo a lavorare con gli studenti individualmente o in piccoli gruppi e fornire loro una visione più chiara delle difficoltà dell’intera classe. Per gli studenti, uno strumento di IA che preservi ciò che i ricercatori chiamano “difficoltà produttiva” — il lavoro cognitivo che costruisce la comprensione — può rafforzare l’apprendimento. Quando uno studente si imbatte per la prima volta in una nuova idea, l’IA fornisce spiegazioni approfondite e propone sia domande che risposte. Successivamente, quando verifica la comprensione, trattiene la risposta e aiuta lo studente a giungervi autonomamente.

Nel loro insieme, i progressi in tutti questi ambiti potrebbero rendere la vita quotidiana più semplice, più accessibile e meno vincolata dal reddito o dalle conoscenze personali di una persona.

L’IA potrebbe offrire a privati e piccole imprese l’accesso a risorse che oggi richiedono costose consulenze professionali o un organico numeroso, rendendo al contempo i prodotti e i servizi migliori e più economici. Potrebbe aiutare le persone con disabilità a vivere in modo più indipendente e consentire a lavoratori e imprenditori con buone idee di realizzare molto di più di quanto possano fare oggi.

Ma soprattutto, potrebbe restituire alle persone parte del tempo e dell’attenzione attualmente assorbiti dalle pratiche amministrative, dalla burocrazia, dalla ricerca di informazioni affidabili e da compiti che non possono permettersi di affidare a qualcun altro. Questi benefici possono sembrare modesti, ma moltiplicati per milioni di vite, sarebbero profondi: più persone riceverebbero buoni consigli quando ne hanno bisogno e avrebbero maggiore libertà di concentrarsi sulle vite che desiderano costruirsi.

In tutti questi ambiti, la parola chiave è “può”: l’IA può migliorare la vita delle persone a ogni livello di reddito. Ma non lo farà automaticamente. Come per ogni nuova tecnologia, dobbiamo agire con determinazione per garantire che i benefici vadano a vantaggio di tutti e non solo di pochi ricchi. Ciò richiederà che i governi e il settore filantropico svolgano un ruolo di primo piano affinché i cittadini meno abbienti e i paesi a basso reddito ne traggano pieno beneficio.

Alla Fondazione Gates restano ancora 19 anni dei 20 previsti per spendere i restanti 200 miliardi di dollari. L’IA la aiuterà a raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi sia accelerando la scoperta di vaccini e farmaci per l’HIV, la tubercolosi, la malaria e la malnutrizione, sia aiutando il personale sanitario e i pazienti a imparare a utilizzare tali strumenti. Tra gli obiettivi della fondazione c’è quello di dimezzare nuovamente il numero di bambini che muoiono ogni anno, come è stato fatto dal 2000 al 2024. Tutto il nostro lavoro, non solo nel campo della salute ma anche in quello dell’agricoltura e dell’istruzione, sfrutterà appieno l’IA.

Scriverò molto di più su questi sforzi il mese prossimo nel rapporto annuale «Goalkeepers» della fondazione — compresa la nostra attenzione nel garantire che i modelli di IA siano disponibili nelle lingue parlate dalle persone in tutti i paesi in cui sosteniamo il lavoro, e non solo in quelle comuni nei paesi ricchi e a reddito medio. Molte delle principali aziende di IA, tra cui OpenAI, Anthropic, Google e Microsoft, stanno collaborando con la fondazione su tutte queste iniziative, il che sta facendo una grande differenza.

Il mondo ha bisogno di un piano

È positivo che alcune aziende di IA stiano proponendo soluzioni alle sfide poste dalla loro stessa tecnologia, ma non dovremmo aspettarci che siano loro a guidare questa battaglia. Alcune delle questioni esulano dalla loro area di competenza e, in una società democratica, non spetta a loro decidere su queste cose.

Le soluzioni dovrebbero invece essere sviluppate attraverso un processo pubblico e democratico che coinvolga funzionari eletti, responsabili politici, educatori, operatori sanitari, funzionari locali e leader della comunità. La vita di milioni di persone subirà sconvolgimenti e avremo bisogno di una rete di sicurezza sociale più solida e flessibile per aiutarle a gestire la transizione. Le comunità locali stanno già sollevando preoccupazioni riguardo al fabbisogno energetico e idrico dei data center. In assenza di soluzioni, alcuni gruppi spingeranno per bloccare del tutto lo sviluppo e la diffusione dell’IA.

Le soluzioni dovrebbero essere plasmate dalle nostre risposte alle profonde domande sollevate dall’IA, compreso il modo in cui preserviamo la nostra umanità in un’epoca in cui le macchine possono superare la nostra intelligenza. In quanto persone che dedicano la propria vita a riflettere su cosa significhi essere umani, i leader religiosi possono svolgere un ruolo chiave in questo senso. Sono rimasto affascinato dall’enciclica di Papa Leone XIV sull’IA, «Sulla salvaguardia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale». Essa getta solide basi per il lavoro che va svolto.

Nei prossimi mesi condividerò altre idee per garantire che i benefici dell’IA superino i danni che provoca. Eccone tre per cominciare, a partire da quella che ritengo sia la più importante.

Costruire un nuovo sistema per gestire la transizione

La priorità assoluta è un compito monumentale: creare un quadro normativo nazionale e internazionale per affrontare l’IA.

Nessuna delle nostre attuali istituzioni è stata concepita per gestire una tecnologia che si diffonde così rapidamente e che tocca così tanti aspetti delle nostre vite. Dovremo quindi crearne di nuove.

È difficile sopravvalutare l’enormità di questa impresa. Dopo gli attacchi dell’11 settembre, il governo degli Stati Uniti ha intrapreso la più grande riorganizzazione dalla Seconda Guerra Mondiale con l’obiettivo di migliorare una sola funzione: la sicurezza nazionale.

L’IA richiederà molto, molto di più. Influirà sulla sicurezza nazionale, ma anche sull’occupazione, l’istruzione, la fiscalità, l’energia, le elezioni, l’aria e l’acqua, la salute pubblica, il sistema finanziario, le forze dell’ordine, i trasporti, i terreni pubblici e i sistemi informatici.

Questi settori si sovrappongono in modi che la nostra burocrazia esistente non è progettata per gestire. Un ministero del lavoro può comprendere i cambiamenti nella forza lavoro, ma non i rischi per la sicurezza. Un’autorità di regolamentazione delle imprese può comprendere la concentrazione del mercato, ma non gli effetti dell’IA sui bambini e sugli adolescenti. Se lasciate a se stesse, le istituzioni vedranno solo una parte del sistema, mentre le conseguenze dell’IA si propagheranno all’intero sistema.

A livello nazionale, i paesi avranno bisogno di organismi in grado di stabilire le priorità tra le agenzie governative. L’obiettivo sarà quello di assicurarsi che ogni rischio venga preso in considerazione. Altrimenti, un attacco basato sull’IA potrebbe avere successo perché nessuno ha ritenuto che fosse proprio compito fermarlo.

Ma anche un paese che metta ordine al proprio interno rimarrà comunque esposto a rischi transnazionali. Ecco perché sarà necessario creare parallelamente un’organizzazione internazionale.

Sarà diversa da qualsiasi altra istituzione che abbiamo mai creato, sebbene possa seguire il modello di alcuni sistemi esistenti. Esiste un regime di ispezioni per le armi nucleari, normative per l’aviazione internazionale e accordi che proteggono lo strato di ozono. Una nuova organizzazione globale per l’IA dovrà includere elementi di tutte e tre queste realtà e molto altro ancora.

È lecito chiedersi se le istituzioni mondiali siano all’altezza del compito di progettare e attuare questa nuova architettura. I governi si muovono lentamente, quando mai si muovono, e la polarizzazione all’interno dei paesi e tra di essi rende più difficile che mai portare a termine le cose. Sarà necessaria una certa cooperazione tra Stati Uniti e Cina.

Non possiamo permetterci il lusso di muoverci lentamente. Il punto di partenza è un processo volto a costruire le istituzioni giuste prima che lo sconvolgimento costringa i governi a entrare in modalità di crisi. I leader nazionali dovrebbero convocare regolarmente economisti, esperti di tecnologia, esperti del mondo del lavoro, imprenditori e gli stessi lavoratori per identificare dove le istituzioni esistenti stanno fallendo e quali nuove autorità potrebbero essere necessarie. I paesi dovranno imparare gli uni dagli altri.

E i paesi che ospitano i principali sviluppatori di IA e controllano parti critiche della catena di approvvigionamento dovrebbero iniziare a incontrarsi fin da ora per stabilire norme condivise, prima che la pressione competitiva renda più difficile la loro cooperazione.

Costruire il quadro di cui sto parlando richiederà anni, ed è per questo che dobbiamo iniziare subito.

Riservare alcuni lavori agli esseri umani

Mio padre è morto di Alzheimer nel 2020. Nelle fasi avanzate della malattia, è stato assistito giorno e notte da operatori sanitari retribuiti che lo capivano anche quando faticava a esprimersi. Non sempre riusciva a dire loro quando aveva fame, ma loro lo sapevano sempre.

Io e la mia famiglia saremo sempre grati a quel fantastico gruppo di professionisti. C’era qualcosa di irrimpiazzabilmente umano nelle cure che hanno prestato a mio padre. Nessun robot avrebbe potuto o dovuto farlo.

Penso a quella squadra ogni volta che si pone la questione di quali lavori scompariranno e quali rimarranno. Credo che, man mano che l’intelligenza artificiale e i robot miglioreranno, riserveremo certe attività esclusivamente alle persone. Ho iniziato a chiamare questo ambito «Riservato all’Uomo», ed è un esempio del tipo di idee che dovremo prendere in considerazione.

Mi piace l’espressione «Riservato all’Uomo» perché mi fa pensare alle riserve naturali: luoghi in cui potremmo costruire edifici e strade, ma scegliamo di non farlo perché la perdita sarebbe troppo grande.

Potremmo riservare qualcosa come “Riservato all’uomo” per ragioni economiche. Ad esempio, potremmo farlo perché consentire alle macchine di assumere un determinato ruolo metterebbe fuori gioco un gran numero di persone che non possono cambiare facilmente lavoro. Non si può dire a un cinquantacinquenne che ha lavorato nell’edilizia per tutta la sua carriera che deve andare a lavorare in una struttura di assistenza agli anziani e aspettarsi che lo trovi appagante.

A volte la decisione di riservare qualcosa agli esseri umani sarà determinata da altri fattori. Nel campo della salute, ad esempio, immaginate un robot che vi dia la terribile notizia di avere una malattia incurabile. Non c’è alcun motivo tecnico per cui non possa farlo. Eppure non dovrebbe.

Il dominio riservato agli esseri umani si evolverà nel tempo: ad esempio, dovremmo considerare di mettere da parte alcuni lavori fin da ora e di introdurre gradualmente l’intelligenza artificiale nel corso di anni o decenni, con l’impegno di preservare alcuni posti di lavoro. Alcuni settori, come l’istruzione e l’assistenza alla salute mentale, saranno un mix, con un essere umano al comando che utilizza la tecnologia per ampliare le proprie capacità.

I confini varieranno anche da luogo a luogo. Alcuni paesi potrebbero insistere affinché siano gli esseri umani a prendersi cura degli anziani. Ma un paese come il Giappone, che ha una forza lavoro in calo e non abbastanza giovani per assistere gli anziani, potrebbe accogliere con favore un robot di assistenza.

L’idea di “Riservato agli Umani” solleva una serie di domande a cui non ho risposta. Chi decide cosa riservare agli esseri umani? Quali criteri dovremmo usare? Come si fa a impedire alle aziende di barare e utilizzare comunque i robot? Cosa succede al commercio internazionale quando un paese permette ai robot di produrre qualcosa e un altro no? Questi aspetti dovranno essere definiti pubblicamente come parte del piano di transizione.

Riequilibrare la tassazione del lavoro e del capitale

Man mano che i lavoratori saranno indirizzati verso lavori diversi, avranno bisogno di riqualificazione professionale e di altro sostegno da parte della rete di sicurezza sociale. Ma lavoreranno meno, il che significa che pagheranno meno imposte sul reddito, e le entrate pubbliche diminuiranno proprio quando la domanda di quei servizi sarà maggiore. I fondi dovranno provenire da qualche parte in un momento in cui i bilanci sono già sotto pressione.

Credo che dovremmo tassare i token dell’IA e i robot. Attualmente, se sei un datore di lavoro e assumi qualcuno, paghi i contributi previdenziali sui suoi guadagni. Ma se acquisti un robot, di solito puoi ammortizzarlo immediatamente come spesa aziendale. Il sistema fiscale ti spinge a sostituire le persone con le macchine.

Una tassa rallenterebbe leggermente la corsa all’abbandono del lavoro umano e raccoglierebbe fondi per la riqualificazione professionale e una rete di sicurezza sociale più solida. Dovrebbe essere mirata in modo da non ostacolare gli usi puramente benefici dell’IA, come rendere più accessibili la medicina e l’istruzione.

I critici di questa idea sottolineano che non è ottimamente efficiente in senso economico, ma non tengono conto del valore più ampio del lavoro per gli individui e la società. E con tutta l’innovazione accelerata che avremo, potremo permetterci un po’ di inefficienza come prezzo da pagare per mantenere le persone occupate.

Ho proposto una tassa sui robot anni fa e la maggior parte delle reazioni è stata che si trattava di un’idea strana. Ne sono ancora un grande sostenitore. Sebbene non sia la soluzione completa alla minaccia dell’IA, è parte di una risposta saggia.

Qualunque sia il modo in cui raccogliamo fondi per fornire maggiore assistenza, questi devono raggiungere le persone che ne hanno più bisogno, compresi i lavoratori che perdono il posto di lavoro a causa dell’IA e dei robot, le persone che subiscono una riduzione dell’orario di lavoro o della retribuzione e le comunità in cui si concentrano le perdite. Dobbiamo iniziare a lavorare in tal senso fin da ora, affinché i sistemi siano pronti quando il bisogno diventerà urgente.

Cosa sto facendo

Userò la mia voce e il mio tempo per portare l’IA e l’equità in primo piano nell’agenda pubblica. Solleverò la questione con i legislatori ogni volta che visiterò Washington, D.C., e quando incontrerò i leader di tutto il mondo. Sarà al centro delle mie conversazioni con le persone che stanno sviluppando modelli di IA. Sosterrò il quadro normativo nazionale e internazionale che ho descritto in precedenza. La Fondazione Gates contribuirà a promuovere un uso benefico dell’IA, anche in Africa. Breakthrough Energy, una società da me fondata, utilizzerà l’IA per aiutare le aziende a sviluppare energia pulita a basso costo e contribuire a risolvere il problema climatico. Scriverò inoltre regolarmente articoli sull’IA.

Il mio messaggio ai leader è:

Avete la possibilità di agire ora, prima che la disoccupazione aumenti drasticamente, le comunità ne risentano e la fiducia pubblica si eroda. Potete assicurarvi che il vostro governo affronti il problema in modo olistico, anziché suddividerlo in molteplici feudi burocratici. Potete garantire che l’IA vada a beneficio di tutti. E potete collaborare con altri governi per affrontare questa sfida nazionale e globale.

Infine, cercherò di ampliare la cerchia delle persone che danno forma a questo dibattito. Dovrebbe includere lavoratori, studenti universitari in procinto di entrare nel mondo del lavoro, leader delle comunità, leader religiosi e organizzazioni confessionali, genitori, educatori e altre figure le cui voci spesso non vengono ascoltate, ma che hanno una visione approfondita di come la transizione influenzerà la vita delle persone.

Come possiamo garantire che i benefici dell’IA raggiungano le persone che non dispongono già di ricchezza, influenza e accesso?

Come possiamo rafforzare la rete di sicurezza sociale e aiutare i lavoratori e le comunità a prosperare anche quando vengono sostituiti?

In che modo le istituzioni pubbliche dovrebbero adattarsi?

E come possiamo preservare la nostra umanità in tutto questo?

Questa tecnologia senza precedenti richiede una risposta globale senza precedenti. Se agiamo nel modo giusto, i benefici per l’umanità saranno fenomenali e il mondo diventerà un luogo più equo.

Raramente smetto di pensare all’IA – non perché abbia tutte le risposte, ma perché le domande che solleva sono troppo importanti per essere lasciate a un piccolo gruppo di tecnologi. I leader del mondo accademico, delle imprese, del governo e della società civile hanno tutti un ruolo da svolgere nel plasmare ciò che verrà dopo.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Bill Gates


Al fianco di Musk il governo Usa. In causa contro la Ue

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Di Marco Schiaffino, il manifesto

Mentre Donald Trump riceve alla Casa Bianca Xi Jinping e cerca con il presidente cinese un terreno di intesa su commercio, semiconduttori e intelligenza artificiale, dagli Stati uniti parte un nuovo attacco contro l’Europa. Questa volta il bersaglio non sono i dazi o la politica industriale di Bruxelles. Nel mirino del presidente Usa ci sono le norme sulla regolamentazione dei servizi digitali.

IL CASUS BELLI è una causa che vede protagonista Elon Musk e, più precisamente, il suo ricorso contro la multa da 120 milioni di euro che la Commissione europea ha inflitto al suo social network X il 5 dicembre 2025, prima sanzione economica comminata sulla base del Digital Services Act. Bruxelles aveva contestato alla piattaforma tre violazioni: il sistema dei badge blu a pagamento ritenuto ingannevole perché non garantiva una vera verifica dell’identità, la scarsa trasparenza del database delle pubblicità e gli ostacoli posti all’accesso dei ricercatori ai dati pubblici della piattaforma.

Musk ha impugnato la decisione davanti alla General Court dell’Unione europea e adesso, nel ricorso, potrebbe entrare direttamente il governo degli Stati uniti. Il dipartimento di Giustizia statunitense ha infatti chiesto di intervenire nel procedimento a sostegno di X.

Sotto il profilo strettamente giuridico, la vicenda è piuttosto ingarbugliata. Gli Usa sostengono, in pratica, che la Commissione abbia oltrepassato i limiti della propria giurisdizione e abbia esteso il proprio potere regolatorio a società americane che, secondo Washington, non hanno un rapporto diretto con il servizio digitale oggetto della sanzione. Tradotto: nel determinare il limite massimo della multa (6% del fatturato globale), la Commissione non avrebbe considerato solo X Internet Unlimited Company, società con sede in Irlanda, ma tutto l’ecosistema delle aziende di Musk. Un passaggio che Washington contesta.

La posta in gioco, però, è decisamente più ampia. Il risultato del processo potrebbe avere infatti conseguenze per tutte le grandi piattaforme online che operano nell’Unione e che hanno la propria casa madre negli Stati uniti, come Meta, Google, Amazon o Apple. La vera novità, però, è rappresentata dal fatto che l’amministrazione Usa scende per la prima volta in campo direttamente al fianco di una sua azienda contro l’Unione europea. Il piano del diritto, quindi, si mescola inevitabilmente con quello diplomatico.

LE AVVISAGLIE di questa presa di posizione, in ogni caso, c’erano state. L’amministrazione Trump, infatti, ha costruito negli ultimi due anni una vera e propria campagna di contestazione nei confronti del modello europeo di regolazione digitale. Nel febbraio 2025 Trump firmò un memorandum dedicato alla protezione delle imprese americane dalle sanzioni e dalle regolamentazioni straniere, in cui accusava i governi esteri di esercitare un’autorità extraterritoriale sulle società tecnologiche statunitensi e indicava esplicitamente Digital Markets Act e Digital Services Act tra le normative europee che l’amministrazione avrebbe sottoposto a scrutinio. Il memorandum prevedeva, inoltre, la possibilità di adottare i soliti dazi contro i paesi le cui politiche avessero penalizzato le imprese americane.

NELLA CAMPAGNA, un ruolo di primo piano lo ha avuto lo stesso Musk, che ha trasformato il suo social network X in uno dei principali luoghi di contestazione della regolazione europea e attaccato ripetutamente l’ex commissario Thierry Breton, protagonista dell’elaborazione del Dsa.

Nel dicembre 2025, poche settimane dopo la multa a X, l’amministrazione Trump ha imposto restrizioni sui visti a cinque cittadini europei accusati dal segretario di Stato Marco Rubio di avere partecipato a «sforzi organizzati per costringere le piattaforme a censurare contenuti». Tra loro c’era proprio Breton. Ora, con la partecipazione diretta del dipartimento di Giustizia nel ricorso promosso da X, il confronto passa dalle rappresaglie allo scontro diretto.

Nell’immagine: una manifestazione a Londra contro Elon Musk


L’amore alla natura

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Dall’ultimo numero della rivista Dialoghi riprendiamo parte di un articolo del 1991 del cappuccino e filologo ticinese Giovanni Pozzi, ripubblicato in occasione dell’ottocentesimo anniversario della morte di Francesco d’Assisi 


La natura era vista dal monaco come un avversario, soprattutto nell’immagine dell’animalità. Non per nulla il mondo demoniaco è immaginato sotto spoglie animalesche, quelle che agitano la fantasia e il sensorio di sant’Antonio nel deserto.

L’animale domestico era raro nel medioevo ed era strumento di fatica e mezzo di sostentamento; solo ai signori erano concessi i lussi dell’animale da divertimento. L’animale selvaggio docile era una preda, quello feroce, un avversario; orde di lupi e orsi in gran numero popolavano l’Europa e seminavano il terrore. Francesco, nuovo Adamo, è loro amico. Tutti allora, mercanti e ambasciatori, chierici e dotti si spostavano in gruppo; Francesco cammina solo o con un solo compagno nei luoghi più selvaggi. Il tratto che distingue il rapporto di Francesco con gli animali è che egli parla loro ed a loro volta essi lo capiscono.

Tutti gli episodi di contatto verso gli animali, gli uccelli di Bevagna, il lupo di Gubbio, il pesce di Piediluco, i corvi e le gazze di Roma hanno al centro uno scambio di parola. San Francesco non era un sempliciotto (di quelli che vediamo in strada parlar da soli) né un’anima solitaria (di quelli che fanno la passeggiata sentimentale nei boschi, alla Rousseau). Non era di quelli che accarezzano il gatto o trovano nel cagnolino il sostituto affettivo. Nel medioevo si dibatteva la questione se gli animali avessero avuto una lingua propria e se l’avessero persa con il peccato di Adamo. Era una lingua primitiva, pura, dove i nomi rispondevano alle cose. Nuovo Adamo, Francesco riconquista questo linguaggio. Questo elemento della parola, congiunta all’idea dell’innocenza riconquistata, Francesco la estende anche agli altri elementi del mondo naturale.

Lo sottolinea il primo biografo, il Celano (Vita prima, 28,81): «Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li invitata a lodare e amare Dio come se fossero esseri dotati di ragione. Allo stesso modo le messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l’aria e il vento con semplicità e purità di cuore invitava ad amare e lodare il Signore. E finalmente chiamava tutte le creature col nome di fratello e sorella, intuendone i segreti in modo mirabile e noto a nessun altro, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio». Il suo interesse per il creato ingloba anche la natura riformata dall’intervento umano, se voleva ai margini degli orti una zona incolta perché vi crescessero fiori (la floricultura era allora quasi ignota) e dentro un’aiuola per le odorose (che era altro dall’orto dei semplici dei monasteri, perché non destinate ad uso farmaceutico ma, come dice il Celano Vita seconda, 124,165, «perché richiamino a chi li osserva il ricordo della soavità eterna»).

Tratto ancor più eloquente d’una mentalità che attingeva la più profonda ragione del rispetto alla vita è l’ordine da lui dato al frate taglialegna di lasciare agli alberi la possibilità di rigermogliare: «Quando i frati tagliavano legna, proibiva loro di recidere del tutto l’albero, perché possa gettare nuovi germogli». Allo stesso orientamento va ascritta la sua ripugnanza ad estinguere il fuoco, sia nel suo aspetto positivo di fiamma che rischiara («Ha riguardo per le lucerne, lampade e candele e non vuole spegnerne di sua mano lo splendore», Celano, Vita seconda, 124,165), sia in quello negativo di forza distruttrice delle sue vesti e della sua capannuccia (Leggenda perugina, 49-50).

Dall’esperienza esistenziale d’un creato amico cui parlava e che gli parlava, Francesco è capace di salire a una visione cosmica; questo in conformità alla sua forma mentale; in lui, contrariamente a quanto si dice, i valori dell’intelletto sono predominanti, e da essi si ispira e da essi acquista senso il suo agire. Nel Cantico di frate sole le creature nominate non sono i dati dell’esperienza quotidiana che vediamo e tocchiamo, che consumiamo e ci consumano, bensì i quattro elementi volgari, che, secondo la fisica del tempo, erano creduti i costituenti della materia: acqua, aria, fuoco, terra più l’etere, abitato da sole, luna e stelle. Egli vede un motivo di lode a Dio non tanto nella realtà sensibile, quanto nelle energie che, armonizzandosi, la compongono.


Più della metà delle persone italofone vive fuori dal Ticino

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Di Riccardo Franciolli, tvsvizzera.it

L’immagine tradizionale della Svizzera delle quattro lingue, ciascuna ben ancorata al proprio territorio, sta gradualmente cambiando. Se il principio della territorialità continua a rappresentare uno dei pilastri della politica linguistica elvetica, la realtà demografica descritta dal recente nono rapportoCollegamento esterno sull’applicazione della Carta europea delle lingue regionali o minoritarieCollegamento esterno restituisce l’immagine di un Paese sempre più mobile e linguisticamente intrecciato.

L’esempio più evidente è quello dell’italiano. Tra il 2022 e il 2024 quasi 680’000 persone lo hanno indicato come lingua principale, ma il 52,5% di queste viveva al di fuori della Svizzera italiana. In altre parole, le italofone e gli italofoni residenti nel resto del Paese sono ormai più numerosi di quelli che vivono in Ticino e nelle valli del Grigioni italiano.

Una dinamica ancora più marcata riguarda il romancio. Soltanto tre persone romanciofone su dieci risiedono nella regione linguistica romancia, mentre la maggioranza è dispersa nel resto dei Grigioni o in altre parti della Confederazione. A ciò si aggiunge una popolazione mediamente più anziana rispetto alla media nazionale, elemento che rende ancora più cruciale la trasmissione della lingua alle nuove generazioni.

Dal 2024 la promozione dell’italiano e del romancio fuori dalle regioni tradizionali è espressamente prevista dalla legge federale sulle lingue. La modifica dell’ordinanza sulle lingue, entrata in vigore il primo gennaio 2026, ha reso operativa questa base, consentendo alla Confederazione di sostenere progetti rivolti alle due diaspore linguistiche.

Quattro lingue nazionali in un paesaggio più complesso

Il tedesco rimane la lingua principale più diffusa, ma la fotografia nazionale comprende anche gli altri idiomi nazionali, il plurilinguismo e le lingue dell’immigrazione.

Le lingue dell’immigrazione non sono più un elemento periferico del panorama svizzero, ma una sua componente strutturale. La lettura dei dati non porta quindi a contrapporre lingue nazionali e lingue migratorie; mostra piuttosto pratiche linguistiche plurali, nelle quali molte persone usano più idiomi nella vita quotidiana. Una politica linguistica efficace deve tenere conto di questa realtà.

Le regioni linguistiche: confini stabili, composizioni meno rigide

Le regioni linguistiche svizzere appaiono molto meno omogenee di quanto suggeriscano le loro denominazioni. Ovunque, accanto a quella dominante, convivono altre lingue nazionali e idiomi di origine migratoria. Il caso più significativo è quello della regione romancia, dove quasi un abitante su due indica anche il tedesco come lingua principale.

L’italiano: lingua nazionale e lingua di immigrazione

Nel 2024, 679’980 persone hanno indicato l’italiano come lingua principale. Di queste, 357’101, pari al 52,5%, vivevano fuori dalla regione linguistica italiana. Al suo interno risiedevano invece 322’879 persone: 309’191 in Ticino e 13’688 nei Grigioni. Il dato segnala che la maggioranza di chi parla italiano non vive più nei territori nei quali esso è tradizionalmente maggioritario e, al tempo stesso, chiarisce perché la sua tutela debba considerare anche il resto del Paese.

La comunità italofona è inoltre eterogenea. Il rapporto rileva che il 45% delle italofone e degli italofoni ha origini straniere: l’italiano è dunque insieme lingua nazionale e lingua dell’immigrazione. In Ticino, l’italiano è idioma principale per circa nove persone su dieci, pari all’88% della popolazione. I dialetti ticinesi e italo-grigionesi, invece, restano più territorializzati: li usa regolarmente l’1,4% della popolazione residente di almeno 15 anni in Svizzera e il 29% nella Svizzera italiana.

Il romancio: minoranza nel proprio territorio

Il romancio rimane la lingua nazionale numericamente più fragile e geograficamente più dispersa. La quarta tabella evidenzia che circa sette romanciofoni e romanciofone su dieci vivono fuori dalla regione linguistica romancia; non descrive quindi soltanto una minoranza nazionale, ma anche una minoranza presente in forma diffusa al di fuori del proprio territorio storico.

Alla dispersione geografica si affianca la struttura per età. Le persone di 65 anni o più rappresentano il 29,2% della popolazione romanciofona, contro il 18,8% dell’intera popolazione svizzera. Gli under 25 sono il 21,1%, a fronte del 25,3% nazionale. Questi dati non determinano da soli il futuro della lingua, ma indicano perché la trasmissione intergenerazionale, la scuola, le offerte per l’infanzia e la presenza del romancio nella vita quotidiana debbano essere priorizzate.

Il romancio è anche un laboratorio di plurilinguismo effettivo. Il 51% delle persone che lo usa regolarmente dichiara di utilizzare una seconda lingua e il 49% tre o più lingue, contro il 26% dell’intera popolazione svizzera che ne parla abitualmente tre o più. Il 97% degli utilizzatori abituali associa il romancio al tedesco o allo svizzero tedesco.

Una tutela che segue le persone

La base costituzionale e il ruolo dei Cantoni nella scelta delle lingue ufficiali restano invariati. La novità introdotta con l’articolo 22aCollegamento esterno della legge sulle lingue è che la Confederazione dispone ora di una base esplicita per promuovere e salvaguardare italiano e romancio anche fuori dai territori d’origine.

Per l’italiano, l’obiettivo è evitare che le e i giovani non italofoni perdano il contatto con la lingua e mantenere le competenze dei loro coetanei italofoni che vivono fuori regione. Per il romancio, i sostegni finanziano insegnamenti a distanza, asili nido, progetti per le famiglie, dizionari, applicazioni e offerte culturali. La misura risponde alla dispersione delle due comunità senza sostituire il principio territoriale.

Una prova di realtà per il modello svizzero

Il rapporto conferma che la Confederazione dispone di basi costituzionali solide, istituzioni consolidate e strumenti finanziari adeguati. Il suo passaggio più rilevante è però il riconoscimento che il modello territoriale, pur necessario, non basta più da solo. Mobilità interna, immigrazione, città plurilingui, repertori linguistici multipli e inglese come lingua di lavoro hanno modificato il contesto nel quale gli idiomi nazionali vengono usati.

La prossima verifica non dovrebbe limitarsi al numero dei progetti finanziati. Dovrebbe chiedersi se chi parla italiano, romancio, francese o tedesco come minoranza locale può studiare, informarsi, rivolgersi alle istituzioni, lavorare e partecipare alla vita pubblica senza dover cambiare lingua per necessità.

Nell’immagine: uno striscione appeso a Palazzo federale invoca la lingua italiana, probabilmente con un riferimento all’italiano come lingua comune nei cantieri


“Basta armi a Taiwan”, la strategia di Pechino per chiudere i conti

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Di Gianluca Modolo, La Repubblica

Poche ore prima che Xi Jinping mettesse piede alla Casa Bianca per incontrare Donald Trump il Ministero della Difesa cinese aveva già messo in chiaro la “linea rossa” più importante per Pechino: Taiwan. L’America dovrebbe adottare «estrema cautela» riguardo a qualsiasi vendita di armi: «La questione di Taiwan è la più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti», ha detto il portavoce della Difesa. E dopo aver ribadito ieri al tycoon che Pechino spera che gli Usa affrontino la questione di Taiwan «con prudenza» e adottino la «posizione corretta di opporsi all’indipendenza», oggi Xi quel concetto di «estrema cautela» lo sottolineerà ancor di più: dicendo all’americano che non deve vendere le armi all’isola.

Il leader cinese, quello statunitense e rispettive consorti saranno oggi in visita agli Archivi Nazionali di Washington, dove «avranno modo di visionare documenti storici che evidenziano il rapporto tra i due Paesi», dice la Casa Bianca. E proprio in quel luogo, secondo alcune fonti Reuters, Xi ha intenzione di impartire l’ennesima «lezione» a Trump, offrendo la propria interpretazione del terzo dei comunicati congiunti che regolano le relazioni sino-americane. In quel documento, firmato nel 1982, Washington prospettava una graduale riduzione delle armi americane all’isola (nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche formali, gli Usa sono tenuti per legge a fornire a Taiwan i mezzi per difendersi). Tuttavia, in una nota allegata, l’allora presidente Ronald Reagan precisava in quel documento che la disponibilità alla riduzione è «assolutamente subordinata al continuo impegno della Cina verso una soluzione pacifica» delle divergenze con Taiwan. Xi vorrebbe che quelle vendite si interrompessero. Negli ultimi cinque anni però Pechino ha intensificato le pressioni militari attorno all’isola.

Trump ha autorizzato più vendite di armi a Taiwan di qualsiasi altro presidente nella storia. L’ultimo pacchetto, da 14 miliardi di dollari, rimane però in sospeso da mesi. Far sì che la situazione continui a rimanere tale, magari per sempre, è l’obiettivo di Pechino.

Fu proprio Trump, tornando dal vertice di maggio qui nella capitale cinese con Xi, a dire che quel pacchetto poteva rappresentare «un’ottima carta da giocare nei negoziati». Affermazioni che preoccuparono non poco sia Taipei sia gli alleati Usa in Asia. In cambio di un rallentamento o di uno stop delle vendite di armi, secondo le fonti, la Cina potrebbe offrire una maggiore collaborazione agli americani, ad esempio nel fare pressione sull’Iran per mettere fine al conflitto.

Se la complicata operazione di Xi dovesse riuscire, Pechino avrebbe gioco facile a dire ai taiwanesi che di Washington non si possono fidare. Questo non vuole dire che allora ci sarà un’imminente invasione: significa che la Cina ne approfitterà per aumentare la pressione politica, economica e attraverso le esercitazioni militari per arrivare un giorno alla «riunificazione pacifica» come la chiama la propaganda.

La linea ufficiale americana, da decenni, è quella di «non sostenere» l’indipendenza dell’isola. Da tempo Xi spinge per un cambio di linguaggio da parte di Washington: non basta più «non sostenere», bisogna «opporsi». Sfumature lessicali di peso: Xi non vuole una guerra con gli Usa su Taiwan, vuole una soluzione politica della questione, ma ha bisogno di un cambiamento di linguaggio e atteggiamento degli americani così Taipei si sentirebbe più isolata.

Al momento il governo dell’isola ha voluto ringraziare gli Stati Uniti per il loro sostegno e ha affermato di mantenere i canali di comunicazione aperti con gli Usa durante la trasferta di Xi in terra americana.


Netanyahu sfida l’Onu: “A Gaza nessun genocidio, abbiamo evitato il nostro”

La direttrice dell’Ican: «La corsa agli arsenali è spinta dagli interessi dell’industria militare» 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

L’abito blu scuro, la cravatta rossa, il tono grave e ritmato. Le parole chiave che ritornano: «scelta», «combattere», «minaccia esistenziale», «genocidio». Al palazzo di Vetro di New York, Benjamin Netanyahu prova a costruire la sua contronarrazione. Arriva alle Nazioni Unite con l’onnipresente moglie Sarah, la scorta e una video con la colonna sonora da film d’azione che annuncia un discorso all’attacco. In realtà, il premier israeliano sembra molto sulla difensiva.

Porta sulle spalle l’orrida conta dei 70mila morti a Gaza e l’incognita di guerre aperte senza che si veda una soluzione politica. Ed è su quella parola che Netanyahu vuole provare a rovesciare il racconto: «Le accuse di genocidio a Gaza rivolte a Israele sono la più grande bugia del secolo, noi abbiamo evitato un genocidio: quello degli ebrei», ripete. Il 7 ottobre è il totem da cui tutto inizia e in cui tutto finisce. «I terroristi di Hamas hanno bruciato vivi i bambini davanti ai loro genitori, stuprato le donne. I nostri nemici si aspettavano che collassassimo ma ci siamo alzati e abbiamo combattuto come leoni. E continueremo a combattere perché non abbiamo altra scelta», dice, citando le parole del fratello Yoni, soldato morto durante l’operazione Entebbe nel 1976 per salvare gli ostaggi israeliani ed ebrei del volo Air France 139.

Nell’aula in larga parte abbandonata dai delegati di molti Paesi mentre parla Bibi, applaudono solo gli israeliani. Un diplomatico dell’Iran ha lasciato sulle sedie vuote una foto del generale Soleimani, ucciso dagli americani a Baghdad nel 2020. Netanyahu rivendica il diritto di muovere guerra all’Iran, «una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere», definisce «codardi morali» i delegati che hanno lasciato l’assemblea: «Difendendo se stessa, Israele difende anche molti dei Paesi i cui delegati hanno appena lasciato quest’aula».

Su tutti i fronti, attacca, l’imperativo è non mostrare cedimenti, dubbi. Le violenze dei coloni in Cisgiordania? Poca cosa, opera di una «manciata di giovani delinquenti». Non la chiama mai Cisgiordania, per lui è Giudea e Samaria, «la nostra terra», circondata da nemici. Li enumera, uno ad uno. Erdogan, il presidente turco, «un antisemita» che «ha ucciso migliaia di curdi, imprigiona gli oppositori, nega il genocidio degli armeni e vorrebbe governare a Gerusalemme ma non lo farà». Il Qatar, che «ha investito miliardi nelle università americane e in al Jazeera per fare il lavaggio del cervello ai giovani occidentali: odiate l’America, odiate Israele». E ancora: il sindaco di New York Mamdani, «un antisemita»: da quando governa la città, sostiene il premier israeliano, «gli ebrei non si sentono più al sicuro». Rivendica pure il Golan, Netanyahu, evocando il presidente siriano al Sharaa. E ricorda quelli che considera successi «contro i terroristi»: l’uccisione di Nasrallah, l’ex leader di Hezbollah, che nomina mostrando un cercapersone, di quelli usati nella campagna contro la milizia libanese; quella di Sinwar, capo di Hamas; e di Khamenei, l’ex guida suprema dell’Iran. Teheran, ancora la sua ossessione. Mostra un ripetitore Starlink e pronostica la «caduta del regime»: i «tiranni dell’Iran» temono la rivolta del «coraggioso popolo iraniano», è per questo che provano a censurare Internet.

Ma è di nuovo su Gaza che il premier israeliano cerca un’assoluzione politica che non avrà dalla platea dell’Onu. Cita John Spencer, ex militare Usa studioso di guerra urbana: «Israele sta facendo più per prevenire vittime civili nella guerra di Gaza che ogni altro esercito al mondo». L’esercito più morale, ripete Netanyahu come a voler scacciare i fantasmi di “Naza”, il film che la destra israeliana vuole cancellare e in cui sono proprio i soldati a raccontare gli abusi dell’esercito «più morale al mondo».

Netanyahu attacca, ma ogni attacco ha il sapore della difesa. Alle spalle, il premier israeliano ha un mandato di arresto per crimini di guerra emesso dalla Corte Penale Internazionale. Davanti, un’elezione complicata che rischia di perdere. È il voto più importante della sua carriera politica, il giudizio su tre anni di guerra a Gaza e di caos in Medioriente. «Non abbiamo altra scelta», dice ancora, «vincere».

Nell’immagine: i delegati che abbandonano l’aula