I frontalieri disoccupati potrebbero ricevere le indennità dalla Svizzera

Una riforma europea vuole cambiare le regole sulla disoccupazione dei frontalieri: in futuro l’indennità verrebbe pagata dal Paese dell’ultimo impiego e non più da quello di residenza. Per la Svizzera si profila un cambio di paradigma, con costi e nodi politici ancora aperti 

Di Riccardo Franciolli, tvsvizzera.it

Dopo anni di negoziati, nell’aprile 2026 l’Unione Europea ha raggiunto un accordo provvisorio sulla revisione del regolamento 883/2004Collegamento esterno. La riforma prevede che, in futuro, la competenza per il pagamento dell’indennità di disoccupazione venga trasferita dal Paese di residenza a quello dell’ultimo impiego. In concreto, una volta entrata in vigore, un frontaliere che perde il lavoro in Ticino dovrebbe ricevere la disoccupazione svizzera anche se vive in Italia.

La riforma non riguarda solo la Confederazione, ma interessa tutti i Paesi europei con un elevato numero di frontalieri, come il Lussemburgo, i Paesi Bassi e il Belgio.

Una norma contestata

La disoccupazione è da tempo uno dei nodi più sensibili nei rapporti tra Svizzera e Unione Europea quando si parla di frontalieri. Il motivo è strutturale: chi lavora in Svizzera versa qui i contributi all’assicurazione contro la disoccupazione, ma in caso di perdita del lavoro riceve l’indennità dallo Stato di residenza, secondo regole diverse da quelle del sistema assicurativo a cui ha contribuito.

Si tratta di un principio fissato dall’articolo 65Collegamento esterno del regolamento europeo sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che la Svizzera applica tramite l’accordo sulla libera circolazione delle persone.

Come funziona oggi la disoccupazione?

Le regole in vigore in Svizzera

In Svizzera l’indennità di disoccupazione spetta, di norma, a chi perde il lavoro e si iscrive subito all’Ufficio regionale di collocamento (URC) e a una cassa di disoccupazione, purché abbia lavorato come dipendente almeno dodici mesi negli ultimi due anni, risieda nel Paese, non abbia ancora raggiunto l’età pensionabile ed è disponibile a cercare attivamente un nuovo impiego.

Le prestazioni decorrono dal momento in cui tutte le condizioni sono adempiute, anche se all’inizio può esserci un breve periodo di attesa non indennizzato. La durata del diritto varia in base ai contributi versati e all’età, ma si situa in genere tra 200 e 400 indennità giornaliere, corrispondenti a circa uno–due anni.

L’importo equivale normalmente al 70% del salario medio assicurato degli ultimi sei o dodici mesi (si applica il calcolo più favorevole), che sale all’80% in presenza di figli a carico, di un reddito basso o di una rendita d’invalidità significativa, con un tetto massimo di salario assicurato di 12’350 franchi mensili.

Dal punto di vista pratico, il lavoratore italiano che perde l’impiego in Svizzera deve iscriversi ai servizi per l’impiego italiani e presentare domanda all’INPS. I contributi versati in Svizzera all’assicurazione contro la disoccupazione non vengono trasferiti all’INPS, ma valgono come periodi assicurativi totalizzati, che consentono l’accesso alla disoccupazione italiana.

Importo e durata della prestazione dipendono però esclusivamente dalla normativa italiana, con i relativi tetti e meccanismi di riduzione previsti dalla NASpICollegamento esterno (Nuova assicurazione sociale per l’impiego).

Questo meccanismo può produrre una disparità evidente tra il livello dei contributi versati in Svizzera e le prestazioni erogate secondo il sistema italiano. Come spiega Andrea Puglia, sindacalista dell’OCST, “i lavoratori frontalieri italiani che si trovano in stato di disoccupazione percepiscono la medesima indennità riconosciuta ai lavoratori residenti in Italia. È un limite significativo, perché il mercato del lavoro italiano è storicamente caratterizzato da un elevato grado di protezione, che si traduce in prestazioni relativamente modeste, con un massimale che si attesta attorno ai 1’500–1’700 euro mensili”. Il frontaliere, invece, opera in Svizzera all’interno di un mercato del lavoro più liberale: “Le retribuzioni sono mediamente più elevate, ma il rischio di perdere il posto è concreto e non mitigato dalle tutele previste in Italia. Proprio per questo le indennità di disoccupazione del sistema svizzero sono sensibilmente più alte”.

Un sistema attuale vantaggioso per la Svizzera

Il sistema attuale è considerato nel complesso vantaggioso per la Svizzera. Berna incassa i contributi dei frontalieri e dei datori di lavoro, ma non paga direttamente le indennità. In compenso, la Svizzera rimborsa allo Stato di residenza una parte limitata dei costi sostenuti, generalmente fino a tre-cinque mesi di prestazioni. Nel 2025 questi rimborsiCollegamento esterno hanno comunque raggiunto 283,3 milioni di franchi (di cui 21,1 milioni all’Italia), a dimostrazione del peso crescente del fenomeno.

Proprio questo equilibrio è oggi al centro di una discussione politica di ampio respiro a livello europeo, alla base della proposta di riforma.

“Il principio di fondo della riforma è corretto”

Per Puglia, il principio di fondo della riforma – avviata già nel 2018 – è corretto: “I lavoratori frontalieri versano i contributi all’assicurazione contro la disoccupazione in Svizzera, ma oggi non hanno diritto alle relative prestazioni. La riforma mira a ristabilire un principio generale di equità vale a dire la parità di diritti tra lavoratori svizzeri e lavoratori frontalieri, trasferendo la competenza per il pagamento dell’indennità dal Paese di residenza a quello dell’ultimo impiego”.

I nodi ancora da sciogliere

Per la Confederazione si tratterebbe comunque di un potenziale cambio di paradigma. Con circa 400’000 frontalieri attivi – soprattutto lungo i confini con Italia, Francia e Germania – l’onere finanziario potrebbe aumentare in modo significativo. “Sul piano dei costi – osserva Puglia – la Svizzera dovrebbe sostenere un onere aggiuntivo nell’ordine di centinaia di milioni di franchi, potenzialmente fino a un miliardo all’anno. E il problema non riguarda solo il pagamento delle indennità: sarebbe necessario potenziare in modo rilevante gli uffici regionali di collocamento e le casse di disoccupazione”.

Sempre secondo Puglia, si deve tener presente un altro aspetto ancora: “Il testo attuale della riforma non prevede alcuna forma di compartecipazione finanziaria da parte degli altri Stati interessati, mentre oggi la Svizzera rimborsa già fino a cinque mensilità all’Italia. Sarebbe pertanto auspicabile che la riforma mantenesse e formalizzasse questo meccanismo di rimborso parziale”.

Alle preoccupazioni finanziarie si aggiungono quelle di ordine pratico e organizzativo. “Pretendere che questa riorganizzazione possa avvenire in pochi anni appare irrealistico – prosegue il sindacalista –. È indispensabile negoziare con le istituzioni europee un calendario di implementazione più realistico, adeguato alla complessità dell’operazione”.

Vi è poi una questione che tocca direttamente il mercato del lavoro locale. Secondo il sindacalista dell’OCST, sarebbe opportuno garantire agli uffici regionali di collocamento la possibilità di riservare, almeno inizialmente, le offerte di lavoro ai residenti. “I lavoratori residenti – spiega Puglia – sono già oggi sotto la pressione della concorrenza dei frontalieri e, in un contesto di opportunità occupazionali limitate, esiste il rischio che le posizioni disponibili vengano occupate prevalentemente da loro, a scapito di chi vive stabilmente sul territorio”.

Puglia segnala infine un ulteriore rischio da non sottovalutare: quello della frode. “Qualora la disoccupazione venisse pagata secondo le regole svizzere, una persona residente in Italia potrebbe trovarsi a percepire un reddito sensibilmente più elevato rispetto agli standard del mercato del lavoro italiano”, osserva. “Non si può escludere che ciò crei incentivi distorti e tentativi di aggirare le condizioni di accesso alle prestazioni”.

Non prima del 2028

Il dossier resta uno dei più sensibili nei rapporti tra Svizzera e UE: tocca insieme mercato del lavoro, finanze pubbliche e consenso politico, soprattutto nei Cantoni di confine come il Ticino.

“Tutte queste criticità dovranno essere affrontate e risolte attraverso un dialogo costruttivo con le istituzioni dell’Unione Europea, prima che la riforma entri definitivamente in vigore”, conclude Puglia.

Resta in ogni caso un punto fermo: per ora non cambia nulla. L’adozione definitiva della revisione del regolamento UE richiederà ancora tempo, perché il testo dovrà essere ratificato sia dal Parlamento europeo (con voto previsto nella sessione plenaria del 18–21 maggio 2026), sia dal Consiglio dell’Unione Europea (verosimilmente nel mese di giugno).

Anche qualora fosse formalmente adottata da Bruxelles, la revisione non si applicherebbe automaticamente alla Svizzera. In tal caso, l’UE dovrebbe infatti sottoporre il nuovo testo al Comitato misto Svizzera-UE sull’Accordo sulla libera circolazione delle persone, e un eventuale aggiornamento potrebbe avvenire solo con l’esplicito consenso della Confederazione, nell’ambito della sua procedura interna di approvazione, che potrebbe includere passaggi parlamentari e popolari.

Anche nello scenario più rapido, la nuova regola difficilmente entrerebbe in funzione prima del 2028.


«Fantastici accordi». Ma dal G2 emerge solo il nuovo ruolo cinese

Una riforma europea vuole cambiare le regole sulla disoccupazione dei frontalieri: in futuro l’indennità verrebbe pagata dal Paese dell’ultimo impiego e non più da quello di residenza. Per la Svizzera si profila un cambio di paradigma, con costi e nodi politici ancora aperti 

Di Lorenzo Lamperti, il manifesto

«Com’è andata da 1 a 10? 9,99». Donald Trump abbassa il punteggio del suo summit con Xi Jinping, rispetto al 12 che aveva enfaticamente assegnato all’incontro dello scorso ottobre a Busan, quando i due leader siglarono la tregua commerciale. Una tregua che regge, pur senza tramutarsi in un’intesa più profonda e strutturale. Il viaggio in Cina del presidente degli Stati uniti ha prodotto tanti complimenti e parole buone, ma dietro la patina di una forma più che cordiale la sostanza pare piuttosto scarna. E dire che Trump parla di «fantastici accordi» raggiunti con Xi, sui quali però emergono sin qui non molti dettagli.

LA SECONDA GIORNATA di colloqui si è aperta a Zhongnanhai, con una passeggiata nel giardino privato della residenza della leadership del Partito comunista. Qui, ha indicato i cosiddetti «cipressi intrecciati»: due alberi vecchi di secoli con tronchi e radici incrociati. Chissà, quasi a simboleggiare l’interdipendenza tra Washington e Pechino. Xi e Trump si sono poi fatti scattare una «foto dell’amicizia» e hanno tenuto un dialogo informale durante una cerimonia tradizionale del tè. Chiusura con un pranzo di lavoro a base di merluzzo tritato, polpette di aragosta, pollo Kung Pao e ravioli al vapore. Trump ha definito più volte un «onore» incontrare Xi, il quale ha ribadito che «Make America Great Again e il grande rinnovamento della nazione cinese possono andare di pari passo per lo sviluppo comune di America e Cina». Concetto ribadito dal ministero degli Esteri. Sembra un’adulazione della politica Maga, ma è anche un modo per sottolineare la parità raggiunta nei rapporti tra i due paesi.

PRIMA DI SALIRE sull’Air Force One, Trump ha parlato calorosamente col ministro degli esteri Wang Yi, appoggiandogli entrambe le mani sulle spalle. Una volta a bordo, si è lasciato andare a una serie di dichiarazioni, ribadendo in sostanza gli accordi anticipati la sera prima. La Cina si sarebbe impegnata a un aumento degli acquisti di carne bovina e soia «per decine di miliardi di dollari», ma anche di 200 jet della Boeing. Xi avrebbe «mostrato interesse» su petrolio e gas naturale liquefatto. In cambio, ci sarebbe un allentamento delle restrizioni all’export di chip di Nvidia e la creazione di un «consiglio del commercio» per facilitare gli investimenti cinesi negli Stati uniti, in settori non sensibili. Elon Musk, presente al vertice, potrebbe invece ottenere l’approvazione della guida autonoma completa di Tesla.

Non si sarebbe comunque parlato di un ulteriore taglio ai dazi, mentre tecnologia e terre rare sono destinati a restare motivo di tensione, due armi negoziali nessuno dei contendenti vuole smettere di impugnare. Il segretario di stato Marco Rubio ha dichiarato che è stata chiesta la liberazione di Jimmy Lai, il magnate dell’editoria di Hong Kong condannato a 20 anni di carcere. Il tempo dirà se ha funzionato.

SULL’IRAN, TRUMP sostiene che Xi gli ha garantito che non invierà armi a Teheran e che è disponibile a «dare un aiuto». Vaghezza anche su Taiwan, tema che Trump ha menzionato solo una volta a bordo dell’Air Force One. «La nostra politica resta invariata», ha detto, confermando di aver parlato della vendita di armi a Taipei, su cui «prenderò presto una decisione». Poi i due passaggi più critici. «Non sto cercando di permettere a qualcuno di diventare indipendente e poi dover percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra», ha detto alla Fox. E infine: «Sulle armi dovrà parlare con la persona che guida Taiwan». Cioè Lai Ching-te, che Xi ritiene un «secessionista». Insomma, frasi contraddittorie che rischiano di allarmare sia Taipei sia Pechino.

La Cina ha confermato che Trump e Xi hanno raggiunto «una serie di nuovi consensi», ma non ha sin qui fornito maggiori specifiche. La retorica del leader e il racconto dei media confermano che per Pechino la priorità del summit era la dimostrazione dei nuovi rapporti di forza paritari con l’America.

IERI, Trump ha utilizzato nuovamente il termine G2 per definire i rapporti con Xi. Contribuiscono al messaggio anche una serie di video diventati virali sui social. Per esempio, Rubio che osserva ammirato il soffitto della Grande Sala del Popolo. Oppure Musk, che prima dichiara che il figlio sta studiando il mandarino e poi chiede un selfie col fondatore del colosso cinese degli smartphone Xiaomi. O ancora, il giornalista di Fox, Bret Baier, che gioca a ping pong con un anziano cinese in un parco. Il più citato è però Jensen Huang. L’amministratore delegato di Nvidia, colosso dei chip, è stato pizzicato mentre mangiava un piatto tipico di tagliatelle fritte in uno dei più celebri hutong di Pechino.

Se Trump ha ragione, potrebbero esserci addirittura altri tre incontri con Xi entro la fine dell’anno. Il presidente cinese è stato invitato alla Casa bianca a settembre, mentre potrebbero esserci le reciproche partecipazioni al summit Apec di Shenzhen e al G20 di Miami.

DI CERTO, già ieri Trump ha telefonato alla premier giapponese Sanae Takaichi per rassicurarla sull’alleanza tra Washington e Tokyo. Mercoledì prossimo, invece, Xi riceverà il presidente russo Vladimir Putin.


La Cina ha davvero bisogno dei chip Usa per la sua IA?

Una riforma europea vuole cambiare le regole sulla disoccupazione dei frontalieri: in futuro l’indennità verrebbe pagata dal Paese dell’ultimo impiego e non più da quello di residenza. Per la Svizzera si profila un cambio di paradigma, con costi e nodi politici ancora aperti 

Di A. Monti e A. Rociola, La Repubblica

A margine del vertice con Xi Jinping, Donald Trump ha annunciato l’autorizzazione alla vendita di chip Nvidia H200 a dieci aziende cinesi, tra cui Alibaba, Tencent e ByteDance, per un massimo di 75.000 unità ciascuna. C’è un dettaglio. Pechino – secondo quanto ha rivelato Reuters in esclusiva – non ha ancora dato il via libera agli acquisti. E non è detto che lo farà.

Il blocco arriva dal governo cinese, che frena per non indebolire lo sviluppo dell’industria domestica di semiconduttori, Huawei in testa. A complicare il quadro, Washington esige garanzie che i chip non vengano usati per scopi militari e ha imposto condizioni commerciali stringenti: il 25% dei ricavi delle vendite tornerebbe agli USA e i chip dovrebbero transitare fisicamente dal territorio americano. Pechino teme che i dispositivi nascondano vulnerabilità o backdoor. I falchi anti-Cina nell’amministrazione Trump restano contrari a qualsiasi accordo.

L’ arrivo a sorpresa del ceo di Nvidia. Ma le due potenze sono in stallo

Al vertice era presente anche Jensen Huang, CEO di Nvidia, incluso in extremis nella delegazione americana su invito diretto di Trump. Prima delle restrizioni all’export, Nvidia controllava il 95% del mercato cinese dei chip avanzati. La Cina rappresentava il 13% dei suoi ricavi totali. Huang stima che il mercato AI cinese valga 50 miliardi di dollari nel solo 2026. Numeri che raccontano bene la partita in gioco. Con delle specificità e dei cambiamenti arrivati negli ultimi mesi che hanno ribaltato le prospettive iniziali.

Quello dei processori per l’intelligenza artificiale è uno dei più importanti dossier aperti tra Usa e Cina. Le due nazioni sono in stallo: da un lato gli Stati Uniti hanno bisogno di terre rare, dall’altro la Cina ha bisogno di avere accesso alle GPU più recenti e alle tecnologie litografiche per la costruzione dei processori. Questo è il nodo centrale della disputa tecnologica tra le due superpotenze. La mediazione su questo problema, posto che sia effettivamente possibile, va inquadrata nelle strategie più generali dei due paesi.

Usa: embarghi tecnologici. Cina: autonomia produttiva

Da un lato gli Stati Uniti, con gli embarghi tecnologici, hanno cercato di limitare la possibilità per la Cina di sviluppare una capacità autonoma e comparabile a quella statunitense in materia di intelligenza artificiale.

Dall’altro lato la Cina ha accelerato lo sviluppo di proprie tecnologie autonome lungo tutta la filiera produttiva, arrivando a produrre propri processori, anche se non del tutto comparabili a quelli statunitensi ma comunque molto performanti.

Inoltre ha avviato ricerche su approcci alternativi, come per esempio quelli sui processori analogici, che consentono di ottenere risultati molto efficienti senza utilizzare necessariamente le tecnologie GPU attualmente sviluppate da Nvidia. E questo apre un’altra possibile chiave di lettura alla freddezza con cui Pechino ha accolto la nuova apertura americana.

DeepSeek è un modello di sviluppo di IA inedito, che cambia tutto

Anche sul versante dei modelli di intelligenza artificiale, la Cina ha scelto una strategia orientata all’efficienza. Le prime versioni di DeepSeek hanno dimostrato come fosse possibile produrre un modello estremamente capace pur non avendo le dimensioni e la complessità degli equivalenti americani.

Se queste considerazioni sono corrette in termini generali, è possibile trarre la lezione che gli approcci storicamente praticati per utilizzare la tecnologia come leva di mantenimento del vantaggio strategico nei confronti degli altri paesi non funzionano più nei confronti di nazioni che hanno sviluppato una capacità di ricerca, trasferimento tecnologico e produzione industriale del tutto autonoma.

Diventa inevitabile quindi immaginare che fra USA e Cina si debba arrivare a una sorta di tregua armata, almeno nell’immediato. Quale che sia l’esito delle negoziazioni, è ancora una volta chiaro che quella dell’intelligenza artificiale è una partita a due fra USA e Cina, nella quale l’Unione Europea non riesce nemmeno a rivestire il ruolo di arbitro.

Forza di calcolo bruta vs addestramento intelligente

A questo si deve aggiungere che le nuove versioni di DeepSeek sono sempre meno costose in termini di risorse hardware e in particolare di GPU. Questo significa due cose: da un lato lo sviluppo, a livello software, di un approccio totalmente diverso che non fa affidamento esclusivamente sulla forza bruta e sulla capacità dei processori; dall’altro la possibilità concreta di implementare sistemi di intelligenza artificiale anche in dispositivi che, per i loro requisiti dimensionali, non avrebbero potuto ospitare un numero sufficiente di GPU. Elemento che annulla di fatto ogni restrizione tecnologica a vantaggio di un approccio più fluido e efficace.


Bufera sull’ospedale universitario di Zurigo

Una riforma europea vuole cambiare le regole sulla disoccupazione dei frontalieri: in futuro l’indennità verrebbe pagata dal Paese dell’ultimo impiego e non più da quello di residenza. Per la Svizzera si profila un cambio di paradigma, con costi e nodi politici ancora aperti 

L’Ospedale universitario di Zurigo (USZ) ha riconosciuto gravi mancanze e decessi inaspettati nella clinica di cardiochirurgia, avvenuti tra il 2016 e il 2020. Un nuovo rapporto d’inchiesta indipendente svela le dimensioni dell’inadempienza, riferisce martedì l’USZ.

I calcoli statistici del periodo in esame, quando a capo della clinica vi era il professore italiano Francesco Maisano, riportano una sovramortalità compresa tra i 68 e i 74 casi. Sono già stati identificati 11 decessi inattesi e 13 casi di uso improprio di dispositivo medici, che il nosocomio ha già provveduto a segnalare alla procura.

Secondo il rapporto le cause dei malfunzionamenti risiedono in un fallimento totale della leadership. Maisano è stato assunto nel 2014, senza che, a quanto si legge nel comunicato, le sue qualifiche e i suoi conflitti d’interesse fossero esaminati a sufficienza. La direzione dell’ospedale avrebbe allora mancato al suo obbligo di vigilanza e riconosciuto in ritardo i segnali d’allarme. Da un’indagine interna era emerso che il professor Maisano aveva impiantato protesi di una società della quale deteneva una partecipazione non dichiarata.

Dimissioni nel consiglio dell’ospedale

In conseguenza ai risultati del rapporto, tre membri di lunga data del consiglio dell’ospedale hanno rassegnato le dimissioni, per consentire un nuovo inizio a livello di personale. L’ospedale, inoltre, “si scusa con le persone coinvolte e i loro familiari per le sofferenze subite” e ha introdotto un apposito centro di consulenza.

Nel frattempo, sotto una nuova guida, la clinica di cardiochirurgia avrebbe recuperato la propria reputazione e degli alti standard di qualità. I dati più attuali riferiscono pure che il tasso di mortalità si è riportato entro valori discreti. Per evitare ulteriori casi simili l’USZ ha introdotto nuove regole di conformità, un registro per i conflitti d’interesse ed è in fase di progettazione un sistema per la segnalazione di irregolarità.

Nell’immagine: illustrazione dal rapporto della Commissione indipendente di indagine sui casi


Gestiamo insieme il caos. Ma Taiwan è la linea rossa

Una riforma europea vuole cambiare le regole sulla disoccupazione dei frontalieri: in futuro l’indennità verrebbe pagata dal Paese dell’ultimo impiego e non più da quello di residenza. Per la Svizzera si profila un cambio di paradigma, con costi e nodi politici ancora aperti 

Di Simone Pieranni, il manifesto

Non pochi hanno notato che il Tempio del Cielo di Pechino, dove ieri è stato accompagnato in visita Donald Trump, fu voluto dall’imperatore Yongle, terzo della dinastia Ming (dal 1402 al 1424) e in alcuni casi associato proprio a Xi Jinping.

Il Tempio del Cielo è il luogo che unisce visione armoniosa confuciana e gli estremi, cielo e terra, di radice taoista, luogo di antiche preghiere per un buon raccolto. Ma Yongle è stato anche l’architetto della potenza globale cinese, un «legista» nei metodi (proprio come Xi Jinping, ovvero a favore di una società disciplinata, controllata e determinata) e che volle una flotta tecnologicamente fuori scala per l’epoca: centinaia di «navi dei tesori» (baochuan) lunghe tra i settanta e i cento metri secondo le fonti Ming, vere cittadelle galleggianti con cui Pechino impose il proprio sistema tributario dall’Indonesia fino alle coste orientali dell’Africa, proiettando l’ombra dell’Impero sull’intero Oceano indiano.

Quindi, simbologia spinta. E chiarezza immediata: Pechino ha usato la sua storia millenaria e tutto il suo arsenale di buone maniere per rendere più soft possibile l’arrivo di Trump nella capitale. Ma non appena seduti al tavolo per il primo round di incontri, Xi Jinping ha giocato la sua carta principale, ovvero Taiwan. Il leader cinese ha specificato che le relazioni tra Cina e Stati uniti hanno un termometro determinato dallo status dell’arcipelago.

I media cinesi riportano che Xi avrebbe detto questo: «Se la questione Taiwan sarà gestita correttamente, le relazioni tra i due paesi possono mantenere una stabilità generale. Se gestita male, i due paesi potrebbero scontrarsi o persino arrivare al conflitto, spingendo l’intero rapporto verso una situazione estremamente pericolosa. L’ “indipendenza di Taiwan” è incompatibile con la pace nello Stretto; mantenere la pace e la stabilità è il massimo comune denominatore tra Cina e Stati uniti. La parte americana deve agire con estrema prudenza nel gestire la questione di Taiwan».

Questa è l’offerta cinese al presidente Trump: basta una parola, più che qualche gesto o atto politico, basta un minimo disimpegno statunitense e il resto andrà da sé. La carta Taiwan indica un elemento piuttosto rilevante di questo summit (che i media statunitensi continuano a definire «ad alta tensione», nonostante il clima in realtà molto disteso, i bambini ad accogliere Trump, gli articoli zuccherosi dei media nazionali eccetera), ovvero la posizione di forza della Cina. Xi Jinping sa che Trump ha bisogno di de-escalation, di probabile aiuto cinese per Hormuz e di dimostrare di saper gestire la complicata relazione con la Cina e di portare a casa qualcosa (acquisti di soia, di Boeing e rassicurazioni sulle terre rare).

D’altro canto Xi Jinping stesso ha bisogno di calma (e magari di nuove aperture sul fronte tech): la disoccupazione giovanile, i postumi della crisi immobiliare e soprattutto i consumi che continuano a non andare come vorrebbe la leadership, a indicare un senso di pessimismo della classe media cinese, suggeriscono la necessità di trovare un modus vivendi con la controparte americana. Dire Taiwan significa anche ricordare agli Stati uniti che è finita l’epoca del chongmei del «fascino per gli Usa» e che ora è la Cina che può dettare i tempi della relazione.

Su Taiwan Trump non ha detto niente, per ora: si è limitato a dire quanto stimi Xi Jinping e quanto la Cina sia bellissima. Parole al miele di fronte a un altro avvertimento di Xi Jinping, che nel suo discorso introduttivo ha usato una delle sue espressioni preferite: bianluan. Bian indica il mutamento dei rapporti di forza, luan l’instabilità che ne deriva se tale processo non è guidato. Nel lessico politico di Xi Jinping, l’espressione (traducibile come «turbolenza» o «caos a seguito di un cambiamento») non descrive un semplice disordine contingente, ma delinea la complessa compenetrazione tra i cambiamenti epocali (bian) della transizione multipolare e il caos sistemico (luan) generato dal declino dei vecchi equilibri, elevando la stabilità a imperativo strategico e ponendo la Cina come l’ancora di certezza necessaria a governare l’entropia della storia contemporanea.

Per Pechino, dire bianluan significa dire a Washington (e al mondo) che la stabilità non è più un dato acquisito, ma un obiettivo da negoziare per evitare che la competizione scivoli nel conflitto.
In questo schema, nel quale Xi Jinping ha citato anche «la trappola di Tucidide», la Cina si autorappresenta come l’unica forza capace di dare una direzione razionale al caos, l’unico «timoniere» in grado di gestire la transizione senza far schiantare la nave contro gli scogli della Storia.

Nell’immagine: Xi Jinping, a destra, e Donald Trump visitano il Tempio del Cielo a Pechino


Fukuyama: “Il crollo degli Stati Uniti è la vera trappola”

Una riforma europea vuole cambiare le regole sulla disoccupazione dei frontalieri: in futuro l’indennità verrebbe pagata dal Paese dell’ultimo impiego e non più da quello di residenza. Per la Svizzera si profila un cambio di paradigma, con costi e nodi politici ancora aperti 

«Donald Trump è arrivato all’incontro con Xi Jinping molto più debole della controparte cinese. Intrappolato nella guerra in Medio Oriente da cui non sa come uscire. E giù nei sondaggi, reso impopolare proprio dall’aumento dei prezzi prodotto dalla guerra, insieme ai dazi da lui imposti e al peggioramento del suo stato mentale. Al contrario, Xi ha già la strategia economica e militare per affrontarlo». Francis Fukuyama è il politologo di Stanford autore del celebre La fine della Storia e l’ultimo uomo: il saggio scritto nel 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dove sosteneva che il liberalismo democratico non aveva più rivali: «Capolinea dell’evoluzione ideologica dell’umanità». Salvo ammettere, trent’anni dopo ne Il liberalismo e i suoi oppositori: «Le cose sono più complicate».

Xi ha accolto Trump evocando la “trappola di Tucidide”: un invito a non cadere nel fatale errore di essere destinati alla guerra.

«Forse non ci sarà una guerra: ma è difficile evitare la competizione economica e strategica fra due Paesi come Cina e Stati Uniti, che hanno obiettivi e sistemi politici così diversi. Il punto è un altro: Xi ritiene l’America in una fase di declino a lungo termine che in parte imputa proprio a Trump. Così lo lusinga con gesti simbolici, gli dice che sono partner e superpotenze alla pari: ma in realtà sta solo aspettando che l’America s’indebolisca sempre di più».

La strategia di Xi non è però fatta di sola attesa.

«Vuole concessioni su Taiwan. E purtroppo, l’isola è l’unica cosa che oggi Trump può offrirgli per ottenere almeno l’apparenza di un accordo commerciale e un sostegno simbolico all’apertura dello Stretto di Hormuz. A mio avviso, ruota tutto intorno a quello».

Gli americani hanno già bloccato il pacchetto di armi da 11 miliardi di dollari destinato a Taipei.

«Xi ne vuole la cancellazione. Vedremo a breve se lo stop diventerà vincolo permanente o se gli americani manterranno la promessa fatta ai taiwanesi. Mi sorprenderebbe vedere il pacchetto arrivare a destinazione: l’americano deve dare a Xi l’impressione che il vertice sia andato bene. D’altronde, a Trump non importa sostenere le democrazie nel mondo. Per lui, Taiwan è un Paese come un altro, sebbene non sia così per altri americani e amici degli americani nella regione, come Corea e Giappone. Ma è chiaro che oggi l’America non intende intraprendere guerre in difesa di Taiwan; anche se il suo esercito si prepara all’eventualità da anni».

Pechino farà pressioni sull’Iran affinché riapra almeno Hormuz?

«Non ha poi così tanta influenza su Teheran. Di certo non interverrà militarmente per riaprire lo Stretto. Tutt’al più dirà qualcosa di generico sull’importanza della libertà di navigazione e della pace. Non mi aspetto altro».

Trump è arrivato in Cina con una delegazione di alto livello composta da Ceo industriali: Elon Musk, Tim Cook, Jensen Huang…

«Credo che mirino principalmente a proteggere gli investimenti americani esistenti, più che voler spingere il Dragone ad aprirsi a nuovi capitali Usa. Sia Tesla che Apple hanno già importanti interessi in Cina e vogliono tutelarli. Trump sta cercando, semmai, di svincolare l’economia americana da quella cinese. E vuole Pechino fuori dal loro settore tecnologico. Non vedo il preludio di un impegno economico profondo. Altra cosa è il settore agricolo, i cui prodotti sono la principale esportazione americana in Cina».

Cosa porteranno a casa i due leader?

«La Cina vuol solo guadagnare tempo: nell’attesa che gli Stati Uniti si danneggino ulteriormente da soli e declinino come superpotenza. Poi, certo: Trump parlerà del più grande accordo commerciale mai concluso nella storia anche se si tratta solo di un po’ di soia. Ma da questo meeting non uscirà nulla di significativo a lungo termine».

Lei ha detto più volte che la “fine della Storia” è solo rimandata: perché, nonostante l’ascesa della Cina, l’assenza di equilibrio interno dei poteri la rende vulnerabile a errori catastrofici. Ne è convinto anche ora che l’America sta commettendo gli stessi errori?

«La seconda amministrazione Trump sta effettivamente cercando di minare i propri meccanismi di controllo ed equilibrio di potere interno. Ma sono convinto che le istituzioni americane resisteranno. Trump verrà bocciato alle elezioni di metà mandato e questo metterà un limite ai danni che può causare. Certo, nel frattempo ha bloccato i finanziamenti alla ricerca scientifica. E, a lungo termine, questo indebolirà molto gli Stati Uniti rispetto alla Cina. Insomma, il progresso verso la “fine della Storia” non è fermo, ma certo, incontra ostacoli importanti».

Nell’immagine: Francis Fukuyama


Il G2 e la vittoria della Cina ai punti. Così il summit cancella l’Occidente

Una riforma europea vuole cambiare le regole sulla disoccupazione dei frontalieri: in futuro l’indennità verrebbe pagata dal Paese dell’ultimo impiego e non più da quello di residenza. Per la Svizzera si profila un cambio di paradigma, con costi e nodi politici ancora aperti 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Il vertice fra le due massime potenze mondiali ha prodotto pochi risultati concreti e ha segnato una drastica correzione di rotta degli Stati Uniti nella politica verso la Cina. Pechino è passata da principale rivale negli equilibri mondiali a pari grado con cui dividersi la supremazia sul resto del mondo. La gara fra i due continua, è inevitabile, ma senza troppa fretta. Questo sta benissimo a Xi che guarda all’ascesa irresistibile della Cina in tempi medio-lunghi. Va meno bene a Trump che ha preoccupazioni molto più immediate: Hormuz, prezzo della benzina, elezioni di medio termine. Sulle quali, anche volendo, Pechino gli può essere poco d’aiuto.

Il confronto era impari, Trump che partiva in svantaggio. Vi è rimasto. Guadagna un paio di grosse partite commerciali (soia e Boeing) ma a prezzo di due grosse concessioni: silenzio su Taiwan e trasferimenti di tecnologia. Che erano l’ossatura della politica Usa bipartisan di contenimento geopolitico e strategico della Cina.

Pareggio sullo scacchiere commerciale-energetico. I dazi americani restano fermi, il livello a cui Trump li ha alzati non frenano le esportazioni cinesi sul mercato americano. In compenso Pechino continua a fornire le terre rare indispensabili per soddisfare la crescente domanda americana acuita, nel settore difesa, dai vuoti di magazzino causati dalla guerra con l’Iran. Washington esce dal vertice con un bilancio positivo in affari, specie a breve, incassando qualche vago dividendo politico sull’Iran e trincerandosi nel silenzio trumpiano sulla patata bollente, Taiwan.

Questa visita non era cominciata bene per Taipei. Trump non aveva firmato l’autorizzazione alla vendita a Taiwan di un pacchetto di forniture militari del valore di undici miliardi dollari. Glielo avevano chiesto più di una ventina di senatori dei due partiti. Si sarebbe presentato a Pechino su una posizione di continuità e di fermezza, gli dicevano. Li ha ignorati. Autorizzerà al ritorno, dopo le smancerie con Xi, invitato a Washington per una visita di restituzione il 24 settembre? Intanto, il non voler ripetere la stagionata, dal 1972, posizione Usa sull’isola è stato certamente un contentino all’ospitante Xi Jinping che ne aveva fatto l’unica nota dura in un’accoglienza super complimentosa.

Sì, su Taiwan Marco Rubio ha borbottato che non ci sono cambiamenti nella linea Usa ma le parole del segretario di Stato non valgono il silenzio del suo Presidente. Il quale, ha fatto sapere il segretario al Tesoro, Scott Bessent – nell’amministrazione Trump tutti fanno di tutto e uno solo decide – di Taiwan parlerà «dopo» – che può essere oggi ancora da Pechino o chissà quando dall’Air Force One, Washington o Mar-a-Lago. Quello che dirà è importante. Se anche si limiterà allo standard «non appoggiamo l’indipendenza di Taiwan», senza arrivare al «siamo contrari all’indipendenza di Taiwan» come Xi auspicherebbe di sentire, il gesto politico, non solo di cortesia, l’ha già fatto col non rispondere alle domande subito dopo l’incontro, quando invece sarebbe stato cruciale un «ho reiterato al presidente Xi la posizione americana».

Ma Donald non è nuovo all’uso del silenzio su capisaldi della politica estera Usa. Alla Nato tutti aspettano ancora di sentirgli dire due paroline: «Articolo 5». Con i tempi che corrono sull’Atlantico sorprenderebbe sentirle da lui al prossimo vertice di Ankara (7-8 luglio). Evadere la parola «Taiwan» è l’equivalente sul Pacifico: mette in soffitta le vecchie alleanze e i vecchi impegni.

Non c’è solo Taiwan. Il resto della regione, dal Giappone al Vietnam, guardava con estrema attenzione a questa visita. La tradizionale politica americana di sicurezza in Asia è sempre stata incardinata sulla deterrenza della Cina. Quanto ancora? Identico interrogativo che ci poniamo in Europa riguardo alla deterrenza della Russia. A Pechino, Donald Trump ha mostrato di anteporre gli affari alla strategia. «Incontri eccellenti in cui il presidente Trump è stato incredibile» ha detto Jensen Huang, ad di Nvidia, sulla scalinata dalla Grande sala del popolo di Pechino dove Xi Jinping aveva ricevuto il presidente americano accompagnato da una folta delegazione di ceo (Tim Cook, Elon Musk, Larry Fink).

Se lo dice Jensen Huang che non ha nemmeno bisogno di interprete (è taiwanese di nascita) l’incontro deve essere veramente stato eccellente. Per lui. Significa che adesso Nvidia, che ha già avuto da quest’amministrazione la luce verde alla vendita alla Cina dei chips avanzati H200, può esportargli anche gli avanzatissimi Blackwell?

C’erano tutti, o quasi, tutti i ceo Usa che vedono nella Cina il grande partner e non il temibile rivale. Forse sovrapponendo l’oggi al domani, i dividendi di fine anno all’investimento nel futuro delle loro aziende. Essi vendono ed esportano tecnologia. Pechino ne ha una domanda enorme. E loro vogliono soddisfarla e guadagnare. Meno restrizioni incontrano meglio è. Anche se quelle restrizioni sono poste nell’interesse e per la sicurezza nazionale. Fanno, dopo tutto, il loro mestiere: l’interesse delle enormi imprese tecnologiche delle quali sono alla guida e dei loro azionisti. L’interesse nazionale dovrebbe essere il mestiere… beh del presidente degli Stati Uniti.

Non è un mistero che Donald Trump non sia turbato dalla fattispecie dell’interesse privato in atti d’ufficio. Ci naviga. Ma in questa visita, affrontata in affanno come Teheran si è affrettata a ricordargli – «Hormuz è nostro» ha tuonato – c’è anche tutta la nuova strategia americana, messa per iscritto nel Nss di dicembre, di scendere a patti (leonini) con le altre grandi potenze, cioè Cina e Russia, in un mondo spartito in zone d’influenza. Questo fa di Pechino un potenziale partner col quale ci si può mettere d’accordo. In un “deal” tutte le pedine intermedie sono poi spendibili, se il prezzo è giusto. Anche Taiwan. Anche Kiev. E gli alleati, asiatici o europei? Servono molto meno. Se non per raccattare i cocci, a richiesta. Non hanno nemmeno un autocrate inossidabile, e ammirato, a rappresentarli. Ben venga invece il G2. Inaugurato a Pechino, magari ci sarà posto anche per Vladimir. Addio al G7. Donald ha fatto sapere che parteciperà in video. Anche se cambiasse idea, Mario Draghi ha ragione: l’Europa è rimasta sola. Deve correre ai ripari. Presto. Gli altri non aspettano.


I destini incrociati

Una riforma europea vuole cambiare le regole sulla disoccupazione dei frontalieri: in futuro l’indennità verrebbe pagata dal Paese dell’ultimo impiego e non più da quello di residenza. Per la Svizzera si profila un cambio di paradigma, con costi e nodi politici ancora aperti 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

Iran, commercio e Intelligenza artificiale: il summit di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump riflette le priorità dei due grandi rivali, accomunati da una accesa competizione su ogni fronte ma anche dal bisogno di affrontare assieme l’incertezza globale. L’Iran è in cima all’agenda di entrambi perché Trump ha bisogno di chiudere la guerra con un successo e il negoziato per ottenerlo è affidato al Pakistan, braccio di Pechino, così come a Xi serve il petrolio di Teheran per sostenere il proprio pil e dunque ha interesse a far cessare le ostilità, liberando la circolazione a Hormuz. L’ostacolo maggiore, per entrambi, sono i Guardiani della rivoluzione che ora comandano a Teheran, fino al punto da aver trasformato la Repubblica islamica in una dittatura militare, e dunque non possiamo escludere che Xi e Trump tentino di concordare una transizione capace di far coincidere gli interessi energetici cinesi con quelli strategici americani. Anche perché Pechino sulla necessità di impedire a Teheran di diventare una potenza nucleare ha sempre avuto, sin dai tempi di Barack Obama,una posizione assai simile a Washington. E sul tavolo delle crisi regionali non c’è solo l’Iran perché la Cina si offre di mediare anche in Ucraina — aver fatto arrivare a Vladimir Putin oltre 15000 soldati nordcoreani significa essere entrata in partita — mentre la sua priorità resta la riunificazione con Taiwan: Xi è determinato “a dirlo con chiarezza a Trump” secondo fonti diplomatiche a Pechino.

Il secondo tavolo dei leader che si incontrano per la prima volta dal 2017 è il commercio: la contesa sui dazi si sovrappone all’ipotesi di commesse da capogiro perché Trump ha bisogno di riequilibrare il deficit bilaterale così come per Xi è impellente continuare a vendere in America per sostenere una crescita che stenta, creandogli seri rischi in un sistema di governo che non tollera scosse.

Ad accomunare crisi regionali e commercio è l’approccio opposto dei leader rivali perché il presidente americano ha fretta di ottenere risultati capaci di essere visibili, percepiti negli Usa in tempo utile per le elezioni di Midterm, a novembre, per il rinnovo parziale del Congresso mentre il leader cinese ha un orizzonte assai più lungo perché punta a raggiungere il primato della ricchezza entro metà secolo. Sullo sfondo di una competizione serrata perché Xi ha l’ambizione di costruire un nuovo ordine multipolare capace di trasformare l’Occidente in una reliquia della Storia mentre Trump è convinto di poterlo fronteggiare eridimensionare con un contenimento globale, dall’Indo-Pacifico al Mediterraneo.

C’è però il terzo, e più decisivo, tavolo del summit attorno al quale Trump e Xi siedono con evidente grinta ma anche con la consapevolezza di avere bisogno l’uno dell’altro e, soprattutto, di non avere entrambi troppo tempo a disposizione. Si tratta dell’Intelligenza artificiale perché quando, pochi giorni fa, il vicepresidente JD Vance ha chiamato alla Casa Bianca i ceo dei giganti della Silicon Valley per discutere di “Mythos” si è trovato davanti ad una sorpresa che allarma Washington quanto Pechino. “Mythos”, infatti, è il più recente modello di IA, annunciato da Anthropic il 7 aprile, con la capacità straordinaria di correggere le vulnerabilità di ogni software ad un ritmo mai visto. Ciò significa che l’IA per la prima volta è in grado di migliorarsi da sola, schiudendo le porte a un’accelerazione della rivoluzione digitale di tale portata da indurre Anthropic a non renderla pubblica, temendone le conseguenze. Washington e Pechino, protagoniste della sfida per la leadership nell’IA, si rendono così conto che una pericolosa linea rossa è stata superata e dunque si impone l’urgenza di una sorta di pax digitale.

Anche perché, se guardiamo da vicino tale competizione sulla mappa delle nuove tecnologie, ci accorgiamo che nessuno dei due Grandi può fare a meno dell’altro: se Pechino controlla gran parte dell’estrazione delle terre rare, dall’Estremo Oriente all’Africa, Washington è in netto vantaggio sulle manifatture dei microchip grazie a California e Taiwan; se nella creazione di data center Usa e Cina sono testa a testa, gli i-cloud più potenti sono a stelle e strisce mentre la tecnologia cinese, come insegna TikTok, ha dei luoghi impenetrabili per gli occidentali così come le università cinesi hanno un vantaggio schiacciante nel numero annuale di laureati nelle materie scientifiche. Insomma, è il terreno dell’IA che dimostra in maniera lampante come Cina e Usa abbiano bisogno di quella capacità di “cooperare nella competizione” che si era già affacciata durante la prima amministrazione Trump e viene ora ribadita da crisi regionali che rischiano di trasformarsi in guerre permanenti a bassa intensità e dalla necessità di un riequilibrio del commercio globale. Ecco perché Elizabeth Economy, la sinologa più apprezzata nei centri studi di Washington, osserva che “il risultato più importante per Trump e Xi è che il summit si svolga” consentendo a entrambi di avere l’interlocutore indispensabile — anche se forse non troppo gradito — per affrontare la transizione globale.


Al Aqsa, sfida allo status quo

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Di Michele Giorgio, il manifesto

Alla vigilia della Marcia delle bandiere, momento clou delle celebrazioni dell’ultradestra israeliana per il Giorno di Gerusalemme, Yitzhak Wasserlauf, ministro per lo sviluppo delle aree periferiche, ieri è entrato sulla Spianata della moschea di Al Aqsa e vi ha pregato in violazione dello status quo del sito religioso, terzo luogo santo dell’Islam, «per il bene del popolo di Israele, per i soldati delle Forze armate e per la guarigione di tutti i feriti». Wasserlauf ha esortato il pubblico a visitare e pregare sulla Spianata, considerata dai religiosi ebrei il luogo dove sorgeva il biblico Tempio, per assistere a quella che ha definito la «rivoluzione» contro regole e intese internazionali messa in moto dal ministro della Sicurezza, Itamar Ben Gvir. «È commovente vedere ogni volta tanti ebrei pregare sul Monte del Tempio», ha affermato Wasserlauf, per sottolineare la fine di fatto del divieto per gli ebrei di pregare nel sito islamico, nel quadro dell’intesa del 1967 con la Giordania – custode dei luoghi santi islamici e cristiani a Gerusalemme – secondo la quale i musulmani pregano sulla Spianata, gli ebrei al Muro del Pianto e i cristiani al Santo Sepolcro.

All’inizio di quest’anno, la polizia israeliana aveva permesso per la prima volta di portare sulla Spianata fogli guida per le preghiere ebraiche, in una decisiva deviazione dallo status quo. A febbraio, le autorità israeliane hanno esteso di un’ora l’orario di visita mattutino per gli ebrei durante il Ramadan, approvando per la prima volta una misura di questo tipo nei giorni del mese sacro islamico.

Wasserlauf, con la sua «visita», ha voluto anche confermare indirettamente che l’obiettivo è quello di scardinare in via definitiva le intese con la Giordania e di portare la Spianata di Al Aqsa a una situazione analoga a quella di Hebron. Nel 1994, nella città della Cisgiordania meridionale, dopo la strage di 30 palestinesi compiuta dal colono israeliano Baruch Goldstein, il sito della Tomba dei Patriarchi, rimasto per secoli sotto il controllo delle autorità islamiche, fu diviso in due parti tra ebrei e musulmani. Una «spartizione» della Spianata, già luogo di stragi di palestinesi, potrebbe innescare una crisi profonda segnata da manifestazioni e scontri violenti a Gerusalemme e in tutto il mondo islamico.

Eppure la destra religiosa israeliana continua a tirare la corda. Ora con maggiore forza, per l’approssimarsi delle elezioni politiche. Previsto ufficialmente il 27 ottobre, il voto potrebbe essere anticipato al primo settembre se la crisi di governo causata dall’uscita dalla maggioranza del partito religioso Degel Hatorah, dovuta alla mancata approvazione della legge che prevede l’esenzione dei giovani ultraortodossi dal servizio di leva, sfocerà, forse già la prossima settimana, nella mozione di sfiducia al premier Netanyahu che stanno preparando i partiti di opposizione. Con elezioni entro qualche mese, gli estremisti di destra, con in testa i coloni, non perderanno occasione per puntare all’escalation contro gli «arabi», cioè i palestinesi, a Gerusalemme e in Cisgiordania.

Un primo test è previsto oggi e domani con il Giorno di Gerusalemme, che celebra l’occupazione della zona Est, palestinese, della città e la sua «riunificazione» sotto controllo israeliano avvenuta durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Lunedì, l’Ong Beyadenu ha chiesto alla polizia di consentire agli ebrei di salire al Monte del Tempio per questo appuntamento annuale, durante il quale il sito è solitamente chiuso agli ebrei in base agli accordi con il Waqf giordano. La richiesta ha ricevuto il sostegno di ministri e parlamentari.

Intanto, a partire da questo pomeriggio fino a notte, migliaia di israeliani, in prevalenza giovani, si recheranno sventolando la bandiera di Israele alla Porta di Damasco, nel cuore della Gerusalemme araba, e da lì andranno verso il Muro del Pianto. La Città Vecchia, abitata in buona parte da palestinesi, sarà vuota, con i negozi chiusi: la popolazione non si muoverà da casa. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le aggressioni ai palestinesi che si avventurano in strada nel Giorno di Gerusalemme.

Coloni all’attacco anche in Cisgiordania, nei pressi di Jaljulia, a nord di Ramallah. Ali Kaabneh, 16 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze militari israeliane intervenute a sostegno dei coloni. Anche in questa occasione i coloni hanno sostenuto di essere entrati nel villaggio per recuperare alcune pecore rubate dai palestinesi. Un pretesto che usano spesso per giustificare le loro scorribande. Nel frattempo, denunciano i palestinesi, sono state rubate 700 pecore a Sinjil.

A Nablus, il ministro israeliano Smotrich, uno dei più oltranzisti del governo Netanyahu, alla testa di migliaia di coloni, si è recato in visita alla Tomba di Giuseppe, auspicando l’instaurazione di una «presenza ebraica permanente» nel sito religioso. «La nostra presenza qui è una chiara dichiarazione che il popolo di Israele sta tornando alle proprie case», ha affermato Smotrich, impegnato a recuperare consensi: i sondaggi lo danno al momento fuori dalla Knesset.

Nell’immagine: Gerusalemme, il ministro israeliano Yitzhak Wasserlauf ieri sulla Spianata delle moschee


Musk, Cook e Mr Nvidia: Big tech sull’Air Force One per Pechino e scatta la corsa agli affari

Una riforma europea vuole cambiare le regole sulla disoccupazione dei frontalieri: in futuro l’indennità verrebbe pagata dal Paese dell’ultimo impiego e non più da quello di residenza. Per la Svizzera si profila un cambio di paradigma, con costi e nodi politici ancora aperti 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Se non otterrà da Xi una svolta nelle relazioni con l’Iran, Trump conta almeno di tornare dalla visita in Cina con una manciata di risultati commerciali per poter rivendicare la vittoria economica. Lo ha ammesso lui stesso, quando smentendo via social di essersi dimenticato a casa il ceo di Nvidia Huang, ha esaltato la delegazione di grandi imprenditori portata al suo seguito: «La prima cosa chi chiederò a Xi sarà aprire il suo Paese, affinché queste persone brillanti possano realizzare le loro magie, portando la Repubblica popolare ancora più in alto».

È una storia lunga e fondamentale anche sul piano politico, perché Trump deve in buona parte la doppia elezione presidenziale proprio al risentimento provocato nella classe media e lavoratrice dalla globalizzazione, con la relativa ondata di trasferimenti all’estero dell’occupazione nel settore manifatturiero. Senza l’enorme successo ottenuto dalla Cina, Donald probabilmente non sarebbe mai comparso nei radar degli americani. Ora però deve mantenere la promessa di essere l’unico in grado di invertire questo fenomeno, cosa che non sta accadendo, perché almeno finora i posti di lavoro non sono tornati nelle fabbriche e il surplus commerciale cinese è aumentato, anche senza avere più l’accesso di un tempo al mercato americano.

Nell’ottobre scorso lui e il rivale Xi avevano firmato una tregua a Busan, abbassando i nuovi dazi americani sotto la soglia superiore al 100% minacciata da Trump, in cambio della sospensione delle limitazioni imposte dai cinesi sulle forniture di terre rare, essenziali per il settore tecnologico, e perciò usate da Pechino come arma per costringere il capo della Casa Bianca a ripiegare verso ragionevolezza e praticità. L’intesa scade in autunno e la visita sarà l’occasione per iniziare a discuterne il rinnovo. Il presidente americano però vuole di più, perciò si è portato dietro una delegazione di ceo che oltre a Huang e al riabilitato Elon Musk, include anche Tim Cook di Apple, Larry Fink di Blackrock, Stephen Schwarzmann di Blackstone, Kelly Ortberg di Boeing, Brian Sikes di Cargill, Jane Fraser di Citibank, Chuck Robbins di Cisco, Jim Anderson di Coherent, H Lawrence Culp di GE Aerospace, David Solomon di Goldman Sachs, Jacob Thaysen di Illumina, Michael Miebach di Mastercard, Dina Powell McCormick di Meta, Sanjay Mehrotra di Micron, Christiano Amon di Qualcomm, Ryan McInerney di Visa. Un gruppo selezionato dove c’è tutto, dalle banche ai fondi di investimento, passando per tecnologia digitale e spazio.

Trump vorrebbe che la Cina si aprisse davvero a queste aziende, senza le pretese avanzate finora su partecipazioni societarie e condivisione delle tecnologie. Il suo sogno poi sarebbe che la produzione tornasse negli Usa, ma tale sembra destinato a restare, perché i dazi non bastano a compensare i vantaggi generati dai costi bassi della manodopera, per non parlare del fatto che i giovani americani non muoiono dalla voglia di riandare in fabbrica.

Nel frattempo il presidente vorrebbe tornare negli Usa con l’impegno della Repubblica popolare a comprare beni americani per almeno 30 miliardi di dollari, dalla soia coltivata dagli agricoltori del Midwest agli aerei della Boeing. Per rendere questi scambi più costanti e strutturati, Washington punta a creare un Board of Trade e un Board of Investment, affinché i due governi abbiano gli strumenti per proseguire e intensificare gli scambi. Altre volte, però, Xi ha promesso acquisti mai fatti, e con il surplus commerciale salito sopra i 1.200 miliardi di dollari, ha dimostrato di poter rimpiazzare il mercato Usa con altri, colpiti e irritati dai dazi. L’America invece non può ancora fare a meno delle terre rare cinesi, per quanto stia cercando di rimpiazzarle, perciò rischia di trovarsi in mano meno carte di quelle vantate da Trump.