Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo
Di Lorenzo Lamperti, La Stampa
Un tempo, era conosciuto soprattutto come «il marito di Peng Liyuan», la moglie soprano. Oggi, Xi Jinping è secondo molti il leader più potente del globo. «Nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento e non prendere mai il comando», recitava il vecchio mantra di Deng Xiaoping. La Cina di Xi invece «osa lottare» per realizzare il suo «sogno», perché sente che il suo momento è arrivato.
Il sogno cinese
La “nuova era” parte da Qufu. Nel 2013, la cittadina natale di Confucio è meta di una delle prime “ispezioni” di Xi dopo la nomina a segretario generale del Partito comunista e presidente della Repubblica Popolare. Per decenni, Pechino aveva guardato con sospetto il pensiero confuciano, associandolo al passato imperiale che Mao Zedong voleva distruggere. Xi ha scelto di recuperarlo. Con lui, il Partito non trae più legittimità dalla promessa rivoluzionaria o dalla lotta di classe, ma dalla continuità storica della civiltà cinese. Il marxismo è stato progressivamente assorbito dentro una narrazione più ampia, nazionalista e civilizzatrice. Un melting pot ideologico in cui Xi si propone custode della rinascita storica della Cina dopo il «secolo delle umiliazioni». Qui nasce il “sogno cinese” di Xi: non semplice crescita economica, ma ritorno della Cina al centro del mondo. «La civiltà cinese è l’unica ininterrotta da millenni», ripete spesso Xi, che lo ricordò anche a Donald Trump nella sua precedente visita a Pechino del 2017.
L’economia
Questa trasformazione si riflette nell’economia. Per decenni, la Cina è stata «la fabbrica del mondo», il luogo dove si produceva a basso costo per i consumatori occidentali. Xi ritiene, però, che quel modello sia arrivato al limite e parla di «superamento dell’ossessione del Pil». L’obiettivo è trasformare la Cina da piattaforma industriale dipendente dalle esportazioni a potenza tecnologica autonoma e autosufficiente. Ma la realtà è che il motore cinese resta ancora fortemente trainato dall’industria e dall’export. Nel 2025, la Cina ha registrato un surplus commerciale record di circa 1,19 trilioni di dollari. È il segnale più evidente della sua gigantesca supremazia manifatturiera. Pechino produce ormai quantità enormi di auto elettriche, pannelli solari, batterie, acciaio, chimica avanzata e componenti industriali. Dentro questa trasformazione industriale, le terre rare sono diventate il simbolo della nuova potenza cinese. Per anni considerate un dettaglio tecnico della globalizzazione, oggi rappresentano una vera arma geopolitica. La Cina domina la raffinazione mondiale di materiali fondamentali per elettronica, difesa, auto elettriche, turbine e missili.
Società
Dietro i numeri, non mancano le tensioni sociali. Nel 2026 circa 12,7 milioni di laureati entreranno nel mercato del lavoro. È una massa enorme di giovani spesso altamente qualificati, ma alle prese con un’economia meno dinamica rispetto al passato. Molti ragazzi cresciuti durante il boom economico stanno sperimentando una realtà diversa da quella promessa ai loro genitori. È anche per questo che negli ultimi anni sono esplosi fenomeni come lo “sdraiarsi”: giovani che rifiutano la competizione estrema del modello cinese, rinunciando volontariamente alla corsa ossessiva a carriera, casa e successo sociale. Xi guarda con preoccupazione a queste tendenze, considerate una minaccia, visto anche il continuo crollo dei matrimoni che si ripercuote sul calo demografico. Un circolo vizioso che frena il grande obiettivo di aumentare i consumi interni.
Controllo e diritti
Xi ha risposto rafforzando il controllo interno. La campagna anticorruzione permanente ha eliminato decine di quadri del Partito e ha disarticolato le correnti. L’esercito è stato ripetutamente epurato: durante il terzo mandato di Xi sono stati rimossi 5 componenti della Commissione militare centrale su 7. La campagna di “rettificazione” delle Big Tech ha colpito figure come Jack Ma e ridimensionato l’autonomia delle grandi piattaforme digitali, riorientandone le attività nei settori ritenuti strategici dallo Stato. Gli spazi di associazionismo indipendente si sono ridotti. Secondo Reporters Senza Frontiere, a fine 2025 erano detenuti 123 giornalisti. Nelle regioni di frontiera come Xinjiang e Tibet, le minoranze vengono “sinizzate” per garantire la sicurezza nazionale, concetto sempre più ampio e prioritario.
Politica estera
Al posto delle tradizionali «opportunità strategiche», Xi ripete spesso che la Cina ha di fronte «sfide», «turbolenze» e «rischi». Questo clima influenza anche la politica estera, diventata più attiva rispetto a quella del passato. La Cina vuole essere percepita come alternativa stabile a un’America considerata in declino e frammentata. I numeri diplomatici raccontano bene questa trasformazione: dal 2013 i leader stranieri hanno visitato la Cina 894 volte, contro 619 visite negli Stati Uniti. La partnership con la Russia di Vladimir Putin è uno degli assi centrali di questa strategia. Xi e Putin si sono incontrati decine di volte, più di qualsiasi altra coppia di leader mondiali contemporanei. Ma la relazione sino-russa resta profondamente pragmatica. La dissoluzione dell’Unione Sovietica è una lezione che Xi non ha mai dimenticato. Per questo, la Cina evita accuratamente alleanze formali rigide e cerca soprattutto di costruire reti globali flessibili, con priorità al cosiddetto Sud globale. Pechino offre infrastrutture, commercio e investimenti senza imporre condizioni ideologiche.
Xi sa che il potere globale si gioca anche sul piano narrativo. Ed è convinto che l’instabilità causata da Trump rafforzi la sua storia,dentro e fuori i confini della sua Cina.