Cina, il giano bifronte: da fabbrica a basso costo a superpotenza tecnologic

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Di Lorenzo Lamperti, La Stampa

 

Un tempo, era conosciuto soprattutto come «il marito di Peng Liyuan», la moglie soprano. Oggi, Xi Jinping è secondo molti il leader più potente del globo. «Nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento e non prendere mai il comando», recitava il vecchio mantra di Deng Xiaoping. La Cina di Xi invece «osa lottare» per realizzare il suo «sogno», perché sente che il suo momento è arrivato.

Il sogno cinese

La “nuova era” parte da Qufu. Nel 2013, la cittadina natale di Confucio è meta di una delle prime “ispezioni” di Xi dopo la nomina a segretario generale del Partito comunista e presidente della Repubblica Popolare. Per decenni, Pechino aveva guardato con sospetto il pensiero confuciano, associandolo al passato imperiale che Mao Zedong voleva distruggere. Xi ha scelto di recuperarlo. Con lui, il Partito non trae più legittimità dalla promessa rivoluzionaria o dalla lotta di classe, ma dalla continuità storica della civiltà cinese. Il marxismo è stato progressivamente assorbito dentro una narrazione più ampia, nazionalista e civilizzatrice. Un melting pot ideologico in cui Xi si propone custode della rinascita storica della Cina dopo il «secolo delle umiliazioni». Qui nasce il “sogno cinese” di Xi: non semplice crescita economica, ma ritorno della Cina al centro del mondo. «La civiltà cinese è l’unica ininterrotta da millenni», ripete spesso Xi, che lo ricordò anche a Donald Trump nella sua precedente visita a Pechino del 2017.

L’economia

Questa trasformazione si riflette nell’economia. Per decenni, la Cina è stata «la fabbrica del mondo», il luogo dove si produceva a basso costo per i consumatori occidentali. Xi ritiene, però, che quel modello sia arrivato al limite e parla di «superamento dell’ossessione del Pil». L’obiettivo è trasformare la Cina da piattaforma industriale dipendente dalle esportazioni a potenza tecnologica autonoma e autosufficiente. Ma la realtà è che il motore cinese resta ancora fortemente trainato dall’industria e dall’export. Nel 2025, la Cina ha registrato un surplus commerciale record di circa 1,19 trilioni di dollari. È il segnale più evidente della sua gigantesca supremazia manifatturiera. Pechino produce ormai quantità enormi di auto elettriche, pannelli solari, batterie, acciaio, chimica avanzata e componenti industriali. Dentro questa trasformazione industriale, le terre rare sono diventate il simbolo della nuova potenza cinese. Per anni considerate un dettaglio tecnico della globalizzazione, oggi rappresentano una vera arma geopolitica. La Cina domina la raffinazione mondiale di materiali fondamentali per elettronica, difesa, auto elettriche, turbine e missili.

Società

Dietro i numeri, non mancano le tensioni sociali. Nel 2026 circa 12,7 milioni di laureati entreranno nel mercato del lavoro. È una massa enorme di giovani spesso altamente qualificati, ma alle prese con un’economia meno dinamica rispetto al passato. Molti ragazzi cresciuti durante il boom economico stanno sperimentando una realtà diversa da quella promessa ai loro genitori. È anche per questo che negli ultimi anni sono esplosi fenomeni come lo “sdraiarsi”: giovani che rifiutano la competizione estrema del modello cinese, rinunciando volontariamente alla corsa ossessiva a carriera, casa e successo sociale. Xi guarda con preoccupazione a queste tendenze, considerate una minaccia, visto anche il continuo crollo dei matrimoni che si ripercuote sul calo demografico. Un circolo vizioso che frena il grande obiettivo di aumentare i consumi interni.

Controllo e diritti

Xi ha risposto rafforzando il controllo interno. La campagna anticorruzione permanente ha eliminato decine di quadri del Partito e ha disarticolato le correnti. L’esercito è stato ripetutamente epurato: durante il terzo mandato di Xi sono stati rimossi 5 componenti della Commissione militare centrale su 7. La campagna di “rettificazione” delle Big Tech ha colpito figure come Jack Ma e ridimensionato l’autonomia delle grandi piattaforme digitali, riorientandone le attività nei settori ritenuti strategici dallo Stato. Gli spazi di associazionismo indipendente si sono ridotti. Secondo Reporters Senza Frontiere, a fine 2025 erano detenuti 123 giornalisti. Nelle regioni di frontiera come Xinjiang e Tibet, le minoranze vengono “sinizzate” per garantire la sicurezza nazionale, concetto sempre più ampio e prioritario.

Politica estera

Al posto delle tradizionali «opportunità strategiche», Xi ripete spesso che la Cina ha di fronte «sfide», «turbolenze» e «rischi». Questo clima influenza anche la politica estera, diventata più attiva rispetto a quella del passato. La Cina vuole essere percepita come alternativa stabile a un’America considerata in declino e frammentata. I numeri diplomatici raccontano bene questa trasformazione: dal 2013 i leader stranieri hanno visitato la Cina 894 volte, contro 619 visite negli Stati Uniti. La partnership con la Russia di Vladimir Putin è uno degli assi centrali di questa strategia. Xi e Putin si sono incontrati decine di volte, più di qualsiasi altra coppia di leader mondiali contemporanei. Ma la relazione sino-russa resta profondamente pragmatica. La dissoluzione dell’Unione Sovietica è una lezione che Xi non ha mai dimenticato. Per questo, la Cina evita accuratamente alleanze formali rigide e cerca soprattutto di costruire reti globali flessibili, con priorità al cosiddetto Sud globale. Pechino offre infrastrutture, commercio e investimenti senza imporre condizioni ideologiche.

Xi sa che il potere globale si gioca anche sul piano narrativo. Ed è convinto che l’instabilità causata da Trump rafforzi la sua storia,dentro e fuori i confini della sua Cina.


Iran, il contro-bombardamento è l’inflazione negli Usa: +3,8%

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Di Francesca Luci, il manifesto

“Bing, Bing, Gone”: Trump pubblica immagini generate dall’IA che mostrano un attacco laser contro un aereo iraniano dopo aver respinto la proposta di Teheran. La Casa Bianca accusa il mediatore pakistano di tradimento. L’inflazione americana prende il volo e il prezzo del petrolio continua a salire. Trump, frustrato valuta la ripresa delle operazioni militari, mentre i leader iraniani promettono una risposta esemplare a qualsiasi aggressione.

L’inflazione negli Stati Uniti raggiunge il 3,8% ad aprile, il livello più alto degli ultimi tre anni. La guerra con l’Iran ha un costo stimato di 29 miliardi di dollari e fa schizzare i prezzi dei carburanti oltre il 50%, la benzina tocca i 4,50 dollari al gallone e il gasolio raggiunge i 5,64 dollari. Il 58% degli elettori americani disapprova la gestione dell’inflazione di Trump, che ha proposto la sospensione delle tasse federali sui carburanti per alleviare le difficoltà delle famiglie.

LA TREGUA che doveva portare alla fine del conflitto traballa sull’orlo del precipizio. La risposta iraniana alla proposta americana è stata liquidata come «spazzatura». Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso e i mercati energetici si contorcono di paura.

«Non abbiamo chiesto concessioni», ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri iraniano Esmail Baghaei, affermando che il suo Paese rivendica solo i «legittimi diritti» della nazione. Ma Trump non vede diritti: vede una lista di pretese esorbitanti.

«ERANO D’ACCORDO con noi sulla rimozione dell’uranio arricchito», ha detto Trump, «ma hanno cambiato idea perché non l’hanno messo nel documento». Il vero nodo tra le parti è che l’Iran possiede oltre 440 kg di uranio arricchito fino al 60% di purezza. Trump, in accordo con il primo ministro israeliano Netanyahu, vuole che questo materiale venga rimosso dal territorio iraniano. L’Iran, invece, nella sua controproposta non ha nemmeno incluso il tema.

La leadership iraniana è convinta di essere in una posizione di potere per trattare, respingendo le pretese di capitolazione nucleare di Trump. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha rafforzato questo messaggio: «Se si parla di dialogo o negoziazione, ciò non significa resa o ritirata. L’obiettivo è sostenere i diritti della nazione iraniana e difendere gli interessi nazionali con forza risolutiva». Mentre Ghalibaf, presidente del parlamento, ha aggiunto: «Le nostre forze armate sono pronte a rispondere a qualsiasi aggressione».

I PROSSIMI PASSI risultano delicati per l’amministrazione americana. Secondo i media americani, sul tavolo variano da operazioni speciali per asportare l’uranio – idea israeliana che Trump ritiene troppo rischiosa – fino al riavvio dei bombardamenti, colpendo i restanti bersagli militari individuati ma non ancora attaccati.

Tuttavia, molto probabilmente gli americani non intraprenderanno azioni importanti prima del viaggio di Trump a Pechino questa settimana. Gli Usa hanno annunciato nuove sanzioni contro dodici individui e società per aver facilitato le vendite di petrolio iraniano alla Cina: un messaggio, ma non una bomba.

Gli Stati uniti sperano che la Cina, maggior acquirente di petrolio iraniano, eserciti pressione su Teheran. Ciò è diventato necessario anche dopo che le nuove rivelazioni hanno messo in dubbio la credibilità dei mediatori pakistani. Secondo fonti di intelligence americane e rapporti citati da Cbs News, il Pakistan avrebbe consentito all’Iran di trasferire e proteggere velivoli militari e da ricognizione nella base aerea di Nur Khan, vicino a Rawalpindi, per sottrarli a possibili attacchi statunitensi o israeliani.

Nonostante la smentita di Islamabad, le tensioni rimangono alte. L’influente senatore conservatore Lindsey Graham chiede di «rivalutare» il ruolo del Pakistan, mentre ambienti della Casa Bianca parlano apertamente di «tradimento» da parte di Islamabad. Lo staff presidenziale dubita che i pakistani abbiano davvero comunicato agli iraniani la serietà delle minacce.

IL CAPO DI UNOPS, l’agenzia delle Nazioni Unite per i progetti di sviluppo, pace e assistenza umanitaria, Jorge Moreira da Silva, ha lanciato un avvertimento: «Abbiamo poche settimane per prevenire una massiccia crisi umanitaria. Potrebbero essere costrette alla fame e alla morte 45 milioni di persone in più». Il blocco dello Stretto mantiene bloccati i carichi di fertilizzanti.

Il Ceo del colosso Saudi Aramco, Amin H. Nasser, ha definito lo shock energetico «il più grande che il mondo abbia mai sperimentato». Anche se lo Stretto riaprisse domani, occorrerebbero mesi per il riequilibrio del mercato. Se il blocco continuasse, la normalizzazione non avverrebbe prima del 2027, con una perdita di circa 100 milioni di barili di petrolio ogni settimana.

IL PARADOSSO È che entrambe le parti affermano di volere la pace: Trump sostiene di dare «ogni possibilità alla diplomazia», mentre l’Iran dice di restare «disponibile al dialogo». Nel frattempo le navi evitano lo Stretto di Hormuz e il prezzo del petrolio continua a salire.


Il nuovo ordine del disordine

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Tutto nasce dal caos. Poi arrivarono la luce e il buio, la terra e il mare, gli dèi, gli uomini, le leggi, gli imperi, le banche centrali, i summit Nato e persino le call su Zoom. L’ordine aveva prevalso. O almeno così ci raccontano le grandi cosmologie, dalla Genesi a Esiodo fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Quello che si sono dimenticate di dirci è che il fenomeno è reversibile: il caos torna. Quasi sempre senza avvisare.

Basta poco, in fondo: è sufficiente che il mondo perda il proprio ordinatore di turno – padreterno, imperatore o poliziotto globale a stelle e strisce che sia – perché si apra il vuoto. Gli Stati Uniti avevano provato a tenere le redini del pianeta e per qualche decennio ci erano anche riusciti, tra portaerei, dollari e McDonald’s in ogni quartiere. Oggi conservano una potenza immensa, ma non riescono più a tradurla in controllo stabile. Chi cresce – la Cina – accumula tecnologia, influenza e muscoli geopolitici a velocità industriale, ma non è ancora in grado di convertire tutta quella massa in un ordine alternativo coerente e riconoscibile per tutti. È lì, nel grande spazio sospeso tra chi non può più e chi non può ancora, che il caos torna ad accomodarsi. Esattamente nel punto della storia in cui ci troviamo noi, intenti a gestire l’ansia del cambiamento, un tweet alla volta.

E dire che i greci ce lo avevano già spiegato benissimo: il caos non è sinonimo di catastrofe, apocalisse o di gente che assalta i supermercati per fare scorte di tonno in scatola e carta igienica. È piuttosto una distesa di possibilità ancora senza mappe, regole o dogane. Il problema è che noi, ossessionati dal controllo e assai meno pazienti di Socrate, non sopportiamo più l’idea di abitare un mondo che non possiamo governare. Così, siccome il caos non riusciamo né a eliminarlo né a ordinarlo, abbiamo deciso di usarlo. Ed è questa la cifra più sottile del nostro tempo: se non si può portare ordine a casa nostra, tanto vale consegnare il disordine direttamente a domicilio altrui. Il conflitto tra potenze in versione Amazon Prime. Meno nobile, certo. Ma apparentemente molto più pratico.

La Russia è maestra del mestiere. Da anni lavora sulle fratture europee con precisione certosina: propaganda, cyberattacchi, rubli ai populismi da Parigi a Budapest, pressione energetica e disinformazione industriale. Ma Stati Uniti e Cina non sono certo da meno quando si tratta di sabotarsi l’uno l’altro, tra accerchiamenti strategici, ricatti commerciali e riarmi che fanno tremare insieme polsi e bilanci. Ognuno impegnato a rompere le uova nel paniere altrui molto più di quanto riesca a tenere in ordine il proprio.

In questo quadro, perfino le guerre cambiano funzione. Non servono più necessariamente a vincere, ma a mantenere l’avversario abbastanza occupato, stressato, polarizzato e dissanguato da impedirgli di rimettere insieme i propri cocci domestici. Un logorio a fuoco lento, somministrato reciprocamente in dosi misurate, come dimostrano l’Ucraina, il Golfo, Taiwan, il Levante e buona parte delle tensioni che attraversano oggi il pianeta.

Se però l’origine del caos è strutturale, storica e probabilmente inevitabile, è altrettanto vero che oggi trova interpreti particolarmente spregiudicati. Leader che si percepiscono come figure eccezionali di una fase irripetibile, decisi a cavalcare il disordine con la sicumera di chi si è già prenotato un posto nei libri di storia. Convinti che il vecchio mondo sia morto e che soltanto loro abbiano la forza di traghettare il proprio popolo oltre l’imprevedibile tempesta del presente. Una schiera di Mosè contemporanei armati di bastone nucleare, intelligenza artificiale e culto della personalità, in marcia verso una terra promessa che forse non vedranno mai personalmente, ma che certamente porterà il loro nome scolpito sugli archi di trionfo.

Putin è persuaso di star salvando la Russia dalla dissoluzione storica e dall’irrilevanza perpetua; Trump ha deciso di rifondare l’America demolendola pezzo per pezzo; Netanyahu agisce come se Israele fosse costantemente a trenta secondi dalla fine della civiltà e Xi Jinping ha trasformato la Cina in una gigantesca macchina di controllo ideologico, dove ogni purga è pura igiene patriottica. Un esclusivo club del “dopo di me, il diluvio” che negli ultimi anni ha fatto incetta di iscritti – chi prima chi dopo – dall’India all’Argentina, dalla Turchia all’Ungheria, passando per Brasile e Corea del Sud.

Figure diversissime, con obiettivi spesso incompatibili, accomunate però dalla pericolosa convinzione di essere investite di una missione eccezionale, sospesa tra il profetico e il martirio autocelebrativo, purché ben remunerato. Del resto, di fronte alla grandezza del compito – divino o storico che sia – che sarà mai un’elezione persa, una costituzione aggirata o qualche centinaio di migliaia di morti in più? Con il mondo così sottosopra, è perfino possibile che qualcuno di loro riesca davvero nel proprio intento. La storia, come sempre, distribuirà assoluzioni e necrologi a tempo debito. In attesa del verdetto, però, è difficile ignorare il pericolo enorme prodotto da chi usa il caos come strumento politico, finendo inevitabilmente per moltiplicarlo, mentre l’avvento del famoso nuovo ordine latita ancora.

Volendo parafrasare la vecchia massima secondo cui i politici pensano alle prossime elezioni mentre gli statisti alle prossime generazioni, il sospetto è che i nostri “agenti del caos” contemporanei abbiano preso la lezione un po’ troppo alla lettera. Se questo è il prezzo dei nuovi messia, è meglio avere qualche visionario in meno e qualche semplice politico in più.


Lionel Barber: “La Brexit ci ha reso una nazione instabile guidata da politici mediocri”

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Lionel Barber, 71 anni, di cui 16 come direttore del Financial Times fino al 2020: francamente, lei cosa ne pensa di Keir Starmer?

«È un leader di second’ordine e un terribile comunicatore di terz’ordine. Non ha i fondamentali per essere un leader. Non sa raccontare una storia. Non convince nessuno ed è circondato da persone mediocri. È un politico sintetico, non naturale. I britannici non lo amano: Sir Keir è una persona rispettabile, ma non lega con la gente comune. È un ex procuratore, un legale, uno che piace più ai giudici che alla giuria».

Quindi quello di Starmer è innanzitutto un problema di comunicazione? Oppure è un politico negato?

«Ovvio che ha anche grossi deficit politici. Non vogliamo un leader performante come Berlusconi, assolutamente no, una persona seria va benissimo. Ma deve sapere parlare al popolo, e poi Starmer ha certamente commesso anche molti errori, soprattutto all’inizio del suo mandato, con la legge di bilancio e i controversi tagli al welfare. Non puoi fare sempre retromarcia, per poi chiedere scusa: gli elettori si accorgono della debolezza di un leader, vedono subito il suo sangue… E tutto ciò nonostante una maggioranza monstre ai Comuni per il Labour. Insomma, in molti si sono progressivamente stufati di Starmer, perché oramai sanno che hanno scelto il leader e premier sbagliato».

Ieri però Starmer ha reagito al “golpe”, in modo sorprendente, e ora sembra resistere.

«Perché a lui non c’è una alternativa ovvia. Non sappiamo davvero chi sono questi rivali. Il Labour è tornato al governo nel 2024, dopo 14 anni di astinenza al potere: non hanno alcuna esperienza pregressa. Nessuno sa se uno tra Burnham, Rayner o Streetingpossa essere davvero meglio di Starmer».

Sir Keir è finito?

«No. È gravemente ferito, ma non ancora politicamente morto. Nonostante la furia di molti elettori, i media contro di lui, tutte le dimissioni di sottosegretari di queste ore, un centinaio di deputati che vogliono cacciarlo, Starmer resiste. Anche perché i suoi rivali sono molto divisi e non hanno il sostegno di almeno 81 deputati, come da regole interne al Labour. Ieri speravano che fosse Sir Keir a fare un passo indietro, dopo la rivolta interna degli ultimi due giorni. Invece, Starmer ha reagito e dunque resisterà ancora un po’. Anche perché, come dice lui stesso, “c’è da essere seri e non possiamo permetterci instabilità, con una pesantissima crisi alle porte, in arrivo dal Medio Oriente”».

Crede che il Regno Unito sia diventato un Paese ingovernabile dopo la Brexit?

«Ingovernabile no. Ma di certo oggi siamo addirittura più instabili dell’Italia. E siamo un Paese spaccato, soprattutto per la radicalizzazione collettiva che ha provocato Brexit, in mano a una classe politica davvero di basso livello. I problemi secondo me arrivano ancora da più lontano, ossia dalla crisi finanziaria del 2008, che ha reso la Gran Bretagna più povera e più debole, basti pensare alla City di Londra che non è più il colosso di una volta. Siamo in un mondo post-globalizzazione, con l’immigrazione diventata un altro tema estremamente divisivo. Ma la Brexit ha prosciugato energia al Regno Unito ed eliminato una generazione molto talentuosa di politici: per questo, incolpo soprattutto Boris Johnson».

Così oggi la Gran Bretagna è meno influente nel mondo, e con la reputazione internazionale danneggiata?

«Sì. Gli investitori ci puniscono, perché l’instabilità politica provoca anche quella finanziaria. Certo, siamo ancora molto attivi in politica estera, vedi con l’Ucraina, nonostante un alleato come gli Stati Uniti trumpiani che vuole umiliarci. Tuttavia, più in generale, siamo diventati un Paese poco serio. Altrimenti, entità irresponsabili come Farage e i Verdi di Zack Polanski non otterrebbero così tanti voti, e gli indipendentisti non avrebbero potuto rivincere in Scozia, dopo i recenti disastri che hanno combinato».

Starmer è uno dei pochi leader di centrosinistra rimasti in Europa. Se cadesse lui, anche il Regno Unito finirebbe nelle braccia della destra, in questo caso Nigel Farage?

«Non credo, ci sono ancora molte incognite. Ma, sì, Farage e il suo partito Reform UK potrebbero entrare in un governo al prossimo giro. Magari in una coalizione di destra con i conservatori. Vede? Siamo diventando sempre più come l’Italia. Ma senza la pasta buona».

Nell’immagine: Lionel Barber


A novant’anni dalla guerra di Spagna

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Ricorre quest’anno il novantesimo anniversario della Guerra di Spagna (17 luglio 1936-1° aprile 1939), generata da un colpo di stato a cui si oppose un popolo deciso a battersi per la libertà e la giustizia sociale. La guerra civile ebbe una forte valenza internazionale, al punto da diventare il laboratorio di un conflitto che di lì a pochi anni avrebbe incendiato l’Europa e il mondo intero. Lo lotta tra fascismo e antifascismo mobilitò a fianco della Seconda Repubblica 35’000 combattenti provenienti da più di 50 Paesi. Inseriti in improvvisate milizie durante l’“estate dell’anarchia”, essi  furono in buona parte inquadrati a partire dall’autunno 1936 nelle Brigate internazionali, integrate a loro volta l’anno successivo nel ricostituito Ejército popular.

La guerra fu totale, combattuta sul piano militare, economico, politico e ideologico, coinvolgendo a sostegno della Repubblica anche le migliori forze della cultura dell’epoca. Il potere mobilitante delle immagini (pittura, fotografia, cinema, grafica cartellonistica) ebbe un potente ruolo propagandistico e pedagogico per la causa democratica, per la resistenza dei soldati e della popolazione civile oltre che negli appelli alla solidarietà internazionale.

In campo repubblicano, su impulso dei vari ministeri, delle organizzazioni politiche e sindacali, ma anche su spontanea iniziativa di vari movimenti sociali, furono prodotti dai 1500 ai 2000 manifesti, che ebbero soprattutto a Barcellona, ma anche a Valencia e Madrid i centri propulsori più vivaci.

Dalla Svizzera partirono circa ottocento volontari antifascisti e un’ottantina dal Ticino. Quest’ultimi sono ricordati al Monte Ceneri dal monumento scolpito da Flavio Paolucci in memoria dei caduti, inaugurato l’8 ottobre 1978, mentre le fonti che documentano l’impegno ideale dei combattenti sono conservate presso la Fondazione Pellegrini Canevascini all’Archivio di Stato. Nel vecchio borgo di Biasca un’opera è dedicata a tre volontari del luogo, all’ingresso del cimitero di Castel S. Pietro un altro mosaico ricorda tre ulteriori combattenti per la libertà.

Grazie alla diligenza con cui conservò l’eredità spirituale del padre Elio, che realizzò sul fronte di Aragona il suo apprendistato di medico al fronte, Mattia Canevascini ha donato all’Associazione degli Amici del Ceneri otto manifesti della Guerra di Spagna per abbellire la sua sede e poter essere ammirati dai suoi visitatori. Ogni immagine è oggi accompagnata da una scheda descrittiva che comprende i dati tecnici essenziali, il contesto, la committenza e l’autore.

I manifesti esposti rappresentano alcuni temi forti della cartellonistica della guerra civile spagnola.

In primo luogo la dimensione internazionale della lotta antifascista e lo sforzo per ricostituire l’esercito popolare. La mostruosità dell’aggressione dei “nazionalisti” guidati dal generale Franco e dei loro sostenitori è sottolineata in diverse opere, anonime o di noti grafici (Jacint Bofarull, Josep Renau, Antonio Cavañate).

Un secondo argomento di grande attualità è costituito dai bombardamenti dell’aviazione nazifascista sulla popolazione civile a Madrid a partire dal novembre 1936 e l’evacuazione di madri e bambini verso zone più sicure: il Levante attorno alla nuova capitale Valencia (in cui si distinse anche “Ayuda suiza” diretta da Rodolfo Olgiati) e la Catalogna. Una regione quest’ultima di tre milioni di abitanti allo scoppio delle ostilità, che accolse nel 1938 circa un milione di rifugiati, attraverso un enorme sforzo di solidarietà.

Tra i temi sociali, in generale ben rappresentati dai manifesti spagnoli (l’accesso alla terra e la socializzazione della proprietà, i diritti e i doveri dei lavoratori, la lotta all’analfabetismo), nella succinta esposizione al Ceneri emerge l’appello per il primo Congresso delle donne catalane nel 1937. Esso raccolse al Palau de la musica 800 delegate di associazioni politiche e sindacali per la costituzione dell’Unió de Dones de Catalunya, che all’insegna del motto “unità e vittoria” svolse un intenso lavoro durante il conflitto, affiancandosi a Mujeres libres di matrice libertaria.

Renato Simoni è storico


L’unanimità per non fare niente: l’ipocrisia dell’Europa su Israele

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Di Widad Tamimi, il manifesto

Il Consiglio affari esteri non è stato solo l’ennesimo esercizio di equilibrismo diplomatico, ma il riflesso di un’Europa profondamente spaccata, che riesce a trovare l’unanimità solo sul «perimetro minimo» della condanna morale, lasciando intatti i nodi strutturali del conflitto.

Il via libera alle sanzioni contro i coloni è stato reso possibile solo dal terremoto politico in Ungheria. Per quasi due anni, il governo di Viktor Orbán aveva bloccato ogni misura contro le colonie illegali. Con il giuramento del nuovo primo ministro Péter Magyar, la delegazione ungherese ha rimosso il veto, permettendo all’Alta rappresentante Kaja Kallas di annunciare il passaggio dallo stallo ai fatti. Tuttavia, Magyar ha già chiarito che Budapest resterà pragmatica e non appoggerà misure più drastiche, segnando una continuità parziale con il passato.

Il vero fallimento politico riguarda la proposta di Spagna, Irlanda e Slovenia di sospendere l’Accordo di associazione Unione europea-Israele. Questo trattato è il cuore dei privilegi commerciali di Tel Aviv in Europa: sospenderlo significherebbe isolare economicamente Israele.

L’idea era di imporre dazi elevati sui beni prodotti in Cisgiordania per «differenziarli» da quelli israeliani. Chiedere che i prodotti provenienti dai territori occupati abbiano certificati di esportazione rilasciati dall’Autorità palestinese. Sebbene queste misure richiedano solo una maggioranza qualificata (e non l’unanimità), la mancanza di appoggio da parte dei principali partner commerciali europei ha fatto slittare ogni decisione a data da destinarsi.

Per bilanciare politicamente le sanzioni ai coloni, il Consiglio ha approvato contestualmente nuove misure contro i vertici di Hamas. Questa «equivalenza» è stata però respinta dal ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar, che ha accusato l’Ue di creare una «distorta equivalenza morale» tra cittadini israeliani e terroristi. Il risultato è che l’Europa si ritrova attaccata da Israele per aver fatto troppo poco, e criticata dalle organizzazioni internazionali (Amnesty in primis) per non aver fatto nulla di concreto.

Mentre la pressione popolare cresce per la tragedia a Gaza e l’espansione del progetto coloniale E1 in Cisgiordania, l’Unione europea sceglie la strada della sanzione individuale e simbolica. La diplomazia lascia così intatti i nodi strutturali che alimentano il conflitto in Medio oriente.

Organizzazioni come Amnesty International accusano Bruxelles di ipocrisia: le sanzioni ai singoli coloni sono «cerotti su una ferita aperta», mentre il sostegno strutturale allo Stato che permette l’espansione dei coloni rimane intatto.

Si punisce la «mela marcia» (il colono violento) per salvare l’intero albero (il rapporto commerciale e politico con lo Stato di Israele). Il Consiglio dell’11 maggio conferma così l’incapacità cronica dell’Ue di agire come attore geopolitico autonomo, preferendo il conforto di una nota stampa unanime all’onere di una scelta coraggiosa.

Nell’immagine: “A bloodthirsty love” di Laika a Bruxelles


Il lungo tramonto dell’America Maga

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Di Alan Friedman, La Stampa

Circa diciotto mesi fa pubblicai un libro nel quale sostenevo che, nel suo secondo mandato, Donald Trump avrebbe accelerato lo smantellamento del sistema multilaterale, scatenato nuove guerre commerciali, aumentato il rischio di conflitti militari, normalizzato la violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e accelerato il declino dell’impero americano, già indebolito da decenni di eccessi strategici e profonde divisioni interne. Scrissi anche che il principale beneficiario di tutto questo sarebbe stata la Cina.

Avrei voluto sbagliarmi.

La seconda presidenza Trump ha fatto esplodere gran parte dell’ordine mondiale costruito nel dopoguerra, ha delegittimato le Nazioni Unite, indebolito la Nato, rafforzato enormemente Russia e Cina e inaugurato un pericoloso Nuovo Disordine Mondiale nel quale la forza prevale sul diritto e il diritto internazionale conta sempre meno.

Per la prima volta nella storia, un presidente degli Stati Uniti ha abbracciato apertamente autocrati, mentre contemporaneamente insultava alleati democratici e indeboliva il sistema di alleanze occidentali che Washington stessa aveva costruito in ottant’anni.

Assistiamo ormai a una rottura profonda con molti dei valori morali e democratici sui quali si fondava l’Occidente del dopoguerra.

Trump ha trattato ripetutamente i più stretti partner del G7, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Canada e Giappone, come servi o avversari. Ha ridotto la fiducia degli alleati nell’Articolo 5 della Nato. Ha indebolito l’Alleanza Atlantica più di qualunque presidente americano dalla sua fondazione nel 1949. E ha finito per offrire agli europei l’argomento più convincente possibile per smettere di contare su Washington e organizzare finalmente una difesa europea autonoma. Da Minneapolis alla Groenlandia, dal Venezuela a Cuba, l’autorità morale degli Stati Uniti, già compromessa da Iraq e Afghanistan, appare oggi profondamente indebolita. Nel 2026, sotto Trump, Washington conserva ben poca credibilità, sia presso gli amici sia presso gli avversari.

E oggi, sullo sfondo di tutto questo, l’America assomiglia a una superpotenza intrappolata nelle sabbie mobili. L’Iran è quelle sabbie mobili.

La follia di una guerra voluta da Benjamin Netanyahu e priva di una logica strategica coerente è ormai evidente a tutti. Trump si è inflitto danni enormi anche sul piano interno, il prezzo della benzina punta verso i cinque dollari al gallone, la stagflazione colpisce l’economia e molto probabilmente in autunno perderà il controllo del Congresso. Ma resta comunque nello Studio Ovale. E governa sempre più attraverso impulso, rabbia, rancore e improvvisazione più che attraverso una strategia coerente.

Proprio come il suo amico Vladimir Putin, convinto di poter assistere a una parata trionfale a Kyiv tre giorni dopo l’invasione del 24 febbraio 2022, anche Donald Trump ha giocato molto male le sue carte da quando ha ordinato gli attacchi contro gli ayatollah il 28 febbraio 2026. Ha scoperto che i Pasdaran, usando con estrema abilità la carta dello Stretto di Hormuz, oggi dispongono di più carte strategiche di lui. Trump appare paralizzato. Non sa più bene come uscirne.

La sua cerchia è dominata da fedelissimi, ideologi radicali ed ex conduttori di Fox News privi di esperienza politica, come Pete Hegseth. Marco Rubio si è ormai completamente subordinato agli istinti politici di Trump, sperando di essere consacrato erede del trumpismo nel 2028 al posto di JD Vance. E poi ci sono figure come Jared Kushner e l’onnipresente Steve Witkoff, uomini d’affari immobiliari il cui ruolo finisce sempre più per confondere diplomazia, interessi privati e fedeltà personale.

L’ultima risposta iraniana ai tentativi sempre più frenetici degli Stati Uniti di ottenere un cessate il fuoco e riaprire lo Stretto di Hormuz rappresenta un’altra significativa umiliazione per Washington. I Pasdaran giocano a scacchi. Trump sembra giocare a dama. O forse a bocce. L’Iran ha usato la leva di Hormuz con notevole abilità strategica. In un solo colpo è diventato il dominus del passaggio marittimo più importante del pianeta. Una potenza regionale in ascesa. Gli Stati Uniti si trovano oggi intrappolati nelle sabbie mobili iraniane.

Ma quando la più grande superpotenza militare del mondo finisce bloccata in uno stallo con una potenza regionale come l’Iran, quello stallo diventa esso stesso una forma di sconfitta. Trump può minacciare nuovi bombardamenti. Può ordinare ulteriori attacchi. Ma almeno per ora appare bloccato. Nel frattempo il suo presunto amico Vladimir Putin continua ad armare e sostenere Teheran mentre dissangua l’Occidente in Ucraina. E l’altro suo presunto amico, Xi Jinping, osserva silenziosamente da Pechino cercando appena di nascondere la propria soddisfazione.

Xi è entusiasta. Questa settimana si prepara ad accogliere Trump a Pechino. In realtà la Cina non ha quasi bisogno di fare nulla. Limitandosi a restare paziente e disciplinata, Pechino sta vincendo la battaglia globale delle narrative contro gli Stati Uniti.

Soft power. Questa è una delle grandi ironie geopolitiche del nostro tempo. L’America, un tempo percepita come garante del diritto internazionale, oggi appare impulsiva, destabilizzante e irresponsabile. La Cina, una brutale dittatura monopartitica che reprime il dissenso e soffoca le libertà interne, riesce invece sempre più a presentarsi all’estero come l’attore razionale, stabile e affidabile. Nel mondo frammentato di oggi, molti Paesi considerano ormai la Cina un partner commerciale più affidabile degli Stati Uniti. È Pechino a parlare il linguaggio della stabilità, della prevedibilità e della continuità economica. È la Cina a invocare pubblicamente il diritto internazionale e il multilateralismo, mentre Washington li ignora quando risultano scomodi. È la Cina a guidare la corsa mondiale nelle energie rinnovabili, nelle auto elettriche, nelle batterie e nella pianificazione industriale strategica.

Per decenni, nonostante tutte le sue ipocrisie, gli Stati Uniti hanno rappresentato qualcosa di più della semplice forza. L’America simboleggiava un sistema di alleanze, regole, istituzioni e valori democratici che, pur applicati in modo imperfetto, hanno garantito un periodo di stabilità e prosperità globale senza precedenti nella storia moderna. Tutto questo oggi sta finendo. Sotto Trump, gli Stati Uniti vengono percepiti sempre meno come una potenza stabilizzatrice e sempre più come una fonte di instabilità globale. In Europa, governi che per generazioni hanno contato istintivamente su Washington iniziano finalmente a contemplare un futuro prossimo nel quale l’America non sarà più considerata affidabile. In Asia, gli alleati cercano di coprirsi le spalle. Nel Sud globale, molti Paesi non vedono più una democrazia-guida, ma un impero in declino che reagisce con rabbia contro la storia stessa.

Nel frattempo, la Cina sorride. Dopo essere stato accolto e blandito questa settimana dalla sofisticata leadership cinese, Trump potrebbe perfino finire per ringraziare Xi Jinping per aver contribuito a convincere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz. Oggi tutto sembra possibile. Pechino ha ricevuto pochi giorni fa il ministro degli Esteri iraniano. Colloqui cordiali, certamente dedicati anche alle guerre in Iran e in Libano e all’imminente visita di Trump in Cina.

La più grande eredità storica di Trump potrebbe essere proprio questa, aver contribuito a trasformare la Cina nell’unica potenza che oggi appare adulta e razionale. Attraverso le sue azioni, Trump ha sostanzialmente abdicato alla leadership americana di quello che un tempo veniva chiamato il “mondo libero”, consegnandone una parte significativa a Pechino. Gratis.

Gli imperi raramente crollano in un singolo momento drammatico. Più spesso declinano lentamente attraverso esaurimento strategico, arroganza e ferite autoinflitte. L’Impero Romano non si svegliò una mattina scoprendo di essere caduto. Semplicemente smise, poco alla volta, di imporre rispetto, disciplina e legittimità. L’impero americano non è ancora finito. Ma manca poco.


Galeotti: “Molti in Russia stanchi della guerra. Ora Putin vuole trattare”

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

«La parata della vittoria del 9 maggio a Mosca è stata un’umiliazione per Putin». Così la pensa Mark Galeotti, tra i massimi esperti di Russia nel Regno Unito, 61 anni, di origine italiana e oltre 20 libri pubblicati a tema.

Perché un’umiliazione, Galeotti?

«Perché, in qualche modo, gli ucraini hanno imposto la loro organizzazione in tono minore, dato il timore di attacchi di Kiev. È davvero sorprendente che Mosca si sia sentita così vulnerabile. Se la si paragona con le parate degli anni precedenti, questa è sembrata piuttosto logora. Anche il discorso di Putin non è stato nulla di memorabile, anzi. Certo ci sono stati tanti riferimenti al passato, all’eroismo sovietico, ma nella seconda parte Putin ha parlato della guerra in Ucraina e ha dovuto farlo anche se non aveva granché da annunciare: ha assicurato che la Russia vincerà ma allo stesso tempo che la guerra in Ucraina potrebbe finire presto. Tutte cose di cui avrebbe fatto volentieri a meno».

Perché?

«Perché l’insoddisfazione a Mosca cresce verso Putin e verso questa guerra».

Crede siano le premesse di un colpo di Stato contro lo zar?

«Non credo proprio, almeno al momento. Ma questa guerra in Ucraina oramai ha raggiunto un punto critico per la Russia: le conquiste oramai sono limitate, si rischiano di perdere altre decine di migliaia di giovani soldati, per non parlare delle città che i russi dovranno ricostruire, una volta ottenutone il controllo».

Pensa che Putin sia stanco di questa guerra?

«Non lo so. Ma di certo, in molti intorno al presidente russo si sono stufati di questa guerra, e credo glielo stiano comunicando. Ma non è facile uscire con onore da una situazione così complessa».

Quanto credito dà alla voci di un Putin sempre più paranoico verso un possibile complotto interno al Cremlino contro di lui?

«Sono molto scettico su queste indiscrezioni tramite “fonti di intelligence europea”. Putin è sempre stato paranoico e oramai gli ucraini compiono sabotaggi a Mosca e nel cuore della Russia. Dalle mie fonti non percepisco un golpe imminente contro Putin: come detto c’è tensione, ma nessuno al momento sembra voler rischiare una mossa contro il presidente, soprattutto se ciò mettesse ancora più in pericolo la patria».

Però la credibilità e l’autorità dello zar in questi ultimi mesi ne sono uscite pesantemente ridimensionate, non trova?

«Assolutamente sì. Ovviamente nessuno osa sfidare apertamente Putin sulla guerra in Ucraina, ma chi lo fa, adotta una modalità più subdola. Come ha fatto il partito del presidente, Russia Unita, che parla di “questioni da affrontare” in vista delle prossime elezioni. E c’è un dossier governativo che gira a Mosca che ragiona su come terminare la guerra in Ucraina e venderla come “un trionfo glorioso”. Allo stesso tempo, però, ci sono altri collaboratori di Putin che vogliono aumentare la pressione bellica, per un’altra mobilitazione nazionale che creerebbe grossi problemi interni. Insomma, non è affatto facile trovare la quadra per il presidente. Anche perché Putin non è affatto un decisionista. Spesso si prende molto tempo per giungere a una conclusione, rimanendo nel guado a lungo».

Sempre due giorni fa, però, Putin ha detto che “la fine della guerra è vicina”. La considera una apertura seria?

«Credo che Putin pensi ancora di vincere, perché comunque sul campo è ancora in vantaggio rispetto agli ucraini. Insomma non è disperato, scenderà difficilmente a compromessi, ma allo stesso tempo è felice di negoziare, anche se non direttamente con Zelensky».

Putin ha citato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder come possibile negoziatore tra Russia e Occidente. È credibile?

«Schroeder aveva legami pericolosi con Mosca, secondo me è un personaggio che l’Ucraina non accetterebbe mai, e tantomeno gli europei. Ma certo è il segnale che Putin vuole che il rapporto con il Vecchio Continente torni quello precedente al 2022, contando magari su leader europei più accondiscendenti verso la Russia, per ritornare a quello status quo, con le sanzioni contro Mosca eliminate».

Come crede che finirà la guerra in Ucraina?

«Tutte le guerre sono politiche, oltre che combattute al fronte. Spesso, più che uccidere i soldati nemici, a essere decisiva è la capacità di rompere la fiducia e la forza di volontà degli avversari, mediante sabotaggi e offensive “psicologiche”, e convincendoli che non vale la pena continuare. Così finirà la guerra in Ucraina».


Se la civiltà corre verso la catastrofe

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Quando si attraversano epoche di rottura avviene sempre che figure e conflitti tendano ad assumere un significato simbolico. Vi sono momenti di crisi per così dire normali, in cui l’Ordine, la Legge si riassestano o riformano per potersi adattare a mutamenti “locali” di situazione e così resistere e durare. Ma altri nei quali la trasformazione è così sistematica, investe così organicamente tutti gli aspetti della vita, da rendere patetico ogni “riformismo” e da costringere a pensare a nuovi Ordini globali. Credo che la nostra epoca abbia questi caratteri catastrofici. Catastrofe significa letteralmente cambiamento radicale di stato. Non è l’apocalisse, poiché nell’idea di apocalisse vi è il Giudizio divino che mette fine alla storia – e però ci somiglia, ne avverte in qualche modo la tremenda imminenza. E noi, credo, per citare un verso del Faust di Goethe, ci sentiamo, tra lo sgomento e la paura, maturi a un tale Giorno.

Nulla più continua sulle tracce del tempo passato. La Tecnica che irrefrenabilmente sconvolge le nostre forme di vita non è semplicemente una nuova espressione dell’Homo technicus. Essa pone l’uomo stesso, la sua evoluzione biologica, a oggetto del proprio potere di manipolazione e trasformazione. Così un’altra Intelligenza rispetto a quella umana sarà chiamata a programmare istituzioni, comportamenti, la nostra stessa immaginazione. Un’analoga metamorfosi sta terremotando la geopolitica; gli equilibri tra i grandi spazi che avevano caratterizzato il secondo Dopoguerra non reggono evidentemente più. All’affermazione della realtà imperiale cinese occorre aggiungere la crescita dello spazio economico, tecnologico, politico del continente indiano. E la possibilità di giungere a una pace americano-occidentale-israeliana in Medio-oriente dimostra ogni giorno di più, con le guerre e i massacri che costa, la propria radicale infondatezza. O si giunge a un accordo, a una rete di trattati multipolari, che nulla hanno più a che fare con la Yalta di un tempo, oppure, se la follia ci guida a perseguire l’obbiettivo di uno Stato mondiale, l’attuale catastrofe produrrà l’Apocalisse.

E, infine, altro segno dell’epoca di rottura che viviamo: la crisi del Diritto in tutte le sue forme. Nei conflitti e nelle guerre in atto non se ne fa più neppure cenno. Diritto è ormai nient’altro che il “nome” dell’atto in cui realizzo la mia volontà di potere. La legalità, come ha detto un alto esponente della leadership americana, è una cosa che va trattata “tiepidamente”. Non solo non deve cercare di impedire, ma neanche essere d’intralcio all’attuazione del mio progetto. Una Giustizia patriottica è quella che serve, e che cosa significa patria lo decide, di nuovo, chi detiene il potere. Ma non era lo Stato di diritto il valore supremo che noi occidentali offrivano al resto del mondo? quello che pretendevamo anche di esportare?

Discontinuità radicale su tutti i fronti. Nulla resterà come prima. Ripetiamolo, c’è odore di apocalisse. Inevitabile che nello stesso discorso politico emergano tratti e immagini di pregnanza simbolica.

Chi avrebbe mai immaginato un presidente degli Stati Uniti che attacca la Chiesa di Roma? Sbaglieremmo profondamente a derubricarlo come un caso pato-psicologico, limitato alla “maschera” di Trump. Le forme attuali del potere che regolano il sistema economico-finanziario globale, nel suo necessario rapporto con quello politico-militare, non possono non entrare in conflitto con il significato e il ruolo che la Chiesa contemporanea è chiamata, per propria natura, ad assumere. Anzitutto, esso è un ruolo di contenimento o di freno. Per questo aspetto, non si viene a contraddire in quanto tale la pressione irrefrenabile cui ci sottopone il ritmo dell’innovazione, ma certo si denuncia il fatto che l’imperativo dell’indefinito sviluppo non considera i propri effetti, le disuguaglianze che produce, non si traduce in benessere generale.

Il sistema della Tecnica, che si esprime nella crescente simbiosi di economia e politica caratterizzante i grandi spazi imperiali, non tollera queste funzioni di contenimento. Per essi queste rappresentano limitazioni di quella libertà dell’individuo dalla cui fonte, dalla cui inesauribile tensione soltanto vengono ricerche, scoperte, innovazioni. Ogni sforzo va sostenuto per promuoverne l’energia creativa. O la politica assume questo come il proprio fine, o che l’ira Dei possa distruggerla. L’Anticristo è uno Stato mondiale che pretenda di programmare crescita e distribuzione della ricchezza, e ogni Stato che voglia ancora svolgere funzioni di comando sull’Intelligenza che dello sviluppo è l’anima, governarne lo spirito attraverso la sua “lettera”, dell’Anticristo è l’immagine.

Posta così la questione, lo scontro è radicale, poiché attiene al significato ultimo dell’escatologia cristiana. Colui che in prima persona è chiamato a rappresentarla e difenderla non può non denunciare il rovesciamento totale che della figura dell’Anticristo viene fatto da chi ora se ne proclama l’autentico nemico. Anticristo è chi sovverte in toto il senso cristiano della libertà, assumendo il volto del suo difensore e svuotandola dall’interno.

Si profila davvero una lotta sulle “cose ultime”, come avvenne con un altro Papa allo scoppio della prima Guerra mondiale che decise del suicidio d’Europa. La libertà cristiana escatologicamente intesa è quella che obbedisce al “comandamento nuovo”, all’unico comandamento, quello di amore. È quella del samaritano che con gesto assolutamente gratuito cura il nemico mezzo morto sulla sua strada. È quella di chi sa perdonare.

Vi era un potere che ipocritamente sembrava a volte rendere omaggio a questo “comandamento”, e lo tradiva in tutti i modi di continuo. Ora infingimenti e ipocrisie non hanno più corso. È bene che così sia. Lo spirito di ognuno di noi può decidere in chiarezza. Due forme di libertà si confrontano e richiedono questa decisione. La libertà che come limite non ha che il proprio potere. E quella libertà che trascende il proprio stesso potere e riconosce il valore indistruttibile dell’altro e ne ha cura, e con lui vuole pace.


Le ferite morali dei soldati di Israele

Nel Paese diritti umani e libertà pagano il prezzo 

Di Anna Foa, La Stampa

Un giovane israeliano in visita a Madrid si ferma al Prado davanti ad un quadro famoso di Goya che mostra un uomo con le mani alzate che guarda con gli occhi pieni di terrore i soldati che puntano il fucile su di lui. Improvvisamente, nello sconcerto generale, il giovane comincia a piangere senza più riuscire a fermarsi. Siamo nel 2024 ed è da poco tornato dal servizio militare a Gaza come riservista. Il giovane soffre di quella che recentemente è stata definita in Israele “ferita morale”, un dissidio terribile fra quanto fatto o visto a Gaza e i principi etici in cui ha vissuto fino a quel momento e che lo caratterizzano da civile. Lo racconta, in un ampio articolo su questo tema significativamente intitolato “Mi sono sentito un mostro”, il 17 aprile di quest’anno il giornale israeliano Haaretz. È una storia vera.

Perché a soffrire non sono solo le vittime, i palestinesi in questo caso, sono, anche se non sempre, anche i persecutori. Chi tiene il fucile dalla parte del manico e è stato cresciuto nell’idea che non si debba sparare, almeno non su vittime inermi, vecchi e bambini. I racconti di chi è tornato da Gaza e si è trovato ad affrontare questi fantasmi, sono terribili, e quasi tutti quelli che si raccontano sono in cura presso psichiatri o psicologi. Il dissidio tra quello che hai fatto in questo massacro, o anche a cui non ti sei opposto, e quello in cui hai creduto, che hai assunto come principio in base a cui regolare la tua esistenza, è dilaniante. Festeggiati come eroi, tra chi torna emerge l’idea di essere in realtà mostri. È una sindrome diversa da quella post-traumatica che pure è molto presente tra chi ha vissuto questa esperienza, in cui la cura spinge a dimenticare il trauma dopo averlo affrontato. Qui si tratta di perdonarsi.

Quando si parla di suicidio morale di Israele si pensa anche a questo.A quei ragazzi mandati ad obbedire a ordini ingiusti, ad uccidere civili innocenti, che al loro ritorno si ritrovano soli coi loro fantasmi, in un mondo in cui troppo spesso chi manifesta questo dissidio è accusato di tradimento o di viltà. Perché, anche se certo non si può dire, ammesso che mai sia stato vero, che l’esercito israeliano è il più morale del mondo, resta comunque ancora un esercito di popolo, reso tale dalla frequenza dei richiami in servizio e dalla reputazione di cui, nonostante tutto, ancora gode nella società. Per questo, il termine “genocidio” è tanto difficile da accettare, anche se gli attivisti israeliani che manifestano ogni settimana lo hanno ormai adottato: perché accusa l’esercito, uno dei pilastri della società israeliana.

Allo stesso dissidio tra prassi ed etica appartiene anche il grande aumento dei suicidi verificatosi in Israele dopo il 2023. Quasi l’80% è di soldati o ufficiali impegnati a Gaza. Migliaia di altri soldati soffrono di malattie psichiche. I dati ufficiali tendono ad essere taciuti, per il loro terribile significato: che il governo di Netanyahu non sta solo compiendo un genocidio nei confronti dei palestinesi, ma sta uccidendo l’anima dei suoi figli.

E anche se la definizione di antisemitismo che va per la maggiore anche in Italia, dove dovrebbe essere posta alla base di una nuova legge contro l’antisemitismo in discussione alla Camera, considera antisemita “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”, non posso fare a meno di ricordare le modalità e le motivazioni di una parte almeno dei perpetratori tedeschi dello sterminio degli ebrei, la loro acquiescenza agli ordini, il loro adeguarsi alla volontà genocidaria del gruppo. Forse c’è un filo comune che unisce ovunque, in tutti i contesti, chi spara guardando negli occhi la propria vittima a mani alzate, come nel dipinto di Goya. Non posso che sperare con tutto il cuore che con queste ferite morali si arrivi a ricostituire, sia pure con difficoltà e dolore, la vecchia etica scomparsa o forse una nuova morale di pace e uguaglianza. Non sembra facile, ma chissà!