La ricchezza se ne va

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

In un mio precedente articolo avevo descritto il Sonderfall ticinese. Un cantone in cui, tra il 2010 e il 2022, il patrimonio medio per contribuente è cresciuto del 58 per cento mentre il reddito mediano avanzava di appena il 10-12 per cento. In altre parole, anche in Ticino il capitale corre più del lavoro. Chi vive di stipendio vede il proprio reddito muoversi a passo lento; mentre chi vive di patrimonio lo vede crescere a ritmi che il lavoro non potrà mai eguagliare. È la conferma locale di una tendenza globale documentata da Piketty in poi, che la formula r > g (il rendimento del capitale supera strutturalmente la crescita dell’economia) ha reso celebre.

Ma c’è un secondo livello, meno visibile, che la ricerca economica recente ha portato alla luce: non tutto il capitale rende uguale. Gli studi dimostrano che i grandi patrimoni ottengono rendimenti strutturalmente superiori a quelli dei piccoli, anche al netto delle imposte e anche su asset identici. Passando dal 10° al 90° percentile della distribuzione della ricchezza, il rendimento annuo cresce di circa 10 punti percentuali. A livello globale, dal 1996 al 2025, i patrimoni dei miliardari sono cresciuti del 7,5 per cento annuo in termini reali, contro il 2,3 dell’economia mondiale. Dentro la rendita da capitale esiste quindi una seconda disuguaglianza: chi è già ricco si arricchisce più velocemente di chi è solo benestante. È il vero motore della concentrazione patrimoniale che l’articolo precedente documentava sul piano cantonale, dove l’1 per cento più ricco dei contribuenti ticinesi detiene circa il 48 per cento del patrimonio dichiarato.

Davanti a questa doppia divaricazione, la politica fiscale ticinese ha scelto la direzione opposta a quella che il senso di equità avrebbe suggerito. Negli ultimi sette anni, il Cantone ha alleggerito sistematicamente la fiscalità sui grandi patrimoni: riduzione dell’imposta sulla sostanza dal 3,5 al 2,5 per mille, freno all’imposta sulla sostanza, riduzione delle aliquote sull’utile delle aziende dal 9 al 5,5 per cento, abbassamento delle aliquote massime sul reddito e sulle successioni. Ogni misura è stata giustificata in nome della concorrenza fiscale intercantonale e del rischio di “fuga dei milionari”. Il vero problema non è se i milionari cambiano domicilio. È che una parte crescente dei rendimenti generati in Ticino non resta in Ticino.

I dati cantonali parlano di 395 grandi contribuenti partiti tra il 2016 e il 2022, circa 66 all’anno. Un fenomeno marginale, che peraltro non considera gli arrivi. Ben più imponente è invece il flusso silenzioso di rendimenti che ogni anno lasciano il Ticino senza che nessuno se ne accorga. Una quota crescente di ricchezza non nasce più da nuova attività economica ma dall’estrazione di rendita su asset esistenti. Mariana Mazzucato e Brett Christophers hanno chiamato questo fenomeno estrazione di valore o capitalismo della rendita. La ricchezza generata sul territorio non si traduce in investimenti sul territorio, semplicemente se ne va.

Il caso Sintetica, raccontato in un’inchiesta di Federico Franchini su Area Online, è l’esempio paradigmatico di questa dinamica. La storica azienda farmaceutica di Mendrisio, fondata nel 1921, è stata acquistata nel 2019 dal fondo francese di private equity Ardian con un’operazione di leveraged buyout. In pratica, il debito contratto per comprare l’azienda, circa 100 milioni di franchi, non è stato accollato al fondo acquirente, ma all’azienda stessa. È Sintetica che da allora paga gli interessi su quel debito (circa 10 milioni all’anno). Per sostenere questo onere, l’azienda è stata progressivamente ridotta: 41 licenziamenti, una linea produttiva chiusa a Mendrisio, produzioni esternalizzate in Portogallo e in Francia. Il valore prodotto a Mendrisio dai lavoratori di Mendrisio viene drenato per ripagare un debito contratto altrove, da qualcun altro, per acquistare l’azienda. Le banche incassano gli interessi, il fondo prepara la rivendita. A Mendrisio restano i posti di lavoro tagliati. È questa la vera ricchezza che se ne va e non la fuga dei contribuenti.

Il paradosso politico ticinese non si chiude qui. Gli stessi politici che negli ultimi anni hanno sgravato sistematicamente i grandi patrimoni oggi ci chiedono come finanziare l’iniziativa del 10 per cento per ridurre l’impatto dei premi di cassa malati. Si interrogano sulla sostenibilità delle spese per invecchiamento, transizione climatica, infrastrutture. La risposta è davanti ai loro occhi: recuperare risorse al vertice della distribuzione patrimoniale, dove la ricchezza è cresciuta più rapidamente, è stata tassata sempre meno, e in larga parte è già uscita dal territorio sotto forma di rendimenti finanziari. Reintrodurre un’imposizione più progressiva sulle grandi successioni, riportare l’aliquota sulla sostanza agli scaglioni più elevati e allineare le stime fiscali delle grandi proprietà immobiliari ai valori reali non significa colpire il ceto medio. Significa chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale. Il Ticino può scegliere se continuare a inseguire la chimera della “fuga dei milionari”, o riconoscere che una parte della ricchezza prodotta sul territorio deve tornare al territorio.

Ivo Durisch è capogruppo PS in Gran Consiglio

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: la formula di Piketty. La ricchezza accumulata cresce più velocemente dell’economia reale (stipendi e produzione)


La SECO in rotta di collisione con la legge

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

Di Martin Stoll, Infosperber

Questo comportamento è preoccupante: Il Segretariato di Stato dell’economia (Seco) – con il sostegno del consigliere federale Guy Parmelin (UDC) – non solo nega l’accesso ai documenti nei procedimenti relativi all’accordo doganale con gli Stati Uniti, ma impedisce anche la partecipazione alla procedura di conciliazione. In breve: la legge sulla trasparenza viene elusa ai massimi livelli.

È quanto emerge dalle raccomandazioni recentemente pubblicate dal responsabile federale della trasparenza. Secondo queste, la SECO – dopo aver consultato il dipartimento del ministro dell’economia Guy Parmelin – non ha concesso a quest’ultimo l’accesso ai documenti controversi. In questo modo, questo strumento centrale della trasparenza amministrativa viene di fatto vanificato.

Il Consiglio federale ha espressamente sancito il diritto di accesso

Con la procedura di conciliazione, la legge sulla trasparenza ha creato uno strumento che risolve i conflitti in modo pragmatico. Le autorità e i richiedenti si siedono attorno a un tavolo, mentre il responsabile funge da mediatore. In questo modo si evitano contenziosi lunghi e costosi. Il presupposto, tuttavia, è che il responsabile della trasparenza conosca l’oggetto della controversia – ovvero che abbia accesso ai documenti controversi. Ciò vale anche se questi sono classificati come riservati. Così recita l’articolo 20 della Legge sulla trasparenza.

Se la SECO e il consigliere federale Guy Parmelin sostengono che l’ufficio non debba concedere l’accesso all’autorità di conciliazione perché i documenti esulano dal campo di applicazione della legge, l’amministrazione si pone al di sopra di chiare disposizioni di legge. Eppure, lo stesso Consiglio federale ha stabilito nel 2024 che il responsabile della trasparenza deve poter prendere visione dei documenti, anche in caso di campo di applicazione controverso.

Il responsabile della trasparenza Adrian Lobsiger ha cercato anche la via diretta e ha offerto di consultare i documenti in via riservata presso la sede della SECO. Ma anche questa concessione è stata respinta dall’ufficio all’inizio di marzo 2026.

Nessun nuovo approccio da parte delle autorità

Se l’amministrazione ignora il proprio obbligo di collaborazione, ciò non solo è giuridicamente discutibile, ma mina il sistema e trasforma la procedura di conciliazione in una farsa.

Eppure questo comportamento non è un caso isolato. Ad esempio, nel 2024 il Politecnico federale di Zurigo (ETH) ha negato non solo l’accesso ai documenti, ma anche la loro consegna nel procedimento di conciliazione, nonostante la raccomandazione contraria del responsabile della trasparenza. Analogamente nel caso Ruag: il Segretariato generale del DDPS ha respinto una richiesta di accesso facendo riferimento a un’indagine in corso e non ha trasmesso i documenti nemmeno nel procedimento di conciliazione.

Questi casi mostrano uno schema ricorrente: le autorità eludono il controllo previsto dalla legge, negando al responsabile della trasparenza informazioni fondamentali.

Ora decide il tribunale

Secondo un articolo del «Sonntags-Blick», la SECO ha nel frattempo formalmente ribadito la sua posizione negativa e negato l’accesso con una decisione.

Almeno una delle parti interessate porterà probabilmente il caso davanti al Tribunale amministrativo federale. È giusto così, ma è necessario anche un controllo politico. Gli uffici federali non possono infatti interpretare le leggi a loro piacimento. Altrimenti la fiducia viene meno. Ora servono chiari correttivi, da parte dei tribunali e delle autorità di controllo.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: il consigliere federale Guy Parmelin e la sua SECO dicono no. L’opinione pubblica non deve sapere cosa c’è scritto nell’accordo doganale con gli Stati Uniti


A causa delle sanzioni alcuni cittadini svizzeri non ricevono più la rendita AVS

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

Di Martina Frei, Infosperber

«Dal 1° febbraio 2026 ci ritroviamo a mani vuote», dice Hans Rudolf Knecht. Il 76enne è sposato da circa 20 anni con una bielorussa. Si definisce uno svizzero con i piedi per terra, ha più che adempiuto a tutti i suoi doveri di cittadino e ha versato contributi all’AVS per tutta la vita. E ora questo. «Ma sono fuori di testa?»

Circa dieci anni fa, Knecht si è trasferito con la moglie in Bielorussia. In passato, le loro pensioni venivano versate senza problemi. Ma ora non più. Knecht è uno dei 58 svizzeri all’estero in Bielorussia e di altri in Russia che hanno diritto a una pensione, ma che non viene più loro versata o pagata. Non esiste una base giuridica per questo.

Il motivo presunto del blocco dei pagamenti: «Il 20° pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia, entrato in vigore il 1° febbraio 2026», afferma H.S.*, che vive anch’essa in Bielorussia e desidera rimanere anonima. A gennaio ha ricevuto un’e-mail dalla Centrale di compensazione AVS (ZAS). Quest’ultima trasferisce mensilmente circa un milione di pensioni in oltre 180 paesi a beneficiari dell’AVS.

Nessun altro bonifico tramite Postfinance

L’e-mail recitava: Postfinance, il partner finanziario della ZAS responsabile dei pagamenti verso la Russia, ha comunicato che a partire dalla fine di gennaio 2026 non trasferirà più pensioni in Russia e in Bielorussia. «Nonostante i nostri sforzi, finora non abbiamo trovato altre possibilità per garantire questi versamenti. Ci vediamo quindi costretti a sospendere il pagamento della sua rendita a partire da febbraio. Continuiamo a cercare una soluzione alternativa, ma vista la situazione internazionale non possiamo garantire che ne troveremo una.»

E poi arriva la notizia shock: «La preghiamo di tenere presente che non è legalmente consentito trasferire una pensione AVS sul conto di un terzo, anche se si tratta di un familiare stretto.»

La via d’uscita: richiedere le prestazioni sociali in Svizzera

Su richiesta di Infosperber, la ZAS comunica ora: «I pagamenti delle rendite da parte della Centrale di compensazione non sono soggetti a sanzioni in Svizzera; sono consentiti dal diritto svizzero.» Tuttavia, sarebbe «prassi comune che le banche svizzere e straniere, per motivi strategici e legati al rischio, tengano conto anche delle normative straniere che possono influire sulla loro attività commerciale, ad esempio il diritto statunitense.» L’interpretazione in parte estensiva delle misure sanzionatorie straniere da parte degli intermediari finanziari porta a una crescente limitazione dei pagamenti verso determinati Stati, anche se questi sono consentiti dal diritto svizzero.

Per H.S. ciò ha conseguenze esistenziali. Dopo il pensionamento del marito svizzero, la coppia si è trasferita in Bielorussia nel 2022. Lui è morto pochi anni fa, la 54enne ora vive di una piccola rendita di vedovanza. «L’età pensionabile per le donne in Bielorussia è di 58 anni. È molto difficile per me trovare ancora un lavoro qui.

In Bielorussia posso vivere della pensione di vedovanza, in Svizzera non sarebbe possibile.» Al momento vive dei propri risparmi, ma prima o poi finiranno. «Se i versamenti AVS continuassero a non arrivare, dovrei tornare in Svizzera e richiedere le prestazioni sociali. Non vorrei farlo», dice S.

Circa 60 persone coinvolte

Spetta alla banca stessa decidere se aprire un conto a una persona residente all’estero. Secondo la ZAS, per la maggior parte dei circa 170 beneficiari dell’AVS residenti in Russia e in Bielorussia il versamento funziona perché dispongono ancora di un conto presso una banca in Svizzera o in un Paese non soggetto a sanzioni. Circa 60 persone, tuttavia, dispongono esclusivamente di un conto nel loro paese di residenza. Queste sono interessate dal blocco dei pagamenti.

Un versamento tramite le ambasciate svizzere non è possibile. Manca una base legale, comunica il Dipartimento degli affari esteri.

Postfinance non si esprime in modo concreto

Infosperber ha chiesto a Postfinance, tra l’altro, su quale base giuridica rifiuti il trasferimento dei fondi AVS nei paesi sopra citati e cosa possano fare ora le persone interessate residenti in Bielorussia o nella Federazione Russa per ottenere le loro rendite AVS.

La risposta vaga: Postfinance «si impegna in linea di principio a effettuare pagamenti di rendite all’estero, purché ciò sia possibile dal punto di vista operativo, economico e giuridico. Per l’esecuzione di questi pagamenti transfrontalieri, tuttavia, Postfinance dipende dalle banche corrispondenti e spesso non può determinare in modo completamente autonomo le destinazioni e le modalità di pagamento».

«Senza via d’uscita», lo definisce Hans Rudolf Knecht. Postfinance gli aveva già chiuso il conto nell’autunno del 2023. Motivo: «Il suo profilo non è in linea con l’orientamento della politica aziendale di Postfinance». Postfinance ha fatto riferimento all’articolo 19 delle sue condizioni generali. In base a questo, può chiudere i conti, ad esempio, se ne derivano dei rischi o se il cliente ha commesso un reato. Knecht è rimasto di stucco.

A quel punto lui – un cliente di Postfinance da decenni e senza precedenti penali, come sottolinea – è volato in Svizzera per svuotare il conto. Sconvolto, ha contattato diverse banche. Una alla fine ha mostrato comprensione per la sua situazione di emergenza, non causata da lui, e gli ha permesso almeno di aprire un conto, contro una commissione di 40 franchi al mese.

Recarsi in Svizzera per ritirare il denaro

Questo consiglio viene dato anche dalla ZAS: «In casi specifici può essere d’aiuto se il beneficiario della rendita possiede un conto presso una banca svizzera o in un Paese non soggetto a sanzioni e può ricevere i pagamenti della rendita tramite questo conto.»

Tuttavia, i bonifici verso la Bielorussia non sono possibili nemmeno dal conto attuale di Knecht in Svizzera. Deve quindi volare in Svizzera per prelevare il denaro. A causa delle sanzioni dell’UE, raggiungere in qualche modo la Svizzera comporta sempre un viaggio lungo e costoso in autobus via Vilnius in Lituania, oppure in aereo via Istanbul.

Per sua moglie, il trasferimento della rendita AVS dalla ZAS tramite Postfinance ha funzionato almeno fino all’inizio del 2026. Poi anche lei è stata informata del blocco dei pagamenti. Non le viene concesso un conto bancario in Svizzera.

In casi eccezionali potrebbero essere emessi dei bollettini di pagamento, le ha comunicato la ZAS. «Questi dovrebbero però essere ritirati presso la nostra sede a Ginevra. La preghiamo di contattarci con almeno 10 giorni di anticipo.»

Traduzione a cura della redazione


Pressing Usa per un’intesa prima del vertice in Cina, ma l’Iran gioca sul tempo

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

C’è bisogno di più tempo per chiudere la guerra, ma il tempo stringe. Il 14 maggio, il presidente americano Donald Trump incontrerà il leader cinese Xi Jinping e rischia di farlo da una posizione di debolezza, con gli asset militari statunitensi ridotti nell’Indopacifico, lo stretto di Hormuz ancora chiuso, o, nell’ipotesi peggiore, con una nuova escalation militare nel Golfo, mentre l’economia globale sconta la crisi del petrolio. Trump ha bisogno di un accordo, anche iniziale, che lo tolga dall’angolo. Gli iraniani hanno un orizzonte più lungo, ma non troppo: dai 30 ai 45 giorni, a seconda delle stime, prima che Teheran esaurisca i luoghi per lo stoccaggio del greggio e sia costretta a tagliare la produzione, dovendo già affrontare una crisi economica profonda.

Il tempo spinge verso una soluzione diplomatica, ma è anche il fattore che rischia di farla saltare: troppo complesse le questioni sul tavolo per essere risolte in pochi giorni. Da questo paradosso è nato il cortocircuito di ieri: gli americani hanno fatto trapelare attraverso il sito Axios che l’intesa era vicina, una paginetta e 14 punti per chiudere la guerra alle condizioni di Washington, che comprenderebbero una moratoria sull’arricchimento dell’uranio per 12-15 anni, il trasferimento all’estero dell’uranio già arricchito in possesso degli iraniani, e l’impegno di Teheran a non gestire più impianti sotterranei. L’indiscrezione ha suscitato immediate reazioni degli iraniani, che parlano di una «lista dei desideri» irrealizzabile e «clausole inaccettabili».

La realtà è che sulla gestione dello stretto di Hormuz, sull’eventuale sospensione dell’arricchimento e sul trasferimento dell’uranio, che dovrebbe portare alla rimozione delle sanzioni, le posizioni sono ancora distanti, anche se Teheran ha acconsentito a discutere del programma atomico, cosa su cui finora aveva fatto resistenza. La Repubblica islamica vorrebbe un processo in tre fasi per negoziare prima la fine della guerra su tutti i fronti, con garanzie di sicurezza, poi dello stretto di Hormuz, su cui continua a rivendicare sovranità, e solo dopo sul nucleare. Per Washington non è una roadmap accettabile.

L’ipotesi a cui i mediatori lavorano è quella di un Memorandum di intesa, che era già stato messo sul tavolo a Islamabad durante il primo e finora unico faccia a faccia tra iraniani e americani, riferiscono a Repubblica fonti pachistane: un accordo sui principi che guadagni alle due parti 30 giorni per negoziare in dettaglio sui punti controversi, a partire già dalla prossima settimana. In questa finestra temporale, prorogabile di altri 30 giorni, l’Iran allenterebbe la stretta su Hormuz e gli Stati Uniti dovrebbero alleggerire il blocco navale, secondo fonti americane che hanno parlato con il Wall Street Journal.

Da sabato scorso è iniziata una intensa staffetta diplomatica dei pakistani per scambiare bozze e documenti tra le due capitali e arrivare a un testo di sintesi, breve, una corsa contro il tempo a cui si sono uniti anche i sauditi. Riad, insieme a Islamabad, ha fatto pressioni su Trump perché interrompesse l’operazione Project Freedom che rischiava di riaccendere di nuovo la macchina bellica. Gli Stati Uniti avevano inviato cacciatorpediniere nello Stretto per scortare le navi e farle uscire, ma l’Iran ha attaccato un mercantile e sparato missili sugli Emirati, inviando un messaggio chiaro: Teheran è pronta a sostenere i costi di un altro attacco americano e israeliano perché li considera comunque inferiori a quelli di una resa alle condizioni di Washington.

Il filo della diplomazia è sottile e le pressioni esterne sono tante, a cominciare da quelle israeliane. Ieri l’Idf ha ripreso a bombardare Beirut e Netanyahu ha voluto chiarire le sue di condizioni: zero arricchimento, distruzione delle strutture per realizzarlo, trasferimento dell’uranio iraniano all’estero. Un non-inizio negoziale per Teheran, lo sa anche Trump, che a differenza di Bibi ha solo una settimana di tempo per evitare di arrivare da Xi Jinping impelagato in una guerra che non sta vincendo e da cui non sa come uscire.

 


Le monarchie del petrolio nella trappola di Trump

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

Di Widad Tamimi, il manifesto

Per Abu Dhabi, la scommessa di farsi scudo degli Usa e di proporsi come hub finanziario globale presenta un conto salatissimo. La narrazione della «Svizzera del deserto», oasi di lusso e stabilità, si infrange contro la realtà di una difesa aerea che non può offrire garanzie.

L’escalation di questi giorni non è un fulmine a ciel sereno. Quella che il Pentagono vende come un’operazione di «polizia marittima» per il libero mercato energetico, agli occhi di Teheran è l’atto finale di un accerchiamento. Colpendo Fujairah e le petroliere, l’Iran invia un messaggio chiaro: non ci sarà sicurezza per il commercio globale finché la Repubblica Islamica resterà sotto assedio sanzionatorio. Teheran non cerca conquiste territoriali, ma la rottura dell’isolamento attraverso una «guerra dei pedaggi» nello Stretto di Hormuz, che pur non essendo stata causa, ma sintomo della guerra contro l’Iran, ora ha preso il sopravvento. Dell’atomica non si parla infatti più.

In questo risiko disperato, gli Emirati sono il bersaglio perfetto: troppo vicini per essere ignorati, troppo interconnessi perché il loro tracollo non faccia tremare le borse di mezzo mondo. E allora lì si torna, agli interessi economici, più che alla minaccia della armi di massa.

Per comprendere i conflitti del 2026, bisogna guardare necessariamente alle macerie del mondo prima del 7 ottobre 2023. Allora, il Medio oriente viveva una strana dualità: una spinta frenetica verso la normalizzazione diplomatica tra Israele e le monarchie arabe.

Con gli «Accordi di Abramo», gli scambi tra Israele e gli Emirati arabi uniti avevano toccato i tre miliardi di dollari, mentre il corridoio Imec prometteva di legare l’India all’Europa bypassando le rotte tradizionali. Anche Mohammed bin Salman sembrava pronto al passo storico. Si pensava che il pragmatismo economico avesse definitivamente anestetizzato le ideologie.

E mentre i grattacieli del Golfo celebravano il nuovo business, la Palestina veniva ridotta a un fastidio burocratico. Gaza era un carcere a cielo aperto dal 2007, e in Cisgiordania il 2023 segnava il record di violenze dei coloni e incursioni dell’Idf. Il vuoto politico lasciato da un’Autorità Palestinese moribonda veniva riempito da nuove resistenze armate, mentre Hamas sembrava potesse preferire il proprio status quo di unico ed indiscusso potere a Gaza al troppo precario desiderio di resistenza all’occupatore.

L’illusione che si potesse costruire una stabilità regionale «scavalcando» i diritti dei palestinesi è invece crollata all’alba del 7 ottobre. Quell’evento ha agito come un sabotaggio sistemico, trasformando la «guerra ombra» tra Israele e Iran in uno scontro aperto.

Oggi, anche la tregua di aprile è un ricordo. Con l’avvio del Project freedom, i paesi del Golfo (Emirati, Kuwait, Qatar e Oman) si ritrovano risucchiati in un conflitto che non possono gestire. L’Idf mantiene una zona cuscinetto nel sud del Libano, ridotto a un paesaggio lunare con oltre un milione di profughi. La Siria, dopo il ritiro delle truppe Usa dal nord-est, è diventata il terreno di caccia preferito dell’aviazione israeliana per colpire le linee di rifornimento di Hezbollah.

In questo scenario di frammentazione, la Cina – che ha assunto la presidenza del Consiglio di Sicurezza Onu per il mese di maggio 2026 – tenta di incunearsi nel vuoto diplomatico lasciato dall’Occidente. Per Pechino, il fallimento del Project freedom a guida statunitense è la prova certa che la sicurezza non possa essere garantita da una «polizia marittima» unilaterale, ma solo da un ritorno al multilateralismo centrato sulle Nazioni unite.

L’Ambasciatore all’Onu Fu Cong è stato categorico: la stabilità del Golfo non passerà per nuove zone cuscinetto o scorte armate, ma per il rispetto della sovranità nazionale e la fine immediata delle aggressioni israeliane.

La postura diplomatica della Cina non è un esercizio di altruismo, ma il riflesso di interessi vitali. Pechino è oggi il più grande importatore di greggio al mondo e oltre il 40% del suo fabbisogno energetico transita per Hormuz. La stabilità della regione è, per la Cina, sinonimo di sicurezza nazionale.

Gli affari tra Cina e Iran hanno subito un’accelerazione decisiva con l’implementazione dell’accordo di cooperazione strategica venticinquennale siglato nel marzo 2021. Pechino ha continuato ad acquistare petrolio iraniano, in cambio di tecnologia e infrastrutturale in cambio di energia a prezzi scontati. Per la Cina, un Iran stabile e integrato nel blocco dei Brics+ (di cui Teheran è membro) è il contrappeso necessario all’egemonia americana nel Golfo.

Xi Jinping ha una strategia diametralmente opposta a quella degli Stati uniti, punta a trasformare il Medio oriente in snodo centrale dell’Eurasia. Ma il rischio che corre è alto: proporsi come garante dell’ordine mentre foraggia economicamente uno dei contendenti potrebbe ritorcerglisi contro nel fuoco di una guerra che non rispetta più alcuna regola.


La guerra santa del tycoon

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

Di Franco Garelli, La Stampa

Il nuovo e violento attacco di Donald Trump al Papa può essere rubricato come una delle tante farneticazioni a cui il presidente Usa ci ha da tempo abituati, ma forse contiene degli elementi di retroscena di maggior peso, già accennati in precedenza ma ora più direttamente evocati. Si tratta di due accuse specifiche rivolte al Pontefice.

In primo luogo di essere insensibile a quello che si può presumere sia il vero motivo della nuova guerra intrapresa dagli Usa e da Israele contro il governo iraniano, individuato nel forte investimento-programma per raggiungere l’arma nucleare che – a detta di una parte del mondo, gli Usa in primis – rappresenterebbe una minaccia letale per l’intero globo.

Come a dire: perché Leone XIV si ostina a non comprendere che i suoi appelli alla pace generalizzata, i suoi warning contro i ricorrenti conflitti contro Iran, rischiano di fare il gioco della nazione dei pasdaran, cioè del “nemico” non solo dell’Occidente e di Israele, ma del mondo intero? Sotto accusa dunque c’è una Dottrina Sociale della Chiesa ritenuta oltremodo buonista, troppo sbilanciata sui principi e sui valori ultimi per poter essere “efficace” non solo nella situazione geo-politica data (il rapporto Usa-Iran oggi), ma in tutte i conflitti di natura complessa.

Sul caso specifico, «quel che il Papa non capisce» – aveva affermato giorni fa il tycoon – è che «l’Iran ha ucciso negli ultimi mesi più di 42.000 persone che manifestavano disarmate» contro il regime, un tragico indizio questo dell’inaffidabilità del governo islamico iraniano su più larga scala, del rischio globale cui sono esposti vari paesi se gli si permette di avere l’atomica. Le sue parole sono lapidarie: non può esservi pace se l’Iran possiede la bomba, il clima diventerebbe incandescente non solo nel Medio Oriente (e per gli alleati degli Usa, come Israele), la corsa agli armamenti può estendersi a dismisura.

E per rendere ancora più chiaro l’aut-aut che pone al pontefice, Trump afferma che «per Leone XIV è ok che l’Iran abbia un’arma nucleare», mettendo dunque sulla bocca del Santo Padre una frase non solo mai pronunciata, ma da lui non pronunciabile per alcuna circostanza e per alcuna nazione. È forse un perfido e inqualificabile bluff per stanare il Papa americano prima amico e ora quasi-nemico, quel Prevost che sarebbe sul soglio di Pietro grazie all’omaggio del Collegio dei Cardinali verso gli Usa e il loro esondante Presidente.

Anche il Vaticano di Leone XIV – a detta di Trump – ha varcato la linea, si trova dall’altra parte della barricata, come molti paesi europei che non lo seguono in questa nuova guerra, non mettono a disposizione i mezzi militari e le basi di appoggio, domandano sicurezza ma non vogliono pagarne il conto, in virtù di una consuetudine che egli intende infrangere.

Anche Prevost dunque, con la sua icona della «pace disarmata e disarmante», rientra a suo dire nell’Occidente del disimpegno, dello starsene alla finestra, non avvertendo il pericolo incombente di un possibile nuovo ordine mondiale che può avere il suo clou nell’alleanza tra Iran, Russia e Cina, dalle conseguenze incalcolabili.

Nella seconda accusa rivolta al Pontefice, Trump si riferisce ai pericoli che le posizioni di Prevost sulla guerra Usa-Iran possono far correre a tutta la cattolicità e a molte persone. Si tratta di una dichiarazione difficile da decifrare. Da un lato sembra evocare la politica della ritorsione da mesi in atto negli Usa verso le Diocesi e le istituzioni cattoliche (e non solo esse) che operano a sostegno degli immigrati, a cui sono stati tagliati i fondi per il loro impegno caritativo e umanitario; dall’altro pare suggerire l’idea che l’Occidente cristiano abbia tutto da perdere nel rifiutare di schierarsi sulle posizioni americane contro l’Iran, nel non impegnarsi in una sorta di guerra santa contro un nemico avverso alle altre fedi e ai modelli democratici.

Insomma, Trump patisce molto questa solitudine, di non riuscire ad avere un Papa sempre più autorevole e una parte consistente dei cattolici dalla propria parte, in un conflitto in cui interessi culturali, economici e religiosi risultano fortemente intrecciati.


La pace e l’eros della democrazia

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

Di Laura Pennacchi, il manifesto

Che Trump, a poche ore dall’arrivo di Rubio in Vaticano, sia tornato ad attaccare papa Leone «sulla pace e sulla guerra» dimostra quanto profonde siano le motivazioni dell’inaudito scontro che la Casa bianca solleva contro di lui e quanto idolatriche siano le vesti religiose che sia Netanyahu sia Trump pretendono di indossare. Netanyahu e i suoi non risparmiano atrocità e alla Casa bianca si prega con e per Trump, «scelto da Gesù per accendere in Iran il marchio di fuoco che provocherà l’Armageddon e segnerà il suo ritorno sulla Terra», un presidente che privatizza perfino Gesù Cristo.

Le motivazioni profonde dello scontro risalgono addirittura ai fondamenti categoriali dell’Occidente e mettono in gioco la legittimità della visione del “politico” fondato sulla forza, sull’arbitrio e sulla violenza teorizzata da Machiavelli e Hobbes, a sua volta derivata dall’idea dell’intrinseca malvagità dell’essere umano, l’homo homini lupus hobbesiano. L’idea della malvagità intrinseca è stata parossisticamente coltivata da Lutero, il quale ha esteso la concezione del «peccato originale» in termini tali da vedere dal momento della caduta la natura dell’uomo irrimediabilmente corrotta e ogni generazione segnata dalla maledizione scaturente dalla prima disobbedienza, redimibile solo con la Grazia. Ma una forte benevolenza verso l’«ordine creaturale» fu sempre mantenuta dalla Chiesa cattolica: basti pensare alla propensione aristotelica verso la «socialità» umana di San Tommaso e alla fraternità nutrita dai gesuiti. Partire dall’attribuzione antropologica all’essere umano della «libertà di scegliersi», in fondo nega al male un’esistenza autonoma: per quanto esso sia radicale, il male non occupa il posto dell’originario, che è quello della disposizione al bene. Per il filosofo Paul Ricoeur, che chiama questo paradosso quello della «quasi-natura del male», il male resta contingente, anche se da sempre qui, sopravanzato dal desiderio del bene e dalla propensione alla pace.

Invece, attraverso la cupa antropologia di Machiavelli e di Hobbes – che assumono una infinita negatività della «colpa» – il dogma della distruttività innata e della malvagità naturale dell’uomo è rimasto uno dei cardini della cultura occidentale e oggi precipita nel bellicismo trumpiano.

Machiavelli per il quale la «mala contentezza» e la «malignità» sono endemiche negli esseri umani, mossi da appetiti insaziabili e pertanto solo da ingratitudine, volubilità, simulazione, vigliaccheria, cupidigia, tutte cose che rendono la morale non più universalmente impegnativa e giustificano la scissione tra etica e politica. Hobbes per il quale la cupiditas è il motore dell’essere umano, in quanto «la competizione per le ricchezze, l’onore, il comando o per gli altri poteri, inclina alla contesa, all’inimicizia e alla guerra, perché la via che porta un competitore al conseguimento del proprio desiderio è quella di uccidere, sottomettere, soppiantare o respingere l’altro». Ma nella tradizione critica, non solo occidentale, vi sono potenti anticorpi rispetto a tutto ciò, a partire dal cristianesimo e altri che andrebbero riscoperti. La correlazione dell’energia distruttiva al blocco dell’espressione spontanea delle capacità emotive, fisiche e intellettuali dell’essere umano è propria, in modi diversi, sia di Fromm sia di Marcuse. Quando «la tendenza della vita a crescere, ad essere vissuta, è minacciata – dice Fromm – l’energia così bloccata subisce un processo di alterazione» in termini distruttivi, palesando, pertanto, che la distruttività non è originaria e che essa «è il risultato della vita non vissuta». Ne segue che l’uomo, intrinsecamente relazionale, «non è necessariamente malvagio, ma malvagio diviene soltanto se mancano le adatte condizioni» alla sua crescita e alla sua fioritura. Quindi per Fromm «il male non ha esistenza indipendente, esso consiste nell’assenza del bene, è il risultato del fallimento nel realizzare la vita».

Contro le illusioni “buoniste” dell’illuminismo cosmopolita europeo, l’illiberalismo antidemocratico trumpiano urla che la politica è fondata sulla forza, sulla violenza, sulla guerra e sulla «letalità» di cui parla il capo del Pentagono Pete Hegseth, vedendo gli esseri umani animati solo dall’odio e dalla dicotomia amico/nemico. Ma, come all’immagine profondamente pessimista della natura umana corrisponde un’immagine autoritaria dello Stato, del diritto e della società, così l’alternativa sostenuta da Fromm e da Marcuse richiede una rinnovata alfabetizzazione politica verso l’universalizzazione della condizione umana in termini di valori quali «dignità», «umanità» e «riconoscimento», perché entrambi enfatizzano le energie creative e riconoscono nell’eros una componente fondamentale della democrazia.


Così Trump boicotta Canossa

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Donald Trump ha attaccato il suo segretario di Stato, Marco Rubio, senza nominarlo. Lo ha fatto per via indiretta quanto palese, riprendendosela frontalmente con Leone XIV affinché il suo teorico braccio destro ma effettivo critico interno intendesse. Il presidente considera infatti la visita di Rubio al pontefice americano un’intollerabile Canossa, in contraddizione con le sue ripetute sparate contro papa Prevost. Un tentativo di smarcarsi avendo annusato la catastrofe annunciata per il Partito repubblicano alle elezioni parlamentari di mezzo termine, il prossimo 3 novembre, che secondo i pronostici faranno di Trump la più zoppa delle anatre zoppe. E in tal modo ridurranno le speranze di Rubio di succedergli quasi a zero. A meno di non prenderne le distanze. Operazione in corso.

Per questo il capo della diplomazia a stelle e strisce, fiero cattolico romano come il vicepresidente JD Vance ma di lui molto più smaliziato, ha ottenuto di vedere Prevost domani mattina in Vaticano. Come preannunciato dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Brian Burch, sarà un incontro “franco”. Aggettivo che in diplomazia sta per diretto. Senza circonlocuzioni. Stile del papa e professionalità di Rubio garantiscono che lo sarà, anche se al pubblico verrà servita una versione addolcita, come si conviene fra uomini di mondo.

Al solito, Trump si è costruito una sua realtà irreale: il papa è colpevole di connivenza con le ambizioni nucleari del regime iraniano. L’accusa a Leone XIV di patrocinare la bomba di Teheran suona replica a Rubio che nella riunione alla Casa Bianca in cui si era discusso il piano di attacco alla Repubblica islamica l’aveva valutato “stronzata” — più o meno come Vance.

L’incontinenza del presidente va letta su tre registri. Il primo, personale: l’uomo ha perso ogni misura di sé stesso e della sua magistratura. L’altro, geopolitico: vedi l’insofferenza per gli appelli del papa alla pace “disarmata e disarmante, umile e perseverante”. Infine, e decisiva, la politica interna: Trump considera la lealtà dirimente nella scelta dei collaboratori. Per lui Rubio si sta comportando slealmente. Si sbrighi a riallinearsi.

Quanto al primo registro, è evidente per chiunque voglia vedere che Trump è fuori controllo. Il suo gusto della provocazione è deragliato verso la confusione più sguaiata, che non impressiona nessuno ma preoccupa tutti: una persona in queste condizioni alla Casa Bianca, alla testa di una nazione in crisi di identità e di autostima, diffonde un’aura di pericolosa imprevedibilità attorno agli Stati Uniti, fino a ieri riferimento per tutti. Amici e nemici dell’America sono costretti a rivedere antiche certezze. Qualcuno fra gli avversari potrebbe farsi venire strane idee, profittando di una potenza quasi in sede vacante: gli apparati, anzitutto le Forze armate, non sono disposti a seguire qualsiasi ordine strampalato del presidente, anzi ne boicottano le iniziative troppo scivolose. Lo tengono lontano dal bottone atomico.

Quanto ai rapporti fra Stati Uniti e Santa Sede, sono al minimo storico da quando, nel 1984, furono formalizzati. Questo papa ha due priorità: scongiurare la terza guerra mondiale e riunire l’ecumene cattolico, sfibrato da scismi latenti. L’allarme riguarda anzitutto la Chiesa americana, dalla quale dipende gran parte dei finanziamenti al Vaticano, quasi essiccati durante il pontificato di Francesco. Prevost è stato eletto per ravvivare quella fonte sedando le diatribe fra cardinali e teologi statunitensi. Sotto tale profilo, il festival dell’insulto al papa inaugurato da Trump negli ultimi mesi sta aiutando Prevost nella ricucitura. In questo mondo impazzito il papa tiene dritta la barra. Attirando il rispetto di Stati ed entità che verso Santa Romana Chiesa non hanno mai coltivato viva inclinazione.

Intanto la Santa Sede ha avvertito Rubio: meglio smetterla con la polemica. Il papa rifiuta di scendere sul piano di Trump e ha dato disposizione di nominarlo il meno possibile — meglio per nulla — nella comunicazione ufficiale e nei media vaticani. I vertici statunitensi, compresi i cattolici di recente (Vance) o radicata (Rubio) fede cattolica, sono poi pregati di non avventurarsi nell’ermeneutica biblica. Il papa non accetta lezioni di teologia da nessuno. Né Prevost si farà imporre da Trump la linea sulla Cina o sulla Russia. Quanto al rovesciamento del regime di Cuba, prossimo fronte dell’amministrazione repubblicana, su cui Rubio punta da sempre quale rampollo di fuggiaschi da Fidel Castro — e sul quale intende costruire la sua reputazione di leader — il suggerimento è alla prudenza. Alla considerazione degli effetti che un colpo di Stato manu militari potrebbe avere sulla popolazione locale, già stremata.

I grandi elettori di Prevost pensavano fosse il meno americano fra i cardinali americani. Errore. Leone XIV non è un papa americano: è un americano papa. Animato da forte passione politica. Visibile quando esorta i suoi connazionali a fare pressione sui loro parlamentari perché operino per la pace e stemperino le pulsioni violente di questa amministrazione. La condanna dell’idolatria della forza, l’avversione per gli autocrati, persino la difesa di ciò che resta dell’Alleanza Atlantica — “molto importante oggi e in futuro” — ne sono testimonianza.

Fra due giorni si compie il primo anno di pontificato leoniano. Senza pregiudicare il futuro, possiamo stabilire che papa Prevost è già nella storia. Molti in America cominciano a dubitare che Trump possa finire il suo mandato.


Centrali nucleari svizzere: «Il rischio che si verifichino danni è notevolmente aumentato»

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

Di Wolfgang Storz, Infosperber

Chi è Wolfgang Renneberg Wolfgang Renneberg è docente universitario, fisico, giurista e uno dei più autorevoli esperti in materia di sicurezza dei reattori. Dal 1998 al 2009 ha diretto la supervisione nucleare presso il Ministero federale tedesco dell’ambiente (BMU). Successivamente ha lavorato come consulente e perito. Dal 2012 al 2015 è stato professore presso l’Istituto austriaco per le scienze del rischio e della sicurezza a Vienna. Oggi è membro del consiglio di amministrazione dell’Ökoinstitut tedesco.

La centrale nucleare di Beznau 1, costruita 56 anni fa, è la più vecchia al mondo; il suo contenitore a pressione del reattore è diventato fortemente fragile. Per le centrali nucleari vale la regola: più sono vecchie, più sono pericolose?

Wolfgang Renneberg: In linea generale, per l’invecchiamento dei sistemi tecnici vale la «curva a vasca da bagno». Nei primi anni di esercizio il tasso di guasti è più elevato, per poi diminuire. Negli anni successivi il tasso di guasti aumenta nuovamente, man mano che le riserve di sicurezza si esauriscono. In linea di principio, questo vale anche per le centrali nucleari.

In quali punti le centrali nucleari invecchiano in modo particolare?

È importante sottolineare che invecchiano sotto diversi aspetti. Il materiale, in particolare le tubazioni sottoposte a forti sollecitazioni nel circuito primario e le valvole presenti in quel punto, i generatori di vapore e il contenitore a pressione del reattore perdono la loro tenacità. Lo spessore delle pareti delle tubazioni si riduce nei punti critici. Il rischio di perdite pericolose aumenta. Se a ciò si aggiungono difetti di fabbricazione originari, ad esempio se la qualità della produzione non è stata sufficientemente controllata durante il processo di fabbricazione, se non sono stati individuati errori di saldatura o se sono stati utilizzati materiali non conformi, il rischio aumenta ulteriormente, talvolta in modo imprevedibile.

Si sono verificati difetti di fabbricazione di questo tipo nelle centrali nucleari svizzere?

Difetti di fabbricazione sono stati riscontrati, ad esempio, nella centrale nucleare di Beznau 1 e in quella dismessa di Mühleberg. A Beznau 1 si trattava di inclusioni di ossido di alluminio nell’acciaio del contenitore a pressione del reattore. Nella centrale nucleare di Mühleberg, tra l’altro, il mantello del nocciolo non era stato sottoposto a ricottura di distensione durante la fabbricazione, cosicché nel materiale erano rimaste tensioni non consentite. Lo stesso effetto si è verificato nei generatori di vapore di Beznau 1 e 2, che hanno dovuto essere sostituiti anticipatamente.

Ma è davvero possibile controllare tutto questo costantemente?

No. Nelle centrali nucleari di vecchia concezione, le tubazioni sottoposte a sollecitazioni elevate sono state in parte progettate in modo tale da non poter essere controllate in modo adeguato. Ciò comporta la perdita di un’ulteriore barriera di sicurezza. Gli operatori e le autorità di vigilanza in Svizzera potrebbero quindi non essere in grado di reagire tempestivamente a danni concreti.

Cos’altro invecchia in una centrale nucleare?

L’invecchiamento riguarda anche i sistemi elettrici di controllo e di alimentazione. In passato si sono già verificati incendi di cavi che hanno causato gravi danni, come ad esempio nella centrale nucleare di Forsmark 1 in Svezia. Due dei quattro generatori diesel di emergenza si sono guastati. C’era il rischio che anche gli altri due generatori diesel di emergenza si guastassero. In tal caso sarebbe stata probabile una fusione del nocciolo. Un altro esempio è l’incendio di cavi a Brunsbüttel nel 2004. Esso ha causato l’interruzione dell’alimentazione per uso proprio e un arresto rapido del reattore. Dopo la chiusura del reattore nel 2011, sono stati esaminati anche i cavi. Nella risposta a un’interrogazione parlamentare nel Landtag dello Schleswig-Holstein (documento 18/254) è stata precisata l’entità del problema:

«Complessivamente sono stati riscontrati difetti in circa 500 cavi situati nel contenitore di sicurezza. Si tratta di cavi importanti dal punto di vista della sicurezza per la tecnologia di misurazione, controllo e regolazione […] L’infragilimento dell’isolamento fa sì che i cavi non avrebbero più potuto svolgere in modo sicuro la loro funzione di protezione contro l’umidità e i cortocircuiti in caso di incidente.» Esistono inoltre molti altri esempi. Anche le schede elettroniche saldate invecchiano. Ciò aumenta il rischio di errori di circuito che, in combinazione con altri errori, possono avere conseguenze imprevedibili per il funzionamento dell’impianto.

L’argomento dei sostenitori dell’energia nucleare è: anche gli impianti vecchi diventano sempre più sicuri, poiché con gli adeguamenti, che sono tecnicamente all’avanguardia, migliorano praticamente sempre in termini di qualità. È vero?

No, è falso sotto diversi aspetti. In primo luogo, i componenti principali di un reattore invecchiano inesorabilmente. Non possono essere sostituiti. In secondo luogo, gli adeguamenti diventano necessari perché gravi carenze vengono scoperte solo dopo l’autorizzazione. In un caso del genere, lo stato di sicurezza indispensabile viene garantito solo con l’adeguamento – e per di più in ritardo. Immagini: solo durante il funzionamento si scopre che la centrale nucleare – contrariamente a quanto ipotizzato al momento dell’autorizzazione – non è sufficientemente protetta dal punto di vista strutturale contro i terremoti. Solo con l’adeguamento viene quindi garantita la sicurezza che avrebbe dovuto essere assicurata già prima dell’autorizzazione.

Quindi le centrali nucleari diventano davvero migliori e più sicure grazie agli adeguamenti?

Da un punto di vista puramente tecnico, una centrale nucleare dovrebbe in linea di principio essere più sicura di prima grazie a un adeguamento tecnico di sicurezza. Ciò vale anche se in questo modo si raggiunge solo la sicurezza che era già stata presupposta nell’autorizzazione. Non di rado, tuttavia, è accaduto che con gli adeguamenti siano stati introdotti nuovi errori, in parte con gravi conseguenze, che hanno reso l’impianto significativamente meno sicuro. Ad esempio, durante un intervento di adeguamento volto alla necessaria stabilizzazione delle tubazioni, i tasselli sono stati montati in modo errato su tutta la superficie. Di conseguenza, le tubazioni e altri componenti di sicurezza non erano sufficientemente fissati alle pareti. Ciò è stato scoperto solo in un secondo momento. In un’altra centrale, in prossimità del contenitore a pressione del reattore, il percorso delle tubazioni è stato modificato in modo tale che in una di esse avrebbe potuto accumularsi idrogeno libero. Ciò è stato constatato solo dopo un’esplosione avvenuta nelle immediate vicinanze del contenitore a pressione del reattore. L’esplosione è stata così violenta che le vibrazioni nell’edificio della centrale sono state percepite fino alla sala di controllo. Una tubazione in acciaio solido nelle immediate vicinanze del contenitore a pressione del reattore era stata completamente distrutta.

Le centrali nucleari raggiungono un’età in cui devono essere disattivate perché sono diventate troppo insicure?

A parte l’invecchiamento dei materiali, c’è anche un invecchiamento concettuale. Le centrali nucleari che producono elettricità da 40 anni si basano su concetti tecnici che hanno dai 50 ai 60 anni. In questi sei decenni, il mondo della tecnologia nucleare è cambiato radicalmente. Ciò riguarda, ad esempio, la struttura degli impianti, il numero dei sistemi di sicurezza, la loro qualità, la loro diversità e la loro indipendenza l’uno dall’altro.

Si tratta anche della qualità della protezione antincendio: tra allora e oggi c’è un abisso. Negli impianti concettualmente obsoleti spesso mancano separazioni strutturali tra possibili focolai d’incendio. Adattare i vecchi impianti alle esigenze odierne è possibile solo entro limiti molto ristretti. Di conseguenza, i vecchi impianti continuano semplicemente a funzionare, sebbene non siano affatto protetti, o almeno lo siano in misura nettamente minore, contro possibili rischi. Ciò vale sia per i rischi noti già da decenni, sia per quelli nuovi.

Accanto alla centrale nucleare di Beznau 1, costruita 56 anni fa, si trova il reattore gemello Beznau 2. Ha 53 anni. Il gestore Axpo intende mantenere in funzione entrambi i reattori ad acqua pressurizzata da 365 megawatt per altri cinque-otto anni. Quali pericoli comportano questi impianti?

Beznau 2 non differisce in modo significativo da Beznau 1. È entrata in rete solo circa due anni dopo Beznau 1 ed è concettualmente simile a quest’ultima. I concetti di sicurezza di questi impianti hanno quasi 70 anni. L’invecchiamento dei loro componenti è in fase avanzata. Ciò vale anche e in particolare per il contenitore a pressione del reattore. I concetti di sicurezza sono obsoleti. Alcuni esempi: la separazione strutturale e spaziale dei cavi elettrici non è sufficiente. Ciò può causare il guasto dei sistemi di sicurezza in caso di incidente. I requisiti di sicurezza di base delle tubazioni e delle valvole sotto pressione nel circuito primario non sono soddisfatti. Importanti sezioni di tubazioni nel circuito primario sono controllabili solo in modo insufficiente. La grave conseguenza: eventuali danni da invecchiamento o altri difetti rimangono nascosti. Inoltre, i sistemi di sicurezza non sono sufficientemente indipendenti l’uno dall’altro. Il guasto di un sistema di sicurezza potrebbe quindi non essere compensato da un altro. E la progettazione antisismica non soddisfa i requisiti che, secondo lo stato dell’arte della scienza e della tecnica, dovrebbero essere stabiliti e rispettati. Il mio ultimo punto: la protezione contro le inondazioni non è sufficientemente dimostrata.

Quali conclusioni trae da questa diagnosi?

Se una moltitudine di componenti è indebolita a causa della loro età e vi sono inoltre carenze progettuali, allora un incidente può portare a un guasto a cascata dei sistemi di sicurezza. La probabilità che ciò accada è nettamente più alta rispetto agli impianti nucleari più recenti. Beznau 1 e Beznau 2 non verrebbero più autorizzate oggi da nessuna autorità europea. A questo proposito ricordo un recente studio che ha dimostrato ancora una volta che, in caso di incidente in una centrale nucleare in Svizzera, le regioni tedesche confinanti potrebbero essere in parte colpite dalla diffusione della radioattività in misura maggiore rispetto alla Svizzera stessa. Potrebbero verificarsi condizioni meteorologiche tali da rendere necessaria l’evacuazione di vaste regioni della Germania meridionale secondo i valori limite vigenti.

Non è esagerato mettere in guardia da rischi apparentemente così pericolosi?

Un’auto con un sistema frenante a circuito singolo può funzionare senza problemi per tutta la sua vita utile. Tuttavia, il rischio che i freni si guastino completamente in un caso critico è nettamente più elevato rispetto a un’auto con due circuiti frenanti indipendenti. La realtà è quindi questa: il rischio che si verifichino danni è nettamente maggiore. E quando si verificano danni nelle centrali nucleari, questi sono drammatici e colpiscono molte persone.

Come valuta il reattore di Gösgen?

Con i suoi 47 anni, anche Gösgen fa parte delle vecchie centrali nucleari. L’orizzonte di verifica tecnica nelle procedure di autorizzazione in materia nucleare arriva al massimo a 30-40 anni. È quindi già stato nettamente superato. L’autorizzazione può essere formalmente valida dal punto di vista giuridico, ma l’autorizzazione e le verifiche che l’hanno preceduta non legittimano più la sicurezza dell’impianto.

In questo senso, l’autorizzazione e la procedura di autorizzazione hanno perso la loro validità per la sicurezza. Ciò non viene compensato in modo sufficiente nemmeno dalle verifiche di sicurezza delle autorità di vigilanza. Il fatto che l’aumento del rischio nel caso di Gösgen non abbia causato danni è una coincidenza. Tuttavia, nel caso di una centrale nucleare non ci si dovrebbe affidare in nessun caso alla coincidenza, secondo il motto «non succederà nulla».

Cosa si dovrebbe fare, secondo lei, in un caso del genere?

Se la legittimazione dell’autorizzazione per la sicurezza è in gran parte venuta meno, sarebbe necessaria un’autorizzazione al proseguimento dell’esercizio; dal punto di vista tecnico, ciò sarebbe necessario per ogni centrale nucleare che abbia 40 anni o più. Gli operatori delle centrali nucleari non supererebbero una tale verifica né a Gösgen né a Beznau.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: il sito nucleare di Beznau


Farmaci, perché Trump mette in pericolo la nostra salute

Occorre chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale – Di Ivo Durisch 

Di Letizia Gabaglio, La Stampa

Circa 50 all’anno, è questo il numero di nuovi farmaci approvati negli Usa negli ultimi due anni. A cui si aggiungono medicinali che si basano su molecole già approvate, ma che ottengono nuove indicazioni. Nel passaggio fra Usa ed Europa, già ora perdiamo qualche nuova medicina: l’ente europeo ne ha autorizzate circa 40 all’anno. Ma saranno ancora meno, e le conseguenze dello sconvolgimento del mercato dei prezzi annunciato da Trump si sentono sin d’ora persino su molecole già arrivate nei nostri mercati. Lasciando i pazienti europei privi di novità importanti, che potrebbero allungare loro la vita o migliorarne la qualità. Colpa della politica della Most Favored Nation (Mfn) che Donald Trump vuole applicare anche ai farmaci: gli Stati Uniti, cioè, non vogliono pagare i medicinali più di quanto non lo faccia un altro Paese che abbia un’economia confrontabile. E quindi la maggioranza delle nazioni dell’Unione Europea.

A lanciare l’allarme nei mesi scorsi sono stati molti amministratori delegati delle Big Pharma – Novartis, Roche e Astra Zeneca tanto per fare degli esempi –, ci sono poi decine di studi di economisti e di agenzie che si occupano di mercato farmaceutico; voci inascoltate dalla politica, che sembra disinteressata a questo tsunami che rischia di investire tutta l’Europa. In Italia gli interventi si contano sulle dita di una mano. L’ultimo, e mediaticamente più rumoroso, quello di Roberto Burioni, virologo e divulgatore scientifico, che ne ha scritto nella sua newsletter.

Cosa è già successo e cosa succederà

La politica Mfn ha già iniziato ad avere delle conseguenze. E non solo sui farmaci che devono ancora arrivare. Il rischio infatti è anche che i medicinali vengano ritirati dal mercato, anche se sono stati autorizzati a livello europeo e locale. Per esempio, a febbraio scorso in Danimarca, Amgen ha deciso di ritirare dal mercato un farmaco per abbassare il colesterolo – evolocumab – perché il prezzo concordato non rispecchiava il valore della molecola, secondo l’azienda. Il rischio era cioè quello di stabilire un precedente troppo basso. L’altro scenario possibile è che i prezzi aumentino. Già a settembre 2025, Bristol Myers Squibb ha deciso di commercializzare il suo farmaco contro la schizofrenia in Europa partendo dal Regno Unito, dove però applica lo stesso prezzo degli Usa “per riflettere il valore di questo farmaco per i pazienti e la società”, si legge nel comunicato dell’azienda.

“Per i farmaci che ancora devono arrivare in Europa, invece, il rischio è che la loro commercializzazione venga rallentata se non addirittura che le aziende decidano di rinunciare al mercato europeo”, spiega Vincenzo Salvatore, Professore Ordinario di Diritto dell’Unione Europea presso il Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi dell’Insubria. Paradossalmente, l’efficienza della nostra Agenzia del Farmaco (Aifa) – che tradizionalmente riesce a contrattare prezzi inferiori alla media europea – potrebbe giocare a nostro svantaggio. Non a caso il Regno Unito, che ha accettato di aumentare del 25% il costo dei farmaci proprio per venire incontro agli Usa, e la Germania, che ha un modello misto di rimborso, più vantaggioso per le aziende, sono i due Paesi che in questi mesi sono stati scelti come primo mercato europeo da molte aziende.

Tra i farmaci che forse rischiamo di non vedere mai sul territorio europeo c’è un antidolorifico di nuova generazione, che non dà problemi di dipendenza (suzetrigina); una molecola innovativa contro una malattia dei bronchi fortemente invalidante (brensocatib); e un principio attivo (aficamten) per la cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva, una malattia del cuore quasi sempre di origine genetica che colpisce persone giovani. Ma la lista potrebbe contenere i 50 principi attivi che hanno ottenuto il via libera oltre oceano nel 2025 a cui aggiungere parte dei circa 40 che l’ente europeo ha approvato sempre l’anno scorso e che ancora non sono stati negoziati dai singoli Stati.

Perché conviene agli Usa

Che i farmaci costassero molto di più negli Stati Uniti che in Europa non è certo una novità. Ma l’introduzione dei programmi Medicaid e Medicare ha portato l’amministrazione Usa a essere più scrupolosa: oggi non sono più solamente le assicurazioni private a pagare per le cure mediche ma anche lo Stato – anche se per poche persone. “Al di là della demagogia trumpiana la questione rimane e durerà anche dopo il suo mandato”, sottolinea Salvatore. Basta guardare alle analisi condotte negli ultimi mesi dall’International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research (Ispor), uno degli enti internazionali più rinomati di analisi della farmacoeconomia. Per esempio, mettendo a confronto i prezzi di 8 nazioni, fra cui l’Italia, con quelli americani di 5 farmaci per la cura del diabete i ricercatori hanno visto che fuori dagli Usa i costi erano inferiori del 50-98% rispetto ai prezzi statunitensi. Ipotizzando che Medicare e Medicaid potessero acquistare a quei prezzi, lo studio ha stimato il calo dei ricavi da parte delle aziende farmaceutiche del 15-70% e quindi un risparmio fondamentale per chi deve pagare.

Cosa si può fare?

La clausola Mfn è contenuta nel primo articolo dell’accordo sul commercio internazionale – Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) – sancito nel 1994 dai Paesi che fanno parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Vale per tutte le merci e serve a non discriminare dei mercati in favore di altri. Ma i medicinali sono merci come le altre? Se sì, allora anche a loro si devono applicare le leggi del commercio internazionale, Mfn compresa. “Ma in altre occasioni gli accordi internazionali hanno sancito che i farmaci hanno uno status speciale perché rispondono a un interesse più importante”, spiega il giurista. “Si potrebbe quindi cercare un accordo per esentarli”.

La competenza del commercio internazionale è esclusivamente dell’Unione Europa: gli Stati membri hanno rinunciato a questa loro prerogativa quando sono entrati a farne parte. “Ecco perché è l’Europa a doversi fare sentire. Dovremmo poter stabilire un prezzo unico europeo, che garantirebbe una maggiore semplicità e stabilità di procedura per le aziende. Molti Stati non sono d’accordo ma di fronte allo scenario che ci si prospetta sembra davvero una soluzione strategica”, conclude Salvatore.