Verso l’abisso, trascinati dai fallimenti

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di Alberto Negri, il manifesto

Il generale e filosofo cinese Sun Tzu nella sua Arte della Guerra affermava che una strategia senza tattica può portare a una rapida vittoria, ma una tattica senza strategia può aprire la strada della sconfitta. Questa considerazione potrebbe adattarsi a quanto succede nello Stretto di Hormuz.

Ma anche a tutta la guerra americana e israeliana che voleva spazzare via il nucleare iraniano e il regime o addirittura un’«intera civiltà» come ha detto Trump.

La tensione nello Stretto di Hormuz, cruciale per l’economia globale, è ormai alle stelle. Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte. Il cosiddetto project freedom nato per permettere a centinaia di navi bloccate da mesi di riprendere la rotta si sta scontrando con l’ostilità iraniana. Il passaggio dei cacciatorpedinieri della flotta americana è stato accolto, secondo fonti iraniane, da un lancio di missili di avvertimento. Non solo, secondo quanto emerge una nave sudcoreana sarebbe in fiamme in seguito a un’esplosione avvertita al largo degli Emirati arabi.

Queste notizie mentre scriviamo sono da verificare ma già indicano che potrebbe essere cominciata una nuova escalation nella guerra contro l’Iran scatenata il 28 febbraio da Stati uniti e Israele. Da una parte e dall’altra si è incendiata subito la guerra di propaganda: le acque di Hormuz sono diventate più torbide che mai, forse già troppo affollate, visto che lo Stretto è lungo una ventina di miglia marine ma che soltanto un paio sono navigabili nei due sensi di entrata e uscita, per evitare almeno il rischio delle mine.

Gli Usa sono partiti subito sparando alto, come se la posta in gioco, la navigazione dello Stretto, fosse già nella mani di Trump. «Abbiamo il pieno controllo dello Stretto di Hormuz», lo «stiamo aprendo», ha dichiarato il segretario al Tesoro Scott Bessent in un’intervista a Fox, ribadendo che l’economia iraniana è in «caduta libera». Dichiarazione seguita non molto tempo dopo dall’annuncio del Centcom che navi della marina americana dotate di missili guidati avevano attraversato lo Stretto di Hormuz a sostegno del project freedom.

Ma una dichiarazione aveva sollevato subito qualche dubbio. Le forze americane – si leggeva nel comunicato – stanno attivamente assistendo gli sforzi volti a ripristinare il transito per la navigazione commerciale. Qual è il significato? Che la marina Usa sta scortando le navi commerciali? Nel Golfo al riguardo ci sono pochi e rari precedenti negli anni Ottanta. Nel 1987 cinque o sei navi da guerra Usa avevano scortato un paio di petroliere del Kuwait ma oggi non ci sono i numeri a Hormuz per un’operazione di questo genere.

Ma a di là delle ipotesi appare evidente che la situazione sta comunque degenerando in una escalation che rischia di trascinare il conflitto in una guerra navale nello Stretto. I segnali ci sono tutti e la guerra coinvolge anche Israele, che non solo colpisce in Iran e in Libano ma è impegnata anche contro gli Houti alleati di Teheran che possono minacciare lo Stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso (la rotta di Suez per intenderci). Questa guerra è stata voluta da Netanyahu e non è certo un caso che la scorsa settimana equipaggiamenti militari americani siano stati spostati a ritmo serrato verso Israele.

E neppure l’Europa è fuori di giochi di guerra: mentre Trump e il cancelliere Merz litigavano, aerei cargo militari Usa sono arrivati dalla Germania in Medio oriente trasportando armamenti nella regione. Quando si parla di ritiro americano dall’Europa e dalla Nato a volte si dimentica che il vecchio continente è l’avamposto degli Stati uniti verso l’Asia minore e maggiore. Ma queste cose al Pentagono le sanno bene e quasi sicuramente le dirà anche li segretario di stato Rubio quando sarà in Italia a metà settimana.

In tutto questo, escalation navale compresa, torna il generale Sun Tzu. La strategia iraniana appare un po’ grezza ma razionale. L’Iran non ha bisogno di sconfiggere gli Stati uniti in una guerra. Al regime di Teheran basta assicurarsi la sopravvivenza, con sventagliate di missili e droni per mantenere il Golfo e Hormuz sotto pressione. Anche il nucleare iraniano sembra passato in secondo piano ed è questo che volevano ayatollah e pasdaran. Quanto alla strategia Usa, che pure con Israele ha inflitto danni enormi all’apparato militare e politico iraniano, è meno chiara. Trump ogni tanto proclama che l’accordo con Teheran è vicino ma Netanyahu ha altri obiettivi: la cancellazione dell’Iran della mappa del Medio oriente, non importa se c’è questo o un altro regime.

Nell’immagine: Teheran, un cartellone pubblicitario su cui sono raffigurati lo Stretto di Hormuz e le labbra cucite di Donald Trump


La Svizzera guadagna abitanti, l’Europa ne perde – e nessuno ci guadagna

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di Marc Leutenegger e Kai Reusser, tvsvizzera.it

Negli ospedali della Svizzera tedesca non si parlano i dialetti locali, ma il tedesco standard (Hochdeutsch). Senza il personale straniero, il sistema sanitario elvetico non sarebbe da tempo più in grado di funzionare.

Oltre il 41% dei medici che esercitano in Svizzera ha ottenuto il diploma all’estero. In alcune strutture, questa proporzione è nettamente più elevata. È il caso, in particolare, dell’Ospedale universitario di Zurigo, dove più della metà del corpo medico è di origine straniera, con una forte quota proveniente dalla Germania.

Questo “saccheggio di medici” è solo l’esempio più visibile di ciò che gli economisti definiscono “importazione di capitale umano”. Nella Confederazione numerosi posti vacanti possono essere coperti solo ricorrendo a manodopera proveniente dallo spazio europeo.

E questo a diversi livelli. “Ciò che caratterizza la Svizzera è la sua capacità di attrarre simultaneamente quadri dirigenti e personale non qualificato, per impieghi abbandonati dalla popolazione elvetica”, spiega Philippe Wanner, professore di demografia all’Università di Ginevra.

Insoddisfazione in Svizzera

La conseguenza di questa immigrazione è una crescita demografica continua. Fatta eccezione per alcuni piccoli Stati, nessun altro Paese d’Europa ha registrato, dalla svolta del millennio, un’immigrazione netta di tale portata.

Questa crescita demografica ha ripercussioni sui trasporti, sulle infrastrutture e sul mercato immobiliare, e alimenta in Svizzera un dibattito sullo “stress da densità”. Negli ultimi anni, il numero di ore trascorse negli ingorghi, gli affitti e i prezzi degli immobili residenziali sono fortemente aumentati. La classe politica non è riuscita ad attutire a sufficienza gli effetti dell’immigrazione, una lacuna che il demografo Philippe Wanner attribuisce in particolare alla lentezza del sistema federalista.

Questa crescente insoddisfazione culmina con la votazione sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!”, che sarà sottoposta al popolo in giugno. Lanciata dall’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice), l’iniziativa esige che la popolazione residente rimanga inferiore a 10 milioni di abitanti fino al 2050, anche a costo di rimettere in discussione la libera circolazione delle persone e, di conseguenza, gli accordi bilaterali con l’Unione Europea.

La Svizzera conta attualmente circa 9,1 milioni di abitanti. Secondo l’Ufficio federale di statistica, dovrebbe salire a 10,3 milioni entro il 2050. In teoria, il basso numero di nascite dovrebbe portare, a partire dal 2035, a un calo demografico: il tasso di fecondità in Svizzera ha raggiunto di recente un livello storicamente basso, con 1,29 figli per donna.

Questo calo è però più che compensato dall’immigrazione. Anche le Nazioni Unite prevedono Collegamento esternoper la Svizzera una crescita demografica sostenuta, che dovrebbe protrarsi lungo l’intero orizzonte di previsione fino alla fine del secolo.

L’Unione Europea e le sue disparità interne

La situazione si presenta diversamente nell’Unione Europea: secondo Eurostat, la popolazione dell’UE raggiungerà il suo picco nel 2026 prima d’iniziare a declinare. Un’evoluzione tanto più marcata in quanto l’Unione tende a chiudere sempre di più le sue frontiere esterne e anche il numero di nascite per donna è sceso a un livello record.

Nel 2024, il tasso di fecondità si attestava in media a 1,34 figli per donna nell’UE, nettamente al di sotto della soglia di ricambio generazionale, fissata a 2,1 figli, necessaria affinché una generazione sostituisca interamente la successiva.

Le dinamiche variano tuttavia fortemente a seconda dei Paesi. In 14 degli Stati presi in considerazione da Eurostat in un confronto, la popolazione è già in calo, mentre 25 registrano ancora una crescita demografica. Anche in questo caso, la migrazione interna costituisce il motore principale.

Oltre a piccoli Stati come il Lussemburgo o Malta, Paesi come l’Irlanda o i Paesi Bassi figurano tra quelli in crescita: come la Svizzera, puntano su una politica fiscale aggressiva e si dicono anch’essi confrontati allo “stress da densità”.

I Paesi baltici, gli Stati dei Balcani occidentali e dell’Europa dell’Est sono quelli la cui popolazione diminuisce più rapidamente. Ma anche Grecia e Italia sono confrontate con una rapida perdita demografica. Si stanno formando veri e propri deserti demografici: nell’Italia meridionale, ad esempio, intere regioni si stanno svuotando.

“La migrazione agisce come un meccanismo di compensazione per il mercato del lavoro”, spiega Leo van Wissen, direttore del progetto “Premium EU”, che studia gli effetti della migrazione e la loro gestione politica. Una delle principali conclusioni di questo ricercatore olandese è che i flussi migratori non seguono i confini nazionali.

Le trasformazioni si verificano anche a livello subnazionale. Egli raccomanda quindi all’UE di sostenere delle regioni – e non dei Paesi – con misure di riequilibrio mirate. Effetti regionali si osservano anche in Svizzera, sebbene assumano una forma leggermente diversa.

Tutti i cantoni registrano attualmente una migrazione netta dall’estero. Nei centri economici di Zurigo e Ginevra, la pressione migratoria internazionale e il costo della vita sono nel frattempo diventati così elevati che è in atto un fenomeno di spostamento delle popolazioni locali. Di conseguenza, i cantoni vicini di Argovia e Friburgo registrano di gran lunga i più alti livelli di migrazione interna, accogliendo chi è costretto a spostarsi.

Effetti sovrastimati della migrazione lavorativa

Ma in che misura i Paesi traggono realmente profitto dall’importazione di capitale umano? In Svizzera, la questione è centrale, tanto più con l’avvicinarsi della votazione di giugno.

Un primo elemento di risposta può essere cercato a livello del prodotto interno lordo. Negli ultimi anni, il PIL della Svizzera ha fatto segnare un aumento significativo.

Le voci critiche osservano tuttavia che la Svizzera non sembra aver beneficiato della migrazione in misura superiore alla media. Infatti, la crescita del PIL pro capite in Svizzera, con un aumento del 23% tra il 2000 e il 2022, corrisponde alla media osservata in altri Paesi dell’Europa occidentale, compresi quelli in cui l’immigrazione è tuttavia nettamente inferiore.

È incontestato che l’apporto di manodopera attenua le tensioni che gravano sulle assicurazioni sociali, in particolare sul primo pilastro della previdenza per la vecchiaia (AVS), concepito secondo il principio di ripartizione: ogni generazione attiva finanzia le rendite attualmente versate.

Senza immigrazione, l’AVS sarebbe a rischio di collasso finanziario a causa del pensionamento dei baby boomer. Ma il problema è solo rimandato. Non appena la popolazione attiva diminuirà rispetto al numero di persone in pensione, la Svizzera dovrà nuovamente farvi fronte, perché anche le persone immigrate acquisiscono, a loro volta, nuovi diritti alla rendita.

Concorrenza per attirare i giovani

Per il demografo Philippe Wanner, la “dipendenza da una migrazione altamente qualificata” costituisce uno dei principali rischi per la Svizzera. Poiché le generazioni successive sono meno numerose in tutti i Paesi europei, questa fonte potrebbe finire per esaurirsi.

“Secondo la teoria economica classica, il pensionamento dei baby boomer nei Paesi d’origine dovrebbe aprire prospettive alle giovani generazioni e portare potenzialmente a migliori condizioni salariali a causa della carenza di manodopera”, spiega. “Tuttavia, nulla garantisce che la Confederazione riesca ancora, in futuro, a reclutare tutta la forza lavoro di cui avrà bisogno”.

Di fatto, numerosi Stati non sono più disposti ad accettare la fuga di cervelli e hanno preso misure di conseguenza. L’Italia e la Grecia, i cui sistemi pensionistici gravano già pesantemente sulle finanze pubbliche, puntano su ampi sgravi fiscali per incentivare il rientro degli specialisti e specialiste emigrati. La Polonia e la Romania, dal canto loro, ricorrono a incentivi fiscali al fine di trattenere le e i giovani attivi sul proprio territorio.

Parallelamente, numerosi Stati europei hanno ampliato le loro politiche familiari, o addirittura introdotto misure esplicitamente volte ad aumentare la natalità. La convinzione che l’invecchiamento demografico costituisca un problema di grande portata si è ormai ampiamente imposta nel dibattito politico.

Secondo le proiezioni dell’ONU, nel corso del prossimo secolo, solo la popolazione del continente africano continuerà a crescere, mentre diminuirà ovunque altrove. Per i Paesi dell’UE, Eurostat prevede entro il 2100 una diminuzione della popolazione, che passerebbe da 449 milioni nel 2024 a 419 milioni di abitanti, e questo nonostante un’immigrazione persistente da Paesi terzi. Il grande ribaltamento demografico in Europa è appena iniziato.

L’incognita

Ma ciò che queste proiezioni demografiche oggi non prendono ancora in considerazione è l’impatto dell’intelligenza artificiale. Per il futuro, si tratta di una delle grandi incognite.

Alcuni demografi ed economisti ritengono che i guadagni di produttività legati all’IA potrebbero colmare la carenza di manodopera dovuta all’invecchiamento demografico e garantire il finanziamento delle assicurazioni sociali. È la lettura ottimistica.

Nello scenario pessimistico, l’IA porrebbe fine all’era dell’impiego per ampie fasce della popolazione e farebbe vacillare l’ordine politico e sociale, con importanti ripercussioni sui tassi di natalità e sui flussi migratori.

Per il momento, il cambiamento demografico accentua la pressione migratoria e, nelle professioni molto ricercate, innesca effetti a catena. I medici che vanno a lavorare in Svizzera sono sostituiti in Germania da professionisti provenienti dalla Polonia; questi ultimi sono a loro volta rimpiazzati in Polonia da specialisti originari dell’Ucraina e della Bielorussia. E così via.

Questo effetto a cascata si conclude in Asia centrale. In regioni remote del Tagikistan o del Kirghizistan, dove non si trovano medici, per chilometri e chilometri.


Medio Oriente, il delicato equilibrio dell’instabilità

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

Da quando l’8 aprile Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran hanno siglato un cessate il fuoco, il quadro non si è chiarito, si è complicato. Proposte e controproposte si inseguono, con il Pakistan nel ruolo di canale discreto tra le due capitali. L’obiettivo è un accordo di pace. Le condizioni per raggiungerlo, al momento, non ci sono. La guerra non è ripresa. Ma la pace non è arrivata. E nel mezzo si è aperto uno spazio sempre più instabile, in cui ogni dichiarazione conta come una mossa e ogni attesa nasconde una strategia. Potrebbero sembrare semplici schermaglie, quasi un conflitto a bassa intensità fatto più di parole che di azioni, se non fosse che ci si muove su un crinale estremamente pericoloso caratterizzato da una crisi energetica globale di cui ormai si calcola solo il punto di rottura; un riassestamento degli equilibri regionali; e una pressione crescente su economie e popolazioni. Dall’inizio della tregua si cerca di capire se esistano margini reali per un accordo. Ma ogni previsione viene smentita. Basta una dichiarazione di Trump o della leadership iraniana per riportare tutto al punto di partenza. L’ultimo passaggio lo conferma. Teheran ha presentato una nuova proposta articolata, non più uno schema tecnico limitato, ma un quadro politico complessivo per chiudere il conflitto. Un piano in 14 punti che punta a una “fine della guerra” permanente, non a una tregua. Dentro ci sono elementi chiave: garanzie di sicurezza, ritiro delle forze americane dalla regione, fine del blocco navale, sblocco degli asset iraniani all’estero, rimozione delle sanzioni e persino l’idea di un nuovo meccanismo di governance per lo Stretto di Hormuz, per garantirne la stabilità nel tempo. Non solo Iran-Usa. Ma un tentativo di riscrivere l’ordine del conflitto, includendo anche il fronte libanese. Una proposta ampia. Ambiziosa. E proprio per questo difficilmente accettabile per Washington. Trump lo ha lasciato intendere chiaramente, rilanciando la consueta pressione su Teheran. La Casa Bianca non sembra intenzionata ad accettare un accordo che chiuda davvero il conflitto senza una vittoria visibile.

E Teheran non sembra pronta a essere messa all’angolo senza portare a casa risultati tangibili. Un accordo in cui nessuno appaia sconfitto è già difficile. Uno in cui entrambi appaiano vincitori è quasi impossibile. Soprattutto se continua a incombere lo spettro della ripresa delle armi, un reset troppo rischioso per tutti gli attori coinvolti. Nel frattempo, si continua a girare attorno alle stesse questioni senza avanzare né arretrare. Hormuz resta al centro della partita. E la disponibilità iraniana a riaprirlo non è solo una leva negoziale. È una necessità. Perché, a sua volta, il blocco americano ha prodotto un effetto immediato: le esportazioni di greggio sono crollate, le petroliere vengono respinte, e il traffico nello Stretto si è quasi azzerato. Il petrolio però continua a essere estratto. E qui sta il punto. Se non può uscire, deve essere stoccato. Ma lo spazio finisce. Secondo diverse stime, l’Iran ha solo poche settimane prima della saturazione completa dei depositi.

Ed è qui che Hormuz diventa un’urgenza interna. Teheran si è già mossa tagliando la produzione in modo controllato, anticipando il limite degli stoccaggi. Perché il rischio è concreto: se i pozzi si fermano in modo forzato, i danni agli impianti possono essere strutturali e difficili da recuperare. Riaprire Hormuz significa due cose insieme: alleggerire la pressione internazionale, ma soprattutto riattivare il flusso vitale dell’economia interna. Perché senza export, il sistema si blocca. E quando il sistema si blocca, la leva negoziale si trasforma in vulnerabilità. Nel frattempo, il traffico resta limitato. E non riguarda solo petrolio e gas. Da Hormuz passa anche una quota significativa dei fertilizzanti globali, un elemento ancora sottovalutato, ma con effetti diretti sulla produzione agricola e sulla sicurezza alimentare mondiale. Sul piano strategico, però, lo stallo resta perfetto. Il nucleare continua a essere una linea rossa. Teheran non vuole rinunciare. Washington non vuole concedere. E quindi il negoziato si blocca lì. In questo equilibrio, paradossalmente, entrambi guadagnano tempo. Gli Stati Uniti evitano di forzare la mano. L’Iran ricostruisce e resiste. E nel frattempo, le dichiarazioni si radicalizzano. Il tavolo delle trattative, per quanto fragile, al momento conviene ancora a tutti. Almeno finché resta aperto. Il rischio vero è un altro. Una variabile esterna. Israele, che sa bene che rompere gli equilibri può essere una strategia. Sul terreno libanese, il cessate il fuoco è ormai solo formale. Secondo alcune fonti, Netanyahu avrebbe convocato il gabinetto di sicurezza: sul tavolo, la possibile interruzione della tregua, non solo con l’Iran, ma anche a Gaza. E qui emerge il problema per Washington. La capacità – o meno – di contenere il primo ministro israeliano. Perché la dinamica è ormai evidente: quando Trump rallenta, Israele accelera. E in questo scarto si gioca tutto il resto. Kissinger sosteneva che non può esistere stabilità là dove ogni attore cerca una sicurezza assoluta. Trump vuole una vittoria da raccontare. Teheran non vuole uscirne sconfitta. Israele vuole ridefinire i confini del possibile. E tutti si muovono come se il costo dell’errore lo pagassero gli altri. Nel frattempo, la crisi si consolida, si normalizza, diventa strutturale. E in questo caso, uscirne richiede molto più di un negoziato.

Nell’immagine: una 14enne osserva le macerie dopo un attacco israeliano. I raid dell’Idf l’hanno costretta a fuggire con i genitori da Nabatieh a Beirut 


L’Europa si prenda la Nato

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di Paolo Gentiloni, La Repubblica

C’è poco da minimizzare. Sarà pure un fatto simbolico, l’annunciato ritiro di militari americani dalla Germania e forse da Italia e Spagna, ma anche di simboli è fatto il gioco della deterrenza. E se Trump con linguaggio maoista ridicolizza la Nato, «tigre di carta», come se fosse una fastidiosa organizzazione multilaterale e non una potente alleanza militare dominata proprio dagli Stati Uniti, gli europei sono obbligati a rispondere. Non certo per contribuire a disintegrare l’alleanza, sulla cui deterrenza, specie quella nucleare, dobbiamo contare, ma per prendere in mano la nostra difesa. Il tempo in cui erano gli americani a farsene carico non tornerà: la nostalgia non è una strategia.

Non possiamo ignorare che siamo di fronte a un altro segnale di un Occidente il cui Paese-guida abbassa la guardia di fronte alle autocrazie, una sorta di ammainabandiera della libertà come ha osservato Ezio Mauro. Un segnale che non a caso si accompagna al crescente disimpegno americano sull’Ucraina. Dunque, tocca agli europei.

Se l’Europa vuole difendersi e difendere il proprio modello di democrazia, di welfare, di diritti civili. Se vuole prendere in mano la causa dell’Occidente, resistendo all’invasione dell’Ucraina e svolgendo un ruolo di pace nel mondo, allora l’Europa deve diventare adulta. Guardando alle percentuali di spesa militare sul Pil si può dire che forse comincia a farlo. Un incremento di spesa è in atto in tutti i Paesi, inclusi quelli che partivano da livelli più bassi come Spagna e Italia.

Questi incrementi di spesa avvengono tuttavia in ordine sparso. Ancora troppo timida è la strategia comune sia nell’industria della difesa, dove ciascuno continua a rivolgersi ai tradizionali fornitori, molto spesso americani, sia nella cooperazione militare. Anche qui ci sono passi avanti. Si comincia, ad esempio, a discutere di come rendere operativo l’articolo 42.7 dei Trattati che prevede di far scattare una mutua assistenza in caso di minacce a un Paese europeo, una sorta di articolo 5 della Nato in versione Ue.

Sulla Nato siamo di fronte a un vero e proprio paradosso: invece di imboccare con decisione la via di una maggiore responsabilità, gli europei sono titubanti e talvolta sembrano rimpiangere i bei tempi in cui gli americani comandavano in tutto e per tutto e la Nato era un’alleanza di “Uno+Trentuno”.

Dovremmo fare l’esatto contrario. Non per consegnare la Nato agli archivi della storia: l’amministrazione americana cambierà e comunque avremo a lungo ancora bisogno della Nato. Ma per renderla più europea. E forse, ecco il paradosso, si tratta di un riequilibrio che oggi gli stessi americani farebbero fatica a ostacolare. Hanno già ceduto alcuni dei comandi operativi più importanti, tra cui quello di Napoli.

L’ambasciatore Usa alla Nato, Matthew Whitaker, si è addirittura augurato mesi fa che i tedeschi dicessero: «Siamo pronti ad avere un nostro generale nel ruolo di Comandante supremo alleato (Saceur)», ruolo occupato 75 anni fa da Eisenhower e da allora sempre da un generale americano. La questione è tutt’altro che formale, visto che coinvolge anche il funzionamento del comando operativo Nato in Europa (Shape), dove già la maggioranza degli incarichi e dei costi sono degli europei. Una gestione europea di Shape, che ha sede in Belgio, costituirebbe infatti una possibile traduzione concreta del concetto di pilastro europeo della Nato.

Senza strategia comune e senza un pilastro europeo della Nato si prosegue in ordine sparso. Ma di questa scelta dobbiamo conoscere i pericoli. Innanzitutto, ovviamente, quelli della frammentazione interna tra Paesi e della sovrapposizione di sistemi di difesa che crea sprechi e scarsa efficienza. Il fondo Safe è stata una novità importante, ma si tratta di 150 miliardi di soli prestiti e non è certo sufficiente a correggere la rotta per cui continuiamo a duplicare sistemi di difesa e ad acquistarli prevalentemente fuori dall’Europa.

Ma c’è una nuova dimensione di rischio che non può più essere sottaciuta. L’incremento della spesa militare in ordine sparso può creare in Europa uno squilibrio tra le capacità militari dei diversi paesi a livelli che non abbiamo mai conosciuto dal dopoguerra.

La Germania, in particolare, ha in programma di diventare una grande potenza militare: nel 2029 la sua spesa sarà di 189 miliardi, tre volte quella del 2022, la terza al mondo dopo Usa e Cina. La storia europea ci suggerisce di prendere sul serio il rischio di simili squilibri e la Zeitenwende, la svolta epocale tedesca, certamente benvenuta, dovrebbe collocarsi in un quadro di difesa comune.

L’interesse europeo in questo caso coincide con quello italiano, e di altri paesi come la Spagna o la Francia. Ma anche con gli interessi dei paesi nordici più esposti alla presenza russa. Bisogna muoversi, sulla difesa. Bisogna però farlo con industrie e strategie comuni, e dunque con finanziamenti comuni. Una nuova emissione di Eurobond, che sarebbe utile per diversi beni comuni europei, nel campo della difesa è una scelta obbligata. E urgente, come ci ricorda Trump.

Nell’immagine: Bergen (Germania), 19 febbraio: lo stemma della Steadfast Dart, la più grande esercitazione Nato del 2026


La ritirata della Nato

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

La Nato a geografia variabile è l’ultima minaccia di Trump. Il presidente americano, irritato per non aver ricevuto il sostegno militare dai Paesi europei nello stretto di Hormuz, si è dichiarato pronto a ritirare per vendetta i suoi soldati dalla Germania, dalla Spagna e dall’Italia. «Perché non dovrei? L’Italia non è stata di nessun aiuto e la Spagna è stata orribile, assolutamente orribile. Hanno fatto un pasticcio totale con l’Ucraina, li abbiamo aiutati anche se con l’Ucraina ci separa un oceano, è un problema loro. Ma quando abbiamo avuto bisogno di loro non c’erano: dobbiamo ricordarcene».

In questa minaccia sospesa — che degrada l’aggressione russa all’Ucraina da violazione universale a problema locale, e lo restituisce integralmente agli europei — è concentrata tutta la filosofia di Trump sul nuovo ordine internazionale, la sua concezione imperiale, il nuovo sentimento americano di lontananza dall’Europa, e più ancora di estraneità al suo destino, davanti all’ammainabandiera della libertà.

La Nato per Trump è semplicemente un dispositivo militare che deve scattare agli ordini degli Usa, ignorando i vincoli delle Costituzioni europee, la storia, la cultura dell’alleanza. Se non ubbidisce al comando americano, per diventare forza di complemento nell’avventura delle truppe statunitensi, allora la Nato è inutile per gli Usa e si riduce a semplice ombrello difensivo dell’Europa, che il leader della Casa Bianca può sovranamente decidere di chiudere in qualsiasi momento, dopo averlo derubricato da alleanza a onere, da solidarietà a spesa. Nessuna ragione ideale sopravvive nella stagione del trumpismo: ci sono soltanto interessi, anzi un solo interesse, egemone.

Questa concezione cozza contro la realtà degli ultimi ottant’anni, e falsifica la storia. Le spese per la difesa dell’area Nato sono state sicuramente sproporzionate a carico degli Stati Uniti che hanno pagato per tutti, e soltanto oggi i Paesi europei hanno avviato un piano di riequilibrio finanziario che si accompagna a un ridisegno continentale della strategia di difesa, pieno di incognite ma indispensabile.

Ma non si può ignorare che con il sostegno economico alla Nato l’America si è comprata una proiezione imperiale, un presidio globale, una dimensione universale. Non solo: è la Nato che ha consentito a Washington di estendere la sua sovranità concorrente e alleata fuori dal continente americano senza l’occupazione territoriale, con una sorta di sovranità cultural-militare che è la natura stessa del profilo imperiale americano, costruito su una rete di nodi integrati militari e soprattutto strategici in una geografia inedita del potere, che ha permesso agli Stati Uniti di contare nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, nel Nord Africa.

Dunque l’impegno americano nella Nato non è stato a fondo perduto, e anche il sostegno nella guerra fredda a Paesi minori ma dislocati sulla frontiera est-ovest, come l’Italia, non è stato senza tornaconto: com’è giusto che accada in un’alleanza.

Il fatto è che per un capriccio della storia l’intesa atlantica non si è fermata al trattato, e neppure soltanto al patto militare, ma ha generato qualcosa addirittura di metafisico, sicuramente metapolitico: è l’identità occidentale, la consapevolezza di far parte del mondo dei diritti e del diritto, della democrazia delle Costituzioni e delle istituzioni. È quella cornice ideale che ha ispirato la lotta per la riconquista della libertà nell’ultima guerra mondiale, con la sconfitta del nazifascismo, e che ha dettato la linea durante la stagione della guerra fredda, fino alla vittoria nell’89 con la caduta del Muro e la disfatta del comunismo fatto Stato.

Potremmo chiamarlo un impero asimmetrico consensuale, dove i rapporti di forza erano assolutamente sproporzionati ma la forza non era l’unica misura del tutto, perché l’impianto valoriale del patto atlantico attribuiva la piena dignità di alleati a ognuno dei partner.

C’era cioè la coscienza avvertita di far parte della stessa storia di ripulsa delle dittature e della stessa ambizione per una civiltà della libertà: è l’idea di Occidente, che nella pratica quotidiana abbiamo tradito mille volte con pulsioni imperialiste e colonialiste, con miserie governative e infedeltà evidenti, ma a cui non abbiamo mai rinunciato, perché è la vera dimensione cultural-politica di questa parte del mondo, ciò che noi siamo, o almeno ciò che vorremmo essere.

Qui confluiscono l’idea greca della città, il diritto romano, la misericordia cristiana, l’idea di libertà delle due rivoluzioni francese e americana, il concetto di Ovest, l’incompiuta europea che continua a interpellarci come una colpa.

È questo che Trump non ha capito. Il concetto di Occidente gli è estraneo, la parola democrazia è bandita dal suo vocabolario, le Costituzioni sono per lui un inutile impaccio e non una guida. È come se vedesse soltanto l’aspetto strutturale dei fenomeni, e non la sovrastruttura che li determina, li spiega, li proietta nel tempo.

Non si rende conto che la sua minaccia di ritirare i soldati americani dall’Italia, dalla Germania e dalla Spagna non è soltanto un atto di ritorsione inaccettabile tra alleati che hanno messo in comune basi, territorio, stabilità politica, affidabilità internazionale, ma è un gesto che contraddice fino a negarlo un fondamento culturale dell’Occidente organizzato: e cioè l’idea che la sicurezza sia indivisibile, e che la difesa comune sia qualcosa di più, molto di più della semplice addizione dei sistemi difensivi nazionali.

Oggi tutti si domandano — sottovoce, per non svegliare il can che dorme — se è ancora in vigore l’articolo 5 del trattato atlantico, nel quale «le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse sarà considerato come un attacco diretto contro tutte». Ma la vera domanda che nessuno si pone è se è ancora valido il preambolo, che raccoglie i principi-guida del mondo occidentale, con i firmatari che si dichiarano «determinati a salvaguardare la libertà, il patrimonio comune e la civiltà dei loro popoli, fondati sui principi della democrazia, della libertà individuale e dello Stato di diritto».

Questo impegno dà forma a una civiltà, che si riconosce in un destino: perché l’Occidente non è un mercato indistinto della sicurezza, ma una comunità politica, e non si cancella con un colpo di mano del più forte, svuotando le caserme.

Nell’immagine: Donald Trump al termine di un vertice Nato all’Aia


Gli Emirati e il nuovo potere del petrolio

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di Bill Emmott, La Stampa

È un piacevole paradosso, una luce che brilla in fondo a un buio tunnel mediorientale. Proprio quando nel mondo ci si chiede quanto ancora potrebbe aumentare il prezzo del petrolio a causa dello stallo tra Stati Uniti e Iran, gli Emirati Arabi Uniti – uno dei più importanti produttori di petrolio – hanno annunciato la loro uscita dall’Opec, il cartello che per più di sessant’anni ha cercato di mantenere elevati i prezzi. L’annuncio ci porta a pronosticare un prezzo del petrolio più basso, una volta riaperto lo Stretto di Hormuz.

Questa decisione era adatta alla settimana in cui le notizie sono state dominate da numerosi monarchi veri e da qualcuno che vorrebbe essere re. La federazione dei sette emiri – che si trovano ad Abu Dhabi, Dubai, Sharjah e in altri quattro centri più piccoli che formano gli Emirati Arabi Uniti – può prendere decisioni senza la necessità di consultazioni democratiche. Indubbiamente, questo è ciò a cui aspira Donald Trump, ma non è così che può agire il suo ospite in visita di Stato questa settimana, re Carlo III, perché non è una figura di spicco che può prendere decisioni. Nella sua visita a Washington e con il suo discorso al Congresso, il vero monarca costituzionale britannico ha impartito alcune lezioni di diplomazia al suo ospite sempre poco diplomatico.

In ogni caso, il presidente Donald Trump si sarà rallegrato per la decisione presa dai monarchi assoluti degli Emirati Arabi Uniti, in quanto essa implica la possibilità per gli automobilisti americani di procurarsi benzina a prezzi più bassi, anche se davanti a questa prospettiva i più importanti produttori di petrolio americani avranno meno di che rallegrarsi.

Non è la prima volta che un Paese che ne fa parte abbandona l’Opec – il Qatar uscì dal cartello nel 2019, l’Ecuador nel 2020 e l’Angola nel 2024 –, ma questa volta la decisione potrebbe avere in teoria molte più ripercussioni, perché gli Emirati hanno una capacità produttiva inutilizzata e la chiara ambizione di espanderla e di vendere più petrolio.

Gli Emirati Arabi Uniti – il quarto produttore di petrolio più importante dell’Opec dopo Arabia Saudita, Iraq e Iran – hanno già comunicato i loro piani volti a incrementare la produzione e a passare dagli attuali 3,4 milioni di barili di petrolio estratti al giorno a cinque entro la fine dell’anno prossimo. Se il piano si realizzasse, la situazione della grave penuria odierna di petrolio nel mondo, determinata dalla guerra di America e Israele all’Iran, cambierebbe abbastanza rapidamente e potrebbe arrivare a essere caratterizzata addirittura da una produzione in eccesso.

Questo esito non è scontato, in quanto provocare una drastica riduzione del prezzo del petrolio potrebbe non essere nell’interesse degli Emirati. In ogni caso, uscire dall’associazione dei produttori di petrolio, di cui ha fatto parte fin dal 1967, per gli Eau equivale a conquistare una maggiore libertà di scelta dei propri livelli di produzione.

Gli altri membri dell’Opec hanno accusato spesso gli Emirati di imbrogli e di oltrepassare le quote di produzione fissate concordemente dal cartello. Nondimeno, la defezione degli Eau apre loro la possibilità di investire di più nelle loro capacità produttive senza doverlo giustificare all’Opec. I costi di produzione negli Eau sono inferiori a quelli dell’Arabia Saudita, l’altro Paese membro dell’Opec ad avere capacità produttive inutilizzate. Negli ultimi anni, spesso emiratini e sauditi si sono trovati coinvolti in una sorta di lotta di potere nel loro supporto alle diverse parti impegnate nei conflitti in Yemen e Sudan.

La defezione degli Emirati non comporta la fine dell’Opec, ma la indebolirà. I giorni di massimo splendore dell’Opec risalgono agli anni Settanta, dopo che molti Stati membri nazionalizzarono le rispettive società petrolifere e di conseguenza le tolsero dalle mani delle società petrolifere occidentali. Dopo il conflitto arabo-israeliano del 1973, in un primo tempo i produttori arabi di petrolio imposero un embargo alle vendite di petrolio agli Stati Uniti e ad altri Paesi che avevano sostenuto Israele, e in seguito con l’Opec riuscirono a limitare la produzione in maniera significativa e a mantenere alto il prezzo del petrolio.

Tutto questo ha determinato un afflusso di entrate nei Paesi produttori di petrolio e ha provocato inflazione e recessione in Occidente. Tuttavia, sul più lungo periodo ha incentivato l’esplorazione e gli investimenti in altri giacimenti di petrolio in tutto il mondo che, alla fine, hanno ridotto il controllo dell’Opec sui prezzi. All’apice dei suoi giorni migliori, l’Opec aveva il controllo di più della metà della produzione mondiale di petrolio, mentre adesso tale percentuale arriva a meno di un terzo. Oggi i due maggiori produttori di petrolio al mondo sono l’America, grazie al “fracking”, la sua tecnologia di fratturazione idraulica, e la Russia.

Nell’immediato futuro, per il petrolio e altre materie prime come zolfo, elio e nafta – il cui trasporto attraverso lo Stretto di Hormuz è fondamentale – tutto dipenderà da come e quando lo scontro tra Stati Uniti e Iran si risolverà in maniera adeguata, così da permettere la rimozione dei blocchi che i due Paesi hanno instaurato reciprocamente. La speranza più grande è che il summit di Pechino del 14-15 maggio tra Trump e il presidente cinese Xi Jimping diventi l’occasione giusta per la risoluzione dello stallo.

Al momento, il Pakistan sta agendo da mediatore tra Iran e America, ma si dà ampiamente per scontato che lo faccia per conto della Cina. Negli ultimi anni, infatti, Cina e Pakistan sono diventati partner stretti e, poiché non vuole ritrovarsi coinvolta direttamente nella guerra di Trump, per la Cina è conveniente cercare di esercitare la sua influenza attraverso gli amici pachistani.

Ciò ha senso, sia sul piano diplomatico sia su quello strategico: il modo migliore per mettere sotto controllo internazionale il programma nucleare iraniano potrebbe essere quello di chiedere alla Cina di assumersi la responsabilità di mettere in sicurezza le scorte di uranio arricchito che si pensa siano sepolte sotto le macerie degli impianti nucleari iraniani, e quindi di fungere da garante affinché in futuro l’Iran non cerchi di nuovo di procurarsi l’atomica.

Lo svantaggio di una soluzione di questo tipo sarebbe che di fatto l’Iran diventerebbe un protettorato cinese, un asset strategico a lungo termine della Cina in Medio Oriente. Tuttavia, Trump potrebbe pensare che questo è un prezzo accettabile da pagare, qualora questa soluzione gli permettesse di dichiarare in modo convincente che le ambizioni di Teheran sono finite e di riaprire lo Stretto di Hormuz.

Se così accadrà e se il traffico attraverso Hormuz riprenderà entro la fine di questo mese, la crisi energetica non sarà finita, ma i suoi limiti sarebbero definiti. Non sarà finita perché occorrerà tempo per riparare gli impianti petroliferi e petrolchimici danneggiati nel Golfo e per riportare le scorte disponibili ai livelli di prima della guerra. A quel punto, però, gli Emirati avrebbero via libera per incrementare la loro produzione di petrolio, e questo a sua volta potrebbe indurre altri Paesi produttori a seguirne l’esempio per evitare di perdere quote di mercato.

Oggi, 120 dollari al barile sono un prezzo assai penoso. Un ritorno durante l’estate ai livelli di prima della guerra, sui 60-70 dollari al barile, attenuerebbe in modo sostanziale le sofferenze economiche e inflazionistiche avvertite sia in Europa sia in America. Il costo della produzione di petrolio negli Emirati in tempo di pace è stimato addirittura in 40 dollari al barile. Un calo così notevole nuocerebbe di sicuro ai produttori americani di petrolio ottenuto da scisto e anche ai produttori sauditi, i cui costi di produzione sono più alti.

Gli Emirati forse non si spingeranno a tanto. Ma la minaccia di poterlo fare potrebbe essere per loro una soddisfazione. A quel punto, però, potrebbe iniziare un’altra battaglia: quella per la leadership del mondo arabo.


La rappresaglia di Barbanera

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

«Siamo pirati!», ridacchia Trump e si felicita con se stesso perché le sue navi da guerra sequestrano greggio abbordando petroliere nelle acque di Hormuz. Abituati al funambolismo del comandante in capo delle Forze armate Usa potremmo classificare anche questa tra le sue fatue sparate. Sbaglieremmo.

In due parole, The Donald coglie il punto: gli Stati Uniti d’America si comportano da emuli di Barbanera, il pirata dei Caraibi. Solo che, a differenza del leggendario schiumatore settecentesco dell’Atlantico settentrionale, il suo plagiario dovrebbe guidare la massima potenza del pianeta. Il condizionale esprime dubbi sia sulla guida sia sulla potenza.

Negli ultimi giorni Trump ha dato sfogo alla rabbia contro gli “alleati” (virgolette d’obbligo) atlantici, vili e scrocconi, che non lo soccorrono nell’avventura di Hormuz. Disco rotto, non fosse per l’annuncio di rappresaglie operative contro la Germania. Della quale talvolta si trascura che in quanto grande sconfitta nella seconda guerra mondiale gode della presenza delle più importanti basi militari americane in Europa.

Washington le ha sempre considerate perno della proiezione nel nostro continente. Ma ieri (sabato 2 maggio) un alto dirigente del Pentagono ha annunciato che entro sei mesi, massimo un anno, gli Stati Uniti ritireranno 5mila dei 35mila soldati schierati nella Bundesrepublik. Mossa analoga a quella da Trump già annunciata nel primo mandato, poi boicottata dallo Stato profondo come molte altre sue bizzarrie.

È possibile, anzi probabile, che anche stavolta l’annuncio del parziale ritiro resti lettera morta. Perché questa mossa sarebbe un autogol. Tanto che ai vertici delle Forze armate Usa cresce l’insofferenza per il pirata. Via pittoresco ministro della Guerra Hegseth la Casa Bianca sta purgando i vertici del Pentagono. Conta la presunta lealtà al presidente. Il merito viene dopo, se viene. Scontro sordo dalle conseguenze incalcolabili, essendo tra l’altro in gioco il governo delle armi strategiche.

Nel caso tedesco, intervengono anche antipatie e simpatie di Trump. Forse per le origini bavaresi, lui detesta la Germania. E non ama gli sia ricordata la terra degli avi paterni. Quando il cancelliere Merz venne per la prima volta a trovarlo nello studio ovale Trump ne accolse con visibile fastidio il regalo: il certificato di nascita del nonno Friedrich, nato nel 1869 a Bad Dürkheim. Nulla in confronto al trattamento riservato ad Angela Merkel, cui aveva rifiutato di stringere la mano.

All’opposto, Trump e i suoi manifestano trasporto per i vertici russi — non sempre ricambiato. La punizione della Germania è anche un gesto di attenzione nei confronti di Putin. Ora che svoltando di 180 gradi rispetto al recente passato Berlino si offre avanguardia dei “volenterosi” decisi a tenere la Russia sotto pressione via resistenza ucraina, Trump non perde occasione per dimostrare comprensione al Cremlino.

Ad esempio cancellando l’annunciato spiegamento in Germania del sistema missilistico ipersonico Dark Eagle quale risposta agli Iskander e agli Oreshnik russi. E ordinando di piazzare un colonnello dell’Esercito nella catena di comando della Bundeswehr quale vicecapo della divisione operativa. Per collaborare con l’alto comando germanico, dicono. Per controllarlo, di fatto.

Washington non apprezza la proclamata intenzione tedesca di ergersi potenza convenzionale e tecnologica numero 1 in Europa entro il 2039. Trump è contro la Nato perché come è ridotta oggi non gli serve. Non per abbandonare gli europei a se stessi. Magari ai cinesi.

Le generazioni passano, ma il riflesso germanofobo all’origine del Patto Atlantico, tra le cui missioni spiccava quella di «tenere i tedeschi sotto», è ancora attivo in America e non solo. A Washington condiviso da due correnti opposte: quella che vorrebbe recuperare la Russia in funzione anti-cinese e quella che vorrebbe finire di liquidarla via Ucraina ma teme che la Germania, dopo aver legittimato il suo riarmo in funzione antirussa, ci si metta d’accordo. Ipotesi concreta se l’Afd, il partito neonazionalista in buona parte filorusso oggi in testa nelle intenzioni di voto, salisse al governo nei prossimi anni.

Può la rappresaglia anti-tedesca anticipare analoga misura contro l’Italia della «deludente» Meloni? Da Barbanera aspettiamoci di tutto. Persino che alle parole seguano fatti.


«L’UBS dovrebbe essere grata ai contribuenti per la garanzia statale»

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di upg, Infosperber

Le norme patrimoniali proposte dal Consiglio federale per l’UBS vengono presentate come «requisiti estremi» o «variante massima». La richiesta più importante: in futuro l’UBS dovrebbe coprire le proprie filiali estere con capitale proprio fino al 100 per cento, invece che con circa il 60 per cento come finora. Infosperber ha intervistato Marc Chesney, professore emerito di finanza all’Università di Zurigo.

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L’UBS e la lobby Economiesuisse sostengono che le proposte del Consiglio federale «indebolirebbero la competitività della piazza finanziaria svizzera».

Marc Chesney: È paradossale e fuori luogo che la direzione di una grande banca, che dispone di una garanzia statale, avanzi l’argomento secondo cui la competitività rischierebbe di essere indebolita. Si tratta di un argomento pretestuoso. In Svizzera la concorrenza tra le banche è distorta, perché alcune dispongono di tale garanzia statale e altre no. E a livello internazionale la concorrenza è distorta a seconda della solidità finanziaria dello Stato che concede una garanzia alle banche in questione.

Poiché il PIL degli Stati Uniti è circa 30 volte superiore a quello della Svizzera, una banca come l’UBS negli Stati Uniti sarebbe un outsider. Si avventurerebbe su un terreno scivoloso se volesse davvero competere con le grandi banche statunitensi nel settore dell’investment banking. La sua quasi-bancarotta del 2008 lo ha dimostrato chiaramente.

Inoltre ci si chiede perché Economiesuisse – se il suo obiettivo fosse davvero la «competitività della piazza finanziaria svizzera» – sia stata così discreta nella debacle del Credit Suisse. Perché questa associazione di lobby non ha denunciato le irregolarità e gli abusi di questa banca prima del disastro?

UBS ed Economiesuisse sostengono che le direttive del Consiglio federale «renderebbero più costosi i crediti a scapito dell’economia reale».

Una brutta battuta! Perché un maggiore capitale proprio dovrebbe significare meno crediti o crediti più costosi? L’aumento di capitale può avvenire semplicemente tramite l’emissione di nuove azioni. Se ciò non funzionasse, significherebbe che gli investitori non hanno fiducia in questa banca nonostante la garanzia statale. Sarebbe un test interessante…

«Il Consiglio federale va oltre l’obiettivo»Il commento dei media il giorno dopo la conferenza stampa della consigliera federale Karin Keller-Sutter.
«Blick» del 22.4.2026: «La banca del CEO Sergio Ermotti (65) ha reagito con durezza alle proposte del Consiglio federale. A suo avviso, il pacchetto è «estremo», non coordinato a livello internazionale e ignora le critiche emerse durante la consultazione. In casi estremi, ci sarebbero conseguenze tangibili per l’economia svizzera, ha avvertito la banca.»
Titolo su «Finanz und Wirtschaft» del 22.4.2026: «UBS definisce il calcolo del capitale del governo ‹fuorviante›»
«Watson» di CH-Media del 22.4.2026: Con il titolo «‹Dichiarazioni fuorvianti›: ecco come reagisce l’UBS alle misure del Consiglio federale», «Watson» cita Tiana Moser, capogruppo dei Verdi liberali: «Il Consiglio federale sta esagerando.»

Il redattore della «NZZ» Guido Schätti ha criticato la consigliera federale Keller-Sutter, accusandola di voler distogliere l’attenzione dalla propria responsabilità nella debacle del CS. Il Consiglio federale dovrebbe piuttosto essere «grato all’UBS per i suoi servizi durante la crisi». Con le sue rigide direttive, mette a repentaglio la «stabilità della banca».

La direzione dell’UBS dovrebbe piuttosto essere grata ai contribuenti per la garanzia statale!

Spetta al Parlamento decidere sulle proposte del Consiglio federale. Secondo la «NZZ», il Parlamento dovrebbe consentire all’UBS di sostituire una parte del capitale proprio con obbligazioni che, in caso di crisi, verrebbero convertite in capitale proprio. Sarebbe una concessione senza problemi?

Sono molto scettico. Questa possibilità è nota ed è già stata sperimentata, in particolare nel caso del Credit Suisse, dove evidentemente non ha funzionato.

Cosa ne pensa della minaccia più o meno esplicita della grande banca di trasferire la sede all’estero?

Fa parte della tattica della dirigenza di questa grande banca diffondere tali voci e lanciare tali minacce per verificare fino a che punto il governo svizzero sia ancora in ostaggio dell’UBS. Una sede a New York significherebbe che l’UBS non sarebbe più «too big to fail» in Svizzera, ma negli Stati Uniti.

Essere il numero uno in Svizzera offre molti vantaggi. È discutibile se un’UBS, che negli Stati Uniti è un outsider, verrebbe salvata dai contribuenti statunitensi in caso di grave crisi finanziaria. È responsabilità della direzione dell’UBS valutare realisticamente tali rischi.

Come cliente si pensa che una banca con un capitale proprio più solido sia più sicura e attraente.

Come cliente e come contribuente, un maggiore capitale proprio è sicuramente meglio. Per ottenere ad esempio un credito ipotecario, i clienti di una banca devono apportare come capitale proprio almeno il 20-25 per cento del valore dell’appartamento. La situazione è quindi più stabile rispetto a, ad esempio, solo il 3-4 per cento, che è probabilmente l’ordine di grandezza del coefficiente di capitale proprio di molte grandi banche oggi.

Per il contribuente, che risponde dei rischi di una grande banca come UBS, è sicuramente meglio che questa banca si esponga a meno rischi, ovvero che disponga di più capitale proprio.

Ancora una domanda sulle attività di UBS: la grande banca investe in fondi di banche ombra non regolamentate. L’anno scorso UBS ha perso 500 milioni di dollari quando il fornitore automobilistico statunitense First Brand Group, indebitato con fondi delle banche ombra, è fallito. Non si sa per quanti miliardi UBS speculi tramite le banche ombra. Ritiene che sia necessario intervenire?

E come no! È anche paradossale e fuori luogo che una grande banca, che invoca il proprio compito di concedere crediti all’economia reale, sia così attiva nel settore delle banche ombra e nei «crediti privati».

La dichiarazione del presidente della Banca nazionale

Il presidente della BNS Martin Schlegel sostiene chiaramente le proposte del Consiglio federale, come ha dichiarato il 24 aprile alla «NZZ»:

«La copertura completa con capitale delle partecipazioni estere è assolutamente fondamentale. […] Riteniamo che le misure proposte dal Consiglio federale siano proporzionate, mirate ed efficaci per colmare le lacune.»

«Le misure previste non sono nemmeno estreme. I nostri esperti hanno fatto i calcoli: tenendo conto delle riserve, l’UBS dispone già oggi di capitale proprio sufficiente per soddisfare tutte le proposte del Consiglio federale.»

L’ultima parola spetterà al Parlamento.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: il professor Marc Chesney


Trump, marcia indietro sui dazi. “L’Ue non rispetta l’accordo. Da lunedì 25% su auto e camion”

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di Emma Bonotti, La Repubblica

Nuova punizione di Donald Trump all’Europa. “Sono lieto di annunciare che, in considerazione del fatto che l’Unione europea non sta rispettando l’accordo commerciale da noi pienamente concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi applicati all’Ue per le auto e i camion che entrano negli Stati Uniti”. Parole lapidarie che il presidente Usa affida al social Truth. “Il dazio sarà aumentato al 25%”. Una mossa che potrebbe sconvolgere l’economia mondiale, già alle prese con le conseguenze della guerra nel Golfo Persico.

Ue: “Dazi inaccettabili, aperte tutte le opzioni”

Rapida la reazione delle istituzioni Ue. Il presidente della Commissione commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange, definisce i nuovi dazi “inaccettabili”, una dimostrazione che gli Stati Uniti sono un partner “inaffidabile”. “Il Parlamento europeo continua a rispettare l’accordo siglato in Scozia, lavorando per finalizzare la legislazione. Mentre l’Ue mantiene gli impegni, la controparte statunitense continua a non rispettarli”, puntualizza il socialista tedesco in un post su X. Schiena dritta e polso fermo: “l’Ue – chiarisce – deve ora mantenere chiarezza e fermezza”.

Dopo poche ore arriva anche la risposta della Commissione. “Qualora gli Stati Uniti adottassero misure incompatibili con la Dichiarazione congiunta, manterremo aperte tutte le opzioni per tutelare gli interessi dell’Ue”, fa sapere un portavoce. “L’Unione europea sta attuando gli impegni assunti nella Dichiarazione congiunta in conformità con la prassi legislativa standard, tenendo costantemente informata l’amministrazione statunitense”, prosegue. “Manteniamo uno stretto contatto con le nostre controparti, anche per ottenere chiarimenti sugli impegni assunti dagli Stati Uniti. Restiamo pienamente impegnati a favore di una relazione transatlantica prevedibile e reciprocamente vantaggiosa”.

I dazi erano al 10%

La scorsa estate, i due partner avevano raggiunto un accordo commerciale, ponendo un punto fermo dopo i tira e molla che avevano seguito il Liberation Day, il giorno in cui una lunga lista di dazi aveva cambiato l’equilibrio economico globale. In particolare, sulle autovetture europee l’Ue aveva ottenuto un dazio di “appena” il 15% contro il 27,5 minacciato da Washington, ma solo dopo aver accettato di imporre una tariffa “zero” sui beni industriali statunitensi e aver introdotto una garanzia per l’accesso preferenziale al mercato per una serie di prodotti ittici e agricoli provenienti dagli Stati Uniti, come la carne di montone o la soia.

Sull’accordo di Turnberry – dal nome dei campi da golf di Trump in Scozia in cui è stato siglato – pesa anche il giudizio della Corte Suprema, secondo cui il presidente non aveva l’autorità legale per dichiarare un’emergenza economica e imporre dazi sulle merci Ue. Allora il presidente aveva preparato un’altra misura, basata sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974, per imporre tariffe del 10%, anche se solo per 150 giorni.

Dopo diversi rinvii, lo scorso marzo il Parlamento Ue ha recepito l’accordo siglato da Ursula von der Leyen in estate, pur introducendo numerosi paletti per proteggere l’economia del Blocco da nuovi squilibri (le cosiddette clausole sunrise e sunset). L’iter non è ancora concluso: per entrare in vigore l’accordo deve essere infatti firmato da tutti e 27 gli Stati membri.

La reazione dei produttori

Acea, l’associazione europea dei produttori d’auto, esorta i legislatori ad approvare la norma il prima possibile perché, avverte la direttrice generale, Sigrid de Vries, “tornare a tariffe del 27,5% e una controversia commerciale a tempo indeterminato avrebbe conseguenze gravissime sui costruttori europei, sui loro lavoratori e sull’economia del continente in generale”.

Preoccupata anche l’associazione automobilistica tedesca, Vda. La presidente Hildegard Mueller teme che i dazi aggiuntivi avrebbero un costo enorme per l’Europa e un impatto rilevante per i consumatori Usa. Ma nei confronti di Trump tiene toni più concilianti, esortando entrambe le parti ad avviare rapidamente dei colloqui e a rispettare l’accordo commerciale esistente.

L’invito a “produrre negli Usa”

Adesso Trump torna a cambiare le carte in tavola, favorendo ancora una volta le aziende che hanno esternalizzato le proprie attività oltre oceano. “È pienamente inteso e concordato che, se produrranno auto e camion negli stabilimenti statunitensi, non ci sarà ALCUN DAZIO”, prosegue nel post. “Molti stabilimenti automobilistici e di camion sono attualmente in costruzione, con oltre 100 miliardi di dollari investiti, un RECORD nella storia della produzione di auto e camion. Questi stabilimenti, con personale americano, apriranno presto. Non c’è mai stato nulla di simile a ciò che sta accadendo oggi in America!”.

Tra le case maggiormente impegnate nella campagna americana c’è sicuramente Stellantis. Lo scorso autunno il gruppo ha annunciato un investimento di 13 miliardi di dollari negli Stai Uniti, il più grande mai compiuto dall’azienda sul suolo americano in oltre 100 anni di storia. Di recente, anche Mercedes-Benz ha alzato l’asticella: la casa tedesca, che ha appena festeggiato 30 anni di produzione negli Usa, ha annunciato investimenti per sette miliardi entro il 2030.

Rischio rincari negli Usa

Quantificare l’impatto delle parole di Trump non è un’impresa semplice. In primo luogo, il tycoon punta il dito contro l’intero Blocco, rendendo più complicato individuare la causa scatenante di questo attacco e quindi i bersagli che intende colpire. Inoltre, molte delle case automobilistiche europee – a cominciare da Stellantis, Bmw, Volkswagen, e Mercedes-Benz – già hanno stabilimenti negli Stati Uniti e producono lì buona parte delle vetture poi vendute sul mercato locale. Renault, invece, fa parte del gruppo dei grandi assenti.

Le conseguenze potenziali sono pesanti. Una misura al 25% renderebbe più costose per i consumatori statunitensi le auto prodotte in Europa: le aziende potrebbero scegliere se assorbire una parte del costo, riducendo i margini, o scaricarlo sulla popolazione con aumenti di prezzo. In entrambi i casi, il colpo arriverebbe su un settore già sotto pressione per una transizione elettrica che arranca, concorrenza cinese e costi industriali elevati.

Un mercato da 40 miliardi di euro

Il Paese a stelle e strisce è, dopo il Regno Unito, il secondo mercato per le auto europee, con una quota che nel 2024 sfiorava il 22% dell’export. Quell’anno – dati Acea – quasi 800 mila nuovi veicoli (757.654 per l’esattezza) sono stati venduti dal Vecchio continente al Nuovo mondo, per un valore di circa 40 miliardi di euro (38,9 miliardi). Al contrario, le macchine Usa che sono arrivate in Europa erano meno di 200 mila (169.152), per un valore di 7,8 miliardi. Quasi un quinto. Potrebbe essere questa disparità ad aver scatenato l’ira di Trump. Ma i contorni dell’accusa sono ancora troppo opachi. Per capirlo, non resta che aspettare.

Rischio industriale e politico per l’Ue

Per l’Ue il rischio è industriale e politico. I dati Acea mostrano che nel 2025 l’export automobilistico europeo ha già subito forti pressioni con un calo del 6,2% e quello verso gli Stati Uniti del 21,4%, effetto diretto dei dazi introdotti l’anno precedente.

Sul piano commerciale, Bruxelles potrebbe reagire con contromisure, aprendo una nuova fase di guerra tariffaria transatlantica. Un’escalation rischierebbe di allargarsi oltre l’auto, coinvolgendo acciaio, alluminio, agroalimentare, tecnologia e beni industriali. Proprio lo scenario che l’accordo del 2025 avrebbe dovuto evitare.


Attacco criminale a chi difende i diritti umani

Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte 

Di Luigi Ferrajoli, il manifesto

L’aggressione israeliana alle navi della Freedom Flotilla, avvenuta l’altra notte in acque internazionali al largo di Creta, è un atto di pirateria, che dà la misura del disprezzo criminale del diritto e dei diritti cui è pervenuto il governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Le imbarcazioni della Flotilla stavano dirigendosi a Gaza per manifestare la loro solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e per recare ad essa cibo, acqua potabile e medicinali, a garanzia del loro diritto alla salute e alla sussistenza.

Stavano dunque esercitando un diritto fondamentale universalmente riconosciuto da tutte le carte costituzionali e internazionali e solennemente esplicitato da quella che è stata chiamata «Dichiarazione sui difensori dei diritti umani», adottata all’unanimità dall’Assemblea generale delle nazioni unite con la Risoluzione numero 53/144 dell’8 marzo 1999.

Dopo aver riconosciuto «l’importante ruolo di individui, gruppi e associazioni nel contribuire all’effettiva eliminazione di tutte le violazioni dei diritti umani», questa Dichiarazione stabilisce, nel suo primo articolo, che «tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale».

Ebbene, contro questi «difensori dei diritti umani», chiamati da Israele «terroristi», sono stati messi in atto, dalla Marina israeliana, una lunga serie di reati: lo speronamento e l’abbordaggio di 21 imbarcazioni della Flotilla; la distruzione dei loro motori e dei loro sistemi di navigazione e di comunicazione; l’abbandono dei loro occupanti in un mare in tempesta; il sequestro di persona di 175 attivisti – 211 secondo la Global Sumud Flotilla -, tra cui 23 italiani, 15 francesi e 30 spagnoli; infine, la minaccia di un trattamento analogo alle altre imbarcazioni della Flotilla, ove non cambiassero rotta.

È chiaro che simili crimini sono stati commessi dal governo israeliano – ed altri ancora lo saranno in futuro – nella convinzione della totale impunità, o peggio della connivenza delle potenze occidentali e della totale ineffettività del diritto internazionale.

Per questo sono necessarie risposte adeguate da parte di tutti i paesi civili: non solo la condanna dell’aggressione, ma la liberazione immediata dei «difensori dei diritti umani» sequestrati, il risarcimento dei danni alle loro imbarcazioni aggredite e, soprattutto, la garanzia del loro diritto, giacché di un diritto si tratta, di portare a termine, unitamente a tutti gli altri attivisti dell’intera Flotilla, la loro operazione umanitaria – la fornitura di cibo e di medicinali – in favore del tormentato popolo palestinese.

In assenza di queste risposte, la connivenza dell’Unione ruropea si trasformerebbe in complicità. Sono in gioco non soltanto la libertà e i diritti degli attivisti della Flotilla. È in gioco la nostra stessa civiltà giuridica. L’aggressione a quanti portano aiuti e solidarietà, cibo e cure mediche a un popolo che da più di due anni è martoriato dai massacri, dalle devastazioni, dalla fame e dalle malattie, equivale a un’aggressione a tutti i nostri conclamati valori.

Stiamo assistendo, d’altro canto, a una escalation nella violazione del diritto internazionale e nella crescita della disumanità e della barbarie. Contro questa disumanità e contro questa barbarie, la Freedom Flotilla esprime una protesta – la più efficace e coraggiosa – che è sorretta dai milioni di manifestanti che, in Italia e in Europa, già si sono mobilitati e torneranno a mobilitarsi.

Sarebbe l’ennesimo segno di distanza dei nostri ceti politici dalle nostre società, se i nostri governi, l’Unione europea, il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale dell’Onu non condannassero duramente questi crimini e non invocassero, oltre alla loro immediata cessazione, l’intervento della Corte internazionale di Giustizia, oltre che delle diverse giurisdizioni nazionali.

In difesa, a questo punto, della loro stessa identità democratica.