Papa Leone, schiaffo a Trump: in West Virginia nomina vescovo un ex immigrato illegale

Il salvadoregno Evelio Menjivar-Ayala, che era ausiliare a Washington, arrivò negli Usa dentro un bagagliaio di un’auto. Elevato anche un cappellano critico verso l’amministrazione 

La Repubblica

Un ex immigrato illegale vescovo della West Virginia. Sembra anche uno schiaffo al presidente americano Donald Trump l’ultima nomina di papa Leone XIV. Nel Paese delle spietate retate dell’Ice il pontefice americano ha scelto di affidarsi, per la West Virginia, a Evelio Menjivar-Ayala, 55 anni, emigrato negli Stati Uniti nel 1990, che nel 2023 era diventato il primo vescovo salvadoregno negli Stati Uniti come ausiliare per l’Arcidiocesi di Washington.

Menjivar-Ayala arrivò negli Usa senza documenti, nascosto dentro il bagagliaio di un’auto. E negli ultimi mesi ha pubblicamente invitato i cattolici a prendere posizione contro il trattamento riservato agli immigrati da Trump. Quando fu nominato vescovo ausiliare da Papa Francesco, Menjivar descrisse i suoi tre tentativi falliti, da adolescente, di fuggire dalla violenza e dalla guerra civile per raggiungere gli Stati Uniti, riuscendo infine ad arrivare a Los Angeles per ricongiungersi con la sorella. Lavorò come addetto alle pulizie, nell’edilizia e in altri impieghi prima di trasferirsi nel Maryland e infine rendersi conto della sua vocazione al sacerdozio.

La nomina di Boxie III

Il papa ha inoltre elevato al rango di vescovo – come ausiliare a Washington al posto di Menjivar-Ayala – il cappellano della Howard University, Robert Boxie III, 46 anni, che ha definito gli attacchi alla diversità “antiamericani” e “anticristiani”. Boxie ha parlato di progresso razziale e del Voting Rights Act — che la Corte Suprema ha significativamente indebolito mercoledì – e ha espresso preoccupazione per gli attacchi dell’amministrazione Trump agli sforzi per promuovere diversità, equità e inclusione, suggerendo che il percorso della nazione verso il progresso razziale stia “regredendo”.

Le nomine sottolineano e proseguono gli sforzi di Leone per promuovere membri del clero statunitense che si esprimono apertamente su ambiti in cui la Chiesa entra in conflitto con le politiche dell’amministrazione Trump, segnala il Washington Post.

Nell’immagine: il vescovo della West Virginia Evelio Menjivar-Ayala


Se l’algoritmo mette a rischio oltre il 40 per cento dei posti

Il salvadoregno Evelio Menjivar-Ayala, che era ausiliare a Washington, arrivò negli Usa dentro un bagagliaio di un’auto. Elevato anche un cappellano critico verso l’amministrazione 

Di Sara Tirrito, La Stampa

l 2026 è l’anno in cui i licenziamenti causati dall’intelligenza artificiale hanno smesso di essere una previsione e stanno diventando annunci ufficiali. Solo nell’ultima settimana, Meta e Microsoft hanno comunicato insieme quasi 20mila tagli. Dal 20 maggio, la società guidata da Mark Zuckerberg eliminerà il 10% della propria forza lavoro globale, circa 8mila dipendenti. La casa tech fondata da Bill Gates ha invece lanciato il primo programma di uscite volontarie nella sua storia, rivolto a circa il 7% dei dipendenti americani. Nello stesso periodo, Nike ha annunciato 1.400 esuberi nel dipartimento tecnologico. Prosegue poi il piano di ristrutturazione annunciato da Amazon a ottobre, che promette di abbattere 30mila posti, con trattative sindacali già in corso anche nella sede di Milano.

Quattro tra le maggiori Big Tech – Alphabet, Microsoft, Meta e Amazon – hanno in programma di spendere insieme circa 700 miliardi di dollari in infrastrutture Ai nel solo 2026. I mercati finanziari hanno benedetto i tagli: le azioni Meta hanno guadagnato il 4% e quelle Microsoft il 3% nei giorni successivi agli annunci. Per Wall Street, meno lavoratori e più Ai significa margini più alti.

Per la prima volta dall’inizio del monitoraggio portato avanti dalla piattaforma Challenger, Gray & Christmas, l’Ai guida la classifica delle motivazioni dichiarate nei piani. Dal 2023 quasi 100mila persone sono rimaste a casa per ragioni legate agli algoritmi. A marzo, circa 15.340 licenziamenti sui 60.620 totali – il 25% – sono stati esplicitamente attribuiti all’intelligenza artificiale. «Le aziende stanno spostando i budget verso gli investimenti in Ai a spese dei posti di lavoro – ha detto Andy Challenger, chief revenue officer della società -. La sostituzione vera e propria dei ruoli è visibile nelle aziende tech, dove l’Ai può rimpiazzare funzioni di codifica». Il sito di monitoraggio Layoffs.fyi ha contato 70.474 tagli nel settore tech nei soli primi tre mesi del 2026, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2025. Se il settore tecnologico è tra i più colpiti, non è l’unico. Le offerte per ruoli che richiedono competenze Ai sono cresciute del 67% anno su anno, mentre quelle per l’ingegneria software tradizionale sono calate del 23%. Secondo un Working Paper dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), le categorie più vulnerabili sono impiegati amministrativi, data entry clerk, analisti finanziari e sviluppatori software. L’Ilo segnala anche un divario di genere: il 4,7% delle lavoratrici rientra nella categoria di esposizione massima contro il 2,4% degli uomini, rapporto che nei Paesi ad alto reddito sale a quasi tre a uno.

Le grandi istituzioni avevano già inquadrato il fenomeno tempo fa. Il Fondo Monetario Internazionale mesi fa calcolava che quasi il 40% dell’occupazione globale è esposta all’Ai, percentuale che nelle economie avanzate sale al 60%. Un documento Fmi del gennaio 2026 rileva che nelle regioni con alta domanda di competenze Ai, l’occupazione nelle professioni più vulnerabili è inferiore del 3,6% dopo cinque anni, con effetti concentrati soprattutto sui giovani e sui ruoli entry-level.

Secondo il World economic forum, circa il 54% degli executive si aspetta che l’Ai sostituirà posti di lavoro esistenti, solo il 24% prevede che ne creerà di nuovi. La lettura più cauta viene da Goldman Sachs: per i suoi analisti, se l’utilizzo attuale dell’intelligenza artificiale fosse esteso uniformemente all’economia americana, solo il 2,5% dell’occupazione sarebbe a rischio di sostituzione diretta. Non c’è ancora correlazione statistica tra esposizione tecnologica e indicatori macroeconomici, ma esiste un segnale precoce: la disoccupazione tra i lavoratori di 20-30 anni nelle professioni tech è aumentata di quasi tre punti percentuali dall’inizio del 2025. «Non sono ancora chiari gli effetti di produttività dell’Ai – dice Francesco Trentini, economista del lavoro all’Università Bicocca di Milano e coordinatore della ricerca al Randstad Research Institute – sembra prematura l’idea che si possa arrivare a tagliare posti di lavoro per questa ragione. L’Ai è utilizzata spesso come copertura per riorganizzazioni previste per altri fini». C’è chi vede in questa pratica una sorta di Ai-washing o, come il venture capitalist Marc Andreessen «una comoda giustificazione per ristrutturazioni motivate principalmente dalle sovra-assunzioni del periodo pandemico e dalla crisi economica». «Per integrare in modo positivo l’Ai bisognerebbe considerare almeno due fasi – spiega Trentini – una prima in cui i dipendenti familiarizzano con gli strumenti e una seconda in cui si ridisegna il processo di lavoro». Il limite è avere abbastanza risorse per gestire la transizione. «Con il calo delle nascite – spiega Trentini – l’Ai sarà un potente alleato nel sostenere la produttività, ma a patto che venga introdotta per aumentare le capacità del lavoratore e a parità di occupazione. Nel lungo periodo sarà importante capire come mantenere il know how nelle imprese e l’engagement dei lavoratori, che saranno la risorsa scarsa, da tutelare, del futuro».


Una flotta troppo grande, impossibile fermarla tutta

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Di Dario Salvetti, il manifesto

L’attività dei droni sopra la Flotilla era già anomala dalle prime ore della sera, ma ci eravamo ormai abituati. Quando si è fatta via via più intensa, abbiamo pensato che stessero cercando di capire quale rotta stessimo seguendo: il nostro tracker era momentaneamente non disponibile.

È successo all’improvviso: si sono interrotte le comunicazioni radio. All’inizio abbiamo pensato a una fase «alla tunisina», qualcosa di simile a quanto accadde lo scorso autunno a Tunisi con la prima Global Sumud ferma al porto, un attacco di droni su alcune barche per metterle fuori uso.

Il silenzio radio ha fatto scattare l’allarme: temevano un’intercettazione e, come da formazione, ci siamo preparati a eseguire delle mere misure di resistenza passiva, pacifica. Significa giubbotti salvavita addosso e passaporti in mano.

Nel buio ci è sembrato di vedere dei razzi traccianti di soccorso: probabilmente qualche barca di testa aveva lanciato l’allarme perché era stata affiancata da navi veloci, quei motoscafi con cui di solito compiono l’ultima ricognizione prima di agire. Sono passate diverse ore, eravamo completamente isolati. Dovevamo riuscire a capire dalle trasmissioni radio se le notizie che rimbalzavano attraverso i canali social fossero confermate. Lo abbiamo capito quando abbiamo sentito il messaggio trasmesso dalla marina israeliana e rilanciato da Greenpeace nelle nostre radio. Una trasmissione radio da bulli, sequestratori: una flotta di barche a vela si è trovata circondata, in piena notte, dall’operazione militare di una potenza mondiale.

Le nostre direttive di emergenza erano ben strutturate, semplici, nonostante non avessimo più collegamenti abbiamo fatto in modo di rimanere operativi. È così che siamo andati avanti, nonostante la nave-madre, la catena di comando, sia stata tra le prime imbarcazioni a essere prese. Abbiamo viaggiato nel buio per quattro ore, in navigazione verso le acque territoriali greche, verso Creta. L’ultimo abbordaggio lo abbiamo visto avvenire ad appena trenta metri di distanza da noi, lo si vedeva a occhio nudo. In quel momento abbiamo pensato che fosse venuto anche il nostro turno: abbiamo inviato i messaggi di rito ai familiari, ai nostri affetti, per tranquillizzarli.

E invece ce l’abbiamo fatta. E siamo determinati a proseguire. È quello che, credo, stia accadendo in queste ore. Siamo in una fase di valutazione, di confronto. Non scopriamo oggi il grado di impunità del sionismo, per cui non staremo a gridare allo scandalo di fronte a un regime che sta praticando un genocidio. Un dato però resta: l’altra notte hanno ufficializzato che le acque internazionali del Mediterraneo sono il loro parco giochi, senza nessun riguardo. Quello che hanno compiuto è un sequestro.

Ma la missione non è finita, per la prima volta un’operazione di intercettazione israeliana non pone fine alla Flotilla, la più grande di sempre: troppo grande per poterla fermare tutta.


Trump e la mossa del pitone

Il salvadoregno Evelio Menjivar-Ayala, che era ausiliare a Washington, arrivò negli Usa dentro un bagagliaio di un’auto. Elevato anche un cappellano critico verso l’amministrazione 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Trump è un cobra. Lo è per natura, per istinto, per vocazione predatoria: gli piacciono le soluzioni tutto e subito, che si tratti della cattura di Maduro in versione blockbuster o della guerra-lampo in Iran. Eppure, per uno di quei salti logici che ogni tanto la storia si concede, le sue ultime mosse assomigliano sempre più a quelle di un pitone lento e avvolgente — e l’assedio all’Iran, con il doppio blocco dello Stretto di Hormuz, ne è la fotografia più nitida. Lo ha detto lui stesso, nel suo irrinunciabile blitzkrieg comunicativo: il blocco “funziona meglio delle bombe”. Traduzione: nella sua veste di “Pitone in Chief” ha scoperto che, alle volte, è più efficace soffocare la preda che colpirla.

Chissà che, nel mezzo di questa spiraleggiante strategia e al netto delle logiche di politica interna, Trump non abbia anche intravisto qualcosa che nessuna adrenalina da bombardamento gli ha permesso di vedere fino ad ora: che la guerra che si sta combattendo non si misurerà in settimane né in mandati presidenziali, ma in decenni. È una guerra a cui tutti alludono da tempo, ma che nessuno sa ancora davvero raccontare, perché non avrà una data di inizio stampata sui libri di storia né vedrà facilmente una pace firmata su una corazzata. È la guerra per l’egemonia globale tra Washington e Pechino. Tra un blitz da action movie e l’altro, Trump potrebbe essersi definitivamente convinto che tutto gravita attorno a questo: conflitti, alleanze, riassetti strategici non sono che battaglie di un unico, interminabile scontro che, per definizione, non servono a chiuderlo, ma a ridisegnarne il campo.

In questa luce, se davvero si adottassero gli “occhi del pitone”, si vedrebbe che lo strangolamento lento non è solo una tattica per piegare Teheran sul nucleare, ma è la grammatica stessa della guerra lunga con un altro rettile dalla digestione lenta: Pechino. Strangolare l’Iran significa stringere il collo energetico della Cina e rimodellare il Medio Oriente in funzione americana. L’uscita degli Emirati dall’OPEC va letta anche così: Abu Dhabi, libera daivincoli di quota, diventa un cuneo nel cartello che Mosca e Teheran usavano come leva, offrendo a Washington più margine per mettere le mani sul termostato energetico globale — e sulla pressione sanguigna di Pechino. Allo stesso modo, aver dirottato il petrolio venezuelano ha significato togliere alla Cina greggio scontato pagato in yuan. Persino il tentativo americano di riavvicinarsi a Mosca risponde alla medesima logica: sottrarre un pezzo alla coalizione avversaria per stringere il dragone in una morsa sempre più solitaria. Una strategia degna del migliore Kissinger, con meno diplomazia e più post notturni.

Non è certo la prima volta nella storia che succede. Dal 1793, anno in cui la Francia rivoluzionaria dichiarò guerra all’Inghilterra, l’Europa moderna ha vissuto secoli di battaglie che la storiografia chiama “guerre”, ma che erano capitoli di un’unica, lunga contesa per l’egemonia. Dalle campagne rivoluzionarie a quelle napoleoniche, alle trincee della Prima guerra mondiale, è stato un alternarsi di cobra e pitoni: il lampo bonapartesco da un lato, blocchi navali e strangolamenti commerciali in stile Royal Navy dall’altro. Un conflitto lungo più di un secolo capace di cambiare pelle più volte, alternando scontri acuti a lunghi periodi di equilibrio provvisorio, attraversati da tensioni e rivolgimenti interni. Trafalgar, Waterloo, Sedan, Verdun: nessuna di queste lo conclusero, ma ogni volta ridisegnarono il campo per la battaglia successiva. Come oggi fa Hormuz.

Washington contro Pechino è già da un pezzo tutto questo. La Cina coltiva la flemma del pitone da decenni con strangolamenti sulle terre rare, grandi abbracci infrastrutturali e dipendenze costruite in trent’anni di Via della Seta. L’America, cobra per cultura e oggi anche per eccesso di testosterone presidenziale, sta imparando a fare la muta. Diventa pitone tattico con l’Iran e con Cuba. Persino i dazi lavorano come una stretta lenta e asfissiante sulle filiere globali. Senza però rinunciare alla tentazione del morso improvviso, come suggeriscono i segnali di una possibile nuova escalation su Teheran. La natura del cobra non cambia: resta lì, pronto a colpire.

Se Washington saprà trasformare questo approccio da riflesso istintivo a visione strategica, i due serpenti finiranno per avvolgersi in modo sempre più stretto — dall’energia ai semiconduttori, dalle rotte marittime ai brevetti sull’intelligenza artificiale. Una lotta tra rettili che già innervosisce Pechino dal momento che quasi la metà del greggio importato dalla Cina transita per Hormuz. A questi ritmi, anche la proverbiale previdenza cinese rischia di non bastare.

È chiaro, dunque, che se e quando la crisi attuale si chiuderà e si troverà un nuovo equilibrio, non sarà un punto conclusivo. Dopo ogni Waterloo, l’Europa non ha trovato la pace, ma un equilibrio precario, in cui la stessa guerra continuava sottotraccia, tra pressioni, alleanze e crisi controllate. Qualcosa di simile potrebbe accadere anche adesso, e il vertice Trump-Xi previsto tra pochi giorni potrebbe essere un passo nella direzione di allentare temporaneamente i nodi quel tanto che basta per rinegoziare le condizioni dell’abbraccio. Ma la logica non cambierà, e sarebbe un errore leggere quel momento come il finale di una storia che ha appena iniziato a stringere la presa su un futuro tutto da scrivere.


Non esiste diritto al lavoro senza diritto all’ambiente

Il salvadoregno Evelio Menjivar-Ayala, che era ausiliare a Washington, arrivò negli Usa dentro un bagagliaio di un’auto. Elevato anche un cappellano critico verso l’amministrazione 

Di Ruchi Shroff, il manifesto

La giornata mondiale della Terra è stata un’occasione per ricordare come la guerra sia un oltraggio non solo per l’umanità ma anche per l’ambiente che sostiene la nostra vita. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha innescato non solo una crisi energetica ma anche l’ennesima debacle dell’agricoltura industriale. Un sistema basato su filiere lunghe, fertilizzanti sintetici ad alto impatto energetico si rileva strutturalmente instabile e potenzialmente rischioso per la sicurezza alimentare globale.

Il conflitto in Medio Oriente mette a nudo, per l’ennesima volta, la serie di dipendenze a cui è soggetta la produzione alimentare industriale e ci ricorda come la soluzione vada ricercata nel paradigma alternativo agroecologico che si basa sulla diversificazione produttiva, sull’utilizzo di fertilizzanti biologici, su un basso impatto energetico e su filiere più corte e stabili.

Il caso iraniano ha dunque messo in evidenza l’inadeguatezza del paradigma produttivo industriale basato sul commercio dei fertilizzanti. Fino a un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti transita nello Stretto di Hormuz e quasi la metà dell’urea vi passa ogni anno. La sua chiusura ha già spinto in alto i prezzi dei fertilizzanti del 20-45%. Urea e ammoniaca sono così diventate materie prime strategiche al pari del petrolio. Il risultato di queste dinamiche si trasferisce direttamente sui costi agricoli e viene assorbito in ultima battuta dai consumatori, come dimostra l’impennata dei prezzi di mais, riso e grano, in particolare nei paesi in via di sviluppo.

L’agricoltura industriale si mostra per quello che è: una filiera estremamente fragile dipendente dai fossili e da pochi stretti e porti controllati da alleanze militari e oligopoli industriali. Un sistema ad alto rischio se consideriamo che, secondo i dati di Eurobserver, circa il 50% della produzione alimentare globale dipende dai fertilizzanti sintetici. Nonostante ciò, i governi non sembrano ancora aver preso coscienza della necessità di un cambio di paradigma. Al contrario.

Secondo una analisi della Agroecology Coalition, i governi spendono ogni anno oltre 600 miliardi di dollari in sussidi agricoli, di cui circa 385 miliardi sostengono il modello intensivo che devasta clima e biodiversità. La stessa analisi stima che la transizione globale verso sistemi agroecologici richiederebbe 250-430 miliardi di dollari l’anno: meno di quanto già si spende per tenere in piedi l’agricoltura fossile dipendente. L’aumento dei costi del lavoro verrebbe più che compensato dal calo dei costi chimici e dall’aumento della resilienza.

L’agroecologia non rappresenta, allora, l’ennesima «soluzione tecnica», ma una rottura politica. Significa rigenerare la fertilità dei suoli; rimettere i semi nelle mani dei contadini oltrepassando la logica dei brevetti; accorciare le filiere e promuovere la sovranità alimentare perché il cibo non dipenda dalle rotte militari ma dalle reti di solidarietà tra comunità. Si tratta di un’alternativa bottom up che ha già dimostrato la sua capacità di rigenerare suolo e comunità.

Negli ultimi anni sono proliferate leggi e strategie per l’agroecologia, spesso costruite insieme a movimenti contadini, comunità indigene e reti di donne rurali. Non si tratta solo di ridurre le emissioni, ma di integrare l’agroecologia nelle politiche su clima, biodiversità e desertificazione, riconoscendo suoli, acqua e semi come beni comuni.

Nell’immagine: manifestazione di «Act for the Earth» in Brasile


Germania, l’Afd prima nei sondaggi: distacca la Cdu di cinque punti

Il salvadoregno Evelio Menjivar-Ayala, che era ausiliare a Washington, arrivò negli Usa dentro un bagagliaio di un’auto. Elevato anche un cappellano critico verso l’amministrazione 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

E’ un terremoto. Nell’ultimo sondaggio Forsa, il distacco tra l’Afd e la Cdu ha raggiunto cinque punti. L’ultradestra è prima al 27%, i cristianodemocratici al 22%. I Verdi sono al 15%, mentre la Spd – altro shock – è scivolata in terza posizione, al 12%. E i socialdemocratici sono ormai al pari della Linke: la sinistra è l’unico partito che cresce, insieme all’ultradestra. Un altro sondaggio che impensierirà la maggioranza Cdu/Csu-Spd riguarda la fiducia nei confronti del cancelliere Friedrich Merz. E’ crollata al 15%, al di sotto di quella di Olaf Scholz, uno dei cancellieri più impopolari di sempre.

Il governo Merz è impantanato da settimane in una discussione sulle riforme che stenta a trovare un punto di caduta. La maggioranza ha promesso un riordino serio delle pensioni, della sanità e delle tasse, ma la Cdu e la Spd non riescono a trovare un accordo sui sacrifici da infliggere ai tedeschi.

L’intenzione, in generale, è adeguare la curva previdenziale al pessimo andamento demografico creando dei meccanismi di correzione dell’età pensionabile su cui né Cdu né Spd riescono a trovare una quadra. Anche sulle imposte lo scontro resta acceso: la Spd vorrebbe sgravare i redditi medio-bassi, la Cdu evitare l’aumento dell’aliquota marginale più alta. Anche sulla spesa sanitaria infuria il dibattito sull’adeguamento dei contributi. E all’ultimo vertice a porte chiuse del governo, pare che le tensioni siano sfociate in un accesso d’ira di Merz verso il vicecancelliere e leader della Spd, Lars Klingbeil.

Uno degli argomenti che preoccupa di più i tedeschi, stando ai sondaggi più recenti, è l’attuale conflitto in Medio Oriente. Che ha già costretto il governo nei giorni scorsi a dimezzare le stime di crescita per l’anno in corso allo 0,5%. La Germania, che dal Covid oscilla tra recessione e stagnazione, non riesce a uscire dalle secche di un’economia insabbiata. Il maxi piano a debito da oltre mille miliardi varato l’anno scorso dal governo Merz avrebbe dovuto dare una spinta all’esangue economia già da quest’anno, ma la guerra americana in Iran e il blocco di Hormuz hanno vanificato anche quei benefici. E i tedeschi, ora, vedono nero.

Nell’immagine: Alice Weidel


La Corte suprema riporta gli Usa alla segregazione

Il salvadoregno Evelio Menjivar-Ayala, che era ausiliare a Washington, arrivò negli Usa dentro un bagagliaio di un’auto. Elevato anche un cappellano critico verso l’amministrazione 

Di Luca Celada, il manifesto

La Louisiana è suddivisa in 6 collegi uninominali che esprimono rappresentanti alla Camera con sistema maggioritario secco. Nello stato il 30% circa della popolazione è afroamericana, ma solo uno dei distretti elettorali ha una composizione che permette di eleggere un candidato nero. Le direttive federali imporrebbero alle mappe elettorali di riflettere più equamente la composizione razziale, per cui è stato approvato un secondo collegio a maggioranza nera.

Il ricorso repubblicano contro quel collegio ha portato alla sentenza (Louisiana v. Callais) con cui la Corte suprema ieri ha sostanzialmente abrogato le le riforme varate sessanta anni fa per porre rimedio alla pregressa discriminazione razziale. Quelle riforme erano state sancite dal Voting Rights Act, la legge promulgata da Lyndon Johnson nel 1965 al culmine del movimento dei diritti civili di Martin Luther King per correggere la diseguaglianza rappresentativa consolidata in particolare negli stati del sud da un secolo di apartheid (e i precedenti 250 anni di schiavismo).

LA DERIVA CONSERVATRICE del tribunale costituzionale ha ora completato il processo di indebolimento di quelle garanzie, dato che, come ha sostenuto il giudice Brett Kavanhaugh, «non è pensabile di proseguire all’infinito». Samuel Alito, il togato che ha firmato la sentenza, si è spinto oltre sostenendo che le riforme antirazziste costituivano una forma di discriminazione al contrario. Una decisione che col pretesto della «neutralità» sceglie quindi di ignorare le storiche ingiustizie.

Per un secolo, dopo la guerra civile, la discriminazione contro le popolazioni afroamericane era stata garantita dalla soppressione elettorale: sistemi di gabelle, esami di lingua e altre barriere procedurali pensate per ostacolare l’accesso al voto di neri e altre minoranze etniche e favorire candidati bianchi. Lo stratagemma principale per garantire il risultato è poi stato il gerrymandering cioè la manipolazione dei contorni dei collegi per “diluire” la popolazione afroamericana spalmandola o concentrandola in modo che sia in perenne minoranza in ogni distretto.

DA ORA IN POI tornano dunque ad essere vietate le considerazioni demografiche nello stabilire i contorni dei collegi, inoltre non sarà sufficiente constatare un effetto discriminazione ai danni degli elettori afroamericani ma occorrerà dimostrare un «intento discriminatorio», una soglia che rende improbabile il successo di qualunque ricorso.

Non si sono fatte attendere le reazioni. Martin Luther King III ha denunciato l’indebolimento dei «gioielli della corona» conquistati dal padre nel 1965. Ancora più incisivo il reverendo Al Sharpton che da New York ha parlato di «proiettile al cuore del movimento per il diritto al voto». «La Corte non ha solo indebolito una legge – ha proseguito – ma ha umiliato e smantellato l’opera della vita di Martin Luther King», promettendo che la lotta proseguirà in parlamento, nei tribunali e se necessario nelle strade.

L’erosione giuridica e politica di quelle conquiste era iniziata nel 2013 quando la Corte guidata dal giudice John Roberts aveva invalidato alcune componenti fondamentali della legge, sollevando il divieto per gli stati ex confederati a modificare regole elettorali senza vaglio federale. Dopo quella sentenza molti stati sudisti avevano ripreso l’antico copione, imponendo ostacoli procedurali, volti ad inibire l’afflusso di votanti in distretti neri ed ispanici, tradizionalmente favorevoli ai democratici.

Con la sentenza di ieri, la Corte controllata dai reazionari ha ora completato l’opera che promette di tornare a escludere le minoranze dalla rappresentazione politica blindare maggioranze repubblicane ed azzerare i progressi civili degli ultimi 60 anni. Una decisione che si allinea con le politiche revisioniste dell’amministrazione Trump e la «rivoluzione culturale» caldeggiata dai think tank di destra. Una filosofia che ha prodotto restrizioni all’insegnamento dello schiavismo e del colonialismo nelle scuole, derubricandole come «disfattismo» e recriminazioni «lesive per bianchi».

PER DERRICK JOHNSON, dell’associazione afroamericana Naacp (National Association for the Advancement od Colored People) «la Corte suprema ha tradito gli elettori neri, ha tradito l’America e ha tradito la democrazia» «per la quale abbiamo combattuto e siamo morti».

Al di là del progetto di lungo termine per ristabilire gli equilibri originali (eufemisticamente sottesi dallo slogan sul «riportare il paese alla grandezza») la vicenda torna ad evidenziare Il paradosso di un sistema elettorale manipolabile, passibile di essere pilotato con acrobazie amministrative che esautorano fatalmente la volontà popolare tramite il gerrymander, oltre che con l’intermediazione del Collegio elettorale e la diseguaglianza fisiologica della rappresentazione in Senato (uguale per ogni stato, ignorando variazioni anche enormi in termini di popolazione).

UN QUADRO che non depone bene per un futuro sempre più plasmato da un regime con comprovate velleità eversive e con dichiarate mire di manipolare i prossimi turni elettorali. Il prossimo obbiettivo del governo Trump è ora la ratifica del cosiddetto Save Act, una legge che col pretesto di inesistenti «brogli» imporrebbe obblighi federali di identificazione che potrebbero escludere milioni di elettori dalle liste a pochi mesi dalle parlamentari di novembre.

Nell’immagine: attivisti manifestano a Washington contro l’approvazione del SAVE America Act


Cos’è l’Opec, il cartello dei Paesi produttori di petrolio che sconfisse lo strapotere Usa

Il salvadoregno Evelio Menjivar-Ayala, che era ausiliare a Washington, arrivò negli Usa dentro un bagagliaio di un’auto. Elevato anche un cappellano critico verso l’amministrazione 

Di Eugenio Occorsio, La Repubblica

Si deve ad Enrico Mattei la nascita dell’Opec. Tutta la sua lotta strenua contro lo strapotere delle “sette sorelle” americane del petrolio era basata su un mantra: restituire capacità contrattuale ai Paesi produttori, attribuendo loro quote decenti dei profitti (fra gli anni cinquanta e sessanta si passò in media dal 15 al 75%) e rafforzandone le capacità decisionali. Il presidente dell’Eni era in contatto strettissimo con i produttori mediorentali (compreso l’Iran che a quei tempi era una sorta di protettorato americano) e patrocinò, con consigli e iniezioni di fiducia, il vertice di Baghdad in cui il 14 settembre 1960 nacque l’Opec. Membri fondatori: Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Iran e Venezuela. Scopo: concordare la quantità e il prezzo del petrolio che queste nazioni esportano.

In pochi anni si unirono Qatar, Indonesia, Libia, nel 1967 gli Emirati Arabi Uniti, che fino a ieri sono stati il numero due dell’organizzazione (di recente superati di poco, a tratti, dal solo Iraq). E poi ancora altri, e fra entrate, uscite e rientri (per esempio l’Ecuador, il Gabon, l’Angola e lo stesso Qatar hanno fatto più volte avanti e indietro) i membri effettivi sono oggi 12 (prima dell’addio degli Emirati). Nel 2016 si aggiunsero la Russia e altre dieci repubbliche ex-sovietiche (di qui la dizione Opec+), tutte rimaste al loro posto attraverso guerre e crisi compresa l’Ucraina, «ma tutte viste un po’ come corpi estranei di un’organizzazione che resta sostanzialmente araba», conferma Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. «Il potere decisionale resta a Gedda».

L’Opec entrò nella vita di tutti noi quando nell’ottobre 1973, come reazione all’invio di armi americane a Israele nella guerra del Kippur, il ministro del petrolio saudita Zaki Yamani, capo dell’organizzazione, sospese del tutto (per 5 settimane) l’invio di petrolio in occidente. L’embargo durò 5 settimane, molto di più della guerra del Kippur (utile insegnamento per l’oggi), i prezzi salirono da 3 a 11 dollari al barile in sei mesi, e il mondo intero entrò in una profonda stagflazione (inflazione+recessione). Già indebolita dallo sforzo bellico in Vietnam e dalla rinuncia del 1971 alla parità dollaro-oro, l’America negoziò, su intuizione di Henry Kissinger e del capo della Cia William Colby, un accordo con l’Opec, firmato a Riad l’8 luglio 1974 dal ministro del Tesoro,William Simon, con cui i Paesi Opec si impegnavano a vendere grandi quantità di petrolio e pagarli solo in dollari (i celebri petrodollari), finanziando così l’espansione del bilancio pubblico americano ma ottenendone in cambio protezione militare e economica.

L’accordo doveva restare segreto (perché con esso gli arabi finanziavano gli Usa e indirettamente Israele) ma così non fu, tanto che in ritorsione il 21 dicembre 1975 il terrorista filo-palestinese Carlos fece irruzione con i suoi complici a mano armata (sembra con l’avallo di Gheddafi) nella sede Opec di Vienna. Sessanta sequestrati, fra cui Yamani, furono imbarcati su un aereo prima per Tripoli e poi per Algeri, dove i terroristi si arresero senza raggiungere la destinazione di Bagdad. Altro momento di fortissima tensione fu il “regime change” a Teheran del 1979: nei dieci mesi successivi i prezzi salirono da 20 a 40 dollari al barile.

Gli anni successivi, fino all’odierna guerra, furono relativamente più tranquilli per l’Opec, concentrata sull’equilibro fra domanda e offerta e sui prezzi che ne derivavano. Ma, vuoi per corto circuiti interni o per fattori esogeni, i prezzi hanno conosciuto oscillazioni da brividi: il Brent crollò fino a 8,4 dollari al barile nell’agosto 1986 (una crisi che costò il posto a Yamani), poi durante il Covid, nell’aprile del 2021, a 9,12. Il massimo storico invece fu toccato a 138 dollari, in piena crisi americana dei subprime, nel giugno 2008, e sfiorato di nuovo con l’attacco russo all’Ucraina (112 dollari al barile, il 20 maggio 2022). E ora la nuova tensione, in cui si è tra l’altro scoperto che l’Opec è ancora forte, controlla il 42% del mercato del greggio, ma soprattutto è dipendente dallo Stretto di Hormuz. Dov’è l’epicentro della crisi.


Se un algoritmo decide chi uccidere ma nessuno sa più il perché

Il salvadoregno Evelio Menjivar-Ayala, che era ausiliare a Washington, arrivò negli Usa dentro un bagagliaio di un’auto. Elevato anche un cappellano critico verso l’amministrazione 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Consegnare polli surgelati e lanciare missili è, in fondo, la stessa cosa. Potrebbe benissimo essere questo il ragionamento di Shyam Sankar – direttore tecnologico di Palantir e gran sacerdote del profeta-tech Peter Thiel – quando spiega che una catena del valore, un processo produttivo e un’operazione di targeting mirato rispondono alla stessa logica di accelerazione e ottimizzazione. Ha ragione: viviamo nell’epoca in cui la capacità di calcolo ha ridotto l’errore fino a farlo sembrare una superstizione d’altri tempi. Le big tech raccolgono dati, li incrociano, li assimilano, li digeriscono e li restituiscono sotto forma di decisioni impeccabili e chirurgiche: cosa comprare, chi assumere, chi licenziare, chi fermare alla frontiera. Nonché quale bersaglio colpire e quando. Una specie di oracolo industriale alimentato da server e contratti miliardari che, appaltato al Pentagono, sviluppa un leggero complesso di onnipotenza.

L’operazione “Epic Fury” in Iran ne è stata la dimostrazione spietata e, insieme, più spettacolare. Mille obiettivi colpiti nelle prime ventiquattr’ore di guerra. Un’elaborazione strategica che nel 2003, durante l’invasione dell’Iraq di Saddam, richiedeva sei mesi di pianificazione e cinquanta analisti a tempo pieno, oggi può essere compiuta da un solo operatore in appena due settimane. «L’algoritmo del pollo surgelato» deve solo cambiare funzione, dall’ottimizzare una logistica al distruggerla: sa dove si trova un convoglio, misura la traiettoria di un missile, localizza un comandante, conta i movimenti di truppe al confine, distingue un camion civile da uno militare a tremila metri di quota. Non sa, però, come evolve la paura dopo una sconfitta. Non riesce a valutare il peso di un’umiliazione su una società. Non sa chi diventerà più radicale dopo la morte di un leader, di un fratello o di un figlio. Non può capire il silenzio di chi non risponde.

Il tratto più brutale e sconvolgente di questo tempo è tutto qui: mentre il calcolo tecnico tende alla perfezione, quello politico si perde nella nebbia. Non che un fenomeno dipenda necessariamente dall’altro, ma la loro concomitanza è impressionante. Da una parte cresce la capacità di leggere il dato e si riduce il margine d’errore; dall’altra si contrae la conoscenza politica, si opacizza lo scenario e si restringe la capacità umana di coglierne il significato. Sappiamo di più, ma comprendiamo meno.

È in questa dissociazione cognitiva che si colloca la telenovela delletrattative tra Stati Uniti e Iran. Washington twitta, Teheran risponde, i mediatori traducono, le televisioni spiegano, gli esperti abbozzano con imbarazzo, nessuno ci capisce davvero niente. A partire dai fondamentali: chi sta parlando con chi e cosa si stanno davvero dicendo? Il regime iraniano è compatto o spaccato? I pragmatici contano qualcosa o sono comparse sopravvissute in un teatro diretto dai Pasdaran? Chi ha titolo per firmare? Chi ha il potere di far rispettare la firma?

L’algoritmo ha funzionato così bene che «abbiamo fatto fuori anche quelli con cui pensavamo di poter trattare», ha ammesso con disarmante candore Trump. In un click, polverizzati decenni di intelligence umana capace non solo di capire chi comandava, ma cosa pensava, sperava, temeva. Del resto, a che serve conoscere l’avversario se puoi vaporizzarlo in pochi secondi? Ha quasi senso aver chiuso l’ufficio dedicato all’Iran al Dipartimento di Stato, lasciando a casa decine di esperti che passavano la vita a fare gli psicologi degli ayatollah. Roba analogica, vintage.

Il rimpicciolimento dell’intelligence umana non riguarda però solo l’Iran. La Cina di Xi Jinping è oggi altrettanto impenetrabile. Per noi, per gli americani, ma perfino per molti cinesi. Qui non sono stati i bombardamenti a tappeto a distruggere la comprensione del contesto: ci ha pensato Xi con le sue purghe e con le purghe delle purghe, un genere politico che concentra il potere e trasforma ogni analisi esterna in astrologia applicata. L’algoritmo del pollo, anche qui, sa rintracciare ogni portaerei cinese, contare ogni testata, intercettare ogni comunicazione classificata. Ma non sa chi goda ancora della fiducia del capo, come funzioni oggi la macchina decisionale, né se a tenere il timone siano quelli che vogliono una Cina stabile e responsabile o quelli che preparano la guerra con l’America per interposta Taiwan.

Il parossismo del divorzio tra perfezione tecnologica e cecità politica si raggiunge però quando smettiamo di capire non solo gli altri, ma noi stessi. La medesima domanda che ci poniamo su Teheran, Pechino o Mosca — chi decide davvero, e che cosa vuole? — vale oggi anche per Washington. Non nel senso scontato per cui Trump è il pazzo imprevedibile a cui vanno tolti i codici nucleari. La questione è più strutturale: tra smantellamento della macchina federale, disinvestimento sulle competenze strategiche e potere crescente degli attori privati come Palantir nella definizione dell’agenda pubblica, chi decide davvero a Washington è sempre meno chiaro. È così che una grande potenza come gli Stati Uniti finisce per sapere esattamente dove, come e quando colpire, ma non sapere più bene perché lo fa.

Alla fine siamo entrati nell’era del calcolo perfetto proprio mentre smarrivamo ciò che ci rende umani: memoria, giudizio, conoscenza dell’altro, comprensione di sé. Tra dataset, modelli predittivi e altre liturgie statistiche, il mondo, con una maleducazione imperdonabile, si ostina a non comportarsi come un file ordinato. Eppure, continuiamo imperterriti a migliorare il modello invece di farci qualche domanda in più sulla realtà.


Trump finisce anche sui passaporti Usa: ecco il restyling con il volto accigliato del presidente

Il salvadoregno Evelio Menjivar-Ayala, che era ausiliare a Washington, arrivò negli Usa dentro un bagagliaio di un’auto. Elevato anche un cappellano critico verso l’amministrazione 

Di Massimo o Basile, La Repubblica

 Il volto accigliato di Donald Trump sarà anche nei passaporti. Il dipartimento di Stato americano introdurrà passaporti statunitensi in edizione limitata per commemorare il 250° anniversario dell’indipendenza americana. I nuovi design del documento, ottenuti da Fox News Digital, includono in modo evidente l’immagine del presidente all’interno della copertina.

Le bozze mostrano l’immagine del tycoon circondata dal testo della Dichiarazione d’indipendenza e dalla bandiera americana, insieme alla firma del presidente in oro. Un’altra pagina presenta lo storico dipinto dei Padri fondatori mentre firmano la Dichiarazione d’indipendenza.

I passaporti, che verranno rilasciati quest’estate, fanno parte della più ampia celebrazione dell’amministrazione Trump chiamata “America250”, che include anche una gara di Formula/Grand Prix lungo il National Mall ad agosto e un incontro di arti marziali miste sul prato sud della Casa Bianca a giugno.

“Con gli Stati Uniti che celebrano il 250° anniversario dell’America a luglio, il dipartimento di Stato si sta preparando a rilasciare un numero limitato di passaporti statunitensi dal design speciale per commemorare questa occasione storica”, ha confermato il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott.

Con opere d’arte personalizzate e immagini migliorate, Pigott afferma che i libretti di identificazione manterranno comunque le “stesse caratteristiche di sicurezza che rendono il passaporto statunitense il documento più sicuro al mondo”.

La copertina è stata leggermente modificata: le parole “United States of America” sono state ingrandite e posizionate nella parte superiore del passaporto, sopra lo stemma. Il retro mostrerà una bandiera americana con il numero “250” al centro tra le 13 stelle presenti nella versione del 1777 della bandiera. I passaporti speciali saranno disponibili solo presso l’agenzia di Washington.