Crans-Montana, il conto della vergogna

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Incredibile, fuori luogo e di cattivo gusto recapitare, a quattro famiglie italiane di ragazzi ustionati nella notte di Capodanno al locale ‘Le Constellation’ di Crans-Montana, le fatture per la degenza di poche ore presso l’ospedale di Sion, per un ammontare complessivo di 100’000 franchi.

La giustificazione formale addotta dal nosocomio vallesano è che non avrebbe potuto agire diversamente, in ottemperanza alle norme vigenti in materia di copertura finanziaria delle prestazioni medico-sanitarie erogate. Anche le autorità federali sembrano avallare una simile prassi: il Dipartimento dell’Interno, mediante una nota ufficiale emessa dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS), avrebbe richiamato le disposizioni sull’assistenza reciproca internazionale in materia di prestazioni, applicabili anche alle vittime del rogo di Capodanno.

Resta tuttavia difficile non cogliere, in questa vicenda, un tratto di inflessibile cinismo efficientistico-contabile, capace di anteporre il far quadrare i conti a un minimo di tatto e di sensibilità umana. Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata. Prima ancora degli accertamenti istruttori sulle responsabilità della terribile tragedia che ha colpito il locale, la priorità sembra essere stata quella di garantire la copertura economica delle cure prestate. Non stupisce allora che, in un pronto soccorso di un ospedale elvetico, la prima preoccupazione possa apparire quella di verificare la solvenza del paziente.

Per evitare di apparire del tutto insensibili, si è ricorso all’iter di non pretendere direttamente dalle famiglie coinvolte il versamento dell’importo indicato nelle fatture, comunque recapitate alle stesse, ma di rivolgersi al governo italiano per ottemperare al pagamento. Il presidente del Consiglio di Stato del Canton Vallese, Mathias Reynard, si è espresso infatti nel senso di attendersi che il ministero della Salute italiano si facesse carico delle spese dei ragazzi ricoverati negli ospedali svizzeri.

Dalla vicina Repubblica è giunta una risposta di comprensibile sgomento e legittima indignazione. Le autorità italiane, per il tramite dell’ambasciatore d’Italia a Berna, Gian Lorenzo Cornado, hanno fatto sapere di non intendere dar seguito alla richiesta, ritenuta inaccettabile anche alla luce del contesto umano in cui essa si inserisce. Tanto più se si considerano i possibili profili di negligenza e di responsabilità degli organi di controllo comunali e cantonali, che l’inchiesta ancora in corso dovrà chiarire. L’ambasciatore Cornado ha altresì precisato che, “se questi sono gli accordi, allora l’Italia rinuncia ad avvalersene: non fattureremo le spese dei due ragazzi svizzeri ricoverati da noi”, al Niguarda di Milano (“Corriere della Sera”, 26.04.2026).

Qui emerge una differenza di impostazione tra due culture della sanità. Da un lato vi è un apparato ospedaliero che, in questa circostanza, sembra aver privilegiato con rigore la dimensione amministrativo-burocratica, ponendo al centro il criterio economico-finanziario; dall’altro vi è un Servizio sanitario nazionale che, pur segnato da differenze territoriali, criticità organizzative e diseguaglianze nell’accesso, resta fondato sul principio universalistico della cura e dell’assistenza come diritti da garantire a tutti, indipendentemente da censo e nazionalità.

Come cittadino svizzero provo vergogna al cospetto di questa incresciosa vicenda: prima ancora che l’inchiesta giudiziaria venga portata a termine con l’accertamento delle eventuali inadempienze e delle responsabilità delle istituzioni comunali e cantonali vallesane, si è proceduto a recapitare alle famiglie delle vittime, che hanno già tanto sofferto, un conteggio di spese dal tono freddamente contabile.

Ancora una volta si contribuisce ad alimentare l’immagine pubblica di una Svizzera orientata soprattutto al denaro: una nazione efficiente sul piano organizzativo-burocratico, ma talvolta percepita come poco incline alla vicinanza solidaristica e alla sensibilità umana. In questa occasione si è data prova di scarsa eleganza istituzionale, generando un non trascurabile danno reputazionale.

Fra Paesi contigui, una vicenda di questo tipo non rappresenta un bell’esempio di buon vicinato: al contrario, si traduce in un pessimo segnale relazionale, aggravato da modalità comunicative e diplomatiche del tutto inadeguate. Non ci si stupirebbe se, alla luce di episodi simili, molti italiani finissero per maturare un’immagine poco edificante dei cittadini svizzeri in visita o in vacanza nel Bel Paese.


Merz attacca sull’Iran: «Senza strategia, Usa umiliati da Teheran»

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Di Andrea Valdambrini, il manifesto

«La leadership iraniana sta umiliando gli Stati uniti». Sono durissime le parole di Friedrich Merz sulla crisi di Hormuz all’indomani dell’attentato a Donald Trump. Il cancelliere tedesco prende le distanze dalla linea americana sul conflitto con l’Iran, quando dichiara che agli Usa «manca una strategia convincente» e che «non basta entrare in questi conflitti, bisogna anche poterne uscirne». Merz ricorda che gli europei e Berlino non sono stati consultati prima dell’attacco americano contro Teheran, portato avanti da Trump insieme a Israele. «Se avessi saputo che la situazione sarebbe continuata così per cinque o sei settimane e che sarebbe progressivamente peggiorata, avrei parlato in modo ancora più categorico», aggiunge Merz.

Il messaggio a Trump segnala la sempre maggiore volontà tedesca di ridefinire il proprio posizionamento sullo scenario internazionale. Ma un problema c’è anche con Bruxelles. Riguardo a Hormuz, il cancelliere è in dissenso con Ursula von der Leyen, guida della Commissione Ue ed esponente del suo stesso partito. Di fronte all’ipotesi di un uso più flessibile delle sanzioni come leva negoziale nei confronti di Teheran, prospettato da Merz venerdì scorso dal summit dei leader a Cipro, la presidente della Commissione ha ribadito una linea opposta. È ancora «troppo presto» per qualsiasi allentamento nei confronti dell’Iran, ha affermato, condizionando poi ogni eventuale concessione europea ai cambiamenti da parte del regime degli ayatollah, in particolare sul piano dei diritti umani.

Il contrasto tra Merz e von der Leyen è in realtà un tassello della tensione più strutturale tra Berlino e Bruxelles. All’interno del partito del cancelliere, la Cdu/Csu riunita in questi giorni a congresso, cresce l’irritazione verso la Commissione Ue, percepita come troppo distante dalla indicazioni di partito, e autonoma nella sua strategia internazionale ed economica. Ne è prova la bozza di un documento preparato dai parlamentari Cdu del Bundestag, che circola all’interno del partito democratico-cristiano tedesco e che stando alle indiscrezioni di stampa potrebbe essere finalizzato oggi stesso. Secondo le anticipazioni della testata Politico.eu, nella bozza figura la proposta di mettere l’esecutivo Ue sotto la supervisione di un organo di controllo con il potere di bloccare le iniziative legislative, se necessario, come anche di restringere i poteri delle istituzioni comunitarie, magari attraverso la riduzione operativa dei funzionari di Bruxelles.

Obiettivo di fondo è lo smantellamento della burocrazia, terreno su cui von der Leyen starebbe procedendo troppo lentamente, secondo la Cdu, nonostante i molti interventi di deregolamentazione messi in campo dalla presidente della Commissione, anche rispetto al Green Deal. Il gruppo parlamentare conservatore avrebbe messo nero su bianco una lista di 27 richieste alla Commissione europea per ridurre gli oneri amministrativi e normativi a livello Ue.

La richiesta arriva proprio mentre in Germania, tra gli alleati della Grosse Koalition di governo, infuria il dibattito sul debito, vincolato dal freno inserito in costituzione, lo Schuldenbremse. La Spd del ministro delle finanze, il socialdemocratico Lars Kingbeil, vorrebbe allentarlo in modo da ricavarne più margine di spesa, mentre la Cdu è contraria in nome del rigore fiscale.

Al nuovo indebitamento, i conservatori del cancelliere Merz contrappongono la ricetta dell’austerity, con tagli alla spesa e riforme. Ed è questa la linea che proiettano anche da Berlino su Bruxelles: chiedono a von der Leyen di liberare risorse con risparmi a livello Ue.


I nuovi schiavi che nutrono le macchine

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Di Antonio Dini, La Repubblica

Dietro ogni risposta di ChatGpt, Claude o Gemini esiste un esercito invisibile di lavoratori sottopagati, esposti a contenuti traumatici, privi di tutele e tenuti deliberatamente fuori dalla scena. Si chiamano “ghost worker”, operai fantasma. Operano dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina, e costruiscono, mattone dopo mattone, le cattedrali dell’intelligenza artificiale. Ne parla con precisione allarmante il libro Nutrire la macchina. Come alimentiamo l’intelligenza artificiale, scritto da Mark Graham, James Muldoon e Callum Cant.

I ghost worker, i fantasmi invisibili, gli schiavi del XXI secolo che lavorano per i faraoni delle grandi multinazionali tech, costruiscono letteralmente le piramidi dell’intelligenza artificiale. L’IA, l’ottava meraviglia del mondo, l’intelligenza automatica e immateriale che ci parla dalla rete, ma che ha bisogno di un esercito sterminato di lavoratori umani sottopagati e tenuti nascosti per poter funzionare.

Non hanno nomi, non hanno volto, se ne trovano tracce solo raramente sui social. In confronto, i milioni di operai che assemblano smartphone nei capannoni cinesi sembrano lavoratori super-tutelati di una fabbrica modello scandinava: almeno hanno una fabbrica, un dormitorio e un contratto. I ghost worker lavorano da casa (quando va bene) su pezzetti di informazioni frammentate, incomprensibili, a volte tossiche.

I loro datori di lavoro non sono OpenAI, Meta, Google o Anthropic, ma piattaforme online di micro-lavoro: Amazon Mechanical Turk, Clickworker, Appen o Scale AI per citarne alcune. Non sanno per chi lavorano o perché, e possono essere cancellati semplicemente cambiando un numero su un foglio di Excel. Oggi probabilmente anche da un agente IA.

Il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale ruota quasi sempre attorno a un equivoco fondamentale: che si tratti di qualcosa di autonomo, di autogenerato, di magico. Algoritmi che imparano da soli, modelli che ragionano, sistemi che evolvono senza intervento umano.

È una narrazione comoda, commercialmente utile ma radicalmente falsa. Mark Graham, professore di “geografia di internet” all’Oxford Internet Institute e direttore di Fairwork, progetto globale per i diritti dei lavoratori digitali attivo in oltre 37 Paesi, è uno degli autori di Nutrire la macchina. Il libro è costruito su oltre 200 interviste in Kenya, Uganda, Filippine, Irlanda, Islanda, Regno Unito e Stati Uniti. Graham ci spiega senza mezzi termini: «Il più grande malinteso è che l’IA venga ancora immaginata come un risultato tecnico autosufficiente. Le persone vedono l’interfaccia e non vedono il sistema di produzione che sta sotto. Quello che fa funzionare l’IA è una vasta infrastruttura umana fatta di annotazione dei dati, moderazione, valutazione, test, manutenzione e correzione continua. Non sono attività marginali: sono centrali al sistema».

Il termine stesso “intelligenza artificiale” è, in questo senso, un formidabile strumento di propaganda involontaria: evoca sostituzione della mente umana con la tecnologia e cancella dalla scena le persone che quella tecnologia la costruiscono pezzo per pezzo, dato per dato, ora dopo ora.

Basterebbe seguire la filiera per smontare l’illusione. In cima ci sono le grandi aziende, OpenAI, Meta, Google, Anthropic, che definiscono architetture e strategie commerciali. Subito sotto, una rete di appaltatori e subappaltatori che si occupano di annotazione dei dati, moderazione dei contenuti, feedback per l’addestramento, test di sicurezza. Molte di queste aziende hanno sede in hub di outsourcing come Kenya, India, Filippine o Europa orientale. Una classica rete globale di produzione: potere e profitti concentrati in cima, rischi e costi scaricati lungo la catena fino al punto di rottura.

Quello che rende l’IA diversa da altri comparti industriali non è la struttura dello sfruttamento, che è antica e riconoscibile, ma la velocità e la scala del sistema. Graham lo chiama “planetary labour market”: il lavoro digitale può essere spostato da un Paese all’altro quasi istantaneamente. Il giudizio umano viene scomposto in unità minuscole, standardizzato, misurato e acquistato con una precisione che le fabbriche tradizionali non hanno mai raggiunto.

Le piattaforme più note, come Amazon Mechanical Turk, Appen e le altre, servono per annotazione di immagini, valutazione di risposte IA, trascrizione, moderazione: tutto il lavoro che insegna alle macchine a sembrare intelligenti. I compensi partono da pochi centesimi per task e in molte aree del sud del mondo scendono sotto il dollaro e mezzo l’ora. In Kenya, lavoratori pagati tra 1 e 2 dollari l’ora leggono e classificano testi con abusi sessuali su minori e violenza estrema per rendere ChatGpt meno tossico. In India, donne di comunità rurali marginalizzate classificano contenuti violenti senza alcun supporto psicologico. Nella avanzatissima Finlandia, detenute lavorano per circa 2 euro al giorno. Il numero di persone coinvolte a livello planetario pare essere incredibilmente elevato. Stime elaborate da ricercatori europei sulla “gig economy” indicano in almeno 420 milioni le persone che svolgono forme di micro-lavoro digitale a livello globale. Quasi mezzo miliardo di individui, prevalentemente donne e concentrati nelle aree più vulnerabili del pianeta, un numero crescente impiegato ad annotare o etichettare i dati utilizzati per addestrare gli algoritmi. È la condizione che la rivista americana di analisi politica Jacobin definisce “sottooccupazione”: il lavoro esiste ma non garantisce né reddito stabile né tutele. Le piattaforme non offrono meccanismi reali di ricorso: il lavoratore resta invisibile sia al cliente finale sia al sistema che lo ha reclutato. La moderazione dei contenuti traumatici occupa un posto a parte tra le condizioni di lavoro descritte nel libro. Non è solo una questione di retribuzione inadeguata: è un problema di salute pubblica tenuto deliberatamente fuori dalla discussione.

Monsumi Murmu, una lavoratrice indiana intervistata dal Guardian, racconta che dopo i primi mesi non riusciva a dormire e che “quando chiudeva gli occhi vedeva ancora lo schermo”. Insonnia, ansia, pensieri intrusivi e dissociazione sono effetti frequenti tra chi lavora a filtrare contenuti per rendere i grandi modelli linguistici socialmente accettabili. È il paradosso più oscuro: i sistemi presentati come strumenti di progresso vengono bonificati da contenuti mostruosi grazie al sacrificio psicologico di lavoratori che non vengono né riconosciuti né protetti. Graham lo conferma: «Le aziende che vendono prodotti e servizi di IA fanno di tutto per nascondere l’enorme quantità di lavoro umano nelle loro catene di fornitura. Ma l’IA è letteralmente fatta da esseri umani». La scelta del verbo “nascondere” non è casuale: è la descrizione di una strategia aziendale consapevole. Il settore dell’intelligenza artificiale ha sviluppato un vocabolario specifico attorno al concetto di etica: IA responsabile, IA trasparente, IA giusta. Rapporti, commissioni, linee guida, certificazioni. Graham smonta questa architettura con un’efficacia che lascia poco spazio all’ottimismo: «Molto del linguaggio sull’IA etica funziona come un teatrino aziendale. Rassicura investitori, responsabili delle politiche e consumatori che qualcuno sta prestando attenzione al problema. Crea l’apparenza della responsabilità».

Le condizioni di lavoro cambiano solo quando l’etica si traduce in standard applicabili: retribuzione dignitosa, contratti sicuri, meccanismi reali di ricorso, trasparenza nei subappalti. «Se un’azienda può parlare all’infinito di intelligenza artificiale responsabile mentre i lavoratori nella sua rete di produzione restano sottopagati, sorvegliati eccessivamente e invisibili, allora il linguaggio dell’etica ha funzionato principalmente da scudo».

È in risposta a questo che Fairwork ha lanciato uno schema di certificazione per l’intelligenza artificiale, per lavorare con le aziende europee in anticipazione della direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence. L’AI Act, precisa Graham, non tocca questo livello: si occupa dell’impatto dei sistemi di intelligenza artificiale sugli utenti, non delle condizioni di lavoro nelle catene globali che li producono.

In tutte le culture umane è presente una variazione sul tema del “patto col diavolo”: si ottiene un (piccolo) guadagno cedendo in cambio la propria anima. Adesso la tecnologia non solo lo ha aggiornato, ma lo ha portato su scala industriale. Milioni di persone cedono un pezzettino di loro stessi per sempre, firmando non più con il sangue, ma con le clausole di un contratto che nessuno legge fino in fondo. Il caso di Laura, uno dei sette ritratti al centro del libro, ne è un’immagine perfetta. Quasi vent’anni di carriera come doppiatrice di pubblicità, cartoni, videogiochi, teatro, e un giorno scopre che la propria voce è stata clonata e messa sul mercato a prezzi di svendita. In un contratto firmato anni prima, sepolto tra clausole oscure, aveva ceduto i diritti sulla propria voce “in perpetuo”. L’azienda aveva poi venduto le registrazioni a una società di IA. Tutto legale, tutto irrecuperabile. Graham inquadra il fenomeno: «Le persone spesso prendono queste decisioni sotto pressione economica, con informazioni molto limitate, per somme relativamente piccole, mentre il valore futuro del bene che forniscono può essere enorme».

Una volta che i dati sono online, l’individuo ha pochissima capacità di manovra. C’è qualcosa di sinistramente circolare nella vicenda dei ghost worker. L’industria degli algoritmi costruisce sistemi presentati come strumenti di liberazione dal lavoro ripetitivo e degradante. Per farlo, impiega milioni di persone in lavori ripetitivi e degradanti, tenute deliberatamente nell’ombra affinché la narrazione regga. I modelli linguistici che rispondono alle domande degli utenti in Europa e negli Stati Uniti vengono addestrati grazie al lavoro di chi in Kenya guarda immagini di torture, in India classifica video di violenza, nelle Filippine etichetta conversazioni che non capisce.

La ricercatrice olandese Claartje Ter Hoeven, dell’Università di Utrecht, ha condotto una survey indipendente su oltre 5mila micro-lavoratori europei e ha effettuato 136 interviste: ha così documentato una presenza significativa di lavoratori fantasma anche in Italia, Germania, Portogallo. Persone che non compaiono nei registri paga, invisibili pur essendo fondamentali, spesso studenti, disabili o lavoratori in cerca di flessibilità, che guadagnano meno di una soglia dignitosa per task singoli, senza benefit né sicurezza sociale. Come si combatte questo tipo di sfruttamento? Il punto di pressione giusto, secondo il professore oxoniense, non sono i subappaltatori ma le big tech in cima alla filiera: «Se i clienti e gli utenti finali chiedono standard credibili nelle catene di fornitura dell’intelligenza artificiale, le aziende avranno un motivo per agire. Senza quella pressione esterna, il discorso sull’intelligenza artificiale etica rischia di restare soltanto un discorso».

Graham chiude il ragionamento con una considerazione molto diretta: «Il dibattito si concentra sempre sui posti di lavoro che spariranno. Noi abbiamo voluto guardare a quelli che esistono già e che spesso non sono lavori dignitosi. Ma quasi nessuno ne parla». Il motivo è strutturale e conveniente per molti: finché l’intelligenza artificiale appare quasi magica, il costo umano della sua produzione resta invisibile. Però l’invisibilità, in questo settore, non è un effetto collaterale: è il prodotto.


L’America dell’odio

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Di Gianni Riotta, La Repubblica

“Una scena da film di Fellini”: il post della scrittrice Joyce Carol Oates su X illumina alla perfezione la notte di Washington, l’attentatore nudo per terra, l’agente ferito, il presidente Trump messo in salvo dal Secret Service, che chiede, con sangue freddo, di continuare la tradizionale cena con i giornalisti. La paura mista al grottesco, il ministro Kennedy che scappa lasciandosi dietro la moglie nel panico, il capo dell’Fbi Patel, accusato dalla rivista Atlantic di essere un beone, immobile al tavolo, come se il caos intorno non lo riguardasse.

Cosa avranno pensato gli ayatollah assediati a Teheran, il leader russo Putin insabbiato nel Donbass, il presidente cinese Xi Jinping alla vigilia del summit Cina-Usa, quando gli apparati di sicurezza hanno allineato, pixel dopo pixel, come il killer mancato Cole Allen sia arrivato a un passo da Trump e dai suoi ministri, innescando fra gli spari il fuggi fuggi, fra cravatte a farfalla, tacchi 12, abiti lunghi lamé, flûte di champagne infranti, un solo ospite stoico al suo posto, con i reporter a inondare la diretta social della débâcle?

Che giudizio daranno della superpotenza Usa, alle corde in una guerra con l’Iran che soffoca commercio del greggio ed economia globale, invischiata in una trattativa, mediata dai dittatori del Pakistan, che si accende e si spegne come l’amore di John e Carolyn nella serie tv “Love Story”? Che l’America sia spaccata a metà, che Trump abbia con sé la falange di destra e contro democratici e moderati, che nessuno, neppure Papa Leone o la premier Meloni, sia ormai off limits per le geremiadi della Casa Bianca è, purtroppo, risaputo, fra nemici e alleati. Ma il caos dell’hotel Hilton, che richiama alla Oates le sequenze rocambolesche del “Roma” di Fellini sarà, per i libri di storia, cammeo della difficile stagione americana, a 250 anni dall’indipendenza del 1776.

Già l’avvio della serata era stato controverso, centinaia di giornalisti avevano chiesto che la cena dei corrispondenti, evento dove satira, humor e politica si intrecciano in un gala il cui invito è ambitissimo, non si svolgesse nell’atmosfera snob di sempre. La guerra in Iran, il sacrificio dei dimostranti Good e Pretty nell’inverno di Minneapolis, celebrata nella ballata di Bruce Springsteen, la deportazione degli immigranti, i processi contro gli avversari politici, la durezza del presidente verso le opposizioni, davano a sconosciuti cronisti e celebrate grandi firme ragioni per non festeggiare, fra brindisi e risate ammiccanti. Stephen Colbert, showman che da sempre osteggia Trump, aveva chiesto il boicottaggio della serata, tra gli applausi di mezzo paese. Sabato notte, non s’erano ancora raccolti piatti e vassoi rovesciati, l’eco della vita di Allen in California s’era appena diffuso, insegnamento, informatica, armi, odio contro i cristiani secondo Trump, e subito le due Americhe del XXI secolo, fratricide, partivano con la crociata senza prigionieri. Il presidente impugnava la sparatoria per promuovere la sua sala da ballo blindata, in costruzione alla Casa Bianca, vetri antiproiettili, radar anti-droni, gli influencer Maga denunciavano il manifesto confuso di Allen per guadagnare consenso in vista delle elezioni parlamentari di Midterm a novembre. La sinistra online alla Hasan Piker, leader progressista deciso “a votare Hamas in un ballottaggio con Israele”, monta invece un pastiche dove il ministro della Difesa Hegseth e i suoi colleghi preparano lo show di un finto attentato, per nascondere i guai del presidente e l’impasse sullo stretto di Hormuz, sfoggiando dopo il blitz sorrisi che il web ingrandisce impietoso, bis dell’attacco 2024 a Butler, Pennsylvania, un altro falso secondo migliaia di fonti della disinformazione.

Ieri il Wall Street Journal applaudiva Trump, “A testa alta sotto il fuoco”, e perfino il rivale New York Times riconosceva “l’atteggiamento zen” del presidente a Washington. Il deputato democratico Ro Khanna propone una “commissione bipartisan per combattere la violenza politica”, il presidente preferisce ricordare che “i grandi leader attraggono i killer”, da Lincoln in avanti. Difficile che, da qui al voto d’autunno, il clima migliori, con la guerra nel Golfo Persico e l’inflazione a trasformare in trappole supermercati e pompe di benzina. Forse, oltre Fellini, il fracasso dell’Hilton evoca un altro grande regista europeo, Pedro Almodovar: gli Usa, nazione egemone dal 1945 sul pianeta Terra, “Sull’orlo della crisi di nervi”.

Nell’immagine: Cole Allen dopo l’arresto


Così la rivoluzione digitale erode la democrazia

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Di Mariarosaria Taddeo, La Stampa

Pochi giorni fa Palantir, l’azienda americana che fornisce servizi digitali infrastrutturali al governo statunitense, alla Nato, ai ministeri della Difesa britannico e italiano, ha pubblicato un manifesto in 22 punti. Le posizioni espresse vanno dalla rivendicazione di un servizio militare obbligatorio universale alla critica del pluralismo democratico in nome di una cultura nazionale definita. Sono stupidaggini che non meritano un commento puntuale. Vanno però lette come un campanello d’allarme. Confermano l’orientamento antidemocratico di un’azienda insediata nei processi più sensibili delle nostre democrazie, e quindi dotata degli strumenti per indebolirle dall’interno. La domanda che ne segue è come si proteggono le democrazie digitali dall’erosione prodotta dalle infrastrutture da cui dipendono per funzionare. La risposta passa per un’etica e una governance adeguate. Inizio a pensare che quelle sviluppate finora non lo siano, perché hanno un focus parziale. Per aggiustare il focus serve capire cosa il digitale eroda nelle nostre democrazie. I dati qui aiutano. Il Barometro Edelman 2026, condotto su 34.000 intervistati in 28 paesi tra Europa, Americhe, Asia, Africa e Oceania, mostra che negli ultimi 5 anni la fiducia non è più proiettata verso la comunità. Si restringe progressivamente in spazi sempre più ristretti e omogenei. Ha perso 16 punti verso i leader di governo nazionali, 11 verso le grandi testate giornalistiche, 6 verso i leader d’impresa stranieri, e ne ha guadagnati 11 verso vicini, familiari e amici. Il digitale ha un ruolo rilevante nel processo. Un articolo pubblicato su Nature Human Behaviour nel 2023 ha esaminato quasi 500 studi sull’impatto dei media digitali sulla democrazia. I risultati convergono su tre effetti combinati, calo della fiducia politica, crescita del populismo, aumento della polarizzazione, più marcati proprio nelle democrazie consolidate.

Il digitale non erode la democrazia colpendone i processi. La erode dissolvendo la collettività che ne alimenta l’aspetto deliberativo. Letto in questa luce, il manifesto di Palantir mostra una coerenza sinistra, perché l’attacco al pluralismo è la forma politica di un’aggressione che le piattaforme producono già a livello strutturale. Una governance etica del digitale, se vuole proteggere davvero la democrazia, deve porre la collettività al centro dei propri obiettivi. La collettività a cui mi riferisco qui non è il gruppo, l’opinione pubblica, la folla, una popolazione o una nazione. Queste sono articolazioni di un’entità più fondamentale, che chiamo collettivo transagentico, un sistema che emerge dalle interazioni tra le sue parti, in un processo di co-individuazione in cui individuo e collettività realizzano il proprio potenziale influenzandosi a vicenda, secondo la lezione di Simondon. Individui e collettività non esistono a prescindere gli uni dall’altra. È come pensare di descrivere un cielo stellato elencandone le singole stelle. Quello che vediamo dipende dalle stelle, dal buio dello sfondo, dalla limpidezza dell’atmosfera, dalla polvere cosmica, persino dal nostro stato d’animo e dal vetro della finestra da cui guardiamo. Chiamerei costellanza ciò che vediamo. Fuor di metafora, il cielo stellato è il risultato di un sistema in cui gli elementi interagiscono e si influenzano a vicenda producendo un esito specifico di momento in momento. Quel sistema è il collettivo transagentico.

L’etica del digitale, finora, ha costruito i propri pilastri attorno alla protezione dei diritti individuali e alla regolazione dei mercati. Privacy come perimetro difensivo del singolo, libertà di espressione come libertà personale, consenso informato, trasparenza come principio procedurale. Sono pilastri importanti, hanno prodotto strumenti utili, dal Gdpr all’Ai Act. Restano però parziali rispetto al problema che abbiamo davanti. I diritti che proteggiamo sono individuali, il rischio che viene dal digitale riguarda la collettività. Un sistema può essere conforme al Gdpr e dissolvere il tessuto di mutua determinazione tra le persone. Un algoritmo può essere perfettamente trasparente e insieme erosivo del collettivo, perché ne accelera la polarizzazione. La somma dei diritti individuali tutelati non equivale alla salute del collettivo. Abbiamo pensato la collettività come somma di parti individuali, e abbiamo creduto di proteggerla proteggendo le sue singole parti. È stato un errore, anche mio.

Porre il collettivo transagentico al centro dell’etica e della governance del digitale cambia l’analisi dei problemi, e quindi le soluzioni. La privacy diventa la condizione che protegge la possibilità di restare imprevedibili gli uni agli altri, e dunque di rinnovare il collettivo. La libertà di espressione diventa la condizione che esista uno spazio discorsivo plurale in cui valga la pena ascoltarsi. La trasparenza algoritmica si trasforma in valutazione d’impatto collettivo. Il design delle piattaforme viene valutato non solo sugli effetti individuali, ma sulla capacità di sostenere l’incontro nella differenza, la responsività reciproca, la tenuta di un terreno epistemico condiviso. È un orientamento di progettazione che la governance attuale non prevede, perché manca la cornice etica che lo richieda. Il collettivo transagentico è la condizione di possibilità dell’individuazione di ciascuno di noi, della crescita di una comunità politica e culturale, di una solidarietà che non si barrica dietro i confini, della democrazia deliberativa. È la radice ancora viva da cui la democrazia deliberativa può ripartire, e che il digitale, se ben progettato e usato, può nutrire. Per la sua natura plurale, distribuita, relazionale, difficilmente può essere controllato senza essere insieme costretto. Più che controllo, chiede cura costante: strategie e scelte di progettazione che mettano al centro le condizioni della sua fioritura, in quanto condizioni della nostra. Rifocalizzare l’etica e la governance del digitale a partire dal collettivo è anche un richiamo alla cura che ognuno di noi deve esercitare per tenerlo vivo. Non mi dispiace che il caso abbia voluto che scrivessi di questo richiamo il 25 aprile.


Rompere il silenzio sul suicidio giovanile

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Di Katia Ranzanici e Marco Tagliabue, tvsvizzera.it

“Santiago era un ragazzo molto sensibile, particolarmente profondo, anche introverso e che amava la vita. Il dolore è atroce, indescrivibile. Non è paragonabile al niente. È l’incubo più più brutto che può avere un genitore la morte di un figlio e la morte più brutta che ci può stare il suicidio”, dice la mamma di Santiago.

“Manuel era il nostro figlio, un ragazzo di 15 anni, era un periodo in cui sembrava veramente che iniziasse a essere più felice di prima e invece non era così. Invece a quanto pare mascherava qualcosa che non abbiamo capito”, ricorda il papà di Manuel.

Santiago e Manuel non sono solo due nomi. Erano due ragazzi pieni di passioni, di sogni, di progetti. Manuel si è tolto la vita a soli 15 anni il 17 aprile 2024. Santiago il 15 febbraio dello scorso anno. Ne aveva 19.

Ogni anno, in Svizzera, una trentina di adolescenti non trova più la forza di andare avanti. Tra i 19 e i 25 anni, quel numero raddoppia.
Il suicidio è diventato tra le prime cause di morte in queste fasce d’età — un grido silenzioso che continua a passare inosservato e di cui non si parla.

Quando accade, il dolore non tocca solo una famiglia, ma un’intera comunità: compagni di scuola, docenti, amici, chiunque abbia incrociato quella vita.

Per i genitori, dare voce a questo dolore è una scelta lacerante ma necessaria. “Il silenzio è assordante,” dice Fabrizio, papà di Santiago. “Una cosa è il rispetto della tragedia, un’altra è il silenzio intorno, quello va spezzato.” Sua madre, Susana, aggiunge: “Il tabù non è mai la strada giusta. Bisogna dirlo ai ragazzi: se hai un pensiero così, cambiamo tutto, facciamo qualsiasi cosa. C’è sempre una via d’uscita.”

Il servizio di Falò

Il disagio giovanile è in aumento, e si osserva anche a scuola

Il disagio giovanile è in aumento. Lo vede la scuola, lo sentono i servizi sul territorio, e lo confermano anche i dati epidemiologici: secondo l’Osservatorio svizzero della salute in Svizzera, nel 2022 più del 23% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver avuto pensieri suicidari, e oltre il 7% delle ragazze e quasi il 3% dei ragazzi ha tentato di togliersi la vita negli ultimi cinque anni.

Jann Schumacher dell’Ufficio federale della sanità pubblica lo sottolinea: “C’è un un aumento, soprattutto da parte dei giovani e delle giovani ragazze, dei pensieri suicidari. E quello che mi ha molto colpito è un dato ulteriore, sono molto aumentati i ricoveri in ospedale a causa di un tentativo di suicidio.

Anche la scuola osserva un disagio crescente. “I ragazzi sono più paurosi, più fragili”, spiega una mediatrice scolastica. “Un ostacolo diventa un muro e loro si fermano.” La pressione non aiuta: “Vivono in una società che chiede performance, velocità, perfezione,” nota la direttrice del liceo. “Se queste logiche entrano nella scuola, qualcosa si spezza.” E Alessio, compagno di Santiago, sintetizza bene questa sensazione: “Una nota andata male non è solo un voto: per noi è come sentirsi dire ‘tu non vali’”.

Eppure proprio le parole – quelle che tanti ragazzi non riescono a pronunciare – sono lo strumento più importante per prevenire. Lo confermano anche le testimonianze di chi ce l’ha fatta. Anastasia, sopravvissuta a un tentato suicidio, ricorda il momento più buio: “Mi si è annebbiato il cervello, come un click. Ho preparato i vestiti per il funerale.” Oggi è viva, e dice: “Sono fortunata. Poteva non andare così.” La sua voce è un monito potente: chi soffre spesso non lo mostra.

Oltre il silenzio

Dopo la perdita di un figlio, non esiste ritorno alla normalità. “Dopo il funerale ci siamo sentiti lasciati soli”, raccontano i genitori di Manuel. Eppure si continua, per amore di chi resta. “Ho pensato a mia figlia,” dice Fabrizio. “A quanto sarebbe atroce perderci anche me.”

È da questo dolore che nascono percorsi nuovi. Susana ha fondato un’associazione “da cuore a cuore” : “Non da un progetto, ma da un’urgenza. Per evitare che altri ragazzi arrivino lì, e per dare valore alla vita di mio figlio.”

Il suicidio giovanile resta un tabù, ma proprio il silenzio può essere pericoloso. Parlare, invece, apre possibilità: di ascolto, di intervento, di salvezza. Perché dietro ogni numero c’è un volto. E una parola detta al momento giusto può cambiare una vita. O salvarla.


La questura di Roma mette fuorilegge «Addio Lugano bella»

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Di Mario Di Vito, il manifesto

Le parole, si sa, sono pietre. Quelle del canto anarchico Addio Lugano Bella sono state scagliate 130 anni fa e colpiscono ancora. La dimostrazione è nel provvedimento con cui il 26 marzo il questore di Roma Roberto Massucci ha vietato la commemorazione di Sandro Ardizzone e Sara Mercogliano, uccisi una settimana prima al parco degli Acquedotti dallo scoppio accidentale di un ordigno che stavano costruendo.

Il divieto di ricordarli è scattato perché «nelle ore successive ai fatti occorsi» a Roma «sono state vergate scritte murarie chiaramente inneggianti ad un clima di odio rivolto all’ordine costituito: Pace agli oppressi, guerra agli oppressori». Che sono, appunto, versi scritti da Pietro Gori nel 1894. La scritta in questione è in effetti apparsa nella Capitale qualche settimana fa, fuori dalla stazione Marconi della metro B. Non era sola, ce n’erano anche altre come «La vendetta sarà terribile», «No 41 bis» e «Fuori tutti dalle galere», ma la questura è stata colpita dalla citazione del canto che racconta un antico esilio di anarchici dalla Svizzera, dopo uno dei tanti rovesci giudiziari della loro storia. Ad essere preoccupante, per il questore, è soprattutto la seconda parte: parlare di «guerra agli oppressori», infatti, sarebbe un «chiaro riferimento alle istituzioni». Si potrebbe dire che la sovrapposizione tra «oppressori» e «istituzioni» è frutto di una libera interpretazione della polizia, ma qui non si fa critica letteraria.

SI PARLA piuttosto del divieto di andare a depositare mazzi di fiori sul luogo della morte di due persone, in una straordinaria dimostrazione del fatto che l’ordine pubblico è diventato un valore più forte del lutto. E questo, a pensarci bene, fa più paura delle parole e anche delle pietre: nemmeno il cordoglio è concesso agli anarchici. Fior di sentenze, negli ultimi anni, ci hanno spiegato che fare un saluto romano in memoria di qualche camerata ucciso non è un tentativo di ricostituire il disciolto partito fascista – un reato – perché quel gesto va inteso come atto puramente commemorativo. Lo stesso discorso, a quanto pare, non vale per gli anarchici. Che infatti, quando domenica 29 marzo a decine si presentano lo stesso al parco degli Acquedotti, in 91 vengono fermati e accompagnati in questura. Alcuni per essersi rifiutati di fornire le proprie generalità. Altri in via preventiva, come ammesso dall’ultimo decreto sicurezza, che qui per la prima volta viene applicato. Basta uno «stato di fatto», cioè un sospetto, per passare fino a 12 ore in un posto di polizia. E non serve nemmeno un provvedimento della procura: basta dare notizia della cosa al pm di turno. E alla fine non è nemmeno previsto che venga spiegato alcunché.

SPIEGA L’AVVOCATO Cesare Antetomaso: «Nel verbale a sostegno del fermo identificativo prolungato, che nel caso del mio assistito si è protratto per quasi 11 ore, non è praticamente presente alcuna motivazione in grado di ricondurre con certezza la condotta di un cittadino incensurato, che aveva con sé un fiore da lasciare nei pressi del luogo dove due persone hanno perso la vita in circostanze tuttora da chiarire, a quanto previsto dalle nuove norme».

Di incidenti, in ogni caso, quel giorno al parco degli Acquedotti non ce ne sono stati: gli anarchici sono stati caricati su dei pullman e portati via, senza episodi di resistenza a pubblico ufficiale. Alcuni dei fermati, come sanzione, hanno rimediato un foglio di via, ma la questione è controversa. Questo provvedimento, infatti, può essere dato solo a chi si è reso responsabile di «molteplici delitti» ma, sempre per decisione del governo Meloni, la manifestazione non autorizzata non è più reato. È un illecito amministrativo. E non possono essere comminati provvedimenti di polizia per una semplice multa.

SE LA VEDRANNO gli avvocati, che già hanno cominciato a presentare ricorsi. Conclude ancora Antetomaso: «Senza alcun riferimento alla pericolosità presunta del soggetto fermato, il trattenimento si configura come illegittimo». Non sarebbe una gran notizia. Sempre Gori, sempre nel suo saluto a Lugano, diceva: «Scacciati senza colpa, gli anarchici van via».


Edith Bruck: “Ma quelle bandiere d’Israele non dovevano stare in piazza”

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Di Flavia Amabile, La Stampa

ROMA. È metà pomeriggio quando Edith Bruck legge le notizie che arrivano dalla manifestazione di Milano per il 25 aprile. La Brigata Ebraica bloccata, insultata, poi allontanata dal corteo. Un gesto violento, l’ennesima manifestazione di antisemitismo, commentano in molti. Edith Bruck, scrittrice, poetessa, sopravvissuta ai campi di Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen, ha uno sguardo diverso, una visione lucida che non fa sconti a nessuno. Portare le bandiere israeliane in piazza è stato «uno sbaglio», spiega. Non una provocazione ma un modo per approfittare di un momento in cui quelle bandiere e la stella di David «non c’entravano nulla».

Quello che è successo a Milano lo racconta Emanuele Fiano, ex deputato del Pd e figlio di Nedo, anche lui sopravvissuto ad Auschwitz. Dice: «Siamo stati cacciati perché abbiamo sui nostri striscioni la Stella di David e perché difendiamo il diritto dello Stato di Israele ad esistere, perché chiediamo due popoli e due Stati, o perché difendiamo il diritto della Brigata Ebraica a sfilare nel corteo». Che ne pensa?
«La Brigata ebraica aveva il diritto di sfilare ma con la bandiera italiana. Si tratta di un corteo che riguarda l’Italia non Israele».

Non dovevano esserci le bandiere di Israele in piazza?
«Credo che sia stato uno sbaglio portarle perché il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera? Vogliono portarla dappertutto ma non è corretto. Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo».

Secondo lei è stata una provocazione da parte della Brigata Ebraica portare le bandiere con la stella di David?
«No, solo uno sbaglio. Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile, ma è una manifestazione che riguarda l’Italia liberata dal fascismo. Stop».

Anche se è solo uno sbaglio e non una provocazione, ha causato ancora una volta episodi gravi di antisemitismo. Tra gli insulti contro la Brigata Ebraica hanno urlato anche “saponette mancate”, un chiaro riferimento ai lager dove si diceva che i nazisti producessero sapone utilizzando il grasso dei corpi degli ebrei sterminati.
«Purtroppo, l’antisemitismo non finisce mai, ormai è eterno. Sono nata nell’antisemitismo e morirò circondata da un antisemitismo sempre più forte e diffuso. Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Tutto questo è molto preoccupante e triste».

L’ha sorpresa quello che è accaduto a Milano? Le bandiere con la stella di David al corteo del 25 aprile e gli insulti e la cacciata dal corteo della Brigata Ebraica?
«Non mi sorprendo più di nulla. Sono soltanto molto addolorata e preoccupata. Non vedo via d’uscita, l’uomo non cambia mai. Quelli di oggi sono identici a quelli del passato».

L’antisemitismo sta aumentando: gli ebrei nel mondo dovrebbero prendersela solo con chi li offende oppure anche con il governo Netanyahu e con le sue continue violazioni del diritto internazionale e delle basi dell’umanità?
«Di sicuro le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumenta l’antisemitismo. La situazione purtroppo sta peggiorando di giorno in giorno. Ci sono 59 guerre in corso e tutte stanno provocando morti di innocenti. Al corteo del 25 aprile bisognava portare la bandiera della pace».

E invocare “pace, pace, pace” come ha fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a San Severino Marche, nel suo discorso per la festa della Liberazione?
«Si, dico “pace pace pace” anche io».

Nell’immagine: Edith Bruck, poetessa e scrittrice


Nessuno può più fidarsi di questa Casa Bianca

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Di Lucio Caracciolo, la Repubblica

Donald Trump sembra essersi sbagliato di secolo. Nella sua furia contro gli “scrocconi” europei che nel momento del bisogno si sottraggono al loro dovere di alleati, il capo della Casa Bianca riscopre antiche partite imperiali per usarle come arma di ricatto. L’ultimo e più clamoroso caso riguarda la Spagna, quella del “no alla guerra” sillabato dal presidente del governo Pedro Sánchez. Seguito dal rifiuto di far atterrare nelle proprie basi i bombardieri strategici americani B-51 e B-52 in rotta verso l’Iran. Trump ha dato ordine al Pentagono di valutare la sospensione del Regno di Spagna dall’Alleanza Atlantica. Minaccia puramente politica, visto che il Trattato Nato del 1949 non prevede alcuna clausola sospensiva, tantomeno espulsiva. Ma si sa: le regole e la sua stessa Costituzione non interessano il presidente, vincolato solo “alla mia moralità e al mio spirito”.

Non basta. Alcuni analisti trumpiani hanno pubblicamente sostenuto che le enclavi nordafricane della Spagna, Ceuta e Melilla, incastonate in Marocco, debbono essere restituite alla sovranità di Maometto VI. Si tratterebbe di “territorio marocchino occupato”. Tesi da leggere sullo sfondo della sempre più stretta intesa fra Washington e Rabat, specie in relazione alla disputa sull’ex Sahara spagnolo che oppone l’Algeria, sponsor dei saharawi, al Marocco, che lo tratta da parte integrante della nazione. Le rappresaglie minacciate contro gli alleati “infedeli” non conoscono limiti. Al Pentagono si ventila anche la restituzione delle britanniche Isole Falkland/ Malvinas all’Argentina. Alla faccia della “relazione speciale” anglo-americana, forse la vittima più illustre della crisi transatlantica. Stati Uniti e Regno Unito formano infatti il cuore dell’Anglosfera, che include anche Canada, Australia e Nuova Zelanda. Molto più di una rimpatriata fra Londra e le sue ex colonie d’Oltremare. O, come si usa dire in famiglia, fra paesi divisi dalla stessa lingua.

L’Anglosfera è una formidabile quanto oscura rete intergovernativa che connette le funzioni vitali dei cinque soci. Perno ne sono i Five eyes, nome in gergo dell’organizzazione che coordina le intelligence anglosferiche. Immaginiamo che il grado di collaborazione fra Cia e MI6 non sia esattamente quello di un tempo. L’ostentata disistima di Trump per il premier laburista britannico Keir Starmer — forse all’ultimo giro di giostra — aggiunge veleno al tocco di sfregio personale con cui The Donald usa animare la sua erratica narrazione. Intanto Londra avverte che le Falkland non torneranno Malvinas. Rimarranno Territorio britannico d’Oltremare finché i locali non lo rifiuteranno via referendum. Quello del 2013 decretò una maggioranza del 99,8% in favore della Corona britannica. Tre i voti contrari.

Fra gli alleati europei si stanno studiando garanzie di assistenza reciproca al di fuori del Patto Atlantico. Nessuno si fida più degli Stati Uniti. Sentimento specialmente amaro per quei paesi del Nord-Est continentale già satelliti di Mosca che alla fine della guerra fredda fecero carte false per entrare nella Nato, considerando l’ammissione nell’Unione Europea di secondaria importanza — prima i soldati poi i soldi. Il premier polacco Donald Tusk si chiede se gli Usa siano “leali” nel difendere l’Europa. E intanto promuove con i colleghi Ue l’ipotesi di attivare in caso di aggressione russa l’articolo 42 paragrafo 7 del Trattato sull’Unione Europea, che prevede meccanismi di mutuo soccorso più stringenti dell’articolo 5 della Nato. Come sempre, la lettera di qualsiasi trattato conta poco, vale la sua interpretazione nel contesto vigente.

Oggi nessun alleato considera scontato il soccorso americano in caso di attacco nemico. Valuta invece possibile l’attacco americano al proprio territorio. Le minacce di Trump alla Danimarca hanno già portato alla mobilitazione di truppe europee, mentre Copenhagen sta perfezionando un piano di resistenza in forma di guerriglia contro l’invasore a stelle e strisce, in linea con le tattiche studiate dai canadesi. Dopo il rifiuto di concedere agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella, seguito dai distinguo di Giorgia Meloni che tanto hanno amareggiato l’”amico Trump”, non stupiremmo se al Pentagono qualcuno ravvivasse l’idea di separare la Sicilia dall’Italia — progetto inglese stroncato nel 1943-44 proprio dagli americani. Per poi magari annetterla, coronando il sogno di Salvatore Giuliano.


La tragedia di una civiltà perduta

Una diversa tempistica e una diversa modalità comunicativa avrebbero forse consentito di evitare l’impressione di una gestione burocraticamente corretta ma umanamente opaca e inadeguata – Di Fulvio Poletti 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

Se questa è civiltà: un conto di più di centomila euro che l’ospedale di Sion ha mandato all’Italia a titolo di rimborso per le spese sostenute durante il (breve, fra parentesi) ricovero di tre ragazzi del nostro Paese rimasti feriti nel terribile rogo di Crans-Montana. Difficile immaginare una richiesta più irricevibile, diciamo proprio “ignobile”, come la ha definita la premier Meloni. Anche e persino nei modi, perché sulle prime era parsa una questione puramente formale per quanto terribilmente sgradevole, ma a quanto pare non è così, perché dalla mutua svizzera fanno sapere che quei soldi non ci sono e dobbiamo trovarli noi. Noi italiani, noi famiglie di quei ragazzi. Tutto questo, che ha veramente dell’incredibile per non dire scandaloso, è emerso ieri pomeriggio durante l’incontro tra il nostro ambasciatore Cornado e il presidente del Canton Vallese Reynard, che ha detto di non avere margini per sostenere quelle spese.

Ma quali margini? Qui non è questione di “margini” ma di vita e di dignità, oltre che di soldi. Perché quei tre ragazzi che sono “costati” all’ospedale di Sion, e tutti gli altri che sono morti la sera di Capodanno al Constellation non sono vittime di una tragica fatalità. Ma di ben altro di tragico: vittime di controlli mancati, di un pressappochismo tossico, di quell’incuria tremenda che è la cifra vera di quella tragedia. Quel rogo si poteva e doveva evitare ed è avvenuto perché tanti, compresa quella pubblica amministrazione lì, di Crans-Montana e della Svizzera stessa, hanno chiuso più di un occhio per molto tempo. Sul locale fuori norma, sulle gravissime carenze in fatto di sicurezza.

Senza contare, ma visto che siamo in tema di conti contiamolo eccome: il conto da più di settantamila euro arrivato alla famiglia di Manfredi per le quindici ore trascorse in terapia intensiva, giusto per fare un altro esempio (che non è l’unico). Senza contare, ma contiamolo pure, il fatto che alcuni ragazzi cittadini svizzeri sono stati poco dopo quella terribile notte trasferiti al Niguarda di Milano e lì trattati in terapia intensiva, e al nostro ospedale non è certo venuto in mente di mandare il conto a chicchessia.

È questione di civiltà. Nei modi, nell’indifferenza con cui queste richieste sono state formulate. E naturalmente nella sostanza di quei principi di responsabilità e cura che sono venuti meno prima della tragedia, durante quelle ore assurde, e dopo. C’è qualcosa di veramente inquietante, inammissibile e a tutti gli effetti osceno in questo scenario che nulla ha a che vedere con la civiltà. La Svizzera deve delle scuse a tutti quei ragazzi, a noi italiani e prima ancora a se stessa. Deve soprattutto ritirare quanto prima quella richiesta e avviare un percorso di giustizia se non riparativa – perché quel danno è terribilmente irreparabile – quanto meno cognitiva. Su quel che è stato. Su come è stato. Sull’evidenza che non doveva succedere ed è successo per colpa, non per caso.