Tecno-eugenetica contro eguaglianza umana

AMERICA OGGI Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana 

Di Valerio De Stefano, il manifesto

Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana. Nel nucleo del cristianesimo sopravvive infatti una promessa radicale, spesso tradita nella storia delle Chiese ma irriducibile: ogni persona possiede la stessa dignità. Il povero, lo straniero, il detenuto, il vinto non valgono meno del potente. È un’idea che oltrepassa i confini della fede e segna profondamente la modernità politica occidentale. L’Illuminismo ne rappresenta, in parte, la secolarizzazione: la traduzione di quel lascito nel linguaggio dei diritti, dell’eguaglianza civile, della comune umanità e del limite al potere.

Una parte della nuova destra americana si colloca in aperto contrasto con questa tradizione. La formula più rivelatrice, in voga nei circoli neoreazionari, è Dark Enlightenment, «Illuminismo oscuro». Già nel nome c’è un programma: colpire l’eredità illuministica e il suo retroterra universalistico. Nelle sue versioni più influenti, la Dark Enlightenment rivaluta gerarchia, diseguaglianza e selezione dei superiori, mentre tratta la democrazia come un principio decadente e l’eguaglianza come una finzione distruttiva.

Questa corrente è stata definita dal filosofo britannico Nick Land, figura chiave per comprendere la deriva radicale di questo pensiero. Land è il teorico dell’accelerazionismo di destra, una visione che spinge verso il collasso della democrazia per liberare le forze del mercato e della tecnologia. Il suo contributo più inquietante riguarda quello che lui definisce hyper-racism: l’idea che il futuro non porterà a una maggiore integrazione, ma a una divergenza biologica prodotta dalla tecnologia e dalla diseguaglianza economica. In questa prospettiva, l’eugenetica diviene uno strumento per creare un’élite post-umana, superiore per capacità cognitive e genetiche, separata dal resto di un’umanità considerata zavorra biologica.

Accanto a Land, una figura centrale è Curtis Yarvin, il blogger che ha dato veste teorica alla galassia neoreazionaria americana. Yarvin sostiene la necessità di superare la democrazia costituzionale per concentrare il potere in forme di comando personale o «sovranità aziendali». Le sue tesi sono intrise di riferimenti alla cosiddetta «biodiversità umana», un paravento intellettuale spesso usato per rilegittimare il determinismo biologico e giustificare gerarchie di valore intrinseco tra gruppi umani diversi.

È da questo ambiente che arriva il lessico politico che i media americani hanno più volte accostato a J.D. Vance. Il Vicepresidente americano non è il teorico “puro” di questa galassia, ma ha contribuito a renderne presentabili temi e parole d’ordine, trasportandoli dai margini digitali nel linguaggio della destra di governo. Attorno a lui gravitano figure che mescolano culto della forza, virilismo, disprezzo della compassione e richiami rimasticati a Nietzsche e alla filosofia greca, fonte di ispirazione antiegualitaria.

Questo è il terreno preferito di Costin Alamariu (Bronze Age Pervert), autore di libri che hanno avuto una certa circolazione nella nuova destra. Nella sua fatica più recente, Selective Breeding and the Birth of Philosophy, la celebrazione di aristocrazia, forza e tirannide viene contrapposta al costituzionalismo moderno e alla democrazia, con aperture all’eugenetica che chiariscono senza ambiguità il senso del progetto culturale: screditare l’eguaglianza, riabilitare la gerarchia e restituire prestigio all’idea che una nuova élite debba guidare la società.

Si capisce allora perché il rapporto della destra americana con il cristianesimo sia così ambiguo. Il cristianesimo può essere evocato come identità occidentale, simbolo di civiltà, linguaggio dell’ordine, marchio culturale da opporre a migranti, persone Lgbtq+ e cosmopolitismo. Molto più difficile da sopportare resta il suo nucleo egualitario: l’idea che l’ultimo valga quanto il primo e che la dignità non dipenda da forza, successo, produttività o nascita.

Gli attriti con il Vaticano acquistano senso dentro questa frattura. Quando il papa richiama il valore universale della vita umana, contesta la brutalizzazione dei migranti o denuncia la disumanizzazione dei civili sotto le bombe, urta una cultura politica che ragiona sempre più volentieri in termini di gerarchia, appartenenza, selezione e forza. Bergoglio lo aveva già mostrato criticando la stretta anti-migranti. Leone XIV lo ribadisce oggi sottolineando che la guerra non cancella l’umanità delle sue vittime.

Nel richiamo del Vaticano alla dignità universale della persona riaffiora così un’eredità che il cristianesimo ha trasmesso anche alla modernità secolare: l’idea che nessun essere umano possa essere classificato come inferiore per nascita, forza, utilità o rango. La Dark Enlightenment prende di mira proprio questo orizzonte. La sua promessa consiste nel restituire prestigio alla gerarchia, nel rendere di nuovo pensabile la superiorità naturale, nel sottrarre i forti ai limiti imposti dall’eguaglianza.

A raccogliere politicamente queste suggestioni è poi un’estrema destra più istituzionale, che del cristianesimo valorizza soprattutto l’uso identitario e il richiamo alla civiltà assediata. Ciò che resta indigesto è il nucleo egualitario di quel lascito, perché impedisce di trasformare la diseguaglianza in destino morale e continua a ricordare che nessuno vale meno.

Nell’immagine: Dan Beazley posa accanto a una croce presso il memoriale dedicato all’attivista conservatore Charlie Kirk


Il coraggio di lottare per cambiare la storia

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Di Anna Foa, La Stampa

Il 23 aprile 1945 il gruppo dirigente del Partito d’Azione per il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia) era riunito in una trattoria milanese quando il cameriere li avvisò che c’era una telefonata per loro. Chi rispose tornò tutto emozionato e comunicò ai compagni che Genova era insorta. Cominciava l’insurrezione del Nord, che avrebbe in pochissimi giorni liberato l’Italia dai nazifascisti. Il 25 aprile sera a Genova i tedeschi firmavano la resa con il comando partigiano. Genova fu così l’unica città in Europa in cui tedeschi si arresero ai partigiani. Il 26 aprile Genova era libera, il 27 gli Alleati entrarono in città.

La storia della telefonata mi è stata raccontata molte volte, fin dall’infanzia, da mio padre che era uno di quei partigiani seduti nella trattoria milanese, Vittorio Foa. Forse fu lui che prese la telefonata ma non ricordo che me lo abbia detto. Un’altra storia mi fu raccontata a proposito della Liberazione e di quelle ore frenetiche fra il 25 e il 26 aprile, mentre Mussolini, dopo aver rifiutato la resa nella sede dell’arcivescovato milanese, fuggiva in divisa tedesca per incontrare la morte come nella sentenza del CLN. Era stato deciso, in quei momenti convulsi, che Riccardo Lombardi, del PdA, avrebbe assunto la carica di prefetto di Milano. Ma nel corso della notte Lombardi era introvabile. Il CLN decise che, se non fosse tornato, mio padre lo avrebbe sostituito nella carica. «Non ho mai avuto tanta paura in vita mia», raccontava mio padre. Forse, dopo tanti anni passati nelle prigioni, dall’altra parte, non se la sentiva proprio di diventare, sia pur pro tempore, prefetto. Per fortuna Lombardi, che era andato a presidiare la città con un gruppo di partigiani, tornò prima dell’alba.

In quei giorni mia madre, con me bambina di quattro mesi, era a Torino con i suoi genitori. Staffetta partigiana, qualche mese prima, incinta di me, era stata liberata dai partigiani nell’infermeria di San Vittore, dopo essere stata detenuta per oltre un mese nel covo di Pietro Koch a Villa Triste, ed era andata a Torino. Con lei anche mio padre, che tornò a Milano solo nell’imminenza della Liberazione. Fra i racconti fattimi, un episodio inquietante che mi è stato raccontato dai miei nonni ed è quello in cui un gruppo di partigiani dell’ultimo minuto entrò in casa loro durante l’insurrezione, nell’intento di fucilarli. Solo con grande fatica mia madre riuscì a convincerli, contattando i comandi partigiani torinesi.

Torino ci mise più tempo a liberarsi, l’insurrezione iniziò il 26 aprile, il 28 Torino era liberata, anche se continuò un’intensa attività di cecchinaggio da parte dei fascisti. Gli alleati entrarono in città il 3 maggio.

Ma torniamo a Milano, il centro degli eventi. Ho trovato in casa molti anni dopo una foto e ne ho in parte ricostruito la storia. È un fotogramma di un documentario Luce, datato 30 aprile, in cui si mostra una grande manifestazione di folla a piazza del Duomo. Gli alleati avevano fatto il loro ingresso a Milano la sera del giorno prima, il 29 aprile. Sul palco affollato di fronte al Duomo ufficiali alleati e membri del CLN, tutti insieme. Mio padre parla a nome del CLN e decora la bandiera italiana. Colpisce il gesto, accompagnato da un bacio alla bandiera che sembra un gesto di ritualità militare, e il significato, cioè il riconoscimento da parte alleata del ruolo del CLN. Mi è anche venuto in mente che la scelta di mio padre, un ebreo, in quel ruolo, abbia avuto anche il senso di un forse inconscio riconoscimento del ruolo degli ebrei nella Resistenza. Chissà!

Sembra, almeno per quanto riguarda le città insorte del Nord Italia, una prima “festa della Liberazione”, se pur improvvisata e informale. Il 25 aprile sarebbe diventato festa nazionale l’anno dopo, nel 1946. Ma a celebrarla non ci sarebbero più stati i militari alleati. Inoltre, nessuno allora e ancora per molto tempo avrebbe mai pensato a celebrare, insieme ai partigiani, i militi di Salò.

Nell’immagine: nel fotogramma tratto da un documentario Luce, Vittorio Foa parla a nome del CLN e decora la bandiera italiana 


Ritorno a Chernobyl, a 40 anni dall’incidente che terrorizzò l’Europa

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Di Victor Sajenko, La Repubblica

PRIPJAT (CHERNOBYL) – Quarant’anni dopo il più grave incidente nucleare della storia, Chernobyl appare tranquilla. Non si vedono veicoli antincendio o ambulanze. Lungo la via che conduce alla centrale si incontrano solo cinghiali e volpi che sfrecciano tra fossati e alberi. Negli spazi aperti si avvistano mandrie di cavalli che pascolano al sole. Non appena qualcuno cerca di avvicinarli, si dileguano nella boscaglia. Non si sentono sirene o gli altri rumori tipici di un impianto del genere. Eppure, nell’aria si avverte pesantezza. La strada per la centrale attraversa il ponte da cui si vede il famigerato Reattore 4. Il paesaggio industriale è sorprendente per dimensioni e drammaticità. Di fronte all’ingresso principale campeggia un grande murale, pare dire, a chi lo guarda, «questo è uno sguardo sul futuro»: un atomo viene tenuto sul palmo della mano di un uomo, sotto controllo, e intorno si apre una prateria. Spostando lo sguardo, un branco di grossi cani randagi simili a lupi. Il vento e l’enorme spazio vuoto: tutto contribuisce all’assoluta sensazione di disorientamento.

«Non abbiate paura, probabilmente non mordono», dice un addetto alla centrale che passa di lì. I cani hanno visto di tutto: gli operai di Chernobyl gli danno da mangiare e ogni tanto li arruolano per fare da guardia agli impianti. Essendo diventati parte integrante dell’ecosistema della zona di esclusione, cacciano e occupano la stessa nicchia ecologica dei lupi. Secondo una leggenda metropolitana, la zona sarebbe piena di ibridi cani-lupi. I tecnici, però, assicurano che non è vero.

La notte del 26 aprile 1986 il personale della centrale stava conducendo dei test sul generatore della turbina del Reattore 4. Lo staff commise un errore. Da lì il disastro: due esplosioni fecero saltare in aria la possente copertura del reattore esponendone il nocciolo. La grafite usata nel sistema del reattore bruciò per una decina di giorni, rilasciando nell’atmosfera una ingente quantità di materiale radioattivo che bloccò l’Europa. A Chernobyl le radiazioni raggiunsero un livello superiore di circa 900 volte a quelle provocate dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima.

Arthus Ovsepian, responsabile delle comunicazioni della centrale, è un uomo pieno di energia; essendo sceso più di venti volte nel reattore danneggiato, evidentemente non ha paura delle radiazioni. Sostiene di non essere mai stato male. Spiega che a Chernobyl non ci sono stati casi del genere dai tempi del disastro e ricorda i 28 vigili del fuoco che persero la vita intervenendo subito dopo l’incidente del 1986. Racconta che all’inizio, quando ha cominciato a lavorare alla centrale, gli capitava spesso di avere l’influenza, ma poi le radiazioni hanno rafforzato il suo sistema immunitario e ha smesso di ammalarsi. Al tempo stesso, ammette di non poter confermare la sua teoria in termini scientifici.

Arthur apre la pesante porta del locale che ospita il vecchio pannello di controllo del Reattore 4. Per arrivarci è necessario percorrere — senza esagerazioni — centinaia di metri di corridoi le cui pareti sono ricoperte di pannelli di alluminio ormai ingialliti per l’esposizione alle radiazioni. In alcuni punti sulle pareti scorre acqua di origine sconosciuta, che sgocciola in abbondanza dal soffitto. «Non c’è niente di cui aver paura — assicura Arthur — probabilmente si tratta soltanto di acqua piovana infiltratasi dal tetto». Sia come sia, ci vieta di appoggiarci alle pareti, di toccare le parti di metallo del quadro di comando o di lasciar cadere oggetti per terra. Il locale è poco illuminato. La polvere ricopre tutte le superfici. C’è un’atmosfera tangibile di ansia e disastro che riporta subito alla memoria la serie tv su Chernobyl con le sue cupe e verdognole gradazioni di colore.

L’oscurità degli inquietanti corridoi cede il passo al sole accecante. Fuori, a cielo aperto, si trova la struttura di isolamento realizzata nel 2016 che ricopre il quarto reattore della centrale. Ai suoi piedi, Arthur socchiude gli occhi per la luce improvvisa e indica una “toppa” nel guscio di metallo della cupola di protezione. Contemporaneamente il dosimetro emette suono esasperato, segnalando alti livelli di radiazioni. «Nel febbraio 2025, un drone russo si è schiantato sulla cupola», racconta Arthur, «e ha compromesso l’integrità della nuova struttura di isolamento che adesso non funziona più a dovere. Nella cupola ci sono più di trecento altri piccoli buchi». Secondo Arthur, per riparare la cupola — oltre a finanziamenti, praticamente impossibili da ottenere — sarebbe necessaria una folta squadra di saldatori. Ma in tempo di guerra è impossibile organizzare l’intervento. Per via delle radiazioni in cima alla cupola, le norme di sicurezza prevedono che ogni operaio vi lavori non più di 10-20 minuti al giorno. Considerando la mobilitazione forzata in Ucraina, dove una percentuale significativa di operai combatte al fronte, mettere insieme una squadra adeguata è impossibile.

Il 27 aprile 1986, circa 49mila abitanti della cittadina di Pripyat, a meno di quattro chilometri dalla centrale, cominciarono ad abbandonare le case e furono evacuati in autobus. Soltanto molto tempo dopo si resero conto che non sarebbero più tornati. Ancora due giorni dopo le esplosioni, i media sovietici parlavano di «incidente». Non furono effettuate telefonate per avvertire la popolazione. Poco dopo, il governo sovietico estese la zona di “alienazione” a 30 chilometri intorno alla centrale. Furono evacuate altre decine di migliaia di persone, ma non se ne parlò molto. Il leader sovietico Mikhail Gorbaciov parlò ufficialmente del disastro solo il 14 maggio.

In Lenin Street tutto è rimasto come ai tempi dell’Urss: allora era una moderna strada a doppia carreggiata che sfociava sulla piazza principale della cittadina. Su entrambi i lati, ai piedi di palazzoni di epoca sovietica, si trovano alcune desolate cabine telefoniche con i vetri infranti. In lontananza, si scorge la gialla ruota panoramica che ancora oggi incute rispetto: avrebbe dovuto essere inaugurata il primo maggio 1986, ma cinque giorni prima ci fu il disastro.

Nelle strade di Pripyat, sull’asfalto e perfino sui tetti degli edifici regna sovrana la vegetazione. I biologi affermano che l’ambiente naturale che si è sviluppato qui è tipico delle catene montuose rocciose: sui balconi, quasi fossero dirupi, vi sono nidi di uccelli predatori, mentre gli orsi popolano gli appartamenti al pianterreno quasi fossero tane naturali. Quello che era lo stadio è diventato una fitta foresta, dove trovano rifugio alci e cervi.

Dal sesto piano di quello che un tempo era uno splendido albergo, attraverso finestre rimaste senza infissi, si ha una vista aperta che si allunga fino all’alberata Pripyat, alla ruota panoramica, allo stemma dell’Unione Sovietica che sovrasta i più alti edifici in città, e alla struttura di contenimento del Reattore 4, che brilla al sole del tramonto.

Nel centro di controllo dell’impianto tutto è tranquillo, oggi. Non ci sono droni in volo, la sirena dell’allarme antiaereo tace, il vento solleva la polvere nel piazzale di fronte all’ingresso e i cani riposano. Dopo aver terminato il suo turno, Arthur si prepara a rientrare a casa. Malgrado l’incerto futuro della centrale, la mancanza di finanziamenti e il rischio potenziale di un attacco o perfino di un’occupazione, vuole continuare a lavorare alla Centrale nucleare di Chernobyl, luogo ormai leggendario in tutto il mondo. «Ho pensato più volte di cambiare mestiere, ma sono sempre arrivato alla stessa conclusione: nessun altro posto potrebbe rendermi più felice».


I nuovi fascisti della remigrazione

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Di Michela Ponzani, La Repubblica

“Il meticcio è il frutto degenere di una nefasta mescolanza”, una “creatura dell’imbastardimento”, una “piaga” capace di corrompere, una minaccia mortale per una “sana stirpe italica”. Stavolta non serve scomodare Benito Mussolini o le leggi del 1938 per sentir parlare di teorie sulla purezza della razza. Alla vigilia del 25 aprile, festa della nostra Liberazione, l’estrema destra dei suprematisti bianchi, patrioti della Remigrazione, delizierà la Repubblica italiana con un incontro a Napoli, per illustrare un progetto di deportazione di massa su base etnico-razziale. Casa Pound, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads, Brescia ai Bresciani hanno le idee ben chiare: “è in atto un piano per sostituire i bianchi con individui di altre etnie”. E allora bisogna dare il via a espulsioni di massa degli immigrati irregolari, anche se di seconda e terza generazione. Poco importa che abbiano un permesso di soggiorno, parlino il dialetto meglio dei nostri nonni, lavorino in pace e presentino documenti regolari: semplicemente “non sono assimilabili alla cultura nazionale”, come ci ricorda il generalissimo Roberto Vannacci. D’altra parte “il sangue italiano, è il sangue italiano”, e se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere quando Salvatore Ferrara (Rete dei patrioti) parla di agevolazioni per il ritorno degli italo-discendenti. La patria è nel sangue che porti nelle vene non nella convivenza civile del paese che abiti. E dunque, va da sé che una persona nata e cresciuta in Brasile (che magari l’Italia non sa neppure indicarla sul mappamondo, ma ha pur sempre nonni italiani), sia più italiana rispetto a un ragazzo di origine tunisina, arrivato nel Belpaese da bambino.

Certo, ai nazifascisti del nuovo millennio ogni tanto qualcuno dovrebbe ricordare che quella Patria chiamata Repubblica, in cui tutti possono permettersi il lusso di esprimere liberamente il proprio pensiero (persino soffiando sul vento dell’odio o portando in parlamento, proposte di legge razziste e xenofobe) ci è costata vent’anni di lotta antifascista. Senza contare quel principio di uguaglianza riconosciuto dall’art. 3 della nostra Costituzione, “senza distinzione di razza”.

E chissà che direbbe oggi Giorgio Marincola, il partigiano italo-somalo medaglia d’oro al valor militare nella Resistenza, ucciso da una colonna di SS in ritirata, nel maggio 1945, a pochi giorni della fine della guerra. “Sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica…Patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo. Per questo combatto gli oppressori”. Così aveva risposto ai nazisti che lo avevano massacrato di botte, sotto tortura.

“Sei la vergogna della razza” gli avevano ripetuto per tutti gli anni d’infanzia, e probabilmente Martin Sellner, leader austriaco della remigrazione (già allontanato dal territorio tedesco come soggetto pericoloso), glielo direbbe ancora. Ma, attenzione, non bisogna dare sempre la colpa al cattivo tedesco. Il “bravo italiano” può fare sempre la sua parte, specie quando si tratta di difendere la nazione di sangue e di stirpe, cara alla comunità di destino dell’estrema destra. Cosa dire, altrimenti, dell’ex ministro della cultura Gennaro Sangiuliano che, tra un’impresa fiumana e l’altra, presenzierà per il partito di Fdl al Gran consiglio per la Riconquista della pura razza italiana?

Qualcuno potrebbe dire si tratti di cattivo gusto, in fondo parlare di deportazione mentre il mondo assiste all’orrore della guerra d’aggressione, con i civili massacrati, senza acqua e senza degna sepoltura, rischia di accendere il fuoco di una pedagogia tossica, con l’effetto di iniettare veleno nel corpo di una democrazia già abbastanza fragile. Certo non siamo a livello degli Stati Uniti, con i ministri che si fanno tatuare sul braccio “Dio è con noi”, e in fondo nessuno tra i nostri esponenti di governo sembra avere davvero voglia di invocare la guerra come strumento della benedizione divina (siamo pur sempre il paese del Papa). Ma se le “migrazioni missive” sono deleterie per le nazioni e i popoli, perché in grado di compromettere l’identità nazionale (come si legge nel disegno di legge sulla Remigrazione), allora bisognerà frenare anche sui ricongiungimenti famigliari. E perché no: archiviata la battaglia contro i “giudici che remano contro” il governo, limitando i trasferimenti coatti in Albania, perché non concedere un premio in mazzette a quegli avvocati che, invece di difendere il loro diritto d’asilo, convincono i migranti a tornarsene a casa?

Siamo però pur sempre alla vigilia del 25 aprile e allora alla presidente del Consiglio, un po’ in affanno su immigrazione e sicurezza, forse si può suggerire una buona lettura, direttamente dalle carte di Tina Anselmi, partigiana combattente, amica di Aldo Moro, prima ministra della Repubblica, presidente della Commissione sulla Loggia massonica P2, sempre dalla parte delle donne e dei senza diritti. “La politica non è il potere a qualunque prezzo. E la democrazia non è solo libere elezioni, o progresso economico. La democrazia è giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. È tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. È pace”.

Nell’immagine: Gennaro Sangiuliano fautore della remigrazione 


Vincenzo Paglia: “Sento l’urgenza di un nuovo umanesimo contro Thiel e Musk”

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Di Giacomo Galeazzi, La Stampa

Eresia-immortalità virtuale. «C’è l’urgenza di un “nuovo umanesimo” che contrasti lo sbilanciamento fra una scienza e una tecnica sempre più potenti ed una politica, un’etica, un diritto, sempre meno capaci di offrire una cornice di regole mature e adeguate in grado di difendere l’umano», dice l’arcivescovo Vincenzo Paglia, da anni impegnato a far confrontare in Vaticano pionieri e ideologi dell’Ai molto prima che Peter Thiel lanciasse la scalata al cielo proclamando la metafisica hi-tech. Nel suo nuovo libro La vita e l’attesa (Vita e pensiero) il presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita riflette sulle cose ultime: dalla vecchiaia alla morte, dalla risurrezione alla vita eterna. Senza tralasciare il rischio di una neo-teologia basata sull’Ai.

Trump minaccia di cancellare civiltà con la guerra e Thiel mette l’Ai al posto di Dio. Solo prepotenza?

«Prevale l’insensato potere della forza con le conseguenti tragedie “apocalittiche”. Mi è capitato di parlarne con molti laici e ne ho constatato l’interesse. Ultimamente un’amica mi ha consegnato una breve riflessione di Habermas a proposito del funerale di un suo amico non credente, Max Frisch, il quale volle che il suo funerale venisse celebrato in una chiesa, ma senza prete e senza benedizione: una cerimonia chiaramente laica, ma in un luogo sacro. Jurgen Habermas scrive che questa scelta documenta pubblicamente il fatto che la modernità illuminata, non ha ancora trovato un equivalente adeguato alla gestione religiosa dell’ultimo rite de passageche conclude una storia di vita. Malinconia per qualcosa di perduto per sempre».

È la resilienza del sacro?

«Secondo il filosofo della Scuola di Francoforte non possiamo eludere l’alternativa tra una prospettiva antropocentrica e uno sguardo che, dalla distanza del pensiero teocentrico o cosmocentrico, relativizza l’uomo. Tuttavia, fa differenza se si dialoga gli uni con gli altri oppure ci si limita a parlare gli uni degli altri. Da tempo non mancano laici che affrontano il tema dell’oltre, da Heidegger a de Beauvoir, da Sartre a Bobbio, da Gadamer ad Habermas, da Severino a Reale e Cacciari, da Violante a Polito. Intanto il neologismo “foreverismo” indica la specifica strategia adottata dal capitalismo e dal marketing in vista di una osmosi completa tra passato e presente. Così da avere un “per sempre” garantito dalla tecnologia mentre la prospettiva del “post-umano” continua a guadagnare terreno».

Quanto incide lo strapotere delle nuove tecnologie?

«Preoccupa l’ambiguo rapporto che le tecnologie emergenti hanno stabilito anche con la morte. A causa della potenza della tecnica, come avverte Schiavone, l’uomo contemporaneo sta prendendo sempre più il controllo della sua forma biologica sino alla pretesa di riappropriarsi del proprio destino. Somigliare a Dio non sarebbe la condizione di partenza perché questo ci farebbe cadere in un creazionismo implausibile. Sarebbe piuttosto la stazione di arrivo, da un certo punto in poi da noi voluta e guadagnata».

Per l’aldilà serve la fede?

«Potremmo chiamarlo non più laicamente il nostro destino. Religiosamente, però, è la nostra prospettiva escatologica. In realtà ci troviamo di fronte ad un mutamento sconvolgente che interroga tutti, per primi i credenti. La tecnologia è a tal punto invasiva da modificare radicalmente la qualità “naturale” della morte. A Schiavone appare verosimile che saremo sempre più noi stessi a decidere quando, come, e, in futuro più lontano, addirittura se morire».

Un’immortalità virtuale?

«Sì, c’è chi pensa ad un legame sempre più stretto tra tecnica e immortalità. Leone XIV lo ha già rilevato. Molte visioni antropologiche attuali promettono immortalità immanenti, teorizzano il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. È lo scenario del transumano, che si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo. Nel giro di qualche generazione potremmo avere sulla terra una specie umana post-naturale. Su questa scia, avverte Schiavone, avremo una rivoluzione culturale che ritiene la morte non più affidata ad una naturalità immodificabile, ma alle nostre stesse mani. Avere vite molto più lunghe e compiute, dire “basta, ho finito”, potrà anche diventare una scelta condivisa da molti. Con gravi rischi».

La fine dell’umano quindi?

«Ricordo ancora lo smarrimento dei partecipanti all’assemblea della Pontificia Accademia per la Vita sulla robotica – siamo nel 2019 – davanti alla convinta affermazione dello scienziato giapponese Ishiguro: “Noi siamo l’ultima generazione organica, la prossima sarà inorganica, forse al litio”. Ci troviamo in una condizione nella quale la velocità della tecnica è incomparabile rispetto alla lentezza delle scelte umanistiche. Elon Musk ritiene che “la semi-immortalità sia una questione facilmente risolvibile, l’invecchiamento può essere alterato con gli strumenti biologici giusti. Il nostro corpo è estremamente sincronizzato nella sua età, proprio come un programma. Quindi se riusciamo a cambiare il programma si potrà vivere più a lungo”. E Mark Zuckerberg ha promesso 3 miliardi in dieci anni per i programmi medici della sua fondazione, per trovare i modi per “guarire, prevenire e gestire tutte le malattie da qui alla fine del secolo”. Peter Thiel, il fondatore di Palantir si ribella all’ideologia dell’inevitabilità della morte di ogni individuo. La potenza della tecnica è enorme e non basta contentarsi di mettere paletti e confini alla ricerca».

In che modo si deve agire?

«Laici e credenti debbono responsabilmente impegnarsi in una riflessione etica che riequilibri lo strapotere della tecnica. Non si tratta di bloccare lo sviluppo tecnologico. Ma neppure di lasciarlo solo. L’orizzonte da percorrere in maniera decisa è l’umanizzazione della tecnica, non la tecnologizzazione dell’uomo. Sulle “cose ultime” le tecnologie emergenti sfidano in maniera radicale l’antropologia. Il rischio di sfigurare la vita sino a farla a pezzi, è reale, come lo sdoganamento della guerra già evidenzia. Il Creatore ha affidato nelle mani dell’umanità una duplice responsabilità: la cura del “creato” (il giardino biblico) e quella delle “generazioni”. Non siamo nati semplicemente per assecondare la vita, siamo nati per fronteggiarla, per aiutarla, per trasformarla, per renderla migliore per tutti, particolarmente per chi fa più fatica».

Nell’immagine: l’arcivescovo Vincenzo Paglia 


La rivincita dei Guardiani, al centro del mosaico Iran

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Di Francesca Luci, il manifesto

La guerra è fatta di bombe, distruzione, suoni devastanti che irrompono nel cuore della notte. È fatta di sangue, dolore, urla che lacerano vite in carne e ossa. Comunicati, parole, minacce, bugie, inganni, negoziati e strategie ciniche non appartengono alla gente comune, che subisce gli effetti del conflitto.

«Per una vita normale, per la libertà», aveva cantato una voce iraniana durante il movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Eppure, per moltissimi iraniani sembra non essere cambiato molto: continuano a inseguire disperatamente una vita normale. All’inizio di gennaio esplodevano le grandi manifestazioni per la crisi economica, partite proprio dai bazar, contro la teocrazia. Ma oggi la vita degli iraniani è stata travolta da una guerra che, in soli quaranta giorni, ha devastato ciò che richiederà anni per essere ricostruito. E il “colpevole” non è più solo il sistema, ma l’aggressione di Stati uniti e Israele.

«PER UN ATTIMO mi sono resa conto di aver passato venti minuti a lamentarmi di un bambino di sette anni che non aveva fatto nulla di male, se non la chiusura della sua scuola», racconta Mahsa. La madre trentanovenne che oltre alle mille incombenze quotidiane si è ritrova a fare anche da insegnante ai propri figli.

Non è solo il sistema scolastico iraniano a trovarsi in una situazione emergenziale. L’attacco militare di Israele e degli Stati Uniti ha inflitto all’economia iraniana danni ben più gravi di quelli diretti del conflitto.

Si prevede una contrazione del Pil reale tra 8,8 e 10,4 punti percentuali rispetto a uno scenario senza guerra, a causa dei danni alle infrastrutture energetiche e alle rotte commerciali marittime. L’inflazione è prevista al 55% nel 2026, riducendo ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie. Il tasso di disoccupazione resta critico, con un’occupazione generale ferma al 38% e solo al 12% per le donne. La povertà interessa già il 36% della popolazione, la soglia è pari a circa 8,30 dollari al giorno in parità di potere d’acquisto. Anche se la guerra cessasse domani, la ripresa sarebbe lunga e fragile. Se il Paese non riuscisse ad accedere ai finanziamenti internazionali, con un debito pubblico al 14% del Pil, non avrebbe margini per politiche espansive.

IL CONFLITTO ha lasciato ferite profonde non solo sul territorio, ma anche nell’aria, nell’acqua e negli ecosistemi del Paese. L’attacco a tre grandi depositi di petrolio vicino a Teheran ha rilasciato oltre un milione di tonnellate di CO2 e quattromila tonnellate di composti cancerogeni, contaminando suolo, falde e catena alimentare, con il rischio di una futura impennata dei costi sanitari.

Sono state colpite 13 aree protette in 7 province, con vittime tra la fauna, fughe di specie dovute al trauma acustico e la perdita di campioni genetici irrecuperabili.

NEL GOLFO PERSICO e nel Mar d’Oman, porti e isole strategiche sono stati bombardati, minacciando la sopravvivenza di pescatori e mammiferi marini rari, con il rischio di maree rosse e morie di pesci. Laghi come Zaribar e zone umide come Hamun rischiano il collasso ecologico, favorendo tempeste di polvere tossica nella regione di Sistan. Sono state distrutte dieci sedi provinciali dell’agenzia ambientale e i sistemi di rilevamento dell’inquinamento, rendendo impossibile avvisare le popolazioni più fragili. Le tossine nei terreni agricoli minacciano la produzione alimentare, mentre i residui di esplosivi chimici aumentano il rischio di malattie polmonari croniche e anomalie genetiche per le generazioni future.

Considerando l’enorme difficoltà finanziaria del Paese, diventa chiaro il piano dell’amministrazione americana di un blocco navale che danneggerebbe enormemente il commercio di petrolio iraniano, principale fonte di entrate del Paese. Sembra che l’amministrazione americana miri proprio a danneggiarne irreparabilmente le risorse naturali.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent, forse la figura più attendibile dell’entourage di Trump, ha annunciato che il blocco navale americano porterà, nel giro di pochi giorni, al riempimento completo dei depositi di petrolio sull’isola di Kharg, costringendo così alla chiusura dei fragili pozzi petroliferi iraniani, potenzialmente in modo irreversibile.

CIÒ IN PARTE spiega perché gli iraniani insistono sulla revoca del blocco navale prima di sedersi al tavolo dei negoziati. Tuttavia Abdollah Babakhani, analista energetico indipendente iraniano, ridimensiona l’allarme sul rischio di danni irreversibili ai pozzi e sottolinea che Kharg non è l’unico sito di stoccaggio del Paese e che una riduzione o sospensione della produzione non equivale automaticamente alla distruzione dei pozzi o alla perdita della capacità estrattiva, anche se esiste comunque un rischio tangibile.

Gli Stati Uniti, per indurre Teheran a una resa incondizionata, tendono a spingere anche sulle divisioni tra le fazioni pragmatiche e quelle più radicali del potere. L’attacco americano, soprattutto durante i negoziati in corso, ha sicuramente rafforzato l’area intransigente del potere, che oggi arriva a sostenere la prosecuzione del conflitto.

TUTTAVIA è emerso un sistema di governo “a mosaico” che rende il Paese più resiliente agli attacchi. Ufficialmente il nuovo leader è Mojtaba Khamenei, ma la sua assenza dalla scena pubblica e la limitata esperienza fanno ipotizzare che il vero potere sia esercitato da un gruppo collettivo di alti funzionari e comandanti militari, con un ruolo svolto dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione che prima della guerra non era politicamente così centrale.

Le divisioni, per il momento evidenti, non sono comunque paragonabili alle divergenze tra Chamberlain e Churchill.

Nell’immagine: un cartellone raffigurante Ali e Mojtaba Khamenei a Teheran


Ma Salò è diverso dal 25 Aprile

AMERICA OGGI Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana 

Di Gianni Oliva, La Stampa

Da almeno vent’anni, c’è sempre qualcuno che ci prova: il 25 aprile ricordiamo tutti, i caduti per la libertà e insieme a loro i caduti della Repubblica Sociale, perché in entrambi i fronti si combatteva in buona fede. Quest’anno è la volta (e non la prima) di Ignazio La Russa.

Facciamo chiarezza: la “buona fede” è una categoria che si applica alle vicende umane degli individui. Quando parlo di mio nonno, di mia madre, di un conoscente caro, voglio sapere se ciò che ha fatto è nato da una scelta sincera o da opportunismo. Ma quando si parla delle vicende dei popoli, cioè quando si fa “storia”, non conta la “buona fede” delle intenzioni, ma il “progetto” per il quale ci si è battuti.

Lo affermava nell’immediato dopoguerra un intellettuale insospettabile di indulgenze, Italo Calvino, partigiano garibaldino dal dicembre 1943 alla liberazione: “la rabbia che fa sparare noi con speranza di riscatto è la stessa che fa sparare i fascisti – scriveva nel 1946 ne Il sentiero dei nidi di ragno – E allora dove sta la differenza? La differenza è che, nella storia, noi siamo dalla parte della ragione e loro dalla parte del torto”.

Nel 1943-45 in Italia si sono scontrati due progetti opposti: da una parte il progetto di continuità del fascismo di Salò, che significava proseguire con la guerra, con l’alleanza con Hitler, con la persecuzione degli ebrei, con l’ideologia razziale, con il nazionalismo; dall’altra il progetto di rottura antifascista, che significava combattere per la pace, per la fine delle discriminazioni, per l’affermazione del diritto internazionale, per la giustizia.

Se avesse vinto il progetto fascista, avremmo avuto un’Europa divisa non secondo i confini tra gli Stati, ma secondo la gerarchia tra i popoli, con gli ariani destinati al comando, i mediterranei e gli slavi al lavoro, gli ebrei, gli zingari, gli asociali e quant’altri all’estinzione. Ha vinto il progetto antifascista, che era unitario nella lotta ma non nelle prospettive e che in una parte d’Europa ha costruito la democrazia occidentale, in un’altra il socialismo reale: sono contento di essere nato nella parte d’Europa dove (pur tra cento limiti e contraddizioni) abbiamo vissuto ottant’anni di garanzie e di libertà. E sono contento di avere una Costituzione democratica, nella consapevolezza che la democrazia è sempre antifascista, mentre non sempre l’antifascismo è democratico.

Dalle premesse nasce la deduzione: commemorare insieme i caduti dell’una e dell’altra parte perché i morti sono tutti uguali e tutti degni di rispetto, non è pietas, ma negazione della storia. Ottant’anni dopo, i nomi incisi sui monumenti della liberazione sono un insieme di lettere che dicono poco. Quando era in vita la generazione dei protagonisti, ad ogni nome corrispondeva un volto, una voce, una storia: oggi, per ragioni anagrafiche, i monumenti hanno perso il richiamo emotivo.

E allora perché corone d’alloro, discorsi ufficiali, amministratori con la fascia tricolore, scolaresche? Perché onoriamo il “progetto” per cui quegli uomini di vent’anni, di cui ormai non abbiamo più immagini, sono morti. Perché ricordiamo le ragioni del passato, i prezzi di quegli anni di fiamme, i costi di quella rinascita. Perché facciamo “memoria”. Se onoriamo gli uni e gli altri, onoriamo i due progetti, la continuità fascista e la rottura antifascista: e a quel punto, la storia non ha più ragion d’essere.

Usare la categoria della “buona fede” è pericoloso, perché non basta la buona fede dei combattenti per rendere “buona” la ragione per cui combattono. Non sono forse in buona fede i terroristi fondamentalisti, che si fanno esplodere in nome del loro credo? Ciò non toglie che farsi saltare in aria in mezzo alla folla è un atto criminale che provoca strage e che come tale va giudicato. Dunque, le istituzioni pubbliche non facciano confusione, non sostituiscano il “particolare” delle vicende individuali al “generale” della storia dei popoli, e commemorino il progetto che ci ha regalato la Costituzione: perché questo è il senso (e l’attualità) del 25 aprile.

Nell’immagine: Ignazio La Russa, fascista in “buona fede”?


Germania, l’esercito più forte costa lacrime e sangue

AMERICA OGGI Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana 

Di Sebastiano Canetta, il manifesto

Crolla la crescita e decolla l’inflazione, mentre il mega-debito pubblico contratto per il riarmo delle forze armate impone drastici tagli a tutti gli altri settori, a partire dal welfare. «A causa della difficile situazione geopolitica siamo costretti a rivedere al ribasso le previsioni iniziali: la Germania nel 2026 crescerà dello 0,5%, in calo rispetto alla precedente proiezione dell’1%; e dello 0,9% anziché dell’1,3% nel 2027. L’inflazione passerà invece dal 2,2% al 2,7%» riassume il secco comunicato del governo Merz arricchito giusto della reazione della ministra dell’Economia, Katherina Reiche (Cdu): «L’economia tedesca è su un modesto percorso di ripresa, ma i venti contrari si sono intensificati».

Tradotto vuol dire che la guerra di Usa e Israele, i dazi di Trump più l’instabilità delle rotte commerciali globali stanno colpendo la Germania (che fonda il proprio sviluppo essenzialmente sull’export) in maniera superiore alle peggiori aspettative. Mentre il governo guidato da Cdu e Spd appare ormai privo di qualunque leva economica extra dopo aver sacrificato gran parte del bilancio per trasformare la Bundeswehr nell’esercito convenzionale più forte d’Europa.

Da qui la necessità di tagliare pesantemente lo stato sociale: ne stanno discutendo il cancelliere della Cdu, Friedrich Merz, e il vice della Spd, Lars Klingbeil con l’obiettivo bipartisan di colmare almeno una parte del profondo rosso del budget statale che toccherà i 140 miliardi di euro nel 2029

Nell’immagine: i dipendenti partecipano alla cerimonia di inaugurazione di una nuova linea di produzione del veicolo blindato da trasporto truppe su ruote Boxer 8×8, realizzato dalla società paneuropea del settore della difesa KNDS, a Monaco di Baviera, in Germania, mercoledì 22 aprile 2026.


Trump, il presidente che minacciava il mondo costretto ad aspettare al telefono

AMERICA OGGI Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana 

Di Alan Friedman, La Stampa

Chi avrebbe immaginato che gli Stati Uniti d’America, ancora oggi la maggiore potenza del Pianeta, avrebbero lanciato una guerra contro l’Iran senza una strategia chiara, senza obiettivi definiti e senza un piano d’uscita credibile, per ritrovarsi appena due mesi dopo frustrati, raggirati e umiliati proprio dal regime che volevano intimidire?

Chi avrebbe previsto che Washington non sarebbe riuscita a riaprire lo Stretto di Hormuz, che prima della guerra era aperto, lasciando l’economia mondiale sotto ricatto e piegandosi alla mediazione del Pakistan? Sì, proprio il Pakistan: un Paese oggi molto più vicino a Teheran che a Washington. In tempi normali lo definiremmo assurdo. O surreale.

Con Donald Trump la realtà umilia perfino la satira.

Chi avrebbe immaginato che, dopo aver minacciato l’Iran, insultato l’Iran, blandito l’Iran e infine supplicato l’Iran di partecipare a colloqui di pace a Islamabad, la delegazione americana sarebbe stata snobbata con la partenza da Washington rinviata non una ma due volte perché i negoziatori iraniani non avevano ancora deciso se presentarsi?

La squadra dei migliori uomini di Trump – JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner – ricorda più Aldo, Giovanni e Giacomo. Anzi, non vorrei offendere Aldo, Giovanni e Giacomo.

La confusione della Casa Bianca è totale. Trump ha annunciato che il vicepresidente Vance non sarebbe andato a Islamabad. Pochi minuti dopo, la stessa Casa Bianca ha corretto il presidente. Poi Vance doveva partire lunedì per arrivare martedì, perché il cessate il fuoco sarebbe scaduto ieri, mercoledì. Trump ha minacciato che non lo avrebbe prorogato e che avrebbe bombardato ponti e infrastrutture iraniane se Teheran non avesse firmato un accordo entro quella data. Poi la partenza di Vance è stata rinviata a martedi, o mercoledì, non era chiaro.

Poi gli iraniani hanno visto il bluff di Trump. E Trump ha battuto le palpebre.

Martedì pomeriggio il presidente ha convocato una riunione d’emergenza alla Casa Bianca. Il tempo stringeva. L’Air Force Two era pronto sulla pista di Andrews per portare Vance in Pakistan. C’era solo un problema: gli iraniani giocavano sul tempo. Non comunicavano. Non confermavano nulla. Non si presentavano neppure a Islamabad.

A Wall Street l’hanno chiamato l’ennesimo “Taco Tuesday”: Trump Always Chickens Out. Trump alla fine si tira sempre indietro.

Così il presidente impulsivo e incoerente è ricorso ai social per annunciare che avrebbe prorogato il cessate il fuoco. Niente bombe oggi. Ancora una volta ha fatto marcia indietro. Ancora una volta i mercati hanno reagito.

La Bbc sostiene che qualcuno vicino alla Casa Bianca starebbe speculando a Wall Street grazie alle informazioni riservate sui continui annunci presidenziali che muovono i mercati. Eppure nessun grande giornale americano sembra voler scavare seriamente su quello che potrebbe essere il più grande scandalo di “insider trading” della Storia moderna. È questo lo stato dei media semi-addomesticati americani: serve la Bbc per illuminare Washington.

Per Donald Trump, che ha costruito il proprio mito politico sulla forza, sull’imprevedibilità e sulla promessa di vincere sempre, il disastro iraniano è molto più di una sconfitta di politica estera. Il fallimento della guerra in Iran definirà il fallimento della sua presidenza.

È sicuramente uno smascheramento personale, anche dentro la sua base Maga.

La sua posizione interna peggiora rapidamente. I sondaggi calano. Gli elettori bocciano dazi, economia e guerra. L’inflazione risale. Benzina e alimentari aumentano. La disoccupazione cresce. Trump rischia di consegnare all’America il peggior incubo economico: la stagflazione.

Perfino il Wall Street Journal, voce storica del conservatorismo americano, ha emesso un verdetto devastante. In un editoriale dal titolo “The Iranians Take Trump for a Sucker” (traduzione “Trump, che pollo: Teheran se lo rigira come vuole”) Elliott Kaufman ha scritto: «Per quante volte pensano ancora di fargli questo gioco prima di riaprire lo Stretto di Hormuz?».

Quando perfino il giornale di Rupert Murdoch descrive così un presidente repubblicano, il danno è già profondo.

E adesso che cosa resta a Trump? Con ogni probabilità, l’umiliazione travestita da diplomazia. Teheran si è dimostrata più paziente, più disciplinata e più sofisticata degli uomini che circondano il presidente americano. Il regime iraniano oggi è persino più duro di prima. I bombardamenti non hanno prodotto alcun cambio di regime. Hanno rafforzato i falchi.

A Washington, Trump resterà ad attendere al telefono, sperando di ricevere al più presto una risposta iraniana che gli permetterà di tornare a rivendicare il Nobel per la pace, e vendere come trionfo quasi qualsiasi accordo.

Non proprio “qualsiasi” accordo: più probabilmente uno molto simile a quello che lui stracciò nel 2018.

Ed ecco quello che potrebbe essere l’atto finale del pantano iraniano di Trump. Il tycoon potrebbe ora ritrovarsi a firmare un accordo molto simile al patto nucleare del 2015 negoziato da Barack Obama e dagli europei: proprio l’intesa che Trump definì disastrosa prima di stracciarla nel 2018.

Sarebbe l’ironia finale: mesi di guerra, morti, cinquanta miliardi di dollari spesi, caos economico e logistico a livello mondiale, perdita totale della credibilità degli Stati Uniti, e senza ottenere condizioni migliori di quelle già concordate nel 2015.

Questa è la tragedia dell’era Trump: sangue inutile, confusione strategica, un presidente che minaccia crimini di guerra e poi arretra, e una superpotenza che comincia a sembrare ridicola.

Una superpotenza che comincia ad assomigliare a uno Stato semi-fallito: imprevedibile, caotico, pericoloso.

Forse è arrivato il momento di smettere di ridere di Donald Trump.

E di chiederci quanto ancora il mondo possa sopravvivere a tutto questo.

 Nell’immagine: Wall Street Journal, “The Iranians Take Trump for a Sucker” (traduzione “Trump, che pollo: Teheran se lo rigira come vuole”) 


Zack Polanski, la nuova star della sinistra: “Nato, tasse ai ricchi e Brexit: così cambieremo tutto”

AMERICA OGGI Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

“Sto imparando di nuovo l’italiano. Se devo scegliere un Paese che amo, questo è l’Italia”, ci dice Zack Polanski, il nuovo mito e alfiere della sinistra britannica. Non è adulazione: Polanski parla per quasi un’ora con Repubblica, unico giornale italiano, e alcuni media stranieri in un parco di Hackney, il suo feudo a East London, nella sua prima intervista internazionale, mentre sta volando nei sondaggi oltremanica. L’Italia la ama davvero, “in maniera profonda e sincera, e nessuna offesa alle altre nazioni: ero un attore circa 15 anni fa e facevo tournée scolastiche in Italia, dove lavoravo insegnando ai bambini. Ho visitato circa 82 città e paesi in tutta Italia, sia al nord che al sud. È stata un’esperienza incredibile. Così ho imparato l’italiano strada facendo”.

Da quando i Verdi hanno scelto come loro leader Polanski – attualmente consigliere comunale a Londra – sono oramai al secondo posto nei sondaggi con il 17-18%, dietro la destra di Farage, staccando anche il Labour al governo e i conservatori, il partito più antico d’Occidente. Il primo ministro laburista Keir Starmer accusa i “Greens” di essere “estremisti e populisti di sinistra”. Polanski ci ride sopra, anche se gli manca qualche dente: “Dice così perché ci teme. Starmer è un disastro. Non vedo l’ora che crolli”.

Nato 43 anni fa col nome di David Paulden a Salford, alla periferia di Manchester, gay, nome Zack dal rifugiato ebreo del romanzo per ragazzi “Goodnight Mister Tom”, cognome Polanski recuperato a 18 anni dopo che i nonni lo avevano anglicizzato per evitare persecuzioni dell’estrema destra, ebreo disgustato “dal genocidio di Gaza”, ex ipnoterapeuta che prometteva di far ingrossare il seno delle donne con la forza del pensiero, indossatore di vestiti usati, Polanski è la nuova star della politica britannica. Innanzitutto, perché ha enorme carisma e dialettica, e sui social media pubblica video toccanti e coinvolgenti neanche li girassero Loach e Kassowitz. Poi perché è il nuovo alfiere della sinistra e dei giovani: per l’espansione del welfare e contro le disuguaglianze e i paperoni, “che pagano tasse misere”. Poi perché su Gaza ha lanciato una campagna durissima contro Israele, che ha attecchito a sinistra tra le minoranze, soprattutto tra i milioni di musulmani nel Regno Unito che un tempo votavano in massa per il Labour. E poi perché a sinistra ha preso il posto del disastrato ex leader laburista Jeremy Corbyn, mentre il centrista Starmer gli lascia praterie.

Così i Verdi un mese fa non solo hanno vinto la prima elezione suppletiva della loro storia alla periferia di Manchester (con la 35enne idraulica Hannah Spencer) ma oramai sono il riferimento degli elettori di sinistra. Un ultimo sondaggio YouGov dice che, insieme a Farage a destra, faranno sfracelli nelle prossime elezioni amministrative nel Regno Unito il prossimo 7 maggio, e puniranno brutalmente il Labour nel fortino di Londra, conquistando sinistra, radical chic, giovani ed elettori pro Gaza, Causando molto probabilmente, di lì a poco, la caduta definitiva di Starmer.

Zack Polanski, vuole riportare la Gran Bretagna nell’Unione europea?

“Sono molto favorevole all’Ue. Penso che la Brexit sia stata un disastro per noi britannici, sia economicamente sia in termini di capitale sociale, e credo anche che ci siano crescenti rischi per la sicurezza dato che ci siamo legati troppo spesso a Donald Trump. Se poi l’Ue vuole davvero riprendersi il Regno Unito in famiglia, questa è un’altra questione. Non ne sono certo ma, quando ci saranno le condizioni saranno giuste, mi piacerebbe vederci rientrare nell’Unione europea. Come prima cosa però dovremmo rientrare nell’unione doganale europea: ciò ridurrebbe gli attriti commerciali, riporterebbe il libero scambio e contribuirebbe ad abbassare i prezzi dei beni alimentari. Il costo della vita è una delle mie preoccupazioni più grandi e urgenti”.

Lei vuole rientrare nell’Ue, ma allo stesso tempo critica la Nato e vorrebbe anche abbandonarla. Come si conciliano queste due cose, in un mondo così teso e caotico come quello di oggi?

“Non sono idealista riguardo all’Unione europea. Non penso che sia perfetta. Siamo sempre più preoccupati per l’ascesa di governi di destra, o anche di partiti di destra, in tutta Europa. L’Ungheria ha ovviamente avuto un risultato più positivo di quanto avrebbe potuto essere, ma non sono convinto che rappresenti un baluardo del socialismo o una crescita della sinistra e della politica progressista in Europa. Detto questo, continuo a pensare che sia meglio essere dentro l’Unione europea che fuori, soprattutto su questioni come la libera circolazione o i mercati. Perché dovremmo essere così influenzati dalle decisioni di un organismo di cui non facciamo nemmeno parte, invece di avere un posto al tavolo delle trattative? La Nato invece è una questione differente. Quasi non conta ormai a cosa penso io della Nato, perché Trump è stato chiaro nel dire che potrebbe ritirarsi dall’Alleanza Atlantica. E prima, minacciava l’annessione della Groenlandia, uno dei nostri alleati Nato. La premier danese crede che Trump faccia sul serio. E se qualcuno ne dubita, guardate quanto accaduto con l’Iran. Trump ha parlato di cancellare una civiltà, e prima ha sostenuto il genocidio in corso a Gaza, Benjamin Netanyahu e Israele. Io non ho parlato di abbandonare immediatamente la Nato. Dico però di ricostruire i rapporti con i nostri vicini europei, soprattutto su sicurezza e difesa, discuterne seriamente, per costruire un’alternativa alla Nato, senza nascondere la testa sotto la sabbia e senza aspettare di vedere se Trump è di buon umore o meno. Quando sono diventato leader dei Verdi otto mesi fa, Starmer mi ha definito una minaccia alla sicurezza nazionale. Ora si è spostato sulla mia posizione, ossia riavvicinarsi agli europei senza aspettare gli americani. Ma Starmer ha anche detto che sono “fatto di droghe e indulgente con Putin”. Sulla questione droghe ho parlato molto: dobbiamo adottare un approccio sanitario pubblico, legalizzandole. E se Starmer vuole chiamarmi una minaccia alla sicurezza nazionale, che dire dello scandalo Mandelson, in cui il primo ministro è pesantemente coinvolto e che ha messo in pericolo la nostra sicurezza nazionale?”.

Lei ha paragonato Trump a Putin. Davvero la considera una associazione ragionevole?

“Mi è stato chiesto più e più volte chi pensassi fosse peggiore tra Putin e Trump. Non è utile fare classifiche dell’oppressione. Per quanto orribile sia Putin e per quanto spregevoli siano i suoi crimini, non l’ho mai visto minacciare un genocidio. Non l’ho mai visto minacciare di cancellare una civiltà. E non ho mai visto Starmer sostenere di avere una “special relationship” con Putin, come fa con Trump. Dov’è la coerenza morale? Qual è stata la reazione di Keir Starmer? Non ho visto alcuna condanna da parte sua rispetto a ciò che Trump minacciava di fare in Iran, né rispetto a ciò che sta accadendo in Libano o a Gaza. Lo trovo spregevole. Quindi a questo punto non direi che Donald Trump sia più pericoloso di Vladimir Putin. Putin resta pericoloso. Ma penso che la special relationship di Starmer con Trump sia un pericolo maggiore per i britannici e rispetto a ciò che Putin sta facendo in Ucraina, cosa altrettanto terribile e deve essere fermato. Ma, ripeto, se vogliamo fare paragoni, oggi sono più preoccupato del rapporto tra Starmer e Trump”.

La sua posizione su Israele è molto chiara. Ma, da ebreo, qual è il suo rapporto con la comunità ebraica?

“Esistono certamente parti della comunità ebraica che sentono che io non li rappresenti, e va benissimo così. Non parlo a nome dell’intera comunità ebraica. Sarebbe impossibile. Non esiste una sola comunità ebraica. Esistono comunità ebraiche con opinioni diverse, sfumature diverse, visioni diverse. Quello che spero di fare come leader è dire a tutte queste comunità: che siate d’accordo con me o no, io sono comunque disposto ad ascoltare. Non dovete essere d’accordo con me su tutto. Però, per me, una linea rossa fondamentale è che ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio”.

Interrompere i rapporti tra Israele e Regno Unito, come lei invoca, non può essere controproducente?

“Io mi preoccupo della tragedia umanitaria. C’è stato un momento in cui a Gaza moriva ogni giorno l’equivalente di un’intera classe di bambini. Ci sono stati vari cosiddetti cessate il fuoco, ma sappiamo che le oppressioni continuano, sia in Palestina sia negli insediamenti. È assolutamente inaccettabile”.

Qual è la sua posizione sul boicottaggio dei prodotti israeliani organizzato da alcune comunità a Bristol?

“Sostengo pienamente ciò che sta accadendo nella cosiddetta “apartheid free zone” a Bristol. Il motivo è che boicottaggio e sanzioni fanno parte di una lunga tradizione democratica in questo Paese. Lo abbiamo fatto contro il Sudafrica dell’apartheid e lo abbiamo fatto anche con la Russia, per esempio alle Olimpiadi. Quando un Paese non rispetta standard umanitari e non si comporta come ci si aspetterebbe da una democrazia, questo è uno degli strumenti che si possono usare. Il fatto che il Regno Unito mantenga ancora un accordo commerciale con Israele significa che Israele continua a godere di privilegi democratici e commerciali, oltre a beneficiare dei nostri consumi. I britannici sono disgustati dal genocidio in corso compiuto da Israele. Interrompere l’accordo commerciale con Israele dall’accordo commerciale non fermerà in sé il genocidio, ma penso che sia uno dei molti fattori che possono contribuire. Il governo britannico deve tutto il possibile per fermare il genocidio per mano di Israele”.

Però la accusano di antisemitismo, e in questo senso ci sono dichiarazioni molto controverse di alcuni esponenti dei Verdi candidati alle elezioni del 7 maggio. Lei non è preoccupato?

“Prima di tutto, i casi di accuse di antisemitismo sono 15 su circa 4.500 candidati. Da ebreo, non voglio nessun candidato antisemita. Ma penso sia importante mantenere il senso delle proporzioni. Oltre a me, solo altri quattro ebrei sono stati leader di un partito nella storia della politica britannica, quindi prendo l’antisemitismo molto seriamente. Alcuni dei casi riportati dai media sono effettivamente antisemitismo ed è quindi importante avere procedure disciplinari ancora più stringenti. Allo stesso tempo, altri casi chiaramente non sono antisemitismo, trattandosi di persone che criticano il governo israeliano, e approvo pienamente tutto ciò che hanno detto. Da ebreo sono contro ogni antisemitismo, islamofobia, qualsiasi forma di razzismo, misoginia, sessismo, transfobia o crimine d’odio”.

La preoccupa il crescente antisemitismo nel Regno Unito?

“Certo. È cruciale fare tutto il possibile per garantire sia la sicurezza fisica delle persone sia la percezione di sicurezza. È inaccettabile che chiunque in questo Paese si senta insicuro semplicemente mentre vive la propria vita quotidiana. Tuttavia, più in generale, il tema dell’antisemitismo viene sempre più spesso strumentalizzato come attacco politico cinico da parte del Labour. Prendo molto sul serio l’antisemitismo e ciò significa anche riconoscere che va affrontato con compassione, attenzione e sfumature, e che bisogna avere equilibrio in queste conversazioni. Il fatto che il Labour abbia aspettato l’inizio della campagna elettorale per iniziare ad accusare candidati di antisemitismo dimostra il contrario. È la strumentalizzazione di un attacco politico, cosa che ritengo dannosa e malsana”.

Lo Spectator l’ha definita “matto, cattivo e pericoloso”. Il Telegraph “Stalin con un piercing al naso”, anche se lei non ha piercing. E persino il New Statesman (il settimanale principe della sinistra britannica) si è chiesto se lei non sia un Farage della sinistra. Questi attacchi sono in un certo senso dei complimenti per lei?

“Sono il più grande complimento che si possa immaginare. Avanti così. C’è quella vecchia frase: prima ti ignorano. Poi ti deridono. Ora dicono che siamo pericolosi, cioè il punto in cui vogliono attaccarci davvero. E sì, siamo pericolosi, perché il Telegraph o lo Spectator esistono per una sola ragione: proteggere il potere e la ricchezza di multimilionari e miliardari, alcuni dei quali possiedono quei giornali. Io invece voglio redistribuire quel potere e quella ricchezza nelle nostre comunità. Quindi è ovvio che mi vedano come un pericolo. Gli attacchi sono un complimento, ma anche un degrado della democrazia e del modo in cui gran parte dei media tradizionali si comportano in questo Paese. E non solo con me. Non penso sia un modo sano di fare democrazia, basti vedere come hanno trattato persone pubbliche nel passato, per esempio la principessa Diana. Hanno cercato di distruggerle. E penso in particolare a come trattano le donne nella vita pubblica quando osano esporsi su certe questioni. È una lunga tradizione dei media britannici: ti innalzano e poi cercano di buttarti giù. Io però non ho paura. Non temo nulla, perché so di avere dalla mia parte la verità e le comunità. E soprattutto non si tratta di me. Si tratta delle comunità che stanno soffrendo in questo momento. Persone che hanno vissuto 14 anni di austerità dei tories e ora soffrono altri due anni di austerità laburista. Hanno votato per il cambiamento, ma non hanno visto molto cambiamento. Quindi non mi sorprende che i media cerchino continuamente un’angolazione per attaccarmi e distruggermi. Ma non sta funzionando. Infine, continuano a tirare fuori una storia sull’ipnoterapia del 2013 (quando Polanski assicurava ad alcune sue pazienti che avrebbe ingrossato il loro seno, ndr). Sì, è stato imbarazzante per me, ma mi sono già scusato più volte. Il fatto che continuino disperatamente a riproporre quella storia dimostra la loro disperazione, perché non riescono ad attaccarmi sugli argomenti”.

E quali sono questi argomenti?

“Che nel quinto Paese più ricco del mondo, dove le 50 famiglie più ricche possiedono più ricchezza del 50% più povero della popolazione, la disuguaglianza economica sta distruggendo la società. Ci sono persone senza casa, persone che fanno fatica a mettere il cibo in tavola, persone che lavorano ma che solo pochi anni fa stavano bene e ora vivono nell’insicurezza economica. Per esempio, se introducessimo qualcosa come il controllo degli affitti, la famiglia media risparmierebbe tremila sterline l’anno e questo rimetterebbe 17 miliardi di sterline di potere d’acquisto nelle tasche delle persone. La grande maggioranza di questo Paese è davvero in difficoltà e non ne può più. Sono esausti. I media britannici fanno di tutto per fermarci. Ma non funzionerà, perché continueremo a rinfacciare la verità al potere”.

Se domani diventasse primo ministro, quali sarebbero i due o tre provvedimenti in cima alla sua agenda?

“La prima cosa sarebbe porre fine alla piaga dei senzatetto. È scandaloso che ci siano persone costrette a vivere per strada. Durante la pandemia abbiamo visto che, temporaneamente, siamo riusciti a mettere tutti al riparo per fermare la diffusione del virus. Questo ha dimostrato che, quando c’è volontà politica, possiamo fermare questo problema gravissimo. La seconda sarebbe una tassa sulla ricchezza. È inaccettabile che multimilionari e miliardari non paghino tasse in modo equo. Ho parlato di una tassa sui patrimoni, assicurandoci di tassare gli asset delle persone per raccogliere quelle risorse. Qualcuno mi dice: “E se i ricchi se ne andassero?”. Penso che questo argomento sia esagerato, perché sto parlando di una tassa dell’1% o del 2%. L’idea che un miliardario fugga per una tassa del 2% è probabilmente sopravvalutata. Ma anche se lo facesse, sto parlando di tassare patrimoni: è piuttosto difficile prendere un bene, soprattutto un edificio, e portarlo via con sé. Il fatto che nel frattempo ci siano oltre 170mila bambini senza casa è inaccettabile. Uno su cinque nel Regno Unito non ha accesso a cibo sano e nutriente. Ancora una volta: inaccettabile. Infine: una legge elettorale proporzionale. Il nostro sistema elettorale maggioritario (“first past the post”) sta degradando la nostra democrazia, perché le persone sono costantemente spinte a votare il meno peggio invece di ciò che vogliono davvero. La rappresentanza proporzionale non è perfetta, ma porta più sfumature e una cultura politica migliore. E infine, il clima e riduzione delle emissioni. A volte mi chiedono se il Partito Verde abbia smesso di parlare dell’ambiente. Io parlo sempre dell’ambiente”.

Come vive il paragone con l’altra star emergente della sinistra mondiale, il sindaco di New York, Zohran Mamdani?

“È un onore essere paragonato a lui, vedendo come sia partito così bene a New York con quello che lui ha chiamato “socialismo delle fogne”. Io probabilmente lo chiamerei “socialismo del marciapiede”, ossia saper affrontare le sfide quotidiane dei cittadini: assicurarsi che i rifiuti vengano raccolti, che si riparino le buche stradali, che biblioteche, spazi verdi e parchi siano protetti. Se fallisci nelle piccole cose, come penso abbiamo visto fare al governo laburista più e più volte, le persone perdono fiducia nella politica, sia a livello nazionale sia locale. Quindi penso che Zohran abbia mostrato un modello straordinario su come concentrarsi sulle piccole questioni quotidiane”.

Starmer è sull’orlo delle dimissioni. Cosa pensa che abbia sbagliato il Labour? E Starmer dovrebbe lasciare?

“Assolutamente sì. Starmer ha mostrato un’enorme serie di errori di giudizio. E non si assume mai le sue responsabilità. Per lo scandalo Mandelson, ha licenziato il suo capo della comunicazione. Ha licenziato ex consiglieri. Ora ha licenziato l’ex capo del Foreign Office, Olly Robbins. Ma non penso che questo sia l’unico errore che Starmer abbia fatto. Penso anche al genocidio in corso a Gaza, al rifiuto di smettere di vendere armi a Israele, al rifiuto di dire no a Donald Trump. Starmer ha cercato di sostenere che il Regno Unito non fosse coinvolto nella guerra in Iran ma sapete meglio di me che Pedro Sánchez è stato molto chiaro nel dire che i militari statunitensi non erano benvenuti sul suolo spagnolo e non potevano usare lo spazio aereo spagnolo. Il Regno Unito non ha fatto lo stesso. Potrei continuare. Starmer ha promesso dieci cose quando divenne leader e non ne ha realizzata quasi nessuna. Aveva promesso un New Deal sull’ambiente: niente. Disse che avrebbe aumentato le tasse sui redditi più alti: non è successo. Disse che avrebbe riportato le compagnie idriche in mano pubblica: stanno scaricando liquami nelle nostre acque e ci fanno pagare di più per il privilegio. Quindi c’è stato un susseguirsi di disastri e fallimenti. Noi invece, nei consigli comunali dove governiamo, abbiamo costruito case popolari, protetto i servizi pubblici e, nonostante l’austerità, siamo stati più efficienti. Keir Starmer dice continuamente che non ci sono più soldi. I soldi ci sono eccome. È solo che vanno a multimilionari, miliardari e investitori stranieri, non alle nostre comunità. Per noi Verdi non bisogna accontentarsi del meno peggio. E se ci attaccano, è perché stiamo vincendo”.

Nell’immagine: Zack Polanski