L’analista cinese Wang Huiyao: “Xi e Trump sanno di dover coesistere: è un G2 de facto”

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

Di Lorenzo Lamperti, La Stampa

«Già il fatto che Xi Jinping e Donald Trump si parlino per la seconda volta in pochi mesi è un successo». Henry Huiyao Wang è il presidente del Center for China and Globalization, tra i principali think tank non governativi cinesi. In un’intervista a La Stampa, spiega la prospettiva di Pechino sulla visita di Xi a Washington e analizza i temi sul tavolo del summit tra i presidenti di Cina e Stati Uniti.

Che cosa renderebbe il vertice tra Xi e Trump un successo dal punto di vista della Cina? La priorità è raggiungere un grande accordo o semplicemente rendere più duratura l’attuale stabilità?
«Il fatto stesso che si incontrino una seconda volta in quattro mesi è già un grande successo. È già un successo che due Paesi che, durante il mandato di Trump, sono stati definiti rivali si siedano e parlino di questioni globali e bilaterali. La semplice immagine della stretta di mano e dell’incontro alla Casa Bianca a Washington è molto importante. Anche il fatto che Trump sia andato all’aeroporto ad accogliere Xi rappresenta un trattamento di altissimo livello, che non si riserva ad altri leader. Il rispetto mostrato da Trump nei confronti di Xi manda un segnale enorme all’opinione pubblica statunitense e al resto del mondo: gli Stati Uniti sono disposti a lavorare con la Cina. Dall’altra parte, Xi ha detto che ci sono tutte le ragioni per avere buone relazioni con gli Stati Uniti. Sono parole molto forti per entrambe le società».

C’è stata una prima proroga di due mesi, ma Stati Uniti e Cina possono raggiungere una tregua commerciale di più lungo periodo? Che cosa sarebbe disposta a offrire Pechino in cambio di dazi più bassi e minori restrizioni?
«Penso ci sia un buon momentum. Sul commercio, l’ultima volta è stata proposta l’istituzione di un board per il commercio, dando a ciascuna parte 30 miliardi di dollari di merci senza dazi. Questo apre un nuovo potenziale. Se possono essere liberalizzati 30 miliardi, individuando beni reciprocamente accettabili, la cifra può salire a 60, 90 o 100 miliardi, perché c’è molto interesse ad ampliare quella lista. La Cina ha già iniziato ad acquistare più soia e prodotti agricoli, mentre gli Stati Uniti sono disposti a vendere di più alla Cina. La Cina si è già impegnata ad acquistare 200 aerei Boeing, che potrebbero diventare 500 tra qualche anno. Ci sono molte cose positive in preparazione, anche sul fronte degli investimenti. Trump ha detto che non vuole che BYD investa in Messico, ma se investe negli Stati Uniti la accoglierà. Questo può aprire la strada a nuovi investimenti manifatturieri e greenfield, ai quali le aziende cinesi sono molto interessate. Entrambe le parti dovrebbero inoltre astenersi da ulteriori ritorsioni e sanzioni reciproche contro aziende come Huawei, contro aziende statunitensi in Cina o aziende cinesi negli Stati Uniti».

I rapporti economici tra Stati Uniti e Cina si stanno muovendo verso un’interdipendenza gestita o verso un graduale disaccoppiamento? E quanta leva ha oggi la Cina grazie alle terre rare?
«Penso che il secondo mandato di Trump sia molto più pragmatico del primo. Ora gli Stati Uniti si rendono conto che non possono disaccoppiarsi e che anche parlare di de-risking dalla Cina ha possibilità molto limitate, perché le due economie sono profondamente intrecciate. Più della metà delle auto elettriche Tesla sono prodotte in Cina. L’80% degli iPhone Apple è prodotto in Cina. Penso che i due Paesi abbiano capito di non poter vivere l’uno senza l’altro e di dover trovare un modo per coesistere. Ai tempi della guerra fredda c’era la “distruzione reciproca assicurata”, ora si è raggiunta una “mutually assured disruption”, cioè uno sconvolgimento economico reciproco assicurato. Le terre rare sono uno degli esempi degli strumenti che la Cina ha a disposizione per rispondere alle sanzioni statunitensi. Sono stati gli Stati Uniti a iniziare la guerra commerciale e tariffaria, ma hanno scoperto che ora la Cina dispone degli strumenti necessari per contrattaccare. Si sono quindi resi conto che è un gioco a somma zero e che non serve continuare. Per questo si raggiungono tregue. È un buon segnale: entrambe le parti stanno diventando pragmatiche. Al di là della durata della proroga, penso che sia la direzione giusta. Abbiamo avuto un vertice a maggio, un secondo ora, ne avremo un terzo a novembre a Shenzhen e forse un quarto a Miami a dicembre. Questo stabilizzerà enormemente la relazione bilaterale più importante al mondo. È questo lo scopo della visita: stabilizzare la relazione bilaterale».

Sull’intelligenza artificiale, quali accordi concreti ritiene realisticamente possibili durante il vertice?
«Per esempio un meccanismo di notifica nel caso di un incidente legato all’intelligenza artificiale, di un attacco con l’IA o qualcosa di simile. Pechino ha già annunciato che qualcosa del genere accadrà. Io ho avanzato una proposta: possiamo stabilire un principio di “non primo utilizzo” dell’IA come arma? Possiamo far convergere i due schieramenti? Possiamo avere un vertice G2 sull’IA tra le due maggiori superpotenze dell’intelligenza artificiale? Possiamo avere una governance globale, stabilire criteri, standard e regole di massima per stabilizzare questa frontiera selvaggia, questo Far West dello sviluppo dell’intelligenza artificiale nei due Paesi e nel resto del mondo. Penso sia cruciale che entrambi i leader dicano: concentriamoci e compiamo sforzi concertati per fare dell’IA qualcosa per il bene, non qualcosa per il male. Perché, se l’intelligenza artificiale diventa un mostro, una specie incontrollabile, tutta l’umanità ne soffrirà. Sarebbe devastante anche per gli Stati Uniti, la cui economia è oggi ampiamente gonfiata dagli investimenti nell’IA. La Cina ha una frazione dei costi per l’intelligenza artificiale sostenuti dagli Stati Uniti, ma ha un enorme successo nelle applicazioni. Entrambi i Paesi hanno quindi la responsabilità di rendere l’IA un modello commerciale sostenibile, affinché non si trasformi in una bolla capace di provocare un’altra crisi finanziaria e devastare l’economia globale. Stati Uniti e Cina hanno tutto l’interesse a lavorare insieme».

La risposta all’appello di Anthropic sul rallentamento dello sviluppo è stata negativa. Come mai? La Cina sente che allinearsi a una frenata imposta dagli Usa possa diventare una forma di contenimento?
«Si, la Cina è stata uno dei primi Paesi ad adottare regolamentazioni sull’intelligenza artificiale. Dovremmo far convergere ciò che hanno gli Stati Uniti e ciò che ha la Cina. Dovremmo portare il tema alle Nazioni Unite, avere un inviato speciale e cercare di creare linee guida per una governance globale dell’intelligenza artificiale, in modo da evitare la nascita di due scuole di pensiero e di due schieramenti separati sull’IA».

Sulle crisi globali, la Cina ha interesse a contribuire alla de-escalation tra Russia e Ucraina e tra Stati Uniti e Iran? E in che modo può farlo?
«Assolutamente. Il ministro degli Esteri iraniano è stato a Pechino poco prima che Xi andasse negli Usa. Il semplice fatto che la Cina sia tra i maggiori partner commerciali sia dell’Iran sia di tutti i Paesi del Golfo, così come di Ucraina e Russia, significa che Pechino esercita un’enorme influenza dietro le quinte. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto contatti con oltre 30 ministri sulla questione del conflitto tra Iran e Stati Uniti. La Cina è il maggiore acquirente di petrolio iraniano e il 40% delle importazioni cinesi di petrolio passa attraverso lo Stretto di Hormuz. La Cina ha quindi un interesse concreto alla pace nella regione. Qualsiasi accordo venga raggiunto tra Stati Uniti e Iran, o tra Russia e Ucraina, potrebbe garantire una pace più duratura se la Cina può esserne garante, testimone o firmataria. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina negli sforzi per la pace globale. Così come la Cina ha bisogno degli Stati Uniti per relazioni pacifiche attraverso lo Stretto di Taiwan e per il sostegno statunitense alla riunificazione».

Che cosa può realisticamente aspettarsi la Cina da Trump su Taiwan? Un ulteriore rinvio delle vendite di armi statunitensi sarebbe sufficiente o Pechino cerca un cambiamento più ampio nella politica americana?
«Durante la visita di Trump dello scorso maggio, Cina e Stati Uniti hanno già parlato della questione di Taiwan. Xi ha detto molto chiaramente che entrambe le parti devono essere estremamente caute sulla questione. Se non viene gestita correttamente, si può anche finire in un conflitto. Penso che Trump abbia compreso quel messaggio. Nel momento in cui era sull’Air Force One in partenza dall’aeroporto di Pechino, ha detto che gli Stati Uniti non sostengono l’indipendenza di Taiwan e che non manderanno soldati a 9.500 miglia di distanza per combattere. Successivamente hanno rinviato la vendita di armi fino ad ora. L’Oceano Pacifico è abbastanza grande da accogliere sia gli Stati Uniti sia la Cina. Soprattutto ora che il presidente Trump sta cambiando il pivot: gli Stati Uniti prima facevano il pivot verso l’Asia, mentre ora stanno tornando verso l’America Latina e l’emisfero occidentale. La tendenza è verso una maggiore integrazione. In futuro potremmo avere una più ampia Greater China Economic Union con Taiwan, proprio come l’ASEAN o l’Unione Europea. Penso che alla fine gli Stati Uniti debbano riconoscere questo fatto. Se riusciamo a tenere sotto controllo la questione di Taiwan, allora le relazioni tra Stati Uniti e Cina saranno molto più stabili».

Sulla penisola coreana, Trump vuole riaprire il dialogo con Kim Jong-un. Pechino ha interesse facilitare attivamente un nuovo dialogo tra Stati Uniti e Corea del Nord?
«Penso che Trump stia facendo la cosa giusta cercando un dialogo con la Corea del Nord. Sia la Corea del Nord sia la Corea del Sud sono vicini della Cina, che è il loro maggiore partner commerciale. Più di 70 anni fa abbiamo avuto la guerra di Corea e ancora oggi abbiamo soltanto un cessate il fuoco. Quindi perché non avere un accordo di pace? Invitiamo le quattro parti che hanno combattuto: gli Stati Uniti alla guida dell’Occidente, la Corea del Nord, la Corea del Sud e la Cina. Potremmo avere colloqui di pace a quattro e un vertice di pace a quattro, in modo da arrivare davvero a una pace permanente nella penisola coreana. Bisogna coinvolgere la Cina. Se gli Stati Uniti vengono a parlare con la Corea del Nord, sono sicuro che senza la Cina non avranno successo. Questo rappresenta un ulteriore incentivo per Trump a parlare con la Cina e a coinvolgerla nel processo».

Pensa che questo vertice indichi la nascita di una sorta di G2, come l’ha definito più volte Trump? Oppure Pechino respinge questa definizione perché entra in conflitto con la sua visione di un ordine multipolare?

«Penso che sia già stato stabilito un nuovo equilibrio tra Stati Uniti e Cina. Trump lo chiama G2. La Cina non lo riconosce apertamente perché non vuole alienarsi i Paesi del Sud globale. Ma Cina e Stati Uniti sono le due maggiori economie, le due maggiori potenze dell’intelligenza artificiale e le due maggiori potenze militari. Di fatto, il G2 è già una realtà».


Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

Di Emiliano Brancaccio, il manifesto

Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. E’ stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti. Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.

L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa. Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche. Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.

Come si vede, nella realtà dei fatti non c’è spazio per le infantili narrazioni alla moda, sui buoni e i cattivi che si contendono il mondo. C’è solo una brutale dinamica da guerra capitalista. Un tipico inviluppo imperialista, per dirla con Lenin. Le cui intuizioni restano superiori alle millanterie dei geopolitici di grido. E alle teorizzazioni di coloro, da Arrighi ad Harvey, che hanno provato ad annacquare la spiegazione capitalista della guerra in un imprecisato movente “statuale”. Zelensky chiede perché la Russia, ricca di terre, pretenda ancora territorio.

A domanda retorica risposta semplice: l’oggetto principale di tutte le guerre in atto non è il territorio, è la posizione gerarchica nell’ordine capitalistico futuro.

È dai tempi del piano Keynes che sappiamo come si governa una tendenza così perniciosa. Servirebbe una regolazione politica e non di mercato di squilibri internazionali altrimenti destinati a esondare nel sangue. Ma da questa ipotesi cooperativa siamo ancora lontani. Per adesso, ci basta il conforto di vedere i due grandi capi insieme a Washington, seduti a sorseggiare un tè. Più i tempi sono cupi, più commettiamo l’errore di accontentarci di poco. Eppure, dal successo o dal fallimento di questi G2 ogni altra cosa del mondo è destinata a seguire. Una rottura tra Xi e Trump alimenterebbe tutti i venti di guerra. Un sentiero di accordi tra i protagonisti, invece, costringerebbe gli attori secondari a rivedere i copioni bellici. Da Al Saud a Khamenei, e persino Netanyahu e Putin. Per ragioni di finanze e di interscambio, le loro guerre durano finché i due giganti le assecondano.

Con una eccezione: i cosiddetti “volenterosi” europei, con l’Italia nel ruolo di aspirante. Se la guerra in Ucraina sta diventando infinita, se siamo fermi all’accordo di associazione Ue-Ucraina che diede inizio al caos, lo dobbiamo a loro quanto al Cremlino. Di fatto, è l’unica cricca di paesi che potrebbe salutare con poco entusiasmo un eventuale cenno di pace dai vertici Cina-Usa. Non è un accidente della storia. Anche qui, il punto è capitalistico. La suggestione di un nuovo militarismo verso l’esterno, che compensi il declino interno dei profitti, in Europa è più forte che altrove. Nelle speranze dei fondatori dell’Ue, dovevamo essere «agenti di pace nel mondo». Ci siamo ridotti a melliflui sabotatori della diplomazia internazionale. Del resto, nel continente europeo la pulsione bellica è più diffusa di quanto sembri. Se non lo capiamo, è perché siamo arrivati alla follia di considerare i neofascisti in ascesa, militaristi, razzisti e simpatizzanti dei massacri di “islamici”, come “amici di Putin” e quindi baluardi di pace. Se il capitalismo americano decade, quello europeo è ormai in pieno delirio irrazionalista.

Anche un filotto di G2 sorprendentemente illuminati non potrebbe risolvere tutto. Serve che le velleità belliche europee siano schiacciate da un netto dissenso democratico. Da sinistra, perché ogni ipotesi di “pacifismo fascista” è solo una fantasia horror. In questo senso, pure un cambio nella politica estera di un paese laterale come l’Italia aiuterebbe. In termini di risorse, logistica e disponibilità a militarizzare le vie commerciali, la linea di Meloni, Tajani e Crosetto è stata tra le più subalterne al bellicismo in tutta la storia repubblicana. Fare meglio non dovrebbe essere impossibile. Fare peggio potrebbe rivelarsi fatale.


Tariffe elettriche: un’analisi alternativa a quella di regime

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

La Commissione federale dell’energia elettrica (ElCom) ha finalmente pubblicato i dettagli relativi alle tariffe dell’energia elettrica per il 2027. Un’operazione necessaria. Infatti, le informazioni diffuse dai media ticinesi hanno tremendamente risentito della propaganda orchestrata dalle maggiori aziende di distribuzione dell’energia elettrica. Il risultato, ricercato, è stato quello di propagare tra la popolazione un messaggio positivo: le tariffe sono ancora diminuite e, nel peggiore dei casi, si sono stabilizzate.

Questa versione è stata sostenuta facendo riferimento alle tariffe degli ultimi tre anni (2025/2026/2027). Una scelta evidentemente di comodo e, a dire il vero, piuttosto manipolatoria. Per una semplice ragione: l’esplosione delle tariffe è avvenuta negli anni 2022, 2023 e 2024. Per avere una visione reale e onesta dell’andamento delle tariffe è quindi necessario misurare i risultati rispetto al 2022. Questo esercizio di confronto restituisce uno scenario piuttosto differente da quello teleguidato dalle società di distribuzione.

Vediamo concretamente quanto stiamo affermando, ricorrendo ad alcune semplici tabelle. Iniziamo dall’evoluzione delle tariffe nel periodo 2025-2027:

Ben nove società di distribuzione su undici hanno registrato, nell’arco di tempo preso in considerazione, una diminuzione delle tariffe, alcune delle quali, a prima vista, anche piuttosto consistenti. Annotiamo, però, che ben due società hanno addirittura contabilizzato un aumento delle tariffe offerte alla propria utenza. Dai dati emergerebbe un virtuosismo tariffario, riflesso di una politica aziendale volta a ricercare una riduzione dei prezzi a favore dei propri clienti. Le bottiglie di champagne vanno però rimesse in frigo se analizziamo i dati relativi all’evoluzione delle tariffe nel periodo 2022-2027:

Ecco che la realtà cambia brutalmente. Tutte le società di distribuzione del Cantone presentano aumenti decisamente pesanti, molto più consistenti delle contrazioni registrate nel periodo 2025-2027. In sostanza, gli effetti della crisi speculativa del 2022, dovuti alla liberalizzazione del mercato europeo dell’energia, non sono mai stati riassorbiti.

In gergo, questo fenomeno viene chiamato “effetto a razzo e piuma”, dall’inglese “rockets and feathers effect”: i prezzi si innalzano velocemente come un razzo, ma discendono molto lentamente, come delle piume. La questione è se, pur planando a rilento, i prezzi torneranno a quelli precedenti alla crisi. Il rischio che ciò non succeda è elevato perché, in molti casi, la discesa delle tariffe si blocca, consentendo di aumentare o mantenere a livelli elevati i profitti dei distributori di energia elettrica, molto più che nella fase precedente alla crisi.

Nei prossimi due anni, forse, assisteremo ancora a una leggera diminuzione delle tariffe. Ma, nella maggior parte dei casi, queste non ritorneranno più al livello del 2022. Fino ad attendere la prossima speculazione sui prezzi, decisi da chi controlla il mercato liberalizzato dell’energia a livello internazionale, che rilancerà verso l’alto le tariffe, riproducendo l’andamento appena descritto.

L’esempio di AIL SA: fare profitti sempre e comunque

Un esempio concreto ce lo fornisce l’azienda di distribuzione più votata alla massimizzazione dei profitti, ossia AIL SA, di proprietà della Città di Lugano. Nel 2021 questa società realizzava 165,7 milioni di franchi di ricavi dalla distribuzione di elettricità. I costi di acquisto dell’energia elettrica ammontavano a 83,3 milioni di franchi, per una differenza di 82,4 milioni di franchi.

Nel 2023, i ricavi dalla distribuzione di elettricità raggiungevano i 312,3 milioni, a fronte di costi di acquisto dell’energia elettrica saliti a 221 milioni, per un saldo positivo di 91,3 milioni di franchi. Nel 2024, i ricavi ammontavano a 328,8 milioni, mentre i costi raggiungevano i 231,9 milioni, per un saldo di 96,8 milioni. Nel 2025, il rapporto era di 283,3 milioni contro 183,9 milioni, per un risultato positivo di 99,4 milioni.

Insomma, l’aumento complessivo dei prezzi imposto da AIL SA è stato di molto superiore all’aumento dei costi di acquisto dell’energia elettrica, ciò che ha garantito al Comune di Lugano di aumentare costantemente i propri margini di profitto, ovviamente sulle spalle della popolazione. Prova ne è che, a fronte di un’erogazione di elettricità rimasta praticamente stabile dal 2021 al 2025 (1), l’utile annuale è costantemente cresciuto: 10,914 milioni di franchi nel 2021, 15,590 nel 2023, 13,895 nel 2024 e 14,867 nel 2025. E AIL SA ha deciso un aumento delle tariffe per il 2027. L’aumento rispetto al 2026 sarà del 3,10%, pari a 0,8 centesimi per kWh. Di passaggio, sottolineiamo che AIL SA è la sola società, insieme alla piccola Cooperativa Elettrica di Faido (il cui aumento sarà dell’1,84%), ad aver aumentato le tariffe per il 2027.

Per spiegare questa politica dei prezzi, Carlo Cattaneo, direttore commerciale di AIL SA, ha fornito questa criptica spiegazione: «È un approccio diverso al tema. Noi abbiamo messo il focus sul valore assoluto, mentre altre aziende hanno posto l’accento maggiormente sulla tendenza» (LaRegione, 2.9.2026). Affermazione incomprensibile. Il giornalista de LaRegione propone questa interpretazione: «Tradotto: AIL ha tariffe già tra le più basse, scendere ulteriormente in questo contesto sarebbe stato difficile».

Strana interpretazione. Delle undici aziende di distribuzione, AIL SA si situa al quinto posto, appena sopra la metà, nella graduatoria delle tariffe più basse (categoria H4, standard). Sul fatto di “scendere ulteriormente”, ci sembra che il concetto sia in antitesi con la scelta aziendale di AIL SA di aumentare le tariffe dal 2026 al 2027. Un assist perfetto per Cattaneo, che afferma entusiasta: «Ora la sfida è riuscire a mantenere il costo basso». E qui si raggiunge l’apice dell’ipocrisia: a parlare è uno dei responsabili di una società che ha appena aumentato le tariffe elettriche per il nuovo anno e che, rispetto al 2022, presenta una maggiorazione dei prezzi del 20%.

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA. Mentre i partiti dell’esecutivo comunale nel consiglio d’amministrazione di AIL SA continuano a spartirsi cifre impressionanti sotto forma di emolumenti di varia natura. Il portale Ticinonews ha appena svelato che per il presidente del consiglio d’amministrazione, il leghista Lukas Bernasconi, «si parla di compensi fino a 90mila franchi in sei mesi», mentre il vice-presidente dello stesso organismo, il PS Filippo Zanetti, guadagnerebbe «tra i 70 e gli 80 mila franchi». Interessante anche il guadagno del segretario del CdA, Mario Antonini in quota PLR, avrebbe percepito finora «tra i 35 e i 45 mila franchi». Il membro del consiglio Paolo Beltraminelli, presidente del Centro di Lugano, avrebbe incassato «tra i 25 e i 35 mila franchi».

Il municipale UDC, Marco Chiesa, ha staccato una cifra pure compresa «tra i 25 e i 35 mila franchi». E fermiamoci qui. Per il presidente Lukas Bernasconi questi «gli emolumenti non sono probabilmente la cosa più importante, la cosa più importante è la società, l’azienda, il lavoro che si sta facendo e soprattutto i risultati. (…) Questo lavoro ha portato ad avere anche dei risultati importanti». Una visione, come abbiamo visto, totalmente discutibile. I grandi risultati finanziari di AIL SA sono stati soprattutto ottenuti applicando coscientemente delle tariffe elevate, garantendosi così dei profitti costantemente eccezionali. A pagare il prezzo di questa politica aziendale è ovviamente l’utenza. Ed è attraverso questa stessa “fonte” che sono alimentati i lauti “emolumenti” dei servitori della “cosa pubblica” luganese…

(1) Ecco l’andamento nel dettaglio: 1’120’453 MWh nel 2021, 1’048’034 MWh nel 2023, 1’102’885 MWh nel 2024 e 1’093’165 MWh nel 2025

Matteo Poretti, sindacalista, è membro della direzione dell’MPS


La catena del per­so­nale sani­ta­rio

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

A fronte delle cre­scenti dif­fi­coltà nel repe­rire per­so­nale sani­ta­rio nelle regioni di fron­tiera, il par­la­mento ita­liano ha appro­vato una legge che intro­duce un con­tri­buto di com­par­te­ci­pa­zione alla spesa sani­ta­ria a carico dei vec­chi fron­ta­lieri tas­sati alla fonte in Ticino e che non pagano il sistema sani­ta­rio ita­liano né la cassa malati sviz­zera, deno­mi­nato ‘Tassa sulla salute’. Lo scopo è pro­cu­rare le risorse finan­zia­rie neces­sa­rie per aumen­tare gli sti­pendi e limi­tare la fuga verso la Sviz­zera di medici e infer­mieri.

La tassa ver­rebbe cal­co­lata in per­cen­tuale sul red­dito. Per un sala­rio di 4’000 euro, ad esem­pio, ammon­te­rebbe a circa 120 euro al mese. A opporsi con vee­menza sono stati il Con­si­glio di Stato, che ha par­zial­mente bloc­cato i ristorni dell’impo­sta alla fonte, ma anche la Camera di com­mer­cio e i sin­da­cati. Com­prendo la posi­zione di que­sti ultimi, poi­ché si tratta di un costo che rica­drà su lavo­ra­trici e lavo­ra­tori. Meno com­pren­si­bile è invece quella del Can­tone, che non subi­sce alcuna per­dita. La Camera di Com­mer­cio, oppo­nen­dosi alla misura, sostiene che potrebbe pesare sui datori di lavoro, costretti ad aumen­tare gli sti­pendi, effetto col­la­te­rale che ritengo, in fondo, utile a ridurre il dum­ping sala­riale che cono­sciamo in Ticino. Inol­tre, sti­pendi più alti si tra­dur­reb­bero anche in un mag­giore impo­ni­bile fiscale e quindi in mag­giori entrate per il Can­tone.

Se oggi il Ticino dispone di un sistema ospe­da­liero che offre cure di grande qua­lità, è anche gra­zie ai nume­rosi qua­li­fi­cati pro­fes­sio­ni­sti for­mati in Ita­lia che vi lavo­rano. La Sviz­zera, infatti, da anni non forma un numero suf­fi­ciente di medici e infer­mieri e dipende in misura cre­scente dal per­so­nale sani­ta­rio pro­ve­niente dall’estero. Oggi circa il 40% dei medici attivi nel nostro Paese ha con­se­guito il diploma all’estero.

In Lom­bar­dia il sistema sani­ta­rio è in dif­fi­coltà. Secondo le stime del 2024 man­cano almeno 2’500 infer­mieri e quasi 700 medici. Per col­mare que­ste carenze ricorre a cam­pa­gne di reclu­ta­mento inter­na­zio­nale: nel 2025 sono arri­vate 500 infer­miere dall’Argen­tina e quest’anno ne sono attese altre 200 dall’Uzbe­ki­stan. Nel frat­tempo con­ti­nua però la fuga verso l’estero: si stima che circa 500 infer­mieri all’anno lascino l’Ita­lia, attratti da salari net­ta­mente più ele­vati, andando a col­mare le carenze di per­so­nale in altri Paesi, Sviz­zera in par­ti­co­lare.

Per far fun­zio­nare il sistema sani­ta­rio sfrut­tiamo risorse umane e finan­zia­rie estere, non for­mando abba­stanza per­so­nale attin­giamo ai pro­fes­sio­ni­sti for­mati in Ita­lia, così come la Sviz­zera tede­sca e la Roman­dia fanno rispet­ti­va­mente con Ger­ma­nia e Fran­cia. L’Ita­lia, a sua volta, è costretta a reclu­tare per­so­nale da altri Paesi, che spesso lo repe­ri­scono nel Sud del mondo. È una catena che tra­sfe­ri­sce com­pe­tenze sot­tratte ai Paesi più poveri a quelli più ric­chi, sca­ri­cando sui primi i costi della for­ma­zione, garan­tendo ai secondi i bene­fici e lasciando carenze di per­so­nale sani­ta­rio nei Paesi più poveri.

La tassa sulla salute rap­pre­senta un primo, mode­sto ten­ta­tivo dell’Ita­lia di trat­te­nere una parte del per­so­nale sani­ta­rio che forma con risorse pub­bli­che. Si può discu­tere se sia lo stru­mento migliore, ma è dif­fi­cile negare che il pro­blema esi­sta. Per que­sto la rea­zione del Con­si­glio di Stato appare ecces­siva. Dovremmo piut­to­sto inter­ro­garci sulla cre­scente dipen­denza del nostro sistema sani­ta­rio dal per­so­nale for­mato e finan­ziato da altri Paesi.

Bruno Storni è con­si­gliere nazio­nale Ps
Nell’immagine: laureati in Italia, la Svizzera non può farne a meno


Il caso Granit Xhaka: i grandi imbroglioni restano impuniti

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Il calciatore Granit Xhaka non si era fatto vaccinare contro il Sars-Cov-2 e aveva poi acquistato un certificato di vaccinazione falso. Xhaka ha ora ammesso la falsità del documento. Ha giustificato la sua menzogna con la diffidenza che nutriva all’epoca nei confronti del vaccino. In qualità di calciatore professionista, non voleva fare nulla che potesse danneggiare la sua forma fisica. Era l’inizio del 2022.

«Granit Xhaka è ancora accettabile come capitano della Nazionale?», titolava ieri il quotidiano «20 Minuten» di Tamedia. La Federazione svizzera di calcio ha deciso, dopo un «colloquio congiunto», di escludere Xhaka «nell’interesse della squadra» dalle prossime quattro partite della Nations League.

La diffidenza di Xhaka era giustificata

Già nel 2021 non c’era alcun motivo di vaccinare contro il Covid giovani uomini senza patologie pregresse: il beneficio per loro è praticamente nullo e in ogni caso inferiore ai rischi, sia noti all’epoca che potenziali (Infosperber 10.6.2021). Il rischio di sviluppare una patologia del muscolo cardiaco, che colpisce in particolare i giovani uomini, era già stato segnalato nell’ottobre 2021. Le autorità hanno cercato di tenere nascosta la questione, come riportato ieri da Infosperber.

«I giovani non dovrebbero farsi vaccinare solo per ottenere un certificato che faciliti la partecipazione alle partite di calcio», ha dichiarato il 5 giugno 2021 l’allora presidente della Commissione federale per le vaccinazioni, Christoph Berger. Nello stesso periodo, la Commissione tedesca per le vaccinazioni raccomandava di non vaccinare bambini sani e giovani uomini sani a partire dai dodici anni.

Menzogne sui benefici delle vaccinazioni e dei test

Per imporre in generale la vaccinazione anche agli adulti sani in età lavorativa, le autorità e molti media hanno diffuso falsità. O lo hanno fatto consapevolmente, mentendo, oppure hanno ripetuto a pappagallo quanto affermato dai promotori dei vaccini, pur sapendo bene che non era vero:

  • I vaccinati non contagerebbero gli altri
    Uno sguardo agli studi di autorizzazione mostra che i produttori di vaccini non hanno affatto indicato questo beneficio. In realtà, le persone vaccinate potevano benissimo essere contagiose. Nell’estate del 2021, l’agenzia sanitaria statunitense CDC ha ammesso: «Anche le persone vaccinate possono contagiare con il Covid chi non è vaccinato.»
    Le persone vaccinate potrebbero essere contagiose quanto quelle non vaccinate (vedi riquadro in basso). Pertanto, i certificati di vaccinazione potrebbero indurre a comportamenti imprudenti. L’agenzia sanitaria statunitense Centers for Disease Control ha messo in guardia il 30 luglio 2021.
  • I test PCR indicherebbero se una persona è contagiosa
    Questa bufala è stata diffusa fin dall’inizio, sebbene fosse chiaro che questi test con valori Ct elevati, come quelli effettuati da noi, indicavano semplicemente se una persona fosse già entrata in contatto con il virus. Migliaia e migliaia di persone che non erano contagiose sono state messe in quarantena, non hanno potuto frequentare ristoranti ed eventi né giocare a calcio perché risultavano «positive» al test. L’immunologo bernese Beda Stadler ha commentato sarcasticamente: «Chi definisce i positivi al test come “contagiati” dovrebbe essere sospeso dal servizio».

I responsabili della diffusione di queste falsità e menzogne non sono stati chiamati a rispondere delle loro azioni fino ad oggi.

Granit Xhaka, dopo un «colloquio congiunto», non potrà giocare quattro volte con la nazionale. E a Lucerna la Procura sta indagando su di lui. L’ottenimento fraudolento di un certificato falso è punibile.

Aggiunta del 23 settembre 2026 – Un lettore ci fa notare quanto segue
Il rischio di miocardite, soprattutto nei giovani uomini, non è stato reso pubblico solo nell’ottobre 2021, ma già nell’aprile 2021. Il primo rapporto del CDC al riguardo è stato pubblicato il 27 maggio 2021. Il 9 luglio 2021 sono seguiti ulteriori comunicati ufficiali da parte del CDC/ACIP:
Il fatto che anche le persone vaccinate con due dosi causassero lo stesso numero di «casi» di Covid dei non vaccinati era già stato reso noto dal Ministero della Salute israeliano nell’agosto 2021. Ciò avvenne mesi prima che il libretto delle vaccinazioni diventasse un argomento di discussione nel nostro Paese:

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Granit Xhaka nel 2026 durante la partita Argentina-Svizzera


Affaristi trumpiani alla carica per prendersi i resti di Cuba

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

Di Roberto Livi, il manifesto

Mentre dalla tribuna dell’Onu Trump ha rivolto contro Cuba le solite minacce condite da menzogne, suoi accoliti e famigliari già si contendono i beni più preziosi dell’isola in previsione del take over del tycoon.

Martedì, all’Assemblea generale dell’Onu, il presidente degli Usa ha ripetuto che Cuba «è uno stato fallito» e «nemico degli Stati Uniti», e che la sua amministrazione è impegnata a provocare «un cambio fondamentale della situazione in Cuba». Dichiarazioni che hanno provocato l’abbandono della sala da parte della delegazione cubana, presieduta dal ministro degli esteri, Bruno Rodríguez. Il quale ha commentato che «il governo degli Usa è incapace di accettare che Cuba è, ed ha il diritto di essere, un paese pienamente indipendente e sovrano».

Dietro i roboanti annunci di difesa della democrazia made in Usa, già avanzano le speculazioni di chi manovra la finanza, specie dell’entourage del presidente Trump. È quanto ha rivelato un’inchiesta di The Guardian.

IL PIÙ IMPORTANTE affare riguarda il nichel (Cuba ha circa il 20% delle riserve mondiali) e il cobalto. L’impresa che da trent’anni era associata a Cuba per l’estrazione dei metalli, la canadese Sherrit International (che poi li processava in Canada), è stata costretta a ritirarsi e causa delle sanzioni extraterritoriali contro Cuba previste dall’Ordine esecutivo presidenziale 14404, emanato da Trump lo scorso 1° maggio. In grave difficoltà, l’impresa canadese è stata costretta a cedere le sue attività nell’isola, attività che già sono contese da due imprenditori dell’inner circle di Trump.

IL PRIMO a farsi avanti è stato Ray Washburne, ex consigliere del tycoon e vicepresidente del Comitato per la vittoria di Trump nelle presidenziali del 2016. La sua società, Gillon Capital Llc, ha ottenuto – con la promessa del beneplacido del Tesoro degli Usa – un’opzione per l’acquisizione del 55% delle azioni della Sherrit. Quando la prospettiva di uno strangolamento dell’isola è diventata più concreta è entrato in lizza un altro miliardario finanziatore del Partito repubblicano, il petroliere texano Albert Huddleston. Il quale ha dichiarato di essere pronto a pagare in contanti (0,12 dollari canadesi per azione) per impossessarsi della attività della Sherrit nell’isola.

SEMPRE SOTTO la minaccia di sanzioni anche la società australiana, Antilles Gold Ltd, da anni impegnata in rilevamenti di giacimenti auriferi nell’isola, ha ottenuto il via libera per negoziare la cessione delle quote di una miniera di rame e oro nel centro di Cuba con il fondo neworchese Global Emerging Markets.

PIÙ DIRETTE sono le mire della famiglia Trump nel settore turistico dell’isola caraibica, che vive una fase di riassetto strategico a causa della “fuga” da Cuba di grandi gruppi come gli spagnoli Melía e Iberostar, la canadese Blue Diamond e l’indonesiana Archipelago International. Secondo il Guardian, dirigenti storici della Trump Organisation, operativi con la Dominari Holdings, sarebbero tornati a interessarsi per una presenza in Cuba. Fonti citate dal giornale inglese confermano incontri riservati degli americani con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, il nipote di Raúl Castro meglio conosciuto come “el cangrejo”, per trattare la gestione di complessi alberghieri di élite o l’affidamento di prestigiosi cayos, gli splendidi (e certo remunerativi) isolotti caraibici.

L’IMPATTO delle sanzioni (circa 200 negli ultimi mesi) contro Cuba genera opportunità e affari milionari anche a chi gestisce le rotte dei rifornimenti all’isola. Le due compagnie che hanno il monopolio del trasporto e commercializzazione dei containers, la francese Cma Cgm e la tedesca Hapag-Lloyd, hanno sospeso (la seconda) e limitato (a contenitori di medicinali, la prima) il trasporto di containers a Cuba. Compagnie di spedizione della Florida (vicine a «ambienti politici conservatori») si incaricano di trasportare a Cuba con navi di piccolo cabotaggio (ma grandi prezzi) le mercanzie dei containers delle compagnie francese e tedesca fermi in porti dei Caraibi.

Persino le questioni legali di consulenza per districarsi nelle maglie delle nuove sanzioni di Trump vanno a beneficio di società nordamericane come la società di consulenza Continental Strategy, anche questa gestita da personaggi collegati direttamente con la prima amministrazione presidenziale di Trump.

E C’È SPAZIO anche per il pastore evangelico Frankiln Graham, quello che difese Trump quando si raffigurò come Gesù: la sua agenzia di assistenza, la Samaritan’s Purse di Boone, North Carolina, si è aggiudicata 40 milioni di dollari di contratti federali per «distribuire aiuti umanitari a Cuba». Quando Cuba cederà, forse, perché per ora non si è visto nulla

Nell’immagine: le sedie lasciate vuote dalla delegazione cubana durante il discorso di Donald Trump all’Assemblea generale dell’Onu


Israele, i partiti arabi esclusi dalle elezioni

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

La strada verso le elezioni del 27 ottobre in Israele si fa sempre più accidentata. E potenzialmente pericolosa. Il Comitato elettorale centrale (che è un organo del Parlamento e riflette la maggioranza di destra del Parlamento stesso) ha votato ieri sera per eliminare dalle liste elettorali i partiti arabi, accusati di incitare al razzismo, essere contrari all’esistenza di Israele come Stato ebraico e incitare alla lotta armata contro di esso.

La decisione non è esecutiva: prima di essere definitiva deve passare al vaglio della Corte Suprema, che in passato non ha esitato a sfidare il governo sul tema dei diritti civili e della rappresentanza elettorale (e che per questo l’esecutivo Netanyahu voleva smantellare con la proposta di riforma giudiziaria di inizio 2023). Ma segnala comunque il deteriorarsi del dibattito nel Paese, dove qualunque forma di dissenso sembra essere sempre meno tollerata, come dimostrano i feroci attacchi sferrati nei giorni ai registi del film Naza, che mette sotto accusa l’Idf per le tattiche usate a Gaza. Se venisse confermata, il 20 per cento dell’elettorato — gli arabi-israeliani, palestinesi con passaporto israeliano, discendenti di coloro che rimasero in quello che è oggi lo Stato di Israele dopo la Nakba del 1948 — si ritroverebbe di fatto senza rappresentanza politica.

A finire nel mirino del Comitato sono stati sia la Lista Araba Unita di Mansour Abbas (il più rappresentativo dei deputati arabi), che la Lista Unica che riunisce gli altri tre partiti Hadash, Ta’al e Balad. La Lista Araba Unita è stata parte del governo che ha preceduto quello attuale, guidato da Naftali Bennett e Yair Lapid, e al voto del 27 ottobre ha come secondo candidato della lista Yoav Segalovitz, ex vice ministro della Sicurezza interna dello stesso governo.

Il divieto segue quello deciso ieri mattina contro il deputato comunista Ofer Cassif, del partito arabo-ebraico Hadash, e al leader del partito Balad, Sami Abu Shehadeh, due delle voci più critiche dell’attuale Knesset. «Si sono lamentati del fatto che sostenga che c’è un genocidio in corso a Gaza. In Israele c’è almeno un milione di persone che la pensa così. Sono fuorilegge? È un reato?», ha detto l’avvocato Hassan Jabareen, che rappresenta Cassif.

Il voto dell’elettorato arabo sarà con tutta probabilità decisivo per determinare la strada che Israele prenderà dopo le elezioni. I sondaggi delle ultime settimane mostrano una sostanziale parità fra il blocco dell’opposizione e quello del governo e sono unanimi nell’indicare che l’unica strada certa che Gadi Eisenkot può percorrere per rimpiazzare Netanyahu passa per il sostegno dei partiti arabi: un sostegno che in un Paese che non è mai uscito dalla polarizzazione post 7 ottobre 2023, la maggior parte degli elettori ebrei (compresi quelli che voteranno per Eisenkot) non è disposto ad accettare. Come spiegava ieri su Haaretz il cronista parlamentare Joshua Leifer, «per quanto sia probabile che la Corte suprema invalidi la decisione, l’effetto cumulativo degli attacchi contro i partiti a guida araba e i loro rappresentanti è quello di rafforzare l’idea che la partecipazione politica degli arabi alle elezioni sia, in linea di principio, illegittima».


Ingrassare l’animale collettivo o progettare un altro modo vita?

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

L’iniziativa “sull’alimentazione” solleva questioni politiche ritenute fondamentali sin dai classici.

Il tema dell’alimentazione e della dieta è così poco un fatto esclusivamente personale-individuale che il termine greco diaitestonai, da dove proviene anche il termine italiano dieta, significa precisamente modo di vita. Discutere l’alimentazione implica pertanto decisioni fondamentali circa le norme comportamentali, circa l’etica con cui i cittadini si organizzano per vivere assieme. Pensare di chiudere il discorso squalificando l’iniziativa come un bizzarro “diktat vegano” è gesto politicamente ignobile. Menzognero nel merito: l’iniziativa non implica un diktat ma semmai riapre anche un orizzonte ideale fortemente alternativo rispetto al nichilismo della realpolitik, quella tesa alla paradossale conservazione di un esistente in cupo disfacimento.

Come se poi fosse irrazionale, o potenzialmente totalitario, praticare, difendere e diffondere il veganismo (a mio avviso una delle più alte espressioni dell’ideale di giustizia ambientale e antispecista contemporaneo). Malgrado le indicazioni di voto ufficiali, si tratterebbe insomma di riconoscere, da parte di tutta la sinistra ecologista, che l’alimentazione, la sua distribuzione e produzione (compresa la destinazione dei finanziamenti pubblici all’agricoltura) oggi più che mai è un fatto politico fondamentale, che non può essere lasciato alla voracità dell’homo oeconomicus: 50 chili di carne pro capite sono un’enormità! Il passaggio fra la città vegetariana e quella alimentata da carne svolge il ruolo di fondamentale spartiacque nella Repubblica di Platone.

Se la prima con la sua sobrietà alimentare, con focacce, olive e dolcetti di datteri, offre condizioni di vita salubri, prive di guerra e ricorda l’‘età dell’oro’ priva di malattie del corpo e dell’anima, la seconda città, “introducendo l’allevamento dei suini e di ogni altro genere di bestiame che possa trovare sbocco sul mercato”, porta ad allevare una cittadinanza “gonfia di umori” e a produrre quello che Platone critica come lo “stato opulento”, simbolo di una condizione che dovrà espandere di continuo il suo territorio e si farà aggressiva per procacciarsi una grande quantità di beni superflui e decisamente malsani. Suona tra l’altro piuttosto ironico, il greco Polis tryphosa, la città del lusso, ma quasi anche la città delle trippe sempre piene…, quella medesima città senza etica – ovvero la nostra – che come dirà sarcastico un altro raffinato filosofo vegetariano, al posto di Dio venera il WC (M. Horkheimer).

Il rapporto fra ideologia della crescita e alimentazione carnivora diventa del resto esplicito e concreto nell’era capitalistica, con il fordismo che nasce dai macelli di Chicago, trasportando il modello insanguinato delle linee di squartamento delle carcasse di buoi, vitelli e suini direttamente nelle linee di montaggio dei milioni di automobili che da allora ci tolgono l’aria. Con il passaggio a questa città popolata da allevatori e macellai, osservava per altro già Platone, “avremo bisogno di medici, assai più di prima”, dove anche i politici saggi dovrebbero farsi medici per mitigare le contraddizioni dell’unico vero predatore, colui che punta ovunque solo e soltanto all’avvento del mercato volto al profitto a scapito del valore d’ uso, denunciata già da Aristotele.

Se perde l’ideale della cura dell’alimentazione ambientalmente adeguata, la politica si rovescia a sua volta proprio in una sorta di cieca tecnica di allevamento della cittadinanza stessa, anch’essa infine bestiame da reddito, da ingrassare, intrattenere, riprodurre e disporre all’occorrenza come ‘carne da cannone’. Con l’affossamento dell’iniziativa i molti politici del no potranno continuare a brindare e stramangiare assieme a commercianti, allevatori e macellai, sempre che siano ancora distinguibili fra di loro… Salvo un’improvvisa rottura dell’ordine, un beffardo e sovversivo si, da parte dell’animale collettivo che siamo, stufo di frequentare spazi urbani e campagne ridotti a poveri pascoli contaminati e arsi.


Slapp, un boo­me­rang più che uno schiaffo

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

Di Daniel Ritzer, La Regione

Clau­dio Zali con­tro Marco Bazzi, istanza ai sensi dell’arti­colo 28 del Codice civile in ambito di ‘diritto alla per­so­na­lità’ e richie­sta di risar­ci­mento per torto morale (arti­colo 49 CO) pari a 20’000 fran­chi; Clau­dio Zali con­tro Daniel Ritzer per la mede­sima fat­ti­spe­cie e ana­loga richie­sta di risar­ci­mento; Lorenzo Qua­dri con­tro Daniel Ritzer, que­rela per pre­sunta dif­fa­ma­zione, calun­nie e ingiu­ria (i cosid­detti reati con­tro l’onore, disci­pli­nati dagli arti­coli 173, 174 e 177 del Codice penale); Sabrina Aldi e Clau­dio Cam­po­novo con­tro la Rsi e i gior­na­li­sti de laRe­gione Andrea Manna, Dino Ste­va­no­vic e Fede­rico Fran­chini (ai tempi della pre­sen­ta­zione della que­rela attivo presso ‘Area’) per calun­nia, dif­fa­ma­zione e “ogni altro reato even­tual­mente ipo­tiz­za­bile”.

Ecco come una certa poli­tica, e per­sone a lei molto legate, pre­ten­dono di zit­tire i media: a forza di azioni legali dis­sua­sive. Sette esempi con­creti negli ultimi dodici mesi in Ticino di un discu­ti­bile modo di pro­ce­dere, che a livello inter­na­zio­nale viene esa­mi­nato e inglo­bato sotto l’acro­nimo ‘Slapp’ (Stra­te­gic law­suits against public par­ti­ci­pa­tion). Il ter­mine Slapp, stando a un recente stu­dio com­mis­sio­nato dall’Uffi­cio fede­rale delle comu­ni­ca­zioni, “si rife­ri­sce ad azioni legali abu­sive volte a repri­mere la libera for­ma­zione dell’opi­nione su que­stioni di inte­resse pub­blico”. Le sta­ti­sti­che sviz­zere, al momento della pub­bli­ca­zione del rap­porto (2023), davano conto di 24 azioni legali di que­sto tipo in tre anni. Il che vuol dire che il Ticino, da solo, nell’ultimo anno è diven­tato rap­pre­sen­ta­tivo dell’intera media nazio­nale. Non un pri­mato di cui van­tarsi, ver­rebbe da dire. In effetti, sarebbe assai inte­res­sante sapere cosa ne pen­sano il sin­da­cato dei media (Syn­di­com) e l’asso­cia­zione di cate­go­ria (Atg) al riguardo.

Fatto sta che dallo stu­dio dell’Ufcom emerge chiaro come le Slapp – ‘slap’ in inglese vuol dire schiaffo – abbiano “lo scopo di met­tere a tacere i gior­na­li­sti” e di pro­vo­care “costi ecces­sivi al fine di limi­tare la libertà dei media”. Tra l’altro, viene indi­cato nel rap­porto, anche la sem­plice minac­cia di azioni legali di que­sto genere, ovvero il loro effetto inti­mi­da­to­rio, “può por­tare all’auto­cen­sura”. Come ci si pone, in quanto ope­ra­tori dei media, di fronte a que­sta infe­lice ten­denza? Per quel che ci riguarda, si resta fer­ma­mente aggrap­pati alle libertà – d’opi­nione, d’infor­ma­zione e dei media – garan­tite dalla Costi­tu­zione fede­rale agli arti­coli 16 e 17, non­ché alla sen­tenza della Corte euro­pea dei diritti dell’uomo (Cedu, la cui Con­ven­zione fu rati­fi­cata dalla Sviz­zera nel 1974) sul caso ‘The Sun­day Times con­tro il Regno Unito’ del 1979. Allora i giu­dici di Stra­sburgo sta­bi­li­rono che “la libertà d’espres­sione costi­tui­sce uno dei fon­da­menti essen­ziali di una società demo­cra­tica”. Una tutela che non riguarda sol­tanto “le infor­ma­zioni e le opi­nioni accolte favo­re­vol­mente o rite­nute inno­cue, ma anche (e soprat­tutto, ndr) quelle capaci di offen­dere, scioc­care o distur­bare lo Stato o una parte della popo­la­zione”. In pra­tica ogni ten­ta­tivo inti­mi­da­to­rio attra­verso azioni legali abu­sive – da parte di per­sone che per la pro­pria posi­zione non avreb­bero alcun biso­gno dei tri­bu­nali per pro­vare a tute­lare la pro­pria ono­ra­bi­lità – fini­sce per diven­tare una sorta di boo­me­rang: invece di inde­bo­lire la stampa, la raf­forza. O almeno, ciò è quanto suc­cede qui da noi. Il ‘caso Zali’, con tutti i suoi adden­tel­lati, può risul­tare emble­ma­tico in que­sto senso: lad­dove vi sia un inte­resse pub­blico chia­ra­mente pre­pon­de­rante laRe­gione non intende arre­trare di un mil­li­me­tro.


Corte «canaglia»: l’assalto trumpiano è partito

La visita del leader cinese negli Stati Uniti e il vertice col presidente americano visti da Pechino 

Di Marina Castellaneta, il manifesto

Il dado è tratto. Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha formalizzato la sua guerra alla Corte penale internazionale nel corso del suo intervento di ieri all’Assemblea generale delle Nazioni unite. La bolla come istituzione fuori controllo.

Una sorta di istituzione «canaglia» che dà seguito a processi-show: Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini. Ha di fatto preannunciato un attacco su più fronti, con un obiettivo: smantellare la giustizia penale internazionale per avere carta bianca con il non troppo nascosto obiettivo di garantire l’immunità a capi di stato e di governo «amici». Primo tra tutti il premier israeliano Benjamin Netanyahu, destinatario di un mandato di arresto emesso dalla Pre-Trial Chamber il 21 novembre 2024. Gli Stati uniti si preparano, così, a una nuova ondata di sanzioni non più solo nei confronti di membri della Corte (giudici, procuratori, staff), ma della stessa Corte come istituzione impedendo l’accesso a fondi necessari per le indagini e lo svolgimento di processi e arrivare a paralizzarne il lavoro.

Il discorso di Trump completa il pensiero del segretario di stato Marco Rubio già diffuso nei giorni scorsi: la Cpi va smantellata pezzo per pezzo perché è un rischio per la sovranità degli Stati uniti e dei loro alleati. La contestazione giuridica (si fa per dire) è basata sull’esercizio della giurisdizione della Corte anche nei confronti di cittadini, inclusi capi di Stato e di governo, di paesi terzi non parte dello Statuto di Roma approvato nel 1998. Questo, per gli Stati uniti, costituisce una lesione di sovranità, dimenticando di aggiungere che l’articolo 12 dispone che la Corte esercita la giurisdizione nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o se commessi da un cittadino di uno Stato parte, fondandosi così, in via generale, sui criteri di territorialità e di nazionalità attiva. Criteri che sono stati approvati proprio da Stati sovrani che hanno deliberatamente scelto di attribuire alla Corte penale internazionale tale compito. Per un semplice motivo: fare in modo che gli autori di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio non restino impuniti e le vittime, che guardano alla Corte come unica speranza, ottengano giustizia. In ogni caso, la Corte applica il principio di complementarità e, di conseguenza, non è competente laddove uno Stato conduca indagini effettive sui crimini di competenza dell’Aja ma solo se un paese è indisponibile o non in grado di svolgere un procedimento.

L’attacco alla Corte e ai giudici, questa volta, sarà articolato su più fronti: da un lato sul rafforzamento ed espansione delle sanzioni anche verso la stessa struttura della Cpi che di fatto impediranno di accedere a conti bancari, utilizzo di carte di credito, svolgimento di attività online, rischi per l’archiviazione dei documenti, ingresso negli Stati uniti; dall’altro lato, su pressioni indirizzate a Stati parte allo Statuto per spingerli al ritiro dalla Corte. L’appello di Trump è stato definitivo: gli Stati devono ritirarsi.

Il Burundi il primo Paese membro a esercitare il diritto di recesso previsto dall’articolo 127 dello Statuto in base al quale uno Stato parte può notificare al segretario generale dell’Onu di recedere, anche se il recesso ha effetto un anno dopo la data del ricevimento della notifica salvo nei casi in cui non sia indicata una data successiva. Al Burundi sono seguite le Filippine nel 2019. Ritiro che non ha impedito la prosecuzione delle indagini sull’ex presidente Duterte, arrestato per i crimini contro l’umanità commessi nel periodo in cui le Filippine erano ancora parte allo Statuto e ora sotto processo all’Aja. Ora si candidano al ritiro per compiacere o eseguire ordini di Trump, per vantaggi economici o perché privi di sostanziale sovranità, Venezuela, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mali che pure nel 2013 aveva chiesto l’intervento della Corte che aveva processato e condannato Al-Mahdi per la distruzione dei mausolei storici di Timbuktu.

L’Unione europea sta a guardare. Con qualche dichiarazione di sostegno alla Corte, ma senza accogliere la richiesta di applicare il regolamento Ue n. 2271/96 sulla protezione degli effetti extraterritoriali derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un paese terzo.

Nell’immagine: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump interviene durante l’Assemblea Generale dell’Onu