Salario minimo: perché il compromesso è positivo

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

In base al testo dell’iniziativa popolare sul salario minimo sociale, la Costituzione avrebbe dovuto essere completata, aggiungendo alla frase “ogni persona ha diritto a un salario minimo che le assicuri un tenore di vita dignitoso”, che già sta scritta all’art. 13 cpv. 3, la precisazione secondo cui, al netto degli oneri sociali, tale salario non può essere inferiore a quanto riconosciuto dalle prestazioni complementari Avs/Ai per il fabbisogno generale vitale, l’alloggio, l’assicurazione malattia e le spese necessarie al conseguimento del salario. Un principio lineare, che però, dopo un’approvazione popolare tutt’altro che certa, avrebbe dovuto ancora essere precisato nella legge, in tempi del tutto incerti, da una maggioranza parlamentare tendenzialmente contraria all’iniziativa.

L’esperienza indica che nella fase di precisazione i dettagli possono fare grandi differenze, soprattutto se la maggioranza che decide ce l’ha chi non è d’accordo. Per esempio sindacando sulle difficoltà di confronto tra prestazioni sociali e salari, perché le prestazioni sociali considerano il fabbisogno finanziario del nucleo familiare, mentre il salario, essendo la controprestazione del lavoro, non lo può fare. Per esempio sindacando sull’importo di cassa malati da riconoscere, che varia molto se si considera, non senza argomenti validi, solo il quantum effettivamente pagato, ridotto dalla Ripam. Per esempio semplicemente tirando le cose per le lunghe, magari per anni, dilatando molto il tempo delle implementazioni pratiche, come sta accadendo con l’iniziativa 10% sulla stessa Ripam, approvata dal popolo sei mesi fa.

Il compromesso rinuncia alla modifica della Costituzione, ma in cambio ottiene una modifica della legge con tre cambiamenti apprezzabili. Innanzitutto il salario minimo legale, che nel 2019 venne fissato in 19,75-20,25 franchi, dal 2029 aumenterà di 2 franchi, un aumento del 10% in 10 anni, lo stesso 1% medio annuo del rincaro matematico dal 2019 a oggi. In secondo luogo l’indicizzazione di questo dato sarà salvaguardata anche per il periodo transitorio 2027-2029. In terzo luogo le deroghe a favore dei contratti collettivi con salari minimi inferiori a quello legale, oggi ammesse, saranno sostanzialmente soppresse, salvo nei rari casi di comprovata difficoltà aziendale, con però una durata transitoria, una decisione sottoposta ad autorizzazione della maggioranza qualificata della commissione tripartita e soprattutto una procedura pubblica, quindi visibile e criticabile (oggi non è così).

Si poteva ottenere di più? Forse, le certezze le lascio volentieri a chi le ha, ma il risultato a cui si è giunti è buono, se si considera il contesto ticinese con sano realismo, per esempio guardando al risultato dell’iniziativa sul dumping lo scorso 8 marzo, e se si pensa soprattutto a chi l’aumento del salario minimo e le tutele concrete antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche.

Va in ogni caso ricordato che anche dopo il compromesso il principio secondo il quale ogni persona ha diritto a un salario minimo che le assicuri un tenore di vita dignitoso rimarrà nella Costituzione, e che andrà applicato confrontando periodicamente prestazioni sociali e salari, come del resto già si fece nel 2019, al momento del varo della prima Legge sul salario minimo. A me pare pure rilevante osservare che una tale verifica fatta oggi, confrontando il salario minimo legale 2029 del compromesso con i dati delle prestazioni complementari Avs/Ai e l’attesa implementazione del principio del 10% per la Ripam, indica che i due parametri sono sostanzialmente allineati, quindi che anche l’obiettivo principale degli iniziativisti è stato raggiunto.

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: la presentazione dell’iniziativa (dal servizio RSI)


Il film che la SRF non vuole trasmettere

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

Di Gabriela Neuhaus, Infosperber

L’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi creata nel 1949, è tanto indispensabile quanto controversa. Indispensabile perché milioni di persone in Medio Oriente dipendono dal suo sostegno, dai suoi servizi e dalle sue infrastrutture. Controversa perché Israele accusa l’UNRWA di essere il braccio armato di Hamas e cerca con ogni mezzo di distruggere definitivamente l’odiata agenzia.

Ad esempio, con l’accusa che almeno una dozzina di dipendenti dell’UNRWA avrebbero partecipato all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele è riuscito a far sì che numerosi paesi interrompessero i loro pagamenti all’agenzia di soccorso dell’ONU. Tra questi anche la Svizzera. Sebbene indagini imparziali e indipendenti abbiano concluso che non si può parlare di una partecipazione sistematica ai massacri del 7 ottobre 2023, la campagna israeliana ha fatto sì che l’UNRWA sia ancora oggi bollata da molti politici e giornalisti occidentali come un’organizzazione che sostiene il terrorismo.

Questo pregiudizio diffuso, tuttavia, non solo è falso, ma sottovaluta anche l’importanza e il ruolo dell’organizzazione delle Nazioni Unite in una regione dominata da anni da guerre, violenza e insicurezza. Ciò che l’UNRWA ha realizzato e continua a realizzare ancora oggi è illustrato dal documentario «UNRWA – 75 anni di una storia provvisoria» con immagini e interviste di grande impatto. Il film accompagna il pubblico in un viaggio nel tempo attraverso la storia movimentata dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi. Il regista ginevrino Nicolas Wadimoff attinge a un ricco patrimonio di materiale d’archivio che dimostra quanto la fondazione e lo sviluppo dello Stato di Israele, l’espulsione dei palestinesi (Nakba) e l’UNRWA siano indissolubilmente intrecciati.

Inoltre, vengono intervistati numerosi esperti che commentano l’importanza dell’organizzazione nelle diverse fasi della sua esistenza da diverse prospettive. Mentre, ad esempio, la politologa israeliana ed ex deputata della Knesset Einat Wilf critica il fatto che l’identità palestinese e quindi anche il terrorismo palestinese siano prodotti delle scuole dell’UNRWA, lo storico palestinese ed ex ambasciatore presso l’UNESCO Elias Sanbar sottolinea il dilemma fondamentale del conflitto: «È chiaro che gli israeliani vorrebbero che nei nostri libri di storia raccontassimo la loro versione della nostra storia» – cosa che però non potrà mai accadere.

«Il film per il 75° anniversario è stato per me un’occasione unica per trasmettere informazioni sui retroscena dell’UNRWA e per mettere in luce la complessità del tema», afferma Irène Challand.

La storica responsabile del dipartimento documentari della televisione della Svizzera romanda RTS ha seguito il film in qualità di produttrice sin dall’inizio e ha contribuito in modo determinante alla sua realizzazione: «Per me il Medio Oriente è il laboratorio geopolitico del mondo – questo mi ha motivata per tutta la mia vita professionale.» Quando nel 2024 Nicolas Wadimoff, su incarico della trasmissione «Temps présent», ha seguito con la telecamera il direttore svizzero dell’UNRWA Philippe Lazzarini nel suo tour internazionale per salvare l’organizzazione in difficoltà finanziarie, è nata l’idea del film di approfondimento, finanziato in gran parte dalla RTS, dalla SSR e dall’Ufficio federale della cultura. La prima trasmissione è avvenuta nel marzo 2025 su RTS; nello stesso mese il film ha celebrato la sua prima nelle sale in occasione del Festival del cinema sui diritti umani FIFDH a Ginevra. Sono seguite la trasmissione sulla televisione ticinese RSI e una serie di proiezioni cinematografiche seguite da dibattiti, tra l’altro nell’estate del 2025 all’Institut du Monde Arabe di Parigi e nel gennaio 2026 nell’ambito delle Giornate del cinema di Soletta.

La RSI, dal canto suo, ha trasmesso il documentario il 26 maggio 2025 in seconda serata su LA2 [ndr].

Il Röstigraben palestinese

Irène Challand si era impegnata a fondo per la programmazione alle Giornate del cinema di Soletta. Questo perché sperava di portare finalmente il film anche nella Svizzera tedesca. Un’impresa che si è rivelata estremamente ardua. I responsabili della SRF del dipartimento dei documentari a Zurigo avevano respinto definitivamente già un anno fa l’inserimento nel programma del film coprodotto dalla SSR e dalla RTS. Irène Challand: «Pur riconoscendo al film equilibrio e un alto contenuto informativo, hanno comunque rifiutato di trasmetterlo, adducendo come motivazione che il pubblico della Svizzera tedesca non era interessato a questo tema.»

Il rifiuto di programmare il film mostra qualcosa che si osserva già da tempo, afferma Irène Challand: «Nella Svizzera romanda si è più sensibili e si ha un approccio differenziato a temi come il diritto internazionale o le Convenzioni di Ginevra. Si è più vicini alla Ginevra internazionale, mentre nella Svizzera tedesca giocano un ruolo gli interessi economici e politici.» Già in passato, inoltre, aveva constatato più volte, secondo la produttrice che vanta ottimi contatti nel settore televisivo e cinematografico, quanto fosse grande in Svizzera tedesca la paura di commettere un passo falso riguardo a Israele e Palestina e di finire nel fuoco incrociato delle potenti organizzazioni della lobby israeliana.

Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui anche i distributori e gli esercenti cinematografici della Svizzera tedesca preferiscono stare alla larga dal film sull’UNRWA: dopo le iniziali manifestazioni di interesse in occasione della presentazione a Soletta davanti a una sala gremita, la maggior parte di loro si sarebbe ritirata, constata Challand con rammarico. Per rendere comunque accessibile a un pubblico più ampio in Svizzera tedesca il documentario sulla storia dell’UNRWA, l’associazione Swiss Humanity, che si impegna a rafforzare i valori umanitari della Svizzera nello spirito delle Convenzioni di Ginevra, ha dovuto affittare sale cinematografiche a Basilea e Zurigo per consentire proiezioni seguite da una tavola rotonda tra la Saane e il Lago di Costanza. L’unico cinema che può essere considerato almeno in parte parte della Svizzera tedesca, il Filmpodium di Bienne, ha inserito il film nel suo programma.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: un fotogramma del documentario


Coloni senza freni: uccisi due palestinesi ad Al Mughayyir

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Aws Al Naasan aveva sette anni quando rimase orfano. Il padre Hamdi, nel 2019, venne ucciso da colpi d’arma da fuoco sparati da soldati. «Come Hamdi, anche Aws ora è un martire nella gloria di Dio», dicevano ieri ai giornalisti alcuni dei partecipanti ai funerali del ragazzo quattordicenne e di un giovane, Jihad Abu Naim, 32 anni. Entrambi sono stati colpiti alla testa da proiettili di armi automatiche. Testimoni puntano il dito contro gruppi di mitnachalim, gli «eredi della terra», come in Israele vengono chiamati i coloni israeliani. Dopo aver tentato l’ennesima irruzione ad Al Mughayyir (Ramallah), di fronte alla reazione del villaggio, i coloni hanno fatto fuoco contro un gruppo di abitanti nei pressi della scuola, uccidendo Aws e Jihad. Qualche ora prima, Muhammad al Jaabari, 16 anni, era stato investito e ucciso da un’auto di coloni mentre andava in bicicletta nei pressi di Hebron. Un incidente, ha detto qualcuno, ma dall’auto nessuno è sceso a prestare soccorso al ragazzo. Il bilancio delle ultime ore è stato aggravato dalla morte, dopo due anni trascorsi in un letto d’ospedale, di Rajaa Bitawi, 49 anni, ferita gravemente nel 2024 a Jenin da colpi esplosi da militari israeliani.

Aboud, un testimone dell’accaduto, ha riferito a un giornale locale che i coloni sono arrivati ad Al Mughayyir dall’avamposto coloniale di Or Nachman. «Alcune persone hanno dato l’allarme e urlato agli israeliani di allontanarsi, di lasciare il villaggio, ma i coloni hanno puntato le armi contro di loro e fatto fuoco», ha detto, aggiungendo che erano presenti anche soldati. Secondo l’associazione per i diritti umani Al-Baydar, alcuni coloni indossavano uniformi dell’esercito e il raid ad Al Mughayyir era finalizzato a impedire ai contadini palestinesi di raggiungere i campi coltivati di Wadi Ammar, un’area di cui i mitnachalim intenderebbero prendere il controllo. Con la morte di Aws Al Naasan e Jihad Abu Naim, è salito ad almeno 10 il numero dei palestinesi uccisi da coloni israeliani da quando, il 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. All’ombra della guerra nella regione, i cosiddetti «giovani delle colline» hanno intensificato le incursioni in villaggi e piccole comunità isolate di beduini nella fascia orientale della Cisgiordania, tra Nablus, Ramallah, le alture a sud di Hebron e nella Valle del Giordano. L’intento è cacciare via i palestinesi per favorire la costruzione di altre colonie. Danno fuoco alle auto, alle stalle e, sempre più spesso, anche alle case. E tengono sempre il dito sul grilletto, pronti a sparare.

Al Mughayyir è tra i villaggi più presi di mira. La resilienza della sua popolazione non poche volte è stata punita con giorni di coprifuoco. Tre giorni fa i coloni avevano fatto irruzione in un ovile ai margini del villaggio e rubato 70 pecore. Gli abitanti, accortisi del furto, hanno cercato di inseguirli, ma sono stati fermati da spari partiti da Or Nachman. Testimoni raccontano che, poche ore dopo, forze militari e di polizia hanno fatto irruzione ad Al Mughayyir per scortare Amishav Malt, fondatore e capo di Or Nachman. Malt è entrato in un ovile per prendere altre pecore, sostenendo che erano le sue. Accusare i palestinesi di furto di pecore è la tattica utilizzata dai coloni per giustificare le loro azioni, e soldati e polizia li aiutano a «recuperarle». In serata ha provato a entrare nel villaggio con le stesse intenzioni anche Neria Ben Pazi, fondatore dell’avamposto di Wadi al-Siq e noto per le sue violenze. Ben Pazi è stato soggetto, durante l’Amministrazione Biden, a sanzioni statunitensi poi revocate da Trump. Nel suo ultimo rapporto, la Commissione per la resistenza al Muro e agli Insediamenti ha scritto che i coloni hanno compiuto, a marzo, 497 raid contro palestinesi e le loro proprietà. Dall’ottobre 2023, gli attacchi dell’esercito e dei coloni in Cisgiordania hanno ucciso almeno 1.149 palestinesi e ferito 11.750 persone. Altri 22.000 sono stati arrestati.

Un altro rapporto, del West Bank Protection Consortium (Wbpc), guidato dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati, rivela che i coloni israeliani sono sempre più spesso responsabili di molestie e abusi sessuali contro i palestinesi nell’Area C della Cisgiordania, per spingerli ad abbandonare terre e case. L’inchiesta, condotta lo scorso anno e realizzata grazie a decine di interviste, documenta almeno 16 casi di violenza sessuale attribuiti a coloni e anche a soldati israeliani. Oltre il 70% delle famiglie sfollate intervistate ha indicato nelle minacce di abusi sessuali il fattore determinante nella decisione di fuggire. Adulti e ragazzi hanno denunciato di essere stati spogliati con la forza, umiliati sessualmente e sottoposti a trattamenti degradanti. «Il nostro rapporto documenta come gli autori di questi crimini prendano di mira donne, uomini e bambini in modi che danneggiano le famiglie e privano le comunità della capacità di sopravvivere. L’abuso sessuale non è un episodio isolato: è un fattore chiave che spinge le persone a fuggire dalle proprie case. Le donne riportano tassi elevati di grave disagio psicologico, insieme a paura persistente e instabilità dopo il reinsediamento», denuncia Allegra Pacheco, responsabile del Wbpc.

A Gaza, intanto, aumentano i raid compiuti nelle aree vicine alla linea gialla di demarcazione da milizie collaborazioniste palestinesi, armate e sostenute dall’esercito israeliano che occupa il 53% della Striscia. Testimoni hanno riferito di jeep con a bordo uomini di Husam al Astal (altri parlano di Ghassan al Dahini, il successore di Yasser Abu Shabab ucciso nei mesi scorsi) che lunedì, dopo aver compiuto scorribande tra Khan Yunis, Bani Suheila e Mawasi, si sono scontrati con le forze di Hamas. Nelle sparatorie è stata uccisa Rasha Abu Jazar, 36 anni, incinta, che preparando da mangiare in una tenda. Secondo un’altra versione è stata colpita da un drone intervenuto per coprire la ritirata ai miliziani. Altri due palestinesi sono stati uccisi da spari israeliani in altre località di Gaza.

Nell’immagine: un gruppo di coloni israeliani attacca il villaggio palestinese di Turmus Ayya


Il Tycoon ha ridotto le sue pretese. Ma così i Pasdaran giocano al rialzo

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

Nathalie Tocci, La Stampa

Tra le righe delle minacce e il frenetico susseguirsi di post a ogni ora del giorno – e soprattutto della notte – traspare il disperato desiderio di Donald Trump di raggiungere un accordo che ponga fine alla guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Eppure, sono proprio le parole del presidente americano e la sua evidente incapacità di comprendere le dinamiche di Teheran a rendere questo obiettivo difficile da realizzare.

Con il cessate il fuoco in Iran, seguito da quello in Libano, e il tentativo di concludere con successo una trattativa tra Washington e Teheran a Islamabad, Trump ha agito nella convinzione che un accordo più vantaggioso per gli Stati Uniti sarebbe stato possibile solo alzando la posta in gioco. Lo ha fatto probabilmente perché sa – nonostante le sue dichiarazioni contrarie – che i parametri di un possibile compromesso sono oggi molto meno favorevoli rispetto a quelli di inizio anno, prima dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele, quando le parti negoziavano a Ginevra.

All’inizio del 2026, Washington sosteneva di non voler cedere di un millimetro dalle proprie richieste: azzeramento dell’arricchimento di uranio, fine del programma missilistico iraniano e interruzione del sostegno alle milizie filo-iraniane. A queste pretese si aggiungeva l’implicita minaccia di un cambio di regime a Teheran, sullo sfondo delle proteste brutalmente represse dall’apparato di sicurezza iraniano. Si trattava, in realtà, di posizioni massimaliste che, unite alla mobilitazione militare statunitense nel Golfo, lasciavano trasparire la malafede della consueta coppia di negoziatori di Trump – l’inviato Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner – a Ginevra. Ma, a prescindere dalle reali intenzioni della Casa Bianca, quelle erano le richieste sul tavolo.

A Islamabad, invece, non si parla più di missili iraniani né di milizie. Il cambio di regime a Teheran è fuori discussione. Si discute di un limite temporale all’arricchimento dell’uranio: l’Iran spinge per un tetto di cinque anni, gli Stati Uniti ne vorrebbero venti o più. Si negozia anche sui famosi 440 chili di uranio arricchito a una percentuale tale da permettere la costruzione di diversi ordigni nucleari – che Trump volutamente sminuisce definendoli «polvere nucleare» – con l’Iran che insiste per una diluizione a percentuali compatibili con un programma civile, mentre Washington ne pretenderebbe la rimozione dal Paese.

Anche qualora si raggiungesse un’intesa sul nucleare più vicina alle posizioni statunitensi che a quelle iraniane, i parametri non sarebbero sostanzialmente diversi da quelli dell’accordo del 2015, proprio quello vituperato e poi demolito da Trump. Infine, si discute della riapertura dello Stretto di Hormuz e di un eventuale sistema di pedaggio a beneficio dell’Iran, una questione del tutto assente a gennaio, quando lo Stretto era perfettamente aperto e che Trump ha innescato con la sua guerra. Anche in questo caso, è difficile immaginare che un’eventuale intesa non preveda concessioni all’Iran su Hormuz, impensabili prima del conflitto.

In sintesi: Trump desidera disperatamente un accordo, ma l’unico compromesso disponibile è assai meno vantaggioso per Washington rispetto a quello che avrebbe potuto ottenere prima della guerra. Un fallimento strategico sotto ogni punto di vista.

Se in qualche misura anche Trump lo intuisce, ciò spiegherebbe perché, tanto più si fa disperato il suo desiderio di pace, tanto più risponde alzando la posta in gioco. Al blocco iraniano di Hormuz ha replicato con un controblocco statunitense. Con la scadenza del cessate il fuoco temporaneo in Iran sono riemerse le minacce del presidente di colpire infrastrutture civili nel Paese, configurando possibili crimini di guerra. E non mancano i post in cui Trump sottolinea la debolezza dell’Iran, palesemente per mascherare la propria. La tregua in Libano, nel frattempo, è la dimostrazione inaspettata proprio di quella debolezza.

Quando, due settimane fa, fu annunciata la tregua temporanea in Iran e Israele tentò di mandare tutto all’aria uccidendo oltre 350 libanesi, Trump si era mostrato ancora una volta condiscendente nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma quando l’Iran pose paletti chiari, rifiutandosi di riaprire Hormuz senza un cessate il fuoco anche in Libano, Trump fu costretto a imporre a Netanyahu uno stop. Gli Stati Uniti attivarono poi il controblocco a Hormuz, e il braccio di ferro nello Stretto continua. Gli iraniani, però, sono convinti non solo di avere una soglia del dolore più alta di quella statunitense, ma di avere ancora carte da giocare, soprattutto quella della chiusura dello Stretto di Bab al-Mandeb, nel Mar Rosso, da parte degli Houthi.

Le mosse di escalation degli Stati Uniti hanno finora innescato soltanto un ulteriore circolo vizioso di escalation iraniana. E nonostante la propria inferiorità militare, il regime di Teheran continua ad agire con l’apparente convinzione di essere più resiliente di Washington.

Mentre leggete queste parole, la trattativa a Islamabad potrebbe essere nuovamente naufragata con la ripresa della guerra, oppure il cessate il fuoco potrebbe essere stato prorogato e il negoziato potrebbe proseguire. Dipende da chi avrà la meglio: il disperato desiderio di Trump di porre fine al conflitto, o le sue tattiche autolesionistiche che ne alimentano la continuazione.


Parsi: “Le offese volgari a Meloni provano che Putin e Trump sono alleati”

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

Di Francesco Bei, La Repubblica

Vittorio Emanuele Parsi, politologo e docente di relazioni internazionali alla Cattolica, è in uscita oggi con il suo nuovo libro “Contro gli Imperi, il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale”. Un saggio in cui si analizza il disordine mondiale causato da Trump e Putin.

Professore, ha visto il video del propagandista del Cremlino Solovyev?

«Sì, insulti molto pesanti anche per lo standard scurrile della propaganda russa. Un attacco volgare, violento, sessista: non si può che essere solidali con la presidente del Consiglio».

Colpisce che questi attacchi da Mosca arrivino proprio nel momento della rottura tra Meloni e Trump. Solo un caso?

«Per Putin, Trump è un alleato di fatto, lo vediamo nella finta trattativa sulla pace in Ucraina, nella sospensione delle sanzioni alla Russia. Il sottrarsi di Meloni all’abbraccio di Trump, che l’aveva vista fino a quel momento molto docile e condiscendente, è stato giudicato da Mosca un tradimento non solo della Casa Bianca ma anche degli interessi russi».

Cosa ci dice questo riposizionamento?

«Ci fa comprendere la visione di Netanyahu, Trump e Putin dell’ordine internazionale. Gli attori che ancora cercano di conformarsi a un ordine liberale, come i Paesi dell’Unione Europea, sono il nemico e i loro leader devono essere politicamente massacrati».

Sul terreno, al di là della propaganda russa, la situazione è invece di stallo, se non addirittura di difficoltà crescenti di Mosca. Anche questo incide?

«Se gli Stati Uniti nel 2003, dopo quattro anni passati dall’invasione dell’Iraq, fossero stati ancora inchiodati a Falluja, chi diavolo avrebbe sostenuto che stavano vincendo la guerra? Non si capisce in base a quale criterio considerare vincente una potenza nucleare che, con un esercito gigantesco, attacca un Paese indifeso e dopo quattro anni è ancora lì ferma, bloccata dall’eroismo di questo popolo».

Ma l’Ucraina non sta vincendo…

«La verità è che la Russia non riesce a conseguire gli obiettivi per cui ha scatenato questa guerra infame. È questo il motivo per cui noi non possiamo prendere in considerazione l’ipotesi di sospendere le sanzioni o di acquistare gas o petrolio dalla Russia. Non è cambiato niente, anzi. La Russia sta colpendo in maniera sempre più selvaggia infrastrutture, ospedali, ferrovie, i centri residenziali e quindi non è proprio questo il momento di fare un passo del genere».

In questa situazione di rialzo dei prezzi alla pompa si moltiplicano le voci — da Descalzi a politici come Salvini e Conte — che chiedono di ricominciare a comprare il gas dalla Russia. Teme che Meloni si possa discostare dalla linea pro Ucraina tenuta finora?

«Non lo credo possibile. Anche perché, essendo stata scaricata da Trump in maniera brutale, l’unica membership attiva, calda ed efficace che le è rimasta è quella europea. Non a caso Meloni finalmente è andata di persona alla riunione di Parigi con gli altri capi di governo».

Nell’immagine: Vladimir Solovyev, il “propagandista-in-capo” russo, ha ricoperto Giorgia Meloni di insulti.


Sánchez ritenta l’impresa impossibile: porre fine all’accordo tra Ue e Israele

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

Di Andrea Valdambrini, il manifesto

Dalla Spagna arriva un forte appello per sospendere l’accordo di associazione Ue-Israele, mentre l’Alta rappresentante agli esteri, Kaja Kallas, apre a sanzioni contro i coloni israeliani in Cisgiordania. Dalle organizzazioni della società civile – che hanno raccolto oltre un milione di firme per l’iniziativa dei cittadini europei Justice for Palestine – aumenta la pressione affinché l’Ue non sia più complice dei crimini di Israele in Palestina e Libano.

OGGI IN LUSSEMBURGO si riunisce il Consiglio dei ministri degli esteri dei 27, con il tema dei rapporti tra Ue e Israele di nuovo all’ordine del giorno. La spinta arriva dal premier spagnolo Pedro Sánchez, che domenica, dal palco dell’internazionale progressista, ha tuonato contro le violazioni dei diritti umani da parte di Netanyahu: «Un governo che viola il diritto internazionale e di conseguenza i valori fondamentali Ue non può essere nostro partner», ha affermato il leader socialista.

Insieme a Madrid, Irlanda e Slovenia hanno siglato la lettera indirizzata a Kallas. A lei, che presiederà il meeting di oggi, le tre capitali esprimono profonda preoccupazione per le ultime mosse di Tel Aviv, tra violenze sui civili in Libano e reintroduzione della pena di morte riservata ai palestinesi. «L’Ue deve fare di tutto per porre fine a queste violazioni», ha ribadito in vista del Consiglio Ue il capo della diplomazia di Madrid, José Manuel Albares.

I ministri degli esteri si troveranno sul tavolo le varie opzioni che circolano da tempo senza mai concretizzarsi. La sospensione piena del partenariato Ue-Israele richiede l’unanimità per essere approvata, ed è di fatto impossibile da raggiungere. Il governo spagnolo ne è consapevole, ma ne fa giustamente materia di battaglia politica. Lo sa anche Kallas, che alla vigilia del vertice ha fatto intravedere la possibilità di «misure alternative» per fare pressione su Israele: c’è l’opzione di revocare la sola parte commerciale dell’accordo Ue-Israele, che potrebbe passare a maggioranza dei due terzi.

Come per la sospensione totale, anche in questo caso si rischia il deja vu: la proposta di revoca degli accordi commerciali è stata già sottoposta al Consiglio senza ottenere il via libera a causa dell’opposizione di Germania e Italia, i cui numeri sono sufficienti per bloccare tutto. Dal gruppo Left all’Europarlamento arriva un richiamo diretto a Roma e Berlino e l’avvertimento che la posta in gioco reale non prevede mezze misure: «Qualsiasi cosa che non sia la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele sarebbe un atto di profonda codardia morale dal quale l’Ue potrebbe non riprendersi mai», ammonisce l’eurodeputata Left Lynn Boylan.

LA NOVITÀ POTREBBE invece arrivare dalle sanzioni contro coloni violenti in Cisgiordania. Anche su questo si decide all’unanimità. Berlino e Roma non si oppongono, è stata finora Budapest a mettere il veto in nome dell’alleanza con il premier israeliano. Sconfitto Orbán, il suo governo rimane formalmente in carica fino a maggio, ma il premier in pectore Peter Magyar ha già dichiarato che non ostacolerà provvedimenti contro Tel Aviv nel caso di consenso unanime degli altri 26 paesi Ue (ieri ha anche detto, senza nominare Netanyahu, che procederà all’arresto di ricercati dalla Corte penale internazionale).

A favorire il cambio di passo si aggiunge l’iniziativa congiunta di Francia e Svezia per adottare nuove misure contro gli insediamenti in West Bank. I dazi sulle esportazioni dai territori occupati sono necessari, sottolinea il documento di Parigi e Stoccolma: gli insediamenti restano fuori dall’ambito di applicazione dell’accordo Ue-Israele.

Nell’immagine: Pedro Sanchez

 


Bergoglio, l’argentino modesto che ha sorpreso il mondo

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

Di Franco Garelli, La Repubblica

È stato un grande papa, Francesco, un papa “fuori squadra”, a cominciare dal nome che nessun suo predecessore ha mai osato indossare.

Imprevisto e imprevedibile, si sono rivelati, sin da subito gli aggettivi più azzeccati. Ma la sua estrosità/estroversione ecclesiale gli è valsa nel tempo ben altre etichette, come il fatto di essere un papa comunista o populista o peronista, da parte di chi voleva segnalare i limiti di una figura comunque poliedrica. Ma l’accusa più equivoca è forse quella circolata in America Latina nei giorni della sua elezione, visto che un quotidiano colombiano l’ha presentato al mondo con i termini: «Argentino, modesto». Dunque un titolo a tutta pagina riduttivo, che insinuava il dubbio di che cosa la Chiesa e il mondo intero potessero attendersi da un papa figlio di una terra periferica, attestando una subalternità culturale e umana che sa di colonialismo.

E invece, proprio «l’Argentino, modesto» è stato una delle figure che nella nostra epoca più ha sorpreso la cattolicità e il mondo. Non solo perché si è caricato sulle spalle una Chiesa che stava vivendo il dramma delle dimissioni di Benedetto XVI, ma in quanto è stato il simbolo di un nuovo corso della cristianità. L’elezione di Bergoglio ha infatti reso evidente che da tempo il cristianesimo si sta ricentrando nel Sud del mondo (in America Latina, in Africa e in prospettiva in Asia), aree e Paesi ricchi di novità e di risorse umane e spirituali, che chiedono dunque di ribaltare (sia nel campo religioso che in quello umanitario) l’antico rapporto centro/periferia.

Francesco è stato l’emblema di questo nuovo segno dei tempi. Nei suoi viaggi, anzitutto, che non hanno privilegiato i grandi Paesi cattolici, ma toccato le terre più remote e difficili, dove nessuno vuole andare. Nell’affermare che la fede cristiana può essere una risorsa di senso anche per quell’Occidente che tende più a valorizzarla come un argomento “da salotto” che come un principio di vita. Nel proporre una Chiesa che ritrova se stessa se si fa ospedale da campo, agisce più come madre che come giudice, è più attenta alle ragioni degli ultimi che alle logiche del palazzo, non divide le persone tra regolari e irregolari. E ancora nel promuovere a livello planetario un cartello di fedi religiose che danno il meglio di sé nel far sì che non vi siano più scarti né umani, né ambientali; e nel richiamare i grandi della Terra alle loro enormi responsabilità. Tutti aspetti che proprio di questi tempi Prevost ribadisce con grande slancio e nuove motivazioni.

«Francesco, modesto» ha certamente avuto i suoi limiti, in parte umorali, in parte legati alla riforma di una Chiesa più annunciata e sperata che di fatto realizzata. Ma è il destino di ogni profeta aprire varchi, abbattere steccati, fare dell’utopia una ragione di crescita dell’umanità.


Addio Morris, gridò che la scimmia è nuda

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

Di Marino Niola, La Repubblica

L’uomo è una scimmia nuda o è la scimmia a essere un uomo peloso? È la grande domanda che ci lascia Desmond Morris, il celebre etologo che ci ha insegnato a conoscere i segreti dell’animale uomo. Era nato nel 1928 a Purton nel Wiltshire ed è scomparso ieri a Naas, in Irlanda, all’età di 98 anni. Oltre che insigne scienziato, Morris è stato un grande divulgatore. Ed è questo a fare la differenza tra la sua figura estrosa e poliedrica e quella di grandi studiosi del mondo animale la cui opera ha circolato soprattutto fra gli specialisti. È il caso di Jane Goodall, conosciuta per i suoi studi sugli scimpanzé. O dell’olandese Frans de Waal, passato alla storia per le sue ricerche sull’intelligenza dei primati. O di quello che si può considerare il maestro di Desmond Morris, il Nobel Niko Tinbergen, anche lui olandese e famosissimo per le sue indagini sul comportamento di uccelli come il gabbiano e di pesci come lo spinarello. E proprio con una tesi sulle abitudini riproduttive dello spinarello, Desmond ottenne il dottorato a Oxford nel 1954 sotto la guida di Tinbergen.

In realtà la fama di Morris presso il grande pubblico è stata molto superiore a quella dei suoi predecessori o maestri. E questo grazie soprattutto alla sua curiosità onnivora, alla sua irriverenza che lo portava spesso a travalicare gli steccati disciplinari con risultati spiazzanti e provocatori. E anche alla sua vena artistica e letteraria, grazie alla quale ha fatto dell’etologia un sapere diffuso, un modo di vedere e di sentire il nostro rapporto con le altre specie viventi entrato nel sentiment collettivo. «Noi non siamo fratelli degli animali, siamo animali», diceva spesso andando quindi al di là di quel confine che nel senso comune separa ancora i due regni. Lo aveva ripetuto di recente nel marzo dell’anno scorso su questo giornale a Claudia Morgoglione che lo aveva intervistato su La scimmietta nuda, un libro per ragazzi uscito in edizione italiana da Bompiani che faceva il verso al suo libro più famoso.

The Naked Ape, Morris lo aveva scritto nel 1967 cedendo alle insistenze dell’editore al quale nel corso di una cena aveva parlato del progetto di un libro sul comportamento dell’animale umano visto alla stregua di un primate. L’editore si invaghì dell’idea. E tampinò Morris finché non ebbe tra le mani il manoscritto. Appena il tempo di scorrere le prime pagine, e gli telefonò per dirgli: «Desmond, questo testo ti cambierà la vita». «Non gli credetti – racconta Morris – ma dopo venti milioni di copie e di traduzioni in tutte le lingue ho dovuto ammettere di aver avuto torto». In realtà La scimmia nuda, uscito in Italia da Bompiani nel 1968, non è stato solo un boom editoriale. Ma un modo diverso di vedere l’analogia tra cultura e natura, umano e animale. L’autore sosteneva infatti che l’uomo, l’unica scimmia priva di pelo, ha comportamenti simili a quelli degli altri primati.

Insomma, Desmond Morris rovesciava con sottigliezza non priva di ironia il presupposto antropocentrico presente nell’evoluzionismo che vede nella scimmia l’uomo futuro. Mentre lo zoologo inglese invitava a scorgere nell’uomo la scimmia presente. Ignorare la nostra natura animale ci impedisce di comprendere fino in fondo le ragioni profonde che determinano le nostre condotte individuali e sociali. Del resto, amava ripetere, abbiamo trascorso qualche milione di anni evolvendoci come animali tribali e lo siamo ancora oggi, anche se viviamo nelle metropoli e usiamo strumenti digitali.

E proprio al tribalismo contemporaneo nel 1981 Morris aveva dedicato un altro bestseller come La tribù del calcio, pubblicata in italiano da Mondadori, in cui leggeva con gli strumenti dell’etologia incontri, scontri e rituali che fanno del calcio una sublimazione della guerra, una traduzione ludica delle contrapposizioni tribali.

In realtà la scimmia, nuda o vestita che sia, non è capace solo di aggressività. Ma anche di arte e di poesia. Un’altra affermazione provocatoria che costò a Morris molte critiche è quella secondo cui l’arte non è una esclusiva umana. Lo dimostrò nel 1956 quando allungò un foglio e una matita a Congo, un giovane scimpanzé. Che apprese ben presto il meccanismo del disegno e della pittura e arrivò a dipingere opere di successo. Quando Salvador Dalí vide i quadri del primate esclamò: «La mano di Congo è quasi umana, quella di Jackson Pollock è del tutto animale». Come dargli torto?

Il successo dell’artista quadrumane fu tale che nel 1957 lo stesso Morris curò un’esposizione di lavori realizzati da artisti scimpanzé all’Institute of Contemporary Arts di Londra. Anche Picasso fu un fan di Congo, al punto da comprare uno dei suoi quadri. E una volta che un giornalista fece dell’ironia sulla somiglianza tra le opere cubiste e quelle di Congo, come a dire che in entrambi i casi si trattava di tele imbrattate, l’autore di Guernica reagì mordendogli la mano. Era la miglior dimostrazione che Morris aveva visto giusto.

Nell’immagine: la scimmia e Desmond Morris


Un passo dopo l’altro, contro la rassegnazione. Invito a camminare per i diritti

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

Come osserva lo storico Antoine de Baecque, il camminare è un atto che rallenta il tempo, obbliga a pensare e restituisce profondità all’esperienza. In un mondo dominato dall’urgenza e dalla reazione immediata, il passo umano introduce una misura diversa: più lenta, più consapevole, più responsabile. Camminare insieme significa anche esporsi, condividere uno spazio, riconoscersi reciprocamente. Anche per questo le marce collettive possono essere strumenti potenti: ci permettono di ancorarci a noi stessi e a ciò che ci circonda. E ci ricordano che siamo in molte e molti a non essere indifferenti.

Si cammina assieme perché l’indignazione è tale da non consentire di restare in stasi, immobili. Si cammina assieme per trasformare l’indignazione in azione concreta. Quando i diritti vengono calpestati, quando la pace è svilita, quando l’umanità è ridotta a merce di scambio e la terra a semplice risorsa da sfruttare, il corpo non può restare fermo: si mette in movimento. La storia del Novecento – segnata dalle devastazioni delle guerre mondiali – ha visto i movimenti occupare lo spazio pubblico per opporsi ai conflitti e rivendicare il dialogo, trasformando il cammino collettivo in una forma di protesta visibile, insistente, irriducibile al silenzio.

In certi momenti non si può non marciare: perché restare fermi significherebbe adeguarsi, assuefarsi alla violenza, al dominio, alla prepotenza. Marciare è allora una dichiarazione fisica contro l’inaccettabile. È accaduto nelle grandi mobilitazioni pacifiste del secondo dopoguerra, nelle marce per i diritti civili, nelle manifestazioni contro la guerra e per la giustizia sociale, dove il movimento dei corpi ha reso evidente ciò che la parola, da sola, non riusciva più a contenere.

Camminare significa non restare spettatori passivi di fronte ai conflitti, ma tradurre l’indignazione in presenza concreta; significa interrogarsi sul proprio ruolo in un mondo che sembra sfuggire; significa rallentare non per rinunciare all’urgenza, ma per renderla più precisa, più consapevole, più incisiva. Le marce non risolvono da sole le contraddizioni del mondo, ma rompono il silenzio, incrinano la rassegnazione, costruiscono legami, rendono visibile una volontà collettiva che altrimenti resterebbe dispersa.

Camminare assieme, allora, è anche questo: sottrarsi all’indifferenza. È un gesto semplice, accessibile, ma politicamente e umanamente significativo. Un passo dopo l’altro, contro la rassegnazione.


Se i massacri in Libano diventano le medaglie della Grande Israele

Soprattutto se si pensa a chi l’aumento e le tutele antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche – Di Manuele Bertoli 

Di Anna Foa, La Stampa

Mentre continuano le trattative fra Stati Uniti e Iran e mentre lo Stretto di Hormuz viene alternativamente chiuso e riaperto, il Libano sembra essere diventato il luogo principale del conflitto, almeno sul fronte israeliano. Dal 17 aprile è in atto una tregua di dieci giorni con il Libano, imposta da Trump a un Netanyahu come sempre riluttante a trattar tregue. Con il suo solito fair play, Trump ha comunicato di aver «proibito» a Israele di continuare a bombardare il Libano, modalità che non è piaciuta a Bibi, ma certamente nemmeno agli israeliani, ostili a qualsiasi accenno a una limitazione della loro sovranità.

Secondo sondaggi dell’Università di Tel Aviv, il 61% degli israeliani appoggia il proseguimento della guerra in corso con il Libano. A supportare questa alta percentuale di sostegno alla guerra sono gli attacchi degli Hezbollah sul Nord di Israele, che hanno fatto migliaia di sfollati nella zona di frontiera, anche se non sembra che con i suoi attacchi Israele sia riuscito a sconfiggerli definitivamente.

Minore sembra essere oggi in Israele l’appoggio alla guerra all’Iran, dopo la prima settimana in cui Israele credeva, con l’appoggio degli Usa, di potersi finalmente sbarazzare del suo maggiore nemico.

La tregua con il Libano appare quanto mai fragile, ed è stata già violata da ambo le parti, fra l’altro con l’attacco, probabilmente da parte degli Hezbollah, a un convoglio dell’Unifil, con la morte di un militare francese. Che Israele si opponga alla tregua e alle stesse trattative è stato d’altronde drammaticamente affermato con il terribile bombardamento israeliano che, il giorno stesso in cui entrava in vigore la tregua con l’Iran, ha fatto nello spazio di pochi minuti oltre trecento morti nel Sud del Libano. Morti per lo più civili, molti in quartieri cristiani non presidiati dagli Hezbollah: un sanguinoso segnale di voler continuare la guerra.

Una guerra che Israele combatte sue due fronti. L’uno, interno, è quello elettorale, quello delle elezioni dell’autunno, dato il favore verso la guerra della maggioranza degli israeliani. La maggior parte degli stessi leaders dell’opposizione è contraria a fermare i combattimenti senza aver distrutto Hezbollah. Continuano, come ogni sabato, le manifestazioni dei movimenti pacifisti e degli attivisti contro la guerra, che crescono di ampiezza e intensità e che coinvolgono anche una crescente opposizione alla tragica situazione in Cisgiordania. In questo contesto, Gaza sembra dimenticata, anche se la sua situazione continua ad essere gravissima.

L’altro fronte è quello più propriamente bellico. Il ministro della difesa Katz prospetta una strategia militare simile a quella attuata a Gaza. Il che vuol dire, come è noto, distruzioni sistematiche del territorio, uccisioni di civili senza limiti, annessione di una parte del territorio, in questo caso la parte a Sud del fiume Litani, colpita pesantemente nei recenti bombardamenti. In sostanza, ciò che già per Gaza è sotto giudizio di fronte alla giustizia internazionale come «genocidio», «crimine di guerra», «crimine contro l’umanità». Nel frattempo, nelle zone bombardate l’Idf ha messo in funzione decine di ruspe per abbattere ciò che resta delle macerie, approfittando del fatto che Trump ha proibito i bombardamenti, non le ruspe. L’intento dichiarato è quello di impedire il ritorno dei profughi e di annettere in una forma o nell’altra la parte meridionale del Libano.

Come reagirà l’opposizione israeliana, non gli attivisti impegnati sui tanti fronti, ma i politici, coloro che si propongono come successori di questo governo? Vorranno differenziarsi dai vari Katz e Ben Gvir anche dal punto di vista umano, etico, o lo faranno solo distinguendosi sui risultati che potrebbero ottenere per la sicurezza? Si proporranno cioè soprattutto di rendere le operazioni militari più efficaci, dal momento che oggi non hanno raggiunto il loro obiettivo?

Nel 1982, durante la guerra del Libano, si verificò in Libano il terribile massacro di Sabra e Chatila, un campo profughi palestinese, in cui l’Idf aiutò i falangisti libanesi autori del massacro. Ma questo portò ad un sussulto civile e morale del Paese, con grandi manifestazioni di protesta nelle piazze.

Anche la diaspora ebraica protestò, manifestò, si schierò contro il governo. Nel 1983, una commissione d’inchiesta della Corte Suprema attribuì a Sharon, allora ministro della difesa, la responsabilità indiretta del massacro e lo spinse a dimettersi. Anche il primo ministro Begin si dimise non molto tempo dopo. Oggi, nulla di tutto questo è possibile, i massacri sono sventolati come medaglie, la Grande Israele è dietro l’angolo. E l’opposizione in maggioranza tace.

Nell’immagine: Libano, dopo il cessate il fuoco si contano i danni: la devastazione nel villaggio di Debbine