Tra i Maga s’insinua la teoria del complotto: “Falso l’attentato a Donald Trump in Pennsylvania”

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Massimo Basile, La Repubblica

A quasi due anni e mezzo dall’attentato contro Donald Trump durante un comizio a Butler, in Pennsylvania, una delle voci storiche del trumpismo ha rotto il fronte e aperto un nuovo terreno di scontro interno.

L’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, in rotta col tycoon, ha rilanciato i dubbi della base Maga e ha chiesto al presidente degli Stati Uniti di fare chiarezza sull’episodio chiave della campagna elettorale del 2024: l’attentato in cui Trump rimase ferito al lobo dell’orecchio, mentre un suo sostenitore morì. Il killer, Thomas Matthew Crooks, 20 anni, sdraiato sul tetto di un edificio a trecento metri di distanza dal palco, fu ucciso dai cecchini del Secret Service.

Molti considerano quell’episodio la svolta che portò Trump a risalire nei sondaggi e a conquistare per la seconda volta la Casa Bianca. Fin da subito i complottisti avevano seminato dubbi, a cominciare dalle poche informazioni sulla ferita del presidente, coperta da una enorme garza, poi tolta giorni dopo senza che sulla cartilagine dell’orecchio fosse rimasta traccia. Inoltre, era apparso strano il comportamento degli agenti del Secret Service: non erano intervenuti per fermare il killer, nonostante la gente ne avesse segnalato la presenza, e subito dopo l’esplosione del primo colpo gli agenti non avevano spinto a terra il tycoon, per proteggerlo, ma si erano abbassati loro, dandogli la possibilità di ergersi con la testa e mostrare il pugno, urlando «fight fight fight», grido di battaglia diventato slogan vincente della campagna. I fotografi, sotto il palco, erano stati fatti insolitamente avvicinare dall’organizzazione: uno degli scatti, ripreso dal basso, mostrò il presidente con il pugno e, sullo sfondo, la bandiera americana. Quell’immagine mise il sigillo all’immagine del leader “forte e invincibile” di cui l’America aveva bisogno.

Adesso una parte della base Maga – delusa dall’entrata in guerra con l’Iran e dalla gestione dello scandalo Epstein – ha rilanciato i sospetti che l’attentato fosse una messa in scena. Nessuno ha pagato per le falle della sicurezza. Anzi, il capo della scorta, Sean Curran, è stato promosso. «Il presidente Trump – ha scritto l’ex deputata su X – dovrebbe fare chiarezza. Perché non lo fa? Questa è la domanda». E la domanda, nel mondo Maga, rappresta una trappola. Se non risponderà, Trump, che aveva fatto della trasparenza il suo mantra, aumenterà i sospetti. Se accoglierà la richiesta, legittimerà un teoria complottista priva di prove. La storia del finto attentato, in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso, potrebbe indebolire un presidente già in calo di consensi.

Nell’immagine: Trump a pugno chiuso dopo l’attentato


Le minacce dall’ambasciata russa: “Armi nucleari sulle città europee”

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Ilaria Lombardo, La Stampa

Mentre il mondo ha gli occhi puntati sul Golfo, e ascolta Donald Trump minacciare l’Iran se non rinuncerà definitivamente al piano di dotarsi dell’atomica militare, nel cuore dell’Europa, a Roma, c’è chi parla tranquillamente di usare armi nucleari sul Vecchio Continente.

Martedì scorso, 15 aprile, l’ambasciatore della Federazione russa Alexey Paramonov ha ospitato nella sua residenza romana un convegno, organizzato attorno alla presentazione del libro “Dalla deterrenza alla coercizione: la nuova dottrina nucleare della Russia”. Il volume è firmato da tre autori, Sergej Avakyants, Sergej Karaganov, Dmitrij Trenin. Gli ultimi due sono il presidente onorario del Presidium del Consiglio per la Politica Estera e di Difesa e il presidente del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali, definiti da Paramanov «tra i più autorevoli esperti russi nel campo della sicurezza nucleare», ovviamente alla testa di due istituzioni organiche al Cremlino. Il volume è arricchito anche da uno scritto del ministro degli Esteri, Sergej Lavrov.

La discussione dura un paio d’ore, gli ospiti sono diversi, molti del mondo diplomatico, come Bruno Scapini, ex ambasciatore italiano e autore della prefazione. Il punto di vista, però, è sempre e soltanto quello di Mosca. Le tesi sono note: nessun riferimento negativo a Donald Trump, la guerra in Ucraina scatenata dalla Nato – attenzione: non dagli Stati Uniti – e la colpa storica dell’Unione europea, che la rende automaticamente un nemico esistenziale per Vladmir Putin. L’epilogo, possibile, è inquietante. E lo tratteggia con poche parole uno degli autori, Karaganov, un falco del putinismo, intervenendo in videoconferenza da Mosca: «Non è escluso che dovremo fare un’escalation. Prima si potrebbe parlare di attacchi con armi convenzionali nei centri decisionali delle principali città europee. Se questo non basterà, potremo arrivare all’impiego di armi nucleari».

Non è la prima volta che le autorità russe o gli esperti che fanno eco alla volontà di potenza di Putin immaginano scenari da incubo per l’Europa. È nel canovaccio di Dmitrij Medvedev, l’ex presidente che dal febbraio 2022, dal giorno uno dell’attacco a Kiev, si è specializzato nell’intimidazione nucleare. Questa volta però la minaccia è stata formalizzata in territorio che solo per le regole diplomatiche è russo – la residenza dell’ambasciatore – ma che per sostanza e geografia è italiano. E tutto avviene in un momento in cui, prima uno dei due vicepremier del governo italiano, il leghista Matteo Salvini, e in seconda battuta un leader dell’opposizione, il presidente del M5S Giuseppe Conte, hanno aperto alla possibilità di riagganciarsi al gas russo (interrotto come sanzione per la guerra in Ucraina), alla luce dell’emergenza energetica scatenata dalla guerra di Trump in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz.

Sarà interessante sapere cosa pensano di quelle dichiarazioni così bellicose legittimate da Paramonov, che nel suo intervento lascia più di un avvertimento. La Russia, sostiene, resta «un membro responsabile del club nucleare, aderente al Trattato di non proliferazione». Ma «allo stesso tempo a Mosca prosegue un serio dibattito sulle possibili risposte a eventuali ulteriori abusi nel campo della sicurezza strategica da parte dei Paesi dell’Ue e della Nato, e si esaminano diverse opzioni di risposta, qualora le minacce rivolte alla Russia dovessero oltrepassare le “linee rosse” definite dall’attuale dottrina nucleare russa».

Il libro parla di questo: del passaggio dalla deterrenza alla coercizione, come svolta strategica se la Russia sarà «costretta» dall’Ue. Secondo Karaganov, che non è nuovo a queste teorie muscolari, «le élite europee sono impazzite» e «stanno mandando i propri popoli al macello per mantenere le proprie posizioni. Dobbiamo fermarle con ogni mezzo possibile. Al momento, lo stiamo facendo sul campo di battaglia, ma, se le élite europee non porranno fine alla guerra aggressiva contro la Russia e non si ritireranno, molto probabilmente, abbastanza presto, la Russia sarà costretta a salire ulteriormente, in modo ancora più deciso, la scala dell’escalation». Parole chiare, riportate con grande evidenza sul sito della sede diplomatica di Mosca a Roma e condivise dall’ambasciatore, già entrato in rotta di collisione con il governo italiano, con il presidente della Repubblica e convocato più volte alla Farnesina, dal ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani.

Tra gli ospiti di Paramonov invitati a intervenire c’era anche Francesco Toscano, fondatore con Marco Rizzo di Democrazia Sovrana e Popolare, e titolare della piccola casa editrice che pubblica il libro. Toscano sostiene che l’Ucraina «è un regime nazista usato dall’Occidente contro la Russia». Idee chiare come chiaro è l’orientamento dei libri nel catalogo di Visione. Ne prendiamo due: “Il furto” un libro «che rivela gli sforzi per manipolare i risultati elettorali negli Usa alle elezioni del 2020», quelle perse da Trump; e poi “Le vere cause del conflitto russo-ucraino”. Autore: Vladimir Putin.

Nell’immagine: l’ambasciatore della Federazione russa Alexey Paramonov 


Liberata l’Ungheria, e un po’ anche la Svizzera

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Kaspar Surber, Die Wochenzeitung

Per toccare con mano cosa è stato l’orbánismo basta visitare il Monumento all’Unità Nazionale di Budapest. Dietro il Palazzo del Parlamento, una rampa in discesa conduce a una fiamma eterna. Sulle pareti, scolpiti nel granito, sono riportati i nomi di tutte le località che fino alla Prima guerra mondiale appartenevano alla Grande Ungheria – e che oggi si trovano in Italia, Serbia o Ucraina. Viktor Orbán sognava di possederle ancora: «Solo il Paese ha dei confini, non la nazione», ha affermato nel 2020 in occasione dell’inaugurazione del monumento.

Anche il leader di lunga data ha voluto presentarsi più grande di quanto non fosse. Orbán aveva creato quello che era diventato un modello per la destra autoritaria in tutto il mondo, quello della «democrazia illiberale» – con il predominio assoluto della maggioranza sulle minoranze, il controllo sulla magistratura, la distruzione della libertà di stampa. All’edizione europea della “Conservative Political Action Conference” statunitense, nel 2022, Orbán ha presentato una ricetta di successo in dodici punti per i conservatori di tutto il mondo. Dalla violazione mirata dei “tabù politici” alla creazione di media di destra, fino all’enfasi sulla propria devozione religiosa. Molte  qi queste raccomandazioni hanno poi trovato ascolto tra i populisti di destra che nel corso degli anni hanno corteggiato Orbán: Giorgia Meloni e Alice Weidel, Javier Milei e Benjamin Netanyahu e, da ultimo, un altro bigotto estremista di destra, il viceprocuratore generale degli Stati Uniti J. D. Vance.

Non va però dimenticato neanche il contributo svizzero al culto di Orbán. Roger Köppel, che definisce l’ex primo ministro magiaro uno dei suoi «grandi modelli», lo ha intervistato regolarmente per la «Weltwoche». Nel 2023 Orbán ha partecipato all’anniversario della rivista. Tra gli ospiti c’era anche Christoph Blocher, che ha dichiarato: «Ho grande rispetto per Viktor Orbán». Di recente, in tempo per la campagna elettorale, il miliardario dell’UDC ha esposto la sua collezione d’arte a Budapest. La «Weltwoche» ha brindato alla vittoria di Orbán già prima delle elezioni. Quando Köppel e il suo capo analista Kurt W. Zimmermann si sono ripresi con il selfie stick a Budapest il giorno dopo le elezioni, sembravano cani bastonati al margine del corso della storia.

La notte precedente la gente era scesa in strada per festeggiare la sconfitta di Orbán. Il populista, che si è sempre comportato come difensore del popolo, della famiglia e dell’ordine dei sessi è stato cacciato via dalla propria popolazione. Non erano immagini di una festa elettorale, ma di una festa di liberazione quelle che si diffondevano da Budapest.

Una liberazione che è fonte di ispirazione per altri paesi che stanno scivolando verso l’autocrazia. Il fatto che il vincitore conservatore Péter Magyar abbia criticato con coerenza la corruzione durante la campagna elettorale, promettendo un «cambiamento di sistema» per quanto riguarda il nepotismo, è particolarmente istruttivo: nonostante tutte le motivazioni apparentemente così idealistiche che si attribuiscono volentieri a Orbán, Trump o anche a Putin, l’arricchimento personale è sempre la più ovvia.

Il risultato elettorale è una liberazione anche per l’Europa. Con il suo veto, Orbán ha indebolito l’UE dall’interno. Sia nell’interesse della Russia che degli Stati Uniti – una nota particolare dopo il confronto tra i blocchi durante la Guerra Fredda. Magyar si dichiara contrario a una rapida adesione dell’Ucraina all’UE, ma se sosterrà i prestiti per il Paese devastato dalla guerra e appoggerà le sanzioni contro la Russia, contribuirà ai suoi obiettivi. L’Unione, tra l’altro, non si è affatto distanziata da Orbán su tutto: nella politica di asilo, Ursula von der Leyen si è ispirata alla recinzione dei confini ungheresi.

L’UE, come dimostra anche questo esempio, deve cambiare dal basso. Le elezioni che si terranno nel 2027 in Francia, Italia e Spagna saranno decisive in questo senso non solo nella lotta contro l’autoritarismo, ma anche per un’Europa più sociale. La situazione, e questo almeno è motivo di ottimismo, è più instabile di quanto si pensasse.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: anche Blocher & co. lo sognavano così


La crisi entra nel suo punto critico. E Teheran usa la “bomba economica”

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Se le ultime quarantott’ore della guerra tra Usa e Iran appaiono caotiche è perché vengono lette come una sequenza incoerente: Hormuz che “riapre” e poi torna sotto controllo iraniano, Trump che annuncia una svolta negoziale, Teheran che smentisce, la tregua in Libano accettata con riluttanza da Israele. In realtà vi è una logica unitaria. La trattativa avviene attraverso la pressione.

Gli sviluppi più recenti mostrano che la crisi è entrata nel suo punto critico. La riunione nella Situation Room, convocata da Trump, segnala che il tempo politico si sta esaurendo. Il cessate il fuoco scade tra pochi giorni e non c’è ancora una data per nuovi colloqui. È qui che il quadro si chiarisce. La nuova tensione nello Stretto di Hormuz emerge mentre le distanze si lavorava per ridurre le distanze sul nucleare. Teheran riattiva la leva marittima per rafforzare la propria posizione; Washington accelera: o accordo, o escalation. La pressione non interrompe il negoziato. Lo definisce. La coercizione è il negoziato.

Il primo nodo è Hormuz. Teheran lo riporta sotto controllo per trasformarlo da leva episodica a leva strutturale. Non si tratta di chiudere lo Stretto, ma governarlo: autorizzare, limitare, modulare il passaggio. Non interruzione dei flussi, ma gestione politica dei flussi. Così l’Iran evita l’escalation totale e mantiene una pressione continua e modulabile. La sfida non è solo agli Usa ma anche all’idea che la circolazione energetica globale sia neutrale. Il greggio diventa strumento negoziale.

Il secondo nodo è la contraddizione americana. Washington difende la libertà di navigazione, ma mantiene il blocco sui porti iraniani. Ne deriva una simmetria coercitiva: gli Usa limitano il commercio iraniano, l’Iran quello globale. È un doppio soffocamento, una navigazione intermittente e instabile. Per anni si è ritenuto che la leva iraniana fosse il nucleare. La bomba è deterrenza teorica; Hormuz è coercizione immediata. Colpisce prezzi, assicurazioni, traffici, consenso politico. Non serve chiudere lo Stretto, basta rendere il rischio non assicurabile. È per questo che a Teheran si parla di “bomba economica”.

Il terzo nodo è il paradosso americano. Gli Usa sono entrati in guerra per ridurre la minaccia iraniana, ma ne hanno attivata una nuova. Il blocco navale forza il negoziato ma non elimina la capacità di Teheran di trasformare uno stretto internazionale in leva sistemica. Il blocco può fermare navi, non può cancellare il precedente. Ed è il precedente che cambia il gioco: dimostra che Hormuz può essere politicizzato e riattivato ogni volta che l’Iran lo ritenga utile. È questo che inquieta i Paesi del Golfo: non la crisi di oggi, ma la sua ripetibilità.

Il quarto nodo è la dinamica negoziale. Trump anticipa politicamente un accordo che non esiste; dichiara la vittoria per costringere l’avversario a confermarla o smentirla pagando un costo politico. Ma la strategia incontra un limite. L’Iran non può apparire sconfitto proprio quando la sua leva funziona.

Il quinto nodo è il nucleare. Non tanto la capacità futura, ma lo stock esistente di uranio. Per Teheran è un’assicurazione sulla vita; cederlo significherebbe perdere l’ultima garanzia strategica. Per Washington lasciarlo significherebbe ammettere il fallimento della guerra. A questo si aggiunge il nodo dei fondi congelati: per l’Iran sopravvivenza, per gli Usa leva residua. Energia, nucleare e finanza convergono nello stesso dossier.

Poi c’è il Libano, diventato una condizione del negoziato. La tregua tra Israele e Beirut non risolve il conflitto, ma rimuove l’ostacolo che bloccava qualsiasi apertura con Teheran. Questo spiega la pressione americana su Netanyahu: per riaprire Hormuz, Washington deve contenere il fronte libanese. Ma la tregua è intrinsecamente instabile. Israele mantiene una riserva di autodifesa che gli consente di colpire in qualsiasi momento, rendendone imprevedibile la tenuta.

Qui emerge una divergenza più profonda: per gli Usa, la condizione di uscita è riaprire Hormuz; per Israele, continuare a colpire Hezbollah resta prioritario. Questa asimmetria non è solo strategica, ma anche politica. Le elezioni autunnali in entrambi i Paesi la irrigidiscono, inducendo Washington a chiudere la crisi e Israele a mantenerla aperta.

Il settimo nodo è il Pakistan. Senza Islamabad, e senza la copertura implicita della Cina, il negoziato non esisterebbe. Non perché offra una soluzione, ma perché è l’unico spazio in cui due attori che non possono parlarsi direttamente riescono a interagire senza collassare politicamente. In questa fase non media soltanto: rende possibile il contatto.

Siamo in una crisi che ha cambiato forma. Hormuz non è riaperto né chiuso: è gestito. Il nucleare non è risolto: è congelato nella sfiducia. La diplomazia non sostituisce la pressione: la incorpora.

Quello che appare come caos è l’effetto di due strategie che si scontrano senza trovare ancora un punto di equilibrio.

Nessuna delle due parti è disposta a cedere la propria leva senza una garanzia credibile dall’altra. Poiché questa garanzia non esiste, la crisi resta sospesa. Ed è questa sospensione, più della guerra aperta, a renderla pericolosa e imprevedibile.


Trump e Netanyahu, le mosse della disperazione

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Alberto Negri, il manifesto

Cosa c’è in fondo allo Stretto di Hormuz?

Il prezzo non solo del barile di petrolio ma della follia di due leader, Trump e Netanyahu, che non si rendono più conto delle proprie azioni e si dibattono nel caos che hanno provocato senza sapere come uscirne.

Cosa del resto abbastanza evidente dall’inizio del conflitto. L’unica mossa razionale sarebbe aprire un tavolo internazionale – che sia l’Onu o l’Europa a farlo – con la Repubblica islamica iraniana per tentare di arrivare a un accordo prima di finire in un baratro che incendierà il Medio Oriente e forse mezzo mondo.

Non si possono lasciare i destini dell’umanità nelle mani di un «disperato» come il Wall Street Journal definisce Trump. E ovviamente neppure in quelle di Netanyahu, capo di quella carovana dei folli che si chiama Grande Israele e vorrebbe fare un boccone del Libano del Sud. Questa coppia prometteva una guerra lampo che è diventata di logoramento mentre lo Stretto di Hormuz da una parte è sotto controllo dell’Iran e dall’altra degli americani che così facendo aprono a una nuova fase di conflitto, altro che resa dell’Iran come blatera Trump.

La superpotenza americana ormai non la salva più nessuno perché ha perso la bussola: come alleato è rimasto solo Israele e un premier inseguito da un mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra. Cosa aspetta ancora l’Europa a mettere sanzioni?

Il 14 maggio, se il mondo non crollerà, Trump sarà in Cina, proiettato a Pechino dagli esiti della guerra. Sembra quasi fantapolitica in uno scenario internazionale così fragile e incerto ma questo è scritto, per il momento, nell’agenda delle due potenze che si confrontano. Trump a questo faccia a faccia con Xi Jinping ci andrà solo: che lui non rappresenti l’Occidente solleva ormai pochi dubbi. Non c’è quasi leader europeo con cui non abbia litigato e ora è rimasto orfano pure di Orbán.

Nel suo corteo immaginario di alleanze non c’è più la Nato, che non manca di insultare ogni giorno. E forse – ma qui la prudenza è d’obbligo – non è neppure accompagnato idealmente da Netanyahu e dal suo progetto di Grande Israele, apparso a lungo in questi anni come l’unico orizzonte geopolitico certo di Washington. Pur di avere la riapertura di Hormuz e la tregua in Libano Trump ha messo momentaneamente a cuccia persino il premier israeliano. Eppure costui è quello che la mattina dell’11 febbraio è entrato alla Casa Bianca e si è seduto nella situation room come se fosse il padrone, almeno così descrive la scena il New York Times, mentre alle sue spalle su uno schermo compariva collegato il capo del Mossad, David Barnea. La presentazione di Netanyahu è stata decisiva per avviare la guerra, il 28 febbraio.

Netanyahu è apparso assai convincente. Il suo scenario prevedeva una vittoria quasi certa. Il programma missilistico iraniano poteva essere distrutto in poche settimane, il regime sarebbe stato così debole da non potere bloccare lo Stretto di Hormuz, le probabilità che l’Iran colpisse interessi americani nel Golfo era minima. Inoltre secondo il Mossad, con il contributo delle spie israeliane, sarebbero riprese le dimostrazioni di massa moltiplicando le possibilità di rovesciare il regime. Trump, nonostante le perplessità di suoi consiglieri da Rubio a Vance al generale Caine, si è comprato il pacchetto di Netanyahu convinto che avrebbe polverizzato le ambizioni nucleari di Teheran. Non è la prima volta: nel 2002 Netanyahu a una commissione del Congresso disse: «Se eliminate Saddam vi garantisco che cambieremo il Medio Oriente».

Ecco invece come è andata. La repubblica islamica, pur decapitata della leadership, è ancora lì, con un potenziale missilistico e di droni ridotto ma consistente, sul nucleare e l’uranio arricchito al 60% non mostra segnali di cedimento a Trump, del cambio di regime non si parla più, lasciando soltanto gli sprovveduti di Fratelli d’Italia a litigare se sia meglio lo Shah o il Mek. Quanto allo Stretto di Hormuz l’Iran in queste ore lo aveva temporaneamente liberato ma agganciato diplomaticamente alla tregua in Libano, costringendo il presidente Usa a fare la voce grossa con Netanyahu. Il premier israeliano si dice «scioccato» ma sa perfettamente che per ora deve fare marcia indietro nel suo progetto di ridurre il Sud del Libano come Gaza. Non solo. La tregua libanese non coinvolge direttamente Hezbollah che mai come adesso non ha nessuna intenzione di disarmare. Ma – e questa è forse la cosa che indispettisce Netanyahu – i profughi libanesi, in gran parte sciiti, in lunghe code tentano di tornare a casa. La zona a sud del fiume Litani, roccaforte di Hezbollah, è obiettivo del movimento sionista da un secolo che è entrato dentro ripetutamente con l’esercito e ci ha lasciato per anni milizie fedeli a Tel Aviv. Qui l’esercito libanese non conta nulla e contano ben poco anche le forze dell’Unifil che hanno compiti di peacekeeping: ma qui la pace chi l’ha mai vista? Questo è un campo di battaglia. E l’esercito israeliano riconosce di aver sottovalutato Hezbollah.

A migliaia di chilometri da qui, dal Libano e da Hormuz, Pechino si prepara ad accogliere il presidente Usa per un vertice cruciale nei rapporti commerciali e strategici sino-americani. Trump ha già fatto gravi errori e rischia di arrivarci da presidente dimezzato come già appare evidente: in fondo a Hormuz c’è la sua follia


Sanchez e Lula archiviano la Terza via: «Tassare i ricchi»

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Andrea Carugati, il manifesto

Palestina libera, no alle guerre, tasse ai super ricchi, basta lavoro precario. C’era una volta la terza via, la sinistra mondiale che faceva il verso alle destre convinta di essere più competitiva. Da ieri non c’è ufficialmente più: a Barcellona Pedro Sanchez e Lula riscoprono l’«orgoglio» di una sinistra che torni a fare il suo mestiere. E dunque: uguaglianza sociale, tutela dell’ambiente, pace, lotta agli oligarchi, in particolare i signori delle big tech.

Cinquemila attivisti di tutto il mondo alla fiera di Barcellona, per la Global Progressive Mobilisation, l’evento fortemente voluto da Sanchez: ovazioni per l’ex primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh, cori «Boicott Israel». «Vorrei che Netanyahu fosse qui per vedere quanto il suo operato è contestato», spiega, sostenuto con forza dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che rilancia l’azione contro Israele alla Corte internazionale di giustizia. Parlano decine di leader, nel giorno della plenaria. Il clou è il finale con Lula e Sanchez. «Siamo stati succubi del neoliberismo, ci siamo limitati a gestirlo e le destre hanno prosperato sulle promesse non mantenute di quel sistema: il nostro compito è portare uguaglianza, svelare che il vero obiettivo delle destre è difendere i più ricchi», dice Luca tra gli applausi. Poi l’appello ai 5 membri permanenti del consiglio di sicurezza Onu: «Convocate una riunione di emergenza, basta guerre, fermate follia perché il mondo non ce la fa più».

Il presidente brasiliano si congratula con Sanchez per non aver concesso le basi a Trump e lui rincara, chiamandola platea a un coro: «No alla guerra». «Nonostante le loro bugie, la gente si sta rendendo conto che le destre portano solo 4 cose: guerra, inflazione, diseguaglianze e fratture sociali. Il loro tempo sta finendo, noi porteremo una nuova stagione di progresso». «Hanno cercato di farci vergognare della nostra storia, ma tutto questo è finito: ora la vergogna tocca a loro», prosegue lo spagnolo in crescendo. «A noi l’orgoglio di essere pacifisti, ecologisti, per i diritti del lavoro e femministi. L’orgoglio di essere socialisti, e oggi ce n’è più bisogno che mai». Il premier spagnolo sfida le destre: «Regolarizzeremo 500mila migranti, la Spagna non sarà mai la madre della xenofobia». E ancora: «Dove governiamo dimostriamo che è possibile non inginocchiarsi alle élite».

Elly Schlein ha gli occhi lucidi, alla fine dell’intervento di Sanchez sale sul palco, abbracci con lui e con Lula foto di gruppo: è la dimostrazione plastica di non essere isolata. Anzi, pienamente parte, con il sul Pd, di questa nouvelle vague di sinistra che punta su giustizia sociale e climatica. Anche lei parla di tasse per i super ricchi, uno dei temi più gettonati di questa due giorni, e prima o poi dovrà formulare una proposta da applicare in Italia. «Abbiamo una visione comune per migliorare la vita delle persone», dice dal palco. Riceve un grande applauso quando racconta della vittoria del No al referendum. «I giovani sopratutto hanno difeso la Costituzione e l’indipendenza della magistratura». «Il tempo delle destre è finito», ripete, «we can beat them», ma non rincorrendoli. Solo con ricette e parole d’ordine decisamente alternative. «Noi dobbiamo parlare di pace e giustizia sociale».

«Nella famiglia progressista una cosa così grande non si era mai vista», spiega poi ai cronisti «Sanchez sta dimostrando che l’agenda di sinistra funziona anche al governo, basta vedere quello che ha fatto sull’energia puntando sulle rinnovabili: In Spagna costa un decimo che da noi. Meloni faccia come lui, e si sbrighi!». Poi mette un freno all’ipotesi del governo di mandare navi nello stretto di Hormuz: «Ad ora la cornice non è chiara, manca un accordo di pace e anche un mandato multilaterale, il governo prima di fare annunci si chiarisca le idee».

Al summit ci sono anche i dem americani, ammaccati ma combattivi. «Siamo in un momento molto pericoloso della storia, leader come Trump, Netanyahu e Putin stanno affossando il mondo nell’anarchia», dice in un video Bernie Sanders (anche il sindaco di New York Mamdani ha mandato un messaggio di adesione), che batte sulla lotta diseguaglianze: «Sono sempre più estreme in tutto il mondo, mentre la classe media non riesce più ad arrivare a fine mese. Il solo Elon Musk ha più denaro del 53% delle famiglie americane». Sul palco il governatore del Minnesota Tim Walz attacca Trump. «Un debole di mente che fa guerre da cui non sa uscire», chiede agli altri leader di continuare a «denunciare quello che fa l’inquilino della casa bianca». Il senatore del Connecticut Chris Murphy parla della «svolta autoritaria» in corso negli Usa, ricorda la nuova ondata di manifestazioni No Kings prevista nelle prossime settimane. «Sara la più grande mobilitazione della nostra storia, salveremo la nostra democrazia da Trump, dateci una mano». Schlein li incontra tutti e due a margine dei lavori, «è molto importante che ci fossero anche loro».

«Uniti», dice Sanchez dal palco. La leader Pd annuisce. Lula ricorda che «l’Iran non stava costruendo la bomba atomica, è un’altra bugia come lo sono state quelle sull’Iraq, la Libia, il genocidio a Gaza». Commuove tutti quando, nel finale, dice: «Ho 80 anni ma a tenermi vivo è la mia causa, e cioè la libertà, la democrazia, e l’uguaglianza».

Nell’immagine: i leader del congresso Global Progressive Mobilisation a Barcellona


A un impero senza egemonia resta solo la forza

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Marina Calculli, il manifesto

Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato. Il governo libanese di Nawaf Salam ne ha rivendicato il merito, presentandolo come una «difesa della sovranità».

Intanto è già all’opera – secondo i diktat dall’asse Usa-Israele – l’ennesimo tentativo di «demilitarizzare» Hezbollah, che invece rivendica il proprio «diritto alla resistenza». Ma anche l’Iran si è arrogato il merito della tregua, annunciando la riapertura dello Stretto di Hormuz proprio in virtù della sua effettiva, seppur tardiva, estensione al Libano. Questo era un punto cruciale dell’accordo negoziato a Islamabad tra Iran e Stati uniti l’8 aprile, che Israele aveva immediatamente sabotato con una serie di attacchi su larga scala – oltre cento bombardamenti in dieci minuti – già archiviati alla storia come il «mercoledì nero» del paese dei Cedri.

Il segnale dell’Iran è inequivocabile: ciò che ha condotto Trump a frenare la furia israeliana contro il Libano è la pressione di Teheran sull’economia globale. Il nesso causale è plausibile, dato che persino i leader europei si sono mobilitati per preservare ed estendere la tregua al Libano, mostrando quanto abbiano a cuore la protezione della circolazione del petrolio, a differenza della protezione del popolo palestinese dal genocidio.

Israele, dal suo canto, si ostina a presentare l’accordo come una prima tappa di un «processo di pace» per incorporare il Libano nei cosiddetti Accordi di Abramo – un grande schema di pacificazione coloniale, piuttosto che di pace, che mette gli stati arabi di fronte alla scelta tra il peggio e il male: isolamento, se non distruzione; o accettazione dello smantellamento delle capacità militari e industriali e il riconoscimento del «diritto» di Israele a espandersi continuamente all’interno dei loro territori per così dire «sovrani», in cambio di un accesso limitato ai circuiti economici dominati dagli Stati uniti.

La cacofonia delle narrazioni sulla tregua – che resta comunque fragilissima – non è né sorprendente né inedita. Rivela piuttosto la tensione tra proiezioni ideologiche dello spazio regionale – uno dominato da Stati uniti e Israele; uno fondato sul riconoscimento dell’autodeterminazione e della sovranità degli stati regionali, come sostengono l’Iran e Hezbollah. In questa dialettica, si intravede un limite al potere imperiale statunitense.

Nonostante la hybris revisionista di Trump, che si pensava invincibile nel consolidare ed estendere rapidamente il proprio sistema tributario urbi et orbi, l’asse Usa-Israele sembra impantanato e ripiega verso una vecchia strategia: scaricare sui governi della regione il proprio fallimento strategico, guadagnando tempo per una riorganizzazione militare. Dagli accordi di Ta’ef del 1989, che avviarono il processo di fine della guerra civile libanese (1975-1990), la sfera normativa dello stato del Libano è diventata a più riprese estensione del campo di battaglia. Stati uniti e Israele hanno sistematicamente cercato di manovrare il potere legislativo ed esecutivo di Beirut per cercare di criminalizzare e smantellare Hezbollah, ogni volta che Israele falliva manu militari.

Ma proprio per questo, Hezbollah ha sempre reclamato un posto all’interno del parlamento e del governo: per arginare l’influenza esterna e continuare a opporsi al progetto che Israele persegue da sempre in Libano, con il pretesto di «combattere il terrorismo» – ovvero incorporare il sud del Libano all’interno del suo territorio, che è poi il motivo che ha portato alla nascita di Hezbollah nel 1982.

A ogni iterazione del tentativo di distruggere il movimento sciita, perseguita con ogni mezzo – dall’impiego di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu all’uso di attacchi terroristici, come l’esplosione simultanea di migliaia di cercapersone in tutto il Libano tra il 17 e il 18 settembre 2024 – riemerge puntualmente il tallone d’Achille del potere imperiale statunitense-israeliano: l’impossibilità di disarticolare o corrompere Hezbollah, fondata sul convincimento, sintetizzato da Ibrahim al-Amin sul quotidiano Al Akhbar, che «non (ci sia) sovranità, libertà o dignità per un popolo senza sacrifici, sangue…e lacrime». È una coesione ideologica che si sta dimostrando impossibile da erodere con la minaccia o con l’incentivo materiale e che si esprime in una grammatica del sacrificio incomprensibile alla logica tributaria statunitense.

È proprio questo a rendere la tregua così effimera. L’imperialismo statunitense ha sfigurato la regione mediorientale, ma ha definitivamente fatto cadere ogni suo pretesto morale. L’asse Usa-Israele è ormai un impero senza egemonia, incapace di produrre consenso oltre la coercizione. La guerra è destinata a proseguire per estenuazione – prima di tutto delle popolazioni civili – con la prospettiva di fare un deserto e chiamarlo pace.

Nell’immagine: manifestanti calpestano le bandiere degli Stati Uniti e di Israele durante una protesta a Giacarta


L’intesa atomica si fa solo con la Cina

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Bill Emmott, La Stampa

Papa Leone XIV e Giorgia Meloni dovrebbero trarre conforto dal fatto che il punto centrale dell’attacco sferrato contro di loro da Donal Trump contiene un indizio su come sarebbe possibile riportare la pace tra Iran e Stati Uniti. Sostenendo che la loro opposizione alla guerra implica che il Papa e Meloni sono contenti che l’Iran sia in possesso di armi nucleari (e perfino che attacchi l’Italia), Trump ha dimostrato che di fatto sta riformulando lo scopo della guerra: più che altro il conflitto ha a che vedere con il nucleare, non con il cambio di regime o qualsiasi altra cosa.

Oltretutto, questa riformulazione a posteriori, fatta a rischio di alienarsi il favore di circa 53 milioni di elettori cattolici, dimostra che Trump spera che l’Iran possa essere costretto ad accettare limitazioni al suo programma nucleare, così da permettergli di dichiarare una sorta di vittoria. Questo risultato è sì possibile, ma probabilmente per ottenerlo servirà l’aiuto della Cina. I negoziatori di Trump, inoltre, dovranno riprendere il lavoro di alcune delle persone che egli odia maggiormente: Barack Obama e i governi di Germania, Francia e Regno Unito.

Le armi nucleari non saranno l’unico elemento a determinare se Iran e Stati Uniti riusciranno a rinnovare il cessate il fuoco che scade il 21 aprile e arrivare a un accordo di pace. Tra le altre questioni che allontanano le due parti vi sono i termini di gestione in futuro dello Stretto di Hormuz, adesso che l’Iran ha sorpreso tutti riaprendolo durante il cessate il fuoco; le sanzioni americane, europee e di altri Paesi occidentali sulle esportazioni iraniane, gli asset stranieri e le istituzioni finanziarie; l’aiuto di Teheran a gruppi violenti di militanti come Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e gli Houthi in Yemen; e il futuro del programma missilistico balistico iraniano. In ogni caso, il riferimento al nucleare fatto di recente da Trump lascia intendere che il nucleare è l’elemento cruciale in grado di sbloccare il resto dell’accordo, quanto meno dal suo punto di vista.

Parliamoci chiaro: nessuno è favorevole all’aumento del numero dei Paesi con capacità nucleari, attualmente nove – America, Russia, Cina, India, Pakistan, Gran Bretagna, Francia, Israele e Corea del Nord. La domanda è la seguente: che cosa si può e si dovrebbe fare per evitare che qualcun altro si unisca al club del nucleare?

La risposta sul piano storico è stata il Trattato di non-proliferazione nucleare del 1968, con il quale sia gli Stati in possesso dell’atomica sia quelli senza si impegnarono a impedire un’ulteriore diffusione della tecnologia in questione, pur consentendo e gestendo la condivisione della tecnologia dell’energia nucleare a scopi pacifici. Dalla firma di quel Trattato, tuttavia, tre nuovi Stati sono riusciti a entrare in possesso dell’atomica – India, Pakistan e Corea del Nord – mentre Israele ha sviluppato capacità nucleari non meglio ufficialmente confermate. Se la proliferazione può essersi verificata anche soltanto tramite spionaggio, è anche verosimile che alcuni degli Stati con tecnologia nucleare abbiano dato una mano ad altri.

La diffusione di queste armi è senz’altro preoccupante, ma la preoccupazione è stata mitigata dal convincimento che, a eccezione forse della Corea del Nord, tutti gli Stati con l’atomica potessero essere dissuasi dal farne uso dalla consapevolezza che ricorrere alla bomba atomica porterebbe a una ritorsione immediata altrettanto distruttiva. Soltanto un regime suicida le userebbe. Il vero pericolo del nucleare è che armi di questo tipo cadano nelle mani di gruppi terroristici che potrebbero non essere distolti dal concetto di “distruzione reciproca assicurata”.

Fin da quando emerse la prima prova, un quarto di secolo fa, che l’Iran aveva messo a punto un programma segreto alquanto avanzato per arricchire l’uranio, l’America e altri governi hanno cercato vie non militari per garantire che tale programma potesse essere usato soltanto a scopi civili di produzione di energia e non di armi. Il culmine di quel processo fu raggiunto nel 2015, dopo oltre due anni di sforzi diplomatici durante i quali sei Paesi collaborarono a convincere l’Iran ad accettare alcuni vincoli. I sei Paesi erano America, Germania, Francia, Regno Unito, Russia e Cina.

Quell’accordo, noto ufficialmente come Accordo sul Nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan Of Action, Jcpoa), fissò alcuni limiti al programma iraniano di arricchimento dell’uranio in cambio di una graduale attenuazione delle sanzioni europee e americane e prevedendo un iter concordato di ispezioni e verifiche da parte dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Anche se i tre governi europei avevano fatto la maggior parte del pesante lavoro diplomatico, quell’accordo nucleare è stato considerato uno dei più importanti risultati in politica estera dell’Amministrazione del presidente Obama. Incredibilmente, perfino Cina e Russia furono convinte a firmarlo. Questo è il motivo per cui, nella sua campagna elettorale del 2016, Donald Trump se l’è presa con l’accordo e poi nel 2018, da presidente, ha ritrattato l’adesione dell’America.

Israele non si è mai fidato del Jcpoa. Parte del problema è che Israele sa benissimo che l’Iran porta avanti molti programmi segreti di produzione di armi e quindi non è propenso a credere alle promesse iraniane, specialmente se soggetto ai frequenti attacchi dei proxy iraniani in Libano e da Hamas. Se altri Paesi potrebbero sentirsi rassicurati dal fatto che, nel caso in cui entrasse in possesso della bomba atomica, Teheran sarebbe dissuaso dal farne uso dalla minaccia di una ritorsione israeliana e americana, Israele di sicuro preferirebbe non dover vedere messa alla prova quella intenzione.

Quindi il paradosso è che, se dovessero riprendere seri colloqui tra i negoziatori iraniani e americani, sul tavolo in sostanza ci sarebbe una versione aggiornata dell’accordo del 2015, ossia il Jcpoa. Grazie ai bombardamenti israelo-americani del giugno 2025, il nuovo accordo dovrebbe partire dal presupposto che l’Iran ha una capacità notevolmente inferiore di arricchire l’uranio. Altro nuovo elemento importante sarà la presunta scorta di Teheran di 400 chili di uranio arricchito, in parte sepolti sotto le macerie. Si dovrà trovare il modo di gestire quelle scorte di materiale parzialmente danneggiato, forse, ma ancora potente.

L’Iran non accetterà mai di rinunciare al suo diritto sovrano di avere un programma di arricchimento dell’uranio, proprio come Israele non crederà mai che l’Iran rinuncerà per sempre alle sue ambizioni di diventare uno Stato in possesso dell’atomica. Se Trump vuole davvero arrivare a un accordo sul nucleare, così da porre fine alla guerra e far ritirare la Marina degli Stati Uniti dal Medio Oriente, i suoi negoziatori dovranno trovare il modo di superare questi problemi.

La Cina e i meccanismi concordati nel Jcpoa offrono entrambi valide risposte. Alla Cina – Paese firmatario del Jcpoa, che inoltre sta già aiutando l’Iran con armi e finanziamenti – si potrebbe chiedere di guidare un consorzio incaricato di gestire le scorte di uranio arricchito e addirittura di contribuire al controllo del programma iraniano nucleare a scopi civili. La Cina non è interessata sul piano strategico a vedere diventare l’Iran uno Stato nucleare; quindi, potrebbe essere incaricata di tale ruolo da Israele, Europa e America. I governi europei possono mettere a disposizione la loro esperienza acquisita durante i negoziati per il Jcpoa, e l’Aiea potrebbe tenersi pronta a riprendere il suo ruolo di controllo.

L’Iran accetterà tutto questo? Molto probabilmente lo farebbe, nel caso in cui si togliessero le sanzioni, perfino in modo graduale, soprattutto se da ciò dovessero nascere relazioni più profonde e reciprocamente vantaggiose con la Cina. La vera domanda, tuttavia, è se Trump accetterà.

Nell’immagine: 2015, Hassan Rohani e Barack Obama siglano l’accordo sul nucleare


Trump frustrato dirotta su Cuba

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Roberto Livi, il manifesto

Frustrato dall’andamento della sciagurata aggressione all’Iran, Donald Trump è tornato a minacciare Cuba, ritenuta un bersaglio più facile. La settimana scorsa aveva affermato: «Di ritorno dall’Iran, faremo tappa a Cuba»; mercoledì ha fatto sapere al quotidiano Usa Today di «non rinunciare all’opzione militare» per prendersi l’isola.

Più prudenti, esponenti del Pentagono hanno commentato al giornale che «vi sono piani contingenti per eseguire gli ordini del presidente» ma che «al momento» quello militare «è uno scenario ipotetico». I generali sono infatti consapevoli che Cuba non rappresenta affatto un pericolo per la sicurezza degli Usa, anzi che in alcuni settori – lotta alla droga, emigrazione e sicurezza delle coste – vi è da tempo una collaborazione con i militari cubani. Inoltre, ritengono che il vero problema non sia «mettere gli scarponi sul terreno», quanto tirarli fuori dopo l’intervento. Ovvero al Pentagono ritengono che un’azione armata contro l’isola provocherebbe un caos senza avere alcun piano per affrontarlo e che questo porterebbe a un’instabilità in tutta la regione del Caribe e a probabili flussi migratori verso gli Usa.

MA I RAGIONAMENTI dei militari cozzano con il «il senso di onnipotenza» – come lo ha definito il papa – del tycoon. E dunque tengono in allarme sia il vertice politico cubano, che la popolazione. Mentre il presidente Miguel Díaz-Canel – in due interviste, a Newsweek e poi alla catena tv Nbc – ha affermato che Cuba si difenderà con una lotta di popolo – tesi ripetuta giovedì in una grande manifestazione per i 65 anni della dichiarazione con cui Fidel affermava «il carattere socialista» della rivoluzione di Cuba – e che lui stesso era pronto a sacrificarsi per la sovranità dell’isola, il cubano de a pie vede aumentare il senso di incertezza sul futuro del paese e, soprattutto, della vita sua e dei suoi famigliari.

Laura, che lavora come psicologa in un’impresa statale, mi conferma che l’incertezza del futuro si somma alla drammaticità della crisi economica e energetica producendo uno stress che sta trasformandosi in «una patologia sociale: sono aumentate considerevolmente le richieste di ansiolitici e di medicinali contro la pressione alta», dice. «Ma la scarsezza di medicinali, sommata alle difficoltà che, a causa del bloqueo, colpiscono il sistema statale di salute – aggiunge accrescono l’ansia della gente. Gli ospedali funzionano ancora, seppur con difficoltà, per urgenze o malattie più gravi. I policlicnici di quartiere, la vera spina dorsale della sanità pubblica dell’isola, sono in difficoltà ancora peggiori. È vero che vi sono medici 24 ore al giorno, ma spesso non sono hanno a disposizione i medicamenti che servirebbero ai pazienti. E dunque non mitigano paure e stress».

Di fronte a questa situazione allarmante il governo cerca di accrescere i sistema di protezione sociale – in netta crisi dopo la pandemia – nei confronti delle famiglie più colpite dalla povertà (definita «situazione di vulnerabilità», sia per diminuirne la drammaticità, sia per sottolinerane le conseguenze sociali). Il governo ha varato nelle ultime settimane 32 nuovi programmi per «alleviare la vulnerabilità».

MA RESTA IL FATTO che l’ampiezza della crisi che dura da anni (-11% del Pil rispetto a cinque anni fa) e la decisione di sostituire progressivamente il sostegno statale generalizzato – la libreta, sorta di tessera annonaria che garantisce a tutti i prodotti di prima necessità a prezzi minimi – con l’aiuto mirato ai più bisognosi stanno di fatto aumentando il malessere sociale. Una recente inchiesta “indipendente” – di cui è diffcile verificare la serietà – sostiene che quasi il 70% della popolazione patisce diversi gradi di povertà (come la rinuncia a uno o più dei tre pasti quotidiani). In vari quartieri famiglie a «struttura precaria» si organizzano per la sussitenza. Ma, come afferma Laura, avanza «la sensazione di essere soli a occuparci dei nostri problemi».

Questa situazione conferma lo scopo con cui il presidente Trump e il segretario di Stato Marco Rubio usano l’alternanza fra offerte di trattative e minacce di azioni militari: «È una tattica per erodere la sovranità del governo cubano e indurre un senso di angoscia nella popolazione. Che è poi la ragione per cui, fin dagli anni ’60 del secolo scorso, è stato deciso l’embargo contro Cuba: affamare la popolazione perché si ribelli», afferma lo storico Fabio Fernandez.

Nell’immagine: una donna vende candele durante un’interruzione di corrente all’Avana


Luciano Violante: “La democrazia è conveniente, vince la politica che sa dimostrarlo”

Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria 

Di Mirella Serri, La Stampa

Ha senso oggi parlare di democrazia in un mondo in cui sembra prevalere solo la forza? In realtà non si sta affacciando sul nostro orizzonte politico nessun sovvertimento repentino e violento, nessun “tintinnar di sciabole”, come si diceva dei colpi di Stato, eppure ci sentiamo assediati, pressati dall’avanzare delle autocrazie e da regimi sempre più reazionari. L’Europa è rimasta l’isola della liberaldemocrazia, per così dire, nel gran mare degli autoritarismi. Come ci possiamo difendere? Adesso a offrirci un manuale di sopravvivenza democratica sono Marta Cartabia e Luciano Violante ne La democrazia non esiste in natura. Lezioni di storia politica in difesa dei valori comuni (Bollati Boringhieri). Nella introduzione Cartabia, ex ministro della Giustizia, traccia un quadro generale della democrazia alla luce della Costituzione. Violante, che attualmente presiede la fondazione Multiversity, ha elaborato undici lezioni in cui, il magistrato ed ex presidente della Camera, coniuga diritto e storia politica per interpretare la nostra modernità.

Violante, dobbiamo costituire dei presidi in difesa della democrazia?
«È sbagliato parlare di difesa: bisogna ricostruire il sistema democratico, adeguandolo ai tempi. È vero che le autocrazie sono sempre più numerose e avanzano: oggi solo il 28 per cento della popolazione mondiale vive in regimi democratici mentre nel 2004 era il 51 per cento. Ma l’ onda della destra più estrema e reazionaria attraversa gran parte del mondo ma non coincide con il fascismo tradizionale. Si tratta di un nuovo pensiero reazionario conservatore di estrema destra, molto ben costruito, che definisce la democrazia come superflua, inconcludente e costosa, e che ha capacità di convincimento e di penetrazione. I suoi capisaldi? Sono parecchi. Per prima cosa le nuove destre si fondano su un potere esecutivo “monarchico” e assoluto, senza contrappesi istituzionali, e hanno perciò in spregio i controlli della magistratura. Coltivano il disprezzo del diritto internazionale e di ogni forma di organizzazione sovranazionale, come Ue e Onu. A questo si aggiunge un’idea della politica estera come multipolarismo, fondata sulla presenza di molteplici centri di potere che generano un equilibrio fondato solo sui rapporti di forza. Gli effetti sono l’ instabilità e la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, conflitti invece che una cooperazione pacifica. Trump sostiene che è la missione a determinare l’alleanza e non viceversa: prima, dice il tycoon, decido cosa voglio fare e poi vediamo chi ci sta. Questo è accaduto nella guerra contro l’Iran. Un altro elemento che connota il neoconservatorismo è il concetto di nazione come espressione di omogeneità culturale e genetica».

Noi europei viviamo assediati da una sorta di “internazionale illiberale”, non certo incline alla presa del potere cruenta ma pronta a logorare la democrazia dall’interno e far man bassa dei principi che garantiscono pluralismo e libertà.
«È da anni che la filosofia reazionaria viene sviluppata da think thank come la Heritage Foundation, la fondazione del partito repubblicano. Curtis Yarvin, informatico statunitense, pensatore molto vicino a Trump, è il teorico di un’inedita forma di tecnomonarchia, del governo dell’Uno, ovvero di un monarca sostenuto dalla intelligenza artificiale. Yarvin suggerisce addirittura che il presidente americano abbandoni l’Unione europea al suo destino in modo che la Russia possa avere libertà di manovra nel Vecchio Continente per schiacciare la cultura progressista e far prevalere modelli di governo reazionari . In questo nuovo conservatorismo c’è uno stretto rapporto tra politica e religione. Trump, Putin e Netanyahu ritengono che il potere politico non sia legittimato dal consenso popolare ma dalla volontà di Dio. Ricordo che di recente ci è capitato di vedere lo staff del presidente Trump con alcuni pastori evangelici riuniti nello Studio Ovale per ringraziare Dio per aver dato Trump all’America. Cose analoghe le ha dette il patriarca Kirill nei confronti di Putin».

Tanti cittadini oggi si dichiarano stanchi della complessità e delle lungaggini del mondo democratico e auspicano una leadership autoritaria, energica e veloce, capace di ridurre attese e intoppi. Hanno ragione a ritenere la democrazia come di qualcosa di vetusto?
«Bisogna restituire al nostro sistema politico il ruolo di forza trainante. La democrazia deve essere conveniente. Suona singolare? Non deve essere più costituita da complicati intrecci dove dominano incertezza, confusione dei poteri e instabilità dei diritti. Le istituzioni italiane spesso sono farraginose e pleonastiche. In Italia il presidente del Consiglio ripete, per esempio, lo stesso discorso alla Camera e al Senato. Non si può semplificare? Perché la fiducia va votata due volte? In Parlamento rituali e alcuni dibattiti e alcune deliberazioni non si possono svolgere in seduta comune per evitare una comunicazione inutile e pletorica?».

Altri esempi?
«Cinque anni per una legislatura sono veramente ormai troppi. Per il mandato parlamentare, sia alla Camera dei deputati che al Senato, sono più che sufficienti quattro anni. Come accade negli Stati Uniti e in Germania. La democrazia si deve adattare alla nuova tempistica delle relazioni umane, oggi tutto cambia rapidamente».

La politica con il passo della tartaruga è tipica dell’Ue. Il diritto di veto all’interno dell’Unione europea porta infatti alla paralisi o quasi. Non è così?
«I paesi che vogliono rendere fluida la situazione decisionale dell’Europa devono, come ha suggerito Mario Draghi, riunirsi in coalizioni di volenterosi e dunque bypassare quelle interdizioni che paralizzano l’Unione e fanno il gioco di Putin e di altri dittatori delle destre più radicali e reazionarie».

Una nuova politica può stimolare i cittadini a non disertare le urne?
«Alla manifestazione per il popolo palestinese a Milano hanno partecipato un milione di persone. A votare per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati c’è stato un boom di affluenza. La gente sa capire quando c’è un vero valore in gioco. Il dibattito politico, invece, di solito assume un tratto privatistico, dove sembra assente l’interesse pubblico. Lo dico con una battuta: a volte prende i toni di una riunione tra condomini litigiosi. Dobbiamo individuare campi comuni. La politica deve battersi non solo per il salario minimo ma per un salario giusto, come dice la Costituzione, ovvero commisurato a una vita dignitosa. Un altro dei campi è la semplificazione delle procedure amministrative. E l’elenco potrebbe continuare. La difesa del nostro sistema politico basato sulla partecipazione, l’uguaglianza e la libera scelta impone la costruzione di nuove forme di democrazia che i cittadini devono percepire come convenienti e adeguate ai nuovi tempi veloci».

Nell’immagine: l’ex presidente della Camera Luciano Violante