Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria
Di Bill Emmott, La Stampa
Papa Leone XIV e Giorgia Meloni dovrebbero trarre conforto dal fatto che il punto centrale dell’attacco sferrato contro di loro da Donal Trump contiene un indizio su come sarebbe possibile riportare la pace tra Iran e Stati Uniti. Sostenendo che la loro opposizione alla guerra implica che il Papa e Meloni sono contenti che l’Iran sia in possesso di armi nucleari (e perfino che attacchi l’Italia), Trump ha dimostrato che di fatto sta riformulando lo scopo della guerra: più che altro il conflitto ha a che vedere con il nucleare, non con il cambio di regime o qualsiasi altra cosa.
Oltretutto, questa riformulazione a posteriori, fatta a rischio di alienarsi il favore di circa 53 milioni di elettori cattolici, dimostra che Trump spera che l’Iran possa essere costretto ad accettare limitazioni al suo programma nucleare, così da permettergli di dichiarare una sorta di vittoria. Questo risultato è sì possibile, ma probabilmente per ottenerlo servirà l’aiuto della Cina. I negoziatori di Trump, inoltre, dovranno riprendere il lavoro di alcune delle persone che egli odia maggiormente: Barack Obama e i governi di Germania, Francia e Regno Unito.
Le armi nucleari non saranno l’unico elemento a determinare se Iran e Stati Uniti riusciranno a rinnovare il cessate il fuoco che scade il 21 aprile e arrivare a un accordo di pace. Tra le altre questioni che allontanano le due parti vi sono i termini di gestione in futuro dello Stretto di Hormuz, adesso che l’Iran ha sorpreso tutti riaprendolo durante il cessate il fuoco; le sanzioni americane, europee e di altri Paesi occidentali sulle esportazioni iraniane, gli asset stranieri e le istituzioni finanziarie; l’aiuto di Teheran a gruppi violenti di militanti come Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e gli Houthi in Yemen; e il futuro del programma missilistico balistico iraniano. In ogni caso, il riferimento al nucleare fatto di recente da Trump lascia intendere che il nucleare è l’elemento cruciale in grado di sbloccare il resto dell’accordo, quanto meno dal suo punto di vista.
Parliamoci chiaro: nessuno è favorevole all’aumento del numero dei Paesi con capacità nucleari, attualmente nove – America, Russia, Cina, India, Pakistan, Gran Bretagna, Francia, Israele e Corea del Nord. La domanda è la seguente: che cosa si può e si dovrebbe fare per evitare che qualcun altro si unisca al club del nucleare?
La risposta sul piano storico è stata il Trattato di non-proliferazione nucleare del 1968, con il quale sia gli Stati in possesso dell’atomica sia quelli senza si impegnarono a impedire un’ulteriore diffusione della tecnologia in questione, pur consentendo e gestendo la condivisione della tecnologia dell’energia nucleare a scopi pacifici. Dalla firma di quel Trattato, tuttavia, tre nuovi Stati sono riusciti a entrare in possesso dell’atomica – India, Pakistan e Corea del Nord – mentre Israele ha sviluppato capacità nucleari non meglio ufficialmente confermate. Se la proliferazione può essersi verificata anche soltanto tramite spionaggio, è anche verosimile che alcuni degli Stati con tecnologia nucleare abbiano dato una mano ad altri.
La diffusione di queste armi è senz’altro preoccupante, ma la preoccupazione è stata mitigata dal convincimento che, a eccezione forse della Corea del Nord, tutti gli Stati con l’atomica potessero essere dissuasi dal farne uso dalla consapevolezza che ricorrere alla bomba atomica porterebbe a una ritorsione immediata altrettanto distruttiva. Soltanto un regime suicida le userebbe. Il vero pericolo del nucleare è che armi di questo tipo cadano nelle mani di gruppi terroristici che potrebbero non essere distolti dal concetto di “distruzione reciproca assicurata”.
Fin da quando emerse la prima prova, un quarto di secolo fa, che l’Iran aveva messo a punto un programma segreto alquanto avanzato per arricchire l’uranio, l’America e altri governi hanno cercato vie non militari per garantire che tale programma potesse essere usato soltanto a scopi civili di produzione di energia e non di armi. Il culmine di quel processo fu raggiunto nel 2015, dopo oltre due anni di sforzi diplomatici durante i quali sei Paesi collaborarono a convincere l’Iran ad accettare alcuni vincoli. I sei Paesi erano America, Germania, Francia, Regno Unito, Russia e Cina.
Quell’accordo, noto ufficialmente come Accordo sul Nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan Of Action, Jcpoa), fissò alcuni limiti al programma iraniano di arricchimento dell’uranio in cambio di una graduale attenuazione delle sanzioni europee e americane e prevedendo un iter concordato di ispezioni e verifiche da parte dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Anche se i tre governi europei avevano fatto la maggior parte del pesante lavoro diplomatico, quell’accordo nucleare è stato considerato uno dei più importanti risultati in politica estera dell’Amministrazione del presidente Obama. Incredibilmente, perfino Cina e Russia furono convinte a firmarlo. Questo è il motivo per cui, nella sua campagna elettorale del 2016, Donald Trump se l’è presa con l’accordo e poi nel 2018, da presidente, ha ritrattato l’adesione dell’America.
Israele non si è mai fidato del Jcpoa. Parte del problema è che Israele sa benissimo che l’Iran porta avanti molti programmi segreti di produzione di armi e quindi non è propenso a credere alle promesse iraniane, specialmente se soggetto ai frequenti attacchi dei proxy iraniani in Libano e da Hamas. Se altri Paesi potrebbero sentirsi rassicurati dal fatto che, nel caso in cui entrasse in possesso della bomba atomica, Teheran sarebbe dissuaso dal farne uso dalla minaccia di una ritorsione israeliana e americana, Israele di sicuro preferirebbe non dover vedere messa alla prova quella intenzione.
Quindi il paradosso è che, se dovessero riprendere seri colloqui tra i negoziatori iraniani e americani, sul tavolo in sostanza ci sarebbe una versione aggiornata dell’accordo del 2015, ossia il Jcpoa. Grazie ai bombardamenti israelo-americani del giugno 2025, il nuovo accordo dovrebbe partire dal presupposto che l’Iran ha una capacità notevolmente inferiore di arricchire l’uranio. Altro nuovo elemento importante sarà la presunta scorta di Teheran di 400 chili di uranio arricchito, in parte sepolti sotto le macerie. Si dovrà trovare il modo di gestire quelle scorte di materiale parzialmente danneggiato, forse, ma ancora potente.
L’Iran non accetterà mai di rinunciare al suo diritto sovrano di avere un programma di arricchimento dell’uranio, proprio come Israele non crederà mai che l’Iran rinuncerà per sempre alle sue ambizioni di diventare uno Stato in possesso dell’atomica. Se Trump vuole davvero arrivare a un accordo sul nucleare, così da porre fine alla guerra e far ritirare la Marina degli Stati Uniti dal Medio Oriente, i suoi negoziatori dovranno trovare il modo di superare questi problemi.
La Cina e i meccanismi concordati nel Jcpoa offrono entrambi valide risposte. Alla Cina – Paese firmatario del Jcpoa, che inoltre sta già aiutando l’Iran con armi e finanziamenti – si potrebbe chiedere di guidare un consorzio incaricato di gestire le scorte di uranio arricchito e addirittura di contribuire al controllo del programma iraniano nucleare a scopi civili. La Cina non è interessata sul piano strategico a vedere diventare l’Iran uno Stato nucleare; quindi, potrebbe essere incaricata di tale ruolo da Israele, Europa e America. I governi europei possono mettere a disposizione la loro esperienza acquisita durante i negoziati per il Jcpoa, e l’Aiea potrebbe tenersi pronta a riprendere il suo ruolo di controllo.
L’Iran accetterà tutto questo? Molto probabilmente lo farebbe, nel caso in cui si togliessero le sanzioni, perfino in modo graduale, soprattutto se da ciò dovessero nascere relazioni più profonde e reciprocamente vantaggiose con la Cina. La vera domanda, tuttavia, è se Trump accetterà.
Nell’immagine: 2015, Hassan Rohani e Barack Obama siglano l’accordo sul nucleare