A un impero senza egemonia resta solo la forza

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato 

Di Marina Calculli, il manifesto

Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato. Il governo libanese di Nawaf Salam ne ha rivendicato il merito, presentandolo come una «difesa della sovranità».

Intanto è già all’opera – secondo i diktat dall’asse Usa-Israele – l’ennesimo tentativo di «demilitarizzare» Hezbollah, che invece rivendica il proprio «diritto alla resistenza». Ma anche l’Iran si è arrogato il merito della tregua, annunciando la riapertura dello Stretto di Hormuz proprio in virtù della sua effettiva, seppur tardiva, estensione al Libano. Questo era un punto cruciale dell’accordo negoziato a Islamabad tra Iran e Stati uniti l’8 aprile, che Israele aveva immediatamente sabotato con una serie di attacchi su larga scala – oltre cento bombardamenti in dieci minuti – già archiviati alla storia come il «mercoledì nero» del paese dei Cedri.

Il segnale dell’Iran è inequivocabile: ciò che ha condotto Trump a frenare la furia israeliana contro il Libano è la pressione di Teheran sull’economia globale. Il nesso causale è plausibile, dato che persino i leader europei si sono mobilitati per preservare ed estendere la tregua al Libano, mostrando quanto abbiano a cuore la protezione della circolazione del petrolio, a differenza della protezione del popolo palestinese dal genocidio.

Israele, dal suo canto, si ostina a presentare l’accordo come una prima tappa di un «processo di pace» per incorporare il Libano nei cosiddetti Accordi di Abramo – un grande schema di pacificazione coloniale, piuttosto che di pace, che mette gli stati arabi di fronte alla scelta tra il peggio e il male: isolamento, se non distruzione; o accettazione dello smantellamento delle capacità militari e industriali e il riconoscimento del «diritto» di Israele a espandersi continuamente all’interno dei loro territori per così dire «sovrani», in cambio di un accesso limitato ai circuiti economici dominati dagli Stati uniti.

La cacofonia delle narrazioni sulla tregua – che resta comunque fragilissima – non è né sorprendente né inedita. Rivela piuttosto la tensione tra proiezioni ideologiche dello spazio regionale – uno dominato da Stati uniti e Israele; uno fondato sul riconoscimento dell’autodeterminazione e della sovranità degli stati regionali, come sostengono l’Iran e Hezbollah. In questa dialettica, si intravede un limite al potere imperiale statunitense.

Nonostante la hybris revisionista di Trump, che si pensava invincibile nel consolidare ed estendere rapidamente il proprio sistema tributario urbi et orbi, l’asse Usa-Israele sembra impantanato e ripiega verso una vecchia strategia: scaricare sui governi della regione il proprio fallimento strategico, guadagnando tempo per una riorganizzazione militare. Dagli accordi di Ta’ef del 1989, che avviarono il processo di fine della guerra civile libanese (1975-1990), la sfera normativa dello stato del Libano è diventata a più riprese estensione del campo di battaglia. Stati uniti e Israele hanno sistematicamente cercato di manovrare il potere legislativo ed esecutivo di Beirut per cercare di criminalizzare e smantellare Hezbollah, ogni volta che Israele falliva manu militari.

Ma proprio per questo, Hezbollah ha sempre reclamato un posto all’interno del parlamento e del governo: per arginare l’influenza esterna e continuare a opporsi al progetto che Israele persegue da sempre in Libano, con il pretesto di «combattere il terrorismo» – ovvero incorporare il sud del Libano all’interno del suo territorio, che è poi il motivo che ha portato alla nascita di Hezbollah nel 1982.

A ogni iterazione del tentativo di distruggere il movimento sciita, perseguita con ogni mezzo – dall’impiego di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu all’uso di attacchi terroristici, come l’esplosione simultanea di migliaia di cercapersone in tutto il Libano tra il 17 e il 18 settembre 2024 – riemerge puntualmente il tallone d’Achille del potere imperiale statunitense-israeliano: l’impossibilità di disarticolare o corrompere Hezbollah, fondata sul convincimento, sintetizzato da Ibrahim al-Amin sul quotidiano Al Akhbar, che «non (ci sia) sovranità, libertà o dignità per un popolo senza sacrifici, sangue…e lacrime». È una coesione ideologica che si sta dimostrando impossibile da erodere con la minaccia o con l’incentivo materiale e che si esprime in una grammatica del sacrificio incomprensibile alla logica tributaria statunitense.

È proprio questo a rendere la tregua così effimera. L’imperialismo statunitense ha sfigurato la regione mediorientale, ma ha definitivamente fatto cadere ogni suo pretesto morale. L’asse Usa-Israele è ormai un impero senza egemonia, incapace di produrre consenso oltre la coercizione. La guerra è destinata a proseguire per estenuazione – prima di tutto delle popolazioni civili – con la prospettiva di fare un deserto e chiamarlo pace.

Nell’immagine: manifestanti calpestano le bandiere degli Stati Uniti e di Israele durante una protesta a Giacarta


L’intesa atomica si fa solo con la Cina

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato 

Di Bill Emmott, La Stampa

Papa Leone XIV e Giorgia Meloni dovrebbero trarre conforto dal fatto che il punto centrale dell’attacco sferrato contro di loro da Donal Trump contiene un indizio su come sarebbe possibile riportare la pace tra Iran e Stati Uniti. Sostenendo che la loro opposizione alla guerra implica che il Papa e Meloni sono contenti che l’Iran sia in possesso di armi nucleari (e perfino che attacchi l’Italia), Trump ha dimostrato che di fatto sta riformulando lo scopo della guerra: più che altro il conflitto ha a che vedere con il nucleare, non con il cambio di regime o qualsiasi altra cosa.

Oltretutto, questa riformulazione a posteriori, fatta a rischio di alienarsi il favore di circa 53 milioni di elettori cattolici, dimostra che Trump spera che l’Iran possa essere costretto ad accettare limitazioni al suo programma nucleare, così da permettergli di dichiarare una sorta di vittoria. Questo risultato è sì possibile, ma probabilmente per ottenerlo servirà l’aiuto della Cina. I negoziatori di Trump, inoltre, dovranno riprendere il lavoro di alcune delle persone che egli odia maggiormente: Barack Obama e i governi di Germania, Francia e Regno Unito.

Le armi nucleari non saranno l’unico elemento a determinare se Iran e Stati Uniti riusciranno a rinnovare il cessate il fuoco che scade il 21 aprile e arrivare a un accordo di pace. Tra le altre questioni che allontanano le due parti vi sono i termini di gestione in futuro dello Stretto di Hormuz, adesso che l’Iran ha sorpreso tutti riaprendolo durante il cessate il fuoco; le sanzioni americane, europee e di altri Paesi occidentali sulle esportazioni iraniane, gli asset stranieri e le istituzioni finanziarie; l’aiuto di Teheran a gruppi violenti di militanti come Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e gli Houthi in Yemen; e il futuro del programma missilistico balistico iraniano. In ogni caso, il riferimento al nucleare fatto di recente da Trump lascia intendere che il nucleare è l’elemento cruciale in grado di sbloccare il resto dell’accordo, quanto meno dal suo punto di vista.

Parliamoci chiaro: nessuno è favorevole all’aumento del numero dei Paesi con capacità nucleari, attualmente nove – America, Russia, Cina, India, Pakistan, Gran Bretagna, Francia, Israele e Corea del Nord. La domanda è la seguente: che cosa si può e si dovrebbe fare per evitare che qualcun altro si unisca al club del nucleare?

La risposta sul piano storico è stata il Trattato di non-proliferazione nucleare del 1968, con il quale sia gli Stati in possesso dell’atomica sia quelli senza si impegnarono a impedire un’ulteriore diffusione della tecnologia in questione, pur consentendo e gestendo la condivisione della tecnologia dell’energia nucleare a scopi pacifici. Dalla firma di quel Trattato, tuttavia, tre nuovi Stati sono riusciti a entrare in possesso dell’atomica – India, Pakistan e Corea del Nord – mentre Israele ha sviluppato capacità nucleari non meglio ufficialmente confermate. Se la proliferazione può essersi verificata anche soltanto tramite spionaggio, è anche verosimile che alcuni degli Stati con tecnologia nucleare abbiano dato una mano ad altri.

La diffusione di queste armi è senz’altro preoccupante, ma la preoccupazione è stata mitigata dal convincimento che, a eccezione forse della Corea del Nord, tutti gli Stati con l’atomica potessero essere dissuasi dal farne uso dalla consapevolezza che ricorrere alla bomba atomica porterebbe a una ritorsione immediata altrettanto distruttiva. Soltanto un regime suicida le userebbe. Il vero pericolo del nucleare è che armi di questo tipo cadano nelle mani di gruppi terroristici che potrebbero non essere distolti dal concetto di “distruzione reciproca assicurata”.

Fin da quando emerse la prima prova, un quarto di secolo fa, che l’Iran aveva messo a punto un programma segreto alquanto avanzato per arricchire l’uranio, l’America e altri governi hanno cercato vie non militari per garantire che tale programma potesse essere usato soltanto a scopi civili di produzione di energia e non di armi. Il culmine di quel processo fu raggiunto nel 2015, dopo oltre due anni di sforzi diplomatici durante i quali sei Paesi collaborarono a convincere l’Iran ad accettare alcuni vincoli. I sei Paesi erano America, Germania, Francia, Regno Unito, Russia e Cina.

Quell’accordo, noto ufficialmente come Accordo sul Nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan Of Action, Jcpoa), fissò alcuni limiti al programma iraniano di arricchimento dell’uranio in cambio di una graduale attenuazione delle sanzioni europee e americane e prevedendo un iter concordato di ispezioni e verifiche da parte dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Anche se i tre governi europei avevano fatto la maggior parte del pesante lavoro diplomatico, quell’accordo nucleare è stato considerato uno dei più importanti risultati in politica estera dell’Amministrazione del presidente Obama. Incredibilmente, perfino Cina e Russia furono convinte a firmarlo. Questo è il motivo per cui, nella sua campagna elettorale del 2016, Donald Trump se l’è presa con l’accordo e poi nel 2018, da presidente, ha ritrattato l’adesione dell’America.

Israele non si è mai fidato del Jcpoa. Parte del problema è che Israele sa benissimo che l’Iran porta avanti molti programmi segreti di produzione di armi e quindi non è propenso a credere alle promesse iraniane, specialmente se soggetto ai frequenti attacchi dei proxy iraniani in Libano e da Hamas. Se altri Paesi potrebbero sentirsi rassicurati dal fatto che, nel caso in cui entrasse in possesso della bomba atomica, Teheran sarebbe dissuaso dal farne uso dalla minaccia di una ritorsione israeliana e americana, Israele di sicuro preferirebbe non dover vedere messa alla prova quella intenzione.

Quindi il paradosso è che, se dovessero riprendere seri colloqui tra i negoziatori iraniani e americani, sul tavolo in sostanza ci sarebbe una versione aggiornata dell’accordo del 2015, ossia il Jcpoa. Grazie ai bombardamenti israelo-americani del giugno 2025, il nuovo accordo dovrebbe partire dal presupposto che l’Iran ha una capacità notevolmente inferiore di arricchire l’uranio. Altro nuovo elemento importante sarà la presunta scorta di Teheran di 400 chili di uranio arricchito, in parte sepolti sotto le macerie. Si dovrà trovare il modo di gestire quelle scorte di materiale parzialmente danneggiato, forse, ma ancora potente.

L’Iran non accetterà mai di rinunciare al suo diritto sovrano di avere un programma di arricchimento dell’uranio, proprio come Israele non crederà mai che l’Iran rinuncerà per sempre alle sue ambizioni di diventare uno Stato in possesso dell’atomica. Se Trump vuole davvero arrivare a un accordo sul nucleare, così da porre fine alla guerra e far ritirare la Marina degli Stati Uniti dal Medio Oriente, i suoi negoziatori dovranno trovare il modo di superare questi problemi.

La Cina e i meccanismi concordati nel Jcpoa offrono entrambi valide risposte. Alla Cina – Paese firmatario del Jcpoa, che inoltre sta già aiutando l’Iran con armi e finanziamenti – si potrebbe chiedere di guidare un consorzio incaricato di gestire le scorte di uranio arricchito e addirittura di contribuire al controllo del programma iraniano nucleare a scopi civili. La Cina non è interessata sul piano strategico a vedere diventare l’Iran uno Stato nucleare; quindi, potrebbe essere incaricata di tale ruolo da Israele, Europa e America. I governi europei possono mettere a disposizione la loro esperienza acquisita durante i negoziati per il Jcpoa, e l’Aiea potrebbe tenersi pronta a riprendere il suo ruolo di controllo.

L’Iran accetterà tutto questo? Molto probabilmente lo farebbe, nel caso in cui si togliessero le sanzioni, perfino in modo graduale, soprattutto se da ciò dovessero nascere relazioni più profonde e reciprocamente vantaggiose con la Cina. La vera domanda, tuttavia, è se Trump accetterà.

Nell’immagine: 2015, Hassan Rohani e Barack Obama siglano l’accordo sul nucleare


Trump frustrato dirotta su Cuba

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato 

Di Roberto Livi, il manifesto

Frustrato dall’andamento della sciagurata aggressione all’Iran, Donald Trump è tornato a minacciare Cuba, ritenuta un bersaglio più facile. La settimana scorsa aveva affermato: «Di ritorno dall’Iran, faremo tappa a Cuba»; mercoledì ha fatto sapere al quotidiano Usa Today di «non rinunciare all’opzione militare» per prendersi l’isola.

Più prudenti, esponenti del Pentagono hanno commentato al giornale che «vi sono piani contingenti per eseguire gli ordini del presidente» ma che «al momento» quello militare «è uno scenario ipotetico». I generali sono infatti consapevoli che Cuba non rappresenta affatto un pericolo per la sicurezza degli Usa, anzi che in alcuni settori – lotta alla droga, emigrazione e sicurezza delle coste – vi è da tempo una collaborazione con i militari cubani. Inoltre, ritengono che il vero problema non sia «mettere gli scarponi sul terreno», quanto tirarli fuori dopo l’intervento. Ovvero al Pentagono ritengono che un’azione armata contro l’isola provocherebbe un caos senza avere alcun piano per affrontarlo e che questo porterebbe a un’instabilità in tutta la regione del Caribe e a probabili flussi migratori verso gli Usa.

MA I RAGIONAMENTI dei militari cozzano con il «il senso di onnipotenza» – come lo ha definito il papa – del tycoon. E dunque tengono in allarme sia il vertice politico cubano, che la popolazione. Mentre il presidente Miguel Díaz-Canel – in due interviste, a Newsweek e poi alla catena tv Nbc – ha affermato che Cuba si difenderà con una lotta di popolo – tesi ripetuta giovedì in una grande manifestazione per i 65 anni della dichiarazione con cui Fidel affermava «il carattere socialista» della rivoluzione di Cuba – e che lui stesso era pronto a sacrificarsi per la sovranità dell’isola, il cubano de a pie vede aumentare il senso di incertezza sul futuro del paese e, soprattutto, della vita sua e dei suoi famigliari.

Laura, che lavora come psicologa in un’impresa statale, mi conferma che l’incertezza del futuro si somma alla drammaticità della crisi economica e energetica producendo uno stress che sta trasformandosi in «una patologia sociale: sono aumentate considerevolmente le richieste di ansiolitici e di medicinali contro la pressione alta», dice. «Ma la scarsezza di medicinali, sommata alle difficoltà che, a causa del bloqueo, colpiscono il sistema statale di salute – aggiunge accrescono l’ansia della gente. Gli ospedali funzionano ancora, seppur con difficoltà, per urgenze o malattie più gravi. I policlicnici di quartiere, la vera spina dorsale della sanità pubblica dell’isola, sono in difficoltà ancora peggiori. È vero che vi sono medici 24 ore al giorno, ma spesso non sono hanno a disposizione i medicamenti che servirebbero ai pazienti. E dunque non mitigano paure e stress».

Di fronte a questa situazione allarmante il governo cerca di accrescere i sistema di protezione sociale – in netta crisi dopo la pandemia – nei confronti delle famiglie più colpite dalla povertà (definita «situazione di vulnerabilità», sia per diminuirne la drammaticità, sia per sottolinerane le conseguenze sociali). Il governo ha varato nelle ultime settimane 32 nuovi programmi per «alleviare la vulnerabilità».

MA RESTA IL FATTO che l’ampiezza della crisi che dura da anni (-11% del Pil rispetto a cinque anni fa) e la decisione di sostituire progressivamente il sostegno statale generalizzato – la libreta, sorta di tessera annonaria che garantisce a tutti i prodotti di prima necessità a prezzi minimi – con l’aiuto mirato ai più bisognosi stanno di fatto aumentando il malessere sociale. Una recente inchiesta “indipendente” – di cui è diffcile verificare la serietà – sostiene che quasi il 70% della popolazione patisce diversi gradi di povertà (come la rinuncia a uno o più dei tre pasti quotidiani). In vari quartieri famiglie a «struttura precaria» si organizzano per la sussitenza. Ma, come afferma Laura, avanza «la sensazione di essere soli a occuparci dei nostri problemi».

Questa situazione conferma lo scopo con cui il presidente Trump e il segretario di Stato Marco Rubio usano l’alternanza fra offerte di trattative e minacce di azioni militari: «È una tattica per erodere la sovranità del governo cubano e indurre un senso di angoscia nella popolazione. Che è poi la ragione per cui, fin dagli anni ’60 del secolo scorso, è stato deciso l’embargo contro Cuba: affamare la popolazione perché si ribelli», afferma lo storico Fabio Fernandez.

Nell’immagine: una donna vende candele durante un’interruzione di corrente all’Avana


Luciano Violante: “La democrazia è conveniente, vince la politica che sa dimostrarlo”

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato 

Di Mirella Serri, La Stampa

Ha senso oggi parlare di democrazia in un mondo in cui sembra prevalere solo la forza? In realtà non si sta affacciando sul nostro orizzonte politico nessun sovvertimento repentino e violento, nessun “tintinnar di sciabole”, come si diceva dei colpi di Stato, eppure ci sentiamo assediati, pressati dall’avanzare delle autocrazie e da regimi sempre più reazionari. L’Europa è rimasta l’isola della liberaldemocrazia, per così dire, nel gran mare degli autoritarismi. Come ci possiamo difendere? Adesso a offrirci un manuale di sopravvivenza democratica sono Marta Cartabia e Luciano Violante ne La democrazia non esiste in natura. Lezioni di storia politica in difesa dei valori comuni (Bollati Boringhieri). Nella introduzione Cartabia, ex ministro della Giustizia, traccia un quadro generale della democrazia alla luce della Costituzione. Violante, che attualmente presiede la fondazione Multiversity, ha elaborato undici lezioni in cui, il magistrato ed ex presidente della Camera, coniuga diritto e storia politica per interpretare la nostra modernità.

Violante, dobbiamo costituire dei presidi in difesa della democrazia?
«È sbagliato parlare di difesa: bisogna ricostruire il sistema democratico, adeguandolo ai tempi. È vero che le autocrazie sono sempre più numerose e avanzano: oggi solo il 28 per cento della popolazione mondiale vive in regimi democratici mentre nel 2004 era il 51 per cento. Ma l’ onda della destra più estrema e reazionaria attraversa gran parte del mondo ma non coincide con il fascismo tradizionale. Si tratta di un nuovo pensiero reazionario conservatore di estrema destra, molto ben costruito, che definisce la democrazia come superflua, inconcludente e costosa, e che ha capacità di convincimento e di penetrazione. I suoi capisaldi? Sono parecchi. Per prima cosa le nuove destre si fondano su un potere esecutivo “monarchico” e assoluto, senza contrappesi istituzionali, e hanno perciò in spregio i controlli della magistratura. Coltivano il disprezzo del diritto internazionale e di ogni forma di organizzazione sovranazionale, come Ue e Onu. A questo si aggiunge un’idea della politica estera come multipolarismo, fondata sulla presenza di molteplici centri di potere che generano un equilibrio fondato solo sui rapporti di forza. Gli effetti sono l’ instabilità e la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, conflitti invece che una cooperazione pacifica. Trump sostiene che è la missione a determinare l’alleanza e non viceversa: prima, dice il tycoon, decido cosa voglio fare e poi vediamo chi ci sta. Questo è accaduto nella guerra contro l’Iran. Un altro elemento che connota il neoconservatorismo è il concetto di nazione come espressione di omogeneità culturale e genetica».

Noi europei viviamo assediati da una sorta di “internazionale illiberale”, non certo incline alla presa del potere cruenta ma pronta a logorare la democrazia dall’interno e far man bassa dei principi che garantiscono pluralismo e libertà.
«È da anni che la filosofia reazionaria viene sviluppata da think thank come la Heritage Foundation, la fondazione del partito repubblicano. Curtis Yarvin, informatico statunitense, pensatore molto vicino a Trump, è il teorico di un’inedita forma di tecnomonarchia, del governo dell’Uno, ovvero di un monarca sostenuto dalla intelligenza artificiale. Yarvin suggerisce addirittura che il presidente americano abbandoni l’Unione europea al suo destino in modo che la Russia possa avere libertà di manovra nel Vecchio Continente per schiacciare la cultura progressista e far prevalere modelli di governo reazionari . In questo nuovo conservatorismo c’è uno stretto rapporto tra politica e religione. Trump, Putin e Netanyahu ritengono che il potere politico non sia legittimato dal consenso popolare ma dalla volontà di Dio. Ricordo che di recente ci è capitato di vedere lo staff del presidente Trump con alcuni pastori evangelici riuniti nello Studio Ovale per ringraziare Dio per aver dato Trump all’America. Cose analoghe le ha dette il patriarca Kirill nei confronti di Putin».

Tanti cittadini oggi si dichiarano stanchi della complessità e delle lungaggini del mondo democratico e auspicano una leadership autoritaria, energica e veloce, capace di ridurre attese e intoppi. Hanno ragione a ritenere la democrazia come di qualcosa di vetusto?
«Bisogna restituire al nostro sistema politico il ruolo di forza trainante. La democrazia deve essere conveniente. Suona singolare? Non deve essere più costituita da complicati intrecci dove dominano incertezza, confusione dei poteri e instabilità dei diritti. Le istituzioni italiane spesso sono farraginose e pleonastiche. In Italia il presidente del Consiglio ripete, per esempio, lo stesso discorso alla Camera e al Senato. Non si può semplificare? Perché la fiducia va votata due volte? In Parlamento rituali e alcuni dibattiti e alcune deliberazioni non si possono svolgere in seduta comune per evitare una comunicazione inutile e pletorica?».

Altri esempi?
«Cinque anni per una legislatura sono veramente ormai troppi. Per il mandato parlamentare, sia alla Camera dei deputati che al Senato, sono più che sufficienti quattro anni. Come accade negli Stati Uniti e in Germania. La democrazia si deve adattare alla nuova tempistica delle relazioni umane, oggi tutto cambia rapidamente».

La politica con il passo della tartaruga è tipica dell’Ue. Il diritto di veto all’interno dell’Unione europea porta infatti alla paralisi o quasi. Non è così?
«I paesi che vogliono rendere fluida la situazione decisionale dell’Europa devono, come ha suggerito Mario Draghi, riunirsi in coalizioni di volenterosi e dunque bypassare quelle interdizioni che paralizzano l’Unione e fanno il gioco di Putin e di altri dittatori delle destre più radicali e reazionarie».

Una nuova politica può stimolare i cittadini a non disertare le urne?
«Alla manifestazione per il popolo palestinese a Milano hanno partecipato un milione di persone. A votare per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati c’è stato un boom di affluenza. La gente sa capire quando c’è un vero valore in gioco. Il dibattito politico, invece, di solito assume un tratto privatistico, dove sembra assente l’interesse pubblico. Lo dico con una battuta: a volte prende i toni di una riunione tra condomini litigiosi. Dobbiamo individuare campi comuni. La politica deve battersi non solo per il salario minimo ma per un salario giusto, come dice la Costituzione, ovvero commisurato a una vita dignitosa. Un altro dei campi è la semplificazione delle procedure amministrative. E l’elenco potrebbe continuare. La difesa del nostro sistema politico basato sulla partecipazione, l’uguaglianza e la libera scelta impone la costruzione di nuove forme di democrazia che i cittadini devono percepire come convenienti e adeguate ai nuovi tempi veloci».

Nell’immagine: l’ex presidente della Camera Luciano Violante


Vuoi smettere di pagare le tasse sul reddito? Diventa miliardario!

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Di Urs P. Gasche, Infosperber

Oggi le tasse sono solo per chi lavora normalmente.

Molte persone con grandi patrimoni pagano relativamente poche tasse o addirittura nessuna. I miliardari – e i ricchi il cui patrimonio ammonta a qualche centinaio di milioni – possono eludere le tasse legalmente. Sfruttano scappatoie che non sono a disposizione dei contribuenti «normali».

Chi percepisce uno stipendio deve allegare il certificato di salario alla dichiarazione dei redditi. Non ci sono scappatoie. Chi lavora in proprio se la cava un po’ meglio: può far valere più detrazioni – anche una perdita – per ridurre il proprio reddito imponibile.

Per i super ricchi valgono altre regole. Possono rinunciare a uno stipendio o ad altro reddito imponibile. In tal caso lo Stato non può riscuotere le imposte sul reddito. Sia in Svizzera che in Germania i super ricchi possono sottrarsi alle detrazioni salariali, come i contributi per la disoccupazione. I contributi AVS, che sarebbero dovuti anche in caso di stipendi molto elevati, possono essere sostituiti da contributi minimi annuali.

«Due classi di persone»

«Negli Stati Uniti oggi ci sono due classi di persone», ha spiegato al «New York Times» Ray Madoff, esperta fiscale alla Boston College Law School: «Coloro che pagano le tasse, cioè la maggior parte di noi, e la classe dei ricchi. Si tratta di un’élite che si autoalimenta e che tramanda di generazione in generazione ricchezze quasi esenti da tasse».

Nel suo libro «The Second Estate: How the Tax Code Made an American Aristocracy», Madoff scrive che negli Stati Uniti i miliardari possono eludere quasi completamente le tasse, proprio come riusciva a fare la nobiltà francese prima della Rivoluzione del 1789.

Anche in Europa i miliardari possono eludere in larga misura le tasse evitando i redditi da lavoro dipendente. Il loro patrimonio ereditato o accumulato è tassato solo in misura minima: contanti, azioni, obbligazioni, oro, collezioni d’arte, case, yacht e tutti gli altri beni di valore.

Le imposte sul reddito sono per i lavoratori dipendenti

Nelle liste dei manager e dei membri dei consigli di amministrazione più pagati si nota che spesso mancano i super ricchi come Jeff Bezos, Warren Buffett, Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Peter Thiel o Elon Musk. Motivo: si pagano solo uno stipendio modesto o addirittura nessuno. Rientrano nella categoria dei lavoratori a basso reddito o di coloro che non percepiscono alcun reddito da lavoro.

Fanno fruttare il proprio denaro sotto forma di azioni e opzioni su azioni o grazie all’aumento di valore dei propri immobili e delle collezioni d’arte. Quando il valore di immobili, azioni o collezioni d’arte aumenta, non si applica alcuna imposta sul reddito. Solo quando case e appartamenti vengono venduti, matura un’imposta sugli utili immobiliari.

Se dalla vendita di azioni, obbligazioni, criptovalute e altri beni mobili privati derivano profitti,

  • in Svizzera è possibile incassare i profitti senza pagare imposte;
  • in Germania si applica un’imposta liberatoria del 25%. Le perdite realizzate possono essere dedotte dai profitti;
  • negli Stati Uniti, gli eredi di azioni pagano le imposte solo sulle plusvalenze realizzate a partire dal momento dell’eredità. Gli aumenti di valore avvenuti durante la vita del defunto rimangono esenti da imposta.

Vivere a credito mentre il patrimonio cresce

I super ricchi, tuttavia, non hanno bisogno di vendere il proprio patrimonio in profitto. In tal caso, non sono dovute né imposte di liberazione né imposte sugli utili immobiliari.

Per finanziare le loro spese quotidiane o la manutenzione di yacht, aerei privati e isole private, utilizzano le loro azioni, immobili o collezioni d’arte come garanzie per ottenere crediti vantaggiosi dalle banche. Finché il valore delle loro azioni, immobili o collezioni d’arte cresce più rapidamente degli interessi sui crediti, diventano ancora più ricchi di prima – senza pagare tasse.

La strategia si chiama «buy, borrow, die» («compra, prendi in prestito, muori»). I super ricchi contraggono prestiti sui loro portafogli di titoli o su altre parti del patrimonio senza mai realizzare plusvalenze.

Nei documenti su Jeffrey Epstein resi pubblici si trova un esempio di questa strategia fiscale dei super ricchi. Epstein ha mostrato all’ex amministratore delegato Leon Black della società di private equity Apollo Group come vivere nel lusso praticamente senza pagare tasse. Black ha potuto spendere centinaia di milioni di dollari ottenuti sotto forma di prestiti bancari a tassi agevolati. Come garanzia per i prestiti, le banche potevano ipotecare la sua collezione d’arte.

Secondo un articolo su «Forbes» («How Picasso, Van Gogh And Cézanne Helped Finance Epstein Client Leon Black’s Billionaire Lifestyle») il valore della sua collezione d’arte è aumentato da circa 1 miliardo di dollari nel 2014 a 1,4 miliardi nel 2017, con un incremento di 400 milioni. Durante questi tre anni, gli interessi sui prestiti sono stati nettamente inferiori al guadagno patrimoniale di 400 milioni di dollari, consentendo a Black di vivere nel lusso senza pagare le imposte sul reddito.

«Negli Stati Uniti, l’1% più ricco possiede un patrimonio di oltre 50.000 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra superiore al PIL complessivo di Stati Uniti e Cina.»
Federal Reserve/NYT

Imposte di successione e donazione

Affinché un’élite autosufficiente non possa trasmettere di generazione in generazione ricchezze quasi esenti da imposte, la professoressa Ray Madoff propone di tassare pesantemente le grandi eredità e donazioni. Le franchigie che oggi proteggono la maggior parte delle persone dalle imposte sulle donazioni e sulle successioni rimarrebbero in vigore.

Ma anche contro le imposte sulle successioni e sulle donazioni esiste una grande scappatoia: i miliardari costituiscono fondazioni esenti da imposte e trasferiscono il loro patrimonio in queste fondazioni. Essi mantengono poi comunque un ampio potere di decidere come vengono spesi i proventi del patrimonio e il patrimonio stesso. In qualità di membri del consiglio di fondazione, anche i loro eredi potranno in seguito disporre del patrimonio in esenzione fiscale. Le fondazioni vengono costituite prevalentemente in paesi in cui sono soggette a minori restrizioni.

Plusvalenze tassate al 27,5 per cento

Nei paesi democratici, le imposte sul reddito dovrebbero essere commisurate alla capacità economica dei contribuenti. Chi è ricco paga una percentuale più alta rispetto a chi è povero. Tuttavia, tra i redditi non dovrebbero essere conteggiati solo i redditi da lavoro, ma anche le plusvalenze in borsa. In questo modo le scappatoie per miliardari e multimilionari sarebbero sostanzialmente colmate – a meno che non trasferiscano la loro residenza stabile in un lontano paradiso fiscale.

In Svizzera le imposte sui guadagni di capitale vengono contestate con la scusa che in Svizzera esiste un’imposta sul patrimonio. Ma questa è ridicolmente bassa rispetto alle imposte sul reddito.

Ciò che i politici e i media in Svizzera e in Germania non menzionano quasi mai: l’Austria ha introdotto già quindici anni fa un’elevata imposta sui redditi da capitale sui guadagni di corso con azioni, derivati, obbligazioni e sui dividendi percepiti (nel frattempo anche sui guadagni realizzati con le criptovalute). L’aliquota fiscale era inizialmente del 25 per cento e dal 2016 è del 27,5 per cento.

Le perdite di corso realizzate possono essere compensate con gli utili e determinati redditi da capitale, ma solo entro certi limiti e sempre solo nello stesso anno solare. Chi guadagna poco e ha un’aliquota fiscale sul reddito inferiore al 27,5%, può anche aggiungere gli utili di borsa e i dividendi al proprio reddito normale.

Le banche e i broker austriaci trattengono direttamente l’imposta nei loro rendiconti e la versano all’ufficio delle imposte. Se gli utili da capitale e i dividendi sono realizzati all’estero, i contribuenti devono dichiararli nella loro dichiarazione dei redditi. Chi non dichiara i redditi da capitale esteri rischia un’imposizione a posteriori, interessi e – a seconda del grado di colpa – sanzioni penali finanziarie significative, che possono arrivare fino a una pena pecuniaria e, nei casi più gravi, a una pena detentiva.

Nell’immagine: un’illustraione di tankist276


Perché Prevost è il più odiato dai neo reazionari

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato 

Di Mario Ricciardi, il manifesto

A livello superficiale non è difficile spiegare l’ostilità che Donald Trump sta manifestando nei confronti di Leone XIV. L’attuale presidente degli Stati uniti vive di comunicazione. Questo è stato il suo tratto distintivo come imprenditore, è convinto che sia il fattore decisivo del suo successo, e lo stesso approccio spiega anche il suo modo di concepire la politica.

Nel mondo di Trump non c’è autorità o autorevolezza, l’unica cosa che conta è essere una celebrità, sempre al centro dell’attenzione. Che Leone XIV stia sfidando la sua posizione proprio attraverso i social media è quindi intollerabile. Se il pontefice avesse pubblicato un’enciclica, probabilmente la reazione di Trump non sarebbe stata così immediata e aggressiva. La diffusione dei messaggi del papa su X è per lui una minaccia in quello che percepisce come il suo dominio.

Se vogliamo davvero rintracciare le cause profonde del conflitto in corso tra una parte della destra statunitense e un papa nato a Chicago, dobbiamo però volgere lo sguardo altrove, e cercare di comprendere perché negli ultimi anni diversi protagonisti del movimento che ha accompagnato l’ascesa politica di Trump, e hanno contribuito a plasmarne il profilo ideologico, hanno mostrato una particolare attenzione al ruolo pubblico dei pontefici e della chiesa cattolica. Non c’è da considerare solo la conversione di J.D. Vance, ma anche la rete di rapporti che figure come Steve Bannon e Kevin Roberts (l’architetto del Project 2025) o think tank come l’Acton institute, coltivano da tempo con i settori più reazionari dell’episcopato e del cattolicesimo.

Un fenomeno relativamente recente in un paese in cui storicamente il protestantesimo era dominante (basta pensare al sospetto con cui certi ambienti accolsero l’elezione di J.F. Kennedy, primo presidente cattolico), ma oggi la maggioranza dei cristiani è di denominazione cattolica. Si tratta di una partita complessa, nella quale contano dinamiche demografiche (il peso dell’elettorato di origine ispanica) e rigurgiti suprematisti (la maggioranza dei neri negli Usa è protestante, di denominazione battista). Questa, tuttavia, è solo parte della storia. Se andiamo indietro nel tempo, alle origini remote del movimento che ha cambiato la cultura della destra statunitense, e ha portato Trump alla Casa bianca, non possiamo trascurare l’influenza che per diversi decenni ha avuto William F. Buckley, intellettuale pubblico, fondatore della National Review, conduttore di talk show, che diversi studiosi considerano il «nonno» della rivoluzione conservatrice che ha mutato l’identità del partito repubblicano.

L’autore che può aiutarci a comprendere il nucleo teorico che spiega la salienza che oggi ha il cattolicesimo per la destra statunitense è tuttavia Carl Schmitt. A lui si richiamano sia accademici di spessore come il costituzionalista Adrian Vermeule, sostenitore del Common good constitutionalism”, sia oligarchi del mondo high tech come Curtis Yarvin e Peter Thiel, ideologi della tendenza neoreazionaria del Dark enlightenment. In uno scritto del 1923, Schmitt scrive: «La macchina è priva di tradizione. Che sia la tecnica il vero principio rivoluzionario, e che a suo paragone tutte le rivoluzioni fondate su principi giusnaturalistici non siano che giochi arcaicizzanti, è una delle feconde intuizioni sociologiche di Karl Marx. Una società esclusivamente fondata sul progresso tecnico sarebbe di conseguenza completamente rivoluzionaria; ma ben presto si autodistruggerebbe, insieme alla propria tecnica». Un’affermazione dal tono profetico e come tale viene intesa dai neoreazionari, che da Schmitt riprendono anche l’idea che la chiesa cattolica sia la sola ad avere le risorse culturali e intellettuali per impedire che la rivoluzione tecnologica in corso finisca per divorare coloro che se ne considerano gli artefici (e che ne traggono maggiore beneficio).

Non è un caso che l’offensiva ideologica e l’esposizione politica di Yarvin e Thiel sia aumentata dopo la crisi provocata dalla pandemia Covid. In quell’evento globale, infatti, è venuto in evidenza sia il fallimento del neoliberalismo come garante dell’ordine necessario perché la rivoluzione continui senza minacciare la posizione dominante degli oligarchi, sia l’aspirazione di molti lavoratori del settore dei servizi a riprendere il controllo della propria vita, rinegoziando la distribuzione del tempo e dello spazio destinato al lavoro.

La forza acquisita dal movimento globale in difesa dei diritti dei palestinesi e contro lo sterminio in corso a Gaza ha accresciuto ulteriormente la convinzione dei neoreazionari di essere di fronte a una sfida esistenziale, che evoca quella che Schmitt aveva individuato nel comunismo. Di qui l’iniziativa per mettere al sicuro la propria posizione di dominio. Perché questo obiettivo si realizzi, la chiesa deve prendere parte, schierarsi a fianco di un regime in crisi, quello neoliberale, che ha creato le premesse per il proprio superamento, restaurandone la legittimità. Gli ultimi due pontefici, ciascuno a suo modo, hanno fatto capire di non essere disposti a mettersi a servizio di questa restaurazione oligarchica. Per questo essi sono considerati oggi dei nemici.


Così Trump sta trasformando l’America in uno Stato psicotico

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato 

Di Jonathan Rauch e Peter Wehner, la Repubblica

Ormai abbiamo capito da tempo che il presidente Trump possiede una mente disorganizzata e una personalità caotica. Ciò che gli ultimi mesi e specialmente le ultime settimane hanno messo in luce è che le patologie del presidente hanno avuto effetti a cascata all’interno della sua amministrazione. Si sono istituzionalizzate. Il motivo per cui spesso l’amministrazione non agisce con coerenza è perché non ci riesce. In questo secondo mandato di Trump il mondo si trova ad affrontare qualcosa di nuovo, sconcertante e spaventoso: uno Stato psicotico.

Questo non significa che tutti, all’interno del governo, siano emotivamente o psicologicamente instabili. Né si tratta di fare una diagnosi clinica del presidente. La questione è che all’amministrazione nel suo complesso mancano un costante contatto con la realtà e la capacità di organizzare il proprio pensiero in maniera coerente. La grandiosità, l’impulsività, l’incoerenza di Trump e il suo totale distacco dalla realtà si sono trasformate in prassi dello Stato.

La grande confusione della guerra all’Iran

Sotto questo punto di vista il secondo mandato di Trump è diverso dal primo. Nel 2020 Trump borbottava per i risultati delle elezioni o vaneggiava di curare il Covid con iniezioni di disinfettante, non era però in grado di trasformare in realtà le sue fantasie, almeno non sempre. Nel secondo mandato, invece, la psicosi istituzionale si è manifestata fin dal primo giorno. La guerra all’Iran ha reso evidente la dimensione del problema. L’avversario più potente in questo conflitto è proprio l’incoerenza dell’amministrazione.

L’amministrazione Trump ha deciso di dare avvio alla guerra senza aver fissato degli obiettivi, delineato una strategia, preparato piani di emergenza e senza nemmeno essere in grado di spiegare cosa sta facendo. L’obiettivo iniziale dichiarato era il cambio di regime, ma da un certo punto in poi ha smesso di esserlo. Minacce di distruzione totale sono state pronunciate e poi ritirate. A febbraio il programma nucleare iraniano ci è stato presentato come il casus belli, ma Trump lo scorso giugno aveva dichiarato di averlo «obliterato». Il presidente ha cercato di raccogliere attorno a sé una coalizione internazionale per riaprire lo stretto di Hormuz, poi ha detto che per farlo sarebbero bastati gli Stati Uniti e infine che lo stretto si sarebbe in qualche modo sbloccato da solo. Ha dichiarato che gli Stati Uniti avevano già vinto la guerra, poi che sarebbe finita presto, poi che finirà “quando me lo sentirò nelle ossa”. Come ha efficacemente sintetizzato un titolo del New York Times, la posizione del presidente riguardo all’Iran “può cambiare a ogni frase”.

Impreparati anche a causa dei tagli

Mentre ancora piovevano le bombe l’amministrazione, preoccupata per i rialzi del prezzo della benzina, ha rimosso le sanzioni su una parte del petrolio iraniano “dando impulso agli sforzi bellici dell’Iran”, come ha riferito il Washington Post. Gli esperti della regione sono rimasti sbalorditi quando l’amministrazione, davanti alla chiusura parziale dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, è apparsa impreparata: era una mossa tattica prevista da decenni. L’amministrazione avrebbe potuto essere colta meno di sorpresa se non avesse ridotto il personale dell’ufficio per il Medio Oriente del dipartimento di Stato, se non si fosse liberata dei suoi consulenti in materia di petrolio e gas e se non avesse chiuso il proprio ufficio dedicato all’Iran. L’amministrazione ha sabotato lo stesso Consiglio per la sicurezza nazionale: ha licenziato parte del personale per assecondare i desideri di una teorica del complotto e ne ha compromesso l’indipendenza – una pessima mossa, alla vigilia di una guerra. I post di Trump sui social media sembrano in contraddizione fra loro e rasentano la demenza.

L’incoerenza di questa amministrazione non è un caso, è il suo modus operandi. Il cosiddetto Dipartimento per l’efficienza del governo (Doge) ha seminato il caos fra le agenzie federali, licenziando dipendenti senza un criterio discernibile, per poi talvolta riassumerli, e non ha ridotto in maniera significativa la spesa del governo. Trump è passato dalla posizione «niente più guerre» a dichiarare guerra (all’Iran) o minacciare l’uso della forza militare (Venezuela, Groenlandia, Cuba) un mese sì e uno no. La politica nei confronti dell’Ucraina è stata allo stesso tempo di concedere e negare il proprio sostegno. I dazi sono saliti e scesi, sono stati imposti e ritirati secondo i capricci del presidente. A febbraio Trump si è vantato di aver ridotto il prezzo del gas, a marzo di averlo aumentato.

Tutto questo non è affatto normale.

Un “cervello” in difficoltà

Un’amministrazione normale definisce le proprie politiche raccogliendo informazioni da varie fonti, armonizzando i punti di vista e le priorità di molte agenzie e assicurando un processo deliberativo razionale prima di sottoporre al presidente le possibili opzioni. Uno di noi due ha fatto parte di tre amministrazioni repubblicane e ha partecipato ai processi di revisione interagenzia che si sono svolti in un dipartimento, in un’agenzia esecutiva e nella stessa Casa Bianca. Una sola frase in un discorso di politica estera del presidente raccoglieva il contributo di venti o più persone appartenenti al dipartimento della Difesa, al dipartimento di Stato, alla Cia, al dipartimento del Tesoro e così via.

Il processo di revisione delle politiche può essere tortuoso e talvolta fallace, e non si può sostituire al giudizio del presidente, ma è un processo vitale. Affronta domande difficili e valuta opinioni contrastanti, accoglie il contributo di esperti in materie specifiche, anticipa le possibili conseguenze di un provvedimento e prepara piani per ogni evenienza.

Questo processo assomiglia a una specie di «mente istituzionale»: un processo cognitivo che determina le decisioni del governo e assicura che siano razionali e ancorate alla realtà. Lo si può immaginare come l’equivalente di una corteccia prefrontale, la parte del cervello responsabile di funzioni esecutive di alto livello come il controllo degli impulsi e la pianificazione a lungo termine. Durante il secondo mandato di Trump tali funzioni esistono ancora ma possono essere compromesse, aggirate o semplicemente abbandonate in qualsiasi momento per volere del presidente e dei funzionari di più alto livello. Da questo punto di vista, è come se l’amministrazione Trump fosse priva di cervello.

L’ultima parola sulle decisioni politiche spetta al presidente, non ad agenzie o esperti subordinati, ma un processo irrazionale produce risultati inspiegabili, ed è quello che continua a verificarsi. L’unico criterio sembra essere il principio enunciato da Trump stesso per descrivere l’atteggiamento nei confronti di Cuba: «Penso che posso farne quello che mi pare». È questo il criterio di governo della sua amministrazione.

Quando un’agenzia va fuori controllo, l’amministrazione dovrebbe affrettarsi a stabilizzarla, come è accaduto con il Dhs, il dipartimento della Sicurezza interna, quando caos e violenza hanno portato all’uccisione di due cittadini americani nelle strade di Minneapolis. Ma finché non verrà ripristinato un processo politico coerente, sotto il controllo di un responsabile che ne comprende la necessità, possiamo aspettarci di veder erompere geyser di irrazionalità in luoghi e modi imprevedibili.

Un leader imprevedibile e disperato

Come è comprensibile, studiosi, giornalisti e politici hanno tentato di inquadrare il secondo mandato di Trump in uno schema almeno in parte razionale: populismo, isolazionismo, unilateralismo, nazionalismo, transazionalismo, imperialismo, teoria del folle, sfere di influenza e altro. Alcuni di questi schemi possono aiutare a comprendere il presidente e le persone che lo circondano. Come ha sostenuto uno di noi due, Trump è un patrimonialista: un leader che considera lo Stato una sua proprietà. Ed entrambi abbiamo detto che questa amministrazione presenta alcuni tratti fascisti. Alla fine dei conti, però, la psicosi istituzionalizzata sfida le categorie razionali. Quale che sia lo schema utilizzato, prevedere il comportamento dell’amministrazione risulta impossibile. E se il presidente, man mano che la sua popolarità diminuisce, diventa sempre più disperato, il pericolo non può che aumentare.

E questo porta tutti a domandarsi: quali possono essere le conseguenze se l’amministrazione del Paese più potente del mondo pensa in modo caotico, agisce in modo imprevedibile ed è scollata dalla realtà? Non lo sappiamo. L’America e i suoi alleati hanno gestito molte imperfezioni e fallimenti presidenziali ma non abbiamo precedenti, né categorie, per la psicosi istituzionale che caratterizza la seconda amministrazione Trump. Proprio perché lo stato psicotico è del tutto imprevedibile, cercare di impostare un sistema per gestirlo è inutile.

I baluardi razionali

Ciò pone il Paese e i suoi alleati nella precaria ma non disperata condizione di fare eccessivo affidamento sui baluardi razionali che rimangono. Alcuni di essi si trovano all’interno del ramo esecutivo: nelle burocrazie federali e nei servizi militari, dove pratiche e processi ordinari resistono meglio che possono. Ancora più importanti sono i baluardi negli altri rami del governo. I tribunali sono rimasti indipendenti e ancorati alla realtà. Il Congresso ha silenziosamente posto il veto ad alcune delle nomine più bizzarre di Trump e contrastato alcuni degli impulsi più distruttivi dell’amministrazione, come l’attacco sferrato contro il budget per la ricerca scientifica. I governi dei singoli Stati, specialmente di quelli a guida democratica, hanno usato i tribunali e le leggi statali per resistere all’agenda di Trump e chiedere a Washington un comportamento coerente.

Ancora più importante è il fatto che l’opinione pubblica sia a favore di un governo efficace e reattivo, e non delle mattate di uno Stato irrazionale, e che faccia sentire la propria voce.

La psicosi istituzionale è, in ultima analisi, autodistruttiva e insostenibile. La realtà troverà il modo di riaffermarsi, come sempre. Nel frattempo però saranno stati fatti danni ingenti, danni che richiederanno almeno una generazione per essere riparati.

Man mano che l’era Trump volgerà al tramonto, il Paese potrebbe reimparare qualcosa che non avrebbe mai dovuto dimenticare: che le istituzioni devono essere riformate, non distrutte e che governare richiede abilità e una forte attenzione al dettaglio, non leader che agiscono per impulso o ignoranza; e forse la stabilità mentale e di carattere hanno un peso ancora maggiore.


Israele, impunità perpetua: tornano in uniforme i soldati stupratori

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato 

Di Eliana Riva, il manifesto

Sono stati pienamente reintegrati i cinque soldati israeliani che hanno abusato di un detenuto palestinese all’interno del centro di torture di Sde Teiman. Le telecamere di sicurezza li avevano ripresi mentre afferravano un uomo sdraiato tra gli altri faccia a terra e lo aggredivano circondati dagli scudi dei colleghi affinché non si registrasse l’abuso. Ma la violenza è stata tale da costringere i medici a un intervento d’urgenza per salvare la vita del prigioniero palestinese. Sono stati proprio i sanitari a denunciare l’orrore che si era scatenato su quell’uomo, arrivato in ospedale in fin di vita, con polmone e intestino perforati e una lacerazione rettale da oggetto appuntito.

L’UNICA A PAGARE è stata la procuratrice militare Yifat Tomer-Yerushalmi, arrestata per aver diffuso il video dello stupro. La fuga di notizie è stata poi utilizzata dal procuratore che l’ha sostituita per motivare l’archiviazione delle indagini. La cancellazione del processo non assolve gli imputati né esclude che si siano macchiati di un crimine così orrendo, eppure tale consapevolezza non basta a tenere i cinque soldati torturatori lontani dai prigionieri palestinesi. Torneranno anzi al loro posto, come se nulla fosse accaduto, forti non solo dell’impunità per il crimine commesso ma coperti dell’immunità totale, garantita dal governo, dall’avvocatura dell’esercito e dai vertici militari. A ordinare il reintegro è stato personalmente il capo di stato maggiore Eyal Zamir, prima ancora che si chiudessero ufficialmente le indagini. Dal suo punto di vista, le prove mediche e visive della violenza, la mancanza di un’assoluzione e l’indagine di comando ancora in corso «non impedisce loro di continuare a prestare servizio». È un invito alla brutalità e allo stupro rivolto indirettamente a tutti i soldati israeliani, che hanno visto i colleghi della Force 100 osannati, ammirati, definiti «eroi» e invitati dalle radio e le tv più seguite del Paese.

Proprio in questi giorni, l’organizzazione Euro-Med Human Rights Monitor ha pubblicato un nuovo report dal titolo «Un altro genocidio dietro le mura», che documenta l’uso diffuso della violenza sessuale contro i palestinesi rinchiusi negli istituti di detenzione israeliani. Le testimonianze ottenute da Euro-Med indicano che stupro e violenza praticata sui genitali dei detenuti rientra in una politica sistematica di assalto sessuale e tortura volta all’umiliazione deliberata, l’inflizione di danni fisici e psicologici permanenti e la compromissione della capacità riproduttiva. Molti uomini, ex detenuti, hanno raccontato di essere stati violentati più volte e da molti militari insieme, sotto lo sguardo delle guardie di sicurezza.

CANI, BASTONI DI FERRO, oggetti appuntiti, ugelli di estintori hanno provocato lesioni gravi, a volte permanenti, tra cui la perdita delle funzioni riproduttive o escretorie, la rimozione dei testicoli. Anche se le testimonianze delle donne sono più difficili da raccogliere, non manca chi ha scelto di raccontare. È prassi comune promettere di stuprare figlie e nipoti, umiliare fisicamente le prigioniere, registrare la violenza sessuale con i telefoni e minacciare di rendere pubblici i video.

OGGI, NELLA GIORNATA internazionale di solidarietà con i prigionieri palestinesi, più di 9.600 palestinesi sono imprigionati nelle strutture israeliane. Una massa umana segnata da un’espansione repressiva senza precedenti. Tra essi, 86 donne e circa 350 minori, di cui 180 bambini sottoposti alla detenzione amministrativa. Questa carcerazione senza accuse né processo ha subito un’impennata verticale, raggiungendo i 3.532 casi, che colpiscono ogni strato della società civile: dagli studenti ai giornalisti, dai medici ai parlamentari, fino ai familiari dei detenuti stessi. A questa zona grigia del diritto si aggiungono 1.251 persone classificate come «combattenti illegittimi», cifra che esclude quanti sono stipati nei centri militari e centinaia di palestinesi rapiti a Gaza, di cui non si conosce la sorte.

Nelle celle, le condizioni di salute sono precipitate; le politiche di tortura e l’abuso medico sistematico hanno fatto crescere a dismisura il numero dei detenuti malati e feriti. Il bilancio delle morti in custodia dal 1967 è salito a 326 vittime, di cui 89 solo negli ultimi due anni e mezzo. Rimane poi l’incognita su decine di scomparsi da Gaza e su 97 salme che le autorità continuano a trattenere, negando persino la sepoltura.

ANCHE IERI i militari hanno sequestrato un corpo, quello del 17enne Mohammad Murad Rayan, ucciso in un raid nel villaggio palestinese di Beit Duqqu, a nord-est di Gerusalemme. È il secondo minore palestinese ammazzato in un giorno: Saleh Badawi, di soli nove anni, è stato colpito a morte nel quartiere Zaytoun. Il bilancio di giovedì a Gaza è di quattro vittime.

Ieri, per la prima volta dal cessate il fuoco, il capo-negoziatore di Hamas, Khalil al-Hayya, ha incontrato al Cairo Aryeh Lightstone, consigliere del presidente Usa Trump, membro del cosiddetto Board of Peace. Al-Hayya ha dichiarato che il movimento non intende parlare della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco, e quindi del disarmo, prima che Israele completi la fase 1 interrompendo i massacri. Tel Aviv, al contrario, ha minacciato il gruppo di riprendere i bombardamenti a tappeto.

Nell’immagine: tre dei cinque soldati responsabili dello stupro intervistati da Canale 14


L’unità a sinistra? Facciamola

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato 

Sollecitato da più parti, prendo volentieri la parola nel dibattito lanciato nelle ultime settimane in merito all’unità della sinistra ticinese. Un’unità necessaria, da realizzare e non solo da scrivere. Anzi, da realizzare parlandosi, non solo scrivendosi. E da rinforzare “per atti concludenti”.

Un’unità peraltro già proposta dal mondo sindacale un paio di anni fa, con la creazione del comitato ‘Primo Maggio’, al quale partiti e movimenti della sinistra cantonale sono stati invitati ad aderire proprio in uno spirito unitario di condivisione di progetti e di lotte.

Partiamo dagli appelli circolati nelle ultime settimane. Il sindacato ha aderito da subito al progetto della Casa Progressista, una piattaforma di scambio importante per mantenere (o riallacciare, dove necessario) il dialogo tra le forze progressiste del cantone. Personalmente, non ho invece sottoscritto l’appello ‘È ora di cambiare!’, lanciato dall’Mps. Non tanto per i suoi contenuti, in buona parte condivisibili, quanto per la sua costruzione: un appello inviato ad alcuni, non ad altri, come per indicare attorno a chi costruire, e chi fossero invece gli invitati dell’ultimo minuto. Non il modo migliore per costruire un progetto di ampio respiro ed efficace. Infine, ho letto con interesse gli spunti proposti qualche settimana fa su queste pagine da Tommaso Soldini e Nelly Valsangiacomo.

Ne ho condiviso il fondo, anche se il bisogno di efficacia che mi anima dall’inizio del mio impegno sindacale oramai più di 20 anni fa ha risentito di una certa mancanza di concretezza. Per questo, ritengo importanti le proposte aggiuntive di Spartaco Greppi e Christian Marazzi, che sottoscrivo pienamente. La necessità è infatti quella di definire alcuni temi prioritari, e condividere delle linee guida. Partendo ovviamente da “salari e dignità del lavoro”, che dovranno essere l’alfa e l’omega delle nostre riflessioni. Per proseguire poi sugli altri assi portati da Greppi e Marazzi (li richiamo soltanto, a beneficio di chi legge: “Rilancio dello Stato sociale come investimento collettivo, (…) politica industriale orientata alla transizione ecologica e sociale, (…) democrazia e partecipazione, rafforzando il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni pubbliche, (…) particolare attenzione ai giovani e al loro futuro”.

Credo infine importante aggiungere, alla voce “valori condivisi”, quelli dell’unità di tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori. “Proteggiamo i salari, non le frontiere” è stato lo slogan sindacale all’ultimo Primo Maggio: contro ogni richiamo a “patriottismi operai” fuori dal tempo e dalla realtà. Infine, due ultime osservazioni, utili per il passaggio all’atto pratico. In primis, non cerchiamo un’unità completa di vedute e obiettivi, perché sappiamo già che difficilmente la troveremo. Costruiamo un’alleanza elettorale, basata sui valori e sulle proposte citate, sottolineando ciò che ci unisce e non ciò che ci divide. Perché non dire chiaramente che questo è il nostro obiettivo?

È forse un male preparare un anno elettorale dandosi i mezzi per migliorare la rappresentanza della classe lavoratrice di questo Paese? E poi, impegniamoci per il “qui ed ora”, e non dividiamoci su realtà molto lontane da quella ticinese… Abbiamo la possibilità di cambiare in modo importante il quotidiano di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori di questo cantone. Non rinunciamoci. Rimbocchiamoci le maniche e ritroviamoci attorno a un tavolo per costruire quanto necessario. Niente di meno, niente di più.

Giangiorgio Gargantini è sindacalista (Unia)

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento, compresi quelli citati in questo articolo 


Tre anni di massacri, stupri e fame: Sudan senza tregua

USA-ISRAELE Il «cessate il fuoco» tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile, è diventato un terreno di contesa già prima di essere annunciato 

Di Stefano Mauro, il manifesto

A tre anni dallo scoppio del conflitto, iniziato il 15 aprile 2023, il Sudan è precipitato in una crisi umanitaria devastante, segnata da violenze diffuse, massacri e sofferenze estreme.
Quella che viene definita la “guerra dei generali” ha prodotto «la peggiore crisi alimentare e la più grave crisi di sfollamento al mondo», mentre le due principali fazioni militari continuano a combattersi: da un lato le Forze armate sudanesi (Fas), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, dall’altro le Forze di Supporto rapido (Rsf), sotto il comando del generale Mohammed Hamdan Dagalo, detto Hemeti.

OLTRE 29 MILIONI di persone – più della metà dell’intera popolazione – vivono in «condizioni di insicurezza alimentare acuta». Il quadro è aggravato dal fatto che due delle tre carestie ufficialmente dichiarate a livello globale nel 2025 si trovano proprio in Sudan, nelle aree di El Fasher e Kadugli, mentre altre regioni rischiano di precipitare a breve nella stessa condizione.

Parallelamente, il conflitto ha innescato la maggiore emergenza di sfollamento globale: quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, tra sfollati interni e rifugiati nei paesi vicini. Le famiglie sono spesso costrette a spostarsi più volte, perdendo accesso a cibo, acqua e cure sanitarie. I bambini stanno pagando il prezzo più alto.

«Molti bambini sono stati sfollati non una, ma più volte, con la violenza che li segue ovunque fuggano. Milioni di loro sono a rischio di stupro. Dietro ogni numero c’è un bambino spaventato, affamato e malato, che si chiede perché il mondo non accorra in loro aiuto», ha recentemente dichiarato Ricardo Pires, portavoce dell’agenzia delle Nazioni unite Unicef.

Donne e ragazze sono vittime di violenza sessuale endemica. Le famiglie guidate da donne hanno una probabilità tre volte maggiore di soffrire di insicurezza alimentare e il 75% di loro dichiara di «non avere abbastanza da mangiare e aver subito violenze».

QUESTA GUERRA ha trasformato il Sudan in un «epicentro globale di sofferenza umana», ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, che ha denunciato «il disinteresse del mondo per un conflitto dimenticato».

Nonostante le «deboli richieste da parte della comunità internazionale per ottenere un cessate il fuoco umanitario», le due parti continuano a combattere incessantemente. In questi ultimi mesi l’epicentro del conflitto si è spostato dal Darfur alla regione del Kordofan, ricca di idrocarburi e fondamentale crocevia verso l’area centrale, con notizie di nuovi massacri a El-Obeid, Bara e Dilling e di bombardamenti con droni, da parte delle Rsf, contro infrastrutture civili: centrali elettriche, scuole e ospedali.

Il mondo è rimasto inorridito da questi «metodi brutali», come lo scorso ottobre, quando i miliziani delle Rsf hanno conquistato la città di El-Fasher nel Darfur. Ora sono accusati di «crimini di guerra» dalle Nazioni unite: secondo un rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato per i diritti umani, seimila persone sono state brutalmente assassinate in meno di una settimana.
Anche lo stupro è usato come «arma di guerra», secondo un recente rapporto pubblicato da Medici senza Frontiere, con un conteggio approssimativo di oltre «180mila vittime dall’inizio del conflitto».

A tutto questo si aggiunge il collasso delle infrastrutture: circa l’80% delle strutture sanitarie e il 60% dei sistemi idrici non sono più funzionanti nelle aree di conflitto. Nonostante la gravità della situazione, la risposta umanitaria resta drammaticamente sottofinanziata: solo il 16% dei 2,87 miliardi di dollari necessari è stato finora coperto, mentre ostacoli legati alla sicurezza e alla burocrazia continuano a limitare l’accesso agli aiuti.

L’ESERCITO SUDANESE sostiene che continuerà «la guerra fino a quando i paramilitari delle Forze di Supporto rapido non saranno sradicati», mentre i miliziani di Dagalo attualmente controllano tutta la regione del Darfur e ampie zone del Kordofan, nel sud e nell’ovest del paese. Il processo di Jeddah, l’unico accettato dalle forze governative, prevedeva che le Rsf «deponessero le armi e si ritirassero dalle città», una condizione che non è mai stata rispettata.

Poco credibile sembra anche l’azione del cosiddetto Quad – composto da Stati uniti, Emirati arabi uniti, Egitto e Arabia saudita – a causa soprattutto della presenza degli Emirati, accusati di sostenere militarmente le Rsf e considerati, quindi, non «imparziali». Ogni fazione è sostenuta da potenze regionali: gli Emirati, la Cirenaica libica di Haftar e più recentemente l’Etiopia forniscono supporto logistico e armamenti alle Rsf; mentre Egitto, Arabia saudita e Russia e sostengono i militari di Al-Burhan.

«Il Sudan sta vivendo un’emergenza umanitaria di proporzioni spaventose – ha dichiarato Tom Fletcher, sottosegretario generale dell’Ocha (Ufficio dell’Onu per il Coordinamento degli affari umanitari) – Siamo consapevoli dell’impossibilità di riuscire ad arrivare a un cessate il fuoco, ma quello che chiediamo è almeno l’accesso per gli aiuti umanitari per la popolazione civile ormai allo stremo».

Nell’immagine: donne sfollate da El-Fasher nel campo di El-Afadh, Sudan