L’Occidente a pezzi una chance per l’Europa

 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

’America di Donald Trump arriverà “prima” (dove? Sulla Luna lo era già dal 1969) ma intanto è sola. Nell’arco delle ultime 72 ore Donald ha rotto i ponti con tutti, aprendo persino un fronte extraterreno col Pontefice, in barba alla divisione fra politica e religione radicata nella Costituzione americana. La rondine israeliana non fa primavera, specie sullo spettro globale – Euroatlantico, Indo-Pacifico, Brics, Emisfero occidentale, oltre che Medio Oriente e Golfo – in cui gli Usa esercitano e/o competono per la leadership mondiale da tre quarti di secolo. Costruita su un sistema di alleanze, partnership e geometrie variabili, nel quale la Nato è la componente politico-militare più organica e strutturata e l’Europa l’interlocutore privilegiato. Questo è l’Occidente geopolitico. Il Presidente degli Stati Uniti sceglie di isolarsene. Isolandosene lo spacca. L’Europa, e l’Italia, sono pertanto diventate parte di un “Occidente dimezzato”.

Questo Occidente dimezzato naviga in acque internazionali agitate come non mai dal 1945. Sono in corso due grosse guerre – in Ucraina e nel Golfo – che coinvolgono direttamente una grande potenza, la Russia in Ucraina e gli Usa nel Golfo, che le hanno iniziate per scelta. Le due grandi potenze non occidentali, Cina e Russia, non chiedono di meglio che spezzettare anche la metà non americana dell’Occidente. I Paesi in crescita in Asia, Africa e Americhe cercano un posto al tavolo internazionale – questa l’essenza del multipolarismo. Nell’Occidente dimezzato l’Europa ha la componente più grossa di burro – economia, demografia, industria, tecnologie – e di cannoni – sì, anche sul piano militare, per quanto colpevolmente disinvestito per decenni, gli europei hanno risorse, capacità ed esperienze maturate sul terreno, oltre due potenze nucleari. Ci sono partner importanti, a cominciare da Giappone e Canada, ma la tenuta e il futuro dell’Occidente orfano degli Usa – temporaneamente?

L’Occidente spaccato, ergo dimezzato, è una constatazione non un’esagerazione del radicale cambiamento di rotta della politica estera americana attuato da Donald Trump nel secondo mandato.Siamo appena a un terzo. Prima la guerra dei dazi dell’anno scorso – passi, era contro tutti, amici e avversari, trattati alla stessa maniera. Poi il flirt di Anchorage con Vladimir Putin, mentre gli europei cercano di stringere la cinghia delle sanzioni alla Russia per sostenere Kiev. Poi la pretesa ottocentesca, non ritirata, di annessione della Groenlandia danese senza alcun supporto di autodeterminazione degli abitanti o di diritto internazionale. Poi la guerra all’Iran chiedendo, a posteriori, l’aiuto europeo per riparare al danno grave, del tutto prevedibile ma ignorato, della chiusura di Hormuz da parte iraniana. Le conseguenze energetiche, agricole, inflattive che sta provocando su scala mondiale, alle quali gli Usa per quanto petrolio e gas abbiano non sono immuni, hanno messo il Presidente americano in vicolo cieco dal quale non sa come uscire. Se non prendendosela con altri.

Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Non Donald Trump che invece deve dare sempre la colpa a qualcun altro. Ed ecco la raffica di attacchi alla Nato, a Keir Starmer, a Giorgia Meloni. La premier italiana si trova in buona compagnia, con in più la frecciata della mancanza di coraggio, che aveva il sapore del «tu quoque, Brute, fili mi!». Certo per Donald, a poche ore dalla perdita del fedele Viktor Orbán, la difesa di Papa Leone XIV da parte della «donna fantastica» della politica italiana dev’essere stata una pugnalata. Va capito. Non essendoci più leader stranieri con I quali prendersela è tornato ad attaccare il Governatore della Fed, Jerome Powell – sua nomina.

Lo scontro aperto con Papa Leone è stato un doppio passo falso. Aliena una fetta di elettorato cattolico e cristiano conservatore che aveva votato per Trump – vedremo quanto e se rimarginabile di qui alle elezioni di novembre, di qui a sei mesi Donald è capace di acrobazie e comunque il suo nome non è sulle schede. Ma, sicuramente, mette il Presidente degli Stati Uniti contro il padre spirituale di un miliardo e quattrocento milioni di cattolici nel mondo e – proprio mentre Leone XIV guarda all’Africa – riporta il Pontefice alla guida dell’Occidente. Non come leader religioso se non dei tanti credenti ma di tutti sul piano dei valori, dell’etica, della morale, del diritto internazionale e della democrazia. Tutti punti toccati con molta fermezza da Leone XIV negli interventi che hanno destato le ire di Donald.

In questo Occidente valoriale che l’Europa può ora giocare un potente ruolo aggregante. Ma, a differenza del Pontefice che evoca i valori, gli europei devono anche realizzarli. Quindi muoversi sul piano terreno della realpolitik. Bruxelles deve agire in maniera geopolitica tangibile, con fatti non con lunghi documenti. L’Unione europea e gli europei nella Nato sono chiamati a fare politica di difesa e di sicurezza, a continuare il sostegno all’Ucraina e, dopo la guerra all’Iran, ad impegnarsi anche nel Golfo e dove sia a rischio la libertà di navigazione – politicamente, economicamente e militarmente.
Non può più delegare la difesa degli interessi europei alla benevolenza degli Stati Uniti. In evaporazione trumpiana.


Crollati i pilastri del sovranismo

 

Di Tito Boeri, La Repubblica

Ci voleva Donald Trump per fare esplodere la contraddizione di fondo dei sovranisti. Rivendicano il diritto a espandere la propria sfera decisionale ben oltre l’autonomia degli altri Paesi, in nome del primato nazionale e nascondono i vantaggi della cooperazione presentando ogni forma di governo condivisa come una capitolazione. Questo mors tua vita mea ha retto sin qui perché recitato da leader all’opposizione o al governo di Paesi incapaci di incidere sugli equilibri globali, dunque impossibilitati a tradurre in pratica il sovranismo. Più retorica che sostanza, utile a mobilitare l’elettorato di riferimento. Non per questo era innocuo: ha ritardato il processo di integrazione europea, generato sprechi nella gestione di beni comuni, come la difesa e l’ambiente, impedito risposte adeguate sull’immigrazione. Ma non ha spinto i sovranisti a scontrarsi tra di loro: potevano, al contrario, coordinarsi (i loro profili su Twitter-X sono molto più interconnessi di quelli dei leader non populisti) e sostenersi a vicenda. Giorgia Meloni poteva elogiare Viktor Orbán che, con i suoi veti, paralizzava l’Europa e la disarmava davanti all’imperialismo russo, Matteo Salvini poteva allearsi al Parlamento europeo a Geert Wilders che chiedeva alla Commissione di non destinare un solo cent all’Italia. Tanto né l’uno né l’altro erano in grado di condizionare le decisioni comunitarie.

Con Trump la conflittualità insita nel sovranismo è emersa. I leader sovranisti si sono trovati di fronte a chi poteva agire davvero, sacrificando gli altri al proprio interesse nazionale. “Maga” è diventato per molti “Paga e taci”. Per un po’ i sovranisti nostrani hanno incassato, subendo i dazi senza proferir verbo, collocandosi, secondo l’Economist, nelle Azzorre, tra gli Stati Uniti e l’Europa. Hanno anche accettato il livore di Trump contro l’Ue, accomunandolo alla propria ostilità nei confronti della burocrazia di Bruxelles. Ma quando il sovranismo Maga ha fatto impennare il costo dei carburanti, quando Trump si è scagliato contro il capo della Chiesa cattolica, reo di invocare la pace anche quando la guerra è stata scatenata da chi voleva per sé il Nobel per la pace, le contraddizioni sono esplose.

Oggi il re, è il caso di dirlo, è nudo. Il sovranismo si rivela non solo incapace di risolvere i problemi globali, ma persino dannoso per la sovranità nazionale e per quella spirituale. Se la maggioranza di governo non può più sventolare la bandiera del sovranismo e Salvini ha dovuto in fretta e furia cambiare gli slogan della manifestazione indetta per sabato (da remigrazione a sospensione del Patto di stabilità), il problema per l’opposizione è ancora più serio. Non può coalizzarsi nell’opporsi a qualcosa che non c’è più. Deve riempire un vuoto di proposte condivise.

Sarebbe un errore contrapporre il cosmopolitismo al sovranismo. Se il sovranismo populista è morto, non lo è certo la domanda di protezione di fronte alla grande incertezza che ci circonda. Come documenta l’ultimo rapporto del Fondo monetario, gli indici di incertezza politica ed economica hanno in questi mesi raggiunto nuovi picchi nel caos degli editti e delle esternazioni di Trump. Certo, nelle sfide geopolitiche si può essere sovrani solo in Europa. Ma su molte altre materie cruciali per la vita dei cittadini — dalla sicurezza sociale alla sicurezza pubblica, dalla salute alla casa — si può e si deve essere sovrani nel proprio Paese. Affrontare questi problemi è anche il modo più convincente per dare risposte alle preoccupazioni dei cittadini per l’immigrazione, l’unico argomento rimasto in mano agli ex sovranisti, temuta soprattutto nel suo impatto sulla criminalità e sulla spesa per prestazioni sociali. Rivendicare sovranità nel salvare il nostro sistema di protezione sociale di fronte alle sfide imposte da demografia, globalizzazione e vincoli di bilancio non è in contraddizione con l’identità europea. Al contrario, ne è tratto fondante. Tutti i Paesi europei sono oggi chiamati a salvare il proprio welfare state e dalle strategie che ognuno di questi, autonomamente, cercherà di mettere in atto si possono imparare lezioni importanti. Per tutti.


Crisi energetica, l’altra faccia del Pianeta che nessuno vede

 

Di Tonino Perna, il manifesto

I mass media di tutti i paesi industrializzati sono pieni di notizie allarmanti sugli effetti della crisi di petrolio e gas, causata dalla sciagurata guerra condotta da Israele e Usa contro l’Iran. I cittadini del G20, ovvero dei venti paesi più ricchi della terra, sono preoccupati per gli effetti sull’inflazione, a partire dai beni alimentari e dalla bolletta energetica. Questa crisi vista dall’altra parte del pianeta, dagli L20 – ovvero dai venti paesi più impoveriti della terra – è una vera e propria tragedia, ignorata dai grandi organi d’informazione.

IN OCCIDENTE LA CHIUSURA dello Stretto di Hormuz porterà probabilmente, se continua la guerra Israele-Usa contro l’Iran, ad una stagflazione, soprattutto nei paesi come il nostro più dipendenti dai combustibili fossili. Nei Paesi L20, che contano quasi 500 milioni di abitanti, è già una tragedia, in particolare nei paesi africani che ne costituiscono la stragrande maggioranza (17 su 20). Infatti, i paesi africani più poveri dipendono fortemente dall’import di combustibili fossili. Innanzitutto, in quanto la rete elettrica copre mediamente solo il 30% dei bisogni della popolazione, per il resto si usano vecchi gruppi elettrogeni, energivori e inquinanti.

Inoltre, il trasporto interno dei beni (materie prime, beni alimentari, manufatti, ecc.) avviene quasi esclusivamente su camion obsoleti che divorano il diesel, fanno lievitare i prezzi al consumo mentre tengono sotto scacco i contadini ed i piccoli produttori al momento dell’acquisto. Se si bloccano i trasporti nei paesi africani è la fame, la miseria, la disperazione.

L’INFLAZIONE GALOPPANTE sta provocando proteste in diversi paesi. Il governo dello Zimbawe ha cercato di dare una risposta ai lavoratori che chiedevano un aumento del salario cercando di compensare l’aumento del prezzo del petrolio con una miscela che porta l’etanolo dal 5 al 20% del combustibile. Risultato: i motori vengono in breve tempo danneggiati in quanto l’etanolo corrode metalli e gomme. Il caso più paradossale è quello della Nigeria, il gigante africano, primo produttore di petrolio in Africa: il prezzo della benzina è aumentato del 35% in meno di un mese.

Il motivo è semplice: la Nigeria esporta petrolio grezzo ed importa quasi la totalità del petrolio raffinato (benzina in primis). Dalle esportazioni di petrolio grezzo dal Delta del Niger ricava l’80% dell’export, la cui estrazione è gestita dalle multinazionali degli idrocarburi che non hanno avuto alcun interesse a costruire delle raffinerie ed hanno invece provocato il più grande disastro ecologico di tutto il Continente (con una stima di oltre 8.000 perdite di petrolio negli ultimi 15 anni),

INOLTRE, VA CONSIDERATO IL FATTO che il blocco dello Stretto di Hormuz sta impedendo alle navi che trasportano fertilizzanti di arrivare ai porti africani. E mentre in Europa abbiamo ampie scorte di fertilizzanti e anche la possibilità di approvvigionarci da altre aree del mondo, per l’Africa e in particolare per i paesi L20 questo blocco si traduce in un crollo della produzione agricola.

QUESTA CRISI GEOPOLITICA ed economica globale sta facendo esplodere le contraddizioni tra i G20 e gli L20. Bastino pochi dati per rendersi conto dell’abisso che si è creato tra i paesi più ricchi e quelli più poveri: reddito pro capite, a parità di potere d’acquisto, gli L20 fanno registrare 1.749 dollari contro i 40.239 $ dei G20 (un rapporto di 1 a 23); la speranza di vita è di 61,4 anni contro i 76,1 dei G20, l’alfabetizzazione è di 55,6% contro il 92% dei G20, 48,9% della popolazione ha meno di 18 anni contro il 23% nei G20 e il 18% nella Ue, ecc.

MA QUELLO CHE È PIÙ SCANDALOSO e inaccettabile è l’ingiustizia climatica. Gli L20 introducono nell’atmosfera per abitante (2022) 0,21 tn di CO2 mentre i G20 ben 6,71 tn con un rapporto di 1 a 33. Paradossalmente gli eventi estremi fanno in proporzione molti più danni negli L20: l’impatto sull’economia degli L20, negli ultimi cinque anni, è pari a circa 1,5 % del Pil contro lo 0,1% del Pil per i paesi G20!

E GLI EVENTI ESTREMI OLTRE ai danni materiali provocano, insieme ai conflitti, grandi spostamenti di popolazione: dal 2005 ad oggi negli L20 la popolazione déplacés è aumentata del 368% arrivando a superare i 40 milioni, e complessivamente gli L20 accolgono circa la metà dei rifugiati rispetto alla media dei G20.

SE CONSIDERIAMO CHE L’ATTUALE GUERRA in Medio Oriente, che si va ad aggiungere ad altri sessanta conflitti in tutto il mondo, sta distruggendo grandi impianti petroliferi, bruciando milioni di tonnellate di combustibili, provocando grandi incendi e distruzioni di infrastrutture, non potrà che fare aumentare la CO2 nell’atmosfera con effetti sul cambiamento climatico che non riusciamo a quantificare, ma che vedremo nei prossimi anni. E questo feedback avrà pesanti ripercussioni sui paesi più impoveriti della Terra.

Nell’immagine: Camp-Perrin, Les Cayes, Haiti


I piani di Musk per Starlink mettono a rischio la sovranità svizzera

 

Di Daniel Ryser, Infosperber

A Leuk (Vallese) due medici di paese si oppongono a quaranta antenne Starlink (come riportato da Infosperber). Il comune approva il progetto. Posti di lavoro. Entrate fiscali. La gente ha sempre avuto paura dell’invisibile. Il Consiglio federale ritiene che ulteriori collegamenti alle reti satellitari siano «da accogliere con favore» e rafforzino «la sovranità digitale». Tutto sistemato, nessun problema. Questo è tipico in modo molto svizzero, e miope in modo molto svizzero.

Si tratta di una questione più fondamentale: quale infrastruttura critica vogliamo affidare a un gruppo che ha dimostrato più volte di essere disposto a comportarsi come un gatekeeper privato e a decidere a propria discrezione chi ha accesso alla sua rete e chi rimane nell’oscurità digitale?

Delega di sovranità

La rivista «Foreign Policy» lo ha appena descritto in dettaglio: Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, i terminali Starlink sono diventati una condizione per la resistenza militare. Quando Musk ha deciso personalmente di non attivare la connessione sopra la Crimea per impedire un’operazione con droni ucraini – facendo riferimento alla sua valutazione privata del rischio di escalation –, un imprenditore privato ha esercitato una funzione statale. Nessun dibattito parlamentare, nessun trattato, nessun diritto internazionale lo aveva autorizzato a farlo. Si è trattato di una delega di sovranità a un singolo individuo.

In Iran la stessa logica si è manifestata in tutta la sua ambivalenza. Durante le proteste di massa, l’amministrazione Trump ha introdotto clandestinamente nel Paese 6000 dispositivi Starlink. Non come aiuto umanitario, ma come strumento geopolitico. L’accesso all’informazione come strumento di cambio di regime, un intervento senza truppe, senza mandato dell’ONU, camuffato da prodotto di consumo. Il risultato è stato tanto prevedibile quanto cinico: i ricercatori di sicurezza informatica hanno documentato che i servizi segreti iraniani hanno operato tramite indirizzi IP Starlink durante il blackout di Internet. Proprio la rete che avrebbe dovuto liberare i dissidenti è diventata uno strumento di sorveglianza dei loro oppressori. È proprio qui che sta la vera assurdità: chi controlla l’infrastruttura non controlla affatto chi alla fine la utilizza.

E ora Musk vuole costruire a Leuk la più grande stazione di terra Starlink d’Europa. Il Consiglio federale ci assicura che ciò rafforzerà la sovranità digitale della Svizzera. Più antenne, più connessioni, più indipendenza. Questo potrebbe essere un argomento valido se parlassimo di infrastrutture statali o almeno neutre. Però Starlink non è né l’una né l’altra cosa.

Tra Putin, Xi e i segreti di Stato statunitensi

Si tratta di una rete privata, controllata da un uomo i cui legami tengono occupate da anni le autorità di sicurezza statunitensi. Secondo il «Wall Street Journal», dalla fine del 2022 Elon Musk era regolarmente in contatto con Vladimir Putin. Durante questi colloqui, Putin gli avrebbe chiesto di mantenere disattivato Starlink su Taiwan, come favore per Xi Jinping. Coincidenza o servizio geopolitico? Taiwan non ha ancora accesso a Starlink.

Allo stesso tempo, il Dipartimento della Sicurezza Interna e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti monitoravano il traffico di visitatori intorno alla tenuta di Musk, con particolare attenzione ai cittadini dell’Europa orientale. Parallelamente, Musk ha costruito nello spazio una rete satellitare segreta per il National Reconnaissance Office, l’agenzia statunitense per i satelliti spia, garantita da un contratto classificato da 1,8 miliardi di dollari.

Musk dispone delle più alte autorizzazioni di sicurezza negli Stati Uniti. Tuttavia, non le ha gestite con la dovuta cura. Il «New York Times» ha documentato come Musk e SpaceX abbiano ripetutamente violato gli obblighi di segnalazione, che in realtà servono a proteggere i segreti di Stato statunitensi, tra cui l’obbligo di rivelare i contatti con capi di Stato stranieri. Il Pentagono, l’Aeronautica Militare e l’Ufficio del Sottosegretario alla Difesa hanno quindi avviato delle verifiche sulle sue autorizzazioni di sicurezza. La risposta di Trump a questa situazione degna di nota? Ha licenziato il responsabile, l’ispettore generale del Pentagono.

In Cina, Musk ha creato dipendenze che farebbero arrossire persino un viceré coloniale. Tesla produce circa la metà dei suoi veicoli a Shanghai, ha ottenuto autorizzazioni e finanziamenti con una rapidità sorprendente, e lo stesso Musk si inchina con notevole regolarità davanti a Xi Jinping e al premier Li Qiang. In un’intervista all’emittente economica statunitense CNBC ha dichiarato che c’è una «certa inevitabilità» per quanto riguarda l’integrazione di Taiwan nella Cina. In seguito ha definito l’isola una «parte integrante della Cina».

Un uomo con tali interessi e un impero commerciale che potrebbe essere messo in ginocchio da Pechino con una singola decisione politica ha ottenuto, tramite il comitato Doge di Trump – questa palla da demolizione improvvisata travestita da governance – accesso illimitato ai dati personali di decine di milioni di americani. Due collaboratori di Doge, privi di qualsiasi esperienza in materia di informazioni riservate, hanno inoltre ottenuto l’accesso a reti classificate contenenti informazioni sull’arsenale nucleare statunitense, compreso il sistema di comunicazione attraverso il quale i ministeri della Difesa e dell’Energia coordinano le questioni relative all’arsenale nucleare.

Ciò che Berna non chiede

E poi c’è quel gesto – ben due volte – dopo la vittoria elettorale di Trump. Il gesto in cui il braccio di Musk si è alzato proprio con quell’angolo di 45 gradi che, storicamente, non ha mai detto nulla di buono sulle abitudini di lettura di una persona.

La sua ingerenza elettorale in Europa avviene senza alcuna riserva. Sul «Welt am Sonntag» ha definito l’AfD l’«ultima speranza della Germania». Ha preso le difese di Tommy Robinson – un uomo il cui passato fascista era troppo scoraggiante persino per la coscienza elastica di Nigel Farage –, mentre diffondeva bugie sul primo ministro Starmer con la spensierata spietatezza di un uomo per cui la verità è solo un’opzione. In generale, si è comportato come un uomo che ha comprato Twitter solo per risparmiarsi lo psicologo. Persino Friedrich Merz – che all’inizio corteggiava Musk – ha poi definito la sua influenza senza precedenti nelle democrazie occidentali.

Quest’uomo sta ora costruendo a Leuk la più grande stazione di terra Starlink d’Europa. E il Consiglio federale non vede alcun problema in questo. Contro di ciò, l’associazione «Protezione dalle radiazioni satellitari Regione Leuk» , guidata dai due medici di paese Hanna Schnyder-Etienne e Roman Kuonen, sta lottando con i mezzi a sua disposizione: opposizione, costituzione di un’associazione, iniziative parlamentari.

Ciò che non hanno è un Consiglio federale che ponga la domanda che si impone: a chi appartiene in realtà l’infrastruttura su cui facciamo affidamento? Chi decide quando è necessario? E cosa significa sovranità digitale se la risposta a entrambe le domande è Elon Musk?

Traduzione a cura della redazione

Nell’immagine: Si sono create dipendenze che farebbero arrossire persino un viceré coloniale: Leuk, presto il più importante nodo Starlink d’Europa


«Il Vaticano si occupi di morale». JD Vance rilancia lo scontro

 

Di Marina Catucci, il manifesto

 

Da circa un anno il tasso di approvazione di Donald Trump è complessivamente sempre negativo, ma negli ultimi sei mesi ha mostrato una tendenza ancora più al ribasso, le ultime esternazioni su papa Leone lo hanno fatto ulteriormente scendere nei sondaggi. Già prima del post sul pontefice, Silver Bulletin indicava un tasso di approvazione al 39,6%, il New York Times del 40% e The Economist del 37%.

Con questi numeri in caduta libera, che suggeriscono una disaffezione anche da parte della sua base più coriacea, il tycoon sembra sempre più arroccato all’interno di un fortino difensivo costruito per proteggersi dalle tempeste che lui stesso scatena: prima la guerra in Iran, poi quella al Santo padre. L’immagine iperrealista di se stesso come nuovo Gesù salvatore, circondato da aquile, jet militari e altri simboli, non è piaciuta a nessuno e la spiegazione fornita («Non era Gesù, era un medico e quella luce dalle mani era un riferimento alla Croce Rossa») non è sembrata convincente, anzi.

Basandosi su quell’immagine sono fioriti meme di ogni tipo, come la pubblicità di costumi da carnevale raffiguranti Gesù ma pubblicizzati come “doctor”, qualche medico particolarmente spiritoso si è fatto fotografare al lavoro vestito da figlio di Dio. L’aver tirato in ballo Gesù è stato il vero passo falso commesso dal presidente Usa che, con questa mossa, si è attirato lo sdegno di tutti coloro che credono in Cristo, non solo dei cattolici già offesi per la guerra a distanza con papa Leone. Anche di fronte a questo sdegno generale l’amministrazione Trump, ancora una volta, sta facendo quadrato attorno al tycoon.

Il suo fido vice, JD Vance, in un’intervista a Fox News ha affermato che il post del presidente, che lo raffigurava come Gesù, in realtà «era uno scherzo. Lo ha rimosso perché si è reso conto che molte persone non capivano il suo umorismo», aggiungendo che il papa dovrebbe rimanere al suo posto. «Sarebbe meglio se il Vaticano si occupasse di questioni morali – ha detto Vance – e lasciasse che sia il presidente degli Stati Uniti a dettare le politiche pubbliche americane». Alle parole urticanti provenienti dalla Casa bianca ha replicato, in modo implicito, il presidente italiano Sergio Mattarella: «Con i suoi richiami il papa mette in guardia dal pericolo dell’autoesaltazione».

Le dichiarazioni dell’amministrazione Usa non fanno altro che mantenere viva una notizia che, se ridimensionata, sarebbe già uscita dall’impietoso circolo delle news, sovrastata dalla guerra in Iran e dal prezzo della benzina. Invece, come ha titolato la Cnn, «Donald Trump attacca il papa per il terzo giorno consecutivo». Secondo il tycoon, il papa non dovrebbe intromettersi sulla guerra in quanto «non capisce niente di Iran», una dichiarazione che, in un altro momento, avrebbe anche potuto raccogliere il plauso dei suoi sostenitori, ma che ora suona quantomeno infelice. Dal canto suo, il primo papa americano, parlando da Annaba in Algeria, ha parlato di un Dio «straziato dalle guerre» che non sta «con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi» ma con gli umili e i deboli.

In patria, invece, sempre più voci chiedono che per Trump si scomodi la sezione 4 del 25esimo emendamento, che consente al vicepresidente e alla maggioranza del gabinetto di dichiarare il presidente «inabile a esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio» e il New York Times ha sollevato, ancora una volta, il tema della salute mentale del presidente. «Le dichiarazioni altalenanti di Trump fanno riemergere i dubbi sulla sua stabilità», ha titolato il quotidiano, chiedendo il parere dei lettori. A rispondere sono stati molti psichiatri e psicoanalisti. «Personalmente non mi interessa se il presidente continui a superare brillantemente i test pensati per individuare eventuali deficit cognitivi – ha scritto Cecilia Martin Ford, psicologa clinica -. Ho visto e sentito tutto ciò che mi serve per farmi un’idea: non credo che sia la persona giusta per decidere cosa sia meglio per me e per gli altri americani».

Nell’immagine: New York, protesta contro Donald Trump


Orbán, la lezione per Europa e sinistra

 

Di Elena Sileoni, La Stampa

Nel 2022, il partito di Orbán otteneva alle elezioni 135 seggi su 199 in Parlamento. Oggi, alle votazioni successive a quella schiacciante vittoria, il suo avversario Magyar fa ancora meglio e ne ottiene 138.

Cosa insegnano questi numeri? Innanzitutto, che in politica le cose si muoveranno pure senza sosta e a una velocità sempre maggiore, ma bisogna pur continuare a distinguere le contingenze dai fondamentali, le variabili dalle costanti, il rumore in superficie dal suono di fondo.

L’immediatezza della comunicazione e, quindi, anche della decisione politica ci spinge a considerare definitivo l’immanente. Nel 2016, quando il Regno Unito uscì dall’UE, si ripeteva che il progetto europeo era finito. Con Trump, ogni giorno diamo l’addio all’America e all’ordine internazionale. Con Berlusconi, la Repubblica morì non si sa quante volte. E gli esempi potrebbe continuare, con una intensità esponenziale via via che ci spostiamo verso le repubbliche dell’istantaneo.

Le elezioni ungheresi sono invece l’ultima dimostrazione che il “niente sarà più come prima” è spesso un artificio o una pigrizia mentale e non una realtà concreta. Anzi, si potrebbe dire che il voto ungherese conferma che più fragile delle democrazie liberali c’è solo chi le minaccia. L’ordine, interno e internazionale, oscilla, traballa, si inceppa ma è molto più resistente di quanto non appaia. I mercati, che sono una componente fondamentale di quell’ordine, sembrano averlo capito più dei giornali, per come hanno reagito ai dazi prima e alla guerra in Iran poi.

Fino a poco fa, Orbán era l’osso duro che teneva l’Europa sotto ricatto, il punto di riferimento di un internazionale sovranista su cui scommetteva il presidente della prima economia del mondo (gli USA) e che la seconda economia (l’UE) non riusciva a domare.

Ora è lo sconfitto d’Europa. Ma non è la storia di Davide contro Golia. È la storia della democrazia, in cui molti anni di governo logorano chiunque e avvantaggiano proposte di rinnovamento, specie se quegli anni sono stati spesi a minacciare da dentro la stessa democrazia. E questo tanto più in un mondo globalizzato, dove idee e informazioni viaggiano insieme alle merci e basta pochissimo per sapere come si vive e cosa succede altrove, fare paragoni, capire cosa si rischia di perdere e decidere di non voler rinunciare a una qualità della vita che sembra a portata di mano.

Dopo anni di cleptocrazia orbaniana, in cui il potere politico ha sottratto le risorse del paese insieme alle libertà dei cittadini, è possibile che nella scelta di voto abbia pesato la perdita più di benessere che di libertà politica. La corrosione del diritto e dei diritti ha seguito la stessa traiettoria dell’uso privato dell’economia e dei soldi pubblici. Mentre Orbán si appropriava – lui sì – del controllo della Corte suprema e del potere giudiziario, soffocava le imprese con regolamentazioni capestro; mentre occupava – lui sì – i mezzi di informazione e di formazione come le università, acquisiva partecipazioni pubbliche in centinaia di aziende e espropriava le proprietà in mano agli stranieri.

Entrando nell’Unione europea, l’Ungheria ha ricevuto più fondi pro capite di ogni altro paese, cosa che le ha consentito di guidare l’economia domestica fuori dal modello sovietico ma che, dall’insediamento dell’ormai ex primo ministro, non l’ha messa al riparo dall’avere il più basso Pil pro capite dopo la Romania e la Bulgaria. Lo stesso atteggiamento verso l’Unione europea può aver pesato nel voto di domenica, specie per quella ormai consistente quota di elettori che hanno più memoria dell’Ungheria europea che di quella sovietica.

Un’altra cosa che insegnano queste elezioni è dunque che la prosperità e la globalizzazione contano, a dispetto di tutti i funerali fatti al presunto neoliberismo. Alla prima l’Ungheria ha avuto accesso da quando è entrata nell’Unione europea; la seconda è uno scambio non solo di beni materiali ma anche di informazioni, conoscenze, paragoni, compresi quelli che riguardano i sistemi e le idee di governo.

Alle elezioni politiche, le persone continuano a votare quando vengono sollecitate da campagne elettorali in grado di convincerle che la posta in gioco, in termini di libertà e benessere, è alta. Votano in una speranza riposta in qualcuno, non per l’odio verso qualcun altro. Sorprende in questo senso la facile euforia con cui la sinistra italiana ha festeggiato la sconfitta di Orbán, omettendo chi sia Magyar e quali siano le sue idee. Nel febbraio scorso, Marco Rubio, rivolgendosi a proprio a Orbán, aveva detto “il tuo successo è il nostro successo”. Se è stato sconsiderato affermare una cosa del genere, è altrettanto sconsiderato credere che che gli insuccessi altrui segnino le proprie, definitive vittorie.


La dismisura di Trump contro il Papa

 

Di Carlo Galli, La Repubblica

Era inevitabile. La dismisura di Trump doveva prima o poi scontrarsi contro una misura. Anche se l’elenco dei suoi nemici e dei suoi critici (che per lui sono la stessa cosa) è ormai lunghissimo, il segno del limite per l’imperatore d’Occidente è venuto dall’autorità del pontefice romano. Un’autorità universale, come non lo è più il potere americano che Donald I vorrebbe rifare grande, portando guerra al mondo intero.

Trump ha insultato papa Leone come “pessimo” e “debole” perché ha dichiarato “inaccettabile” il suo proposito di cancellare dalla faccia della terra la civiltà iraniana. A ciò, in una parodia di cesaropapismo bizantino, ha aggiunto una rivendicazione di superiorità sul Papa, che a lui — non al collegio cardinalizio né allo Spirito Santo — dovrebbe l’elezione al sacro soglio. Trump non si chiede nemmeno quante divisioni ha il Papa, come fece Stalin. Gli si rivolge con l’equivalente di un furibondo “shut up” (“chiudi il becco”). Rifiuta l’idea che esista un legittimo piano di riflessione e di resistenza che va oltre la sua potenza: questa deve restare assoluta, sciolta da vincoli, non giudicabile e capace, invece, di giudicare. Una primitiva teologia politica imperiale, che pretende di sapere che cosa “danneggia” la Chiesa cattolica, che le ordina di “rientrare in carreggiata”. Nel suo porsi come grado più alto delle umane capacità, Trump potrebbe forse spingersi a fare quello che osarono in altri tempi altri aggressivi poteri politici: nominare un servizievole antipapa.

La grossolanità di Trump ha generato una brusca frattura fra Stati Uniti e Vaticano (compreso il clero americano), proprio nel momento in cui regna il primo pontefice statunitense. Le elezioni di midterm si fanno sempre più incerte per il malaccorto presidente. La sua intolleranza a ogni critica lo ha portato poi a polemizzare anche contro un alleato come Meloni, che era stata ovviamente costretta — come Trump avrebbe dovuto capire — a prendere le distanze dalle sue frasi più aspre, pur ribadendo lealtà e fedeltà alle alleanze. La personalità narcisistica di Trump sta trionfando anche sul banale calcolo dei costi e dei benefici.

Ma l’intera vicenda ha risonanze e significati che vanno al di là della contingenza, e che non si limitano nemmeno al problema della distinzione fra magistero morale e azione politica, o al conflitto fra laicità e ingerenza ecclesiastica, come ha provato goffamente ad argomentare il vicepresidente americano, il neo-convertito Vance. La questione di fondo non è se la politica debba sottomettersi a una morale religiosa, ma se sia soltanto potenza — facilmente trasformabile in delirio di onnipotenza — o se è anche la costruzione di una dimensione condivisa di civiltà. Se la forza ha al suo fianco anche una ragione comunicativa, una positiva capacità egemonica, un’apertura a una collettiva dimensione umana, e quindi se contempla la presenza dell’Altro, o se invece è solo un unilaterale esercizio di prepotenza.

La volontà di potenza è un tratto caratteristico dell’Occidente, nel medioevo e ancor più nella età moderna. Lo Stato sovrano, il capitalismo, la scienza, il colonialismo, le rivoluzioni, la secolarizzazione, ne sono l’espressione. Ma a fianco di queste logiche è sempre rimasto vivo uno spirito critico, insoddisfatto, che cerca di contrastare la chiusura su sé stesso del mondo moderno, di denunciare la povertà della sua ricchezza, la parzialità del suo umanesimo, la cecità del suo illuminismo. Uno spirito che non accetta la chiusura dell’orizzonte della storia, la miseria dell’uomo a una dimensione, che accenna a un oltre, che chiede all’Occidente di trascendersi, di non credersi un assoluto, di non voler incarnare una definitiva verità. Questo spirito di apertura, di libertà, di non conformismo, è quello della grande arte, della cultura, della filosofia. E delle religioni. E la Chiesa cattolica — che come Verità propone non una rivoluzione ma la Rivelazione — è stata ed è parte rilevante di questa funzione critica. Che consiste, oggi come ieri, nell’esercizio della resistenza alla tracotanza — per chi crede, peccato contro Dio; per tutti, offesa contro la comune umanità — .

La brutalità semplificatrice dell’amministrazione americana, intollerante di ogni misura, ignara di ogni Altro, glorificatrice di sé, è una degenerazione dell’Occidente, un degrado della sua civiltà, un dimezzamento della sua storia e della sua natura. Trump pratica una politica che si sta avvitando su sé stessa, in un proprio inferno privo di luce e di prospettive, perché si lascia abbagliare dalla smisurata potenza tecnica e militare di armi che da molto tempo non vincono più, dal loro splendore di idoli bugiardi; perché è schiavo della propria potenza. Il presidente americano non sarà forse un alienato come pure qualcuno crede, ma certo, come un tracotante accecato, è alieno dallo spirito vero dell’Occidente, che oggi ha invece parlato con la voce del Papa: in lui si sono riconosciuti gli animi liberi, critici, preoccupati non solo della barbarie esterna ma prima di tutto di quella che sorge dal cuore della nostra civiltà. E che troppi hanno tardato a riconoscere.


George Weigel: “I cattolici americani stanno capendo il loro sbaglio. Hanno votato un narcisista”

 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Spero che questo episodio insegni ai cattolici favorevoli a Trump che votare per un narcisista non è mai una buona idea».

Se il capo della Casa Bianca ha perso anche George Weigel, col suo attacco a papa Leone, dovrebbe davvero iniziare a preoccuparsi della tenuta del suo elettorato in vista del voto midterm di novembre. Questo perché il senior fellow dell’Ethics and Public Policy Center è tutto tranne che un liberal incallito e dovrebbe incarnare semmai la platea cattolica interessata alle posizioni di Donald, almeno sul piano del conservatorismo sociale.

Weigel è stato il biografo di Giovanni Paolo II, in pratica vivendo al Palazzo Apostolico quando preparava il suo libro “Testimone della Speranza”. Insieme a Michael Novak e Richard John Neuhaus formava la triade di intellettuali americani che costituiva il punto di rifermento negli Stati Uniti per il pontificato del papa polacco e poi di Benedetto XVI. Le posizioni invece si erano fatte più complesse con Francesco. Semplificare è sempre pericoloso, soprattutto quando si parla di teologia, ma in questo caso non si sbaglia a pensare che in teoria una presidenza repubblicana avrebbe potuto costruire un dialogo proficuo con questa area del cattolicesimo americano, che l’ha votata in maggioranza, però Donald è riuscito ad alienarla.

Cosa ha pensato, quando ha letto il messaggio contro Papa Leone pubblicato dal capo della Casa Bianca?

«I post sul social Truth del presidente Trump sono oltraggiosi, scandalosi e offensivi. La replica del Pontefice durante il suo volo verso l’Africa dimostra come un adulto dovrebbe rispondere a tanta stupidità».

Il capo della Casa Bianca ha fatto seguire al messaggio la pubblicazione di un’immagine in cui si presenta come Gesù, che anche molti sostenitori del movimento Maga hanno giudicato blasfema. Lei cosa ne pensa?

«Cosa dovrei pensarne? Mi sembra un gesto che si commenta da solo».

Tutti si chiedono perché Trump abbia deciso di lanciare questo attacco contro il primo Papa americano proprio ora e molti sospettano che sia un tentativo di distrarre l’attenzione dai problemi che sta incontrando nella guerra in Iran. Lei che idea si è fatto del motivo?

«Tutto ciò è accaduto perché Trump è completamente indisciplinato e non c’è nessuno intorno a lui in grado di proteggerlo dai suoi peggiori istinti. E questo è un problema generale che vale per tutto, non solo per il messaggio offensivo che ha deciso di pubblicare contro il Papa».

Forse pensava che il passaggio da Francesco a Leone avrebbe avvicinato la Chiesa cattolica alla sua presidenza, dall’immigrazione alla guerra?

«Come avevo detto dopo l’elezione di Prevost, penso che queste divisioni siano state esagerate, in particolare dai media italiani. Il corpo vivente della Chiesa negli Stati Uniti è piuttosto diviso, ma i vescovi sono quasi uniformemente uniti. I fedeli sono felici della nomina di Leone, che però ha vissuto quasi tutta la sua vita adulta all’estero, tra l’America Latina e Roma. Non è che Chicago si sia impossessata della sede di Pietro, ma questa esperienza internazionale rafforza il suo profilo come Papa, che per natura ha una missione globale».

Anche Giovanni Paolo II aveva obiettato all’invasione dell’Iraq, inviando il cardinale Laghi alla Casa Bianca per convincere Bush a non attaccare, ma non si era mai caduti così in basso. Che impatto avrà questo caso, in vista delle midterm di novembre?

«Spero che questo episodio insegni ai cattolici favorevoli a Trump che votare per un narcisista non è mai una buona idea. Tutti i presidenti hanno un forte ego, ma il narcisismo è un grave difetto per chi deve guidare un paese».


I cattolici americani abbandonano Trump: scenario da incubo per il voto di MidTerm

 

Di Monica Maggioni, La Stampa

Trump questa volta ha fatto male i conti. Si è troppo abituato alla schiera di cortigiani osannanti che lo circonda. Uso, come è, a comprare pezzi di mondo con i soldi o a tentare (con risultati alterni) di piegarlo con la forza, ha pensato che sarebbe bastato un suo urlo a spaventare tutti i ragazzini nella stanza. Non ha calcolato però che il Vaticano non è una stanza di tifosi osannanti, davanti a lui c’è un’istituzione che da millenni vive dentro uno spazio in cui il potere è sottoposto a giudizio. E, per dirla con papa Leone, la posizione della Chiesa sulla guerra non è frutto di un «dibattito» ma l’affermazione di un giudizio etico e morale sulla realtà. Eppure va anche capito, il rutilante Presidente, ormai pensa di poter governare il mondo terreno e quello ultraterreno, avvezzo come è a sentirsi trattare da semidio dai predicatori evangelici infervorati di cui si circonda regolarmente. Deve averci creduto un po’ troppo ai ringraziamenti per la sua lotta contro il male e per le sue guerre ispirate alla Bibbia che gli osannanti discepoli ripetono intorno a lui.

Basta guardare con attenzione un video della scorsa settimana: al podio c’è il famoso pastore evangelico Franklin Graham che cita, ispirato, il libro di Esther in cui si dice che «i persiani – gli iraniani aggiunge lui nel caso qualcuno non avesse colto il riferimento – erano venuti per uccidere tutti gli ebrei, donne e bambini in un solo giorno». E dice che oggi lui, il Presidente Trump, proprio come Esther «è stato mandato da Dio per salvare gli ebrei dai pazzi islamici». Insomma, questo è il mondo di cui ormai Trump si circonda regolarmente: soggetti che lo abituano a sentirsi trattare come un essere quasi divino. E così ieri lo spavaldo Donald Trump ha fatto l’errore peggiore: ha attaccato frontalmente Papa Leone ed è riuscito a riunificare la voce dei cattolici americani profondamente divisi da molti anni. Con il suo messaggio sgangherato in cui, di fatto, insulta il Papa e arriva a dire che è stato nominato solo perché c’era lui alla casa Bianca (si suggerisce lettura attenta e ripetuta del testo integrale del post per capire dove siamo finiti) Trump fa la magia di far superare d’un balzo le differenze tra cattolici americani, tra l’ala più conservatrice e quella più liberal, tra repubblicani e democratici.

Il messaggio scritto e l’immagine, creata con l’intelligenza artificiale, in cui si ritraeva nei panni di Gesù, hanno colmato il solco scavato negli anni dalle divisioni politiche nel cattolicesimo d’oltreoceano. La lotta alla deriva woke, le critiche alla cancel culture hanno portato i cattolici conservatori a schierarsi apertamente a favore di Trump in contrapposizione a politiche giudicate troppo liberal e permissive, specie sul piano dei diritti individuali. Poi, ieri, il terremoto: non sappiamo esattamente in che sequenza si siano svolti i fatti. Immaginiamo le telefonate e i messaggi sgomenti degli uomini di chiesa vicini a Trump che immediatamente si sono resi conto dell’enormità del guaio provocato dal Presidente. La conferma definitiva della portata del disastro è stata la reazione netta e senza timori di Papa Leone XIV. Ed è stata una risposta rigorosa e ferma, con il tono di chi respinge il linguaggio trumpiano senza alcun timore, di chi non accetta che sia la logica della forza a governare il mondo. Che vinca la prepotenza, la volgarità, l’insulto. E che la vita degli innocenti venga disprezzata.

La reazione trumpiana è sconcertante: sulle prime fa sparire l’immaginetta blasfema in cui si era autoritratto nel ruolo di Cristo ma, subito dopo, non accetta di ritirare l’attacco a Papa Leone. Anzi, ribadisce il concetto rientrando poco dopo mezzogiorno alla Casa Bianca quando dice di non doversi scusare di nulla: «He’s wrong», è lui che sbaglia. Lui: il Papa. Il tono è sempre lo stesso, la sfida da saloon che usa nei messaggi contro i popoli che sta bombardando, lo stesso linguaggio insultante con cui si rivolge a chiunque contrasti le sue voglie e le sue idee.

Ma questa volta, comunque la si pensi, il tema è tutto politico. Quasi il sessanta per cento dei cattolici americani si dichiara conservatore. E quasi tutti hanno votato Trump, anzi, sono stati vivaci sostenitori di un presidente che è diventato il baluardo della lotta alla cultura woke, e il difensore dei valori della tradizione. Eppure, questa uscita ha turbato profondamente questo elettorato. Basta leggere alcuni dei commenti su “The Daily Wire”, testata della destra cattolica in cui l’attacco al Papa e l’immaginetta blasfema vengono giudicati «disgustosi e inaccettabili». Non solo. Il fatto che lo scontro più imprevedibile della storia si consumi con un Papa americano rende ancora più evidente questa contraddizione. Leone XIV non è un Papa che esterna continuamente le sue visioni. Anzi. Ma c’è stato un crescendo nelle ultime settimane. Il suo disappunto sulla questione di come i migranti venivano trattati da Ice è filtrato attraverso le posizioni dei vescovi americani che, a loro volta, dopo anni di divisioni e distinguo si stanno ricompattando proprio sui temi che coinvolgono le grandi questioni etiche, la migrazione, la guerra.

Ed è quella compattezza che trova in Papa Leone un’espressione unificante. Lo ha capito per primo JD Vance, il vicepresidente convertito al cattolicesimo che ha dovuto fare i conti con la chiarezza delle posizioni del Papa. Un vicepresidente che oggi vive probabilmente la contraddizione più profonda di tutte. Lui, che si è convertito seguendo l’ispirazione agostiniana, si trova totalmente coinvolto nelle scelte politiche di un presidente che arriva ad attaccare in modo spavaldo il Papa. JD forse dovrà mettere da parte le ragioni profonde della sua conversione se vuole continuare a fare il vicepresidente alle spalle di un uomo il cui ego smisurato non ammette dissenso. Ma gli altri, i cattolici che oggi si sono sentiti insultati, forse avvertiranno meno forte quel vincolo. E allora per il presidente che non chiede scusa, le cose potrebbero farsi più difficili.


Caoslandia alle porte

 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Preghiamo per Gibilterra. L’ultimo stretto ancora libero che ci connette all’Oceano Mondo dovrebbe convertire alla fede il più scettico degli italiani. Perché visto da Roma l’assalto israelo-americano all’Iran è un assedio all’Italia. Rischiamo di finire in trappola nel lago salato del Mediterraneo semichiuso. Altro che Medioceano tramite tra stivale e rotte marittime globali. Qui ci si chiude una valvola dopo l’altra.

Da est a ovest: Hormuz in fiamme, Bab al Mandab sotto tiro huthi, come Suez investito dalle guerre di reazione dello Stato ebraico dopo il 7 ottobre. Tacciamo degli stretti turchi, frontiera tra Mar Nero, teatro della contesa russo-ucraina, e Mediterraneo orientale in agitazione, con epicentro Cipro. Né ci tranquillizza lo stretto di Sicilia: sulla quarta sponda incrociamo a Tripoli l’estroversa Turchia, più gettone russo in Cirenaica e pressione dei conflitti permanenti tra Sahel e Corno d’Africa.

Di lì alle colonne d’Ercole va meglio ma non troppo, stanti le pretese di Algeri sul Mar di Sardegna — noi abbozziamo perché appesi al suo gas. Prevedibile nei prossimi mesi un biblico sussulto migratorio da sud-est verso le Europe che nei devoti evocherà la mosaica traversata del Mar Rosso. Caoslandia alle porte.

Il collasso dell’impero marittimo d’America si rovescia su di noi. L’offensiva scatenata il 28 febbraio da Trump in veste di vassallo di Israele contro l’Iran disegna il crepuscolo della talassocrazia a stelle e strisce. L’impero in disarmo non è più in grado di controllare i choke point strategici, stazioni obbligate dei traffici commerciali e degli snodi internet, che tracciavano il sistema nervoso della sua egemonia ormai evaporata. Speciale umiliazione per la Us Navy, già governatrice delle onde in ideale staffetta post-Britannia.

L’ammutinamento a bordo della massima portaerei d’ogni tempo, la Gerald Ford, scatenato da marinai scoppiati dopo quasi un anno di missioni senza sosta, illumina lo stato dell’Armada su cui Trump contava per obliterare la Repubblica Islamica. Eco del caos negli apparati di Washington, quindi nello stesso governo federale, dove l’anarchico monarca ingrassa il patrimonio di famiglia (allargata) mentre si diverte a giocare tutti contro tutti. Fino a minacciare l’uscita dalla Nato, «tigre di carta». Non sappiamo come se la cavi con la cetra, ma il pensiero corre a Nerone.

Tra le sentenze apocrife attribuite a Mark Twain una ci pare adattarsi all’autoaffondamento del numero uno: «Dio ha creato la guerra affinché gli americani imparassero la geografia». E la storia, glosseremmo. Missione fallita. Solo il 23% degli americani sa individuare l’Iran su una carta muta — non scommetteremmo di cavarcela meglio ma noi mica pretendiamo di reggere un impero. Molti scommettono che si tratti di un paese arabo e lo scambiano per l’Iraq, pochi lo identificano con la Persia.

Quando pianificano di mettere gli stivali per terra, i decisori di Washington forse rimuovono gli impervi acrocori di un territorio più grande di Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Benelux riuniti, abitato da quasi cento milioni di anime mediamente trentaquattrenni, di fiera identità e alta cultura, con picchi impressionanti in campo tecnico-scientifico e ingegneristico, specie tra le donne.

Si capisce che buona parte degli iraniani non ne possa più di un regime oppressivo, corrotto e assassino. Non si capisce come Trump abbia potuto chiedere loro di rovesciare quel governo, quindi lo Stato cui è consustanziale, bombardandoli a man salva.

Intanto Israele, che ha messo gli Stati Uniti nella sua scia, continua nella sua guerra senza fine (maschile) né fine (femminile). Stabilisce il generale Udi Dekel, analista al Centro di studi strategici di Tel Aviv: «Dal 7 ottobre Israele è finito nella trappola della “sicurezza assoluta”, concezione che lo porta alla guerra continua. Se la sicurezza è definita come rimozione completa di ogni minaccia appena emerge, tanto più quando è chiara e tangibile — invece di ridurla o di costruire un quadro stabilizzato — allora ogni altro esito del conflitto sarà percepito insufficiente, ogni intesa resa, ogni successo parziale sconfitta».

Nell’immagine: Teheran (Iran), 13 aprile: un cartellone che allude allo stretto di Hormuz