Il film che spaventa Israele e le domande sul 7 ottobre

 

Di Anna Foa, La Stampa

Sul clima già teso della campagna elettorale in Israele è piombato come un macigno il documentario Naza (acronimo di “effetti collaterali”), dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor, coautori dello straordinario No other land, sulle aggressioni di coloni ed esercito in Cisgiordania, vincitore dell’Oscar nel 2025. Alla mostra di Venezia ha vinto il premio speciale della giuria e gli hanno tributato 24 minuti di standing ovation.

Non l’ho ancora visto, ma non è del film che voglio parlare, bensì della vera e propria isteria che, senza nemmeno essere stato visto, ha suscitato in Israele e in una parte almeno del mondo ebraico della diaspora. In sintesi, è un documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv, un’intervista a 24 membri dell’esercito e dell’intelligence, accuratamente celati per non rivelarne l’identità. Le interviste descrivono ciò che in generale si sapeva e che era in parte uscito su giornali e media come gli israeliani +972Maga e Local call, o il Guardian (che è fra i suoi produttori): cioè i sistemi con cui, con l’aiuto dell’Ai, l’esercito pianificò, fin da prima del 7 ottobre, gli attacchi aerei sulla striscia di Gaza, sorvegliando a tappeto l’attività dei suoi abitanti e le loro abitazioni. Vittime collaterali o vittime mirate che siano, sono state come minimo 70.000.

Questo in sintesi, come riportato dai comunicati, dai media e dalle interviste, il contenuto del documentario. Questo è ciò che vedremo quando Naza uscirà, a giorni, nelle nostre sale. Chi difficilmente lo vedrà saranno invece gli israeliani.

La reazione del governo e dei partiti della destra è stata da subito una reazione di assoluto panico. L’esercito ha definito il contenuto del film menzognero, pur aprendo un’inchiesta sulla divulgazione di “materiale non classificato”. Quanto all’altra accusa rivolta al film, di essere basato su fonti anonime, come dimenticare che anche lo scandalo del Watergarte, che portò nel 1974 alle dimissioni del presidente americano Nixon, era basato su rivelazioni anonime, protette dal segreto. Con il passar dei giorni la reazione è diventata sempre più dura e aggressiva. Netanyahu ha dichiarato di voler togliere la cittadinanza israeliana ai due registi, definiti “traditori”.

I partiti e i media della destra radicale si sono scatenati, accusando il film di menzogna e antisemitismo, minacciando di morte i registi e manifestando sotto le abitazioni dei loro famigliari al grido di “Impiccateli!”. Difficilmente i due registi potranno tornare in patria, anche se le minacce di privarli della cittadinanza non saranno messe ad effetto. Saranno i primi esuli politici di Israele, dunque?

Intanto Netanyahu minaccia sanzioni e la revoca della cittadinanza nei confronti di chi diffama le forze di difesa israeliane. Nelle sue dichiarazioni, una simile legge potrebbe colpire anche il capo del partito democratico, Yair Golan, per delle dichiarazioni rese l’anno scorso sull’uccisione dei bambini palestinesi da parte dell’esercito. Insomma, Nertanyahu avrebbe l’intenzione di approfittare della questione per intervenire sui partiti di opposizione nelle prossime elezioni, una tattica da lui consolidata. Ma è difficile che una simile manovra gli riesca, nel clima attuale della campagna elettorale.

Le minacce di morte che gli estremisti di destra stanno rivolgendo ai due registi non sono, secondo il giornale di opposizione Haaretz, da prendere sottogamba: è possibile che scorra il sangue. Del resto, come dimenticarsi dell’assassinio di Rabin nel 1995 da parte di Ygal Amir, un estremista i cui complici di allora sono oggi ministri dell’attuale governo?

E la sinistra? Finora, l’attacco all’Idf non viene condiviso nemmeno da gran parte dell’opposizione. Mille registi hanno espresso in un documento solidarietà al film. Ma la domanda che emerge con forza, e che riguarda non i palestinesi ma gli israeliani, è come abbiano fatto le forze armate a non vedere i preparativi del 7 ottobre, se erano in grado di veder volare una mosca in tutte le abitazioni di Gaza.

Forse da questa domanda si potrà arrivare anche a domandarsi perché, se l’obiettivo era quello di distruggere Hamas, si sono uccisi tanti civili, facendo di ogni palestinese di qualsiasi età un sostenitore di Hamas. In ogni caso, come ha scritto Gideon Lévy su Haaretz, «Szor, Abraham e questi coraggiosi militari hanno rotto il silenzio. Meritano la massima stima degli israeliani e la avranno, ma solo nelle pagine dei libri di storia».


Scuola, prima viene il bambino

 

Di Franco Lorenzoni, La Repubblica

Giorgia Meloni ha annunciato a gran voce che vuole stabilire per legge un tetto alle presenze di figli di immigrati nelle nostre classi «perché i bambini italiani non siano mai più minoranza». Sempre più il tratto comune delle destre in Europa si caratterizza per l’attacco alla scuola pubblica come spazio di incontro e scambio tra differenze, come luogo in cui la disomogeneità può divenire fattore di crescita e nutrimento per uno sviluppo della curiosità reciproca, dell’ascolto e, dunque, della democrazia.

In quest’anno scolastico celebreremo i 50 anni dall’apertura delle nostre scuole ai portatori delle più diverse disabilità, resa possibile dalla legge 517 del 1977. Mi sembra importante ricordare la figura di Alessandra Ginzburg, morta l’11 agosto, che nel 1970 trasformò a Roma una scuola dell’infanzia comunale nella prima scuola del centro Italia in cui fu sperimentata una piena integrazione.

«Prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo è possibile e opportuno offrire proposte educative e didattiche capaci di arricchire e nutrire quel mondo. Proposte che risultano tanto più efficaci quanto più sono capaci di stabilire un confronto tra modi di guardare il mondo diversi».

L’attenzione e il rispetto verso la dignità e ricchezza del mondo infantile ha sempre caratterizzato il pensiero di Alessandra Ginzburg. Psicoanalista e saggista, è stata una grande educatrice. A lei dobbiamo pratiche e teorie che sono alla base di una delle più importanti riforme educative del Paese. Se le scuole dal 1977 hanno aperto le porte a bambine e bambini disabili, fino allora chiusi in casa o segregati in scuole speciali, lo si deve alle coraggiose sperimentazioni di educatrici come lei.

La più giovane figlia di Natalia e Leone Ginzburg aveva la rara qualità di incarnare una rigorosa postura etica in modo concreto e operativo. Così immaginò e diede vita a Roma, insieme a Massimo Ammaniti, a una delle prime scuole pubbliche che sperimentò l’integrazione.

Alla fine degli anni ’60 si cominciarono a mettere in discussione le scuole speciali come luoghi di segregazione e nel 1970, a Trastevere, nella scuola dell’infanzia comunale di piazza della Scala, iniziò un’avventura educativa audace, quando una ventina di bambine e bambini “deficitari” furono accolti in un rapporto di uno a uno con alunni cosiddetti “normali”.

L’apertura fu preparata da colloqui con le famiglie, insieme a una offerta di tempo pieno gratuito. I cambiamenti progettati da Ginzburg, che di quella scuola fu coordinatrice, furono radicali: nessuna classe con la porta chiusa, rotazione tra i gruppi, e il corridoio che si trasformava in luogo di ritrovo e di incroci inaspettati. Il tutto con strumenti per la pittura e il modellare, stoffe e costumi, costruzioni per stimolare l’immaginazione e il coordinamento occhio-mano. Spazi e pareti divennero luoghi di memoria personale e collettiva, dove ciascuno poteva riconoscere le proprie tracce.

Per trasformare una scuola dell’infanzia in luogo di integrazione ci fu bisogno della sensibilità di una futura psicoanalista, che seppe assumersi responsabilità formative, organizzative, politiche. Le sperimentazioni portarono a scoperte in grado di migliorare le scuole di tutti, come era già accaduto con Maria Montessori, Ovide Decroly e Janus Korjak, arrivati all’educazione dalla pratica medica. Spesso la pedagogia, per assumere una postura democratica e aperta a tutti, ha bisogno di sguardi da altri mondi.

Ho avuto la fortuna di conoscere Alessandra nel 1977, nel Movimento di cooperazione educativa. Stavo per diventare maestro elementare e la prima scossa che ricevetti fu l’evidenza che dovevamo metterci in gioco e mutare il nostro punto di vista. Un educatore capace di ascolto arricchisce la comunità dei bambini di un dono prezioso: la passione della conoscenza intesa come interrogazione sul mondo e sui suoi misteri. Di qui la funzione di garante della comunità propria dell’adulto.

Ginzburg credeva nell’esistenza di una «cultura infantile» con proprie specifiche caratteristiche. Ricordo il trasporto nei suoi interventi quando richiamava all’attenzione l’importanza dell’inconscio. Molte cose sono cambiate dagli anni Settanta. L’attenzione agli spazi come luoghi di memoria è cresciuta e sono numerose le maestre e maestri che hanno l’abitudine di trascrivere i pensieri di bambine e bambini quando disegnano, giocano o discutono tra loro.

Troppo raramente, però, questo straordinario repertorio è assunto da noi insegnanti come riferimento dal quale partire nel progettare la nostra pratica educativa. Assumere il dialogo e la pedagogia dell’ascolto come fondamento dell’innovazione didattica comporta il rivedere le nostre pratiche con radicalità, perché alcune domande infantili sono inquietanti e insidiose. Ma forse è accogliendo queste inquietudini che possiamo coltivare lo stupore attento, necessario per la relazione educativa.

Ginzburg scrisse un libricino intitolato Premessa ad una pedagogia dell’ascolto nella scuola dell’infanzia. Rileggerlo ora è interessante perché sostiene quanto l’intreccio fra pensiero ed emozione costituisca una costante inestricabile.

Il percorso che ha portato la scuola ad assumere un quarto di insegnanti di sostegno per dare dignità e reali possibilità di crescita alle diversità che la abitano è certamente manchevole e contraddittorio. Ma tanti docenti lavorano a un’idea di inclusione che si fonda sull’attenzione e la cura del contesto, capace di ribaltare i luoghi comuni a partire dal più importante: la disabilità non è confinata all’interno del soggetto, ma prende forma nella rete di relazioni che lo collega agli altri e agli spazi che abita e in cui vive.

Il prossimo anno sarà trascorso mezzo secolo da quella riforma rivoluzionaria, che attende ancora di essere pienamente compiuta. Alessandra Ginzburg, al cui pensiero abbiamo ancora tanto da chiedere, sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi, oggi arricchita anche dalle molteplici provenienze di chi li abita, è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza, perché, se affrontata con cura, competenza e attenzione, crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti.


Spazi pubblici, interessi privati?

 

C’è un problema che a Lugano si ripresenta con una regolarità quasi meccanica: uno spazio pubblico funziona davvero, generando aggregazione e cultura dal basso, ma prima o poi arriva il momento in cui smette di esistere così com’è.

Il caso più recente è il Lido San Domenico, oggi al centro di una petizione che chiede al Municipio di rivedere le proprie intenzioni. Ma è solo l’ultimo capitolo di una storia che ormai si conosce bene: quella di una carenza cronica di spazi accessibili, informali, che ospitano musica, arte, socialità e progettualità alternativa. L’ennesimo luogo capace di aggregare centinaia di persone di età diverse che, per una ragione o l’altra, comprensibile o illecita, è a un passo dall’essere trasformato in qualcos’altro, o a sparire del tutto.

Ogni volta che uno di questi luoghi chiude o cambia volto, si perde un posto dove si può stare e non solo consumare, ma anche una rete di relazioni e opportunità di lavoro. Concretamente, al Lido San Domenico trovano oggi occupazione una ventina di persone del territorio, spesso con orari ridotti o flessibili, compatibili con gli studi o con percorsi professionali o di vita diversi; un tipo di impiego che altrove in città si trova a fatica.

La pressione immobiliare, la ricerca di redditività e una certa diffidenza istituzionale verso ciò che non si può controllare del tutto finiscono oggi per scoraggiare proprio le esperienze più vitali e diversificate. Su questo tema interviene anche la Carta della Gerra, sottoscritta da oltre 700 realtà e persone attive nella cultura indipendente ticinese. Il documento chiede da tempo di ripensare in modo strutturale come gli enti pubblici mettono a disposizione i propri spazi, riconoscendo il valore culturale e sociale di ciò che vi accade, e non solo quello economico o immobiliare.

Quindi la domanda va rivolta a chi amministra questi spazi: quando un luogo di questo tipo funziona, quali criteri vengono usati per deciderne il futuro? Se la pigione offerta o il progetto edilizio contano più della funzione sociale che quel luogo svolge, il risultato è prevedibile e si ripete ogni volta che uno spazio pubblico viene riassegnato o destinato a un nuovo progetto; proprio come sta accadendo ora, con i bandi pubblicati per il Lido San Domenico.

Che un’altra strada sia possibile, del resto, il Municipio l’ha già dimostrato: nel 2022 ha sostenuto la creazione a Lugano de “La Straordinaria”, un grande spazio culturale che ha offerto per mesi la più ampia programmazione di cultura indipendente mai vista in Ticino. È la prova che, quando l’istituzione sceglie di collaborare invece che controllare, il risultato può essere davvero “straordinario”.

Sia Lugano sia il Cantone, negli ultimi anni, hanno anche riconosciuto pubblicamente la necessità di intervenire: mappature degli spazi, momenti di confronto con le realtà del territorio. Sono passi nella direzione giusta, ma restano intenzioni, finché non si traducono in scelte concrete nei bandi e nelle decisioni che riguardano gli spazi pubblici ancora esistenti o che vanno delineandosi. Il Lido San Domenico avrebbe potuto essere un esempio semplice di coerenza tra parole e fatti. Resta da vedere se lo sarà: dipenderà dai criteri con cui il Municipio di Lugano deciderà il suo futuro.

L’autrice è copresidente del PS Lugano e granconsigliera
Nell’immagine: in difesa di un posto dove
stare


Conservatori sotto scacco dell’estrema destra

 

Di Marco Bascetta, il manifesto

C’è Parigi e c’è la Vandea. A voler osservare il presente con le lenti della classica storiografia di sinistra i risultati elettorali a Berlino e nel Mecklenburg -Vorpommern potrebbero essere descritti come segue, senza troppo discostarsi dal vero.

La metropoli-capitale, giovane, cosmopolita, irrequieta e sperimentale, ma preda di potenti appetiti speculativi da una parte e dall’altra una landa dell’estremo est povera, disagiata e risentita, attraversata da paure fantasmatiche e indistinte. Nessuno dei due stereotipi calza però fino in fondo. Tanto è vero che nella Vandea tedesca l’Afd conquista ampiamente il primo posto ma resta lontana dall’accesso al potere e tagliata fuori da qualsiasi alleanza. E anche la Linke a Berlino, nonostante il trionfale successo troverà molti ostacoli sulla strada del governo, nonché l’eterna riproposta, non si sa a questo punto se più ridicola o infame, della dottrina degli opposti estremismi.

Ma su un punto non si dovrebbe infierire troppo. Friedrich Merz sarà anche un algido manager privo di qualunque appeal culturale e talento politico, ma il declino del grande centro democristiano che ha garantito la stabilità tedesca dopo la fine della guerra e ha addomesticato la socialdemocrazia non è in alcun modo colpa sua. Chi lo sostiene, all’interno del suo partito, è solo per personali ambizioni di potere. Quel bisogno di stabilità senza avventure politiche, di grigie abitudini compensate da modeste comodità, di un progresso prevedibile e rassicurante che ha cullato la Germania traumatizzata del dopoguerra ruotando intorno alla Democrazia cristiana si è dissolto e rovesciato in un proliferare di pulsioni revansciste. La promessa cristiano-democratica dell’“economia sociale di mercato” ha perso la sua base materiale e i suoi punti di orientamento sulla mappa del mondo in trasformazione. Ma il fenomeno non è certo solo tedesco.

Il centro conservatore, o i cosiddetti “moderati” sono stati assorbiti o condizionati in tutto il mondo da una destra aggressiva, filofascista capace di capitalizzare i disagi popolari senza ostacolare gli interessi delle oligarchie. L’occupazione trumpiana del Partito repubblicano negli Stati uniti costituisce l’esempio più eclatante di questa metamorfosi nera delle forze politiche conservatrici. In Europa il processo è più lento e frastagliato ma, al fondo, non dissimile. Lo spazio centrista finora occupato dalla Cdu-Csu sta scomparendo. Il caparbio continuismo del cancelliere Merz non poggia ormai su alcuna base che possa dirsi solida. La fine della guerra fredda è stata per i democristiani del Vecchio continente l’asteroide che ha messo fine all’era dei dinosauri. Forza Italia, i gaullisti, il Partito popolare spagnolo, i conservatori dall’Austria ai paesi scandinavi non sono diventati altro che un residuo destinato a confluire nel sistema circolatorio dell’estrema destra o comunque a subirne il ricatto, altro che argine o cordone sanitario!

Se il Cancelliere Merz non fa altro che constatare, un fiasco dopo l’altro, l’avvenuta catastrofe è perché non ha nulla da dire e ancor meno da fare. Le alternative che si trova di fronte sono tutte ulteriormente disastrose: cercare di anticipare l’Afd sul suo terreno, mimandone i temi e le ossessioni, come fatto finora senza alcun risultato, o aprire a una collaborazione con l’estrema destra condannandosi a un destino di sicura subalternità. La via dei centrosinistra a trazione conservatrice risulta preclusa anche dal fatto che i partiti che vi hanno ripetutamente partecipato sono tutti senza eccezione in evidente declino. Nel Mecklenburg come a Berlino la Spd e i Grünen perdono comunque voti. Gli elettori li puniscono per una serie ininterrotta di cedimenti, rinunce e compromessi (eclatante è il caso dei Verdi a Berlino). Ne consegue che continuare sulla strada dei centrosinistra di provata fede neoliberale sarebbe esiziale. Né si può più relativizzare il fatto che l’espansione dell’estrema destra può vantare percentuali impressionanti e dal peso politico crescente. Ma forse è proprio intorno alla Cdu che va sedimentandosi nei fatti un “cordone sanitario” non dichiarato che solo la mano tesa dei neofascisti sarebbe in grado di bucare. Un paradosso davvero inquietante. In questa situazione il “voto utile” antifascista perde nettamente di utilità, condannato come è alla miseria dei minimi denominatori comuni e a sicura indigenza politica.

Berlino resta per la Germania un luogo piuttosto esotico. Ma la scelta della Linke di portare in primo piano i conflitti di interessi, lo scontro tra le strategie speculative, la rendita finanziaria e i bisogni e le aspirazioni dei cittadini ha sicuramente vinto. E non si tratta di una scelta esotica, né di un fenomeno di polarizzazione ideologica. Ma forse di qualcosa che ha concrete possibilità di battere la destra.


La crisi esistenziale degli Stati disuniti d’America

 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Per qualche ora l’America è tornata a essere unita. A venticinque anni dalla tragedia dell’11 settembre, bandiere a mezz’asta e minuti di silenzio hanno restituito agli Stati Uniti un sentimento unitario che ormai si ritrova soltanto nelle commemorazioni: americani che si riconoscono reciprocamente. Esaurito il raccoglimento, sono tornati puntualmente a detestarsi. A novembre si vota per il rinnovo del Congresso e l’unità nazionale non avrà diritto di cittadinanza in quella che ormai è vissuta come una guerra di religione. Democratici e repubblicani arriveranno alle urne convinti che la vittoria dell’avversario coincida con la rovina della Repubblica e la cancellazione di tutto ciò che di buono rappresenta.

Eppure, l’America è più unita di quanto sembri. Non sulle soluzioni, naturalmente, ma nella consapevolezza di avere un problema. Destra e sinistra, Maga e socialisti democratici, moderati e rivoluzionari condividono una sensazione oltre alla loro reciproca antipatia: a essere guasto non è più soltanto un pezzo della macchina, ma il meccanismo stesso che dovrebbe ripararla. Il 77% degli americani ritiene che il sistema politico vada rifondato o cambiato radicalmente, ma solo il 27% crede che possa davvero accadere; e ben il 59% pensa che gli anni migliori della storia nazionale siano ormai irrimediabilmente alle spalle. Li chiamano i “riformatori pessimisti”, convinti che la casa vada ricostruita, ma tutt’altro che certi che le fondamenta riusciranno a reggere il restauro.

Non è una novità che gli americani siano impaludati in una crisi esistenziale: lo sono, depressi e smarriti, da almeno quindici anni, da quando la globalizzazione ha smesso di sembrare un regalo e ha iniziato a presentare il suo salatissimo conto. Per tre lustri, però, la disillusione si era concentrata sull’additare i presunti colpevoli — le élite, gli immigrati, la Cina, il presidente di turno. Era, a suo modo, una forma di ottimismo: finché esiste un colpevole, la soluzione è liberarsene. La novità è che oggi quella convinzione vacilla, facendo affiorare il sospetto crescente che, dietro i colpevoli, ci sia un meccanismo talmente inceppato da non poter essere rimesso in moto attraverso una vittoria elettorale — e che ogni intervento, buono o cattivo che sia, finisca soltanto per innescare un effetto domino di problemi ulteriori. Si impongono dazi per proteggere l’industria, e i costi si riversano sui produttori stessi.Si sfrutta il dominio finanziario per imporre sanzioni, e si regala al mondo un motivo per cercare alternative. Si dispone della macchina militare più formidabile del pianeta e si scopre che vincere una battaglia è tutt’altra cosa dal trasformarla in un risultato politico.

Il tutto a costi sempre più difficili da sostenere: il debito federale ha oltrepassato i quarantamila miliardi, gli interessi già superano la spesa per la difesa e, con l’inevitabile resa dei conti che rischia di abbattersi su pensioni e sanità, non potrà che lievitare. Quando ogni toppa scopre una crepa nuova, la manutenzione smette di essere ordinaria e comincia a somigliare sempre più a un vero e proprio collasso sistemico.

Ed è questo a rendere il voto di novembre inedito. Gli americani andranno alle urne ferocemente divisi su chi debba governare e sorprendentemente accomunati dal sospetto che nulla basterà a invertire la rotta del declino, tantomeno la semplice sconfitta dell’avversario. Persino le alternative più radicali sembrano portarsi dietro il dubbio di non essere comunque risolutive. La nuova sinistra promette di rifondare il sistema senza avere ancora chiaro con cosa sostituirlo. Trump continua a promettere una nuova età dell’oro, ma, dopo quasi due anni di seconda rivoluzione, anche i suoi elettori più fedeli si sono accorti che demolire è un mestiere molto più facile che ricostruire.

Gli Stati Uniti restano così sospesi in un limbo: troppo instabili per una riforma ordinata, non ancora abbastanza disperati per una vera rivoluzione. Almeno per ora. Pronosticare quale scenario prevarrà sarebbe temerario, anche perché il funerale dell’America viene annunciato con cadenza rituale e, finora, altrettanto puntualmente rinviato. Preso pezzo per pezzo, il sistema resta formidabile su tutti i fronti — economico, finanziario, tecnologico, militare — e, soprattutto, rimane la sua unicità: saper trasformare crisi apparentemente terminali in nuovi inizi. Potrebbe riuscirci ancora.

Nell’immagine: la sede centrale di JPMorgan Chase  illuminata con i colori della bandiera statunitense in occasione del 25° anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York


Il Cancelliere non riemerge dall’uragano

 

Di Francesca Sforza, La Stampa

Se c’è una cosa che bisogna riconoscere ai tedeschi è che di fronte alla disfatta non minimizzano, non edulcorano, non danno la colpa ai social, al meteo o altre avversità: la chiamano con il loro nome e la guardano in faccia. Così ha fatto ieri il cancelliere Friedrich Merz, quando di fronte a un risultato pessimo in Meclemburgo-Pomerania e così così a Berlino non ha esitato a usare la parola “disastro”, che è subito rimbalzata in tutti i titoli di giornale della Bundesrepublik dando il senso della giornata politica appena trascorsa (poco male che lui si riferisse solo al risultato peggiore, la percezione del disastro ha spazzato via la realtà dei numeri).

Il fatto che le due tornate elettorali non abbiano espresso una direzione univoca è un buon segno: l’AfD è andata benissimo in Meclemburgo, abbastanza bene a Berlino, ma in entrambi i casi non governerà. Governeranno invece formazioni composite ma solidamente democratiche. La Linke, che a Berlino ha la possibilità di governare insieme all’Spd e ai Verdi, non appartiene a quella corrente reazionaria della sinistra estrema che abbiamo visto mietere consensi in Sassonia-Anhalt. È un partito di stampo socialista, che guarda al rafforzamento dello stato sociale e a una società aperta: non ha la remigrazione nel suo vocabolario e ha la lotta all’antisemitismo iscritta a caratteri cubitali nella sua storia politica. Allo stesso tempo il denominatore comune tra le diverse forze più votate esiste, ed è il fattore “locale”: a Berlino ha vinto chi ha sollevato la questione del caro-affitti (Linke) e chi ha fatto campagna elettorale sullo scontento elettorale della parte Est, dove vivono cittadini che vengono dall’Europa orientale, e dove la presenza di profughi ucraini ha creato squilibri sociali tra le classi più disagiate (AfD). In Meclemburgo la situazione non è stata molto diversa da quella del Sassonia-Anhalt: ha vinto chi ha parlato all’Est frustrato e impoverito, non dagli stranieri (da quelle parti ce ne sono pochissimi), ma dagli effetti collaterali delle transizioni digitale e climatica che si sono innestate su un terreno già traumatizzato dalle riconversioni forzate degli anni 90.

Resta l’interrogativo su come mai i due maggiori partiti tedeschi, Spd e Cdu, non riescano a tirarsi su dal tappeto in cui finiscono a ogni nuovo round elettorale. Sbaglieranno persone, questo è molto probabile (succede ai partiti che vivono di incrostazioni e non scommettono sulle competenze, come dimostra la vittoria della Linke a Berlino), ma anche obiettivi, interlocutori, messaggi. E fanno scelte guidate dalla paura di perdere, più che dalla voglia di vincere. Un esempio la decisione di Merz di disertare il discorso all’Onu per restare a occuparsi degli affari interni: sicuri che sia il momento giusto per sottrarsi al confronto con gli alleati internazionali e evitare di rassicurarli sulla tenuta democratica della Germania? La sua strategia è abbastanza chiara: portare avanti le riforme e sperare che inizino a mostrare degli effetti positivi prima della fine del secondo mandato. Gli analisti economici citano lo scenario Schroeder come il più probabile: le riforme ingranarono ma il cancelliere perse le elezioni e il merito se lo prese Frau Merkel. In questo caso però, i dubbi che riescano a funzionare sono maggiori, perché maggiori sono le variabili (la crisi energetica, la guerra in Ucraina, l’avanzata dei cinesi, la cyberguerra che non conosce confini territoriali e inquina i dibattiti democratici). Se va male, in definitiva, non sarebbe neanche tutta colpa sua. In ogni caso il cancelliere – dimostrando una determinazione che gli va riconosciuta, anche se non si sa se si tratti di coraggio o di incoscienza – non intende dimettersi e ha chiesto agli uomini della Cdu di stringerglisi intorno. Lo hanno fatto, ma non è ancora chiaro se per sostenerlo o per mettersi in fila in vista di una successione.


Elif Eralp, chi è l’anticapitalista, musulmana e di origine turca ha portato Berlino a sinistra

 

Di Francesca Paci, La Stampa

Da giorni quello di Elif Eralp, 45 anni, candidata della Linke a Berlino, è nome più evocato, più apprezzato, più carico d’aspettative e più atteso. La capitale, impaziente di mettersi alle spalle l’esperienza del cristiano-sociale Kai Wegner travolto dagli scandali, aveva già avuto sindaci socialdemocratici ma mai una donna di sinistra anticapitalista, di origine turca e di fede musulmana.

La Mamdani tedesca, come tanto i sostenitori entusiasti del primo cittadino di New York e dei suoi simili politici quanto gli acerrimi denigratori, chiamano Eralp, è in realtà assai poco incasellabile. Figlia di genitori turchi immigrati in Germania non in cerca di lavoro ma perché dissidenti politici perseguitati dopo il colpo di stato del 1980 per la loro attività sindacale, è nata a Monaco ed è cresciuta a Dortumund, dove il padre esercitava la professione dottore. Laureata in legge e specializzata in diritto all’asilo ha scelto la politica e la Linke con modalità secchiona, fino a ieri dietro le quinte, senza nulla concedere alla superficiale comunicazione social. Al collo non porta simboli religiosi bensì una catenina con la scritta «Mietendeckel», «tetto agli affitti».

E’ la battaglia per la casa, oltre ai consigli dello stratega di Mamdani che ad aprile è venuto a Berlino per aiutarla ad impostare la campagna elettorale, ad aver spinto Elif Eralp scavalcando il concorrente della Cdu, Stefan Evers, e la minaccia, ancora contenibile nella capitale, di AfD. La Linke vuole imporre un tetto agli affitti che, lievitati in pochi anni del 77% in una città in cui l’85% delle persone non ha un appartamento di proprietà – toglie il sonno ai berlinesi abituati a dormire poco ma per via della movida. Il piano per calmierare la situazione è espropriare i grandi gruppi immobiliari come Vonovia, che possiede 130 mila abitazioni, e attuare il referendum del 2021, quello in cui il 57,6% dei cittadini promosse la «socializzazione» dei colossi del real estate.

I critici di centro-sinistra le rimproverano l’estremo radicalismo della Linke, a partire dalle battaglie per Gaza lanciate per la pace e sfociate a volte in piazze inneggianti all’intifada, ma la polarizzazione è il segno dei tempi. Così molti elettori, sia pur più moderati, hanno scelto Eralp contro il candidato di un partito socialista usurato e soprattutto contro la montata dell’estrema destra di AfD.

Nell’immagine: Elif Eralp


La politica, l’algoritmo e il capitale

 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

La capacità di generare, scintilla della creazione tipica degli esseri viventi, può diventare la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale, portandola non soltanto ad accelerare il presente ma a concepire il futuro. È la rivelazione di Anthropic, che dopo gli allarmi di queste settimane dei ricercatori — preoccupati per il rischio che l’IA si metta in proprio, inseguendo obiettivi e traguardi autonomi, non prefissati dagli uomini — rende noto che Claude, il suo modello di intelligenza artificiale, partecipa ormai in buona percentuale alla realizzazione delle versioni successive di sé stesso.

Stiamo dunque per varcare una nuova soglia, inesplorata, affascinante e piena di incognite, che risolve eterni limiti per la macchina e pone problemi nuovi per l’uomo: «Spinta abbastanza avanti e con sufficiente potenza di calcolo — dice il rapporto di Anthropic — questa tendenza conduce a un sistema di IA capace di progettare e sviluppare autonomamente il proprio successore». L’algoritmo mette su famiglia.

L’inquietudine della fase che stiamo vivendo davanti alle conquiste della tecnologia è tutta in quell’avverbio: «autonomamente». Siamo preoccupati se la macchina si allontana da noi, abbiamo timore di perdere il controllo, ci allarma l’idea che la potenza del suo processo di elaborazione dei dati la porti fuori dai confini che le abbiamo assegnato, consentendole di calcolare l’ignoto, senza autorizzazione.

Col rischio che invece di controllare l’IA e di usarla come una struttura servente noi scopriamo una sua facoltà imprevista e nascosta, una finalità indipendente, una procedura a noi celata, una quota di lavoro per sé e non per noi, una capacità di scegliersi altri agenti virtuali con cui dialogare che ce la rende addirittura sospetta: in qualunque momento, non sappiamo più a cosa sta pensando.

In una logica numerica, le diverse e successive fasi di crescita del potenziale con cui si esprime l’IA dovrebbero portare a questo risultato. Che è anche il punto di arrivo della letteratura, della sceneggiatura, della narrazione visionaria della ribellione delle macchine. Mentre ci interroghiamo sul futuro, così, ci muoviamo in realtà dentro ciò che abbiamo già immaginato e raccontato. E invece la vera questione è senza precedenti, e non riguarda noi e loro, cioè l’uomo e le macchine: ma la tecnica e la politica, il capitalismo e lo Stato, la coscienza e l’algoritmo.

Il primo problema è la fine dell’unità di tempo. Vuol dire che non viviamo più alla stessa velocità, misurata sulle facoltà umane. La tecnica, dopo l’avvento di internet, ha dimostrato di saper trasformare il mondo più velocemente della politica. Oggi l’intelligenza artificiale ha introdotto un terzo stadio temporale con un’accelerazione, fino a ieri impensabile, del processo tecnologico.

La distanza tra il primo stadio dove si muove l’uomo, e il terzo stadio dove agisce l’IA è diventata impressionante. Tanto che Anthropic avverte: «Se gli esseri umani non riusciranno a revisionare il codice con la stessa rapidità con cui Claude lo genera, la revisione umana diventerà il collo di bottiglia dello sviluppo dell’intelligenza artificiale». Cioè il controllo umano rischia di non essere in grado di tenere il ritmo generativo della macchina. Non solo: può rallentarlo. Di più: l’uomo che ha inventato la macchina può essere visto da lei come una strettoia, una strozzatura. Un ostacolo. Perché non è più il dominus dello sviluppo, ma il suo limite di velocità.

Entra in campo il capitale. Viveva insieme con l’uomo, si muoveva con le sue stesse sequenze. Ma con la rivoluzione di internet è diventato uno dei principali beneficiari della smaterializzazione del lavoro, che ha perso l’ancoraggio di tempo e di luogo, e fluttua nell’universo sovranazionale della globalizzazione.

Il nuovo capitalismo è libero e svincolato, capisce e segue i ritmi dell’IA, agisce nello spazio dei flussi finanziari e d’informazione. Scarica sui governi nazionali il peso delle conseguenze materiali della mondializzazione, l’indebolimento del welfare, la denatalità, l’erosione della base delle pensioni, l’immigrazione, la sicurezza. In passato come tutte le forze sociali ha cercato di condizionare la politica, piegandola verso i suoi interessi.

Oggi è un passo oltre, perché ha fatto un salto di dimensione: giudica la politica l’arte di un’altra età che si affanna invano a governare un’epoca che le sfugge, anzi la considera come una delle tante intermediazioni che la velocità, l’ubiquità e la contemporaneità dell’innovazione hanno divelto, facendole saltare.

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati: entrambi convinti che della politica si può ormai fare a meno visto che si possono guidare direttamente i processi, da protagonisti e non più da sudditi, traducendo finalmente il moderno plusvalore — finanziario, tecnologico — in potere diretto, in comando. E magari fabbricando una politica 2.0. Sono i custodi della formula che dischiude il nuovo mondo.

Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? Chi ha non solo la potestà, ma l’autorità di decidere il ritmo del tempo in cui dobbiamo vivere? In sostanza, chi deve comandare tra tecnica, politica e capitale? Si può rinviare la risposta, ma non si può eluderla.

La Cina, il mercato geopolitico con cui ci confrontiamo, ha risolto il problema incorporando nel sistema tutti gli elementi, politica, tecnica e capitale, integrandoli in un unico disegno di potenza. Ma le democrazie hanno vincoli che le dittature non conoscono, e tengono la partita ancora aperta, anche se si intravvede una tendenza: non è lo Stato che detta le regole alla tecnica, ma è la tecnica che tenta di incorporare funzioni sovrane.

Il risultato è l’embrione di un governo di fatto, dove la sovrastruttura domina sulla struttura materiale dei Paesi, nella tentazione-convinzione di poter rispondere a ogni domanda (anche normativa) con uno scrutinio delle probabilità. È la nuova onnipotenza post-democratica: tutto è calcolabile, nulla può avvenire fuori dal calcolo.

È il passaggio dalla responsabilità del giudizio alla neutralità della previsione, che scarnifica la politica perché riduce anch’essa a tecnica, privandola di tutto ciò che non è commensurabile, valori, ideali, coscienza, libertà, dignità e soprattutto cancellando il dubbio, la funzione critica, l’azzardo: e laggiù in fondo, il dissenso. Non deve ingannare la richiesta che arriva dal tecno-capitalismo ai governi, perché intervengano a regolare il ritmo dell’accelerazione dell’IA.

Non è la proposta di disegnare insieme il futuro del pensiero artificiale regolando rischi e opportunità in nome del bene comune: è una richiesta di regolamentare il pericolo quando è già fuoruscito dalla provetta, senza offrire garanzie e condivisione, per continuare a privatizzare l’innovazione, pubblicizzando la cautela a carico dello Stato. Il capitale vuole che la politica manovri il freno, ma vuole intanto tenere nelle sue mani l’acceleratore.

È giusto che il mercato segua le sue leggi, che il capitale insegua i suoi obiettivi, che la tecnica trasmetta il suo sapere alle nuove generazioni virtuali che sta creando. Ma a condizione che la politica sieda a capotavola, governando il nuovo patto sociale: magari scritto con l’IA.

Nell’immagine: Varsavia (Polonia), 7 settembre: una dimostrazione con un robot umanoide 


L’uso capitalistico delle macchine

 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Completamente proiettato verso il futuro, il dibattito sull’Intelligenza artificiale e i suoi rischi dimentica di guardarsi alle spalle dove forse troverebbe qualche risposta ai più inquietanti interrogativi che lo sviluppo di questa tecnologia solleva. Un antico concetto critico che risale addirittura agli albori della meccanica manifatturiera metteva già a fuoco quella deriva della tecnica e quell’oggettivazione del comando, che poi si è puntualmente sviluppata accompagnando tutta la storia dell’industrializzazione. Si chiamava «uso capitalistico delle macchine», espressione incompatibile con il gergo neoliberale e dunque bandita dal vocabolario della contemporaneità. Non stupisce dunque che amministratori delegati e padroni delle grandi industrie tecnologiche nel cominciare a valutare i rischi dell’Ai non sfiorino neanche la logica della concorrenza spietata, dell’accumulazione, dell’appropriazione di risorse e dello sfruttamento che muove e motiva le loro aziende.

Si sostiene piuttosto che l’apocalisse tecnologica potrebbe essere generata da un processo autopoietico (e cioè dalla qualità più preziosa dell’Ai, quella di accrescersi e perfezionarsi autonomamente) sfuggito al controllo e nel quale la soggettività e l’interesse particolare dei magnati dell’industria informatica, l’input dottrinario e metodologico trasmesso al sistema per ottimizzare i loro scopi, sparirebbero senza lasciare traccia in una sorta di incontrollabile reazione a catena scatenata dai capricci del grande cervello artificiale.

Noi di fare qualche passo indietro possiamo invece permettercelo. Cosa si intendeva con «uso capitalistico delle macchine»? Per semplificare, che una innovazione, un nuovo macchinario, che avrebbe potuto alleviare la fatica o sostituirsi alle mansioni più pericolose e debilitanti, veniva invece utilizzato per aumentare il ritmo del lavoro, incrementarne l’intensità e la ripetitività, accrescere la produttività e lo sfruttamento a tutto vantaggio dei profitti. Nonché usato per ricattare i lavoratori e abbattere il costo della loro forza con la minaccia (o la realtà) della disoccupazione da investimenti. Ma c’è un passo ulteriore e decisivo che muove verso la potenza del sapere e la sua appropriazione. In un celebre brano dei Grundrisse, lo studiatissimo «frammento sulle macchine» Marx elaborava il concetto di general intellect, un insieme di saperi e conoscenze sedimentato nelle macchine, riconducibile alla storia e all’esperienza dell’intera società. Un sapere sociale generale destinato a divenire anche la principale forza produttiva immediata, che avrebbe ridotto il lavoro materiale salariato e il suo tempo di applicazione a «un miserabile residuo» e trasformato l’operaio in controllore del processo più che suo agente. Questa potenza, negata nella sua genesi collettiva, rimaneva però assorbita nel capitale, presentandosi come sua proprietà e più precisamente come pertinenza del capitale fisso, ovverosia delle macchine di proprietà del capitalista.

Oggi l’enorme patrimonio cognitivo sociale, l’insieme delle interazioni e delle innovazioni, dei linguaggi e delle informazioni riversati nell’addestramento dell’Ai, in breve l’intera vita mentale del pianeta, si presenta riorganizzata nelle grandi strutture dell’Intelligenza artificiale come proprietà di Big Tech e in ultima istanza del capitale finanziario. Che può decidere di rallentare o accelerare lo sviluppo dei sistemi, quali funzioni sostituire e quali modificare, quali pericoli scongiurare (soprattutto il rischio sempre più concreto di perdere molto denaro) e quali invece correre (catastrofi sociali e umanitarie), quali arbitri scegliersi per governare gli eccessi della concorrenza. Ciò che l’Ai deciderà di rendere superfluo dipenderà comunque dalla direzione di marcia impressa alla tecnologia da un apprendistato tutt’altro che neutrale. La superiore razionalità che sarà chiamata a perfezionarsi, rimuovendo ogni ostacolo e scrupolo eccessivo, è quella dell’accumulazione capitalistica e del comando oligarchico. E ci sono pochi dubbi su quale sarà l’uso capitalistico della «macchina pensante» da parte dei tecno oligarchi.

Un potere che già è ampiamente dispiegato. Il famoso detto secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo vuol dire probabilmente che la prima sarà opera del secondo. Il rischio più immediato è invece che il fine, dettato da una feroce demenza naturale, venga perseguito con mezzi selezionati e perfezionati dall’ Ai capaci di una imprevista potenza distruttiva. A Gaza abbiamo avuto l’orrenda illustrazione di come il prezzo sostenibile in termini di vite palestinesi per l’uccisione di ogni singolo miliziano di Hamas venisse affidato a un calcolo automatizzato. Questo affidamento e la rimozione di ogni scrupolo è stata però opera di un decisore politico. E così come l’Onu e altri organismi sovranazionali fondati su principi universalistici si sono rivelati impotenti a fermare il massacro e perseguirne i mandanti, così è improbabile che un analogo organismo riesca a mettere la museruola all’Ai. Almeno fino a quando i suoi padroni e i poteri politici che la usano come strumento di sopraffazione e di dominio non saranno sconfitti da una forza collettiva decisa a riappropriarsi di ciò che le appartiene.


Stop dell’Arabia, incubo petrolio per l’Europa: pericolo razionamenti e barile a 140 dollari

 

Di Fabrizio Goria, La Stampa

L’Europa rischia uno shock petrolifero ancora più grave del previsto. La sicurezza energetica del continente si trova di fronte a un nuovo strappo dopo che i raid con droni – e missili, ancora ieri – hanno paralizzato l’oleodotto East-West di Saudi Aramco, interrompendo le forniture di greggio saudita proprio alle porte dell’autunno. JPMorgan ha rinunciato venerdì scorso a fare previsioni sul prezzo del greggio data l’incertezza. Ma il timore degli hedge fund come Brevan Howard è che si possa presto passare quota 140 dollari al barile, vicino a quel 147,25 dollari toccato nel luglio 2008. Con lo Stretto di Hormuz bloccato e il Medio Oriente in fiamme, la chiusura del condotto azzera i flussi diretti verso l’Occidente. «Le raffinerie europee che dipendevano dal greggio arabo attraverso il Mar Rosso devono trovare alternative, ma non tutti i greggi sono uguali», ha sottolineato Wells Fargo in una nota. Questo perché il taglio espone la vulnerabilità del blocco continentale in una fase di estrema fragilità macroeconomica.

Saudi Aramco ha informato almeno due clienti industriali europei che il prossimo mese non assegnerà carichi di greggio nell’ambito dei contratti a lungo termine. La decisione riguarda la totalità dei compratori europei. Per l’Ue si tratta di un colpo significativo sul fronte degli approvvigionamenti. I Ventisette consumano circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno e oltre 330 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il greggio di Riad costituiva un pilastro irrinunciabile per la raffinazione continentale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia rileva che i Paesi europei dell’Ocse hanno importato 577.000 barili al giorno dall’Arabia Saudita nel mese di giugno. Questo volume viene a mancare quasi del tutto. Le raffinerie europee, che in genere ritirano il petrolio saudita dal terminale egiziano di Sidi Kerir, sono state spinte a una ricerca affannosa di barili alternativi per evitare fermi agli impianti. La polacca Orlen ha già acquistato 16 carichi da Norvegia, Gran Bretagna, Algeria, Kazakistan, Azerbaigian e Americhe. «Le consegne di petrolio alla Polonia e alle restanti raffinerie del Gruppo Orlen vengono effettuate su base continuativa e coprono interamente il loro fabbisogno», ha annunciato l’azienda. Tuttavia i barili arabi hanno qualità uniche, ideali per gli impianti europei concepiti per lavorare qualità medie e pesanti, e la loro sostituzione è complessa.

L’infrastruttura colpita rappresenta il perno dell’export saudita verso l’Occidente. L’oleodotto East-West, noto come Petroline, misura 1.200 chilometri e attraversa la penisola arabica dai giacimenti orientali di Abqaiq fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Costruito negli anni Ottanta durante la guerra tra Iran e Iraq, l’impianto consente di bypassare lo Stretto di Hormuz, punto di transito per il 20% delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, bloccato dalle ostilità esplose a fine febbraio tra le forze statunitensi, israeliane e Teheran. I droni lanciati dall’Iraq da milizie legate all’Iran e le pressioni dei ribelli Houthi hanno danneggiato due delle undici stazioni di pompaggio per ovviare ai problemi di dislivello da Golfo Persico al Mar Rosso, dato che bisogna bypassare la catena montuosa dello Hijaz. Spingendo così Riad alla chiusura precauzionale dell’arteria. Il condotto trasportava fino a 5 milioni di barili al giorno, equivalenti al 5% dell’offerta planetaria. E la sua protezione si rivela complessa. «Il dispiegamento di sistemi anti-drone lungo 1.200 chilometri di territorio saudita per difendere l’oleodotto sarebbe un processo che richiede molte risorse», sottolineano gli analisti dell’Institute for the Study of War.

Le conseguenze investono l’intera catena del valore e riaccendono le tensioni sui prezzi. Sul mercato europeo il benchmark del Dated Brent ha superato i 130 dollari al barile, mentre il greggio scambiato sui listini internazionali oscilla attorno ai 113 dollari, spinto da un vuoto di offerta stimato tra 3,5 e 4 milioni di barili al giorno. Come evidenziato dalla banca statunitense Citi, un rincaro prolungato del greggio e del diesel comporterebbe costi marcati per trasporti, agricoltura e famiglie, aumentando i timori per l’inflazione europea. Aramco ha iniziato a offrire carichi spot verso l’Asia dal Golfo Persico, ma questa rotta esclude l’Ue. Per raggiungere i porti comunitari le navi dovrebbero sfidare i missili Houthi nel Mar Rosso o circumnavigare il Capo di Buona Speranza affrontando cinque settimane di navigazione. I tentativi di riparazione procedono tra mille ostacoli. Riad punta a ripristinare la piena operatività in sei/otto settimane.

Le scorte a Yanbu sono però al limite. Meno di 9 milioni di barili di greggio a fronte di una capacità di stoccaggio da 35 milioni. Le raffinerie della costa occidentale saudita «fanno sempre più affidamento sulle provviste, mentre le esportazioni verso Suez sono parzialmente interrotte», avverte la società di analisi Kpler, segnalando che le riserve residue bastano per pochi giorni. Fra i quattro e i sei per la precisione. Senza un rapido ripristino dei flussi e con la costante minaccia di nuovi raid, l’autunno europeo rischia di aprirsi con un pesante razionamento industriale.