Di Anna Foa, La Stampa
Sul clima già teso della campagna elettorale in Israele è piombato come un macigno il documentario Naza (acronimo di “effetti collaterali”), dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor, coautori dello straordinario No other land, sulle aggressioni di coloni ed esercito in Cisgiordania, vincitore dell’Oscar nel 2025. Alla mostra di Venezia ha vinto il premio speciale della giuria e gli hanno tributato 24 minuti di standing ovation.
Non l’ho ancora visto, ma non è del film che voglio parlare, bensì della vera e propria isteria che, senza nemmeno essere stato visto, ha suscitato in Israele e in una parte almeno del mondo ebraico della diaspora. In sintesi, è un documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv, un’intervista a 24 membri dell’esercito e dell’intelligence, accuratamente celati per non rivelarne l’identità. Le interviste descrivono ciò che in generale si sapeva e che era in parte uscito su giornali e media come gli israeliani +972Maga e Local call, o il Guardian (che è fra i suoi produttori): cioè i sistemi con cui, con l’aiuto dell’Ai, l’esercito pianificò, fin da prima del 7 ottobre, gli attacchi aerei sulla striscia di Gaza, sorvegliando a tappeto l’attività dei suoi abitanti e le loro abitazioni. Vittime collaterali o vittime mirate che siano, sono state come minimo 70.000.
Questo in sintesi, come riportato dai comunicati, dai media e dalle interviste, il contenuto del documentario. Questo è ciò che vedremo quando Naza uscirà, a giorni, nelle nostre sale. Chi difficilmente lo vedrà saranno invece gli israeliani.
La reazione del governo e dei partiti della destra è stata da subito una reazione di assoluto panico. L’esercito ha definito il contenuto del film menzognero, pur aprendo un’inchiesta sulla divulgazione di “materiale non classificato”. Quanto all’altra accusa rivolta al film, di essere basato su fonti anonime, come dimenticare che anche lo scandalo del Watergarte, che portò nel 1974 alle dimissioni del presidente americano Nixon, era basato su rivelazioni anonime, protette dal segreto. Con il passar dei giorni la reazione è diventata sempre più dura e aggressiva. Netanyahu ha dichiarato di voler togliere la cittadinanza israeliana ai due registi, definiti “traditori”.
I partiti e i media della destra radicale si sono scatenati, accusando il film di menzogna e antisemitismo, minacciando di morte i registi e manifestando sotto le abitazioni dei loro famigliari al grido di “Impiccateli!”. Difficilmente i due registi potranno tornare in patria, anche se le minacce di privarli della cittadinanza non saranno messe ad effetto. Saranno i primi esuli politici di Israele, dunque?
Intanto Netanyahu minaccia sanzioni e la revoca della cittadinanza nei confronti di chi diffama le forze di difesa israeliane. Nelle sue dichiarazioni, una simile legge potrebbe colpire anche il capo del partito democratico, Yair Golan, per delle dichiarazioni rese l’anno scorso sull’uccisione dei bambini palestinesi da parte dell’esercito. Insomma, Nertanyahu avrebbe l’intenzione di approfittare della questione per intervenire sui partiti di opposizione nelle prossime elezioni, una tattica da lui consolidata. Ma è difficile che una simile manovra gli riesca, nel clima attuale della campagna elettorale.
Le minacce di morte che gli estremisti di destra stanno rivolgendo ai due registi non sono, secondo il giornale di opposizione Haaretz, da prendere sottogamba: è possibile che scorra il sangue. Del resto, come dimenticarsi dell’assassinio di Rabin nel 1995 da parte di Ygal Amir, un estremista i cui complici di allora sono oggi ministri dell’attuale governo?
E la sinistra? Finora, l’attacco all’Idf non viene condiviso nemmeno da gran parte dell’opposizione. Mille registi hanno espresso in un documento solidarietà al film. Ma la domanda che emerge con forza, e che riguarda non i palestinesi ma gli israeliani, è come abbiano fatto le forze armate a non vedere i preparativi del 7 ottobre, se erano in grado di veder volare una mosca in tutte le abitazioni di Gaza.
Forse da questa domanda si potrà arrivare anche a domandarsi perché, se l’obiettivo era quello di distruggere Hamas, si sono uccisi tanti civili, facendo di ogni palestinese di qualsiasi età un sostenitore di Hamas. In ogni caso, come ha scritto Gideon Lévy su Haaretz, «Szor, Abraham e questi coraggiosi militari hanno rotto il silenzio. Meritano la massima stima degli israeliani e la avranno, ma solo nelle pagine dei libri di storia».