La Duma del malcontento

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Alessia de Luca, ISPIonline

Per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina i russi sono invitati a rinnovare i rappresentanti della Duma, il parlamento di Mosca. E anche se il risultato delle elezioni – che si svolgono per tre giorni a cominciare da oggi – è di fatto già deciso, e in pochi dubitano della vittoria del partito Russia unita del presidente Vladimir Putin, il voto presenta comunque delle incognite. La principale è l’affluenza, da cui si potrà dedurre il livello del sostegno al Cremlino e al conflitto in corso, i cui effetti sono sempre più sentiti anche dalla popolazione. Durante l’estate, infatti, sciami di droni ucraini hanno colpito raffinerie, fabbriche e centri logistici in tutto il Paese, portando letteralmente la guerra nella vita quotidiana delle persone. Il tutto mentre i sondaggi registrano un’ansia crescente per l’andamento dei combattimenti e per ciò che potrebbe ancora accadere. In questo contesto, spiega l’analista russo Andrei Kolesnikov, l’obiettivo del Cremlino è “produrre l’effetto ottico di una maggioranza in cui tutti sostengono Putin e la sua operazione militare”. Sebbene queste elezioni non siano né libere né eque, rappresentano comunque l’unica fonte di legittimità per il presidente russo che si è già assicurato un nuovo mandato di sei anni alle presidenziali del 2024, escludendo dalla scheda ogni vera opposizione, estendendo così il proprio governo almeno fino al 2030.

Una campagna senza contendenti

Alle urne, che rinnovano i 450 seggi della Duma, sono chiamati circa 110 milioni di elettori. La scelta, però, è pressoché illusoria: sulle schede compaiono solo candidati approvati dal regime e nessun partito realmente contrario alla guerra. Yabloko, l’unica formazione registrata su posizioni apertamente pacifiste – il suo slogan chiedeva un accordo di cessate il fuoco e la via diplomatica – è stata esclusa dalla Corte Suprema il 10 agosto in seguito a un ricorso presentato dal partito nazionalista Rodina. Da allora il partito ha visto cadere una dopo l’altra anche le candidature nei collegi uninominali, mentre il vicepresidente Maxim Kruglov è stato condannato a sette anni di carcere per le sue critiche alla guerra. Anche gli altri oppositori di Putin sono per lo più incarcerati, in esilio, o comunque esclusi dalle liste. Restano in corsa dieci partiti, tutti favorevoli al proseguimento del conflitto: accanto a Russia unita, le formazioni che da anni siedono in Duma – comunisti, liberaldemocratici, Russia giusta – costituiscono quella che gli analisti definiscono “opposizione sistemica”, che critica il governo su temi marginali ma vota compatta con il Cremlino su ogni questione rilevante. Anche per gli standard russi, però, questa tornata appare sorprendentemente priva di vitalità: la maggior parte dei candidati non ha praticamente fatto campagna, e le immagini dei dibattiti televisivi in studi semivuoti perché i politici non si sono presentati, con grande imbarazzo dei conduttori, hanno fatto rapidamente il giro del web.

La guerra arriva nelle case
Il commento di Eleonora Tafuro Ambrosetti, ISPI Co-Head, Russia, Caucaso e Asia Centrale“I risultati delle elezioni parlamentari in Russia non sono difficili da prevedere. Perché, allora, occuparsi di un’elezione il cui vincitore è già noto? Perché il voto è uno dei pochi momenti in cui il Cremlino deve ancora dimostrare pubblicamente che il sistema politico funziona. Putin non deve soltanto conquistare la maggioranza: deve produrre affluenza, consenso e un risultato sufficientemente convincente da dimostrare che quasi cinque anni di guerra non hanno eroso la stabilità del regime. Allo stesso tempo, le conseguenze più dirette per l’Ucraina e l’Europa potrebbero arrivare dopo il voto. Se sono fondate le preoccupazioni espresse da analisti internazionali e da molti russi, secondo cui il Cremlino potrebbe lanciare una nuova mobilitazione a ottobre, Putin potrebbe preservare il vantaggio della Russia in termini di risorse umane e dare nuovo slancio alla sua invasione.”

Se la campagna elettorale non scalda gli animi, a farlo è la crisi del carburante che da quest’estate attanaglia il paese. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe, intensificatisi da giugno, hanno prodotto la carenza di benzina e diesel più grave dai tempi dell’Unione sovietica: secondo un’analisi del Financial Times, la crisi colpisce direttamente circa 50 milioni di russi, il 35% della popolazione. Molti distributori sono senza carburante, mentre in alcune regioni i tempi di attesa hanno raggiunto diversi giorni, e i social media sono pieni di video di risse scoppiate nelle lunghe code alla pompa. È una crisi che, a differenza dei precedenti quattro anni e mezzo di guerra, entra nella quotidianità di moltissimi abitanti. Lo stesso Putin nelle ultime settimane ha collegato esplicitamente la partecipazione elettorale al conflitto, chiedendo ai cittadini di dimostrare compattezza attorno ai soldati al fronte: un mese prima delle elezioni, parlando alla Megasport Arena di Mosca, ha affermato che “molto dipende dalla nostra unità, dal coraggio dei soldati russi e da chi lavora con coscienza al proprio posto per contribuire alla vittoria”.

L’incognita della mobilitazione

Per molta della popolazione, tuttavia, il significato più profondo delle elezioni non risiede nel risultato, bensì in ciò che ne conseguirà. Viste le difficoltà delle truppe di Mosca in Ucraina, lo stallo sulla linea del fronte e le ingenti perdite sul campo, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le voci che parlano di una nuova mobilitazione su larga scala: l’intelligence ucraina sostiene che lo Stato maggiore russo avrebbe predisposto un piano per arruolare 600.000 uomini tra il 2026 e il 2027. L’ansia avrebbe già spinto alcuni giovani a lasciare il paese, in scene che ricordano il settembre 2022, quando centinaia di migliaia di russi fuggirono dopo il primo annuncio di leva obbligatoria in tempo di guerra. Putin ha respinto per due volte, a inizio settembre, le voci di una mobilitazione imminente, bollandole come “sciocchezze” e “propaganda” contro Mosca. Ma la sua stessa mobilitazione “parziale” del 2022, tecnicamente, non è mai stata revocata. Il timore diffuso è che, chiusa la tornata elettorale e insediata una Duma compiacente, il Cremlino si senta più libero di adottare misure impopolari che ha finora rinviato.

Nell’immagine: un cartellone pubblicitario mostra i ritratti del vicepresidente della Duma di Stato, Pyotr Tolstoy, e del sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, a promozione del partito “Russia Unita”. Mosca, 15 settembre 2026


Alleati abbandonati nella strategia Usa del caos

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Alberto Negri, il manifesto

Con gli Houthi padroni dello stretto di Bab el Mandeb siamo tutti ammiragli. Salvo poi come ha fatto il ministro della Difesa Crosetto promettere prima l’invio della Marina in difesa di mercantili italiani e quindi voltare la prua non verso il mare aperto ma in Parlamento per decidere cosa fare.

E scoprire che, con la missione in Arabia saudita, anche l’Italia è un bersaglio nelle guerre degli Stretti: ieri un Eurofighter italiano è stato colpito nella base di Taif; intanto, quasi a forzare la mano al Parlamento, la nave militare italiana Bergamini (missione Aspides), scorterà subito un nostro mercantile sempre nello stretto di Bab el Mandeb.

SFIORA QUINDI un dubbio: che gli Houthi, descritti come guerrieri in ciabatte o al più miliziani sciiti alleati dell’Iran, siano davvero una cosa seria, come li descrive nel suo libro I Partigiani di Allah, Laura Silvia Battaglia? Qualche cosa da dire ce l’hanno pure loro come dimostra sul manifesto l’intervista di Patrick Zaki a Mohamed Farhan, dirigente del movimento degli Ansar Allah. Tra le righe emerge quello a cui aspirano: essere liberati dall’assedio, dalle black list delle sanzioni europee e statunitensi e ottenere un riconoscimento internazionale. E forse anche di questo hanno parlato i funzionari Usa che li avrebbero appena incontrati.

Ancora più chiaro è stato lo stesso Trump, il quale ha rifiutato per due volte le richieste saudite di attaccarli e minimizzato l’ipotesi di un intervento: «Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere contro di noi», lasciando intendere che il loro scontro è soprattutto con l’Arabia saudita. Gli americani hanno dimostrato uno scarso interesse a difendere gli interessi di Riad che pure acquista miliardi di dollari di armi da Washington. Non è una buona notizia per i sauditi. A Est lo stretto di Hormuz resta fortemente destabilizzato dallo scontro tra Iran e Stati Uniti. A Ovest gli Houthi hanno consolidato il loro potere sulla costa yemenita del Mar Rosso e intorno allo stretto di Bab el Mandeb, dove in pochi mesi il traffico di petroliere è aumentato del 50 per cento. Nel mezzo i droni lanciati dall’Iraq da gruppi filoiraniani hanno mostrato che anche l’oleodotto Est-Ovest, principale rotta alternativa di Riad a Hormuz, è vulnerabile.

I SAUDITI sono intrappolati in un triangolo sempre più scomodo, scrive L’Orient-Le Jour. Forse per questo avrebbero proposto nelle ultime ore una tregua di due settimane.
Gli Houthi invece, pur essendo nel mirino saudita, israeliano e occidentale, possono contare su una catena di comando più coesa e hanno dimostrato la loro capacità di spostare rapidamente le forze da un fronte all’altro, ma anche di portare l’escalation al di là delle frontiere dello Yemen.

IN 48 ORE, dal 10 settembre, si sono impossessati della città di Mokha, poi hanno preso il controllo dello stretto strategico di Bab el Mandeb che collega l’Europa all’Asia. Eppure i sauditi, con l’aiuto degli Usa, bombardano gli Houthi dal 2015 e si sono serviti delle milizie di mercenari create inizialmente dagli Emirati Arabi e poi passate sotto la gestione di Riad. Un disastro militare e politico pagato duramente dai civili yemeniti. Un fallimento così lungo, così profondo e ribadito dagli eventi recenti che fa riflettere gli americani e adesso persino i pensosi ammiragli italiani che scrutano l’orizzonte dalla tolda di comando e si chiedono – cosa che faranno anche in Parlamento – se una missione esclusivamente nazionale sarà sufficiente a garantire la sicurezza delle navi italiane, o dirette in Italia, che varcheranno Bab el Mandeb.

L’alternativa alla missione europea Aspides è quella di una “coalizione di volenterosi”, la formula magica da evocare come negromanti quando non si sa cosa fare. L’incertezza occidentale è il riflesso di quella di un’intera regione sotto un rivolgimento strategico iniziato dal 7 ottobre con Gaza e continuato con la guerra del 28 febbraio di Usa e Israele contro Teheran, «fuori dal diritto internazionale» per lo stesso ministro Crosetto.

AL CENTRO C’È la strategia americana avviata dopo gli accordi di Abramo del 2020, che puntavano a isolare l’Iran, frenare l’espansione economica e diplomatica, della Cina, preservare la preminenza di Israele e controllare allo stesso tempo i principali corridoi energetici e commerciali. Di questi obiettivi l’unico rimasto fuori discussione è la centralità israeliana. Tel Aviv ha portato quasi a termine l’annientamento di Gaza, devastato con i coloni la Cisgiordania, occupato un pezzo di Libano e di Siria, con una campagna di assassinii, bombardamenti e distruzioni che non finisce mai. Non solo, Israele si è proiettato ben oltre il Medio Oriente facendo accordi con l’India, l’Etiopia, il Somaliland, le Forze di intervento rapido in Sudan. Tel Aviv inoltre ha appena inglobato la Grecia e Cipro nella sua rete di alleanze, proiettandosi nel Mediterraneo orientale in funzione anti-turca. In pratica oggi Israele protegge con una parte del suo Iron Dome un Paese europeo della Nato e minaccia la Turchia, altro membro dell’Alleanza atlantica: forse ritiene che in caso di scontro con Ankara la Nato non interverrebbe.

LA GUERRA israelo-americana contro Teheran per le monarchie della regione è stato uno shock. Il loro mondo si fondava su due pilastri: la protezione militare Usa e la sicurezza delle vie energetiche. Le basi americane in Qatar, Emirati, Barhein, Kuwait e Arabia saudita dovevano proteggerli e invece l’Iran li ha ridotti a bersagli, fatto saltare i loro calcoli strategici e le rotte del petrolio. L’Arabia saudita si è rifugiata nel patto della Mecca di agosto con Pakistan e Turchia, gli Emirati si sono tirati fuori dall’Opec e resi autonomi da Riad, l’Oman tratta con l’Iran. Ognuno per sé.

Tutti si sono resi conto che gli Stati uniti di Trump possono scatenare una guerra, negoziare una tregua o fare altro ignorando in gran parte i loro interessi e anche quelli dell’Europa. Per questo nello stretto di Bab el Mandeb, e altrove, servono pensosi ammiragli.

Nell’immagine: la marina militare italiana in una missione europea tra il Mar Rosso e la Somalia nel 2024


Trump: “Accordo fatto sulla Groenlandia”

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Le mani di Donald Trump e degli Stati Uniti si allungano sulla Groenlandia, stavolta però non ci sono minacce e prese di posizione unilaterali. Il capo della Casa Bianca ha infatti annunciato su Truth, il raggiungimento di un’intesa con la Groenlandia e il Regno di Danimarca – “Infinite life Agreement” – che darà agli Usa il controllo permanente sulla sicurezza e su altro in Groenlandia. Secondo Trump con questa intesa gli americani hanno risolto «tutte le molte preoccupazioni». E lo fanno «senza alcun costo».

Non vengono dettagliati i contenuti dell’accordo, ma Trump spiega che i rappresentanti di “Danimarca e Groenlandia” hanno garantito agli Usa la completa «possibilità di fare tutto il necessario» sull’isola «per garantire e difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti». Una delle conseguenze dell’intesa è che nessuna potenza straniera potrà avere mai basi o una presenza militare senza l’autorizzazione di Washington.

Trump aveva messo nel mirino la Groenlandia già durante il suo primo mandato. La questione è tornata di attualità non appena insediatosi nel gennaio del 2025 quando aveva anche minacciato di ricorrere alla forza per controllare l’isola autonoma sotto il Regno di Danimarca. Il presidente Usa ha nominato anche un inviato speciale Jeff Landry, che è anche governatore repubblicano della Louisiana. Il punto di massima tensione si è raggiunto lo scorso gennaio dopo che alcuni Paesi europei, in risposta alle ambizioni trumpiane, avevano mandato alcuni soldati. Il timore di una spaccatura all’interno dell’Alleanza atlantica era stato profondo, almeno sino a quando Trump non ha fatto marcia indietro rinunciando ai propositi di “annessione” della Groenlandia e insistendo invece per un accordo che potesse dare una certa forma di controllo delle rotte marittime, dello spazio aereo, e del territorio – ricco fra l’altro di petrolio e minerali rari – agli americani. Landry da gennaio ha lavorato con i diplomatici danesi e inviati della Groenlandia sino all’intesa annunciata ieri. Trump ha detto che «cominceremo subito il progetto di sviluppo di un’ampia presenza militare» e «lavoreremo con il popolo groenlandese per lo sviluppo e la costruzione».


Sulle tv israeliane solo il 7 ottobre così Israele non si accorge di Gaza

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Francesca Caferri, la Repubblica

C’è una cosa che non si può mai dimenticare per capire l’Israele di oggi. Il fatto che per due anni consecutivi, fino al cessate il fuoco dell’ottobre 2025, su tutti i canali, ad ogni ora del giorno, le televisioni hanno raccontato solo un unico, lunghissimo giorno: il 7 ottobre del 2023. Un racconto che è stato fondamentale nell’indirizzare l’opinione pubblica. Capire questo è la base per comprendere come il Paese vede la realtà: e ciò che ha scelto di non vedere.

Messa da parte la fase immediatamente dopo l’attacco, in cui la totalità del Paese – media inclusi – ha operato sotto uno shock totale e senza un piano predefinito, da un certo punto in avanti la maggior parte dei mezzi di informazione (in particolare le televisioni) hanno fatto una scelta: al racconto si è sostituito il tifo, ai giornalisti i propagandisti, alla storia intera una parte sola di essa. «I media, e la tv in maniera speciale, hanno rifiutato di guardare l’altro e di raccontarlo. Si sono schierati con il governo, sposandone la retorica violenta e la volontà di vendetta», spiega Anat Saragusti, 73 anni, a lungo responsabile della libertà di stampa nel Sindacato dei giornalisti. Sin dalle prime settimane di guerra Saragusti più volte ha messo in guardia dal fatto che ritrarre Israele come l’unica ed esclusiva vittima senza mai dare spazio alle sofferenze dei palestinesi fosse sbagliato. Ma pochi in Israele l’hanno ascoltata.

Così, della disperazione dei civili della Striscia, dei palestinesi usati come scudi umani dai soldati dell’Idf, delle famiglie sterminate e dei bambini morti per gelo o fame che per mesi hanno invaso il racconto dei nostri media, alla tv israeliana non è passato nulla: per due anni Gaza è stata mostrata unicamente con gli occhi degli ostaggi o dei militari chiamati a combattere lì. Se le sofferenze dei civili della Striscia hanno trovato qualche spazio, è stato solo per attribuirne la responsabilità ad Hamas.

«L’unico modo per capire il quadro completo è leggere la stampa straniera: il che implica una scelta, quella di andare a cercare, mettersi in discussione. Pochissime persone dopo il 7 ottobre 2023 hanno avuto voglia di farlo», risponde la scrittrice Dorit Rabyian a chi le chiede come sia possibile che Israele non capisca perché tanta parte del mondo sia inorridita dalle sue politiche.

In questi mesi, quando uno sguardo sull’altro è riuscito a rompere il muro, ad accoglierlo ha trovato odio e rabbia: lo racconta la storia di Yocheved Lifshitz, 85nne attivista per la pace rapita il 7 ottobre da Hamas dalla sua casa nel kibbutz Nir Oz e rilasciata venti giorni dopo. Al momento della liberazione Lifshitz si girò verso i suoi rapitori e salutò dicendo loro “Shalom”, pace. Una cosa inaudita nell’Israele di quei giorni: si disse che era una traditrice. «Doveva restare lì», arrivò a sostenere un commentatore su Channel 14.

È importante ribadire che questa retorica così violenta appartiene principalmente alle tv. Il quadro è diverso se si passa alla carta stampata: fatto salvo lo shock dei primi mesi, alcuni dei giornali israeliani hanno lentamente ma con decisione preso le distanze dalla condotta sulla guerra. Lo ha fatto Haaretz, la Bibbia dell’intellighenzia di sinistra, ma anche Yediot Ahronoth e il Times of Israel. Di riflesso altre testate – Jerusalem Post e Israel Hayom per prime – hanno preso la via opposta: totale e incondizionato sostegno al governo.

La direzione intrapresa negli ultimi anni dai media e in particolare dalle televisioni non può sorprendere chi ha seguito la storia di Israele e quella dell’uomo che da trent’anni ne domina la scena, Benjamin Netanyahu. Fin dal suo primo mandato come premier, nel 1996, è stato un feroce critico di giornali e tv israeliani, che ha sempre definito vicini alla sinistra e inaffidabili. Un’idea che da allora non lo ha mai abbandonato. Dal disprezzo e dalla diffidenza è nata la volontà di piegare i media che negli anni è stato uno dei pilastri dell’azione politica del premier. Per metterlo in pratica ha seguito due strade: boicottare le organizzazioni sgradite e sostenere le testate fedeli alla linea ufficiale, in alcuni casi modellandole a sua immagine e somiglianza.

È il caso di Israel Hayom (Israele oggi), quotidiano fondato nel 2007 da un uomo d’affari vicino a Netanyahu, che è oggi il giornale più letto del Paese grazie al fatto di essere gratuito e distribuito a tappeto ovunque. E di Channel 14, la Fox News locale, ultima nata delle emittenti di news, che nel giro di pochi anni anche grazie una serie di leggi sponsorizzate dal governo è diventata a seconda tv più seguita del Paese. «Gaza così com’è oggi deve essere spazzata via»; «Dobbiamo bombardare indiscriminatamente»; «Lasciamoli affogare nelle loro tende» sono alcune delle espressioni usate dai suoi commentatori parlando della Striscia in questi anni.

L’approssimarsi delle elezioni ha amplificato il tentativo di controllo del governo sui media, con una serie di proposte di legge che, messe tutte insieme (alcune sono state approvate, altre no) minacciano di modificare il panorama dei media in maniera irreversibile. Non sorprende che nel 2025 Reporters senza frontiere abbia messo Israele al 112mo posto su 180 Paesi nel suo World Press Freedom Index: «Le campagne di disinformazione e le leggi repressive si sono moltiplicate in Israele e la pressione sui giornalisti è aumentata», si legge nel report.

Certo: non tutto va in questa direzione. Negli ultimi mesi, molti giornali hanno aumentato le critiche al governo, Haaretz è passato allo scontro aperto con il primo ministro e per questo è oggetto di una vera e propria guerra da parte dell’esecutivo. E piccole isole come Local call/+972 magazine – testate gemelle in ebraico e inglese che raccontano l’attualità dal punto di vista degli israeliani e dei palestinesi – hanno visto crescere la loro audience. Ma questo non basta a invertire una rotta che in tre anni è stata tracciata in maniera profonda: e che avrà un’influenza decisiva sul voto del 27 ottobre.


Ecco come un sistema agricolo malato colpisce la salute a livello globale

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Francesco Romizi, il manifesto

C’è un numero che da solo dovrebbe cambiare il modo in cui parliamo di pesticidi: tra 402 e 433 milioni di episodi di intossicazione acuta non intenzionale ogni anno nel mondo. Su una popolazione agricola stimata in circa 934 milioni di persone, significa che quasi un lavoratore agricolo su due può essere colpito, nell’arco di dodici mesi, da un’esposizione capace di provocare sintomi acuti. Sono le stime di una nuova revisione pubblicata su Frontiers in Public Health, che aggiorna il quadro globale delle intossicazioni da pesticidi. Il peso maggiore ricade sull’Asia meridionale e sud-orientale e sull’Africa orientale, Paesi in cui l’impiego di bambini e adolescenti in agricoltura è predominante. Circa 11 mila episodi l’anno hanno esito mortale.

DIETRO QUESTE CIFRE non c’è un rischio astratto. C’è il lavoro quotidiano nei campi: preparare e miscelare i prodotti, riempire le irroratrici, trattare le colture, rientrare troppo presto nelle aree trattate, toccare piante, attrezzature, vestiti o terreno contaminati. Il pesticida può entrare nell’organismo attraverso la pelle, gli occhi, le vie respiratorie o, più raramente nelle esposizioni professionali, per ingestione. La via cutanea è particolarmente importante per chi lavora molte ore tra colture appena trattate; quella inalatoria può diventare decisiva durante la nebulizzazione, soprattutto in presenza di vento, alte temperature o dispositivi di protezione inadeguati.

L’INTOSSICAZIONE ACUTA non ha un solo volto. Dipende dalla sostanza, dalla dose, dalla durata dell’esposizione e dalle condizioni del lavoratore. I primi segnali possono sembrare banali: mal di testa, vertigini, nausea, irritazione degli occhi e della pelle, debolezza, sudorazione. Poi possono comparire vomito, diarrea, crampi addominali, disturbi visivi, salivazione eccessiva, difficoltà respiratoria, tremori e fascicolazioni muscolari. Nei quadri più gravi si arriva a convulsioni, perdita di coscienza, paralisi e insufficienza respiratoria. È il caso, in particolare, di molti organofosforici e carbammati, pesticidi che interferiscono con il funzionamento della colinesterasi, un enzima fondamentale nella trasmissione degli impulsi nervosi. Quando il sistema viene sovraccaricato, il corpo perde progressivamente la capacità di governare funzioni essenziali: respirare, muovere i muscoli, regolare le secrezioni, mantenere coscienza e orientamento. L’inalazione può produrre sintomi molto rapidi; l’assorbimento attraverso la pelle può invece essere più lento e insidioso, con una sintomatologia che cresce nelle ore successive.

IL PROBLEMA È CHE NEI CAMPI l’esposizione raramente è un episodio isolato. Per molti braccianti, piccoli agricoltori e lavoratori stagionali è una condizione che si ripete per settimane, mesi e anni. E qui la frontiera tra intossicazione «acuta» ed effetti cronici diventa più sottile. Una persona può superare un episodio senza ricovero, tornare al lavoro e subire nuove esposizioni pochi giorni dopo. Cefalea, stanchezza, disturbi della memoria, formicolii, problemi respiratori o irritazioni cutanee possono essere sottovalutati, attribuiti al caldo, alla fatica o alla disidratazione. Una parte della malattia resta così fuori dalle statistiche sanitarie.

LA LETTERATURA SCIENTIFICA associa l’esposizione professionale e prolungata a pesticidi a un ampio spettro di possibili effetti: disturbi neurologici (fra i quali il Parkinson, riconosciuto come malattia professionale degli agricoltori in Francia), respiratori, alterazioni endocrine e riproduttive, danni dermatologici e, per alcune sostanze e condizioni di esposizione, un aumento del rischio di specifiche patologie croniche. Non significa che ogni esposizione produca inevitabilmente una malattia, né che tutti i pesticidi abbiano la stessa tossicità. Significa però che il rischio cresce quando l’esposizione è ripetuta, quando si utilizzano sostanze altamente pericolose, quando più prodotti vengono impiegati insieme e quando protezioni, formazione e sorveglianza sanitaria sono insufficienti.

ED È QUI CHE LA GEOGRAFIA delle intossicazioni diventa anche geografia delle disuguaglianze. Nei Paesi a basso e medio reddito si concentra la parte più pesante del problema. In molti contesti i lavoratori dispongono di meno tutele, meno formazione, minore accesso ai dispositivi di protezione e a servizi sanitari capaci di riconoscere tempestivamente l’avvelenamento. Il caldo rende difficile indossare tute, guanti e maschere per ore. I prodotti possono essere travasati in contenitori non sicuri, le etichette non sempre sono comprensibili, i tempi di rientro nei campi vengono ignorati perché fermarsi significa perdere reddito. La vulnerabilità sanitaria coincide così con quella economica.

NON È UN CASO CHE FAO E OMS insistano da anni sui pesticidi altamente pericolosi, gli HHPs dall’inglese Highly Hazardous Pesticides, chiedendo ai governi di identificarli, valutarne i rischi e sostituirli quando esistono alternative più sicure. Un documento congiunto Oms-Fao del 2024 ricorda che le intossicazioni acute non intenzionali da pesticidi restano una grande questione di salute pubblica e richiama la stima di circa 11 mila morti l’anno. Il nuovo studio di Frontiers conferma che quel numero non appartiene al passato.

LA QUESTIONE, ALLORA, non può essere ridotta alla prudenza individuale del singolo agricoltore. Dire «basta usare correttamente il prodotto» significa ignorare come funziona davvero il lavoro agricolo in gran parte del mondo. La sicurezza dipende dalla qualità della regolazione, dalla possibilità di sostituire le molecole più pericolose, dalla formazione, dai controlli, dalla disponibilità di dispositivi adeguati, dal rispetto dei tempi di rientro, dalla sorveglianza sanitaria e, soprattutto, dal potere contrattuale di chi lavora.

SE CENTINAIA DI MILIONI di episodi di avvelenamento possono verificarsi ogni anno, il problema non è l’errore del singolo. È un modello produttivo che continua a scaricare una parte del proprio costo sanitario sui corpi di chi produce il cibo. Ridurre l’uso dei pesticidi più pericolosi, accelerarne la sostituzione e investire in pratiche agroecologiche non è quindi una battaglia ideologica contro l’agricoltura. È, prima di tutto, una politica di salute e di giustizia del lavoro.

Nell’immagine: donne e bambini indiani reggono dei cartelli durante una protesta organizzata dall’organizzazione non governativa Bachpan Bachao Andolan (Movimento per salvare l’infanzia) contro la morte di alcuni alunni avvenuta dopo aver consumato il pasto gratuito di metà giornata servito a scuola


L’informazione strangolata dagli oligarchi

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Francesca Coin, il manifesto

Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie. L’articolo elencava le strategie di questo attacco: l’intimidazione diretta, capace di generare, tra i giornalisti, insicurezza e autocensura. L’abuso di querele temerarie per paralizzare il lavoro investigativo. La delegittimazione: per Trump, non a caso, i giornalisti sono «nemici del popolo».

Lo strangolamento finanziario, che trasforma le testate in affanno nella carcassa su cui vanno a pasteggiare banche e oligarchi, come è accaduto quando il gruppo Antenna, per iltrenta per cento proprietà del fondo sovrano saudita Pif, ha acquistato la Repubblica. O quando Jeff Bezos ha comprato il Washington Post per trasformare la storica testata del caso Watergate nell’ufficio stampa del capitalismo.

L’informazione nasce per controllare il potere, non viceversa. Eppure, viviamo oggi in un mondo capovolto, in cui i privati investono nell’informazione per proteggere la propria reputazione, sino a convincere la società che l’unico modo per costruire un futuro migliore è odiare la classe lavoratrice, lo stato sociale e la democrazia.

La posta in palio è sempre la stessa: distruggere lo stato di diritto e permettere alle classi dominanti di governare senza ostacoli, sino a eliminare ogni voce critica. Una tendenza che ha già imbarbarito il dibattito pubblico e di fronte alla quale l’allarme dell’Economist suona giusto ma tardivo, tanto è diffusa, ormai, la propaganda e il consenso alle politiche autoritarie in Europa.

Per questo, il titolo di Dig Festival 2026 è Bella Ciao. «Il nostro è un canto partigiano«, ha scritto il Direttivo che lo organizza, di cui faccio parte, nella presentazione della dodicesima edizione. «È una chiamata alla resistenza, un invito a lasciarsi sedurre dal controcanto. Perché non è scolpito nella pietra che l’autoritarismo debba prevalere. Ma per far questo, la libertà va praticata e espansa ogni giorno, scegliendo di disobbedire e di prendere la parola quando c’è chi vorrebbe imporre il silenzio».

Resistere, quando si parla di cultura e informazione, significa tante cose. Significa, come sa il presidente dell’associazione Alberto Nerazzini, farsi cane da guardia della democrazia.

Nerazzini è il giornalista che ha scoperto i legami tra l’ex sottosegretario alla giustizia Delmastro e la figlia di Mauro Caroccia, prestanome del clan mafioso Senese. Un’inchiesta che ha pesato sul risultato del referendum sulla giustizia, spingendo il sottosegretario alle dimissioni

Resistere significa portare a galla ciò che è nascosto nell’ombra. Significa, anche, non cedere alle lusinghe o alle minacce di chi controlla l’informazione, spesso a scapito della propria sicurezza professionale o economica. Nel mondo capovolto in cui viviamo, del resto, il coraggio e l’etica non sono sempre considerate virtù. Per questo, Dig nasce per celebrare le inchieste più scomode del giornalismo internazionale.

Nel programma del Dig festival tutte le iniziative seguono un fil rouge: celebrare chi ha fatto del tentativo di espandere la democrazia una priorità, nel mondo della stampa e della scuola, delle arti o del lavoro educativo, senza rinunciare a lavorare per una società più giusta. Gramsci le chiamava Casematte: tutte quelle istituzioni della società civile che contribuiscono, in vario modo, a plasmare la direzione morale della storia.

Come espandere la democrazia è una domanda che riguarda tutti. È una domanda, tuttavia, che non piace a tutti. Nelle ultime settimane, la destra ha attaccato Dig per avere scelto Bella Ciao come cornice del festival. Hanno detto che Bella Ciao è uno slogan di parte che non può essere finanziato con soldi pubblici. Era accaduta una cosa simile quando un deputato di FdI aveva chiesto la sospensione dei fondi all’Anpi finché non si fosse dichiarata «apolitica e apartitica». Va da sé che il richiamo alla Resistenza sotteso a Bella Ciao non è un’opinione politica tra le altre nella Costituzione, ma la sua precondizione storica: il fondamento che rende possibile il pluralismo, non un elemento di quel pluralismo. In questo senso, questa polemica non è banale. Il bersaglio è l’allocazione dei fondi pubblici e l’esistenza stessa del dibattito democratico.

Il problema non è quale tipo di visione di mondo sia sottesa a Bella Ciao, ma quale società desideri chi considera questo canto un problema. È una domanda aperta, a cui non sta a noi rispondere. Da parte nostra, la visione di mondo di Dig 2026 è chiara e speriamo di celebrarla con l’edizione più partecipata di sempre.


Germania, ospedali pronti alla guerra: riaprono i bunker, medici istruiti a ferite da combattimento

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Sandra Riccio, La Stampa

Gli ospedali tedeschi iniziano a organizzarsi per il caso più estremo, quello di una guerra. E’ il resoconto di un ampio reportage di Bloomberg intitolato “Germany’s Hospitals Prepare for War and Mass Casualties as Russia Threat Looms” (“Gli ospedali tedeschi si preparano alla guerra e a un’ondata di feriti mentre incombe la minaccia russa”).

Per decenni i tedeschi hanno costruito la loro sicurezza sull’idea che la guerra fosse qualcosa che accadeva altrove. Ora, sui media, quel tabù comincia a incrinarsi. Non si parla più soltanto di riarmo, di missili o di carri armati: si comincia a ragionare su cosa succederebbe il giorno dopo, se davvero una guerra arrivasse in Europa, se ci fosse un attacco con i droni oppure con missili? E la domanda entra negli ospedali. Quanti feriti potrebbe dover curare la Germania? Quanti posti letto, chirurghi, farmaci e sangue servirebbero? Come funzionerebbero le strutture senza elettricità o Internet?

Nello scenario più estremo, la Germania rischierebbe così di essere non solo il fronte di un eventuale conflitto, ma anche la grande retrovia logistica e sanitaria della Nato, attraverso cui transiterebbero truppe e feriti diretti verso gli ospedali tedeschi.

Il reportage di Bloomberg racconta, per esempio, dell’ospedale della città di Ulm, nel sud-ovest della Germania, sembra molto simile a qualsiasi altro. I pazienti siedono nelle sale d’attesa in attesa di essere chiamati, i medici percorrono i corridoi consultando referti o i propri telefoni. Solo i soldati in divisa tra il personale lasciano intuire un legame con l’esercito. Molti metri sotto i reparti affollati dell’ospedale, si trova un bunker risalente all’epoca della Guerra Fredda che è improvvisamente tornato ad avere importanza. La struttura medica sotterranea fu completata nel 1979, nel pieno dello stallo tra Mosca e l’Occidente. Fu progettata per consentire ai medici di continuare a curare i soldati feriti in caso di attacco nucleare ed è in grado di ospitare fino a 2.000 persone per 90 giorni. Per gran parte degli ultimi tre decenni, questa struttura labirintica è rimasta inutilizzata. Ora, l’esercito tedesco sta valutando di rimetterla in funzione.

Non c’è soltanto Bloomberg. Nei mesi scorsi anche i media tedeschi avevano cominciato a raccontare, con sempre maggiore concretezza, la possibilità che gli ospedali dovessero prepararsi a una guerra. Già a marzo la Zeit dedicava un lungo reportage allo scenario di una Germania in guerra, con migliaia di soldati da curare e il rischio di un collasso del sistema sanitario. A giugno 2026, Zeit e Süddeutsche Zeitung sono tornate sul tema, raccontando il coordinamento sempre più stretto tra Bundeswehr e ospedali civili.

Il punto è che i cinque ospedali militari tedeschi non sarebbero sufficienti in caso di conflitto di grandi dimensioni: le strutture civili dovrebbero diventare una vera e propria riserva sanitaria della Bundeswehr. Si discute così di triage, ferite di guerra, farmaci, posti letto, comunicazioni e capacità di operare anche in condizioni degradate. È un tema che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare sulle prime pagine tedesche. Oggi, invece, la domanda è diventata molto concreta: se una guerra arrivasse in Germania, il sistema sanitario sarebbe pronto?

Tra le misure c’è anche la necessità di protezione dagli attacchi con droni, compresa la possibilità di barriere protettive e vetri blindati nelle strutture sanitarie. Gli ospedali stanno inoltre pensando a scorte di medicinali e materiali, alla possibilità di lavorare durante blackout e interruzioni delle infrastrutture e alla gestione simultanea di grandi quantità di feriti.

I chirurghi civili vengono addestrati alle ferite di guerra e alla gestione di un mass casualty event, cioè un afflusso improvviso e straordinario di pazienti.

E c’è una vulnerabilità notevole: secondo le informazioni riprese dal reportage, in Germania sono soltanto poche centinaia i medici con esperienza specifica nel trattamento delle ferite tipiche della guerra.

Più in generale la Germania si trova di fronte alla necessità di organizzare una serie di misure pratiche e molto specifiche: bunker della Guerra fredda da riaprire, chirurghi civili da addestrare, ospedali da proteggere dai droni, scorte da accumulare, treni sanitari da progettare, percorsi per evacuare i feriti e un sistema civile-militare da coordinare. E’ una preparazione che sta diventando sempre più visibile e concreta e che spaventa tutta l’Europa.


Salman Rushdie: “Il mondo è uno, non lasciamoci dividere dai fascismi”

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Giampaolo Visetti, La Repubblica

«L’ascesa dell’estrema destra in Europa e il suo radicamento negli Stati Uniti sono i fatti di cronaca che, in quanto cittadino, oggi mi preoccupano di più. Mai, per difendere la democrazia, avremmo pensato di essere richiamati a lottare contro un globale potere nazista, deciso a reprimere la libertà. Gli apparati delle propagande lavorano per imporre come prioritario l’incubo dell’aumento di prezzo dell’energia: nella profondità del mondo reale suona però l’allarme per la tenuta dei diritti fondamentali». Salman Rushdie, scrittore simbolo della narrazione civile, non può nascondere i segni dell’attacco terroristico che, dopo la fatwalanciata contro di lui nel 1989 dall’ayatollah Khomeini, lo ha infine colpito quattro anni fa. L’occhio destro, cieco, è coperto da una benda nera. Invitato a inaugurare il festival Pordenonelegge, che si concluderà domenica con il saluto del presidente Sergio Mattarella, Rushdie invita l’Europa a «svegliarsi dal torpore rinunciatario che sembra averla contagiata dopo la disastrosa uscita della Gran Bretagna dalla Ue». «Condivido l’appello di Ursula von der Leyen a unirsi contro gli ultranazionalisti – dice a Repubblica prima di ricevere l’onorificenza Ambassador of Freedom – ma ovunque colgo l’inquietante diffusione dell’estremismo tra i giovani. È il punto cruciale: gli anziani non possono rappresentare una trincea politica».

Quanto l’avanzata dell’estrema destra la preoccupa?

«La destra, come insegna la storia, tende a restringere lo spazio della libertà e a limitare i diritti democratici. Già un anno fa, in Germania, mi dicevano che i giovani votano Afd. Oggi mi confermano la stessa tendenza in Francia e anche in Spagna si soffia forte sul vento dell’intolleranza. Nel mirino dei nuovi poteri autoritari, spesso non elettivi, ci sono i princìpi su cui l’Occidente ha costruito la pace».

Vale anche per l’Italia?

«Qui per ora governa un centrodestra che si presenta più moderato. Non sempre sono d’accordo con le sue scelte, ma non voglio entrare nei dettagli. Nessun Paese però è un’isola, il futuro non è un fatto italiano e non mi azzardo a profetizzarlo».

È Donald Trump il generatore del caos che rende accettabile la violenza?

«Il presidente Usa non è una minaccia solo per la libertà d’espressione. È una minaccia, punto. Mai l’America ha subìto una leadership paragonabile, un simile livello di volgarità e di menzogne. Vale anche per la sua difesa dell’intelligenza artificiale: la regola è che se Trump dice una cosa, è vero il contrario. Al voto di midterm mancano meno di cinquanta giorni: mi pare che il vento stia cambiando».

Condivide gli allarmi sull’IA?

«Sono felicemente ignorante. Se potessi terrei le cose come stanno, ma so che purtroppo non succederà».

Cosa pensa dell’auspicio, anche della destra italiana, che negli Stati Uniti la cultura woke sia già al tramonto?

«Non so quale sia la capacità di tenuta collettiva contro ingiustizie, discriminazioni e razzismo: di certo io sono più woke che anti-woke».

Perché, con “Knife”, ha scelto di girare un documentario sull’attentato che ha subìto?

«Chi ha cercato di assassinarmi non sapeva nulla di me. Nel nome di un dio, o di un interesse ignoto, ha accettato di uccidere uno sconosciuto. Mi è parso attuale mostrare la radiografia del patto folle che rende possibile il terrorismo e in definitiva ogni guerra. Mia moglie però ha ripreso ogni istante della mia guarigione, un piccolo atto di resistenza. La prima di Knife è nelle prossime ore a New York: spero di tornare in tempo».

In quanto indiano-americano-inglese, lei si definisce un migrante seriale: perché l’ancestrale cammino delle persone rende oggi i popoli estranei?

«Non sono i migranti ad approfondire conflitti sempre più vasti. I cosiddetti “stranieri” sono il sacrificio pubblico consumato dal potere del terrore. L’obiettivo degli autoritarismi è il controllo della ricchezza da spartire tra pochi: per questo vanno scavate divisioni sociali e si potenzia la difficoltà del dialogo diretto».

È una sconfitta la delega all’arte della denuncia degli orrori?

«Scrittori, pittori e musicisti non sono alieni. L’arte è tale se ha una visione larga della vita. Il problema è che oggi la politica applica anche in Occidente uno sguardo stretto. Il compito dei narratori è tenere le braccia spalancate. Le reazioni alla Mostra del Cinema di Venezia confermano questo bisogno».

Cosa intende dire?

«Il primo ministro israeliano Netanyahu ha reagito con intolleranza alla denuncia sulle violenze del suo esercito a Gaza fatta dal film premiato dalla giuria internazionale. Nulla di lui mi stupisce più: la sua crudeltà nutre il mostro dell’antisemitismo. Anche per questo mi congratulo con i registi di Naza: cercano di proteggerci dal contagio dell’odio».

L’effetto boomerang vale anche per l’attacco Usa contro l’Iran?

«Fa parte della follia di Trump, possibile per la debolezza di istituzioni internazionali minate da anni di egoismo dei governi nazionali. In Iran la Casa Bianca non aveva una strategia e ancora non indica fini comprensibili. Un’altra guerra controproducente, che trasforma in fascismo la religione. Non mi riferisco solo all’islam: in Iran però la gente muore e il regime si rafforza».

Il suo libro è “L’undicesima ora”, intesa come quella che precede la fine della vita: pensa che il nostro pianeta sia prossimo a quell’istante?

«Affronto la questione sotto il profilo creativo, riflettendo sul modo di congedarsi dalla vita da parte di artisti diversi. L’eredità dell’Undicesima ora (il libro in Italia è edito da Mondadori, ndr) è però il problema fondamentale di ognuno e riguarda anche la natura, madre dell’umanità. Il compito dell’immaginazione non è evadere dalla realtà, ma di dimostrarla. L’ultima ora non è evitabile: accelerarla è una colpa che umilia la nostra specie».


L’F-35A non è adatto ma l’UDC ha insistito per l’acquisto

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Albert Stahel, Infosperber

Il professor Albert Stahel, esperto di sicurezza e politico dell’UDC, è stato per molti anni docente di Studi strategici all’Università di Zurigo. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Inside Paradeplatz».

Nel 1986 il Pentagono decise di sviluppare e mettere in servizio per l’Aeronautica Militare statunitense 750 aerei da combattimento multiruolo del tipo F-22 Raptor. Questi aerei da combattimento stealth (dotati di tecnologia di occultamento) avrebbero dovuto essere schierati principalmente nelle basi in Giappone.

In caso di guerra contro la Cina, gli F-22 avrebbero dovuto sconfiggere le forze aeree cinesi nel combattimento aria-aria (air-to-air combat) e successivamente neutralizzare la loro difesa aerea a terra nell’ambito di operazioni aria-terra (air-to-ground combat).

Negli anni ’90, sulla base dell’esperienza acquisita con il progetto F-22, è iniziato lo sviluppo dell’F-35. Oltre all’Air Force, anche la Marina e il Corpo dei Marines avrebbero ricevuto varianti di questo modello: l’F-35C della Marina e l’F-35B del Corpo dei Marines.

Gli Stati Uniti dovevano risparmiare

Con la campagna contro i talebani del 2001 e l’attacco all’Iraq del 2003, gli Stati Uniti dovettero finanziare contemporaneamente due guerre costose. Per risparmiare, fu necessario ridurre il numero di F-22 o di F-35 da mettere in servizio.

A causa degli impegni assunti con gli alleati europei e dei relativi obblighi legati al progetto F-35, l’allora Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert M. Gates, decise nel 2009 di limitare la produzione dell’F-22 a 187 esemplari: «La decisione più significativa è stata probabilmente quella di limitare la produzione del caccia stealth F-22 a 187 velivoli.»

In parte come compensazione per il ritardo nella produzione dell’F-35C e anche per ovviare a certe carenze prestazionali (raggio d’azione), Gates decise di mettere in servizio sulle portaerei un ulteriore numero di aerei da combattimento F/A-18E/F Super Hornet: «…acquistare più caccia F/A-18 per mantenere le squadriglie delle portaerei della Marina pienamente equipaggiate…».

Questa decisione potrebbe aver determinato il fatto che ancora oggi una superportaerei come la Gerald R. Ford sia equipaggiata con aerei da combattimento del tipo F/A-18E/F.

Troppo pochi aerei multiruolo

L’Aeronautica Militare degli Stati Uniti dispone oggi di un numero crescente di F-35A (progettati in particolare per missioni aria-terra), ma solo di una piccola flotta di aerei multiruolo (sia per missioni aria-aria che aria-terra).

Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui la flotta di F-15 dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e della Guardia Nazionale Aerea verrà integrata e sostituita da aerei da combattimento multiruolo più moderni, gli F-15EX Eagle II.

Va inoltre sottolineato che, nonostante le eccellenti dotazioni elettroniche, gli F-35A presentano alcuni svantaggi, quali la velocità di Mach 1,6 con il carico massimo di armi e il raggio d’azione limitato. Inoltre, contrariamente alla filosofia dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti, gli F-35A dispongono di un solo motore e l’equipaggio è composto da un solo membro. I caccia multiruolo come l’F-22, invece, hanno a bordo un pilota e un ufficiale addetto alle armi.

L’F-47 per colmare le lacune

Per colmare queste lacune, oggi viene sviluppato con alta priorità il nuovo caccia multiruolo di sesta generazione F-47, destinato a sostituire l’F-22. L’F-47 dovrebbe essere introdotto molto presto.

Nella Marina degli Stati Uniti si sta rendendo sempre più evidente il deterioramento, causato dall’acqua salata, del rivestimento dell’F-35C, fondamentale per le operazioni stealth.

Per quanto riguarda l’Aeronautica militare svizzera, questa verrà equipaggiata nel prossimo futuro – a causa dell’escalation dei costi – con una piccola flotta di F-35A. Contrariamente all’obiettivo di proteggere lo spazio aereo tramite missioni di combattimento aria-aria, sarà disponibile una flotta concepita in realtà per missioni aria-terra.

Ciò solleva la questione dell’utilità di questa flotta per la Svizzera. Contro quale avversario dovrebbe essere impiegata in caso di emergenza e bombardarlo? Sarebbe importante sapere chi, all’interno del DDPS, abbia influenzato la decisione relativa alla valutazione di questo tipo di velivolo.

Note simpatie per i prodotti statunitensi

Quale ruolo hanno avuto i funzionari di Armasuisse, noti per le loro simpatie verso i prodotti militari statunitensi e per i lucrativi distacchi negli Stati Uniti? Consulenti esterni, come ex comandanti delle Forze aeree e parlamentari vicini ai piloti, hanno influenzato la valutazione che ha portato a questa decisione? Sarebbe interessante anche conoscere il motivo per cui, tra i partiti, soprattutto l’UDC si schiera a favore dell’F-35A. Ciò potrebbe essere un indizio sulla presenza di influencer.

Per quanto riguarda l’ex consigliera federale Viola Amherd, in quanto novellina in materia di forze aeree, è probabile che sia stata letteralmente guidata da una cerchia di influencer.

Tutti questi aspetti dovrebbero essere chiariti da una commissione d’inchiesta parlamentare (PUK). Ciò include anche la consultazione dei documenti relativi alla valutazione poco chiara, finora impedita da Armasuisse.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: farli di carta non è difficile


Manovre eversive per affondare la democrazia Usa

Il voto in Russia per il rinnovo del parlamento non riserva grandi sorprese, ma mentre Putin chiede unità attorno ai soldati al fronte, milioni di russi fanno la fila per il pieno e temono una nuova mobilitazione militare 

Di Luca Celada, il manifesto

La sentenza della Corte suprema statunitense che ha bloccato in extremis le nuove regole sul voto per posta a sette settimane appena dagli scrutini delle elezioni di mid-term, dà la misura dell’incertezza che grava sulle elezioni americane.

Il labirintico sistema, diviso in 50 distinte giurisdizioni statali con un’iscrizione volontaria alle liste di voto e variabili modalità di riconoscimento (solitamente una patente di guida) e in alcuni casi la semplice autocertificazione, fornisce ai complottisti Maga l’opportunità di alimentare tesi apocrife su presunti «vasti brogli». Sulla falsa premessa delle elezioni «a rischio» il presidente ha dunque nuovamente imbastito un dispositivo di disinformazione battente.

Come molte altre mistificazioni, la leggenda metropolitana delle orde di «elettori stranieri» è stata ripetutamente smentita da decine di indagini, commissioni di inchiesta e ricorsi legali senza impedire a Trump di riproporre il noto copione per la delegittimazione di elezioni che sembra destinato a perdere (gli ultimi sondaggi assegnano ai dem il 90% di probabilità di riconquistare la Camera e il 60% per il Senato).

Il partito di Trump sta dunque mettendo in campo il noto repertorio di inibizione dell’affluenza ed altre tecniche intimidatorie che risale all’esautorazione degli afroamericani negli stati ex schiavisti. L’amministrazione sta inoltre di nuovo tentando di inficiare e compromettere preventivamente quello che sembra essere l’esito inevitabile degli scrutini.

La vera minaccia che incombe effettivamente sui mid-term proviene quindi, come ha valutato domenica scorsa il Washington Post, dal governo federale.

Dopo aver sciolto a luglio la commissione bipartisan di vigilanza elettorale, Trump ha chiesto che gli stati fornissero al suo governo le liste di elettori (l’ordine è stato invalidato dai tribunali). Successivamente, per ottenerle, il ministero di giustizia diretto da Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump, ha querelato 30 stati. Nel frattempo, Ice ha annunciato uno stanziamento di cinque milioni di dollari per acquisire dati personali e compilare una banca dati centrale di elettori.

Durante le primarie della scorsa estate, Blanche ha spedito agenti ad «effettuare controlli» in seggi in Florida, Michigan e Wyoming, una malcelata operazione intimidatoria che ha suscitato le proteste di funzionari locali di entrambi i partiti.

Il mese scorso Steve Bannon ha apertamente invocato per novembre l’invio di truppe armate ai seggi. «I critici la chiameranno sicuramente intimidazione», ha sostenuto l’ideologo Maga. «E avrebbero ragione, se sei uno straniero che tenta di votare dovresti essere intimidito». Col pretesto degli «stranieri» lo scorso giugno due agenti Ice si sono presentati un seggio delle primarie a Syracuse, New York, e hanno «avvertito» una scrutinatrice a causa di alcuni post in cui aveva criticato l’agenzia sui social. Il direttore del dipartimento dell’Homeland Security, Markwayne Mullin, ha minacciato funzionari elettorali con denunce nel caso venissero riscontrati «voti irregolari».

Il copione dell’amministrazione sembra ricalcare quello che nel 2020 portò, dopo un battage sui brogli inesistenti, all’assalto a Capitol Hill per tentare di impedire l’insediamento di Biden. La grazia successivamente concessa ad oltre 1.500 condannati per quei fatti ha costituito un messaggio inequivocabile da parte di un Trump recidivo e intenzionato più che mai a usare ogni mezzo necessario per evitare una sconfitta annunciata.

E nel secondo mandato Trump dispone di forze assai maggiori e meglio organizzate di sei anni fa. Molti operatori coinvolti nella campagna Stop the Steal che nell’autunno del 2020 tentò di ribaltare il risultato elettorale, sono stati collocati in posizioni di responsabilità in commissioni elettorali locali.

La scorsa settimana un’indagine della Cnn ha rivelato che due veterani dell’operazione negazionista del 2020, Will Huff and Conrad Reynolds, si sono incontrati nel 2025 con Susie Wiles, capo gabinetto della Casa bianca, e Ed Martin, designato da Trump come «coordinatore speciale» per le elezioni. Il gruppo avrebbe discusso possibili strategie per squalificare le postazioni per il volo elettronico usate in circa il 26% dei collegi. Il mese scorso Huff e Reynolds avrebbero avuto un incontro col ministro del commercio Howard Lutnick sullo stesso argomento.

A livello locale amministrazioni alleate hanno ridisegnato, ove possibile, i collegi a favore dei repubblicani e, come in Texas, ridotto il numero di seggi (oltre 90 sono stati eliminati nella sola contea di Dallas Fort Worth). Questo mentre il presidente continua a promuovere il Save Act, la riforma che imporrebbe l’obbligo di dimostrare la cittadinanza (pur in assenza di una carta di identità nazionale). Contemporaneamente si stanno attivando i sodali. Elon Musk ha aperto un sito (VoteSafe.org) che sostiene di agevolare l’iscrizione alle liste di voto ma in realtà raccoglie solo dati personali degli utenti.

Ogni mossa sembra calibrata per generare il massimo livello di caos e confusione, gettando le basi per probabili ricorsi che metterebbero in dubbio l’insediamento di un eventuale nuovo Congresso a maggioranza democratica. A questo riguardo il monito più allarmante è giunto questa settimana da Michael Luttig, un giurista conservatore che ha avvertito che il presidente della Camera, il fedelissimo Maga Mike Johnson, potrebbe semplicemente rifiutarsi di far giurare i nuovi eletti, precipitando la definitiva crisi della democrazia Usa.

Nell’immagine: cartello per il voto anticipato al Municipio di Providence