Come si esce dal Regno Unito? Il fronte di Cardiff alla prova delle tre strade verso l’indipendenza

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di Luisa Foti, La Stampa

Con Donald Trump una semplice dichiarazione finisce spesso per produrre conseguenze molto più grandi di quelle sperate. Questa volta il tycoon è intervenuto sulla questione nordirlandese sulla quale la linea tradizionale degli Stati Uniti è mantenere una posizione di neutralità, sostenendo il processo di pace e il principio del consenso sancito dagli Accordi del Venerdì Santo del 1998. Trump è entrato a gamba tesa su un tema che Washington ha tradizionalmente trattato con estrema cautela; così, da Belfast, la questione si è allargata fino a Edimburgo e Cardiff, riaprendo il dibattito, mai sopito, sui modi in cui le nazioni possono lasciare il Regno Unito.

I movimenti indipendentisti e unionisti ci sono sempre stati e con la Brexit – soprattutto in Scozia, che nel 2016 votò per il 62% circa a favore del Remain, contro il 38% per il Leave, mentre nel complesso l’Unione scelse l’uscita dall’Ue – la questione è tornata al centro del dibattito.
Due anni prima della Brexit, nel referendum del 2014, il fronte separatista scozzese era stato sconfitto: il 44,7% votò Yes e il 55,3% No. Poi, la Corte Suprema Uk, con la decisione del 23 novembre 2022 (sentenza Uksc 31), ha stabilito che Holyrood, il parlamento “devoluto” non può legiferare unilateralmente per indire una consultazione pubblica perché la questione riguarda materie riservate a Westminster.

Trump ha toccato un nervo scoperto, ma lo ha fatto in un momento in cui i tempi sono maturi: per la prima volta nella storia, i tre governi “devoluti” sono guidati da politici appartenenti a partiti favorevoli all’indipendenza o, nel caso di Sinn Féin, alla riunificazione irlandese. Proprio per questo, i leader hanno sfruttato l’assist di Trump – benché l’incontro a Cardiff fosse già previsto – e hanno siglato un memorandum in cui hanno espresso la chiara intenzione di avvicinarsi all’Ue perché «il tempo di Westminster sta arrivando alla fine».

Il punto è ora capire come fare e quali sono le vie legali per lasciare il Regno attraverso tre percorsi costituzionali diversi. In sintesi, l’Irlanda del Nord può ricorrere al meccanismo previsto dagli Accordi del Venerdì Santo – che nel 1998 posero sostanzialmente fine ai Troubles, circa trent’anni di conflitto politico e settario tra repubblicani/nazionalisti, unionisti/lealisti e forze dello Stato britannico, durante i quali furono uccise più di 3.500 persone – mentre Scozia e Galles non hanno una via giuridica equivalente e dipendono da Westminster per un referendum.
Per questo Edimburgo chiede un nuovo voto – Swinney è arrivato a dire che «Andy Burnham potrebbe essere l’ultimo primo ministro del Regno Unito» – mentre Cardiff, per ora, non ha fissato né tempi né modalità.

In particolare, è l’Irlanda del Nord ad avere il percorso politico e giuridico più definito perché gli accordi citati prevedono che il Secretary of State for Northern Ireland – il ministro del governo britannico responsabile per l’Irlanda del Nord, che oggi è Sir Chris Bryant – convochi un border poll, e cioè un referendum sullo status costituzionale della nazione e sulla possibile riunificazione dell’isola, qualora ritenga probabile una maggioranza favorevole.
Secondo l’accordo, il border poll deve essere convocato «qualora, in qualsiasi momento, gli appaia probabile che la maggioranza di coloro che parteciperebbero al voto esprimerebbe la volontà che l’Irlanda del Nord cessi di far parte del Regno Unito e diventi parte di un’Irlanda unita».
Qui si apre però un’incognita: non è stabilito con precisione attraverso quali indicatori – sondaggi, risultati elettorali o altri elementi – si debba accertare e misurare l’esistenza di quella maggioranza.
Il Financial Times sottolinea che proprio questa formula – «qualora gli appaia probabile» – lascia un significativo margine di valutazione al ministro: i sondaggi sull’unità irlandese non sono regolari e neppure i risultati delle elezioni di Stormont, il Parlamento devoluto nordirlandese, forniscono necessariamente una risposta. L’accordo prevede quindi questa possibilità sulla base del «principio del consenso».
L’incertezza riguarda piuttosto quando il Secretary of State for Northern Ireland debba ritenere raggiunta la soglia politica che lo obbliga a convocare il voto.

Per la Scozia la questione è più complessa perché non esiste un meccanismo equivalente a quello dell’Irlanda del Nord, e dopo il 2014 Edimburgo non dispone oggi di uno strumento per imporre a Londra una nuova consultazione. A complicare ulteriormente il quadro è stata proprio la sentenza della Corte Suprema del 2022: il Parlamento scozzese non può indire autonomamente un nuovo referendum sull’indipendenza, perché la materia esula dalle competenze devolute.
Il First Minister John Swinney, nonché leader del Partito nazionale scozzese (Snp), chiede un altro voto, forte di un sostegno che continua a oscillare intorno alla metà dell’elettorato. Secondo un’analisi del Financial Times, la strategia più efficace per l’Snp potrebbe quindi essere politica prima ancora che giuridica: portare il consenso a livelli tali da rendere sempre più difficile per Westminster opporsi a un referendum.
Sul quotidiano finanziario britannico, Stephen Bush indica, come soglia politica e non giuridica, un consenso stabilmente attorno al 60%: una maggioranza di quelle dimensioni finirebbe per creare, secondo la sua analisi, una pressione politica difficilmente ignorabile da Londra. Il Guardian ha spiegato che Swinney starebbe cercando proprio un meccanismo concordato per arrivare a un nuovo voto, anche se questo non è stato definito nel vertice di Cardiff.

Per il Galles, la questione è ancora diversa perché il sostegno all’indipendenza è sensibilmente inferiore rispetto alla Scozia. Rhun ap Iorwerth, First Minister del Galles e leader di Plaid Cymru, il partito nazionalista gallese arrivato al governo a maggio, non ha fissato alcun calendario per una consultazione.
Secondo il Guardian, la percentuale di favorevoli a lasciare l’Unione sarebbe intorno al 32% e ap Iorwerth ha esplicitamente escluso di spingere per un referendum durante questa legislatura. Il Financial Times sottolinea inoltre che durante la campagna elettorale ap Iorwerth aveva rassicurato gli elettori proprio sul fatto che un governo Plaid Cymru non avrebbe significato una corsa immediata a lasciare il Regno Unito. La sua priorità è dimostrare che il partito sa governare, evitando che l’indipendenza appaia agli elettori come un salto immediato nel buio.

In ogni caso, i quattro firmatari del memorandum hanno chiesto una cosa a Londra: «facilitare il cambiamento costituzionale» e non opporvisi. Londra non intende aprire ora la strada a nuovi referendum. Burnham ha però oscillato negli ultimi giorni sul voto scozzese: dopo aver aperto alla possibilità di una consultazione qualora emergesse un «chiaro consenso», il suo portavoce ha ribadito che una nuova consultazione resta per ora «off limits».

Nell’immagine: i quattro firmatari del memorandum


Cro­no­lo­gia di una segna­la­zione

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di Daniel Ritzer, La Regione

La 52enne di Melide dece­duta lo scorso 18 ago­sto, dive­nuta per­so­nag­gio pub­blico sotto lo pseu­do­nimo di ‘Sabrina’, si è rivolta alla Pro­cura per la prima volta – per quel che riguarda il suo rap­porto con il con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali – attra­verso un’e-mail spe­dita il 6.8.2021 alle 18:50. Nel suo mes­sag­gio al pg, Sabrina denun­cia di aver subito un’aggres­sione da parte di Zali il 21.5 dello stesso anno. All’email segue una let­tera mano­scritta datata 17.8, dove sostan­zial­mente viene riba­dita la denun­cia per lesioni sem­plici e minacce. Agli atti vi è una nota del mini­stero pub­blico: Sabrina viene con­tat­tata tele­fo­ni­ca­mente il 23.8 per una con­vo­ca­zione a ver­bale da svol­gersi il 7.9 alle ore 9:15.

Prima di essere inter­ro­gata, Sabrina spe­di­sce un’e-mail al pg il 3.9 alle 05:42: in que­sta comu­ni­ca­zione afferma di aver “paura per la mia inco­lu­mità”. Durante il ver­bale del 7.9 (ini­zio alle 9:15, ter­mine alle 10:45) la donna con­ferma la que­rela e i fatti descritti tra­mite l’espo­sto del 17.8. Aggiunge, però, che se Clau­dio Zali “por­gerà le sue scuse, riti­rerò la que­rela”. Alle ore 17:00 del mede­simo 7.9 il pg incon­tra il con­si­gliere di Stato (non vi è agli atti nes­sun ver­bale, ma una nota all’incarto). Clau­dio Zali davanti al pg legge la que­rela nei suoi con­fronti, ram­menta il diritto di non pren­dere posi­zione sui fatti con­te­stati e si dice pronto a por­gere le scuse alla que­re­lante. Alle 23:22 del 7.9 Sabrina informa il pg – con un’e-mail – di non voler più riti­rare la sua que­rela: “Ho deciso di andare per vie legali, senza richie­dere nes­suna scusa scritta da parte sua”.

Aggiunge poi, nello stesso mes­sag­gio, una segna­la­zione in merito ad altri pre­sunti fatti penal­mente rile­vanti: si rife­ri­sce a dei rap­porti ses­suali poten­zial­mente abu­sivi ai sensi del Codice penale, “sesso di gruppo” com­piuto (…) (…) dal con­si­gliere di Stato con la segna­lante e altre due donne indi­cate come pos­si­bili vit­time (una “povera ma dav­vero povera ragazza vio­len­tata in tenera età” e una “inva­lida psi­chia­trica”). A seguito di tale comu­ni­ca­zione, Sabrina viene con­vo­cata a un secondo ver­bale che si svolge il 21.9, ini­zio alle ore 16:40. Prima di ciò, il 9.9 alle 20:07, Sabrina spe­di­sce un’e-mail al con­si­gliere nazio­nale leghi­sta Lorenzo Qua­dri – indi­cando di aver spe­dito un mes­sag­gio ana­logo la mat­tina dello stesso giorno al con­si­gliere di Stato della Lega Nor­man Gobbi – in cui rac­conta della pre­sunta aggres­sione da lei subita il 21.5 e in cui accenna a pos­si­bili reati ses­suali com­messi da Clau­dio Zali. La segna­la­zione di Sabrina non sor­ti­sce alcun effetto.

Al ver­bale del 21.9 la donna si rifiuta di rispon­dere alle domande del pro­cu­ra­tore gene­rale: “Da que­sta sto­ria non uscirò viva, ci sono delle dina­mi­che di cui non posso dire nulla”, esclama. Secondo Sabrina il pg “sta parando il culo a Clau­dio Zali”. Sbatte con­tro il ple­xi­glas, rove­scia l’acqua, pro­fe­ri­sce degli insulti e lascia la stanza alle 17:05. All’infrut­tuoso secondo ver­bale segue un’e-mail delle ore 01:44 del 22.9: Sabrina riba­di­sce “con forza la mia denun­cia con­tro Clau­dio Zali, che a breve diverrà pub­blica. Se volete fer­marmi mi dovete ammaz­zare”. In seguito Sabrina spe­di­sce al pg una let­tera mano­scritta datata 22.9, in cui scrive: “Ritiro for­mal­mente la denun­cia che ho rivolto a Clau­dio Zali. Vi prego di noti­fi­car­gli il ritiro”. Il giorno dopo, il 23.9, Sabrina si fa visi­tare presso il pronto soc­corso dell’Ospe­dale regio­nale di Men­dri­sio in quanto – si legge nel rap­porto medico delle ore 14:09 – “vit­tima o sospetta vit­tima di un’aggres­sione fisica e/o ses­suale”.

Durante la visita la donna chiede di essere rico­ve­rata in cli­nica psi­chia­trica. Il rico­vero presso la Cpc di Men­dri­sio va dal 23 al 29.9. Il 14.10 il pg scrive alla cli­nica psi­chia­trica, chie­dendo di atte­stare le capa­cità di inten­dere e volere della donna al momento del rico­vero. La cli­nica risponde per iscritto il 19.10, con­fer­mando che la donna è stata dimessa il 29.9. I medici riten­gono, sulla base della loro valu­ta­zione, che la sua con­di­zione psi­chia­trica non com­pro­metta le capa­cità di com­pren­sione e deci­sio­nali. Dopo­di­ché, il 4.11, il pro­cu­ra­tore gene­rale, per quel che riguarda l’incarto 2021.7534 rela­tivo alla que­rela del 17.8 di Sabrina con­tro Clau­dio Zali per lesioni sem­plici e minacce – denun­cia ricon­du­ci­bile ai fatti avve­nuti il 21.5 a Chiasso e in altre loca­lità del Men­dri­siotto – emana un decreto di non luogo a pro­ce­dere. Nes­sun pro­ce­di­mento verrà aperto per i pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale segna­lati nell’e-mail del 7.9.2021.

Le due donne

Una delle due donne indi­cate come pre­sunte vit­time nella segna­la­zione di Sabrina del 7.9.2021 – per quel che con­cerne i reati con­tro l’inte­grità ses­suale – ricom­pare, due anni più tardi e sotto un’altra veste, in un nuovo fasci­colo della Pro­cura. Siamo a giu­gno 2023: il 21 di quel mese viene sporta una denun­cia dall’allora com­pa­gna di Zali, la depu­tata Plr Simona Genini, con­tro la donna, pre­sunta ex-a­mante del mini­stro, per estor­sione, subor­di­nata coa­zione e subor­di­nata minac­cia. Zali si aggrega alla denun­cia di Genini in qua­lità di accu­sa­tore pri­vato. Il 28.6 vi è un’esten­sione di que­rela per i reati di dif­fa­ma­zione, subor­di­nata calun­nia, ingiu­ria e abuso di impianti di tele­co­mu­ni­ca­zioni.

Lo stesso 28.6 il pro­cu­ra­tore gene­rale Andrea Pagani, tito­lare dell’inchie­sta, ordina una per­qui­si­zione domi­ci­liare e un man­dato di accom­pa­gna­mento coat­tivo per inter­ro­gare l’impu­tata. Circa un anno dopo, prima metà di luglio 2024, il pg Pagani pro­muove l’accusa con­tro la donna per ten­tata estor­sione, ten­tata e con­su­mata coa­zione, dif­fa­ma­zione e ingiu­ria. Il pro­cesso viene cele­brato presso la pre­tura penale di Bel­lin­zona il 13.5.2025: la giu­dice Elet­tra Orsetta Ber­na­sconi Matti acco­glie le ipo­tesi di reato for­mu­late da Pagani e con­danna la donna a 90 giorni di deten­zione, sospesi con la con­di­zio­nale per con­sen­tire la con­ti­nua­zione del trat­ta­mento psi­chia­trico ambu­la­to­riale, per ten­tata estor­sione, coa­zione ten­tata e con­su­mata, dif­fa­ma­zione e ingiu­ria ai danni del con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali e della gran­con­si­gliera Simona Genini. Degna di nota la frase pro­nun­ciata dal pro­cu­ra­tore gene­rale durante il suo inter­vento in aula, che valida l’inte­resse pub­blico della vicenda: “Se tutto que­sto non costi­tui­sce un’estor­sione, credo che di estor­sioni a danno di poli­tici in Ticino non ne vedremo più”.

L’altra donna indi­cata nell’e-mail del 7.9.2021 quale pre­sunta vit­tima di reati con­tro l’inte­grità ses­suale, balza agli onori della cro­naca di recente, cioè a giu­gno di quest’anno. Si tratta della madre del 14enne dete­nuto per oltre un mese al car­cere giu­di­zia­rio della Farera. Deten­zione che suscita l’inter­vento vee­mente del con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali, cono­scente della donna e del ragazzo, allora respon­sa­bile poli­tico di magi­stra­tura e poli­zia (per via dell’arroc­chino leghi­sta dell’estate 2025), ma non delle car­ceri.

Zali con­voca una riu­nione urgente per esi­gere la scar­ce­ra­zione del 14enne dete­nuto alla Farera. L’incon­tro si svolge il 9 giu­gno nel suo uffi­cio, in pre­senza della magi­strata dei mino­renni Fabiola Gnesa, della diret­trice della Divi­sione della giu­sti­zia Frida Andreotti, del diret­tore delle strut­ture car­ce­ra­rie can­to­nali Ste­fano Laf­fran­chini, non­ché della diret­trice medica del Ser­vi­zio di medi­cina peni­ten­zia­ria dell’Eoc Teresa Sala­mone. Sul sud­detto incon­tro viene in seguito aperto, come svela laRe­gione, un pro­ce­di­mento penale coor­di­nato dal pg. Le ipo­tesi di reato con­te­state dalla Pro­cura sono l’abuso di auto­rità e la ten­tata coa­zione. Viene inol­tre atti­vata l’alta vigi­lanza da parte del Gran Con­si­glio. Le inda­gini sono tut­tora in corso.

Cin­que anni dopo

Il 9 mag­gio di quest’anno Sabrina anti­cipa, tra­mite un’e-mail, a Simona Genini (che l’aveva que­re­lata per il reato di abuso di impianti di tele­co­mu­ni­ca­zione, arti­colo 179 sep­ties del Codice penale) la let­tera che inten­deva con­se­gnare a Pagani durante il ver­bale pre­vi­sto per il 18.5. La let­tera viene inol­trata al pg qual­che giorno prima del ver­bale di Sabrina, ovvero il 15.5, dall’avvo­cato patro­ci­na­tore di Genini, Edy Sal­mina, quale alle­gato all’incarto. Nel testo la 52enne torna su quanto segna­lato nell’email di set­tem­bre 2021 in merito ai pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale. Aggiunge poi una segna­la­zione rela­tiva a una tele­fo­nata quan­to­meno ano­mala inter­corsa tra la giu­dice Rosa Item e il con­si­gliere di Stato Zali. La comu­ni­ca­zione, vero­si­mil­mente avve­nuta durante l’estate 2024, pro­prio nei giorni in cui vi fu il rin­vio a giu­di­zio della donna denun­ciata dallo stesso Zali e da Simona Genini per ten­tata estor­sione, ten­tata e con­su­mata coa­zione, dif­fa­ma­zione e ingiu­ria, da quanto appu­rato da laRe­gione, dovrebbe ora essere al vaglio del Con­si­glio della magi­stra­tura (Cdm).

Un altro pseu­do­nimo

Il 26.6 viene con­se­gnata una let­tera sot­to­scritta da uno pseu­do­nimo fem­mi­nile (non da Sabrina, però) a un gran­con­si­gliere dell’Udc con alle­gata l’e-mail del 7.9.2021 con­te­nente la segna­la­zione su pre­sunti reati ses­suali com­messi da Clau­dio Zali. Il 3 luglio il depu­tato demo­cen­tri­sta con­se­gna la let­tera e il docu­mento alle­gato alla sot­to­com­mis­sione finanze. Il 13 luglio Sabrina pub­blica sul pro­prio pro­filo social i famosi file audio con le regi­stra­zioni delle sue con­ver­sa­zioni tele­fo­ni­che con Zali risa­lenti agli anni 2022-2023, quelle dei “riem­pila di botte”; “io l’ho pestata, va bene?”; “chiamo il mio amico di Milano…”. Il 17 luglio, tra­mite una let­tera, i pre­si­denti di Cen­tro, Plr e Ps chie­dono delle spie­ga­zioni a Zali sui file audio. Il 23 luglio Sabrina viene con­vo­cata a ver­bale.

Il pg è assente per ferie: la 52enne viene sen­tita in qua­lità di testi­mone per oltre sei ore dalla Poli­zia giu­di­zia­ria. Durante l’inter­ro­ga­to­rio Sabrina riba­di­sce la segna­la­zione di set­tem­bre 2021 a carico di Clau­dio Zali per pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale, ma nei con­fronti di una sola vit­tima (la mamma del 14enne). For­ni­sce una det­ta­gliata testi­mo­nianza, che va ad aggiun­gersi a del mate­riale pro­ba­to­rio con­se­gnato al Mini­stero pub­blico a metà giu­gno 2026 (una chia­vetta usb). Al ter­mine dell’inter­ro­ga­to­rio la Pro­cura decide – senza dira­mare alcuna comu­ni­ca­zione – di aprire un pro­ce­di­mento penale a carico di Zali per reati ses­suali ai sensi degli arti­coli 191 e 193 del Codice penale.

Sia il con­si­gliere di Stato leghi­sta, sia la pre­sunta vit­tima ven­gono sen­titi nei giorni suc­ces­sivi: il primo nega qual­si­vo­glia respon­sa­bi­lità di natura penale; la donna rinun­cia a costi­tuirsi accu­sa­trice pri­vata e si disin­te­ressa del pro­ce­di­mento. Siamo a ini­zio ago­sto, i giorni in cui Sabrina denun­cia di essere stata aggre­dita da ignoti durante la notte a Melide. Sem­pre a Melide, il 18 ago­sto, viene ritro­vato il suo corpo privo di vita nelle acque del Cere­sio. Sulla pre­sunta aggres­sione e sulla morte di Sabrina sono in corso le inda­gini: dai risul­tati par­ziali delle ana­lisi autop­ti­che la Pro­cura tende finora a esclu­dere l’inter­vento di terzi quale con­causa del decesso. Decesso per il quale pre­vale, a oggi, l’ipo­tesi dell’anne­ga­mento.

No com­ment

Nel frat­tempo diven­tano sem­pre più insi­stenti le voci che par­lano di un secondo pro­ce­di­mento penale a carico di Zali, non con­fer­mato però dal Mini­stero pub­blico, che a domande espli­cite della stampa risponde: “No com­ment”. Ciò va avanti fino al 27 ago­sto, giorno in cui laRe­gione pub­blica in prima pagina l’edi­to­riale ‘Dieci domande al pro­cu­ra­tore gene­rale’. Il 27 ago­sto è anche il giorno in cui a Bel­lin­zona, al mat­tino pre­sto, com­pare una scritta sul muro sotto il governo con la frase “Un altro fem­mi­ni­ci­dio”, allu­dendo alla morte di Sabrina. Lo stesso 27 ago­sto prende la parola il Con­si­glio della magi­stra­tura: tra­mite un comu­ni­cato qua­li­fica le domande de laRe­gione un “nuovo ingiu­sti­fi­cato attacco nei con­fronti della magi­stra­tura”. Magi­stra­tura che, stando al Cdm, “ha svolto e sta svol­gendo le atti­vità istrut­to­rie che le vicende evo­cate richie­dono”.

Sem­pre il 27 ago­sto la sot­to­com­mis­sione giu­sti­zia, nell’ambito dell’eser­ci­zio dell’alta vigi­lanza in cui è con­fluita pure la sot­to­com­mis­sione finanze, inol­tra al Cdm la let­tera rice­vuta il 3.7 dal depu­tato Udc, quella con­cer­nente la segna­la­zione del 7.9.2021 che Sabrina aveva inviato per email al pg e in cui rife­riva dei pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale com­piuti da Zali ai danni di due donne. Segna­la­zione che, stando alle recenti dichia­ra­zioni rila­sciate da Pagani, “non con­te­neva suf­fi­cienti indizi di reato tali da per­met­termi di aprire un pro­ce­di­mento”. L’ope­rato del pro­cu­ra­tore gene­rale Andrea Pagani, per quel che riguarda la gestione della segna­la­zione del 2021, è ora al vaglio del Con­si­glio della magi­stra­tura.

Il 28 ago­sto il pro­cu­ra­tore gene­rale informa l’Uffi­cio pre­si­den­ziale del Gran Con­si­glio (Up) dell’esi­stenza di un secondo pro­ce­di­mento penale a carico di Clau­dio Zali, ma senza alcuna spe­ci­fi­ca­zione. Il 31 ago­sto laRe­gione rifor­mula le sue domande all’atten­zione del Mini­stero pub­blico tra­mite un’e-mail spe­dita alle 16:02. La rispo­sta della Pro­cura, con­fer­mando l’aper­tura del pro­ce­di­mento penale a carico di Zali per pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale, giunge in reda­zione con un’email lunedì 1.9 alle 14:11. Poco prima il pg comu­nica all’Up, tra­mite un’altra e-mail, la sua inten­zione, aval­lata dall’arti­colo 74 del Codice di pro­ce­dura penale, di rispon­dere alle domande poste da laRe­gione.

Il 2 set­tem­bre il Con­si­glio di Stato toglie a Clau­dio Zali tutte le com­pe­tenze riguar­danti la dire­zione del Dipar­ti­mento del ter­ri­to­rio fino alla fine di set­tem­bre, ovvero fino alla data in cui le sue dimis­sioni diver­ranno effet­tive. Lo stesso 2 set­tem­bre, prima della con­fe­renza stampa gover­na­tiva, Zali dif­fonde un comu­ni­cato in cui afferma di non con­di­vi­dere “la deci­sione del Mini­stero pub­blico di con­fer­mare pub­bli­ca­mente l’esi­stenza del pro­ce­di­mento prima di abban­do­narlo, cedendo alle pres­sioni di certa stampa”. Aggiunge, infine, di restare “in attesa della chiu­sura nelle pros­sime set­ti­mane di que­sto infon­dato pro­ce­di­mento”.

Nell’immagine: c’è chi attende (o pre­tende) di potersi lasciare il pas­sato alle spalle


L’Onu: IA minaccia globale. Ma Trump frena la regolazione: “Sono io l’argine che serve”

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di Francesco Manacorda, La Repubblica

È un allarme globale, anche se con motivazioni spesso diverse le une dalle altre, che parte dalle Nazioni Unite, risuona con accenti particolari in Cina, passa dal Canada, coinvolge voci dell’industria tecnologica e viene minimizzato – e anche questo ha un significato – soprattutto da Donald Trump. Il rischio di un’intelligenza artificiale sempre più capace e difficile da controllare spaventa ormai governi e imprese. E dopo che la scorsa settimana il numero uno di Anthropic, Dario Amodei, ha chiesto di rallentare la corsa dei modelli più avanzati, alla sua voce se ne aggiungono molte altre.

La questione arriverà la prossima settimana direttamente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove è prevista una riunione dedicata all’intelligenza artificiale e alla sicurezza in occasione dell’assemblea generale. La Francia, presidente di turno, ha fatto sapere che l’AI sarà «in cima all’agenda» e che il confronto riguarderà anche la «minaccia esistenziale che l’AI potrebbe rappresentare per l’umanità».

Intanto l’Alto commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha chiesto ieri a Stati e imprese un’«azione urgente» per governare i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati, di fronte a quelli che definisce «rischi senza precedenti». Türk mette in fila pericoli concreti. Sistemi agentici, capaci cioè di eseguire autonomamente sequenze di operazioni, potrebbero interrompere le comunicazioni, bloccare servizi essenziali, colpire infrastrutture critiche e rendere più veloci gli attacchi informatici. Sul fronte militare l’AI sta già ampliando, secondo l’Onu, velocità e dimensione dei conflitti. E l’autoregolamentazione non basta: «Nessun Paese può regolare da solo questa tecnologia» e nessuna impresa dovrebbe decidere autonomamente quali rischi possa accettare il resto del mondo.

Dal Canada il premier Mark Carney, ormai tra le figure occidentali che più apertamente rivendicano un coordinamento multilaterale in alternativa a Trump, prova a trasformare l’allarme in un meccanismo concreto. Vuole un «Technology Stability Board», organismo permanente per la sicurezza tecnologica sulal falsariga di quello che si occupa della stabilità finanziaria. «C’è bisogno di coordinamento», dice Carney, pensando a un forum che confronti le regole nazionali, verifichi i rischi dei modelli più potenti e costruisca standard comuni.

Ma è in Cina che sicurezza e competizione geopolitica si intrecciano nel modo più evidente. Il ministro della Sicurezza di Stato Chen Yixin ha appena firmato sulla rivista ufficiale China Cyberspace un lungo articolo dal titolo, più che esplicito, «Costruire una barriera completa per la sicurezza dell’intelligenza artificiale». Il testo è stato pubblicato domenica e rilanciato ieri dalla stampa cinese: non è dunque una risposta diretta ad Amodei, ma la coincidenza dei tempi è significativa. Chen definisce l’AI contemporaneamente il «campo di battaglia principale» della competizione tecnologica globale e una nuova fonte di rischi per la sicurezza nazionale. Tra i pericoli indicati anche quello di un monopolio tecnologico Usa: senza nominare direttamente Washington, Chen accusa alcuni Paesi di utilizzare la sicurezza nazionale per limitare l’accesso al calcolo avanzato e ai chip, imporre controlli tecnologici e costruire ecosistemi chiusi. Pechino chiarisce però che di fermarsi non se ne parla. Chen vuole più sicurezza ma anche più velocità nella gara con gli Usa.

Trump ragiona, a parti invertite, nello stesso modo. Respinge l’idea di nuovi vincoli e parla di una «cospirazione malata» contro l’intelligenza artificiale e i data center. «L’unico controllo o “guardrail” di cui l’AI ha bisogno è un presidente forte e intelligente, con un quoziente intellettivo elevato, e gli Stati Uniti ne hanno uno, eccome», ha scritto su Truth Social, autoelogiandosi e ribadendo il rifiuto di limitare lo sviluppo di un settore nel quale lui stesso e i suoi familiari hanno interessi e investimenti finanziari. Per la Casa Bianca rallentare significherebbe concedere spazio alla Cina.

E di fronte a questa corsa al riarmo cibernetico da parte delle due superpotenze mondiali qualsiasi tentativo di regolazione rischia di rimanere solo una dichiarazione d’intenti.


«West Bank, progetto di eliminazione». L’accusa di B’Tselem

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di Michele Giorgio , il manifesto

Mentre le autorità militari e governative israeliane lanciano attacchi durissimi al film documentario Naza, B’Tselem ha reso pubblico ieri un rapporto sulla Cisgiordania dal titolo «The Elimination Project», in cui sostiene che l’occupazione israeliana non si stia limitando a controllare il popolo palestinese. Piuttosto, opera per rendere impossibile la sua permanenza sulla terra.

L’ONG, CHE DA QUASI 40 anni denuncia e riferisce le violazioni dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, spiega che «eliminazione» indica il «danno prolungato alle condizioni materiali, sociali e politiche» che consentono ai palestinesi di esistere come popolo: la terra, la lingua, la cultura, i legami sociali, la leadership, la memoria condivisa e la possibilità di immaginare il futuro. Dalla fine del 2022, riferisce l’ong, e soprattutto da ottobre 2023, questo processo si è accelerato e ha assunto un carattere più apertamente violento.

I palestinesi vivono sotto la minaccia costante di soldati e milizie di coloni armati. Dal 7 ottobre 2023, Israele ha ucciso 1.107 palestinesi, tra cui 245 bambini. Fattorie e avamposti di coloni sostenuti dallo Stato si impadroniscono di vaste aree, espellono comunità e chiudono lo spazio palestinese.

Il rapporto individua cinque meccanismi che si rafforzano a vicenda: violenza e intimidazione, restrizioni alla libertà di movimento, strangolamento economico, distruzione sociale e politica, pulizia etnica e conquista territoriale.

Non si tratta, sostiene B’Tselem, di processi indipendenti. Tutto fa parte, sottolinea il rapporto, di un progetto ben preciso. Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta riguarda proprio la violenza dei coloni sostenuti da esercito e governo. Soldati, coloni armati e squadre di sicurezza degli insediamenti coloniali costituiscono «un unico apparato di violenza», scrive l’ong. Gli attacchi, aggiunge, possono avvenire accanto ai soldati, con armi, equipaggiamenti e infrastrutture forniti dalle autorità, e in «quasi totale impunità».

OLTRE 2MILA testimonianze documentano l’impatto sulla vita quotidiana di questo sistema. Ismail Odeh, 41 anni, padre di tre figli del campo profughi di Deir ‘Ammar, vicino a Ramallah, ha descritto come le severe restrizioni ai movimenti dei civili gli rendano difficile accedere alle cure oncologiche e recarsi al lavoro.

Samir Fadel, quarantenne e padre di sei figli di Khirbet a-Twayel, ha raccontato l’aggressione subita da lui e dal figlio per mano di alcuni coloni, il suo arresto e l’espulsione della sua famiglia. Talat Ziyadah, dell’ospedale Rafidya di Nablus, ha descritto la difficile situazione del personale infermieristico, che non riceve lo stipendio, e il collasso dei servizi sanitari in Cisgiordania a causa dei fondi palestinesi bloccati da Israele. W.R., madre di un bambino, ha raccontato come le drastiche restrizioni alla circolazione in Cisgiordania, introdotte dopo il 7 ottobre, abbiano sconvolto la vita della sua famiglia e l’abbiano costretta a trasferirsi a Ramallah. Il controllo dei movimenti, osserva B’Tselem, rende incerti anche gli atti più ordinari: andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, raggiungere un ospedale, coltivare la terra, incontrare familiari e amici. L’obiettivo è produrre una condizione di precarietà permanente.

IL CAPITOLO più serio, scrive B’Tselem, è quello della «pulizia etnica». Dal 2023, 64 comunità palestinesi sono state costrette a lasciare le proprie case. Gli insediamenti e gli avamposti coloniali continuano a espandersi, mentre la popolazione palestinese viene spinta verso spazi sempre più frammentati. La perdita della terra non è un effetto collaterale. Piuttosto, è uno degli strumenti attraverso cui il progetto si realizza: sottrae risorse, interrompe la continuità territoriale e rende più difficile ricostruire una vita comunitaria. Non a caso, una grande leva è quella economica. Dal 2023, spiega B’Tselem, Israele ha ridotto le opportunità di lavoro, danneggiato infrastrutture civili e agricole, irrigidito il controllo sulle risorse e sul sistema bancario e indebolito la capacità delle istituzioni palestinesi di fornire servizi essenziali.

B’Tselem collega esplicitamente questa politica alle dichiarazioni del ministro delle finanze e responsabile degli insediamenti, Bezalel Smotrich. Nel settembre 2025, Smotrich aveva affermato di voler impiegare «ogni mezzo possibile» per impedire la nascita di uno Stato palestinese, anche provocando il collasso dell’Autorità nazionale palestinese con lo «strangolamento economico».

NEL RAPPORTO, L’ONG considera il cosiddetto «Piano decisivo», pubblicato da Smotrich nel 2017, un documento chiave perché offre ai palestinesi solo tre possibilità: vivere sotto la supremazia ebraica rinunciando alle rivendicazioni nazionali, lasciare il territorio oppure affrontare una repressione violenta se avessero resistito. Il rapporto dedica spazio alla distruzione della vita sociale, politica e dell’istruzione.

Yuli Novak, direttrice di B’Tselem, chiede con forza agli Stati e alle istituzioni mondiali di usare «tutti i mezzi a loro disposizione secondo il diritto internazionale» per proteggere i palestinesi. L’esercito israeliano ha risposto al rapporto affermando che qualsiasi accusa di voler eliminare i palestinesi come popolo è «falsa, infondata e palesemente lontana dalla realtà».

Nell’immagine: una terra occupata a Beit Sahour


La Svizzera rinuncia al programma europeo Copernicus – con quali implicazioni?

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di Michèle Scherer, tvsvizzera.it

Copernicus è il principale programma dell’Unione Europea (UE) per l’osservazione della Terra. Una dozzina di satelliti monitora costantemente il pianeta, raccogliendo dati quasi in tempo reale su terre emerse, mari, oceani e atmosfera.

Queste informazioni possono essere utilizzate, ad esempio, per determinare il livello di siccità dei suoli e delle foreste, seguire l’evoluzione dei ghiacciai e delle coste, oppure misurare la concentrazione di polveri fini nell’aria.

Perché la Svizzera non vi partecipa?

La Svizzera non è membro del programma Copernicus. Vi partecipano tutti i 27 Stati dell’UE, oltre a diversi Paesi non membri, tra cui Norvegia, Islanda e Regno Unito. Nel mese di giugno, il Consiglio federale ha confermato la decisione di non richiedere l’adesioneCollegamento esterno, citando la difficile situazione delle finanze pubbliche. Secondo le stime, partecipare a Copernicus costerebbe alla Svizzera circa 48 milioni di franchi all’anno.

La Svizzera può comunque utilizzare i dati gratuiti

Poiché gran parte dei dati climatici grezzi di Copernicus è disponibile gratuitamente, la Svizzera può accedervi anche senza essere membro del programma. È quanto avviene già oggi, ad esempio, per il monitoraggio nazionale della siccità. Ogni cinque giorni i satelliti di Copernicus analizzano la superficie terrestre e misurano, tra le altre cose, la quantità di luce infrarossa riflessa dalla vegetazione. Ciò consente di individuare lo stress idrico delle foreste ancor prima che le foglie mostrino cambiamenti visibili di colore. I dati vengono utilizzati in Svizzera anche per monitorare i pericoli naturali, ad esempio per individuare tempestivamente possibili frane e crolli rocciosi.

Nessuna possibilità di influenzare il programma

Non essendo un Paese membro, la Svizzera non può partecipare alle decisioni sullo sviluppo futuro del programma. Ciò riguarda, ad esempio, la definizione dei metodi di misurazione e degli standard. La Confederazione non ha quindi voce in capitolo nella scelta dei dati che saranno raccolti in futuro né nella progettazione di determinati servizi.

Questo aspetto potrebbe essere particolarmente rilevante per temi come i pericoli naturali nelle Alpi. Con un’adesione al programma, la Svizzera potrebbe infatti contribuire ad adattare maggiormente Copernicus alle esigenze delle regioni alpine, ad esempio per l’osservazione dei ghiacciai o dei movimenti della montagna.

I costi economici della non adesione

La mancata adesione ha anche conseguenze economiche. Copernicus assegna infatti commesse, ad esempio nel settore della tecnologia satellitare o a imprese che sviluppano nuove applicazioni a partire dai dati raccolti dai satelliti. In linea di principio, le aziende e gli istituti di ricerca svizzeri non possono partecipare a questi bandi.

Secondo uno studio Collegamento esternocommissionato dalla Confederazione, la Svizzera perde così ogni anno opportunità contrattuali per un valore di circa 35 milioni di franchi. Non si tratta soltanto della costruzione di satelliti: potrebbero beneficiarne anche aziende informatiche e imprese specializzate nello sviluppo di nuovi prodotti e servizi basati sui dati satellitari.

Cosa succederà in futuro?

Con la sua decisione di giugno, il Consiglio federale ha escluso la partecipazione della Svizzera al programma per il periodo 2028-2034. Il Governo prevede di riesaminare la questione nel 2032.

Tuttavia, il Parlamento potrebbe ancora influenzare questa decisione. Attualmente è pendente una mozione che chiede al Consiglio federale di avviare rapidamente negoziati per l’adesione della Svizzera a Copernicus. La mozione è stata approvata dal Consiglio nazionale nel mese di giugno; ora spetta al Consiglio degli Stati pronunciarsi sulla proposta.

Nell’immagine: una visualizzazione tridimensionale del ghiacciaio dell’Aletsch nelle Alpi svizzere, realizzata sulla base di un’immagine acquisita da uno dei satelliti Copernicus Sentinel-2 il 15 giugno 2021


IA, perché le Big Tech dicono di fermarsi ma poi non lo fanno?

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di Federico Ferrazza, La Repubblica

C’è un aspetto curioso di questa narrazione apocalittica dell’intelligenza artificiale. E cioè che chi ha creato il problema e ci ricorda che le sue tecnologie potrebbero mettere fine all’umanità, ora vuole pure risolvere il problema: “Avete fatto male a fidarvi di noi, ma ora fatelo”. È questo il senso dell’appello di sabato del fondatore di Anthropic, Dario Amodei. Un messaggio subito sottoscritto da Sam Altman di OpenAI e Elon Musk di xAI.

Ma la domanda più semplice a cui non stanno rispondendo le Big Tech dell’intelligenza artificiale è: se l’IA è così pericolosa per l’umanità, perché non vi fermate invece di parlare e scrivere lettere accorate da mesi? A guardare i fatti, la risposta è altrettanto semplice: non vogliono. Lo provano i continui rilasci di modelli sempre più potenti. Una decina di giorni fa, per esempio, OpenAI ha messo sul mercato GPT6 Astra, “il modello più capace mai distribuito su larga scala” che “può individuare vulnerabilità di sicurezza finora sconosciute e sviluppare nuovi modi per sfruttarle”, come si legge nei documenti della stessa azienda. Non certamente una mossa che denota l’intenzione di fermarsi.

Allora perché mostrarsi così interessati alle sorti del genere umano e poi non fare nulla? Sono sei le ragioni, molto concrete e poco ideali, che lo spiegano.

1. Le Big Tech non competono per vendere un prodotto, lo fanno per non perdere un primato. Come ci insegna la storia dell’economia digitale, infatti, non c’è mai spazio per troppi concorrenti. Il più bravo o forte si prende tutto. È successo con l’e-commerce, i motori di ricerca, i social, le piattaforme di streaming e così via. Se Google rallenta, quindi, Microsoft può accelerare. Se OpenAI si ferma, Anthropic può continuare. Se le aziende americane si prendono una pausa, quelle cinesi non lo fanno. È il dilemma del prigioniero: tutti potrebbero avere interesse collettivo a rallentare, ma nessuno vuole essere il primo.

2. La corsa all’IA non è più una scommessa da qualche miliardo di dollari. È diventata una gigantesca infrastruttura industriale: data center, chip, energia, cloud, assunzioni, acquisizioni, ricerca. E più investi, più hai bisogno che la scommessa funzioni. Un’azienda che ha costruito enormi capacità di calcolo e ha speso decine di miliardi nello sviluppo dei modelli non può semplicemente dire: “Forse ora è meglio fermarsi”. È quella che si chiama dipendenza dal percorso intrapreso.

3. Gli Usa non vedono l’IA soltanto come un mercato. La considerano giustamente una tecnologia strategica, come lo sono stati in passato il nucleare o lo Spazio. La competizione con la Cina rende molto difficile immaginare uno stop unilaterale. E questo produce una situazione paradossale: le aziende possono chiedere regole più severe, ma contemporaneamente hanno incentivi enormi a continuare a correre.

4. Quando emerge un problema — errori, sicurezza, cyberattacchi, uso improprio — la risposta dell’industria raramente è: fermiamoci. È: costruiamo un modello migliore. Il ragionamento è: il modello attuale è rischioso? Il prossimo sarà più affidabile. Il modello è vulnerabile? Facciamolo più robusto.

5. Se esistesse la certezza che l’IA produrrà soltanto qualche software più efficiente, probabilmente sarebbe più facile stabilire dei limiti. Ma le aziende — e gli investitori — vedono la possibilità che l’IA diventi una tecnologia capace di modificare produttività, ricerca scientifica, medicina, industria e servizi. Tutto, insomma. Oggi non sanno se stanno costruendo una nuova Internet, una nuova elettricità o una nuova rivoluzione industriale. Ma proprio perché non lo sanno, nessuno vuole davvero essere quello che si ferma prima di scoprirlo.

6. Infine, c’è una ragione che negli ultimi mesi sta preoccupando, e non poco, le aziende americane. I modelli cinesi sono un po’ meno performanti ma costano decisamente di meno. Risultato? Si stanno diffondendo rapidamente, anche negli Usa. Questo fa sì che un rallentamento, e quindi minori investimenti nel breve su modelli più potenti, non sarebbe un danno. E consentirebbe alle Big Tech statunitensi di essere più competitive con quelle di Pechino.

Nell’immagine: Dario Amodei


El Niño stravolge l’autunno e l’inverno nel pianeta: ecco le previsioni e le conseguenze sull’Italia

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di Giampiero Maggio, La Stampa

Un autunno probabilmente più caldo della norma, un inverno europeo che parte con un segnale netto verso temperature miti e un El Niño destinato a raggiungere il massimo proprio fra novembre e l’inizio dell’inverno. È il quadro che emerge dagli ultimi modelli stagionali disponibili per l’Italia e l’Europa. Ma con un’avvertenza fondamentale: una previsione stagionale non dice che tempo farà a Torino, Milano o Roma il 15 dicembre. Indica soltanto quale tipo di stagione ha maggiore probabilità di verificarsi rispetto alla climatologia. Ed è proprio su questa distinzione che insistono tutti i principali centri meteorologici internazionali.

Temperature oltre la media

Il grande protagonista sarà El Niño. L’Organizzazione meteorologica mondiale prevede per settembre-novembre un’anomalia media della temperatura del Pacifico nella regione Niño 3.4 di circa +3,6 °C, con il massimo dell’intensificazione atteso tra novembre e dicembre. La probabilità che il fenomeno persista durante l’intero inverno meteorologico, dicembre-febbraio, è vicina al 100%. La NOAA statunitense va ancora oltre: nell’aggiornamento del 10 settembre assegna una probabilità superiore al 90% che El Niño diventi “molto forte” durante autunno e inverno. Nel Pacifico orientale sono già state osservate anomalie superficiali superiori a 3 °C e, sotto la superficie, in alcune aree oltre 10 °C rispetto alla norma.

Italia: un autunno ancora caldo

Per l’Italia il primo segnale robusto riguarda le temperature. Il CNR, sulla base delle proiezioni Copernicus, indica per settembre-novembre temperature stagionali elevate su gran parte dell’Europa, Italia compresa. Ma mette in guardia dal tradurre automaticamente questa indicazione in “tre mesi continuamente caldi”: all’interno di una stagione sopra media possono comunque verificarsi irruzioni fredde e periodi più freschi. Ancora più dettagliate le proiezioni di ARPA Piemonte, basate su nove modelli internazionali del sistema Copernicus. Per settembre tutti i modelli indicano temperature superiori alla norma sull’Europa centro-meridionale; a ottobre oltre tre quarti continuano a prevedere condizioni più calde della media. A novembre il segnale caldo torna a rafforzarsi: più della metà dei modelli prospetta temperature molto superiori ai valori climatologici. Sul fronte delle piogge lo scenario è più delicato. Il Mediterraneo arriva dall’estate con temperature dell’acqua eccezionalmente elevate, quindi con una grande quantità di energia e umidità potenzialmente disponibili per l’atmosfera. ARPA Piemonte vede la possibilità di precipitazioni autunnali significative sull’area mediterranea. Ma il CNR invita alla prudenza: un mare molto caldo non provoca automaticamente nubifragi. Servono contemporaneamente instabilità atmosferica, sollevamento dell’aria, convergenza dei venti e forte trasporto di umidità. Quando queste condizioni si verificano, però, il calore del mare può amplificare l’intensità delle precipitazioni.

E l’inverno italiano?

Qui l’incertezza aumenta. Copernicus ha appena pubblicato il primo segnale per dicembre-febbraio: l’inverno europeo è favorito verso condizioni più miti della media praticamente su tutte le terre emerse del continente. Per le precipitazioni, invece, Copernicus vede un inverno mediamente più piovoso su buona parte dell’Europa, ma il segnale si indebolisce proprio ai margini meridionali e settentrionali del continente. E l’Italia si trova in quella fascia mediterranea dove la previsione delle precipitazioni conserva un’incertezza maggiore. Tradotto: oggi è scientificamente ragionevole parlare di un inverno italiano con maggiori probabilità di temperature sopra la media, ma non è ancora possibile affermare se sarà nel complesso più piovoso, più secco o più nevoso. E soprattutto un inverno mite non significa assenza di neve o di gelo. Una media stagionale elevata può convivere con singole ondate fredde anche intense. Le previsioni stagionali non hanno la capacità di stabilire con mesi di anticipo quando arriverà una colata artica o quanta neve cadrà sulle Alpi e sugli Appennini.

Europa: mite, ma più perturbata al Centro-Nord

Il quadro diventa più definito spostandosi verso il Centro e il Nord Europa. Copernicus vede per l’inverno temperature superiori alla media quasi ovunque e precipitazioni superiori alla norma in buona parte delle fasce centrali del continente. Il Met Office individua già per l’autunno un aumento del rischio di condizioni calde, umide e ventose sul Regno Unito: la probabilità di un autunno caldo e piovoso viene stimata circa una volta e mezza-due volte superiore alla climatologia. Storicamente i grandi El Niño tendono infatti a favorire, tra fine autunno e inizio inverno, condizioni più miti, piovose e perturbate sull’Europa nord-occidentale. «El Niño è soltanto uno dei diversi fattori che influenzano il nostro clima», precisa però il capo meteorologo del Met Office Ian Lisk. Anche un evento eccezionalmente forte «non significa automaticamente impatti più gravi». La ragione è che sull’Europa entrano in gioco anche l’Atlantico settentrionale, la corrente a getto, la NAO, la stratosfera e la situazione dell’Artico. Basta che uno di questi elementi cambi configurazione perché il segnale di El Niño venga amplificato, deviato o parzialmente cancellato.

Nel mondo: la firma di El Niño sarà molto più netta

Lontano dall’Europa gli effetti sono invece statisticamente più riconoscibili. L’OMM prevede per l’autunno una classica impronta da forte El Niño: aumento del rischio di siccità in alcune aree dell’Indonesia, dell’Australia e dell’Asia meridionale e condizioni più piovose in altre zone del Pacifico e del Sudamerica. (World Meteorological Organization ) Il Met Office segnala inoltre un rischio più alto di siccità nell’Africa australe e nell’Australia nord-orientale, mentre il segnale di El Niño tende a favorire piogge più abbondanti sulle coste occidentali del Sudamerica e, durante l’inverno boreale, nella fascia meridionale degli Stati Uniti. (Met Office ) E poi c’è la temperatura globale. El Niño trasferisce una parte del calore accumulato nel Pacifico verso l’atmosfera. Il suo massimo è previsto alla fine del 2026, ma una parte dell’effetto sulle temperature globali si manifesta normalmente nei mesi successivi. Per questo il Met Office considera molto probabile che il 2027 possa superare il 2024 come anno più caldo mai osservato. (Met Office ) Il punto, dunque, non è immaginare un autunno senza freddo o un inverno senza neve. Le proiezioni non dicono questo. Dicono qualcosa di più preciso: la bilancia delle probabilità si sta spostando verso un autunno italiano più caldo della norma e verso un inverno europeo complessivamente mite, mentre un El Niño eccezionalmente intenso aumenta la possibilità di forti anomalie nelle precipitazioni su diverse regioni del pianeta. Per sapere invece dove cadrà la neve, quando arriveranno le irruzioni fredde e quali zone italiane saranno colpite dalle piogge più intense bisognerà aspettare. A quella scala, il clima stagionale lascia il posto al meteo. E oggi nessun modello serio può spingersi così lontano.


La donna trovata morta nel lago temeva che Zali volesse vendicarsi

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di Enrico Kampmann, Die Wochenzeitung

La donna bionda tira una boccata dal suo riscaldatore di tabacco. Il posacenere sul tavolo si riempie di filtri mentre lei racconta di una serata del febbraio 2017: Claire Bianchi [nome di fantasia, ndr] aveva bevuto due bicchieri nel bar di una conoscente e poi si era recata dal suo amante in un villaggio sopra Lugano. Bianchi voleva chiarire una lite. Aveva raccontato a un’altra delle sue amanti dettagli privati su di lui e da allora lui non rispondeva più al telefono.

Non si sarebbe mai aspettata ciò che è successo davanti alla sua porta di casa. «Ha aperto la porta, mi ha afferrata per il colletto, mi ha scaraventata a terra e ha chiuso la porta. Poi mi ha sballottata da una parte all’altra e mi ha sbattuto ripetutamente le gambe contro le pareti», racconta mostrando una foto in cui si vede una gamba graffiata con un grosso ematoma. Poi il suo cellulare emette un bip.

L’avvocato della Bianchi le ha inviato un articolo appena pubblicato sul «Corriere del Ticino». Secondo quanto riportato, la Procura del Ticino avrebbe avviato un procedimento penale contro il consigliere di Stato Claudio Zali per presunti reati contro l’integrità sessuale. Zali è l’uomo di cui la Bianchi ha appena parlato. La donna, sulla cinquantina, afferma di aver avuto una relazione con lui per otto anni e mezzo. A confermare la sua dichiarazione ci sono un contratto d’affitto del 2023 firmato da entrambi, e numerosi messaggi. Si erano conosciuti in occasione di un evento della Lega dei Ticinesi, partito populista di destra di cui Zali fa parte.

Un corpo senza vita

La vicenda che coinvolge Claudio Zali tiene il Ticino con il fiato sospeso da mesi, con accuse sempre nuove che vengono alla luce. Il tragico culmine è stato raggiunto il 18 agosto, quando sulle rive del lago a Melide è stato rinvenuto il corpo senza vita di una donna di 52 anni che galleggiava nell’acqua. Come si è scoperto poco dopo, si trattava di Valentina Lombardi [nome di fantasia per la persona che in Ticino viene comunemente chiamata Sabrina, ndr] – un’ex amante di Zali.

Lo scandalo che ha coinvolto il 64enne Zali era esploso a metà luglio, quando su un account Instagram anonimo erano apparse delle registrazioni audio risalenti agli anni 2022 e 2023. L’account apparteneva alla Lombardi. Nelle registrazioni si sente la voce di Zali. Parlando con la Lombardi di un’altra donna, dice: «Dalle una lezione. […] Quando è venuta a casa mia, l’ho picchiata». Zali si riferisce alla serata con Claire Bianchi descritta sopra. All’epoca la Bianchi aveva sporto denuncia, come dimostra un documento in possesso della WOZ, ma pochi giorni dopo l’aveva ritirata. «Ero innamorata e mia madre era appena morta. Nonostante tutto quello che avevo passato, non volevo restare sola», spiega oggi motivando la sua decisione.

In una dichiarazione rilasciata alla WOZ, Claudio Zali scrive che la Bianchi si era presentata a casa sua di notte e senza preavviso. «Mi sono limitato ad allontanarla dalla mia proprietà, che ho difeso con i mezzi consentiti dalla legge.»

In un’altra registrazione, Zali valuta la possibilità di coinvolgere un amico di Milano per risolvere un problema con un’altra donna, un amico che gli resterebbe fedele «anche sotto tortura» e che potrebbe aiutarlo tramite «una quarta o quinta persona». Lo scandalo ha spinto Zali ad annunciare le sue dimissioni il 29 luglio, anche se con effetto solo a fine settembre.

Tre settimane dopo, il cadavere di Valentina Lombardi è stato ritrovato nel Lago di Lugano. L’autopsia non ha rivelato segni di violenza esterna. Nel suo sangue sono stati tuttavia rilevati livelli elevati di alcol e piccole quantità di sedativi che, secondo gli investigatori, avrebbero potuto comprometterne in modo significativo «la vigilanza, la coordinazione e lo stato di coscienza».

Nessun aiuto da parte dei politici

Ma un episodio getta un’ulteriore ombra sulla morte di Lombardi. Circa dieci giorni prima della sua morte, aveva sporto denuncia contro ignoti. Aveva dichiarato di essere stata aggredita e brutalmente picchiata di notte sulle rive del lago a Melide da un uomo. La WOZ è ora in possesso in esclusiva di un messaggio vocale finora inedito, in cui si sente la voce di Lombardi, che sembra leggermente stordita. «Mi ha quasi uccisa, mi ha quasi annegata […] Mi ha sbattuto la testa contro una pietra, ho di nuovo delle fitte al viso.» E aggiunge: «Sono sicura che Claudio Zali abbia mandato uno dei suoi compari a picchiarmi. Mi ha fatta punire.» Zali, infatti, le avrebbe precedentemente «giurato vendetta».

La voce e l’origine del file non lasciano alcun dubbio alla WOZ sul fatto che la registrazione provenga da Lombardi. Tuttavia, non costituisce una prova del coinvolgimento di Zali nell’aggressione a Lombardi o nella sua morte. Inizialmente suggerisce solo una cosa: Lombardi aveva paura di lui.

La sua paura sembrava fondata. In una denuncia contro Zali del 2021, di cui la WOZ è in possesso, Lombardi descrive come lui, durante un viaggio in auto, l’avesse trattenuta per il corpo e per le braccia, provocandole lividi visibili. Più volte avrebbe frenato bruscamente per scagliare la donna, che non indossava la cintura di sicurezza, contro il cruscotto. «Tra un urlo e l’altro mi disse, guardandomi dritto negli occhi, che mi avrebbe uccisa, che mi avrebbe fatta sparire e che nessuno ne avrebbe mai saputo nulla.»

All’epoca Lombardi si era rivolta anche ai noti politici della Lega Norman Gobbi e Lorenzo Quadri. Come conferma Quadri su richiesta, ne sono seguiti dei colloqui con Zali, ai quali però Quadri non ha preso parte. I politici non hanno intrapreso ulteriori azioni. Secondo la Procura, Lombardi ha ritirato la denuncia in un secondo momento.

Nella sua dichiarazione, Claudio Zali respinge tutte le accuse. La defunta sarebbe stata «una persona instabile», incline all’abuso di alcol. Nel 2025 avrebbe interrotto completamente i contatti. «Quello che è successo dopo è stata la crudele vendetta di una donna ferita dalla fine di questa amicizia.» Lei avrebbe poi «lavorato sistematicamente per screditarmi con false accuse e per ottenere le mie dimissioni dal Consiglio di Stato – cosa che è riuscita a fare». Zali nega di aver mai picchiato la donna e respinge ogni coinvolgimento sia nell’aggressione a Melide sia nella sua morte.

Lombardi e Bianchi sono solo due delle numerose presunte vittime di Zali. Nel corso dell’estate, le indagini intensificate dei media ticinesi, in primis del quotidiano «laRegione», hanno portato alla luce aspetti sempre nuovi. Già a giugno il giornale aveva riferito che Zali si era impegnato personalmente per il trasferimento di un quattordicenne detenuto, con la cui madre aveva una relazione intima. La Procura ha avviato un procedimento per abuso d’ufficio e tentata coercizione. Vige la presunzione di innocenza. Inoltre, già nel 2020 Zali era intervenuto presso l’ente ospedaliero cantonale EOC per aiutare la sua allora amante, Valentina Lombardi, a ottenere un posto di lavoro.

Dopo che quest’ultima aveva poi pubblicato, a luglio, le suddette registrazioni audio, Zali l’ha denunciata per registrazione segreta di conversazioni, coercizione e falsa accusa. Durante il successivo interrogatorio, secondo quanto riportato da «laRegione», la Lombardi ha consegnato alle autorità del materiale che ha infine portato al secondo procedimento penale contro Zali, menzionato all’inizio: per atti sessuali con una persona incapace di discernere o di opporre resistenza, nonché per abuso di una situazione di bisogno o di dipendenza. Secondo le indagini del giornale, la presunta vittima sarebbe proprio la madre del quattordicenne già menzionato. Secondo quanto riferito dalla Procura, dopo l’interrogatorio la donna non ha sporto denuncia contro Zali. Trattandosi tuttavia di reati perseguibili d’ufficio, la Procura è tenuta a indagare a prescindere da ciò. Anche in questo caso vale la presunzione di innocenza per Zali. Dopo la notizia del nuovo procedimento penale, i suoi quattro colleghi di governo gli hanno chiesto di dimettersi immediatamente. Zali si è rifiutato. Di conseguenza, il 2 settembre gli è stata revocata la direzione del Dipartimento per il territorio e l’ambiente. Formalmente, tuttavia, rimane membro del Consiglio di Stato fino alla fine di settembre.

Finora almeno due, forse tre donne hanno denunciato Zali per episodi di violenza; due di loro hanno successivamente ritirato le denunce. Da parte sua, Zali ha intrapreso azioni legali contro due delle donne. Una è stata condannata per stalking, Bianchi per diffamazione – contro questa sentenza è in corso un ricorso in appello. Le registrazioni ora rese pubbliche, in cui lo stesso Zali afferma di averle «picchiate», gettano una nuova luce sulle accuse mosse all’epoca – e quindi anche sulla sentenza di primo grado contro Bianchi.

La giustizia in questione

Prima di diventare consigliere di Stato nel 2013, Zali è stato per oltre due decenni giudice in Ticino, da ultimo presidente del Tribunale penale. È plausibile che in quel periodo abbia costruito una fitta rete di relazioni professionali e personali. Diverse persone a conoscenza del caso esprimono alla WOZ dubbi sull’indipendenza e sull’operato della giustizia ticinese. Tra le altre cose, ci si chiede perché il pubblico ministero sia intervenuto solo così tardi, nonostante le numerose denunce e le testimonianze.

A questo proposito, riveste grande importanza una lettera di Valentina Lombardi al procuratore generale Andrea Pagani del 7 settembre 2021. In essa lei muove gravi accuse: Zali avrebbe «sfruttato sessualmente» una giovane donna «invalida a causa di una malattia psichica», che sarebbe stata a letto anche con entrambi. Si tratta proprio di quella donna che, secondo «laRegione», è oggi al centro del procedimento penale contro Zali per reati contro l’integrità sessuale. Se si trattasse effettivamente dello stesso caso, si pone con ancora maggiore urgenza la domanda sul perché la Procura si sia attivata solo cinque anni dopo – tanto più che i fatti sono stati ora qualificati come reato perseguibile d’ufficio.

Anche un’interpellanza dei granconsiglieri Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini del Movimento per il socialismo (MPS) punta il dito sul ruolo discutibile della Procura nella vicenda Zali. Chiedono al Governo cantonale se sia necessaria una «verifica indipendente» delle autorità giudiziarie che si sono occupate delle segnalazioni e delle denunce della donna, nonché un’«indagine indipendente ed esaustiva» sulla sua morte, al fine di «escludere definitivamente possibili omissioni, valutazioni errate o conflitti di interesse».

Nella sede centrale del MPS a Bellinzona, Sergi parla chiaro: «Nutriamo una forte sfiducia nei confronti della giustizia. Ciò deriva da esperienze accumulate nel corso degli anni.» Spesso la giustizia non avrebbe agito come avrebbe dovuto e sarebbe «molto attenta a evitare scontri con attori potenti».

Il Ministero pubblico ticinese non ha risposto né alla domanda sul perché le indagini non siano state trasferite a un’autorità extracantonale, né alla maggior parte delle altre domande poste dalla WOZ.

Zali lascerà il Consiglio di Stato alla fine di settembre. Sono pendenti diversi procedimenti a suo carico. Ma ormai questa vicenda non riguarda più solo la questione a sapere se l’ex presidente del Governo abbia fatto qualcosa, o cosa abbia fatto. Riguarda anche ciò che la politica e la giustizia sapevano da anni – e perché per così tanto tempo si sia fatto così poco.

Traduzione e sottolineatura della redazione


Naomi Klein e Astra Taylor: “La fine del mondo è ormai una possibilità concreta”

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di, The New York Times

La posta in gioco politica attuale, secondo Naomi Klein e Astra Taylor, non potrebbe essere più alta. Secondo queste due influenti pensatrici di sinistra, una delle motivazioni principali alla base della politica di estrema destra in questo momento è nientemeno che l’apocalisse. Nel loro nuovo e allarmante libro, “End Times: Fascism and the Fight for the Living World” (“Il fascismo apocalittico e la lotta per il mondo vivente”), Klein, autrice dei best seller “Shock economy” e “Doppio. Il mio viaggio nel Mondo Specchio“, e Taylor, scrittrice e documentarista nonché fondatrice del Debt Collective, un sindacato dei debitori, sostengono che una potente coalizione di fondamentalisti religiosi, etnonazionalisti e oligarchi della tecnologia (in primis Elon Musk) stia attivamente — e con successo — accelerando la distruzione del mondo così come lo conosciamo. Perché? Perché credono di essere destinati a prosperare dall’altra parte della catastrofe, a discapito di tutti gli altri. Si tratta di una visione che fa riflettere e spaventa delle battaglie politiche contemporanee. Ma, come spiegano Klein e Taylor, che non hanno ancora perso la speranza, hanno scritto il loro libro perché credono che l’esito sia tutt’altro che scontato.

Per cominciare: che cos’è il “fascismo apocalittico”?

Naomi Klein: Il fascismo apocalittico è un fascismo che dialoga intensamente con le crisi esistenziali su scala planetaria; un fascismo che dà per scontata la fine di questo mondo. Abbiamo riflettuto a lungo e intensamente sull’opportunità politica di aggiungere qualsiasi tipo di qualificativo a una parola come “fascismo”.

E il motivo per cui alla fine abbiamo deciso che fosse necessario è che abbiamo riflettuto su come il nostro mondo sia cambiato da quando Mussolini si autoproclamò fascista. I nostri fascisti dispongono di armi che i fascisti del secolo scorso non potevano nemmeno immaginare. Non esisteva la bomba atomica. Hitler e Mussolini morirono prima del test «Trinity». Non capivano che i combustibili fossili stavano riscaldando il pianeta. Il nostro mondo è diventato più pericoloso, e il fascismo si è evoluto di conseguenza, facendo i conti con l’idea del collasso. E ora ciò per cui stanno lottando è chi sopravviverà a quel cataclisma.

In che modo il fascismo apocalittico si manifesta nel mondo di oggi?

Klein: La prima cosa che mi è venuta in mente è stata l’IPO di SpaceX. Credo che ciò che colpisce sia: «Ehi, ma i miliardari non hanno dei bunker adesso? Non si stanno forse preparando in qualche modo? Che cos’è questa sorta di fissazione nel volersi allontanare dalla Terra? Non credo che l’idea dell’esplorazione spaziale sia intrinsecamente fascista, ma penso che il modo in cui viene formulata da Elon Musk lo sia, perché si limita ad accettare che, come dice lui, sta salvando l’umanità. Da cosa sta salvando l’umanità, esattamente? Perché accettiamo l’idea che questo mondo sia un luogo da cui fuggire?

Un termine come “fascismo” può risultare vago, e la situazione è aggravata dal fatto che negli ultimi 10 anni circa è stato usato sempre più spesso. Puoi quindi chiarire chi sono i fascisti nella tua definizione?

Astra Taylor: Non è una visione politica dominante, nemmeno a destra, ma è un termine che riteniamo si applichi ad alcune delle persone più potenti del mondo che guidano governi e aziende. Nel libro parliamo di fondamentalisti religiosi che credono nella fine dei tempi e vogliono accelerare il ritorno del Messia, convinti che saranno salvati dalla grazia della loro fede. Si tratta dei sionisti cristiani evangelici, che rappresentano una forza politica molto potente negli Stati Uniti; e dei sionisti in Israele. Sono gruppi reali di persone con potere reale.

Poi ci sono i “tecnologici apocalittici”, che credono che valga la pena incenerire questo mondo purché possano costruirne uno virtuale e che ci stiamo inevitabilmente dirigendo verso una sorta di superintelligenza digitale, una sorta di singolarità. E poi il terzo gruppo è costituito dagli etnonazionalisti, che credono che la nazione sia sotto minaccia esistenziale a causa dell’immigrazione e del cambiamento culturale, e la loro risposta è quella di trasformare la nazione in una fortezza, di scacciare i nemici interni. Questi gruppi sono diversi. Ci sono contraddizioni, sono disordinati e non del tutto coerenti, ma stanno reagendo a questa sensazione che il mondo sia sempre più teso e pericoloso — e lo è — e reagiscono chiudendosi in se stessi e cercando di difendere il proprio gruppo. E hanno stretto questa alleanza molto pericolosa.

Aiutami a capire l’aspetto della coalizione. Se qualcuno dicesse: «Non capisco bene cosa abbiano a che fare i nazionalisti religiosi con Elon Musk» — esiste uno sforzo concreto, pratico e coordinato tra queste persone?

Klein: Direi che tale sforzo è incarnato dall’amministrazione Trump. Se guardi a questa goffa coalizione alla Frankenstein che lui ha messo insieme e che lo ha portato al potere, essa contiene tutti questi elementi. Gli ingenti finanziamenti provenienti dalla Silicon Valley, e da Elon Musk in particolare. Il fatto che abbia nominato Mike Huckabee, un sionista cristiano, come suo ambasciatore in Israele, e il modo in cui ha compreso che i sionisti cristiani sono una parte fondamentale della sua base elettorale, nonché la centralità della promozione delle narrazioni sioniste messianiche in Israele. E, insomma, pensate alla classe dei miliardari della tecnologia e a quel momento della seconda inaugurazione di Trump in cui erano allineate alcune delle persone più ricche della storia del mondo. Cosa sta succedendo esattamente? La prima volta che Trump è stato presidente, molti di questi stessi miliardari lo criticavano. Erano indignati quando ha abbandonato l’accordo di Parigi sul clima. Zuckerberg lo condannava. Bezos stava lanciando un premio per la Terra. Si stavano posizionando come coloro che avrebbero salvato il pianeta. Una delle cose che sosteniamo è che, man mano che il mondo cambia, le nostre élite stanno cambiando, stanno diventando più fasciste, sono attratte da idee che giustificano il concetto secondo cui solo alcune persone ce la faranno. Non è la stessa storia che raccontavano anche solo cinque anni fa. Dobbiamo prestare attenzione al modo in cui la storia sta cambiando mentre il nostro mondo cambia.

Ma si potrebbe dire che le élite tecnologiche stiano rispondendo a incentivi che le spingono ad avvicinarsi a Trump. Che sia meglio per i loro affari. Quindi, può approfondire l’elemento del “fascismo”?

Klein: Non credo sia così semplice dire che si stiano schierando con Trump solo perché è vantaggioso per loro. Avrebbero potuto farlo anche l’ultima volta. Pochissimi di loro lo hanno fatto. Lo hanno aiutato a farsi eleggere [nel 2024]. Certamente Elon Musk e le ingenti somme di denaro che ha speso — ma non solo lui. Diverse persone hanno svolto ruoli chiave, tra cui Marc Andreessen; JD Vance era un prodotto della Silicon Valley, ha lavorato con Peter Thiel. Ma c’è stata una svolta durante la campagna elettorale, quando molte persone che non avevano sostenuto Trump, che si identificavano come democratici di lunga data, si sono schierate dalla sua parte. Sosteniamo che gran parte di ciò abbia a che fare con l’intelligenza artificiale e con quanto essa sia vorace in termini di energia. Hanno capito che Trump, in quanto sostenitore dell’industria dei combustibili fossili, avrebbe aperto le porte a questa corsa agli armamenti nell’intelligenza artificiale. Quindi questo è un incentivo economico. Ma vorrei anche sostenere che il modello di business che hanno abbracciato è un modello di business che è particolarmente antitetico a un’esistenza umana condivisa.

Sono consapevoli della crisi climatica e sanno bene che ciò di cui alimentiamo l’intelligenza artificiale è l’energia. Viene alimentata in modo preponderante con GNL [gas naturale liquefatto] e carbone, e proprio perché comprendono la crisi climatica, capiscono che ciò porterà esattamente a ciò che stiamo vedendo in questo momento: città intere in fiamme, situazioni in cui vaste aree del mondo diventeranno inabitabili. Quindi le opinioni sempre più brutali che sentiamo da persone come Elon Musk, in cui sembra semplicemente che si ignorino vaste fasce dell’umanità o che si contribuisca attivamente a distruggere l’USAID a costo di… Insomma, lui direbbe “nessuna vita”, ma forse perché non conta le vite degli africani. Queste cose vanno di pari passo. C’è bisogno di una narrazione che sminuisca quelle vite. Questa è una narrazione fascista. È la narrazione che stabilisce quali vite contano e quali possono essere scartate. E penso che sia piuttosto diffusa. Non è solo una questione di: «Oh, andiamo dove ci sono i soldi». Sono i soldi a renderli fascisti.

Taylor: È importante notare che l’ideologia di estrema destra ha una lunga storia nella Silicon Valley. Non è iniziata con la seconda inaugurazione. Una figura come Peter Thiel ha coltivato quella visione del mondo insieme a David Sacks, investendo nella promozione di un certo paradigma filosofico. Nel 2009, ha scritto un articolo piuttosto famoso per una buona ragione, in cui sostanzialmente afferma che democrazia e libertà sono incompatibili, sostenendo che se dovesse scegliere tra democrazia e capitalismo, sceglierebbe il secondo. Nel libro parliamo di una conferenza organizzata dalla società di venture capital di Thiel poco prima delle elezioni del 2024, chiamata Hereticon, «una conferenza sul crimine di pensiero». E lo slogan era: «Forse, se non stai cercando di distruggere il mondo, non ti stai impegnando abbastanza». Ci siamo arrovellati su come parlare di ciò che dicono perché alcune cose sono talmente folli che citandoli si rischia di sembrare un po’ strambi. Elon Musk che afferma che sembra sempre più che «l’umanità sia un bootloader biologico per la superintelligenza digitale», o che dovremmo rallegrarci del fatto che stiano creando gli esseri digitali che succederanno all’umanità.

Klein: O Sam Altman che sostiene che l’intelligenza artificiale richieda meno energia per essere addestrata rispetto a un essere umano.

Taylor: O che il mondo sarà ricoperto di data center.

Ma come si fa a distinguere il trolling dalle reali opinioni ideologiche?

Taylor: La mia opinione è che vogliano essere i nostri signori e i nostri dominatori. E penso che abbiamo capito che dobbiamo prendere sul serio almeno una parte di quel trolling. Si può essere ridicoli e allo stesso tempo davvero pericolosi.

Klein: L’ultimo libro che ho scritto parlava di un gruppo di persone che venivano liquidate come fanatici delle teorie del complotto e che non andavano prese troppo sul serio. E poi, meno di un anno e mezzo dopo, sono loro a guidare il governo degli Stati Uniti. Quindi penso che quando si vedono tante cose davvero estreme, ci sia l’impulso di pensare: «Prevarrà il buon senso». Ma poi si guarda al Segretario alla Guerra degli Stati Uniti e a ciò che sta facendo, o a chi è a capo del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani e agli effetti che ciò sta già avendo sulle malattie trasmissibili e di origine alimentare. Il motivo per non essere allarmisti riguardo a una retorica allarmante è che si vuole che la gente la prenda sul serio quando c’è una minaccia seria. In questo momento stanno suonando così tanti campanelli d’allarme che non credo sia il momento giusto per tranquillizzarci pensando che forse si tratti solo di parole dette per provocare. Il prototipo di tutto questo è Elon Musk. Quando era a capo del DOGE con la sua motosega, ha davvero tagliato programmi interi su cui milioni di persone fanno affidamento per l’assistenza sanitaria e il sostegno nutrizionale.

Vorrei porre una domanda su Elon Musk. È una figura determinante della nostra epoca, nel bene e nel male. Penso che, per chi lo apprezza, ci sia una vera grandezza nell’idea dei razzi SpaceX e della colonizzazione dello spazio. Oppure, stavo discutendo delle idee del tuo libro con alcune persone e qualcuno mi ha detto: «Elon Musk va in giro a dire che più persone dovrebbero avere più figli a causa del calo demografico». Quindi, come si concilia questo con l’accelerazione del cataclisma? Tutto ciò, secondo te, complica l’idea di ciò in cui crede Elon Musk e del modo in cui agisce? A me sembra soprattutto incoerente.

Klein: Non voglio sforzarmi troppo per cercare di renderlo coerente. Ma penso davvero che abbia una visione del futuro. Credo che sia ossessionato dalla visione del futuro con cui è cresciuto, tra romanzi di fantascienza di bassa lega e fumetti, e che desideri quel futuro. Sente che ci era stato promesso. Ci erano state promesse le auto volanti. Dove sono le mie auto volanti?

Come disse famigeratamente Peter Thiel.

Klein: Quindi l’idea che abbia una visione del futuro non significa che non sia un fascista. Penso che abbia una visione del futuro per una ristretta cerchia di esseri umani che potranno godere di impianti, potenziamenti, auto volanti e astronavi. Crede in una sorta di futuro su misura per i VIP, basato su questa gerarchia dell’umanità che gli permette, da un lato, di dire che le persone nel cosiddetto Occidente dovrebbero avere più figli, ma dall’altro di tagliare i programmi che forniscono cibo e medicine ai bambini in Somalia e nella Repubblica Democratica del Congo. Queste cose stanno accadendo contemporaneamente.

Taylor: Penso che tu stia volendo dire che c’è qualcosa che attrae le persone nell’idea che potremmo diventare interplanetari. Su questo siamo d’accordo. Condividiamo l’idea che le persone abbiano bisogno di qualcosa di mitico e di qualcosa a cui aspirare. Pensiamo semplicemente che dovrebbe essere qualcosa a cui aspirare qui sulla Terra, e che dovrebbe essere inclusivo e sostenibile.

Klein: Perché non lo si sente parlare del grande futuro che potremmo avere qui. Oggi, sia in politica che nel mondo delle imprese, sono pochissime le persone che parlano di una visione credibile su come potremmo vivere insieme. Crediamo quindi che sia compito di una sinistra credibile proporre una visione del futuro su come vivere bene insieme su questo pianeta — dove non siamo impegnati in qualche progetto di selezione che decide chi deve vivere e chi deve morire, ma dove cerchiamo davvero di capire come condividere le nostre risorse e prosperare. Noi vogliamo credere nel futuro. Abbiamo il diritto di credere nel futuro. E c’è qualcosa di traditore nel non credere nel futuro.

Temi che l’uso di espressioni come «fine dei tempi» o «fascismo» possa indurre le persone a liquidare più facilmente le tue argomentazioni?

Klein: Questo libro è un monito, e non riguarda un gruppo di personaggi marginali. Stiamo citando, con le loro stesse parole, le persone più ricche della storia del mondo, il presidente degli Stati Uniti, il primo ministro di Israele. Abbiamo visto come persone con sistemi di credenze in precedenza piuttosto marginali si siano spostate al centro del potere e abbiano ottenuto ruoli molto influenti nel governo. Voglio dire, lei dice che «fine dei tempi» è un termine estremo. La metà dei cristiani in America crede che siamo nella fine dei tempi. Da dove ti trovi potrebbe sembrare un sistema di credenze marginale, ma queste non sono idee marginali.

È una statistica curiosa, però. Dipende molto da come un determinato cristiano interpreta la «fine dei tempi». Un cattolico potrebbe credere che siamo nella fine dei tempi sin dall’ascensione di Gesù. Quindi il fatto che metà dei cristiani creda nella fine dei tempi non significa necessariamente che voglia…

Klein: Accelerarla? Sì. Ma semplicemente non credo che queste siano idee marginali. Sono alcune delle storie più potenti della nostra cultura. Sono radicate in modo incredibilmente profondo. Che siamo religiosi o meno, sono dentro di noi, e c’è una sorta di impulso a ripeterle perché sono storie così potenti. Quindi abbiamo bisogno di storie mitiche nostre. Non può limitarsi a: «Abbiamo bisogno di un’assistenza sanitaria universale e di una vita economicamente sostenibile». Abbiamo bisogno anche di miti. Dobbiamo ritrovare un senso di meraviglia e di stupore per questo mondo. Ecco perché vale la pena esaminare la questione. Ci sono cose che possiamo imparare da ciò che sta risuonando.

Perché sembra che la sinistra non sia stata in grado di sfruttare l’energia apocalittica come ha fatto la destra?

Taylor: Penso che costruire una democrazia multirazziale sia più difficile che costruire il fascismo o l’autoritarismo. Perché non vogliamo semplicemente impadronirci delle leve del potere. Vogliamo condividere il potere e dobbiamo capire come convivere. Quindi penso che il nostro progetto sia intrinsecamente più difficile.

Klein: In risposta alla tua domanda, come persona che fa parte della sinistra da molto tempo, posso dire che ci siamo avvicinati più che mai. Per chi di noi ha fatto parte della campagna di Bernie Sanders — all’epoca vivevo negli Stati Uniti e ho partecipato a quella campagna come sostenitrice del suo programma Green New Deal, che ritenevo fosse il tipo di risposta in grado di affrontare sia le emissioni che i bisogni economici della gente. Ma in politica non si riceve un premio per il secondo posto. Credo che questa ondata che Mamdani ha contribuito a guidare, e questa ondata di candidati del D.S.A. che stanno vincendo alle primarie, dimostri che la sinistra è molto più determinata a combattere il fascismo; la volontà di chiamarlo fascismo, di definirlo genocidio, di usare le parole che descrivono la realtà è in realtà molto più efficace nel combattere il fascismo rispetto a un centrismo apparentemente sicuro che sta crollando in tutto il mondo.

Dove vede opportunità all’destra per contrastare i fascisti apocalittici?

Klein: L’alleanza più imbarazzante è quella tra le grandi aziende tecnologiche e la base del movimento MAGA. A loro non piace l’idea di essere tracciati tramite i propri telefoni, quindi lì ci sono sicuramente delle opportunità. Lo stiamo vedendo in queste assemblee locali, cosa che trovo davvero interessante, avendo condotto questa ricerca sul movimento contrario ai vaccini, alle mascherine e alle misure sanitarie anti-Covid durante la pandemia, che poi si è trasformato in un movimento a favore della censura dei libri e contro i diritti delle persone trans. Erano quelle le questioni che spingevano la gente a prendere d’assalto il municipio e a partecipare alle assemblee pubbliche. Oggi ciò che porta le persone alle assemblee pubbliche è l’opposizione al data center in costruzione in fondo alla strada.

Taylor: Parliamo dei data center come di icone di questa mancanza di futuro. Un tempo c’era una sorta di compromesso: si otteneva una fabbrica in città e questo significava un po’ di inquinamento e magari qualche sgravio fiscale, ma c’erano anche posti di lavoro che sostenevano la famiglia, anche se gli stipendi non erano dei migliori. E andando a Memphis, per esempio, dove Elon Musk ora possiede tre supercomputer, e incontrando le persone del posto che si oppongono a questo progetto perché Musk li alimenta con turbine a gas. Alcuni di essi sono grandi quanto 30 campi da football. E praticamente non ci sono posti di lavoro. Qual è l’offerta?

Ci sono segnali, piccoli barlumi all’orizzonte, che potrebbero indicare che l’influenza dei fascisti apocalittici sta diminuendo?

Taylor: Minneapolis è un ottimo esempio. Penso che l’amministrazione Trump abbia intrapreso quell’assalto pensando che sarebbe stata accolta con gioia, almeno dalla propria base, e che la gente avrebbe esultato vedendo il video che circolava, celebrando la violenza, ma in realtà hanno esagerato.

Hanno sparato alla gente per strada, e persino alcuni dei loro sostenitori ne sono rimasti sconvolti. Quindi penso che stiamo vedendo segnali che dimostrano che non sono affatto infallibili. In definitiva, ciò che vorremmo vedere è che alcune di queste persone siano chiamate a rispondere delle loro azioni. E questo vale anche per gli attacchi alla Corte penale internazionale (CPI) e per questa costante affermazione: «Beh, abbiamo l’immunità», giusto?

Klein: Ecco perché è importante quando Mamdani afferma che Netanyahu dovrebbe finire all’Aia e che dovrebbe essere arrestato. Per troppo tempo non abbiamo proposto una nostra visione seria in materia di responsabilità, avvalendoci di queste istituzioni. Cosa significherebbe davvero chiamare i criminali di guerra a rispondere delle loro azioni e applicare questo principio in modo trasversale, non solo alle persone in Africa o nelle Filippine che commettono crimini, ma anche agli Stati Uniti e a Israele? Sarebbe l’inizio per affrontare una disillusione così profonda, perché ci troviamo di fronte a una sensazione molto diffusa secondo cui non si possa fare nulla. Fare qualcosa comincia a spezzare quell’incantesimo.

Quello che hai appena detto — i politici americani potrebbero essere chiamati a rispondere davanti alla Corte penale internazionale? — il mio primo pensiero è: «Non succederà mai». Non sto dicendo che dovrebbe o non dovrebbe succedere. Sembra semplicemente improbabile.

Taylor: A volte accadono cose che sembrano improbabili perché le persone si organizzano per farle accadere.

Klein: Non abbiamo scritto il libro perché pensiamo che queste persone siano affascinanti. Abbiamo scritto questo libro perché vogliamo che la gente le combatta e le sconfigga. Usiamo questa parola che né Astra né io abbiamo mai usato prima, perché non siamo nazionalisti: li chiamiamo “traditori”. Non traditori di una nazione, non traditori di una bandiera o di un confine, ma traditori del creato, traditori della vita. E abbiamo dedicato molto tempo ad analizzare i punti deboli di questo progetto. I suoi punti di forza sono il denaro e le armi. Abbiamo a che fare con persone da trilioni; quella ricchezza si è fusa con l’esercito più potente del mondo. Non provo nostalgia per i fascisti del secolo scorso, chiariamo questo punto, ma loro avevano un’offerta da proporre alla loro base. Dicevano: «Rubiamo le case degli ebrei e degli slavi e viviamo felici e contenti nel vostro Lebensraum Ucraina». Le persone che chiamiamo «fascisti apocalittici» non hanno alcuna offerta da proporre alla loro base al di là del sadismo.

Uno dei fili conduttori del tuo libro è che i fascisti dell’ultima ora non vedono la bellezza del mondo e le cose che rendono davvero la vita degna di essere vissuta. Quali sono le cose per cui pensi: «Oh, se solo potessero vedere ciò che vedo io»?

Taylor: Una delle principali, ed è un classico tropo fascista, è la paura della città, la paura di incontrare persone provenienti da contesti diversi. Scriviamo di quanto sia stata potente la campagna di Mamdani nel reincantare la città — non nel romanticizzarla, né nel dire che sia perfetta. Sì, la metropolitana ha i suoi problemi. Ma d’altra parte: «Wow, puoi prendere la metropolitana e chissà cosa succederà, e ti porterà in qualche posto incredibile dove potrai mangiare qualcosa che non riesci a preparare a casa». Semplicemente incontrare la diversità senza temerla, ma godendone appieno. E, assolutamente, il mondo oltre l’umano. Naomi vive in un posto con una natura davvero meravigliosa, quindi mi sembra che debba occuparsene lei.

Klein: Oh, mio Dio, da dove cominciare? Vivo nella Columbia Britannica. Onestamente provo la massima tristezza e rabbia di fronte alla disponibilità a lasciare che tutto vada in fumo, o a cercare di fuggire, quando vedo la pinna dorsale di un’orca solcare le acque del Mare di Salish, dove ho la fortuna di vivere. O semplicemente di qualsiasi aspetto psichedelico di questa parte del mondo naturale: nelle notti molto, molto buie, l’acqua è completamente bioluminescente, e quando guardi le tue stesse membra ti sembrano fatte di pura luce — senza bisogno di funghetti!

È una tragedia per loro, e una crisi esistenziale per noi, che le persone più vicine alle leve del potere su questo pianeta non siano rapite dalla bellezza che è già qui e tutt’intorno a noi.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Astra Taylor e Naomi Klein


Gli Houthi dilagano, centrato l’oleodotto di riserva dei sauditi

I leader dei tre principali partiti nazionalisti e indipendentisti di Irlanda del Nord, Scozia e Galles hanno siglato un documento per l’autodeterminazione: l’obiettivo comune è lasciare l’Unione e rafforzare i legami con l’Ue. L’Irlanda del Nord ha una via politica e giuridica definita per uscire; Scozia e Galles no 

Di Francesca Luci, il manifesto

Bastano diciotto ore agli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, per spazzare via le ultime posizioni governative saudite lungo il litorale occidentale del Mar Rosso e prendere il pieno controllo dello stretto strategico di Bab al-Mandab. Le città di Mocha e Dubab, e l’isola di Perim, cadono una dopo l’altra. Il controllo degli Houthi si allarga al porto di Aladi, all’isola di Zukar, al complesso militare di Alomari, all’arcipelago delle Hanish, fino alla vetta strategica del monte Jard, nella provincia di Taiz. Il portavoce militare Houthi rivendica il controllo totale su sei distretti tra Taiz e Hodeidah.

La ritirata improvvisa delle forze leali al governo riconosciuto, che il comandante Tareq Saleh ha derubricato a un «riordinamento tattico delle file», ha scatenato polemiche roventi e accuse di tradimento. Secondo alcune fonti, i generali yemeniti avrebbero lanciato appelli disperati per ottenere la copertura aerea promessa dall’Arabia Saudita, mai arrivata. Analisti ed ex vertici militari yemeniti fanno però notare che centri chiave e guarnizioni ben armate sono stati abbandonati senza sparare un colpo, un segno delle spaccature e degli interessi divergenti tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sostengono fazioni diverse all’interno della coalizione di forze politiche e militari riunita formalmente nel 2022 contro gli Houthi.

NELLA FUGA degli avversari, gli Houthi mettono le mani su ingenti quantità di equipaggiamento americano, compresi i blindati Oshkosh Matv. Appena preso lo stretto, il comando Houthi annuncia un blocco navale mirato: la navigazione internazionale nel Mar Rosso resta sicura per tutti i Paesi tranne che per le navi e le petroliere legate all’Arabia Saudita. Per i Saud l’effetto è immediato, e pesante.

Il governo Houthi alza i toni verso Riyadh, avvertendo che un’eventuale escalation non resterà unilaterale e che l’equazione «blocco per blocco, escalation per escalation» è ormai un’opzione concreta. Il vicepremier Al-Rowaishan ribadisce che lo Yemen non può essere spezzato, né costretto ad arrendersi. Nonostante la retorica bellica, Sanaa mantiene aperta la porta a una pace onorevole, con un importante linea rossa: la propria sovranità.

Donald Trump afferma che gli Houthi hanno telefonato a Washington chiedendo di non intervenire nel conflitto. In realtà sembra che Washington non abbia alcuna intenzione di offrire un sostegno militare significativo a Riyadh, nemmeno sotto attacco diretto. Riaprire una grande campagna contro gli Houthi, difficili e costosi da sopraffare, non sembra essere nell’agenda di Trump, almeno fino alla fine delle elezioni di metà mandato. Non stupisce che la richiesta del principe ereditario Mohammed bin Salman di lanciare attacchi aerei diretti contro le posizioni Houthi nello Yemen sia stata respinta dal presidente americano. Gli Usa dispongono comunque di circa 200 consiglieri militari in Arabia Saudita e 50mila soldati schierati nella regione.

WASHINGTON esercita una forte pressione economica sull’Iran ma non riesce a impedire a Teheran e ai suoi alleati di imporre costi attraverso i mercati energetici e i checkpoint marittimi. Teheran smentisce un coinvolgimento diretto nella pianificazione dell’offensiva. Quasi certamente, però, continua a fornire armi avanzate, finanziamenti e supporto d’intelligence agli Houthi. Il controllo indiretto sui due stretti si traduce in potere negoziale e più margine nelle trattative internazionali. Teheran lo coltiva su entrambi i fronti. I canali diplomatici restano aperti, con colloqui in Oman previsti per lunedì assieme alle monarchie del Golfo Persico, dedicati soprattutto alla sicurezza e alla navigazione nello Stretto di Hormuz.

Nel frattempo, attacchi di droni hanno colpito il gasdotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita nelle regioni di Riyadh e Medina, con lanci che, secondo il ministero degli esteri saudita, sarebbero partiti dal territorio iracheno. L’oleodotto strategico è stato chiuso temporaneamente, Riyadh attribuisce l’attacco come proveniente dall’Iraq, ma precisa che il Regno non risponderà militarmente, per concedere al governo iracheno «l’opportunità di adottare le misure necessarie». Baghdad condanna fermamente gli attacchi, e il premier iracheno Ali Faleh al-Zaidi ordina un’indagine per chiarire le circostanze e identificare i responsabili.

LA CRISI METTE alla prova anche il Patto di Difesa di Mecca, l’alleanza di sicurezza reciproca firmata ad agosto tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Il ministro della difesa pakistano Khawaja Asif ricorda che un’aggressione a un membro del patto equivale a un attacco contro tutti, ma sia Islamabad che Ankara restano caute e precisano che i meccanismi operativi della coalizione non sono ancora formalmente attivi. Gli Houthi, dal canto loro, sfidano apertamente il patto: minacciano ritorsioni militari contro Turchia e Pakistan, se dovessero intervenire a fianco di Riyadh.

Non esistono facili uscite, né militari né economiche. La conquista di Bab al-Mandab segna una svolta strutturale nello scenario geopolitico globale. La pressione sull’Iran si scontra con la crescente capacità di Teheran e degli Houthi di rifletterla sull’economia globale, che resta esposta a un’incertezza energetica destinata a durare, se non cambia l’atteggiamento politico degli Stati Uniti.

SENZA DIMENTICARE che, dietro ogni conflitto, resta il dramma umano. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) riferisce che almeno 46mila persone, in Yemen, sono fuggite dalle proprie case da quando sono riesplosi gli scontri. Circa 22,3 milioni di persone, su una popolazione di 35 milioni, hanno bisogno di assistenza umanitaria: tra loro, 5,2 milioni sono sfollati interni.

Nell’immagine: Dhubab (Yemen), combattenti Houthi celebrano l’avanzata-lampo verso il Mar Rosso – Al-Masirah