Evergrande e la prossima crisi immobiliare

 

In questi giorni si fa un gran parlare del caso Evergrande, un’azienda immobiliare cinese che con ogni probabilità non riuscirà a far fronte ai pagamenti in scadenza a breve. In sostanza, l’attività dell’azienda è raccogliere risparmi (indebitandosi) e investirli nella costruzione di immobili, da cui dovrebbe poi trarre un guadagno, affittandoli o vendendoli. Insomma, se non totalmente, si tratta almeno in parte di speculazione edilizia. In realtà, Evergrande ha espanso le sue attività anche in altri settori, ma questo esula dalla problematica in questione. Il perché ci sia così tanta attenzione su questo particolare caso è presto detto: Evergrande è la seconda maggiore società immobiliare in Cina, gestisce più di 1’300 progetti in quasi 300 città del paese e sarebbe indebitata con centinaia di società bancarie o finanziarie. L’espansione del settore immobiliare in Cina è stato un palliativo per superare la fase di rallentamento della crescita nel paese, il cui tasso di espansione è in costante rallentamento dal 2010.

Evergrande si trova in una crisi di liquidità. In parole povere, non è in grado di far fronte alle prossime scadenze di pagamento, perché non dispone dei fondi necessari. Nella fattispecie, Evergrande dovrà pagare gli interessi sui suoi titoli di debito (obbligazioni) per 84 milioni di dollari entro le prossime ore), altri 45 milioni entro mercoledì 29 settembre e ulteriori 149 milioni di dollari l’11 ottobre. La situazione debitoria dell’azienda – esposta per oltre 300 miliardi di dollari – preclude la possibilità di finanziare questi pagamenti tramite un credito bancario o un’ulteriore emissione di debito sui mercati finanziari. Inoltre, il governo cinese non sembra intenzionato a intervenire, dato che recentemente il presidente Xi Jinping ha rilasciato dichiarazioni volte a frenare la speculazione edilizia nel paese. Il governo ha anche introdotto la politica delle cosiddette “tre linee rosse”, ovvero dei criteri finanziari, il cui non rispetto implica una limitazione alle possibilità d’indebitamento per l’azienda interessata.

Tuttavia, è difficile pensare che si lascerà fallire Evergrande in modo incontrollato. È probabile che, una volta liberatosi degli attuali vertici dell’azienda, il governo applicherà un piano di smantellamento controllato, cercando di limitare le ripercussioni sui creditori, soprattutto per evitare una crisi bancaria e finanziaria. Questa è infatti la preoccupazione principale, dato che tutte le maggiori recessioni del passato sono iniziate con una crisi nel settore immobiliare, che si è poi propagata al sistema bancario, finendo per generare una forte depressione dell’attività economica. La crisi economica globale del 2008 è iniziata con lo scoppio della bolla dei subprime nel 2006, un evento inizialmente limitato al settore immobiliare statunitense.

Se il governo cinese riuscirà nel suo intento, potrà evitare un secondo caso Lehman Brothers, la banca d’investimenti il cui fallimento nell’ottobre del 2008 è considerato il fattore che trasformò una crisi interna agli Stati Uniti in una crisi globale. Infatti, Lehman Brothers era fortemente esposta sui titoli subprime ed era anche legata a molte banche e istituti finanziari esteri, soprattutto europei. La decisione da parte di governo e banca centrale statunitensi di non salvarla provocò una reazione a catena che precipitò il mondo intero nella più grave recessione dal 1929. Secondo i più maliziosi, questa grave conseguenza fu in realtà la motivazione principale alla base della decisione: gli Stati Uniti, che erano già in recessione a causa della crisi immobiliare legata ai subprime, preferirono coinvolgere il resto del mondo piuttosto che rischiare di perdere l’egemonia globale. Tuttavia, Evergrande è meno legata a banche estere di quanto lo fosse Lehman Brothers, oltre ad essere molto meno grande (la posizione debitoria di Lehman Brothers prima della crisi era circa il doppio di quella attuale di Evergrande). E per i suddetti maliziosi: il governo cinese sembra disporre degli strumenti per contenere le conseguenze interne di un fallimento di Evergrande e non sembra avere interesse nello scatenare una crisi globale dagli effetti imprevedibili. Almeno per ora.

È vero, però, che qualche spiacevole ripercussione potrà verificarsi anche al di fuori della Cina. Pure in Svizzera, dato che UBS è esposta per circa 276 milioni di dollari in obbligazioni di Evergrande. Ciononostante, il pericolo maggiore rimane interno, cioè dovuto al mercato immobiliare elvetico. La politica dei tassi d’interesse negativi della Banca nazionale svizzera (BNS), con il fine ultimo di deprezzare il franco, ha quale effetto perverso quello di surriscaldare il settore edilizio. I tassi d’interesse storicamente molto bassi hanno spinto i grandi investitori a costruire immobili da affittare o vendere, senza verificare se ci sia o meno una domanda per questi spazi abitativi o di lavoro. Il tasso di sfitto rimane a un livello di guardia, sebbene sia diminuito fra giugno 2020 e giugno 2021 dall’1,72 all’1,54 per cento in Svizzera. Anche perché, considerando il contesto di ripresa dopo la fase più dura della pandemia di covid-19, non è improbabile che questo tasso riprenderà a crescere in futuro, come lo ha fatto nei dodici anni precedenti. E ciò continuerà, se non verranno apportati correttivi sostanziali e strutturali, fino alla brusca inversione di tendenza che si materializzerà con la prossima crisi immobiliare.

In Ticino, per di più e in controtendenza rispetto all’evoluzione generale in Svizzera, questo tasso continua inesorabilmente a crescere. Senza fare un’analisi focalizzata sul cantone, che andrebbe oltre agli obiettivi di quest’articolo, va sottolineato che una crisi immobiliare può scoppiare in una sola regione e velocemente coinvolgere il resto del paese. Il caso Lehman Brothers’, che addirittura coinvolse il resto del mondo, ce lo insegna. Anche perché in Svizzera troviamo, fra i maggiori investitori nel mattone, molte casse pensioni, ciò che pone un’ulteriore spada di Damocle sull’intera società: tutti o quasi beneficeremo delle rendite che questi istituti verseranno e tutti dunque subiremo le amare conseguenze di una crisi immobiliare che li dovesse colpire.

Di Maurizio Solari, assistente presso la facoltà di economia dell’Università di Friborgo


La lotta continua

 

C’è chi afferma, non senza un interesse di parte, che la lotta di classe non esiste più. Dalla caduta del muro di Berlino e in seguito dell’Unione Sovietica, sarebbe venuta meno l’annosa diatriba fra capitale e lavoro, che aveva caratterizzato i due secoli precedenti. Anche alle nostre latitudini si sentono discorsi del genere, più o meno espliciti. Ultimamente è toccato al consigliere nazionale liberale-radicale Rocco Cattaneo (prima a Millevoci del 26 agosto e poi a Modem del 9 settembre) definire “fuori dal tempo” la proposta d’imporre maggiormente i redditi da capitale per sgravare i redditi da lavoro. Questi difensori della “Fine della storia”, per dirla con Francis Fukuyama, hanno una concezione lineare dell’evoluzione umana, in cui la forma politica della democrazia liberale sarebbe l’ultimo, monolitico e immutabile livello di sviluppo, nel quale l’opposizione fra classi non esiste più. Nulla di più sbagliato, e le prove a supporto sono molteplici. Vediamone alcune.

Partiamo dal Ticino, dove alcune aziende (Plastifil, Ligo Electric e Cebi, si veda La Regione dell’8 settembre) starebbero imponendo ai propri dipendenti un Contratto collettivo di lavoro (CCL) con salario minimo inferiore a quello fissato dalla legge d’applicazione dell’iniziativa popolare “Salviamo il lavoro in Ticino”, accettata dal popolo nel 2015. La contrapposizione fra lavoro e capitale non potrebbe essere più evidente, con i lavoratori in posizione di chiaro svantaggio perché sotto minaccia tangibile di licenziamento. Questo per l’esistenza di quello che Karl Marx chiamava Esercito industriale di riserva, ovvero una massa di lavoratori disoccupati o sottoccupati pronti ad accettare condizioni di lavoro peggiori di quelle attualmente in vigore, e che spingono gli attuali impiegati ad accettarle ugualmente, per non perdere il posto. A quanto pare nemmeno l’autorità dello Stato è in grado d’impedire questa forma di ricatto. Vien da chiedersi, inoltre, se lo Stato – nella fattispecie il Gran Consiglio – avesse l’intenzione di applicare efficacemente l’iniziativa in questione. Tralasciando gli infimi importi fissati come salario minimo e la discutibile applicazione a scaglioni, suscita parecchi dubbi la clausola legata ai CCL: una scappatoia tanto facile da attuare da non sembrare vera. I quesiti aumentano venendo a sapere del coinvolgimento di TiSin, organizzazione (pseudo)sindacale che ha chiari legami con la Lega dei Ticinesi, il partito di maggioranza relativa in Governo e forza politica di primo piano ad ogni livello istituzionale del cantone. Una risposta, parziale quanto significativa, è che lo Stato non è un agente contrapposto al libero mercato – come pretendono gli ideologi liberisti – ma piuttosto un supporto ad esso, soprattutto se a prendere le decisioni sono delle maggioranze borghesi. E allora la lotta di classe si trasferisce in parlamento e chi la vince lo fa ottenendo che tutto cambi (salario minimo) senza che nulla cambi (scappatoia dei CCL).

Il salario è solo uno dei problemi, a cui se ne aggiungono altri, che si rinforzano a vicenda e danno vita a quel dilagante fenomeno chiamato precariato. L’impatto di quest’ultimo va ben oltre il tempo e il luogo di lavoro. La crescente flessibilità richiesta (o imposta) ai lavoratori implica, da un lato, l’impossibilità di avere i necessari tempi di svago e recupero, sia perché si lavora troppo, sia perché si deve essere disponibili anche nel tempo libero (come nei contratti su chiamata), sia perché le pause sono previste in modo da non permettere mai veramente di staccare (negli orari spezzati ad esempio). D’altro lato c’è chi a causa di questa flessibilità non riesce ad accumulare abbastanza ore di lavoro da ottenere una remunerazione sufficiente per mantenere sé stesso e la sua famiglia, trovandosi ugualmente in una condizione di perenne malessere. Gli effetti sono molteplici e si declinano in modo differente a seconda della situazione particolare. Ciò che è comunque generalizzabile è il nesso fra flessibilità, precarizzazione e calo della qualità di vita.

Inoltre, il precariato ha un legame stretto con le condizioni materiali del lavoro. La situazione di continua minaccia di licenziamento – a causa di delocalizzazioni verso l’est Europa o il sud-est asiatico – è causa sia di malessere psico-fisico sia di una forte pressione al ribasso dei salari. In Ticino va aggiunta la componente del frontalierato, che pone questa minaccia anche senza bisogno di delocalizzare la produzione. I frontalieri allargano a dismisura il suddetto esercito industriale di riserva, per di più con persone pronte ad accettare salari di livello molto inferiore agli standard svizzeri. La possibilità di assumere lavoratori frontalieri – che per inciso si trovano nella stessa situazione precaria o disoccupazionale dei loro dirimpettai residenti in Ticino – è uno strumento irresistibile nelle mani di chi dirige un’azienda e vuole assolutamente ridurre i suoi costi di produzione. Il risultato è un dilagante dumping salariale. Proprio quello che il salario minimo dovrebbe cercare di contenere, ben inteso se applicato correttamente, senza scappatoie. Con l’obiettivo magari di ridurre il tasso di rischio di povertà più elevato della Svizzera, che si attestava per il Ticino, secondo l’Ufficio federale di statistica (UFS), sopra il 24 per cento (fra i soli lavoratori occupati) nel 2019, cioè prima della pandemia.

E se nella ricca Svizzera le cose stanno così, altrove vanno peggio. Le già citate delocalizzazioni di attività produttive, che comportano il licenziamento di lavoratori occidentali, spesso non sono un grande miglioramento nelle condizioni di vita nemmeno per i lavoratori che vengono impiegati al loro posto in paesi in via di sviluppo. Qualche anno fa aveva fatto notizia (presto dimenticata a dire il vero) la serie di suicidi nelle fabbriche FoxConn, un’azienda attiva nel sud-est asiatico, soprattutto in Cina, che si occupa perlopiù di assemblaggio di componenti. In parole povere nelle fabbriche della FoxConn si montano i diversi pezzi che compongono, ad esempio, smart-phone, computer e tablet, che poi finiscono nelle nostre case. Gli impiegati della FoxConn sono sottoposti a condizioni di lavoro inimmaginabili: rinchiusi in dormitori separati dal resto del mondo, compresi gli affetti più cari; con turni di lavoro alla catena di montaggio di ben oltre le 10 ore filate e pause esigue; impossibilitati ad avere attività di svago degne di questo nome; e l’elenco potrebbe continuare. La conseguenza è stata una serie di suicidi, a cui l’azienda – che lavora per società come Apple, Samsung e via di seguito – ha cercato di porre rimedio mettendo spranghe alle finestre dei dormitori. Insomma, prima i profitti, poi la salute dei lavoratori, addirittura arrivando al limite estremo di portarli al suicidio per disperazione e di doverli imprigionare per (provare a) evitarlo.

Per non parlare degli effetti del cambiamento climatico, della pandemia da Covid-19 e delle guerre in medio oriente e altrove, di cui stanno facendo le spese soprattutto i più poveri e vulnerabili. Secondo la Banca Mondiale la pandemia di farà aumentare per la prima volta dal 1990 il numero di persone sotto la soglia di povertà estrema. In realtà dal 2015 si era già assistito a un rallentamento della diminuzione di questa cifra. Inoltre non c’è solo la povertà estrema, ma esistono diversi livelli di povertà, se non altrettanto gravi, comunque insostenibili per chi li subisce. In quest’ottica non sorprendono i consistenti flussi migratori, che non si arresteranno sicuramente grazie agli scellerati e disumani accordi con Erdogan, le autorità libiche o magari, in un prossimo futuro, Hassan Akhund in rappresentanza del regime talebano.

La lotta di classe esiste, anzi è più evidente che mai, sia localmente sia sul piano globale. Il problema sta nel livello di squilibrio e di consapevolezza fra i contendenti. Citando Warren Buffet, imprenditore e finanziere che da questa situazione ha sicuramente tratto immensi guadagni, ma che ha perlomeno l’onestà di ammetterlo: “la lotta di classe esiste, certo, ma è la mia classe, quella dei ricchi, che sta portando avanti questa guerra e la sta vincendo”.

Maurizio Solari è assistente presso la facoltà di economia dell’Università di Friborgo


Reddito, lavoro e capitale

 

L’iniziativa “Sgravare i salari, tassare equamente il capitale” – meglio conosciuta come “iniziativa 99%” – ha il pregio di riaprire il dibattito sulla (re)distribuzione del reddito e sulla sua origine. Tuttavia, ha anche il difetto di non approfondire a sufficienza la questione, mancando in parte l’obiettivo. Andiamo con ordine, iniziando dal capire cos’è il reddito, la cui definizione è ancora oggi oggetto di dibattito fra diverse scuole di pensiero in economia. Per la teoria attualmente dominante, quella neoclassica, il reddito sarebbe la remunerazione esatta della produttività marginale dei fattori di produzione, cioè il lavoro, il capitale e la terra. La produttività marginale è sostanzialmente l’apporto alla produzione che ognuno di questi fattori fornisce. Ad esempio, un lavoratore riceve un determinato salario perché il suo contributo nel generare il prodotto finale è equivalente a quell’importo, così come un capitalista riceve un reddito perché il suo capitale ha contribuito alla produzione per quell’esatto ammontare. Discorso analogo per il proprietario terriero, remunerato con una rendita equivalente alla produttività marginale del suo terreno.

Tuttavia, non viene specificato come misurare il contributo di questi differenti fattori. Anzi, risulta impossibile quantificare la produttività marginale di ogni lavoratore, unità di capitale o di terreno come lo vorrebbe la teoria neoclassica. Ciò è vero per la produzione industriale e ancora di più per quella legata al terziario, dove gli orari di lavoro sono più flessibili, il lavoro di squadra assume ancor più importanza e soprattutto il prodotto non è esso stesso quantificabile, pensiamo ad esempio ai servizi di cura alla persona in ambito sanitario, per restare alla stretta attualità. La risposta degli economisti neoclassici è che la produttività marginale è misurata dal reddito corrisposto. In altre parole, il reddito è determinato dalla produttività marginale, la quale è definita dal reddito. Si tratta di un ragionamento circolare e inconcludente: il cane che si morde la coda e che, per di più, rimane a bocca asciutta.

Fortunatamente, esiste un approccio alternativo a questa concezione, che inevitabilmente e giustamente considera gli aspetti sociali e politici legati alla distribuzione del reddito. Prima dell’industrializzazione di massa, in epoca feudale per intenderci, il settore fondamentale nella produzione era quello agricolo, per il quale la terra è elemento evidentemente essenziale. Non sorprende, quindi, che a quel tempo le persone più benestanti fossero i proprietari terrieri, facenti parte della classe nobile. Con l’industrializzazione, i rapporti di forza si sono spostati a favore della classe borghese, proprietaria del capitale-macchina fondamentale per la produzione industriale e perciò in grado di trarne un vantaggio in termini di benessere materiale, oltre che di ottenere un cambiamento dell’ordine politico attraverso le cosiddette rivoluzioni borghesi (inglese, americana e francese). Eppure manca un elemento nella narrazione: il lavoro umano, necessario sia all’agricoltura, sia all’industria, sia – per riavvicinarci al presente – alla produzione di servizi del sempre più importante settore terziario.

Ebbene, il lavoro è in realtà l’unico fattore di produzione. Intendiamoci, non significa che capitale e terra non abbiano nessuna importanza. Al contrario, essi permettono di aumentare la resa del lavoro, la sua produttività marginale per dirla coi neoclassici. Pensiamo alla rivoluzione informatica, nella quale l’avvento dei computer (capitale) ha permesso di ridurre drasticamente il costo e il tempo necessario per lo scambio di informazioni e di conoscenza, aumentando drasticamente la resa di innumerevoli lavoratori in quasi tutti gli ambiti produttivi. Analogamente, più il terreno è fertile e più chi lo coltiva otterrà dei frutti dal suo lavoro. Tuttavia senza lavoro non esiste produzione: un computer non sarebbe operativo senza un lavoratore che lo accenda e lo usi (e prima ancora lo produca), così come un terreno non produrrebbe alcun alimento senza l’intervento umano, se non qualche casuale pianta da frutta qua e là, ma anche in questo caso servirebbe un lavoro di raccolta per usufruirne.

Perciò, se il lavoro è l’unico fattore di produzione, il salario dovrebbe essere l’unica forma di reddito. Perché allora parliamo di redditi da capitale? Per il motivo che le aziende possono vendere i beni e servizi prodotti a un prezzo superiore al costo di produzione, facendo così un profitto, che viene poi distribuito in interessi, dividendi, affitto di terreni o immobili e così via. In altre parole, il reddito da capitale (così come il reddito fondiario) sono redditi derivati, ovvero una parte di salario trasferita dal lavoratore al capitalista (azionista, creditore, speculatore, proprietario dei terreni o degli immobili) tramite l’intermediazione dell’azienda. Questo trasferimento è giustificato in vari modi che ne evidenziano l’effetto positivo sulla produzione, come il rischio di prestare il proprio denaro o di fare impresa, l’astensione dal consumare parte del proprio reddito per investirlo, e così via. Tuttavia esistono forme di capitale che non costituiscono un supporto all’attività economica, fra cui gran parte dei titoli finanziari derivati, ma non solo. Basti pensare alla sempre più diffusa pratica fra le aziende di acquistare le proprie azioni sul mercato, con il solo obiettivo di aumentarne la quotazione borsistica e generare un guadagno per gli azionisti, senza minimamente aumentare l’attività produttiva dell’azienda stessa. È qui che traspare la relazione di potere celata dietro ai redditi da capitale, quella che causa un trasferimento di reddito anche laddove il capitalista non fornisce nessuna partecipazione alla produzione che possa giustificarlo.

In questo senso imporre maggiormente i redditi da capitale per diminuire il carico fiscale sui redditi da lavoro medio-bassi costituisce un passo nella giusta direzione. Ciononostante, si tratta di una misura che cerca di rimediare a un problema senza attaccarlo alla radice, quello della concentrazione verso l’alto di redditi e ricchezza sia a livello mondiale sia in Svizzera. Le cause fondamentali di quest’evoluzione sono state due. Da un lato vi è la liberalizzazione del movimento internazionale dei capitali, intensificata dal progresso tecnologico che permette ormai di spostare il proprio patrimonio con un semplice click del mouse. La possibilità di delocalizzare la produzione in zone del mondo dove i diritti e di conseguenza il costo del lavoro sono esigui, ha incrementato a dismisura i profitti, cioè la differenza fra costo di produzione e prezzi di vendita. Inoltre, e si tratta della seconda causa, ciò ha accresciuto la concorrenza fiscale fra paesi (e anche fra regioni interne a uno stesso paese, come per i cantoni svizzeri), generando una serie di sgravi fiscali sia sulle persone giuridiche sia sulle persone fisiche benestanti. Basti pensare che in alcuni periodi fra gli anni ’50 e ’70 esistevano – negli Stati Uniti, capofila del liberalismo economico – aliquote fiscali marginali vicine al 100 per cento: se guadagnavi più di una certa soglia, ben inteso decisamente alta, tutto quel guadagno eccedente finiva in imposte allo Stato. Oggi siamo molto lontani da tutto ciò e infatti le disuguaglianze nella distribuzione sia del reddito sia della ricchezza sono in pericoloso aumento.

L’iniziativa in votazione il prossimo 26 settembre contrasta tutt’al più quest’ultima causa, ma in realtà in un modo abbastanza singolare. Invece di aumentare le aliquote fiscali migliorando o ripristinando una vera progressività, preferisce moltiplicare per 1,5 il reddito imponibile oltre una certa soglia. Si tratta sicuramente di una scelta che faciliterà – se mai ci si arriverà – l’applicazione parlamentare della legge, tuttavia viene a mancare un discorso di giustizia sociale pre-imposizione fiscale e una vera tematizzazione di cosa sia il reddito da capitale e delle sue sfaccettature. Ad esempio, sarebbe stato positivo differenziare fra guadagni da operazioni di compravendita di titoli derivati e redditi da capitale legati ad attività produttive. Oppure, nel segno di una politica ecologica che stenta ad andare oltre ai proclami, si sarebbe potuto pensare a un’aliquota maggiorata per i redditi derivanti da operazioni legate ad aziende a forte impatto ambientale. Inoltre, non viene in nessun modo toccata la prima delle cause citate che stanno alla base del problema, nonostante sia necessario e urgente farlo. L’iniziativa costituisce un primo positivo passo, che sarà però insufficiente se non sarà seguito da altri. In ogni caso, ritematizzare la formazione e la distribuzione del reddito in Svizzera come altrove è fondamentale per capire sia i problemi attuali sia come risolverli.

Maurizio Solari è assistente presso la facoltà di economia dell’Università di Friborgo