Il brillante figlio di un’epoca finita per sempre

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

Con Marco Blaser si chiude definitivamente la luminosa storia di un’Azienda che – molti diranno fatalmente – negli ultimi anni ha cambiato volto, obiettivi, collocazione sul mercato. Non per scelta propria, ma perché è la società stessa ad essere mutata anche nel proprio modo di informarsi, formarsi, concepire l’intrattenimento: i tre pilastri sui quali il Servizio pubblico radiotelevisivo (oggi multimediale) poggia.

Blaser è espressione di un’altra epoca: nato tra le due guerre, cresciuto potendo seguire una precoce vocazione al giornalismo, alla comunicazione, al mondo dei media che suo padre, pur sorpreso e forse un tantino preoccupato, mai ostacolò. A 19 anni Marco iniziò a frequentare Radio Monteceneri, così carica di storia e di prestigio, voce autonoma e indipendente che negli anni del conflitto veniva ascoltata con attenzione ben oltre i confini svizzero italiani.

Blaser, quello che ho personalmente conosciuto per una quindicina d’anni, fino al suo pensionamento nel 1999, era, da direttore, presentissimo a tutti i livelli: strategico (con sguardo sempre attento alla dimensione confederale del nostro Paese e della SSR, tanto nei contenuti di programma che per gli equilibri finanziari e di rappresentatività politica); operativo (pochissime persone come lui, pochissimi altri pionieri della RTSI conoscevano il mestiere, o meglio tutti i mestieri/professionalità che le permettevano di andare in onda). In lui si assommavano il realizzatore, il regista, il giornalista, il presentatore.

Quelli della mia età ricorderanno che era stato Marco – insieme a Eugenio Bigatto – a portarci sulla luna. Aveva un timbro di voce inconfondibile, impostato sì, ma non forzato o innaturale. E anche i contatti con lui non erano difficili. Sapeva ascoltare, suggerire, certamente anche influenzare talune scelte. Poliglotta, perfettamente a suo agio con le lingue nazionali, l’inglese e lo Schwyzerdütsch, si muoveva con leggerezza in ambiti diversissimi. Ha intervistato il mondo dello sport, i grandi dello spettacolo e della scienza, i tenori della politica, sempre adottando un linguaggio comprensibile a tutti. Radio e televisione erano e sono strumenti popolari, familiari e trasversali: la sua preoccupazione era di non escludere chi stava dall’altra parte dello schermo, bensì, semmai, di allargare in un’ottica che oggi, con un luogo comune, definiremmo inclusiva.

Blaser, si diceva, è stato anche influente uomo di equilibri tra regioni linguistiche e tra le unità aziendali della SSR: la RTSI doveva caratterizzarsi ai suoi occhi prima di tutto come antenna pienamente svizzera, nazionale, come riverbero sulla Svizzera italiana di quanto accadeva oltre San Gottardo e oltre Sarine, ma anche come testimonianza quotidiana dell’italianità linguistica del Paese verso San Gallo, Zurigo, la Berna federale, Coira, e la Romandia.

Tutti questi rapidi appunti, scritti lontano dal Ticino da chi per l’ultima volta lo intervistò, già segnato dalla malattia, una quindicina d’anni or sono, vanno certamente messi in relazione con il radicale cambiamento, o piuttosto la rivoluzione che ha toccato il mondo dei media e la sua  fruizione.

Oggi, in tempi di tutto gratis e subito, senza porsi molte domande, una figura come quella di Blaser è inimmaginabile: il giornalismo e le professioni ad esso affini e complementari da una parte, il management dall’altra. Marco è stato un unicum probabilmente irripetibile, ma anche un figlio brillante della sua epoca.

Nell’immagine: Marco Blaser denuncia il rifiuto della polizia degli stranieri di ammettere e far curare in Svizzera, alla fine degli anni ’60, alcuni bambini sud-vietnamiti feriti durante la guerra (dal documentario di Werner Weick “Qui Marco Blaser“)


A Mendrisio i trasporti per i vivi e per i morti

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

Avrete notato come gli autobus luganesi, così come i vecchi tram di Milano, sono “tappezzati” da grandi pubblicità delle imprese di onoranze funebri. Quando, incolonnato in automobile, vedo davanti a me l’immagine di due noti gemelli del ramo, una mano si stacca immediatamente dal volante per abbassarsi o mimare, quantomeno, gesti scaramantici.

I servizi offerti da queste ditte sono molteplici, a tratti sorprendenti: si tratta di anticipare le richieste, intercettare i bisogni, cavalcare i nuovi trend. Il marketing la fa da padrone, l’empatia viene sbandierata su siti sempre più curati: il funerale può essere personalizzato, esclusivo, ecosostenibile. Raramente “economico”, anche perché gli addetti ai lavori ti fanno notare, più o meno discretamente, che al defunto, proprio in questa circostanza, va dimostrata riconoscenza e va fatto tutto il possibile affinché – con una cerimonia, una tomba o un monumento funebre degni di quel nome – il suo ricordo non svanisca. Addirittura, come a un matrimonio, vengono proposti ai familiari dei video professionali realizzati sulla base di fotografie e filmati del defunto, che saranno il clou del commiato terreno.

Ma nel secolo scorso, in Ticino, era diverso? Un gustoso articolo di Renato Simoni, Viaggi nell’aldiqua e verso l’aldilà, pubblicato nel numero appena uscito della rivista Archivio Storico Ticinese, ripercorre la storia dell’impresa Fratelli Travaini di Mendrisio. Originari di Paruzzaro (Arona), dove facevano gli ombrellai, arrivati nel Borgo nel 1863 e naturalizzati 7 anni dopo, fiutarono la possibilità di arricchirsi cambiando settore e dedicandosi ai trasporti in un Cantone che si stava sviluppando, anche in àmbito turistico.

Trasporti è un termine generico che comprende una serie di attività diverse: quelli di linea, quelli sanitari e… quelli funebri. A inizio ‘900 Mendrisio contava circa 3’400 abitanti, ma era già sede dell’Ospedale Beata Vergine (dal 1860) e del Manicomio cantonale (dal 1898). Pazienti, loro parenti, personale medico e infermieristico e, qualche tempo dopo, anche l’ultimo viaggio verso il cimitero, di cui i Travaini mantennero, sino al secondo dopoguerra, un quasi monopolio.

Descritto accuratamente il cerimoniale adottato in prossimità e subito dopo la morte di un individuo – che coinvolgeva un’intera collettività di parenti, amici, vicini di casa, confraternite – Simoni passa a quella del funerale vero e proprio, protagonisti assoluti gli assuntori dei carri e i necrofori (professionalmente attivi quali netturbini comunali), i fabbricanti dei baüll (le bare), i becchini chiamati a scavare la fossa. La categoria dei marmisti veniva coinvolta qualche settimana dopo il funerale, per chi si poteva permettere una lapide o un monumento più importante. In tutta questa economia del caro estinto – annota Simoni – “All’attività degli uomini occorre aggiungere quella meno appariscente, ma tutt’altro che secondaria, svolta nel caseggiato di via Motta dalle nuore Giovanna e Anita: rispondere al telefono, preparare impeccabili addobbi per i cavalli e le carrozze, ripulire e stirare l’abbigliamento degli uomini di casa e dei necrofori, curare gli animali in stalla (…)”.

Fu nel Ventennio tra le due guerre che la ditta Travaini, sotto la guida di Goffredo (1871-1945), assistito dai figli, si sviluppò, diversificando ulteriormente le proprie attività. Una scelta non casuale e avveduta, poiché proprio in quegli anni al tradizionale trasporto sui carri trainati da cavalli, si stava aggiungendo quello a motore. In realtà – scrive Simoni – “Sino alla fine della Grande guerra, il motore incontrastato del trasporto stradale fu il cavallo, a cui si erano affiancati, durante la Belle Époque, i velocipedi, che i vettorali non guardavano con eccessiva simpatia, e ancora meno le prime automobili e motociclette che si avventuravano a velocità folli sulle polverose e tortuose contrade”.

Già a inizio secolo, i Travaini disponevano di 14 cavalli e si assicurarono anche il lucroso trasporto estivo dei turisti dalla Stazione di Mendrisio alle Terme di Stabio. Visto che nihil sub sole novum, già allora questi antenati dei moderni taxisti si scontravano, talvolta fisicamente, per accaparrarsi gli stalli più vicini ai binari, e facevano capo a persone che si intrufolavano tra i passeggeri per pubblicizzare il servizio, violando le regole imposte dal Municipio.

Il quale, nel 1923, si diede nuove norme per i trasporti funebri. A Bellinzona erano a carico del Comune (carro unico e senza distinzione di classe); a Locarno e Lugano venivano appaltati a terzi con possibilità di scegliere, oltre alla variante gratuita, altre due classi a pagamento. Nel Magnifico Borgo il dibattito politico tra la maggioranza liberale e la minoranza socialista (favorevole al modello bellinzonese) vide affermarsi il modello a tre classi (a pagamento) e gratuità per i nullatenenti. Il dibattito sui funerali proseguì acceso per una quindicina d’anni, costellato da domande di referendum e iniziative popolari. Il 14 novembre 1937 la cittadinanza decretò il si al funerale gratuito per tutti i domiciliati, prassi abolita solo quasi mezzo secolo più tardi, nel 1984, dal Municipio in nome della liberalizzazione. Questa decisione portò anche allo scioglimento definitivo della Fratelli Travaini. Tra il 1937 e il 1973 i registri della Travaini annotano oltre 1’200 servizi funebri, il cui prezzo variava notevolmente: il trasporto della salma del pittore Jean Corty dal manicomio al Cimitero costò 22 franchi; l’ultimo, solenne saluto a Goffredo Travaini cento volte tanto, 2’042.50 franchi per la precisione. Il tariffario dipendeva dal numero di carri/cavalli, furgoni, vetture, portantini, corone e addobbi impiegati.

“Il periodo tra le due guerre mondiali fu caratterizzato dalla convivenza tra il tradizionale quadrupede e il motore a scoppio (automobile e autocarro)”, osserva l’autore del saggio. Se i secondi vennero vieppiù utilizzati per il trasporto di merci e persone vive (domiciliati, turisti, pazienti), “purtroppo, per i malati in ospedale, la degenza poteva significare anche la morte e allora subentravano il trasporto delle salme (in tutto il Cantone) e i funerali (…). Le cerimonie potevano mobilitare tutta la famiglia: Bruno (figlio di Goffredo, ndr) a cassetta del carro principale col defunto, Elvezio e Egidio che seguivano con le carrozze di accompagnamento per corone e fiori, con l’ausilio, se necessario, di qualche avventizio alla ricerca di un lavoro alla giornata; soprattutto negli anni Trenta, con la dilagante disoccupazione, essi non mancavano”. I Travaini acquistarono dapprima alcune FIAT 1100, poi una 1500, poi ancora alcune grosse vetture americane. La ditta si mantenne prospera per tutti gli anni Cinquanta contando su una serie di clienti fedeli e facoltosi per il servizio taxi. Dalla fine del 1953, tuttavia, Mendrisio poté contare sui servizi della Croce Verde coperti dall’assicurazione. Anche il ramo trasporti pesanti sarebbe stato tagliato di lì a qualche tempo. Negli anni ’60, deceduti sia Goffredo che Bruno, la ditta dovette assumere degli autisti stipendiati, che fecero impennare i costi di gestione già saliti per il carburante, la manutenzione dei veicoli, le assicurazioni, le tasse di circolazione.

Mi sono soffermato, in questo articolo, sulla branchia funeraria. Ma Renato Simoni amplia il proprio sguardo a tutte le attività di una storica impresa familiare come quella dei Travaini. Nell’ambito del trasporto di merci e bestiame; dei traslochi, programmati in genere attorno alla Festa di San Martino, scadenza dei contratti d’affitto di case e terreni (11 novembre); della distribuzione postale; del trasporto del personale sanitario (medici, infermiere, levatrici) che spesso raggiungeva pazienti e partorienti al loro domicilio; dei battesimi; delle gite aziendali e dei primi viaggi turistici collettivi. Leggere la nostra storia raccontata in questo modo è un piacevolissimo arricchimento.

L’articolo citato è apparso nel nuovo numero (il 179) della rivista Archivio Storico Ticinese, fondata nel 1960 da Virgilio Gilardoni e Libero Casagrande


Sovranità digitale: ipnotizzati e intrappolati dagli Stati Uniti

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

Lo avevamo lasciato pochi mesi or sono, quando era uscito, Edizioni Casagrande di Bellinzona, La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale. Un testo agile e di agevole lettura anche per non addetti ai lavori, in cui vengono dapprima descritti meccanismi e obiettivi più o meno palesi con cui opera l’IA; messi sul tavolo i rischi (di disinformazione / manipolazione individuale e collettiva); infine, proposti comportamenti e scelte che ci permetterebbero, almeno in parte, di difenderci. Li ricordo brevemente, poiché repetita juvant: Creare leggi e regole; Tracciare una frontiera morale; Riconquistare la sovranità digitale; Disamericanizzarsi; Riconoscere la manipolazione; Allentare la morsa digitale; Educare una super intelligenza; Saper pensare.

Bruno Giussani torna ora in libreria con un nuovo saggio, apparso nel novembre scorso in lingua francese Moins d’Amérique dans nos vies presso l’editore ginevrino georg all’interno di una collana particolarmente stimolante, chiamata Kraft, che si prefigge di rilanciare, nella Svizzera romanda, la saggistica, purché – come i testi di Giussani – scritta in un linguaggio accessibile a un pubblico più largo.

Mezz’anno più tardi, il libro esce anche in italiano con identico titolo – quasi un appello – Meno America nelle nostre vite, al quale è stato aggiunto il sottotitolo Riconquistare la sovranità digitale europea, che suona come chiara indicazione di rotta. Rispetto alla versione francese, quella italiana non solo è ulteriormente aggiornata, ma anche assai più corposa.

Il libro approfondisce di fatto uno dei suggerimenti che l’autore dava nella pubblicazione precedente (vedi sopra). Parola chiave, anzi neologismo chiave: disamericanizzarsi. Ma attenzione: quello di Giussani non è un partito preso, un antiamericanismo a prescindere. “Il mio” spiega “non è un libro anti-americano, bensì un libro anti-sottomissione tecnologica. Parla della nostra situazione collettiva, economica e politica, ma anche delle dinamiche che ci portano a consegnare ogni giorno alle piattaforme-mondo digitali americane fette intere della nostra vita privata e sociale. Discute leggi e geopolitica. Descrive la enshittification della nostra esperienza digitale, l’extraterritorialità delle leggi americane, le alternative tecnologiche europee e coloro che le hanno adottate“.

Giussani analizza una situazione ormai consolidata, il fatto che sono gli Stati Uniti a dominare, se non monopolizzare, il mondo digitale, le sue piattaforme, le tecnologie sempre più pervasive e tentatrici che lo caratterizzano.

Da un lato, quindi, l’America, in grado così di influenzare interi Paesi, interi governi, miliardi di cittadini poiché, come riportato in epigrafe, “Non è una coincidenza che la democrazia stia vacillando proprio mentre la tecnologia digitale è in ascesa” (Carissa Véliz, docente di etica e filosofia a Oxford).

Dall’altro, il Vecchio Continente che questa colonizzazione tecnologica ha subìto e continua a subire ponendosi in una posizione di debolezza, subalternità, dipendenza. Con rischi enormi, che spingono Giussani a definire quella tecnologica la sfida più urgente e decisiva dei nostri tempi: più di quella climatica, più di quella geopolitica, più di quella alle diseguaglianze e alla povertà. Perché non riusciremo – né come individui né come Governi/Stati o schieramenti politici – a vincere le altre sfide se non disporremo di strumenti in grado di darci, diversamente da molte di queste piattaforme, un quadro oggettivo della realtà, una visione attendibile, verificabile, basata su dati veri e reali, non un’immagine distorta – volutamente distorta, falsa, prodotta con intenti manipolatori basati su interessi personali delle poche decine di aziende che oggi controllano il mondo, producono tecnologie sempre più potenti e tentatrici, di cui né loro né tantomeno chi le utilizza conoscono gli effetti collaterali.

Social media, chatbot e altre risorse (Giussani le definisce ipnotizzanti, poiché sanno accarezzare l’utente, gli mostrano empatia, soddisfano ogni sua domanda, rendendolo sempre più dipendente) ci danno risposte convincenti, ma certamente non neutre (dal punto di vista economico e/o politico). Facendolo, raccolgono miliardi di dati e informazioni che permettono alle Big Tech di influenzare sempre più profondamente i nostri comportamenti/scelte individuali e di indirizzare le dinamiche planetarie. Questi strumenti sono (o ce lo fanno credere) comodi, pratici, semplici da usare, gratuiti, ti rispondono in un batter di ciglia, sanno adeguare il loro linguaggio a quello di chi li interpella e ti sollecitano a chiedere altro ancora. Il rapporto con loro è di amicizia (les faux-amis), quando non di intimità. Con loro interagiamo quasi ininterrottamente, e loro sono diventati pervasivi: ma così facendo hanno ormai sostituito le sedi tradizionali del dibattito pubblico; hanno rivoluzionato i processi democratici ed elettivi; hanno stravolto le modalità di scelta e di consumo, lasciando sul campo morti e feriti a migliaia.

Giussani suona l’allarme: “questa algoritmizzazione della vita solleva questioni essenziali. Chi controlla questi sistemi? Quali logiche e valori convogliano, e quali escludono? Quali sono le conseguenze sulla nostra autonomia personale? E anche: siamo ancora in grado di porci queste domande, o ci stiamo abituando a vivere in un mondo dove le risposte sono già scritte nei codici informatici che ci circondano?”.

Che fare allora? Meno America, la via indicata da Giussani, ricordando che 25-30 anni or sono c’erano anche aziende europee a cercar di contrastare lo strapotere d’oltre Atlantico: una su tutte, la finlandese Nokia, quella dei nostri primissimi telefonini. Oggi l’impressione – confermata dai dati reali – è che tra Europa e America non ci possa essere partita in questo ambito così decisivo. “La sovranità digitale europea è molto limitata. Una manciata di aziende statunitensi controlla la maggior parte dei cavi sottomarini, dei satelliti e dei servizi cloud che compongono l’infrastruttura digitale mondiale, nonché le piattaforme social ed intelligenza artificiale, che costituiscono la struttura informativa e i sistemi operativi dei telefoni, porte d’accesso alla privacy degli utenti. Non sono solo le banche e le imprese europee, ma anche gli ospedali, le reti elettriche e gli stessi governi a funzionare grazie ai server e ai software delle multinazionali statunitensi”.

E c’è un aspetto essenziale, un cambiamento decisivo nel modo con cui oggi utilizziamo queste tecnologie: in passato “si acquistava un programma, lo si installava e lo si utilizzava sul proprio computer. Oggi quasi tutti i software importanti funzionano nel cloud, controllati – così come gli aggiornamenti, le modifiche e soprattutto le autorizzazioni di accesso – dalle aziende produttrici piuttosto che localmente dall’utente. Quando accedete a Facebook, entrate nei server dell’azienda. Ciò le conferisce un potere considerevole sulla vostra esperienza sulle informazioni visualizzate e sulla raccolta dei dati”.

Il grado di dipendenza si è dunque centuplicato e con esso i rischi. L’Europa e gli altri alleati degli USA si sono a lungo adeguati confidando nella dichiarata volontà degli Stati Uniti di operare costruttivamente “a favore di un ordine internazionale basato su regole e valori condivisi”. L’attuale governo americano, con la sua deriva radicalmente nazionalista dell’America first, che rimette in discussione alleanze e amicizie storiche con il Vecchio Continente, fa sì che la dipendenza tecnologica dagli USA diventi “un fattore primario di vulnerabilità sistemica” al di qua dell’oceano. La debolezza europea appare ancora maggiore se si considera che anche in ambito finanziario globale, in quello legato agli armamenti e ai sistemi di difesa, alle risorse energetiche, recuperare il terreno perduto sarà un processo lungo, laborioso e assai difficile.

“Negli ultimi anni” osserva l’autore “a forza di barattare l’autonomia con la comodità e l’efficienza, il problema ha raggiunto proporzioni critiche. L’onnipresenza di piattaforme social e commerciali, l’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa, la dipendenza di aziende governi ed eserciti europei dal cloud e dal software statunitensi creano grande vulnerabilità. Che può essere tecnica (un’interruzione del cloud di Amazon l’autunno scorso ha paralizzato centinaia di imprese) ma anche, ormai lo sappiamo, politica”. 

Come difendersi, allora? “Disconnettersi da infrastrutture digitali consolidate o svilupparne di alternative è difficile e costoso in termini sia pratici sia di tempo e di denaro”, sostiene Giussani. Nel 2005 Francia e Germania tentarono di dar vita a un concorrente dei giganti Google e Yahoo spendendo circa 200 milioni di euro: Quaero fu un fallimento. Altrettanto difficilmente ipotizzabili sono dei provvedimenti giuridici-legali sulle piattaforme, poiché la loro forza è tale da renderli quasi impraticabili. Secondo il giornalista Luigi De Biase, bisognerebbe creare “non una nuova piattaforma gigantesca, ma un numero gigantesco di nuove piattaforme interoperabili e trasparenti” trasformando l’attuale mercato monopolizzato da pochi giganti americani in un mercato concorrenziale aperto, libero e pluralista, basato “sul rispetto di valori europei essenziali come i diritti umani o lo stato sociale (…), ciò che le piattaforme statunitensi non sono”.

Di qua dall’Atlantico – più che un giudizio, è diventato un mantra – mancano le alternative. Ma è davvero così? No, non sempre, risponde Giussani. Già esistono decine di software validissimi (talvolta anche più economici), in grado di competere con i giganti nell’ambito dell’informatica office, della gestione dei dati, dell’archiviazione, della messaggistica, del design, dei sistemi di pagamento. I Governi e le aziende europee dovrebbero “soltanto” adeguare le gare d’appalto per sostenere maggiormente prodotti europei, anche se nessuno può imporre a un’azienda privata quale tecnologia acquistare presso quale fornitore. L’Europa dovrebbe inoltre investire maggiormente in ricerca e sviluppo.

Quanto alla Svizzera – nota  Giussani – l’Amministrazione federale ha versato a Microsoft 150 milioni di franchi per acquistare nuove licenze software spiegando che “non esiste attualmente alcuna alternativa che permetta di garantire un esercizio senza interruzioni”. Insomma, di Microsoft il nostro Paese appare prigioniero. Tutt’attorno, invece, qualcosa si sta muovendo: alcuni mesi or sono, la Francia ha adottato nell’Amministrazione pubblica un sistema di videoconferenze sviluppato al proprio interno e a ogni Ministero è stato chiesto di approntare un piano per diminuire la dipendenza digitale extraeuropea. Il Parlamento europeo, ha sua volta, ha deciso, il 4 giugno, di adottare in tutti i suoi computer (720 deputati e migliaia di collaboratori) il motore di ricerca francese Qwant, sviluppato dalla Francia nel 2013. A differenza di Google, Qwant non traccerebbe gli utenti e non raccoglierebbe / venderebbe a terzi i loro dati personali.  Ma il motore di ricerca francese fa comunque capo a tecnologie Microsoft per fornire i risultati delle ricerche.

Evidente, in queste scelte, la componente politica: “Optare per un software A piuttosto che per un software B oggigiorno non significa più semplicemente scegliere tra opzioni tecnologiche, ma allinearsi geopoliticamente. La tecnologia digitale è ormai inestricabilmente legata alla competizione strategica. Ne sta diventando anzi il vettore principale”.

In tutto ciò – e riporto le parole con cui Giussani conclude il suo libro – “la buona notizia è che il potere algoritmico del cloud si basa almeno in parte sul nostro consenso passivo e sulla nostra acquiescenza silenziosa. Per cui questa rinuncia a noi stessi può anche essere rovesciata. Iniziando con l’interrogare il potere tecnologico, capirne gli impatti e fare tutto il possibile affinché ci sia meno America nelle nostre vite”.

Per saperne di più:

https://www.youtube.com/watch?v=yMuHRU2bfWY è

Nell’immagine: i “telefonini” dell’europea Nokia. Un brillante futuro alle spalle


Un vecchio spunto valmaggese per una grande scrittrice a corto d’ispirazione

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

Ci sono libri pubblicati da noi (pochi) che trovano riscontro anche oltre confine. Ultimamente è successo più volte alle Edizioni Casagrande di Bellinzona. Le ragioni di questo successo? Certamente la scelta di autrici e autori in grado di attirare l’attenzione, ma anche, molto probabilmente, una buona rete di contatti con uffici stampa, critici e giornalisti dei maggiori quotidiani italiani e dei loro inserti. Il caso più recente è quello di un esile volume,  poco più di 50 pagine, ma firmato da una grande scrittrice americana, Patricia Highsmith (1921-1995). L’autrice è nota in tutto il mondo tra i cultori di noir e thriller: dalla sua penna sono nati personaggi famosi, primo fra tutti Tom Ripley, che compare in 5 suoi romanzi tra il 1955 e il 1991.

Highsmith piace da subito al mondo del cinema. Nel 1950 esordisce con Sconosciuti in treno (Strangers on a Train): non raccoglie grande successo di pubblico, ma viene letto da Alfred Hitchcock che ne trae L’altro uomo. Hitchcock si assicura i diritti per 7’500 dollari (10% dei quali andarono all’agente della scrittrice), senza mai apparire in prima persona nella trattativa.

“Non era un cattivo prezzo per un primo libro, e il mio agente lo ha spinto al massimo. Avevo 27 anni e non avevo nulla alle spalle. Lavoravo come una matta per guadagnarmi da vivere e pagare l’affitto. Non frequentavo l’ambiente del cinema”, dichiarò in un’intervista a Sight and Sound del 1988.

Sul grande schermo, comunque, i racconti e i romanzi della scrittrice americana hanno sempre trovato fortuna: 17 i film tratti da sue opere e firmati da registi di primissimo piano: René Clément, Claude Autant-Lara, Claude Chabrol e i due che secondo me dalla Highsmith hanno tratto il meglio: Wim Wenders (L’amico americano, 1977) e Liliana Cavani (Il gioco di Ripley, 2002).

Nel 1978 Highsmith presiede la giuria internazionale dei Filmfestspiele di Berlino, affiancata, tra gli altri, da Sergio Leone e Theo Angelopoulos. Negli anni ticinesi andrà qualche volta da spettatrice al Festival di Locarno.

Veniamo alla recente pubblicazione commissionatale dal settimanale Le Nouvel Observateur che la pubblicò con il titolo La longue marche hors de l’Enfer. Il testo uscì in tedesco nel 1993 da Diogenes Verlag e ora, tradotto dalla locarnese Maurizia Balmelli, lo possiamo rileggere anche in lingua italiana. Balmelli è una garanzia: lavora con le più importanti case editrici italiane (Mondadori, Adelphi, Einaudi) e ha trasposto nella nostra lingua Cormac McCarthy, Ian McEwan, Colette, Romain Gary, Emmanuel Carrère, Agota Kristóf, Yasmina Reza.

Highsmith è tra gli autori letterari che scelsero a un certo punto della loro vita – siamo nei primi anni ’80 – il Ticino per risiedervi stabilmente: già nel 1963 si era trasferita nel Vecchio Continente (Regno Unito, poi Francia); nei primissimi anni ’80 si insediò dapprima ad Aurigeno, nel 1988 acquista la casa di Tegna, dove vivrà appartata, ma non isolata. Nel bel cimitero di Tegna è anche sepolta. All’Archivio Svizzero di Letteratura Highsmith ha lasciato i manoscritti delle sue opere, ai quali si sono poi aggiunti altri nuclei epistolari che ora consentono di mettere meglio a fuoco anche la sua lunga parentesi valmaggese, iniziata con l’acquisto di una vecchia casa segnalatale dall’amica Ellen Rifkin Hill, che abitava a Cavigliano.

Queste notizie biografiche sono raccontate da Daniele Cuffaro nel prezioso testo che accompagna il racconto e contribuisce a sostanziarne con precisione cornice e contesto. Cuffaro, curatore dei Fondi italiani dell’Archivio, si occupa anche dell’inventariazione del Fondo Highsmith. Giunta in Ticino, la scrittrice fece due acquisti: una VW Derby rossa fiammante (“very strong”, per affrontare le tortuose strade ticinesi, e una macchina per scrivere Smith-Corona, presa al Jelmoli di Locarno, che invece non funzionava affatto e che riporta indietro. Scopre i luoghi, parla con la postina che inizierà a dar da mangiare ai suoi amatissimi gatti, frequenta i grotti definendoli “Un pizzico di vita sociale che qui consiste nel sedersi a cena a un tavolino all’aperto di un ristorante finché ti ritrovi col sedere paralizzato” (19 agosto 1981).

Il rapporto con il Ticino è duplice: la reclusione aperta a pochissimi, le giornate di isolamento in compagnia di centinaia di sigarette,  whisky e gatti, e l’ossessione estiva del turismo, che invade anche i paesini più isolati. Nei suoi Taccuini leggiamo, per esempio: “Non appena il tempo diventa più caldo e soleggiato, sarò circondata dai maledetti turisti – anche se qui non è niente in confronto al turismo che si concentra a Locarno, dove fare la spesa diventa un calvario. È il destino dei bei posti. L’unica salvezza, in Ticino, è un giardino con muro di cinta” (23 marzo 1982).

O ancora: “Qui abbiamo avuto forti nevicate e, dove vivo, agli angoli delle strade c’è ancora parecchia neve. In realtà sto cercando un’altra casa, più soleggiata. Mi piacciono i rustici (…) ma non hanno mai il garage e nemmeno una tettoia per la macchina – e spalar neve, grattare ghiaccio non è divertente” (10 marzo 1986).

Un ruolo centrale in tutta la vicenda lo ha Vivien De Bernardi, americana come lei, residente in Vallemaggia. Highsmith faticava infatti a finalizzare il breve racconto richiestole dal settimanale parigino: “Non fa per me”, scrive il 5 luglio 1988 all’amica Kate Kingsley Skattebøl. Sarà proprio  Vivien  (il cognome è quello di una famiglia patrizia di Lodano che aveva conosciuto, a fine Ottocento, l’emigrazione in California)  a suggerire alla scrittrice alcuni spunti che aveva sentiti raccontare dal suo patrigno.

In pochi giorni, anche con un mese di ritardo, Pat consegna il testo. Qualcuno se ne accorge anche da noi: Il Dovere lo segnalò il 10 agosto 1988 , mentre 7 mesi più tardi ne apparve anche una prima versione italiana, curata da Elda Guidinetti, sul Quotidiano di Silvano Toppi (25 marzo 1989).

Un lungo cammino dall’inferno racconta la storia di Luigi Barba, contadino di Riato (nome di fantasia che nasconde Lodano). Costui venne scomunicato dal parroco dopo un contenzioso su una vigna che la parrocchia rivendicava, ma che la famiglia Barba aveva sempre curato. Una vicenda che potrebbe apparire esile, minima, ma che ne riassume altre assai simili, di cui sono state vittime altre figure di un Ticino periferico, povero, spesso costretto all’esilio anche se non sempre l’emigrazione costituiva una sconfitta o un  fallimento, come bene spiega e sottolinea Giorgio Cheda nel suo recente La storia e l’invenzione dei miti (Edizioni Oltremare, 2025). Come scrive Marco Ostoni recensendo il libro nel Corriere della Sera del 3 maggio 2026, il racconto descrive “un passato dove bastava l’anatema di un prete per sprofondare il malcapitato nell’inferno dell’esclusione sociale”.

Vista dal paesino di Era, Locarno sembrava lontanissima: se ne parlava ”con rispetto e una certa soggezione, neanche fosse Roma o una metropoli simile. A Riato erano in pochi ad averla vista. Si diceva che a Locarno la gente possedesse bei cavalli e carrozze, che ci fossero negozi di alimentari, vestiti e pelletteria, un albergo e perfino una stazione ferroviaria” (p. 11).

Il Monte Ceneri appare insormontabile. Ma Luigi decide di spingersi fino a Lugano per incontrare il Vescovo e chiedere giustizia. “Nessuno in famiglia, e probabilmente nessuno in paese, era mai stato a Lugano. La città era al di là del Monte Ceneri, un passo assediato dalla nebbia e in inverno dalla neve. Nella testa dei bambini, e perfino di Maria, sarebbe anche potuta distar mille chilometri” (pp. 20-21).

Sulle prime, consigliato di rivolgersi a lui da un amico, Luigi sembra titubante e intimorito: “Ebbe la visione di una sacra figura con la talare rossa, distante da tutto. Inaccessibile. «Perché mai il vescovo dovrebbe darmi retta?» «Perché è anche lui un uomo di chiesa. E più importante di Don Nicola! Potresti chiedergli un parere. Non puoi andare avanti così, ti sfinirai. Hai già l’aria sfinita»” (pp. 19-20).

In un incontro di pochi minuti, il presule perdona il contadino che non sopportava l’umiliazione subita dal parroco. La proprietà del modesto vigneto non è più il centro della questione. “Dal punto di vista di Luigi, essere liberati dalle fiamme eterne dell’inferno era più importante di un centinaio di metri quadri di terreno” (p. 29).

Luigi – tramandava il racconto orale di quella vicenda che salvò una Highsmith a corto d’ispirazione, ma costretta a rispettare il contratto firmato con il Nouvel Observateur – “non solo fu l’unico uomo di Riato ad aver visto Lugano, ma il fatto che ci fosse andato a piedi elevava la sua avventura al sovrannaturale. (…) I suoi figli, i sei che gli sopravvissero, godettero la gloria di quelle gesta ben oltre la morte di Luigi. Erano dello stesso sangue di quell’instancabile eroe sovrumano che aveva trionfato sul Monte Ceneri. (…) Maria conservò le sue scarpe consumate per molti anni, finché nel corso di un inverno umido ammuffirono e si dovette buttarle. Fine”.

Nell’immagine: Patricia Highsmith mentre firma i suoi libri (Thomas Werthefrongel, 1988)


Un mondo nel pallone

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

Dapprima il calcio, praticato da ragazzo, con buoni risultati, nel Locarno, nel Vallemaggia e nel Bellinzona, dove – dice – “ho segnato una montagna di gol”); poi, a 16 anni, quasi per caso, un viaggio che lo porta fino in Brasile, dove il futebol si gioca sulla spiaggia, senza l’assillo dei risultati e della prestazione, per divertimento, con i ragazzi di strada, tra una nuotata e l’altra. Il pallone lo avrebbe trovato sul posto: dal Ticino l’adolescente Stefano Mussio (nato il 15 giugno 1968) mette in valigia un apparecchio fotografico – una vecchia Minolta a pellicola – con la quale comincia a scattare. La fotografia lo conquista e ne cattura l’interesse: il calcio continua a giocarlo, ma il maggiore impegno lo dedica ai paesaggi, ai volti, ai profumi che incontra e traduce in immagini.

Il papà è friulano, di Casarsa della Delizia (il paese natio di Pier Paolo Pasolini, anch’egli non solo appassionato di calcio, ma grande calciatore dilettante fino alla fine dei suoi giorni); la mamma sangallese. Lui, dunque, è figlio di due radici culturali e di due emigrazioni incontratesi nel Ticino degli anni ’60. Ben presto Stefano subisce la separazione dei genitori, che segna in lui un trauma profondo. “La mia famiglia era diventata la squadra di calcio” dice in una lunga intervista a Patrick Mancini grazie a cui ho “conosciuto” (parola grossa) l’autore di un libro decisamente ricco e insolito, di cui dirò tra poco.

Oggi Stefano Mussio ha 58 anni e vive a S. Antonio in Val Morobbia, ritirato anche se non eremita. Ascoltando l’intervista appena citata, percepisco che la piega che il mondo ha preso non gli piace per nulla, che le logiche di potere dominanti, il peso assunto dai soldi, dall’economia e da una tecnologia votata al profitto gli sono indigesti. Lo stesso titolo di questo volume allude, forse non del tutto involontariamente, a un “mondo nel pallone”…

Stefano ha scelto di dettare tempi e ritmo della sua vita, e in questo senso, dopo avere lavorato per Le Temps, Cooperazione, il Locarno Film Festival, pubblicato diversi volumi. Il primo, con Aquilino Gnesa, nel 1993, sulla Valle Verzasca. Poi Luoghi comuni, luoghi inospitali, sui clichés e i pregiudizi che vengono riservati a rifugiati e richiedenti asilo. Negli anni del Covid e del post Covid, non disdegna di occuparsi di agricoltura e ha imparato a (ri)costruire preziosi muri a secco. “Ormai sono tutti fotografi”: altra frase significativa da lui pronunciata, sempre nella stessa intervista, tra impotenza e rassegnazione.

Ma torniamo al calcio: sin da giovanissimo, Stefano inizia a collezionare vecchie e nuove cartoline postali che raffigurano gli stadi del mondo, in cui sogna, un giorno, di giocare. Poi, una ventina d’anni più tardi, se ne priva rivendendole.

Ormai adulto, riprende a calciare un pallone partecipando a un torneo amatoriale organizzato dal Centro Sociale Il Molino di Lugano e lì segna, di testa, il gol decisivo che permette alla sua squadra di passare il turno. L’antica passione non lo ha abbandonato, nonostante la vita lo avesse portato, nel frattempo, a girare il mondo intero, quasi sempre con pochi soldi in tasca.

La clessidra del tempo non si ferma. Un giorno, in un’edicola di Genova, lo sguardo gli cade su una cartolina raffigurante il Luigi Ferraris, lo stadio inaugurato nel 1911 dove ancora oggi giocano il Genoa e la Sampdoria.

Dopo il colpo di testa vincente, un colpo al cuore: si riaccende l’amore per le cartoline, a colori, in bianco e nero, illustrative o grafiche, non però solo per quanto raffigurano, ma anche per i testi/messaggi sul retro che le rendono testimonianza istantanea di momenti che, per chi le ha scritte e spedite, sono stati emozionanti o irripetibili. Stefano quelle cartoline ricomincia a raccoglierle. Oggi ne possiede circa 4 mila: il dèmone (controllato) del collezionismo lo porta a frequentare portali come eBay, ma anche mercatini e qualche asta, purché il prezzo resti ragionevole.

Altra svolta, forse la più importante: alla fotografia e al collezionismo Mussio aggiunge ora la pratica della scrittura, della ricerca e dell’approfondimento a tutto campo, che ha portato, nel novembre 2025, alla pubblicazione del libro, Cari saluti dal mondo nel pallone. Cartoline dai campi di calcio. Un atlante illustrato, che viene presentato questa sera alle ore 18 alla Biblioteca cantonale di Bellinzona.

Il volume, Stefano lo ha amorevolmente dedicato a Tinke, la sua cana deceduta nel 2024 che “negli ultimi anni della sua straordinaria vita libera si è dovuta sorbire ore e ore di ricerca delle cartoline e intense riflessioni di scrittura, guardandomi perplessa e rassegnata invece di trascorrere altri attimi felici nel bosco e sulle cime. Scusa amore. Eri un’olimpionica a rincorrere e mordere ogni tipo di palla”. Commovente e straordinario!

Impossibile, se non avendolo tra le mani, apprezzare il valore di questa pubblicazione: ognuna delle centinaia di cartoline raffigurate e commentate documenta un luogo di aggregazione, un’opera edìle (i grandi stadi firmati in tutto il mondo da maestri dell’architettura), una situazione, un clima, un diverso modo di vivere in società costruendo delle comunità attorno a una squadra o a un pallone.

Tra i molti testi assai ben scritti che accompagnano le singole cartoline in un gioco in cui la parola e l’immagine si illustrano e si completano a vicenda, uno dei più significativi per capire l’intero progetto – in cui il pallone è metafora della vita e il campo di calcio metonimia di un’esistenza – è quello dedicato al Campo sportivo di Novi Ligure (pp. 77-78): “Le acrobazie di un pallone possono essere totalmente imprevedibili e non si esauriscono al termine del suo moto ondulatorio o rettilineo. Il calcolo matematico di tutte le varianti possibili per definire la sua traiettoria prosciugherà ogni fonte di energia del pianeta; quindi, è decisamente meno faticoso e più ecologico lasciarsi cullare dalla sua magia e farsi sorprendere dagli eventi che genera, anche fuori dal campo da gioco. Infatti, il mio interesse per il gioco del calcio, nato in tenera età, mi ha regalato l’ebbrezza di realizzare dei gol anche senza volerlo e mi ha spinto a raccogliere cartoline degli stadi, preferibilmente non spedite”, scrive l’autore. Che così prosegue, raccontando sé stesso: “Vendetti tutte le mie cartoline e cominciai a praticare il football solo per divertimento e molto saltuariamente. Ma, come usa fare un boomerang col suo percorso, il tempo può giocare a nostro favore tanto da farti tornare alla giovinezza, con incredibili risvolti e magici regali camuffati con nuove e importanti conoscenze. Infatti, vagando nel pozzo senza fondo della cosiddetta intelligenza artificiale, ripescai, dopo oltre vent’anni in cui era stata lontana da casa, la prima cartolina della mia evaporata collezione che raffigurava lo stadio di Udine e mi era stata spedita nel 1980 all’indelebile indirizzo dei tempi andati. Il suo lungo soggiorno in Francia mi costò 5 euro”.

Tutto il libro di Stefano Mussio (completato da una solida bibliografia e dall’indice delle singole cartoline e fotografie) è caratterizzato dalla compresenza di cartoline e testi, da un lato, e dalla capacità di scrittura di colui che le commenta.

Ci sono anche, in una foto degli anni ’50, Lugano e lo Stadio di Cornaredo, vuoto e senza pubblico. “Nell’immagine del signor Combin non si percepisce, gradevolmente, nessuna anima viva né alcun volo di libellula. Le linee geometriche del visibile sono perfette. La corsa della vita dei 100 metri appare senza fine e ben delimitata a nuovo. Nell’ombra oscura di pieno giorno la copertura della tribuna forma un’onda pronta a spazzar via il Monte San Salvatore sullo sfondo. Un’immagine surreale, in cui l’annunciata tragedia edilizia futura incombe dietro l’angolo sotto il sole splendente. Questa cartolina della Lugano bella, mai spedita e fresca di stampa passata, nacque già fissata per futura onoranza funebre (…). Addio Lugano bella. Ci lasceremo stupire da quella Lugano futura ed europea col nuovo stadio dalle mille risorse, da salutare subito con una nuova cartolina, forse solo digitale. Buongiorno e buonanotte Lugano, grigia o colorata, bella o brutta che tu sia”.

La tempra di Mussio permette a ognuno di ritrovarsi per qualche aspetto, qualche flash, qualche ricordo lontano; le singole schede sono assai evocative, a tratti sobriamente malinconiche, accomunano privato e pubblico, familiare e universale. L’amore per quanti – umani o animali – con noi hanno condiviso un pezzo importante di strada e quello per una passione o una squadra: la squadra che, non a caso, definiamo del cuore.

 


Profeti dei nostri tempi si confrontano in musica

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

Nei suoi esiti più alti, la canzone d’autore entra, a pieno titolo, nella letteratura. Che uno scrittore possa anche scrivere (e più raramente interpretare) delle canzoni, gli Eventi letterari Monte Verità 2026 lo stanno sottolineando in questi giorni.

Ad incorniciare trasversalmente l’annuale appuntamento sulla collina asconese è infatti una famosa, emozionante “canzone” di Leonard Cohen, Dance me to the end of love, scritta nel 1984, ma proiettata, in apertura di rassegna,  in una versione che l’allora 82 enne cantautore canadese di religione ebraica eseguì, dal vivo, a Dublino, nel settembre 2013. Sarebbe morto 3 anni dopo, a poche settimane di distanza dal la pubblicazione del suo ultimo, cupo album, You want it darker.

Questo inno-manifesto, disegnato su una melodia che ondeggia tra il valzer e il klezmer, era stato così spiegato da Cohen sulla sua pagina Facebook:

“È curioso come nascano le canzoni, perché l’origine di di una canzone, di ogni canzone, è come un piccolo granello, un seme che qualcuno ti consegna, o che il mondo stesso ti consegna. Ed è per questo che il processo di scrivere una canzone resta così misterioso. Questa canzone è nata dal sentire, dal leggere o dal sapere che nei campi di sterminio, accanto ai crematori, un quartetto d’archi veniva costretto a suonare mentre quell’orrore era in corso. Anche quelle persone erano destinate allo stesso orrore. E suonavano musica classica mentre i loro compagni di prigionia venivano uccisi e bruciati”.

La prima strofa dice:

“Fammi danzare verso la tua bellezza
con un violino in fiamme
Fammi danzare attraverso il panico
finché io non sia in salvo
Sollevami come un ramo di ulivo
e sii la mia colomba diretta verso casa
Fammi danzare fino alla fine dell’amore
Fammi danzare fino alla fine dell’amore
”

Simboli, metafore, riferimenti biblici. Bellezza dolente, ultima: quella che esplode negli istanti estremi che precedono il sacrificio e la passione, l’attimo in cui  tutto si compie. Parole limpide, cristalline, assolute. Una preghiera che chiunque potrebbe rivolgere, in quegli stessi istanti, all’amata, all’amato. O a Dio. In preda alla disperazione più nera o avvolto da misteriose quanto incrollabili e invidiabili certezze.

Cohen dà dunque la sua nobilissima impronta. A chiudere gli Eventi, sarà anche l’appuntamento più atteso e, già poche ore dopo l’annuncio, esauritissimo: l’incontro con lo scrittore Michel Houellebecq (1956), controverso, provocatorio, politically scorretto, urticante, implacabile – e per qualcuno anche scaltro cultore della propria immagine di depresso edonistico – ma tra i più importanti in attività, pienamente calato nella (in)civiltà contemporanea, che osserva e radiografa nelle sue declinazioni e nelle loro conseguenze: l’identità dell’Occidente, della Vecchia Europa, messa a dura prova – secondo lo scrittore – dalla compresenza di nuove identità che non le appartenevano: si legga il suo sesto romanzo Sottomissione, del 2015, in cui preannuncia l’elezione di un musulmano alla presidenza della Francia); le derive globali (ecologia, terrorismo) e quelle della sua Francia (disoccupazione, sanità pubblica al collasso, criminalità), le nevrosi trasversali e globali dell’individuo contemporaneo mercificato, in preda ad una solitudine ontologica che lo rende sempre più incapace di provare emozioni e sentimenti.

Tra i più tradotti all’estero, Premio Goncourt nel 2010, discendente diretto di Céline e Camus, paragonabile, in ambito italofono, a Guido Ceronetti, sul Monte Verità Houellebecq non è però venuto a presentare un nuovo libro, ma a “cantare”. Sarà l’anteprima di un tour che lo porterà dapprima a La Scala di Parigi (tra l’8 asprile e il 10 maggio), poi in tour. Houellebecq non è alla prima esperienza canora (la precedente risale al 2000).

Il disco è co-firmato insieme al compositore-arrangiatore Frédéric Lo (1964-), vera mente del progetto. Pubblicato il 6 marzo, è melanconico, avvolgente, addirittura romantico. E pop. La voce e la postura ricordano da vicino Serge Gainsbourg. Il contributo di Lo è importantissimo: il musicista ama figure eccezionali e, qualche anno fa, ha rilanciato Peter Doherty: anche allora con risultati stupefacenti. Nel 2023 Lo ha pubblicato un album per omaggiare un altro cantante francese di nicchia, morto dieci anni prima, Daniel Darc (nomen omen), che pure Houellebecq amava.

“Avevo letto” ricorda Lo  “che Michel Houellebecq, di cui conoscevo tutti i romanzi, amava molto quel cantante, in particolare Salmo 23. Diceva che a volte beveva un bicchiere fumando una sigaretta e che lo trovava così bello da fargli venire le lacrime agli occhi. Sono riuscito a mandare un’e-mail al suo agente e, pochi giorni dopo, mi sono ritrovato a bere una birra con Michel. È successo spontaneamente, così, ci siamo capiti subito. Solo le prime due ore con lui sono state così intense che avrei potuto farne un libro di interviste”,

Il CD di Houellebecq contiene 12 brani: 6 sono poemi che aveva già scritto in precedenza, gli altri composti per l’occasione. Oggi si trovano raccolti nel volume, da poco uscito per Flammarion, Combat toujours perdant.

Ascoltando il disco, il suo incedere lento, sincopato, salmodiante, la voce profonda, aggettivi e sostantivi così calibrati e attentamente distillati,  il pensiero corre agli ultimi lavori dello stesso Cohen citati all’inizio. Il cerchio si chiude in piena coerenza: l’intuizione avuta dagli Incontri Monte Verità è stata, quest’anno, particolarmente felice.

Nell’immagine: Michel Houellebecq


La politica sul banco degli imputati

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

Mi consento, per una volta, un’intrusione in un campo che non è il mio: quello della politica cantonale, che osservo con interesse, ma che non frequento da oltre 35 anni.

Assisto alle prime mosse in vista di un’elezione  in calendario tra più 12 mesi, domenica 11 aprile 2027. Anche la Legge elettorale ticinese (Legge sull’esercizio dei diritti politici)  fa sì che l’appartenenza a un partito sia un prerequisito irrinunciabile: senza un partito che lo accolga sulle proprie liste, neanche un fenomeno potrebbe entrare in Consiglio di Stato. Senza il voto di lista e con i soli preferenziali non si va lontano.

Guardiamo allora in casa dei partiti (e delle eventuali alleanze) prendendo spunto da quanto sta accadendo nella Lega dei Ticinesi: Claudio Zali ha anticipato tutti e, sulle pagine del quotidiano la Regione – con cui, a fine 2024, aveva detto di non voler più parlare minacciando denunce e la disdetta di decine di abbonamenti sottoscritti dal suo Dipartimento – ha fatto sapere che sarà nuovamente ai nastri di partenza. Annunciando, già che c’era, nella sua temporanea veste di responsabile politico della Polizia, che diminuiranno i radar sulle strade, quegli odiati apparecchi che il suo collega e compagno di partito Norman Gobbi ha sempre difeso a spada tratta parlando di prevenzione. Proprio Gobbi non deve averla presa benissimo, la sortita di Zali. La ricandidatura del Norman è pressoché certa da mesi: “io lavoro per i Ticinesi, alle cantonali penserò più avanti”, ha commentato. Tace l’UDC, ma anche l’attuale Consigliere nazionale UDC Piero Marchesi ha buone chances e potrebbe spodestare, alle Orsoline, uno tra Zali e Gobbi, dimezzando di fatto la Lega, alleata o meno che sia.

Il PLR attende di sapere cosa farà Christian Vitta, che sarebbe alla quarta legislatura come Gobbi. Al Centro è ragionevole ipotizzare la ricandidatura dell’uscente Raffaele De Rosa (sarebbe alla terza legislatura). Il PS dovrebbe ripresentare Marina Carobbio, ma anche a sinistra (come tra Lega e UDC) quello delle alleanze è un capitolo aperto: che farà, per esempio, Greta Gysin? E l’MPS? E Avanti (con Mirante e Savoia)? Solo PLR e Centro continuano a correre su binari separati: cui prodest?

Tonando a Zali, nell’intervista a la Regione ha messo sul tavolo anche un piano B: chi, tra lui e Gobbi, dovesse restare a piedi in aprile, in autunno potrebbe sempre trasferirsi a Berna su una delle due poltrone ticinesi al Consiglio degli Stati, oggi occupate da Fabio Regazzi e Marco Chiesa. A scapito di chi, Zali non lo dice, ma forse pensa più al secondo, che a sua volta potrebbe peraltro diventare, nei calcoli delle segreterie di partito, il nuovo sindaco di Lugano. Che all’attuale direttore del Dipartimento del Territorio l’UDC non stia particolarmente simpatica è un segreto di Pulcinella: azzoppare o Marchesi o, 7 mesi più tardi, Chiesa potrebbe non dispiacergli.

Visti da fuori, però, sono proprio questi conti fatti senza l’oste a infastidire la minoranza dei cittadini cha ancora seguono la politica provando a non concepirla come prevedibile, noioso, sgrammaticato teatrino. Si dà l’impressione che a decidere siano poche persone all’interno dei partiti e che all’opinione pubblica sia richiesta solo una stanca ratifica quando compila la scheda.

Provo allora a volare un po’ più alto: se la politica è l’espressione nobile di una democrazia in crisi, è la democrazia stessa che va rivista nei criteri con cui garantisce la rappresentanza trasversale di tutte le componenti, di tutte le istanze, di tutti gli interessi, dell’intera società. Nel mondo sta però accadendo il contrario. Il cittadino si allontana vieppiù dalla politica (che parla linguaggi ai più incomprensibili o autoreferenziali); non solo non si mette personalmente in gioco, ma sempre più spesso rimane a casa, ha altro a cui pensare, non va a votare, rinuncia a scegliere. Così facendo apre voragini alle infiltrazioni non disinteressate di formazioni che degli altri dicono: “sono tutti uguali”.

È come se il cittadino non si riconoscesse più in strutture e individui che promettono di rappresentarlo, di tutelarne gli interessi, di alzare la voce in suo nome, ma poi gli appaiono distanti, lontani, irraggiungibili. L’immagine della casta, insomma.

Il fenomeno è ben descritto nel recente Occidente senza pensiero, dello storico del diritto  Aldo Schiavone (1944). Cito (pp. 104-106): “È il popolo che si è allontanato dalla democrazia perché, a tacer d’altro, le moltitudini che lo compongono fanno ormai molta fatica a riconoscersi nei circuiti tradizionali della delega e del mandato, già messi a dura prova dall’inconsistenza della politica rispetto ai grandi problemi del nostro tempo (…). Qualcosa, nel canale già fragile e in parte ostruito del meccanismo della cessione di sovranità, si è così ulteriormente deteriorato, di fronte alla velocità con cui la rivoluzione tecnologica crea domande, bisogni, soggettività aggregate da vincoli sottili e mutevoli, nate sull’onda di pressioni che possono cambiare direzione con la stessa incostante rapidità con cui si sono generate, e di cui l’impalcatura vecchia e pesante dei partiti come mediatori fra rappresentanti ed elettori non riesce a farsi né portatrice né interprete”.

Schiavone si spinge oltre. Per restituire alla politica non solo dignità, ma un ruolo che le consenta di tornare a confrontarsi ad armi pari con l’economia, egli propone una visione della politica nuova e moderna: “Sarà indispensabile per prima cosa provare a rimettere la politica in primo piano; invertire la traslazione di potere dalla democrazia verso i centri di comando che vorrebbero cancellarla per delineare in solitudine il futuro del mondo”.

Se i grandi gruppi economici agiscono ormai a livello planetario, anche la politica deve tornare a farlo: “La strada non è certo quella – impercorribile – di deglobalizzare il pianeta, e di ricondurre tecnica e capitale dentro i vecchi confini degli Stati. Ma, al contrario, si tratta di rendere globale anche la politica, proiettandola oltre la dimensione dei singoli Paesi, per metterla sullo stesso piano rispetto ai processi che dovrebbe controllare. Il che significa, cominciando dal nostro Continente, riuscire a darle l’impulso – intellettuale e politico – per liberarsi dalla prigione delle Nazioni, e per collocarsi su una dimensione più ampia; per non pensare altrimenti a sé stessa e al mondo se non in termini di Europa”.

Nell’immagine: Aldo Schiavone


Quanto ci assomiglia lo Straniero?

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

Titolo del romanzo e del film sono identici: Lo straniero (L’étranger). A scrivere il primo, Albert Camus (1913-1960), immenso autore francese, nato nell’Algeria francese. Con quest’opera, del 1942, firmava il suo primo romanzo, seguito nel 1947 da un altro capolavoro, La peste e, nel 1957, e dal Premio Nobel per la letteratura. L’edizione italiana più recente è pubblicata da Bompiani con traduzione eccellente di Sergio Claudio Perroni e prefazione di Roberto Saviano.

Ne Lo straniero, scritto in prima persona, viene raccontata l’esistenza di un uomo senza guizzi né cadute: era stato, per qualche tempo, a Parigi, metropoli di riferimento e approdo del vecchio impero coloniale, con qualche vaga e delusa ambizione di carriera. Ora – siamo nella seconda metà degli anni ’30 – è un modesto impiegato: trascina i giorni, anzi ne è trascinato, pervaso da una stanchezza sempre più pronunciata, cronica, che lo rende indifferente e apatico a quanto gli accade tutt’attorno: straniero a se stesso, straniero a ciò che lo circonda.

Arthur Meursault (notate, nel suono del cognome, l’accenno alla morte), subisce, o quantomeno non fa nulla per contrastare il mondo esterno. Non mostra emozioni, non versa una lacrima seduto davanti alla bara dell’anziana madre morta il giorno prima, incontra una ragazza che frequenta con un certo interesse, ma senza alcun coinvolgimento sentimental-emotivo, uccide infine un arabo su un’assolata spiaggia alle porte di Algeri, apparentemente senza motivo. Viene processato e condannato a morte, non segue i suggerimenti dell’avvocato d’ufficio che gli avrebbero salvato la vita, accetta la sentenza, mantiene da tutto e tutti una distanza di sicurezza. Non è un eremita, si muove tra altra gente, ma i contatti sono sempre superficiali, circoscritti, limitati all’essenziale: buongiorno, grazie, prego. I rari sorrisi che vediamo nel film sono forzati, pura cortesia. È incapace di simulare emozioni che non prova, incapace di fingere rispettando convenzioni sociali che ritiene incomprensibili e assurde. Nessuno riesce a oltrepassarne la corteccia difensiva e le invisibili barricate difensive che erige tra sé e gli altri. Il momento più alto è nel drammatico confronto con il cappellano del carcere che tenta disperatamente di offrire a Meursault una prospettiva, un senso, una chiave per uscire dalla sua apatia e dare un significato a quanto succede.

Meursault – scrive Alessandro Piperno (Corriere della Sera, 22 novembre 2020): “conosce la vita, e sa che essa alterna noie estenuanti a fugaci voluttà”.

Camus stesso pensò, nei primi anni ’50, di fare del suo libro un film: ipotizzati il  regista, Jean Renoir, e i possibili interpreti, Gérard Philipe o Tony Curtis. Anche Ingmar Bergman aveva messo un occhio sul romanzo, ma entrambi i progetti fallirono durante la trattativa per i diritti. Che acquisì, alla fine, Dino De Laurentiis, il quale contattò invano Mauro Bolognini, Joseph Losey e Richard Brooks prima di approdare a Luchino Visconti.

Dopo una travagliata preparazione, protrattasi per circa 3 anni, Visconti firma la sua versione nel 1967. Non è tra le sue opere più riuscite: la sceneggiatura iniziale, scritta insieme a Suso Cecchi D’Amico, si prendeva delle libertà che non piacquero alla vedova di Camus, e portò a successivi adattamenti.

Ora, da questo romanzo-calamita, a quasi 60 anni di distanza, è stato tratto un nuovo film che sarà nelle sale della Svizzera italiana a inizio aprile.  Presentato (in prima visione e in gara) alla Mostra di Venezia 2025, ne è regista il prolifico – già 24 film alle spalle – François Ozon: garanzia di qualità, estrema cura formale, autore molto apprezzato dal pubblico, meno dalle giurie dei festival, che sino ad oggi non gli hanno assegnato i premi più importanti. Attore protagonista è Benjamin Voisin (1996), che qui dà di sé una prova maiuscola.

Questo adattamento di Lo straniero ha, come detto, un precedente illustre in Visconti che, per interpretare il protagonista, ha chiamato Marcello Mastoianni. Entrambi i film sono fedelissimi al romanzo: Ozon insiste forse eccessivamente sulla storia tra Meursault e Marie (Rebecca Marder); a tratti spira un’aria un po’ mélo. In entrambi sono evidenti il rispetto per il testo di Camus, la cura nella scelta degli ambienti, la qualità dell’immagine (la fotografia del film di Visconti è di Giuseppe Rotunno). Ozon si distingue per la scelta – secondo me vincente, secondo altri furba e di maniera – di girare in bianco e nero. L’opzione contribuisce a rendere questa versione più emozionante. Girare in b/n è stato, per Ozon, anche un modo per contenere i costi di produzione. Lo stesso era stato chiesto anche a Visconti, che lo ricorda in una intervista dell’agosto-settembre 1965. Parlando di Le notti bianche (1957) e Vaghe stelle dell’Orsa (1965), realizzati appunto in b/n, Visconti afferma: “È prima di tutto una questione di produzione. Non potevamo disporre di un grosso budget; allora abbiamo deciso di fare il film in bianco e nero e io non mi sono opposto, non ho preteso il colore, forse perché pensavo che il bianco e nero fosse più adeguato a questo tipo di storia e di ambiente”. Ma subito dopo aggiunge: “Per il mio prossimo film, Lo straniero, dal romanzo di Camus, voglio il colore. Si tende a immaginare questo film in bianco e nero ma è un errore, perché è impossibile fare un film in Algeria senza pensare al colore. Non che sia necessario fare qualcosa di molto colorato, è evidente, ma è comunque necessario il colore, ne sono certo”.

La discussione è aperta: io sto con Ozon. Rivista la versione Visconti, il colore contribuisce all’illustrativo, al pittoresco, a discapito della profondità. Come scriveva Morando Morandini, grande critico cinematografico che, negli anni ’70, veniva al Liceo di Lugano a tenere memorabili corsi facoltativi di storia del cinema, “è il meno riuscito e il più opaco film di Visconti, che rincorre inutilmente una fedeltà illustrativa alla lettera di Camus, impotente a ricrearne lo spirito”.

Quanto agli interpreti, c’è chi ha definito Voisin fin troppo bello e perfetto per sembrare autentico: non sfigurerebbe su una rivista patinata. Anche qui il mio parere è opposto: il protagonista di Ozon supera di gran lunga Mastroianni che, del resto, non era stato la prima scelta di Visconti: il ruolo era stato proposto invano anche ad Alain Delon (che aveva diretto qualche anno prima in Rocco e i suoi fratelli), che mi immagino sarebbe risultato assai più convincente.

Chi andrà a vedere Ozon si riservi in agenda 2 ore ben spese: (ri)troverà un romanzo e un personaggio chiave della letteratura, grandi attori (anche le figure collaterali), immagini eleganti (di Manuel Dacosse) e perfettamente calibrate, un b/n in grado di ricostruire un’epoca (bella la trovata di usare vecchi spezzoni del Cinegiornale che aprono il film), ma anche una vicenda paradigmatica che continua ad essere pilastro assoluto. L’uomo di fronte allo smarrimento, alla mancanza di senso, alle domande senza risposta. L’uomo che, consapevole del fatto che risposte certe non ve ne sono, sceglie l’indifferenza e l’atarassia: invece di provare a vivere, si lascia vivere, lascia che ad orchestrare questa parentesi sia il caso.

Nell’immagine: Benjamin Voisin, il Meursault di Ozon


Otto comandamenti per difenderci dall’assedio digitale

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

“Viviamo in un contesto saturo di flussi di informazione, di schermi, di reti, di social media, di intelligenza artificiale, di strategie di influenza – quelle che chiamo le fake news. Tutte queste cose non capitano casualmente ma sono orchestrate per mirare a una sola cosa, il nostro cervello. Come? Attraverso la cattura della nostra attenzione attraverso il filtraggio delle informazioni che riceviamo sui nostri apparecchi, attraverso approcci che in qualche modo mutuano o copiano quelli utilizzati per la pubblicità per altri scopi sono necessariamente soltanto commerciali ma che sono anche di tipo politico o ideologico”.

Parole di Bruno Giussani (1964), giornalista, per vent’anni direttore europeo e curatore globale della Fondazione TED, tra i più attenti e profondi conoscitori delle tecnologie digitali, di cui osserva criticamente gli sviluppi, l’uso, gli interessi e gli obiettivi (semi)nascosti, la consapevolezza in quanti questi strumenti usano.  La citazione è tratta da un podcast RSI in cui l’autore presentava il suo penultimo lavoro, di cui anche Naufraghi/e aveva parlato.

Chi scrive è un anziano giornalista, nato con il piombo, la rotativa, la pellicola, registratori e telecamere che pesavano oltre 10 kg, passato dalla carta alla pellicola alle cassette al digitale. Oggi questo strumentario appartiene a un’epoca chiusa per sempre. La carta stampata è agonizzante, radio e televisione vengono consumate quando, come e dove uno sceglie di farlo, l’ascolto/visione in diretta, al momento della prima diffusione è, per gran parte degli utenti, un ricordo lontano. Una tecnologia amica, che sembra andare incontro alle nuove esigenze dei vari segmenti di pubblico, lo permette. Mutano anche i software e gli strumenti che facilitano il consumatore nelle sue esigenze quotidiane e – restando nel campo dell’informazione – lo blandiscono utilizzando linguaggi sempre più basici per raccontargli/spiegargli quanto accade. L’informazione alla portata di tutti, insomma, ammantata di rapidità, semplicità, presentata con strumenti, accorgimenti e linguaggi basic, ammiccante, seducente. E manipolatrice.

La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale è il titolo del nuovo libro che Giussani ha da poco pubblicato: oltre all’edizione italiana (Casagrande Bellinzona), anche in francese e, prossimamente, tedesco e inglese. 146 pagine, un’introduzione e 20 capitoli di agevole lettura, in grado di metterci in guardia dai pericoli, ma anche di sottolineare gli aspetti positivi delle tecnologie più recenti, perché a deciderne opportunità e rischi saranno il grado di consapevolezza e l’uso che ne facciamo.

Il singolo va quindi educato, avvertito, messo a confronto con le potenzialità dell’intelligenza artificiale e delle sue applicazioni.

Ma prima ancora, qualcuno deve spiegarcene gli intenti nascosti e le insidie alla nostra autonomia di pensiero, alla possibilità di restare lucidi. Famiglia, scuola, canali di informazione neutri (se esistono) devono contribuire a una “resistenza tecnologica” (sviluppata nel terzo capitolo) consapevole, non aprioristica, non manichea, ma semplicemente vigile, critica, consapevole.

Le tecnologie digitali e gli strumenti che le applicano non appartengono più all’individuo, ma ai loro sviluppatori/proprietari. Che quasi mai sono spinti da obiettivi e princìpi nobili. E allora il consumatore va messo in guardia: proprio ciò che fa Giussani provando ad aprirci gli occhi e suonando la sveglia. “Noi creiamo macchine che simulano l’intelligenza umana. Poi ci convinciamo che sono intelligenti”, scrive a pagina 11.

Già social come Facebook e simili di noi sanno parecchio in base alla nostra interazione con loro, ai like che continuiamo a postare, alle amicizie virtuali che frequentiamo, per lo più con persone mai viste in carne e ossa. Ma i più recenti chatbot rivelano molto di più ancora: si rivolgono a noi come assistenti, aiutanti, amici disinteressati (e apparentemente gratuiti), interagendo con toni melliflui, ponendosi in grado di darci un aiuto concreto (a scrivere un testo o una semplice e-mail, a riassumere un libro, a trovar risposta a praticamente qualunque cosa: il tutto in pochi secondi). Così facendo creano, nei meno attrezzati, dipendenza, spingendoli a rivolgersi a loro come a dei confidenti, ai quali affidare preoccupazioni, timori, confessioni privatissime. Che poi qualcuno legge, raccoglie, controlla, sistematizza, diventando sempre più indispensabile, ma al contempo pervasivo, controllore del singolo, potenzialmente manipolatore. Ed è la somma dei singoli a formare una collettività, una società, che vedrà ridotta (o si sarà autoridotta da sé) la propria autonomia di pensiero, di azione, di scelta, affidandosi a orchestranti terzi.

Dopo aver descritto i meccanismi, gli obiettivi seminascosti e i rischi dell’IA (su tutti quello della disinformazione e della manipolazione di intere società, fenomeno peraltro conosciuto da secoli, strumento di potere antichissimo), l’autore, dal cap. 13 alla fine del libro propone tutta una serie di suggerimenti per difendersi. I titoli sono tutti significativamente dei verbi all’infinito, che diventano una specie di tavola degli 8 comandamenti.

Li elenco, per darvene un’idea: Creare leggi e regole; Tracciare una frontiera morale; Riconquistare la sovranità digitale; Disamericanizzarsi; Riconoscere la manipolazione; Allentare la morsa digitale; Educare una super intelligenza; Saper pensare.

Mi soffermo sul terzo e sul quarto. In sottofondo, ma centralissimi, gli Stati Uniti d’America, dai quali la vecchia Europa dipende sempre più direttamente in ambito tecnologico. Anche l’acquisto di un nuovo aereo da combattimento ci rende tali poiché, per il loro funzionamento, questi velivoli fanno capo a “una rete complessa di flussi di informazione, satelliti, ausili alla navigazione e al puntamento, armi e pezzi di ricambio, codice informatico proprietario, logistica globale, manutenzione e aggiornamenti, dispositivi di gestione del combattimento basati sull’IA che, per funzionare dipendono dalla volontà del governo americano” (p. 106).

È lo stesso Governo USA a non nascondere le proprie reali intenzioni. Nel suo piano d’azione per l’IA, presentato nel luglio scorso, la Casa Bianca e il suo inquilino scrivono letteralmente: “È imperativo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti raggiungere e mantenere un dominio tecnologico mondiale indubbio e incontestato”.

Vista dall’Europa, la via del “disamericanizzamento” digitale deve passare da un disamericanizzarsi tecnologico e informativo. Un compito che potrebbe apparire titanico, una mission impossible. In un suo editoriale, citato da Giussani, apparso su Azione il 10 marzo 2025, intitolato L’America ci è cresciuta dentro, Carlo Silini sottolinea come “rinunciare ai prodotti americani significa spogliarsi di un bel po’ del nostro mondo fisico, mentale e simbolico. Anche per questo ci sentiamo traditi da Trump. La presenza di marche Usa in Europa è pervasiva in numerosissimi campi: dalle catene di fast food ai social media come X e Facebook, ai telefonini, ai computer, alle grandi piattaforme di intrattenimento tipo Netflix. Abbiamo l’America sottopelle, nell’immaginario hollywoodiano che ha forgiato i nostri sogni, nei fumetti, nella musica, nella letteratura, nella cultura libertaria che costituisce uno dei suoi punti di maggiore fascino, nei beni di consumo e negli oggetti che ci circondano e da cui sarebbe straniante separarsi”.

A titolo individuale qualcuno ci prova. Giussani cita un’amica svedese che improvvisamente decide di abbandonare l’americanissimo iPhone (e iOS di Apple) per passare a un Samsung. Ma anche Samsung funziona con un sistema americano, Android di Google. Ingenua? Forse, ma se noin altro consapevole che dipendere sempre più da tecnologie americane costituisce un rischio. Di cui l’Europa stessa deve considerarsi se non colpevole, quantomeno complice, poiché – secondo il giornalisrta italiano Lugi De Biase, specialista in materia – si è lasciata colonizzare cognitivamente rinunciando alla propria indipendenza digitale. Ma sarebbe ancora in tempo per staccarsi, almeno in parte, recuperare il terreno e l’autonomia perduti, creare delle alternative in grado di reggere il confronto e di conquistare il mercato con prestazioni equivalenti, se non maggiori, compatibilità/integrazione  con i sistemi più diffusi, un superiore grado di protezione da tracciamento e conseguenti intrusioni pubblicitarie, l’utilizzo di piattaforme open source, il tutto a costi competitivi per il singolo?

Non si tratta, secondo De Biase, di creare una nuova piattaforma unica europea, in concorrenza con quelle d’oltre oceano, ma “un numero gigantesco di nuove piattaforme per fronteggiare il monopolio e l’eccessiva concentrazione di valore aggiunto e di potere”.

Più facile a dirsi che a farsi poiché – scrive ancora Giussani – “La maggior parte dei leader europei – che siano dirigenti d’azienda o politici – continuano a finanziare l’asservimento dell’economia, dei governi e delle menti europee alle Big Tech”. E ancora: “Migrare verso piattaforme alternative richiede tempo, sforzo, riflessione, un’analisi dei bisogni reali, strategie ben pensate (nel caso degli appalti pubblici, necessità anche di capitolati lungimiranti) e genera costi. È più semplice aggiornarsi presso lo stesso fornitore”.

Qualche segnale comunque c’è: Giussani cita il Tribunale federale svizzero che da qualche tempo utilizza software open source. Lo stesso ha fatto la Gendarmerie nationale in Francia. Anche grandi città quali Copenhagen e Lione, o il Land tedesco dello Schleswig-Holstein hanno abbandonato Microsoft Office per passare a Libre Office. Ma la transizione è ancora lunga.

Nell’immagine: Intelligenza artificiale, autoritratto


Auditorio Stelio Molo: arrivederci, forse

Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit) 

Le ultime note suonate giovedì 5 febbraio dall’OSI nella casa che l’ha ospitata per oltre 60 anni sono quelle della Serenata n. 2, opera giovanile di un ventiseienne Johannes Brahms.

L’ultimo a dirigere la nostra Orchestra nel vecchio e caro Auditorio intitolato a Stelio Molo è stato il parigino Antoine Tamestit (1979), presentatosi anche come solista imbracciando una delle pochissime viole costruite da Antonio Stradivari nel 1672.

Nel 2008 – racconta il musicista  – erano stati alcuni amici a convincere la Fondazione Habisreutinger, propriertaria del preziosissimo strumento, a prestarmi il cosiddetto Mahler. “Non dimenticherò mai quell’incontro né l’eleganza dei mecenati. Mi hanno fatto entrare in una stanza, hanno aperto la custodia e si sono ritirati dicendo: «Vi lasciamo fare conoscenza». Per dieci minuti, intimidito, ho preso mille precauzioni per osservare da ogni angolazione questo capolavoro, che avevo visto solo in un catalogo. Poi, delicatamente, suonai due o tre note, senza alcun vibrato. Che respiro! Che poesia! Prima suonavo uno strumento uscito dalla bottega di Etienne Vatelot, vergine, completamente malleabile, che ho educato come uno studente. Con il Mahler sentivo quasi la presenza di coloro che lo avevano tenuto prima di me. Ho abbandonato il mio arco moderno per un arco del 1835. Per aprire il mio Stradivari, ho ripercorso corda per corda, nota per nota, i 353 anni della sua storia”.

Tamestit e la sua viola impagabile hanno regalato anche ai non specialisti come il sottoscritto momenti di rara bellezza. Così come, sin dalla sua inaugurazione, nel 1962, la frequentazione del vecchio Auditorio Stelio Molo da parte di migliaia di appassionati venuti da sud e da nord ha permesso loro di partecipare a centinaia di serate memorabili.

In circa 400, l’altra sera, abbiamo raggiunto Besso per salutare per l’ultima volta la Sala amata da Marta Argerich che, prima di diventare, nell’agosto 2028, il cuore della Città della Musica, sospende i concerti.

Nel corso dei decenni, l’Auditorio era diventato familiare non solo ai musicofili, ai cultori della musica classica e a prestigiose case discografiche che lì hanno registrato dischi memorabili, ma anche a un pubblico trasversale che vi ha visto suonare il pop, il folk, il cantautorato, il jazz. Tutto questo in perfetta e virtuosa sinergia con le tre reti Radio RSI

Assistendo all’ultimo concerto, i pensieri inevitabilmente si inseguivano e si sovrapponevano: talvolta andando a ritroso, talaltra guardando, con qualche timore, al futuro prossimo. Le difficoltà finanziarie crescenti avevano spinto la SSR, proprietaria dellintero stabile, a metterlo in vendita già oltre una decina d’anni fa: se ne parlava almeno dal 2012. I vincoli cantonali di tutela architettonica che proteggono l’intero edificio, firmato Camenzind, Jäggli e Tami, hanno reso più complicato trovare un acquirente e una destinazione, che non poteva che essere culturale e musicale. Gli unici seri interessati erano il Cantone e la Città di Lugano che, alla fine, se lo è aggiudicato per circa 22 milioni e ora lo cederà in diritto di superficie, per 99 anni, alla Confederazione e al Conservatorio della Svizzera italiana.

Le ristrettezze finanziarie hanno nel frattempo spinto la SSR a mettere in vendita non solo altri stabili nel resto del Paese, concentrando – esattamente come avvenuto da noi a Comano – i pcentri di produzione, ma anche tre canali radio: Swiss Classic, Swiss Jazz e Swiss Pop: le offerte possono essere inoltrate fino al 13 marzo.

Ecco, a queste realtà pensavo mentre l’Orchestra stava suonando la Sinfonia n. 49 di Haydn: La Passione… appunto.

Concessione per la SSR, Art. 7 – Cultura
1 Con la sua offerta la SSR contribuisce allo sviluppo culturale e al rafforzamento dei valori culturali del Paese. Promuove la cultura tenendo conto in special modo della produzione letteraria, musicale e cinematografica.
2 In questo modo trasmette la cultura svizzera nelle sue diverse espressioni.
3 La SSR fornisce le sue prestazioni segnatamente mediante:
a. una stretta collaborazione con l’industria cinematografica svizzera;
b. una stretta collaborazione con l’industria musicale svizzera;
c. un’adeguata presa in considerazione della letteratura svizzera;
d. la diffusione di produzioni svizzere ed europee indipendenti nonché trasmissioni prodotte in proprio.
4 Per fornire le prestazioni culturali richieste, mette a disposizione i mezzi finanziari appropriati.

E, non sembri una forzatura, continuavo a pensare anche alle costanti, reiterate, inarrestabili – soprattutto in vista dell’8 marzo – accuse alla nostra Radiotelevisione di essere sovradimensionata, di continuare ad occuparsi di àmbiti che non dovrebbero competerle. Il che è falso: basterebbe leggere l’art. 7 della Concessione.

Proprio il fatto che questo concerto sia stato anche l’ultimo è uno dei frutti dei tagli che tutta la SSR da anni sta operando per ridurre i costi. Il piano di risparmi Enavant dovrà tagliare, entro il 2029 (dopodomani), circa 270 milioni 900 posti di lavoro.

Enavant è già in atto e non c’entra nulla con l’imminente votazione. Solo alla RSI i posti persi negli ultimi mesi sono quasi un centinaio. Tutto questo anche se l’autolesionistica iniziativa 200 franchi bastano venisse – come evidentemente mi auguro – rispedita ai suoi incauti promotori.

Se questa nostra splendida Orchestra continuerà a suonare, sarà soprattutto grazie al finanziamento pubblico: 4.1 milioni di CHF all’anno (fino al 2028) da parte del Cantone Ticino, poco meno di 1 milione dalla Città di Lugano, e poco meno di 2 milioni dalla SSR-RSI in cambio di prestazioni di programma.

Una dimostrazione in più del fatto che, senza i decisivi contributi degli enti pubblici, la produzione culturale e artistica nella Svizzera italiana difficilmente riuscirebbe a sopravvivere e a reggere il confronto con realtà urbane più importanti.