Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit)
“Viviamo in un contesto saturo di flussi di informazione, di schermi, di reti, di social media, di intelligenza artificiale, di strategie di influenza – quelle che chiamo le fake news. Tutte queste cose non capitano casualmente ma sono orchestrate per mirare a una sola cosa, il nostro cervello. Come? Attraverso la cattura della nostra attenzione attraverso il filtraggio delle informazioni che riceviamo sui nostri apparecchi, attraverso approcci che in qualche modo mutuano o copiano quelli utilizzati per la pubblicità per altri scopi sono necessariamente soltanto commerciali ma che sono anche di tipo politico o ideologico”.
Parole di Bruno Giussani (1964), giornalista, per vent’anni direttore europeo e curatore globale della Fondazione TED, tra i più attenti e profondi conoscitori delle tecnologie digitali, di cui osserva criticamente gli sviluppi, l’uso, gli interessi e gli obiettivi (semi)nascosti, la consapevolezza in quanti questi strumenti usano. La citazione è tratta da un podcast RSI in cui l’autore presentava il suo penultimo lavoro, di cui anche Naufraghi/e aveva parlato.
Chi scrive è un anziano giornalista, nato con il piombo, la rotativa, la pellicola, registratori e telecamere che pesavano oltre 10 kg, passato dalla carta alla pellicola alle cassette al digitale. Oggi questo strumentario appartiene a un’epoca chiusa per sempre. La carta stampata è agonizzante, radio e televisione vengono consumate quando, come e dove uno sceglie di farlo, l’ascolto/visione in diretta, al momento della prima diffusione è, per gran parte degli utenti, un ricordo lontano. Una tecnologia amica, che sembra andare incontro alle nuove esigenze dei vari segmenti di pubblico, lo permette. Mutano anche i software e gli strumenti che facilitano il consumatore nelle sue esigenze quotidiane e – restando nel campo dell’informazione – lo blandiscono utilizzando linguaggi sempre più basici per raccontargli/spiegargli quanto accade. L’informazione alla portata di tutti, insomma, ammantata di rapidità, semplicità, presentata con strumenti, accorgimenti e linguaggi basic, ammiccante, seducente. E manipolatrice.
La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale è il titolo del nuovo libro che Giussani ha da poco pubblicato: oltre all’edizione italiana (Casagrande Bellinzona), anche in francese e, prossimamente, tedesco e inglese. 146 pagine, un’introduzione e 20 capitoli di agevole lettura, in grado di metterci in guardia dai pericoli, ma anche di sottolineare gli aspetti positivi delle tecnologie più recenti, perché a deciderne opportunità e rischi saranno il grado di consapevolezza e l’uso che ne facciamo.
Il singolo va quindi educato, avvertito, messo a confronto con le potenzialità dell’intelligenza artificiale e delle sue applicazioni.
Ma prima ancora, qualcuno deve spiegarcene gli intenti nascosti e le insidie alla nostra autonomia di pensiero, alla possibilità di restare lucidi. Famiglia, scuola, canali di informazione neutri (se esistono) devono contribuire a una “resistenza tecnologica” (sviluppata nel terzo capitolo) consapevole, non aprioristica, non manichea, ma semplicemente vigile, critica, consapevole.
Le tecnologie digitali e gli strumenti che le applicano non appartengono più all’individuo, ma ai loro sviluppatori/proprietari. Che quasi mai sono spinti da obiettivi e princìpi nobili. E allora il consumatore va messo in guardia: proprio ciò che fa Giussani provando ad aprirci gli occhi e suonando la sveglia. “Noi creiamo macchine che simulano l’intelligenza umana. Poi ci convinciamo che sono intelligenti”, scrive a pagina 11.
Già social come Facebook e simili di noi sanno parecchio in base alla nostra interazione con loro, ai like che continuiamo a postare, alle amicizie virtuali che frequentiamo, per lo più con persone mai viste in carne e ossa. Ma i più recenti chatbot rivelano molto di più ancora: si rivolgono a noi come assistenti, aiutanti, amici disinteressati (e apparentemente gratuiti), interagendo con toni melliflui, ponendosi in grado di darci un aiuto concreto (a scrivere un testo o una semplice e-mail, a riassumere un libro, a trovar risposta a praticamente qualunque cosa: il tutto in pochi secondi). Così facendo creano, nei meno attrezzati, dipendenza, spingendoli a rivolgersi a loro come a dei confidenti, ai quali affidare preoccupazioni, timori, confessioni privatissime. Che poi qualcuno legge, raccoglie, controlla, sistematizza, diventando sempre più indispensabile, ma al contempo pervasivo, controllore del singolo, potenzialmente manipolatore. Ed è la somma dei singoli a formare una collettività, una società, che vedrà ridotta (o si sarà autoridotta da sé) la propria autonomia di pensiero, di azione, di scelta, affidandosi a orchestranti terzi.
Dopo aver descritto i meccanismi, gli obiettivi seminascosti e i rischi dell’IA (su tutti quello della disinformazione e della manipolazione di intere società, fenomeno peraltro conosciuto da secoli, strumento di potere antichissimo), l’autore, dal cap. 13 alla fine del libro propone tutta una serie di suggerimenti per difendersi. I titoli sono tutti significativamente dei verbi all’infinito, che diventano una specie di tavola degli 8 comandamenti.
Li elenco, per darvene un’idea: Creare leggi e regole; Tracciare una frontiera morale; Riconquistare la sovranità digitale; Disamericanizzarsi; Riconoscere la manipolazione; Allentare la morsa digitale; Educare una super intelligenza; Saper pensare.
Mi soffermo sul terzo e sul quarto. In sottofondo, ma centralissimi, gli Stati Uniti d’America, dai quali la vecchia Europa dipende sempre più direttamente in ambito tecnologico. Anche l’acquisto di un nuovo aereo da combattimento ci rende tali poiché, per il loro funzionamento, questi velivoli fanno capo a “una rete complessa di flussi di informazione, satelliti, ausili alla navigazione e al puntamento, armi e pezzi di ricambio, codice informatico proprietario, logistica globale, manutenzione e aggiornamenti, dispositivi di gestione del combattimento basati sull’IA che, per funzionare dipendono dalla volontà del governo americano” (p. 106).
È lo stesso Governo USA a non nascondere le proprie reali intenzioni. Nel suo piano d’azione per l’IA, presentato nel luglio scorso, la Casa Bianca e il suo inquilino scrivono letteralmente: “È imperativo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti raggiungere e mantenere un dominio tecnologico mondiale indubbio e incontestato”.
Vista dall’Europa, la via del “disamericanizzamento” digitale deve passare da un disamericanizzarsi tecnologico e informativo. Un compito che potrebbe apparire titanico, una mission impossible. In un suo editoriale, citato da Giussani, apparso su Azione il 10 marzo 2025, intitolato L’America ci è cresciuta dentro, Carlo Silini sottolinea come “rinunciare ai prodotti americani significa spogliarsi di un bel po’ del nostro mondo fisico, mentale e simbolico. Anche per questo ci sentiamo traditi da Trump. La presenza di marche Usa in Europa è pervasiva in numerosissimi campi: dalle catene di fast food ai social media come X e Facebook, ai telefonini, ai computer, alle grandi piattaforme di intrattenimento tipo Netflix. Abbiamo l’America sottopelle, nell’immaginario hollywoodiano che ha forgiato i nostri sogni, nei fumetti, nella musica, nella letteratura, nella cultura libertaria che costituisce uno dei suoi punti di maggiore fascino, nei beni di consumo e negli oggetti che ci circondano e da cui sarebbe straniante separarsi”.
A titolo individuale qualcuno ci prova. Giussani cita un’amica svedese che improvvisamente decide di abbandonare l’americanissimo iPhone (e iOS di Apple) per passare a un Samsung. Ma anche Samsung funziona con un sistema americano, Android di Google. Ingenua? Forse, ma se noin altro consapevole che dipendere sempre più da tecnologie americane costituisce un rischio. Di cui l’Europa stessa deve considerarsi se non colpevole, quantomeno complice, poiché – secondo il giornalisrta italiano Lugi De Biase, specialista in materia – si è lasciata colonizzare cognitivamente rinunciando alla propria indipendenza digitale. Ma sarebbe ancora in tempo per staccarsi, almeno in parte, recuperare il terreno e l’autonomia perduti, creare delle alternative in grado di reggere il confronto e di conquistare il mercato con prestazioni equivalenti, se non maggiori, compatibilità/integrazione con i sistemi più diffusi, un superiore grado di protezione da tracciamento e conseguenti intrusioni pubblicitarie, l’utilizzo di piattaforme open source, il tutto a costi competitivi per il singolo?
Non si tratta, secondo De Biase, di creare una nuova piattaforma unica europea, in concorrenza con quelle d’oltre oceano, ma “un numero gigantesco di nuove piattaforme per fronteggiare il monopolio e l’eccessiva concentrazione di valore aggiunto e di potere”.
Più facile a dirsi che a farsi poiché – scrive ancora Giussani – “La maggior parte dei leader europei – che siano dirigenti d’azienda o politici – continuano a finanziare l’asservimento dell’economia, dei governi e delle menti europee alle Big Tech”. E ancora: “Migrare verso piattaforme alternative richiede tempo, sforzo, riflessione, un’analisi dei bisogni reali, strategie ben pensate (nel caso degli appalti pubblici, necessità anche di capitolati lungimiranti) e genera costi. È più semplice aggiornarsi presso lo stesso fornitore”.
Qualche segnale comunque c’è: Giussani cita il Tribunale federale svizzero che da qualche tempo utilizza software open source. Lo stesso ha fatto la Gendarmerie nationale in Francia. Anche grandi città quali Copenhagen e Lione, o il Land tedesco dello Schleswig-Holstein hanno abbandonato Microsoft Office per passare a Libre Office. Ma la transizione è ancora lunga.
Nell’immagine: Intelligenza artificiale, autoritratto