La politica e l’elefante

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Ticino, terra di artisti e di… giallisti. I romanzi di questo genere letterario hanno vieppiù invaso il mercato conquistando lettori: delitti, indagini, commissari e investigatori, misteri, oscure trame e colpi di scena. Ma ecco che quest’estate la realtà ha superato la pur fervida fantasia dei nostri autori, con un intreccio le cui origini sono tuttora ignote. Protagonisti il presidente dell’esecutivo cantonale, alcune donne (amiche o presunte tali), una delle quali ritrovata esanime nel Ceresio, registrazioni carpite e diffuse da scaltre mani, probabilmente per sabotare qualche piano politico, come l’intenzione di Zali di candidarsi per il Consiglio nazionale o come l’idea che Lega e Udc dovessero divorziare e correre separati alle cantonali del 2027. Subito è emersa la teoria del complotto e bisogna dire che gli elementi rimasti sospesi non sono pochi, a partire appunto dalla tempistica.

Tutto questo è confluito in un magma che si è rimesso in moto con largo anticipo rispetto al passato. Anche nel nostro piccolo angolo di terra, le campagne elettorali si stanno facendo sempre più lunghe e concitate, diluite su più mesi, e fin dall’estate che precede l’appuntamento. La spiegazione risiede nella crescente frammentazione della costellazione partitica, priva di soglie di sbarramento, e nell’indebolimento dei partiti maggiori, quelli detti storici, che in passato lasciavano ai partitini solo le briciole. Ora tutti reclamano uno spazio e un microfono, se non in parlamento, almeno nell’informazione radiotelevisiva e nella galassia dei canali sociali. Tale frammentazione riflette una società sempre più volubile e balcanizzata per interessi e orientamenti ideologici e quindi sempre più difficile da ricondurre su piattaforme condivise.

Nel frattempo prenderà il via, da ottobre, una compagine mai vista prima, con esponenti di cinque formazioni diverse, cinque monadi che dovranno comunque dialogare e governare, non semplicemene vivacchiare in attesa della resa dei conti in agenda il prossimo aprile. In quel mese la parola passerà al popolo, che deciderà se confermare l’attuale composizione (con Marchesi al posto di Zali), o se ricalibrare i rapporti di forza. La campagna sarà intensa e vivace, soprattutto ai due lati dello schieramento. A destra l’Udc appare in crescita: spera di uscire dall’angolo d’ombra in cui l’hanno relegata per decenni gli amici-rivali della Lega. Quest’ultima, zavorrata da una serie di scandali e passi falsi, è in calo da alcune legislature. A sinistra assisteremo al duello tra Marina Carobbio e Greta Gysin, anche se entrambe giurano che il confronto rispetterà le regole della lealtà e della correttezza. Raffaele De Rosa, per il Centro, può dormire sonni tranquilli, mentre i liberali-radicali continuano a sognare il raddoppio per recuperare il seggio perso nel 2011 (l’intento sarebbe di riprendersi il Dipartimento dell’educazione). Alex Farinelli è quasi certo di poter subentrare a Vitta.

Già ora possiamo elencare alcuni elementi che caratterizzeranno la campagna elettorale in corso:

  1. Un ritorno della passione politica: la mobilitazione che si sta profilando dovrebbe riportare i cittadini al voto e quindi arrestare la curva al ribasso dell’astensionismo (nel 2023 la percentuale dei votanti è scesa al 56%);
  2. L’arrivo dei rinforzi da Berna: Marchesi, Gysin, Farinelli e in parte Chiesa (ora presidente ad interim dell’Udc cantonale) si apprestano a lasciare la fredda capitale federale per risollevare il morale delle sfiduciate truppe locali;
  3. L’Udc cantonale può contare sull’appoggio, politico ma soprattutto finanziario, dell’Udc nazionale guidata dai Blocher (non perdere seggi alle camere);
  4. Un ruolo decisivo lo svolgeranno i media e i social, la RSI come pure TeleTicino, il Corriere come la Regione. Già nell’affrontare il caso Zali sono emersi approcci e stili assai diversi tra i principali gruppi editoriali. Sarà un banco di prova anche per il giornalismo che si vuole cane da guardia del potere.

Tendenze, ipotesi, congetture… forse fondate, forse no, lo si vedrà nei prossimi mesi. Nel Palazzo delle Orsoline staziona però un elefante i cui barriti stanno salendo di tono ogni giorno di più: i premi delle casse malati, che tra poco torneranno a mordere i bilanci domestici. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare il 28 settembre del 2025, che di fatto si sono trasformate in una macina al collo delle finanze pubbliche. Come noto, gli assicurati-votanti, sfiniti ed esasperati, le hanno accettate entrambe, nella convinzione che almeno una delle due avrebbe sortito qualche effetto benefico. Ma così facendo il Ticino è finito in un vicolo cieco che si sarebbe dovuto e potuto evitare: sarebbe bastato fin dapprincipio accordarsi su un testo unico, finanziariamente sostenibile e socialmente equo. E invece si è preferito arrivare allo scontro, con l’apertura di una serie di falle che ora nessuno sa più come tappare.

Questa volta, a risolvere il caso, non basteranno l’intuito e la perizia di qualche nostrano tenente Colombo.

Pubblicato da laRegione


Neutrali ma non ignavi

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Dopo due sconfitte consecutive (iniziativa sul canone SSR e sulla Svizzera da 10 milioni di abitanti), l’Udc spera questa volta si spuntarla. La rivincita è affidata alla persuasione che la neutralità abbia sempre incontrato i favori della popolazione, addirittura con percentuali oscillanti tra l’80 e il 90 percento. A tale scopo, il movimento che formalmente l’ha promossa, ossia Pro Svizzera, non ha lesinato gli sforzi finanziari per guadagnare alla causa gli scettici, attraverso una cartellonistica su cui spicca un perentorio «no alla guerra», con accanto una colomba della pace che rimanda al celebre disegno di Picasso.

Nelle buche delle lettere domestiche è poi giunto un «bollettino» di ben otto pagine, in cui varie personalità, tra le quali alcuni politici socialisti, espongono le loro ragioni a sostegno. Manovra astuta, per sottolineare che l’iniziativa non è un’esclusiva del partito di Blocher (il quale se ne attribuisce la paternità), ma è un’esigenza avvertita anche da parecchi esponenti di altre formazioni. Tuttavia il gioco si fa sporco quando, nell’ultima pagina, si scrive che «Sinistra e Verdi dicono SÌ» [nell’immagine].

Quale Sinistra e quali Verdi? Qui occorre far chiarezza, dato che il PS è ufficialmente contrario, così come i Verdi, i quali definiscono il testo «filo-putiniano». È comunque vero che alla sinistra del PS si è formato un comitato di sostegno «pacifista e internazionalista per la neutralità», comitato che raggruppa diverse sigle, tra cui quella del Partito comunista.

Sono molti i cittadini tuttora inclini a pensare che nella Costituzione federale non si faccia cenno alla neutralità. Invece è presente, e in ben due articoli: n. 173 e n. 185. Certo non è sorretta da un articolo a sé stante, proprio perché il legislatore ha voluto che governo e parlamento potessero decidere in base alle contingenze, e non avere le mani legate «immerwährend», in modo permanente. Le neutralità, storicamente, è sempre stata considerata un mezzo («Mittel zum Zweck») a garanzia della politica di sicurezza del paese e della sua indipendenza, non un fine in sé. Nel caso specifico s’intende invece elevarla a fine, e quindi a caposaldo assoluto e intangibile. Si passa insomma da un principio relativo ad un principio assoluto.

Le conseguenze sono molteplici. Innanzitutto un auto-isolamento strategico, come se fossimo ancora ai tempi del ridotto nazionale. Non sono previste collaborazioni con altri paesi, se non in caso di minaccia imminente (ma nel qual caso sarebbe troppo tardi). Si esclude lo strumento delle sanzioni economiche, a meno che non siano decise dall’Onu (che però è nelle mani di potenze tra loro in conflitto). «Armata» vuol dire investire soldi in una difesa nazionale che non sarà mai in grado di contrastare gli arsenali dei potenziali nemici, con in testa la Russia (lo afferma lo stesso Blocher, quando scrive che «la potenza nucleare russa… rappresenta probabilmente la maggiore minaccia di guerra per il nostro paese»).

Noi non sappiamo come evolverà la situazione internazionale, se i conflitti in corso rimarranno circoscritti alle aree contese o se sorgeranno altri focolai, a noi sempre più vicini. Abbiamo però capito che la guerra ibrida è già realtà e non un’eventualità. Combatterla vuol dire costruire rapporti di cooperazione con le nazioni a noi vicine che condividono le nostre stesse preoccupazioni.

Ma torniamo al cartellone: «no alla guerra». Sottinteso: c’è qualcuno che invece la desidera, questa guerra, la invoca e forse la esalta con parole futuriste. E costoro sono tutti quelli che non intendono sostenere l’iniziativa. Il messaggio è efficace, dobbiamo riconoscerlo, ma anche qui abbiamo a che fare con l’assolutizzazione di un concetto che non prevede eccezioni. Considerare l’Udc un partito pacifista fa strano, ma andiamo oltre. Finora si riteneva che la guerra fosse giusta ovvero un diritto all’autodifesa («jus ad bellum») ogniqualvolta un paese fosse vittima di un’invasione a fini di conquista e di un’aggressione giudicata illecita dal diritto internazionale e dalle relative convenzioni. La distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta risale all’antichità classica e a teologi come Sant’Agostino e San Tommaso. Una disamina organica di questa teoria si ritrova nell’opera ormai classica di Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste. Una discussione morale con esempi storici, ora riedita da Garzanti. «A volte è giusto combattere – osserva l’autore – e a volte i soldati combattono in modo giusto. Nessuno che sia cresciuto durante la Seconda guerra mondiale può dubitare dell’esistenza di guerre giuste, oltre che ingiuste. Ma è altrettanto vero che a volte è sbagliato combattere, e a volte i soldati combattono in modi sbagliati».

Neanche questa teoria è comunque esente da punti deboli. Le divergenze emersero già durante i conflitti che portarono alla disgregazione della Jugoslavia, durante il primo conflitto del Golfo nel 1991 e soprattutto durante il secondo (2003), quello sorretto dalla certezza che il regime di Saddam fosse in possesso di armi di distruzione di massa. In tutti questi casi l’opinione pubblica e la comunità degli studiosi espressero giudizi divergenti, a volte opposti, sulla base di argomentazioni che si estendevano dal pacifismo assoluto al dubbio che le operazioni militari intraprese sotto l’egida dell’«umanitarismo» favorissero davvero la pacificazione tra i belligeranti e non prendessero di mira i civili.

Di questi dibattiti non v’è traccia nell’iniziativa per la salvaguardia della neutralità, che sarebbe più giusto qualificare come iniziativa per il neutralismo, un atteggiamento in cui ogni distinzione cade a vantaggio di un’indifferenza omologatrice, dove l’unica opportunità ghiotta è data dalla possibilità di commerciare in armi con tutti, anche con gli Stati-canaglia.

Pubblicato da laRegione


Carlo Ginzburg, lo storico degli indizi

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Accostarsi alle ricerche di Carlo Ginzburg (1939-2026) vuol dire calarsi in un labirinto che prende le forme di una spirale di cui non si intravede la fine. Non era uno storico che amava le scorciatoie, e nemmeno la facile divulgazione. Per tutta la vita ha rivolto il suo sguardo ai dettagli, alle pieghe, agli scarti, a cominciare dalla sua indagine più nota, quella dedicata negli anni ’70 a Menocchio, mugnaio friulano del Cinquecento. Il risultato, Il formaggio e i vermi, impresse una svolta agli studi storici, schiudendo il filone della «micro-storia». Non solo. Per chi in quella stagione si stava avvicinando al «continente-storia» fu una rivelazione, giacché portava alla luce un mondo sommerso e dimenticato, quello delle «classi subalterne», vivo ma privo di voce, o almeno così si sosteneva nella storiografia dominante e nelle accademie. Ginzburg rompeva con i rigidi schemi della tradizione, ma soprattutto invitava ad acquisire nuovi strumenti d’indagine, nuove metodologie.

Ginzburg illustrò il suo metodo in un saggio pubblicato la prima volta nel 1979 e poi variamente rivisto e perfezionato: «Spie. Radici di un paradigma indiziario». Un testo destinato ad influenzare profondamente chi, in quel giro d’anni, si occupava di streghe e stregoni, culture popolari, tribunali dell’Inquisizione, culti agrari e pratiche devozionali. Occorreva prestare attenzione non ai dati immediati di un determinato evento o personaggio, ma concentrarsi sui particolari minimi, poco visibili e solitamente trascurati. Il metodo proveniva dagli ambienti della critica d’arte, di cui l’italiano Giovanni Morelli era stato a fine Ottocento un fine rappresentante. Alle prese con il problema dell’attribuzione di quadri e dipinti, Morelli esortava a fissare lo sguardo sui dettagli e non sull’insieme: gli occhi, i lobi delle orecchie, la forma delle dita e dei piedi. Allo stesso modo, doveva comportarsi lo storico che non intendeva fermarsi alla superficie delle cose, ma scavare, identificare tracce, seguire i fili che intrecciavano fatti veri e narrazioni inventate. 

La sua multiforme e, possiamo ben dire, vertiginosa produzione saggistica reca questo sigillo inquirente, lunghe e meticolose indagini in campi solo apparentemente lontani ed espresse in volumi come Occhiacci di legno (1998), Rapporti di forza (2000), Il filo e le tracce (2006): non trattati organici ma raccolte di saggi, tenuti assieme da prospettive sorprendenti e non convenzionali. 

In quanto figlio di esponenti della cultura ebraica come Leone Ginzburg e Natalia Levi, Carlo non poteva che respirare l’aria dell’antifascismo torinese, città in cui nacque allo scoppio della seconda guerra mondiale. La Torino di quegli anni richiama subito alla mente casa Einaudi e il gruppo di brillanti intellettuali che ne hanno plasmato il destino, da Cesare Pavese a Massimo Mila, da Norberto Bobbio a Vittorio Foa, cui occorre aggiungere gli scrittori pubblicati nel secondo dopoguerra, con in prima fila Primo Levi e Carlo Levi. E proprio da Einaudi, Ginzburg fece uscire nel 1991 un volumetto in cui tentava di scagionare l’amico Adriano Sofri dall’accusa di aver ordinato, il 17 maggio del 1972, l’uccisione del commissario Luigi Calabresi. Anche qui l’autore cercava di smontare il castello accusatorio ricorrendo al suo strumentario di storico abituato a leggere gli atti di un processo, tra ipotesi, indizi e prove. Alla fine dell’esame, Ginzburg giunse alla conclusione che Sofri fosse assolutamente innocente e quindi da assolvere. Un’operazione che tuttavia, questa volta, non ebbe un esito pienamente convincente. 

I suoi principali editori sono stati Einaudi, Feltrinelli e infine Adelphi: la casa milanese gli ha offerto la possibilità di ripubblicare alcune sue opere non più reperibili e le ultime ricerche. Anche qui raccolte che non possono non impressionare per la ricchezza tematica e la profondità dell’analisi.   

Nell’immagine: Carlo Ginzburg 


Primo maggio – Nella rete della mega-macchina

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

L’intelligenza artificiale (IA) è l’ultimo fantasma, in ordine di tempo, che vaga nel mercato del lavoro, e anche oltre i suoi confini. Non ha una fisionomia spettrale, al contrario. Vuol essere amichevole, ti offre aiuto e promette di farti risparmiare tempo e denaro. Ma intanto s’insinua nella quotidianità lavorativa, sconvolgendola con una rapidità inaudita. Fino a ieri ci si auto-rassicurava affermando che l’IA avrebbe assorbito soltanto le mansioni di basso profilo, quelle ripetitive, facilmente automatizzabili e standardizzabili. Bene, ci siamo detti, benvenute le macchine che ci liberano dalla fatica e dalla noia, antichi e sempre ricorrenti sogni dell’umanità sfruttata; finalmente avremmo potuto dedicarci ad altro, alle nostre passioni e inclinazioni, «la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia… (Marx-Engels nel 1845-46).  Ma poi la mega-macchina ha preso a girare per conto proprio, ad emanciparsi dai suoi ideatori. Si è auto-fecondata per partenogenesi, assimilando viepiù conoscenze e capacità. E tutto questo ad una velocità mai vista prima. Chi l’ha programmata si è improvvisamente ritrovato vittima della sua creazione: una Medea digitale che ora divora i suoi figli, è il mago «che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate» (Marx nel 1848).

Sono numerosi ormai gli studi che documentano questa progressione. Il KOF, il Centro per le ricerche congiunturali del Politecnico di Zurigo, ha recentemente allestito un prospetto in cui gli autori hanno collocato nella finca di sinistra le professioni minacciate e nella finca di destra quelle a rischio zero o quasi. A rischio elevato di sparizione sono: codificatori, correttori di bozze, programmatori, sviluppatori di sistemi informatici, specialisti di software, contabili e statistici, rivenditori di apparecchi, analisti di dati. A destra: stradini/asfaltatori, scalpellini e scultori, montatori di linee elettriche, addetti alle pulizie, le maestranze edili e altre categorie in cui prevale l’abilità manuale.

E non è tutto, perché l’IA sta penetrando nelle cliniche, negli studi degli ingegneri, degli architetti e degli avvocati, nell’assistenza clienti e nella grande distribuzione. E perfino nel settore della grafica, della traduzione e del giornalismo, ossia nelle pagine che (forse) state leggendo. Tanto che tra un po’, o forse già ora, bisognerà certificare l’originalità di ogni articolo con il marchio «IA-Free».

C’è da preoccuparsi? A nostro modesto parere, di semplici osservatori, sì. Perché l’IA si è gettata in una corrente che già stava destrutturando le nostre società attraverso le fusioni, gli accorpamenti, le delocalizzazioni di interi settori, di produzione e di servizio, nei paesi in cui il costo della manodopera è molto inferiore al nostro, come in Portogallo e nei Balcani.

L’IA sta dilagando in ogni direzione, riservando una speciale attenzione alla politica. Non soltanto perché condiziona il modo di fare informazione (o disinformazione), ma anche perché si lascia alle spalle un paesaggio sociale lunare, popolato di categorie smarrite e di coscienze impaurite; non più classi consapevoli del proprio potere (la mitica «working class»), ma un pulviscolo di ceti privi di bussola e di rappresentanza, dove ogni individuo, rimasto solo e indifeso, cerca di salvarsi come può. Un bacino oltremodo pescoso per i movimenti della destra nazional-populista.

Questo è un aspetto, ma ce n’è un altro, non meno rilevante: riguarda l’impatto che l’IA avrà sulle nostre imprese, sul tessuto imprenditoriale ticinese. Forse, anche qui, sarebbe il caso di avviare un’inchiesta su quali potrebbero essere le conseguenze a breve e medio termine delle nuove tecnologie nei vari rami dell’economia locale. Cosa è già successo e cosa si prevede succederà, quali innovazioni si pensa di introdurre nei processi e con quali effetti. Siamo certi che l’autorità politica non tarderà ad assegnare questo compito agli istituti del nostro cantone che producono dati e ricerche.

Pubblicato da laRegione

Nell’immagine: illustrazione IA


Resistenze liberali

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

La tenuta degli ordinamenti democratici è argomento che assilla non soltanto la comunità degli studiosi, in particolare i politologi: tutta l’opinione pubblica, o almeno la sua parte più consapevole, appare in ansia. Se la cittadinanza sceglie il silenzio e non leva la sua voce, l’intera impalcatura cede. In molti paesi, con in prima fila gli Stati Uniti, i tanto celebrati contrappesi si stanno rivelando armature di sabbia. La separazione dei poteri – uno dei pilastri delle democrazie moderne – non è più in cima ai pensieri dei governanti. I tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) non stanno più sullo stesso piano. Prima viene il governo, poi il parlamento e i tribunali, ma in funzione subordinata, quasi ancillare.

All’origine di tale deriva sta una concezione del potere che non ha nulla di liberale. Anzi, il liberalismo, come si è andato formando dal Settecento in poi, soprattutto in Francia e in Gran Bretagna, aveva come orizzonte imprescindibile il primato della legge. Lo Stato di diritto garantiva non soltanto la libertà politica, ma anche la libertà economica, il commercio e l’iniziativa individuale. Spettava allo Stato, con la sua amministrazione, far rispettare le regole della doppia competizione: quella politica (elezioni) e quella economica (mercato).

Nel ventesimo secolo questo orizzonte si è dissolto con l’avvento dei regimi a vocazione totalitaria: fascismo, nazismo, comunismo. Qui lo Stato si è spogliato di ogni connotato liberale per assumere le sembianze del Leviatano, del mostro marino che trasforma i cittadini in sudditi per meglio esercitare il suo controllo sui corpi e le anime. Da questa tragica esperienza credevamo di aver imparato la lezione, ma ora le nostre acquisizioni vacillano. Il timore è che dalla testa di quel mostro stia rispuntando una nuova generazione di tentacoli, sempre più insidiosi e capillari, tanto che tutti ci chiediamo: sapremo questa volta contrastarlo e imbrigliarlo? Saprà la tradizione liberale non cedere alle lusinghe delle nuove tecno-monarchie?

Perché qui sta il punto, nella capacità delle forze di sinistra e di centro (liberali e democristiane) di resistere alle sirene dell’autoritarismo. In passato, lo sappiamo, il cedimento c’è stato per convenienza o miopia politica, nell’illusione di poter addomesticare e quindi ricondurre all’ovile le frange violente. Un calcolo che in Italia gli antifascisti denunciarono sin dalla comparsa dei primi fasci di combattimento nel 1919 (fondati tra l’altro da un voltagabbana, l’ex socialista Benito Mussolini). Purtroppo le loro denunce non furono raccolte dal re e dalle classi dominanti, dagli agrari e dagli industriali, che anzi finanziarono generosamente lo squadrismo. I pochi che si opposero furono bastonati a sangue o trucidati. Nel 2024 abbiamo ricordato il socialista Matteotti, nel centenario dell’assassinio ad opera di sicari al soldo del Duce. Quest’anno vanno doverosamente onorati due liberali che hanno scritto pagine politiche e culturali luminose: Piero Gobetti, il precocissimo intellettuale torinese che, dalle colonne delle sue riviste («Energie Nove», «La rivoluzione liberale», «Il Baretti»), scorse nel fascismo nascente la manifestazione di tutte le insufficienze di cui soffriva l’ancor giovane nazione italiana nata nelle battaglie risorgimentali; e Giovanni Amendola, il brillante giornalista attivo nella redazione romana del «Corriere della Sera» che in parlamento si erse a difensore della legalità democratica calpestata dalle «leggi fascistissime» varate a spron battuto dal regime. Entrambi furono aggrediti e randellati, con conseguenze letali: Piero Gobetti morì a Parigi tra il 15 e il 16 febbraio del 1926; Amendola poco dopo, il 7 aprile del medesimo anno. Toccò poi al comunista Gramsci, arrestato l’8 novembre, primo stadio di una lunga e penosa reclusione.

Nell’osservare, con occhio preoccupato, ciò che sta succedendo nel vecchio e nuovo continente, non possiamo non andare con la memoria a queste due figure del liberalismo italiano. Minoritarie, a lungo colpevolmente ignorate, ma ancora capaci di risvegliare la nostra coscienza critica e la nostra volontà di erigere porte taglia-fuoco di fronte alla progressione delle destre: in Italia (dove per la verità già governano), in Francia, in Germania, in Austria, e in altri paesi del blocco ex comunista. E pure nelle istituzioni europee (Commissione e Parlamento) che stanno viepiù adottando l’agenda dei movimenti xenofobi nel governo dell’immigrazione e nel diritto di asilo. E infine c’è il nostro paese, con una Udc che continua a raccogliere voti e consensi, attirando nella sua orbita anche cospicue forze di centro, quelle meno saldamente ancorate al loro patrimonio ideale. Proprio quelle forze che sarebbero tenute a presidiare con mano ferma, per storia e cultura politica, i princìpi fondamentali dell’ordinamento liberale.

Pubblicato da la Regione

Nell’immagine: ” il Leviatano sempre pronto a risorgere”


La sinistra tra case e appelli

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Senza clamore ma badando al sodo, rivela il vicepresidente del PS Fabrizio Sirica, negli scorsi mesi si sono gettate le fondamenta della «casa progressista»: un luogo in cui convogliare tutte le forze, politiche e sindacali, che intendono costruire un progetto di ricerca e riflessione, senza cadere – come spesso è accaduto in passato – nei personalismi. Peggio: in quei discorsi salottieri che sono tipici di una certa sinistra slegata dalle battaglie concrete. Una sinistra che ama gli «appelli», ma che alla fine si autocondanna all’inazione. L’invito è rivolto ai Verdi, ai compagni del MpS (che già hanno perorato l’urgenza di varare un «Fronte di opposizione sociale e politica»), ai comunisti e alle varie sigle sindacali che fanno capo all’USS (non citato è il Partito operaio e popolare).

La «casa» vuol essere innanzitutto un cantiere, uno spazio in cui incontrarsi e guardarsi negli occhi, accantonando, per una volta, il vezzo di comunicare soltanto via social. L’orizzonte in cui collocarsi è dato da un socialismo pragmatico, non dogmatico, aperto a contributi esterni, dunque in linea con la tradizione socialdemocratica di matrice nordica, tuttora maggioritaria nella sinistra cantonale e federale. Ma è proprio qui che potrebbero nascere dissensi e frizioni con il fronte più radicale e combattivo, com’è per esempio il Movimento per il socialismo.

Il caso ha voluto che mentre Sirica metteva nero su bianco le sue considerazioni uscisse su LaRegione un nuovo intervento, a firma di un gruppo di cittadini-militanti: «È ora di cambiare: un appello per unità, azione e opposizione da sinistra». Un’iniziativa mirante a «costruire un’opposizione politica unitaria, conflittuale e chiaramente alternativa». Ieri, infine, sempre il quotidiano bellinzonese, ha ospitato altri due contributi, firmati dalla Consigliera di Stato, Marina Carobbio, e dall’ex presidente PST Anna Biscossa. 

Sarà la volta buona per finalmente aggregare le forze intorno ad un obiettivo comune? Oppure siamo di fronte all’ennesimo tentativo di marciare separati, per poi dissipare le energie in vista delle scadenze elettorali del prossimo anno?

Chi non è più giovanissimo ricorderà che la sinistra ticinese (per limitare le osservazioni a questo spicchio di mondo) ha più volte ragionato in questa prospettiva, ovvero l’esigenza di edificare una casa comune, specie alla vigilia di elezioni cantonali o federali. Non è quindi «una grande novità» come scrive Sirica. Tuttavia bisogna riconoscere che ogni epoca ha impresso una sua specifica impronta al progetto unitario. Anche il termine «unità» non è sempre stato interpretato in modo univoco e fattualmente inclusivo. Non lo fu, ad esempio, «l’appello per la creazione del Forum della sinistra alternativa» promosso nel 1986 dal Partito del Lavoro, dove «sinistra alternativa» significava tutte le formazioni che contrastavano la politica perseguita sia dal PST, sia dall’ex rivale e concorrente PSA. Vale però la pena di riprendere i punti principali di quell’appello, la cui motivazione principale risiedeva nella necessità di rilanciare l’opposizione, ovvero

  • «per promuovere la cooperazione di intelligenze critiche e impegnate evitandone così la dispersione,
  • per combattere il profilarsi di una rinnovata situazione di regime cantonticinese soffocatrice degli spazi di progettazione alternativa,
  • per concordare quanto è necessario ad assicurare un’opposizione di sinistra forte e critica, capace nel paese e in Gran Consiglio di produrre risposte socialmente avanzate ai bisogni e alle aspettative esistenti nel Cantone». 

Da allora sono trascorsi quarant’anni. Nel frattempo sono intervenute vicende che hanno ingarbugliato le coordinate del mondo in cui viviamo, anche nel nostro piccolo orto domestico. Non sono tuttavia cambiati i rapporti di forza a sinistra, con un PS che, nonostante i noti travagli, è sempre rimasto nell’esecutivo cantonale (addirittura con due rappresentanti tra il 1987 e il 1991), un ruolo mai condiviso dai gruppi e dai movimenti dell’altra sinistra, che anzi lo condannavano come acquiescente e scarsamente incisivo. Tale permanente conflittualità tra la sinistra istituzionale e la sinistra movimentista la si ritrova ancora oggi nei documenti che via via vediamo pubblicati sui giornali o in rete.

Sirica auspica una «politica delle cose» che nasca tra le mura di una «casa progressista». Dal prossimo autunno inizierà il gran ballo in vista delle elezioni del 2027. Si vedrà allora se le varie anime che attualmente popolano il condominio della sinistra si daranno appuntamento in un unico vasto locale oppure no. L’impresa è ardua, costellata di vecchie ruggini e di possibili incomprensioni, ma val sempre la pena di tentare.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Dove sei, Lugano?

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Dove sei Lugano del Giardino dei Giusti e del festival dei diritti umani? Dove sei città dei convegni sulla pace e la non violenza? Con chi stai, quali sono i tuoi intimi pensieri? Quale virus è penetrato nottetempo nella classe politica che ti guida?

Sono domande che, all’indomani delle polemiche che hanno diviso il Municipio sull’opportunità o meno di reprimere un presidio antifascista non autorizzato, investono altri ordini di riflessione, più ampi e più profondi, perché vanno a toccare le radici della coscienza civile di una collettività. Detto altrimenti: Lugano è ancora una città che intende dirsi antifascista? Ovvero una città che non accetta di precipitare nell’ambiguità, nelle simpatie malcelate, negli ammiccamenti sornioni, al di là delle contingenze e delle provocazioni, delle questioni d’ordine pubblico e del rispetto delle leggi? Perché qui il discorso va oltre lo Stato di diritto, che – siamo d’accordo – va difeso e preservato. Riguarda l’«anima» di una città, che non si vorrebbe diventasse in terra elvetica la culla dell’estremismo neo-fascista e neo-nazista che altrove non trova ascolto.

Si capisce che il clima è mutato. C’è in giro una gran voglia di rifilare un sonoro ceffone a tutti gli antagonisti perturbatori della vita cittadina. La maggioranza del Municipio (quattro a favore, tre contrari) avrebbe voluto scacciare con la forza gli attivisti che si erano radunati, pacificamente, in Piazza Manzoni. Per fortuna la polizia (più assennata dei politici) non è intervenuta (fors’anche per non inondare di lacrimogeni il salotto buono di Lugano, gremito di turisti e «flâneurs»).

L’impressione insomma è che siano venuti meno gli anticorpi, che il cordone sanitario sia caduto, quel che i tedeschi chiamano «Brandmauer» o porta taglia-fuoco. Graffiti, incursioni-lampo in città del gruppo «Junge Tat», oltraggio al monumento Bassanesi a Lodrino, venuta a Mendrisio del generale Vannacci. Lega e Udc non paiono intenzionate a contrastare le seduzioni autoritarie che stanno montando negli Stati confinanti: Italia, Germania, Francia, Austria. Anzi, le osservano con occhi benevolenti. Fino a ieri si trattava di gruppuscoli e di nostalgici dei regimi nazifascisti, torvi e rumorosi ma efficacemente tenuti a bada dalle istituzioni democratiche e dalle culture politiche dominanti: liberali-radicali, democristiane e socialdemocratiche. Ma ora tutto questo si sta sgretolando, sull’onda di un linguaggio che non teme più la riprovazione sociale. Sembra ormai «naturale» inserire nel discorso pubblico concetti ed espressioni come «sostituzione etnica» (ripresa dai nazionalisti francesi) o come «remigrazione» (dal vocabolario della tedesca Afd). Il vocabolario cambia, si fa meno truculento, ma la sostanza rimane.

La propaganda delle destre radicali ha da tempo fatto breccia nelle file della Lega e dell’Udc, partiti che finora non avevano mai aperto le porte a formazioni dichiaratamente «nere» sventolanti bandiere con la croce uncinata. Ma ora, anche qui, i muri appaiono meno solidi. Si vorrebbe ascoltare una condanna chiara e inequivocabile, che però non arriva. Si preferisce rimanere nella zona grigia, luogo in cui proliferano le allusioni, le mezze parole, le formule volutamente equivoche come «anti-antifascismo».

Nell’era della secca polarizzazione destra-sinistra, la partita decisiva si gioca al centro. Tocca ai partiti che storicamente hanno presidiato questo luogo della politica erigere un alto argine contro la destra; tocca a loro (perché la socialdemocrazia già lo fa) smascherare i progetti tendenti a svuotare il diritto a manifestare nelle aree pubbliche.

Giova forse ricordare che l’antifascismo non è un patrimonio che appartiene esclusivamente alle sinistre: nel caso italiano, ad esempio, tutte le forze democratiche hanno dato il loro contributo alla Resistenza, perfino alcune frange monarchiche. Ciò nonostante c’è reticenza a pronunciare quella parola, al punto di provare timore. Per fortuna, anche all’interno del Municipio, sono emerse voci di dissenso. Esemplare, seppur velata di tristezza, quella espressa dal vice-sindaco Roberto Badaracco: «mi auguro che a nessuno dia fastidio l’antifascismo, che dovrebbe essere un valore a destra, come a sinistra, come al centro» (laRegione, 25 febbraio scorso).

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: la manifestazione antifascista di Lugano


La nuova trinità

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Che la storia fosse giunta al capolinea era una teoria che lasciava perplessi. Eravamo invece più o meno tutti persuasi che il futuro avrebbe scacciato le ombre del passato: più pace, più democrazia, più benessere, più diritti, e non solo nell’Occidente benestante o considerato tale. Figli della «trinità laica» sancita dalla Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità) e della rivoluzione americana (Dichiarazione d’indipendenza), per oltre due secoli abbiamo aggiunto all’edificio comune sempre più mattoni: nel 1948 con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e poi ancora in diverse tappe successive, attraverso istituzioni come il Consiglio d’Europa (1949), al quale la Svizzera aderì, con colpevole ritardo, soltanto nel 1963. Si era certi che la strada imboccata – definita da Bobbio come l’età dei diritti – avrebbe riservato a tutte le nazioni un avvenire di concordia e prosperità sotto l’egida dell’ONU. Una sfilza di convenzioni, trattati, carte fondative, corti penali e civili internazionali, ovvero il trionfo del diritto positivo sulla violenza e la sopraffazione.

Primato del diritto, dunque. Ma non solo. Nel corso della seconda guerra mondiale, sorse impellente l’esigenza di completare l’ordinamento giuridico con proposte che mirassero a ripensare gli assetti istituzionali ed economici. In un’isoletta del Tirreno battuta dai venti (Ventotene) prese forma nel 1941 un manifesto che propugnava la costruzione di un’«Europa libera e unita» su base federale. Lo redassero Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con la collaborazione di Eugenio Colorni, un testo che funse pure da fonte d’ispirazione per i padri costituenti della futura Repubblica italiana.

In quello stesso giro d’anni, in Gran Bretagna, il professor William H. Beveridge presentò un rapporto che ridefiniva dalle fondamenta missione e compiti dello Stato: un «Report» imperniato sulla sicurezza sociale e i servizi connessi («Social Insurance and Allied Services»), poi entrato negli annali come «Rapporto Beveridge». Nel documento l’autore illustrava le premesse teoriche per riformulare alla radice l’impianto assicurativo, i salari, la previdenza e la sanità. Era lo Stato sociale a vocazione assistenziale, un’organizzazione concepita per garantire a tutti un’esistenza dignitosa fin dai primi giorni di vita.

Un terzo contributo fondamentale giunse dalla sponda opposta dell’Atlantico, da Filadelfia, nel 1944, l’anno dello sbarco degli alleati in Normandia. In questa città della Pennsylvania vide la luce il 10 maggio un documento che, sotto il modesto titolo «Dichiarazione riguardante gli scopi e gli obiettivi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro», si prefiggeva di promuovere un ordine internazionale non più fondato sulla forza, ma sul diritto e sulla giustizia. Un documento che ancora oggi colpisce per la sua radicalità assertiva: «a) il lavoro non è una merce; b) le libertà di espressione e di associazione sono condizioni essenziali del progresso sociale; c) la povertà, ovunque esista, è pericolosa per la prosperità di tutti; d) la lotta contro il bisogno dev’essere continuata in ogni Paese con instancabile vigore e accompagnata da continui e concertati contatti internazionali nei quali i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, in condizioni di parità con i rappresentanti governativi, discutano liberamente e prendano decisioni di carattere democratico nell’intento di promuovere il bene comune». L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha sede a Ginevra ed è tuttora attiva come agenzia dell’ONU.

Da tutti questi fili sparsi – tra cui la nostra AVS – è dunque scaturito l’ordito che nel secondo dopoguerra ha sorretto il modello di sviluppo europeo, incentrato sull’economia sociale di mercato. Un modello assai diverso da quello americano che, com’è noto, è molto meno regolato e protettivo, e molto più propenso ad esaltare gli «spiriti animali» del capitalismo lasciato allo stato brado.

Oggi però siamo ad un giro di boa inatteso, molto meno promettente. La traiettoria socialmente ascendente si è arrestata e anzi ha invertito il senso di marcia. Una parabola che, a sorpresa, ha rimesso in discussione conquiste secolari, sia nel campo del lavoro, sia nel campo delle legislazioni politiche, sociali, civili. E ora siamo qui a chiederci: ritorneremo indietro, consegnandoci nelle mani delle nuove baronie del potere tecnologico? Dobbiamo considerare morto anche lo «spirito di Filadelfia» che riprendeva, rinnovandoli, i provvedimenti varati durante il «new Deal» rooseveltiano?

Lo spirito che oggi si aggira nel mondo pare oggi vestire le armature dei cavalieri dell’Apocalisse. A guidare la loro corsa non è la vecchia triade dei rivoluzionari francesi, ma il nuovo trinomio delle tecno-oligarchie, in combutta con le intramontabili satrapie cinesi e post-sovietiche: non la libertà ma l’arbitrio, non l’uguaglianza ma l’avidità, non la fraternità ma la protervia nei confronti di chi resta indietro.

Scritto per laRegione


Dalla zappa alle criptovalute

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La storia… sinonimo di noia, polvere, inutilità. Ma prima di riporla come una carabattola in soffitta si faccia un piccolo esperimento mentale. Supponiamo che i libri di storia spariscano dalle biblioteche domestiche e dagli scaffali delle librerie. Proprio tutti, e con essi i documenti accumulati nel corso dei secoli in collezioni pubbliche e private. Nessuna traccia più del nostro passato, ogni impronta cancellata. Come sarebbe una società simile? Intendiamo una comunità senza storia, senza album di famiglia, senza la possibilità di ricostruire il proprio albero genealogico, senza musei, archivi e pinacoteche. Insomma, una comunità spogliata di ogni tipo di retroterra, di ricordi e di memoria, obbligata a vivere nel presente. Tabula rasa. Sarebbe possibile? Che cosa saremmo come individui? Anzi, apparteremmo ancora alla categoria degli esseri umani? Un esperimento del genere ci porterebbe dritti alla follia. Eppure è stato tentato. Totalmente, almeno come proposta provocatoria, dai futuristi, nel loro celebre Manifesto del 1909; parzialmente da tutti i regimi intenzionati a riscrivere la storia in base alle loro convenienze, attraverso omissioni e cancellazioni.

Un campo conteso

La storia è, e rimane, un campo di battaglia in cui confluiscono umori, ideologie, risentimenti, visioni del mondo contrapposte. Le ferite che le tragedie del ventesimo secolo hanno aperto sanguinano ancora, dando luogo ad aspri conflitti su colpe e responsabilità. Ogni volta si è cercato di conciliare l’inconciliabile attraverso la creazione di una «memoria condivisa». Invano, perché non vi può essere condivisione tra chi è stato carnefice e chi vittima.

La Svizzera non ha alle spalle lacerazioni profonde, e quindi non deve fare i conti con un passato ingombrante, tale da nutrire narrazioni opposte, come regolarmente succede nei paesi che hanno conosciuto il tallone di ferro dei regimi dittatoriali, le persecuzioni e le deportazioni. Tuttavia, soprattutto nel corso della seconda guerra mondiale, anche il nostro paese ha dovuto piegarsi ai voleri dei suoi ringhiosi vicini, adottando misure che già allora apparivano ingiustificate, e comunque non tali da mettere in pericolo la sicurezza del paese.

I nemici della libera ricerca

Di tutto questo si discute e si discuterà ancora a lungo. Ed è un bene, perché solo così, attraverso il confronto e la produzione di studi scientificamente fondati, si potrà formare una coscienza storica il più possibile scevra da pregiudizi. Non è un’impresa facile, perché l’attuale congiuntura non aiuta l’indagine storica disinteressata. Il primo nemico da sconfiggere è l’indifferenza, alimentata dall’idea che la storia, nell’epoca dell’iperinformazione a ciclo continuo, non abbia nulla da insegnare. Il secondo nemico è la costante delegittimazione della libera ricerca, che non indietreggia di fronte agli scheletri rimasti chiusi per decenni negli armadi, alle pagine strappate, ai capitoli rimossi. Il terzo nemico è rappresentato da una concezione selettiva e parcellizzata del passato, secondo la quale meritano di essere ricordati solo gli aspetti commendevoli delle vicende umane e non i crimini, le turpitudini o i personaggi abietti.

Una coscienza da coltivare

La nostra società – sia politica che civile – dovrebbe coltivare senza remora la conoscenza delle proprie radici. Nella scuola, in primo luogo, ma anche in tutte le sedi che si prefiggono di irrobustire il senso civico della popolazione: partiti, sindacati, reti associative, media. Crediamo infatti che l’odierno calo della partecipazione a elezioni e votazioni non sia estraneo al trionfo del «presentismo», uno stato sospeso in cui tutto galleggia in superficie come un’alga. Ma come rammentava un maestro della disciplina come Marc Bloch, nel volume pubblicato postumo Apologia della storia, «l’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato».

Conoscenza e civismo

Il Ticino, inteso come stato e repubblica, è una creazione relativamente giovane, frutto di un atto di mediazione imposto da Napoleone. Di conseguenza anche la costruzione della sua identità (o «personalità», come amava dire Gilardoni) è stata lenta e discontinua. Fatto il Ticino occorreva fare i ticinesi, ma questo compito incontrava sempre qualche ostacolo, sia nell’opinione pubblica (ampiamente condizionata dalle baruffe partitiche), sia nelle élite urbane. Soltanto a cavallo dell’Otto-Novecento, in occasione delle prime ricorrenze centenarie (1898-1903), politici e storici incominciarono a collaborare per instillare nella cittadinanza il senso di un’appartenenza ad una patria comune. Compito che la repubblica tradusse in monumenti (obelisco a Bellinzona), in targhe commemorative, feste di popolo e naturalmente in mostre e pubblicazioni. E così si è proseguito per tutto il Novecento, con un’accelerazione nel 1998 (bicentenario della fine del regime dei baliaggi) e il 2003 (bicentenario del cantone). Tutti appuntamenti celebrativi, ma anche occasioni per finalmente dare alle stampe ricostruzioni aggiornate, come l’opera coordinata da Raffaello Ceschi, Paolo Ostinelli e Giuseppe Chiesi (tre volumi – di cui il primo diviso in due tomi – editi tra il 1998 e il 2015).

Una radiografia multiforme

Da allora sono trascorsi quasi trent’anni: era quindi giunto il momento di riprendere il filo del discorso, puntando l’obiettivo sulle vicende più recenti (che in parte ritroviamo ancora nelle cronache quotidiane). Fatto sta che due ex insegnanti ed esperti della materia, Gianni Tavarini e Rosario Talarico, si sono messi al lavoro, consegnandoci questa nuova opera, pubblicata da Dadò sotto il titolo Il Ticino nella Storia. I due autori, pur prendendo le mosse dal periodo dei baliaggi, dedicano le loro cure soprattutto agli ultimi due secoli, con incursioni negli anni a noi vicini. Dai percorsi considerati (l’uno cronologico, l’altro tematico), emerge una radiografia della società ticinese multiforme, dove i processi socio-economici, demografici, urbanistici s’intrecciano con il sistema politico, la sanità pubblica, lo sviluppo dello Stato sociale, le innovazioni nel settore scolastico, la crescente presenza delle donne nella vita pubblica, l’informazione radio-televisiva.

Assodato che il cambiamento è la cifra di ogni società, ciò che allo storico interessa è la qualità, la velocità e l’intensità del movimento. Quasi immobile tra le due guerre mondiali, un ventennio in cui ha prevalso la stagnazione, il cantone ha ripreso la sua corsa dagli anni Sessanta in poi, con l’esplosione del settore terziario e con il graduale inserimento della regione nel più ampio complesso delle relazioni nord-sud, attraverso vie di comunicazione come l’autostrada e il traffico aereo. Nel frattempo mutava anche la struttura sociale della popolazione, conseguenza di un aumento dei flussi migratori e dell’opportunità di accedere agli studi universitari. Da questa nuova costellazione è scaturito un largo ceto medio riflessivo, sensibile all’offerta culturale: librerie, biblioteche, case editrici, musei, concerti, giornali, circoli, media elettronici pubblici e privati. Una maturazione intellettuale che è poi sfociata nella creazione di istituti superiori (USI-SUPSI) e di centri di ricerca attivi nel campo dell’informatica (supercalcolatori) e della biomedicina.

Sappiamo però per esperienza che il progresso non è mai lineare. E ha sempre una doppia faccia, positiva e negativa, luminosa e opaca. Si pensi al ruolo dell’edilizia, che ha cementato i fondivalle e trasformato i borghi in agglomerati informi; si pensi al traffico che soffoca interi distretti e, sul piano sociale, alla difficoltà, cronica ormai, di lasciarsi alle spalle la zavorra dei bassi salari e della nuova povertà. Un gravame che ritroviamo riflesso anche nelle ricorrenti crisi finanziarie dello Stato.

Il volume ora in uscita nelle edizioni Dadò propone un cammino nella storia del Ticino che sicuramente susciterà reazioni e riflessioni: sulla strada fin qui percorsa, sulle occasioni colte o mancate, ma anche sugli interrogativi che la fase in cui siamo immersi suscita, tra ritardi atavici e la terra promessa dei bitcoin e dell’intelligenza artificiale.


Dottore, mi dica…

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

L’altro giorno abbiamo portato il canton Ticino dal medico di famiglia, per una verifica del suo stato generale di salute. Per determinarlo con una certa precisione, certo non assoluta e con molti lati destinati a rimanere oscuri, il medico ha chiesto all’infermiera di prelevare dal paziente un campione ematico: già l’analisi del sangue, ha spiegato, fornirà preziose indicazioni.

Alcuni giorni dopo sono giunti dal laboratorio (dell’USTAT ma non solo) i risultati, vale a dire gli indicatori socio-economici. Ebbene: la situazione è critica su più fronti. 

Nel corso degli anni i salari non sono mai davvero riusciti ad agganciarsi ai livelli nazionali. Mediamente il salario mensile lordo in Ticino è calcolato in 5’301 franchi (CH 6’788 fr., dati del 2022). Rimane importante la differenza tra l’uomo (5’532) e la donna (4’812). Non è una novità, anzi: è una di quelle difformità che gli storici dell’economia hanno sempre rilevato fin dalla formazione del cantone ai primi dell’Ottocento.

Secondo dato, quello relativo alla disoccupazione. Qui non è facile contare i disoccupati, perché i metodi divergono. Le percentuali fornite dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) sono confortanti, prossime alla piena occupazione: 2,6% (meglio che in CH: 2,9). Più alto invece il dato che giunge dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che lo pone al 6,7%. Il SECO riporta esattamente il numero dei disoccupati registrati a fine mese, mentre l’ILO si basa su inchieste telefoniche e proiezioni. Nel primo caso, l’accuratezza c’è, ma riguarda soltanto le persone che effettivamente risultano iscritte agli uffici regionali di collocamento: chi non figura, esce dalle statistiche. L’ILO cerca di tener conto anche di questa fascia diventata invisibile, ma qui prevale la congettura sulla sistematicità.

Forse, per avvicinarsi al vero, vale la pena di spostare l’angolo visuale ed osservare l’erogazione dei sussidi di cassa malati (RIPAM): i beneficiari sono attualmente 111’500, ossia una persona residente su tre. In altre parole, senza questi aiuti pubblici un terzo della popolazione faticherebbe a pagarsi l’assicurazione malattia, il cui aumento nell’ultimo triennio è stato galoppante, sfiorando +27%. Secondo l’istituto di statistica dell’UE EUROSTAT, questi dati pongono il Ticino nella categoria delle regioni «a rischio povertà» (28,3%, dunque largamente al di sopra della media nazionale, che si situa al 16,1). Sono numeri che a prima vista sorprendono e anche turbano, sebbene si riferiscano al «rischio» e non ad una condizione effettiva di sofferenza sociale (che comunque rimane elevata, intorno al 14%, che scende al 6% solo grazie agli aiuti sociali). Anche qui è possibile individuare una costante nella storia recente del cantone: nel 1986 la prima indagine sull’indigenza relativa (rapporto Marazzi) indicava una percentuale di nuovi poveri analoga, oscillante tra il 15 e il 17%. A ciò si aggiunge un maggior tasso di indebitamento e una bassa capacità di risparmio, inferiore alla media nazionale (solo il 31% dei ticinesi riesce a metter da parte qualche soldo, contro il 47% degli svizzeri tedeschi).

Per chiarire il quadro clinico, e per predisporre un’adeguata terapia, il medico ha consigliato di rivolgerci ad uno specialista, nella persona del dott. Christian Vitta, titolare del Dipartimento delle finanze e dell’economia. Il dott. Vitta ci ha ricevuto cortesemente, com’è suo costume, ma subito ha allargato le braccia: «il preventivo che abbiamo allestito prima del 28 settembre scorso (la domenica del doppio sì alle iniziative di PS e Lega sulle casse malati) per il momento è sospeso, non sappiamo ancora quale sarà con buona approssimazione la ricaduta sulle finanze del cantone. Vedete: nel 2022 il popolo ha accolto il Decreto concernente il pareggio del conto economico entro la fine del 2025, ma ora lo stesso popolo lo ha indirettamente ripudiato approvando le due iniziative: misure destinate a sfasciare il bilancio dello Stato. Sono molto preoccupato».

Non è la prima volta che le finanze pubbliche finiscono in terapia intensiva. Anzi, si può ben sostenere che l’assillo finanziario abbia accompagnato come un’ombra il cammino del cantone sin dal 1803. Osservava nel 1854 il nostro più illustre padre della patria, Stefano Franscini, in un volumetto intitolato Semplici verità ai ticinesi sulle finanze e su altri oggetti di ben pubblico: «Pensi e rifletta ognuno di noi, che la crisi finanziaria in particolare, che dura da così lungo tempo, non può guari [molto] prolungarsi ancora senza esporre il Cantone al pericolo eminente di un rovinoso dissesto. Pensi e rifletta che i tumulti ed altri disordini di certe nostre assemblee attirarono, già da alcuni anni, l’attenzione de’ Confederati e dell’Estero; e che le emergenze di più fresca data non possono non aver destato il sospetto di uno stato sociale in pericolo di cadere nell’anarchia».

All’uscita dello studio, il canton Ticino ha ripreso a barcollare, il volto sempre più terreo, la voce tremula. Ha chiesto di poter avere qualcosa di forte, o almeno un ricostituente. Ma ormai i negozi erano chiusi, e pure la farmacia di quartiere.