L’Udc va alla guerra

L'UDC punta sugli effetti speciali contro il "nemico" che sta di nuovo nei palazzi di Bruxelles 

“L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io”. Ecco che il nostro prode impugna l’alabarda e trafigge con un colpo da maestro… una risma di fogli. L’eroe è lui, fiero e indomito; è il presidente dell’Udc Marcel Dettling, che il 25 ottobre scorso a Wimmis (Be), durante l’assemblea dei delegati, ha infilzato come fossero un tonno gli Accordi bilaterali negoziati con l’Ue, «il trattato della sottomissione».

L’Udc ama puntare sugli effetti speciali per manifestare il suo dissenso. Nessun altro partito sa farlo in modo così plateale ed efficace, nessun altro sa riportare sul proscenio figure e miti del passato ‘eroico’ elvetico, personaggi realmente esistiti o forse no, in fondo non importa. Dettling come Arnold Winkelried, che a Sempach, nel 1386, non esitò ad abbracciare le lance nemiche, così da aprire un varco nei ranghi delle truppe asburgiche… Ora il nemico è rintanato nei palazzi di Bruxelles, nell’emiciclo di Strasburgo, nelle istituzioni e nei tribunali che vorrebbero mettere le mani sulla nostra economia e sul nostro ordinamento giuridico… Per questo è tempo di afferrare l’alabarda e di brandirla contro la vampiresca cricca degli eurocrati. Può risultare curioso che l’Udc, partito della sovranità e dell’orgoglio patriottico, ricorra nella sua propaganda a un’arma… mercenaria, utilizzata fin dall’epoca medievale dai reggimenti svizzeri al soldo delle monarchie di mezza Europa e del Pontefice. Ma questo è un dettaglio. Quel che conta è il sentimento bellicoso con cui ci si appresta ad affrontare lo scontro campale, come ai tempi delle crociate. A tal fine è bene risalire ai secoli del Medioevo e del suo immaginario “intriso di passione guerriera” (Le Goff) e di audaci imprese, con al centro cavalieri senza tema e senza paura.

I secoli in cui prende forma la Lega confederata sono, per l’Udc, un’età dell’oro, segnata dalla lotta per la libertà e l’indipendenza, dall’autogestione (cellula del federalismo) e dalla mentalità marziale degli abitanti. “Liberissimi e armatissimi”, come osservò uno che se ne intendeva, il segretario fiorentino Niccolò Machiavelli. L’altro caposaldo è più recente, ed è rappresentato dalla difesa spirituale, l’articolato dispositivo che sul finire degli anni Trenta del secolo scorso permise di conseguire due obiettivi: da un lato esaltare le peculiarità culturali autoctone e dall’altro contrastare la subdola infiltrazione della propaganda nazifascista.
Obiettivi nobili, per quegli anni cupi e minacciosi, ma che poi, al termine del conflitto mondiale, finirono per assumere dimensioni e finalità diverse, non più dettate dalla paura dell’assedio ma da un maccartismo d’accatto. Ma anche qui, sono sottigliezze; quel che importa è arruolare la figura del generale Guisan, lo stratega del ridotto alpino, il comandante in capo che raduna gli ufficiali sul Grütli per il celebre rapporto. Quel che conta è ribadire l’idea dell’autogoverno e dell’autarchia, nessuno osi mettere le mani sul nostro «barattolo di miele» (cit. del presidente). Per riassumere: la vecchia Confederazione, con il suo impianto pre-moderno, con le sue comunità gerarchicamente ordinate, resta il modello sociale di riferimento principale dell’Udc odierna.
Simbolicamente: croce cristiana, giuramento, la democrazia diretta della Landsgemeinde, il popolo in armi, e adesso la temibile alabarda. Manca solo il Landamano. Nel suo corredo ideologico non entra invece lo Stato federale del 1848, perché opera dei radicali del ‘Freisinn’, il movimento che scardina definitivamente il vecchio regime per introdurre, attraverso la nuova Costituzione, i diritti proclamati dai rivoluzionari francesi, sia pure tra ritardi e contraddizioni.

Dunque una rivalutazione dell’ancien régime fondato sulla forza della tradizione, sulle radici, le famiglie, i Comuni, i Cantoni; non una Federazione di Stati, ma una ‘confoederatio’ com’era stata edificata in età moderna, con le sue élites urbane, le casate patrizie, i territori soggetti (i baliaggi) da governare a turno. Non sappiamo se l’attuale dirigenza democentrista conosca l’ideologo che di questa tesi si fece interprete e divulgatore infaticabile: l’aristocratico friburghese Gonzague de Reynold, soprannominato il ‘conte nero’. Questi nel 1929 pubblicò un saggio intitolato ‘La démocratie et la Suisse. Essai d’une philosophie de notre histoire nationale’ in cui chiamava alla sbarra proprio la Costituzione del 1848, concepita secondo i dettami del liberalismo, corrente che nei decenni successivi, tappa dopo tappa, si era incaricata di comprimere l’autonomia dei Cantoni aprendo le porte “alla centralizzazione reale, e di qui condotto allo statalismo e infine al socialismo”. Risultato: morte della vecchia Svizzera, della sua scala di valori e della sua tradizione storica.

Scritto per “La Regione”

Nell’immagine: il presidente dell’Udc Marcel Dettling con la sua alabarda


Lettera dal Fronte

L'UDC punta sugli effetti speciali contro il "nemico" che sta di nuovo nei palazzi di Bruxelles 

Un’elaborazione del lutto senza fine. Scorrere i titoli della saggistica sui destini della sinistra è come partecipare ad un corteo funebre: la scomparsa della sinistra in Europa, la morte della sinistra, la notte della sinistra, sinistra o cara… e poi necrologi, commiati, ultimi saluti…  Naturalmente c’è del vero in queste diagnosi infauste, ma anche tanta rassegnazione. Vero è che la sinistra è stata ricacciata indietro, in questi ultimi anni: sconfitte elettorali, perdita di consensi e anche di credibilità per aver ceduto alle promesse dei profeti di una globalizzazione intesa come catarsi salvifica per tutti, ricchi e poveri. Ed è anche vero che il soggetto che avrebbe dovuto trainare l’alternativa al modello dominante si è sbriciolato. Il proletariato non è più da tempo una categoria significativa; la classe operaia è ormai una minoranza in tutti i paesi sviluppati, e comunque il suo comportamento elettorale è altamente volatile, e in molti casi finisce per premiare la destra (in Ticino Lega e Udc). Anche dalle classi impoverite non giungono segnali univoci, come la disponibilità alla protesta e alla mobilitazione. Restano i ceti subalterni, ossia gli strati popolari sottomessi o discriminati per nazionalità (stranieri e frontalieri) o sesso (donne): ma pure qui non è facile guadagnarli alla causa.

Quale causa? Una volta c’era il socialismo, ossia un sistema alternativo al capitalismo. Quale socialismo? Quello fondato sulla dittatura del proletariato e sulla socializzazione dei mezzi di produzione, dalla terra alle fabbriche, oppure quello che vede nello Stato un attore capace di orientare le scelte di una determinata società, garantendo nel contempo un’efficiente rete di protezione a chi rimane escluso dal circuito produttivo? La prima via era stata imboccata dall’Unione Sovietica, e nonostante gli immani sforzi non ha dato risultati soddisfacenti, replicabili nei paesi occidentali; la seconda via – quella socialdemocratica – ha invece permesso, soprattutto nelle democrazie nordiche, di domare gli spiriti animali del capitalismo, promuovendo un certo grado di equità tra le classi sociali.

Il fatto è che anche questa seconda strada non ha retto all’assalto delle forze conservatrici e neoliberiste, di un capitalismo che sembra aver ritrovato la sua antica tracotanza, la sua volontà di espandersi senza vincoli (legali e morali) e in ultima analisi di piegare la politica alle ragioni del libero mercato. La tendenza è generale e s’intreccia con il ritorno in grande stile dei movimenti anti-immigrazione e razzisti, in Germania con l’Afd, in Francia con il Rassemblement National, in Italia con i Fratelli d’Italia, in Austria con il Partito della Libertà, per limitarci ai nostri immediati vicini. La maggior parte di queste formazioni non è ancora approdata al governo, se non sotto forma di coalizione; tuttavia la direzione di marcia è tracciata.

Di fronte a questa progressione a largo spettro delle destre, capaci di attirare nella loro orbita ampi settori moderati, liberali e democratici cristiani, la sinistra è chiamata ad erigere un robusto argine che funga da porta tagliafuoco, da «Brandmauer» come dicono in Germania. Da un po’ di tempo lo si sta già edificando, anche nel nostro cantone, attraverso iniziative volte a risvegliare la società civile nelle sue varie ramificazioni associative, non solo al fine di salvaguardare i diritti acquisiti. In questo senso vanno interpretate le campagne per la cassa malati, la difesa dei posti di lavoro nelle FFS-Cargo, le manifestazioni per la Palestina, l’indignazione per una Svizzera non più all’altezza della sua tradizione umanitaria, l’agitazione degli insegnanti a tutela delle loro rendite pensionistiche.

La ripresa del movimentismo non è però sufficiente per lanciare, come ha chiesto il MpS nel suo documento pubblicato lo scorso giugno, un «fronte unitario di opposizione politica e sociale». Per fare in modo che la proposta risulti efficace occorre riuscire ad aggregare attorno ad un programma (minimo?) anche gruppi esterni alle logiche di partito, o anche semplici cittadini, privi di tessera ma preoccupati della regressione in atto nella sanità, nella scuola, nei servizi pubblici, nell’informazione radiotelevisiva. I recenti successi (tredicesima AVS sul piano nazionale, premi delle casse malati a livello cantonale) mai sarebbero stati possibili senza il voto proveniente da ampie cerchie di forze centriste e perfino dall’Udc. Una dinamica analoga la si è osservata in Ticino per il salario minimo. La sconfitta è invece inevitabile quando la sinistra rimane orgogliosamente sola, isolata, confinata nel suo bacino tradizionale di riferimento (vedi il destino segnato dell’iniziativa dei giovani socialisti per il futuro, in agenda il prossimo 30 novembre).

Ciò premesso non bisogna cadere in illusioni ottiche: non è detto che i sentimenti di rabbia che hanno indotto ad approvare entrambe le iniziative sull’assicurazione malattia (di PS e Lega) si traducano poi in consensi elettorali. Lo stesso discorso vale per le manifestazioni di piazza, partecipate e battagliere, ma spesso estranee quando non ostili al paesaggio partitico tradizionale.

Il dibattito tenutosi lo scorso 28 ottobre allo Spazio aperto di Bellinzona tra PS, MpS e Verdi (assenti il PC e il MOP) ha lasciato nel pubblico l’impressione che talune inveterate reciproche diffidenze e incomprensioni siano state accantonate, e che insomma bisogna lavorare tutti assieme per contrastare l’impetuosa avanzata delle destre al di là delle singole appartenenze. L’itinerario è tracciato: ora bisogna saper raccogliere le forze, materiali e culturali, per convincere la sempre più sconfortata opinione pubblica che lo schieramento di sinistra non è puramente rivendicativo, ma portatore sano di proposte e di modelli alternativi.


La sinistra di fronte alla neutralità (e alla guerra)

L'UDC punta sugli effetti speciali contro il "nemico" che sta di nuovo nei palazzi di Bruxelles 

La guerra russo-ucraina, l’orrore di Gaza: due abissi che negli ultimi due-tre anni hanno angustiato le nostre coscienze. Uno stillicidio costante, quotidiano, perturbante, che ha indotto a sfilare nelle strade, ad occupare le piazze, accompagnati da interrogativi esistenziali sulle ragioni palesi o recondite di questi orribili conflitti. In questa dimensione dello strazio ci siamo anche noi, con il nostro senso di impotenza e il nostro smarrimento.

Ma ci siamo anche con la nostra indignazione nei confronti di un governo che ci appare inerte e pavido, e che come sempre attende le mosse di tutti gli altri prima di proferire parola, fosse solo di pietà per le migliaia di vittime innocenti. E noi ticinesi siamo i primi a provare imbarazzo, avendo salutato a suo tempo con favore l’elezione di Ignazio Cassis a capo del Dipartimento degli affari esteri.

Poi c’è l’iniziativa sulla neutralità, promossa da Pro Svizzera, associazione trainata dall’Udc e, in Ticino, dalla Lega: iniziativa che non è sgradita a molte formazioni e schegge extraparlamentari. Se ne è parlato lo scorso 15 ottobre all’USI, su impulso dei Verdi ticinesi. Affollato il banco dei relatori, in rappresentanza delle varie anime e correnti della nostra sinistra «plurale»: Leonardo Schmid per il Partito operaio popolare (sezione cantonale del Partito svizzero del Lavoro); Alberto Togni per il Partito comunista; Laura Riget delegata dal PS; Giuseppe Sergi per il Movimento per il socialismo; Rocco Vitale per i Verdi.

La discussione, introdotta da una relazione dello storico Maurizio Binaghi, ha evidenziato i punti in comune (nessuno ha perorato un abbandono del principio), ma anche profonde divergenze su come declinare la neutralità nella realtà conflittuale odierna. Il testo che andrà in votazione, presumibilmente il prossimo anno, si prefigge di ancorare nella Costituzione una neutralità permanente («immerwährend») e armata («bewaffnet»). Già qui, in questi due aggettivi, sono emerse discordanze. Permanente vuol dire inamovibile nel tempo, ossia eterna (una volta si diceva perpetua), in una parola a-storica; armata vuol dire sostenere l’esercito, procurandogli tutto il materiale necessario per una difesa che sia credibile agli occhi di un potenziale nemico. Parliamo ovviamente di miliardi, e non di semplici ritocchi al budget militare.

Queste non lievi implicazioni non hanno turbato il Pop e il Pc, che anzi hanno dato una mano nella raccolta delle firme. Ma c’è dell’altro: l’iniziativa prevede pure che la Svizzera non aderisca ad alleanze militari o difensive, a meno che non subisca un’aggressione diretta dall’esterno. A quel punto il paese sarebbe costretto a supplicare l’aiuto di potenze amiche. Insomma, la Svizzera non collabora, non appoggia programmi militari comuni, non partecipa alla ventilata costruzione di una forza armata europea. Ma perché gli altri dovrebbero intervenire al nostro fianco, se prima ci siamo sempre rifiutati ad aderire ad un piano difensivo sovranazionale?

La neutralità è sempre stata, storicamente, al centro di varie interpretazioni e distinzioni. Per gli uni incarna l’essenza dello spirito umanitario elvetico, tradottosi in istituzioni come la Croce Rossa, la custodia delle Convenzioni dei diritti umani, la cooperazione allo sviluppo, l’impianto del diritto internazionale; per gli altri ha assunto le fogge della finzione e dell’ideologia: una maschera che è servita a coprire affari loschi e ad agevolare commerci dal sapore imperialistico. Anche sul piano della mediazione (i decantati «buoni uffici») i risultati sono stati inferiori alle attese, a conferma di un’irrilevanza crescente della diplomazia elvetica sullo scacchiere internazionale.

Differenti opinioni sono pure emerse sul lato delle sanzioni intese come arma economica e sulla loro efficacia. I numerosi pacchetti adottati dall’Unione europea, e prontamente ripresi dal Consiglio federale, non pare abbiano piegato l’economia russa, e men che meno riportato Putin sui binari della ragionevolezza. Ma anche a Bruxelles non si è più tanto sicuri che tale strumento produca i frutti sperati, sia perché l’applicazione rimane lacunosa e macchinosa, sia perché la Federazione russa ha trovato altri canali attraverso i quali smerciare il suo prezioso gas.

Quale sarà infine l’esito dell’iniziativa? I sondaggi dicono che la neutralità non si tocca e che quindi il testo di Pro Svizzera finirà nella Costituzione. Certo, molto dipenderà dall’impegno dei partiti (sempre più deboli) e dalla capacità, per gli oppositori, di informare e di mobilitare l’opinione pubblica. Vedremo. Nel frattempo la sinistra rimane divisa, con Verdi, MpS e Ps contrari all’articolo costituzionale, e Pop e Pc favorevoli.

Il dibattito è appena agli inizi. Con pazienza e studio bisognerà ricostruire come la sinistra ha affrontato la questione della guerra, a partire dai padri fondatori del socialismo, dell’anarchismo e del pacifismo, soffermandosi in particolare su alcuni snodi centrali, come i congressi per la pace al grido «guerra alla guerra», il collasso della Seconda Internazionale nell’estate del 1914, l’adesione dei socialisti svizzeri al principio della difesa nazionale negli anni Trenta, fino al proposito, ancora iscritto nel programma del PS, di abolire l’esercito e di superare il capitalismo. Tutto questo è stato appena abbozzato nell’incontro di mercoledì sera. Ma bisognerà tornarci se non vogliamo consegnarci con le mani alzate alle destre anche culturalmente, oltre che politicamente. Un’eredità delle sinistre da riscoprire e rivalutare, perché non tutto è andato perduto, o consegnato agli ingombranti come molti sostengono rassegnandosi ai signori della guerra (questa sì, permanente).

  • Prossimo appuntamento: «Costruire un fronte unitario di opposizione politica e sociale», con Fabrizio Sirica (PS), Samantha Bourgoin (Verdi), Matteo Pronzini (MpS). Modera Aldo Sofia. Martedì 28 ottobre alle 20.30, Centro Spazio Aperto, Bellinzona, con LIVE STREAMING su Naufraghi/e


La politica ci (ri)guarda

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Le votazioni dello scorso 28 settembre (due federali e due cantonali) hanno toccato argomenti sensibili, che riguardano tutti, nessuno escluso: la casa, la salute, l’identità personale. La soppressione del valore locativo ha riacceso un riflettore sulla questione dell’abitare, vista dall’ottica del proprietario di casa o dell’inquilino. Nella proposta si sollevava il tema dell’equità, che dovrebbe essere la stella polare di ogni riforma degna di questo nome. Occorreva insomma intervenire senza che le relazioni tra le due parti conoscessero un ulteriore sbilanciamento. Obiettivo raggiunto? La spaccatura del paese (la ricomparsa del «Röstigraben») testimonia che le vedute divergono e le discriminazioni permangono.

Nella casa confluiscono sogni, speranze, sacrifici lungamente sopportati; è sinonimo di investimento (finanziario ed emotivo) e di un senso d’indipendenza finalmente raggiunto. È rifugio, nido, focolare, sinonimo di stabilità e sicurezza, di radicamento in un determinato luogo, come suggerisce la parola tedesca «Heim», cellula fondamentale della patria («Heimat»). Per cui rimanerne lontani genera dolore, il magone dell’«Heimweh», quella nostalgia che affliggeva i mercenari svizzeri al soldo delle monarchie europee. Tutti abbiamo bisogno di un tetto sotto il quale ripararci, riposarci e trovare conforto. «Dov’è che si va? Sempre verso casa», sosteneva il poeta romantico tedesco Novalis. Varcare la soglia di una casa vuol dire lasciare lo spazio pubblico (la casa comune) per entrare nell’intimità, una sfera privata inviolabile. Nelle comunità islamiche la donna che rientra si toglie il velo e scioglie i capelli. Tuttavia, come vediamo, la proprietà immobiliare è distribuita in modo disuguale ed è fonte di stridenti disparità, a difesa delle quali si schierano sia i singoli possidenti, sia le associazioni che li rappresentano. È qui che le politiche fiscali sono chiamate a modulare un’imposizione che non avvantaggi ancora una volta chi trae dal sistema vigente grandi rendite: non rifarsi sull’inerme ceto medio, già gravato da una mole crescente di spese fisse (energia, oneri assicurative, ipoteche), ma sui titolari di ingenti patrimoni immobiliari.

Anche la salute è tema universale. Tutti desiderano conservare un sistema sanitario efficiente e di qualità, che accolga e non respinga. Quando c’è la salute c’è tutto. Allorché incontriamo un conoscente, un amico, un parente, la prima domanda è: come stai? Il fatto è che negli ultimi anni la spesa sanitaria è cresciuta a dismisura, e soprattutto nel nostro cantone, che pare davvero diventato un malato cagionevole. La diagnosi è nota: domanda e offerta hanno innescato una spirale che si autoalimenta: chi cura e chi soffre crescono assieme, con l’ausilio di un gran numero di attori collaterali, dalle cliniche private alle farmacie, dagli infermieri a domicilio ai fisioterapisti. La terapia che il popolo ha deciso di seguire approvando le due iniziative di PS e Lega è mirata ad alleviare i bilanci delle famiglie sul lato delle uscite per l’assicurazione malattia. Ma c’è già chi paventa l’arrivo per vie traverse di qualche nuovo e gravoso tributo per compensare il buco che si formerà nelle casse pubbliche.

Anche il terzo oggetto in votazione, l’identificazione digitale, investiva il corpo e quindi il profilo di ciascun cittadino. Il timore è che attraverso le nuove tecnologie applicate alla verifica dell’identità personale transitino metodi di controllo totalizzanti, un grande fratello che tutto vede e ascolta (il pan-opticum, di cui parlava Jeremy Bentham alla fine del Settecento: un carcere dalla cui torretta centrale era possibile ad un solo secondino sorvegliare tutti i detenuti). Non è un’ubbia, come dimostrano i sistemi di controllo sempre più sofisticati in via di introduzione un po’ ovunque, specie nei paesi retti da regimi dittatoriali. Lì il riconoscimento facciale è prassi quotidiana, ed è reso possibile attraverso una fitta rete urbana di occhi elettronici collocati nei punti strategici, come le piazze, le banche, i centri commerciali, le stazioni ferroviarie, gli aeroporti. Di fronte a questi fenomeni è naturale porsi qualche interrogativo sulla liceità di simili strumenti di sorveglianza e, soprattutto, sul potere-sapere che ne deriva agli apparati preposti alla profilazione biometrica dei singoli. Qui entra in gioco uno dei princìpi fondamentali che sono alla base della società liberale, ovvero la tutela della sfera privata contro ogni indebita ingerenza esterna. Questo spiega la risicata maggioranza con cui è stata accettata la nuova legge sull’identificazione elettronica (50,3%).

Il fatto è che, anche qui, ciascuno di noi collabora alla raccolta dei dati ogni volta che forniamo le nostre generalità alle piattaforme con le quali interagiamo via dispositivo elettronico. Siamo sempre più tracciati e tracciabili, e naturalmente «a fin di bene», per ottimizzare l’offerta e per accelerare le pratiche, per esempio nell’allestimento delle cartelle cliniche.

La casa, la salute, l’identità: tre questioni delicate, a noi prossime, e che sono destinate a riaffacciarsi nelle nostre vite.

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: il moderno “panopticon”, che tutto vede e sorveglia, è digitale


La RSI sotto assedio (2)

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Un’azienda come la RSI non è giudicabile col metro della redditività e della capacità di stare sul mercato. Non è solo questione di soldi che entrano e che escono, o dei quasi mille posti di lavoro che l’azienda garantisce, molti dei quali altamente qualificati. Di mezzo c’è anche un patrimonio unico fatto di parole, immagini e suoni, un archivio audiovisivo che rappresenta il precipitato spirituale di una comunità, delle sue aspirazioni, della sua «anima». Anche la RSI, come la RAI, ha contribuito a unificare linguisticamente lo spazio svizzero-italiano (a lungo dialettofono, specie nelle valli) attraverso iniziative pedagogiche (radio e tele-scuola) e programmi culturali (radiodrammi, concerti, cicli di conferenze). Fin dagli esordi ha funzionato come incubatrice e promotrice di progetti di vario genere, in italiano e in dialetto, che altrimenti sarebbero rimasti confinati nel regno dei buoni propositi. Ha pure saputo creare un ponte tra l’Italia, la Svizzera italiana e la colonia degli immigrati italiani sparsi su tutto il territorio nazionale. 

Ecco dunque una prima fondamentale, missione: salvaguardare questi materiali depositati nella memoria collettiva, classificarli e valorizzarli. Compito che però non basta, perché un patrimonio simile va alimentato e incrementato ogni giorno con sempre nuove testimonianze e nuove idee.

Ma ora il vento è cambiato. Ora si sostiene che nell’era dei canali sociali onnipresenti una televisione vecchio stampo, generalista e ordinata gerarchicamente, abbia perso la sua ragion d’essere. Ognuno si serve dove gli pare, cerca ciò che ama guardare e ascoltare navigando lungo le rotte infinite della grande rete. La televisione troneggia ancora in salotto, ma è sintonizzata su reti private e sui canali esteri, con in prima fila quelli italiani. Per contro nella Svizzera tedesca è la «Mundart» [il dialetto, ndr] a trionfare, e non solo nei programmi delle sempre più numerose stazioni locali, per non dire municipali. Tutto si presenta frammentato, ombelicale, introflesso.  Ogni emittente si ritaglia uno spazio a misura del proprio pubblico, senza curarsi di organizzare un perimetro comune in cui tutti possano incontrarsi e dialogare. E se tutto questo non basta si può sempre far capo in ogni momento al catalogo dei servizi delle Pay-TV, a Netflix per esempio, a Disney, a Sky, a Dazn, piattaforme sradicate dal territorio, di matrice americana.

Il sociologo Aldo Bonomi le definisce «imprese-molla», iniziative multimediali che sorvolano la terraferma senza mai darsi la pena di scendere e mettere radici. Ma è lì che finiscono gli abbonamenti che le famiglie stipulano e che pesano non poco sui bilanci domestici. Di fatto diventeremo una colonia controllata da centrali esterne, produttrici di un’offerta non certo disinteressata, con pesanti implicazioni finanziarie, commerciali (saccheggio del mercato pubblicitario, a spese dei giornali) e fiscali (attività esentasse). Chi avrà la possibilità di vigilare sul rispetto delle linee editoriali e sulla correttezza dell’informazione? Quale CORSI (Società cooperativa che rappresenta il pubblico della RSI) avrà la possibilità di intervenire nelle alte sfere per tutelare gli interessi del cittadino-utente? A quale autorità superiore potrà rivolgersi? L’idea originaria che fu alla base della nascita della radiotelevisione, ossia la necessità di sganciarsi, anche politicamente, dalle influenze provenienti d’oltre frontiera (e oggi dai gruppi transnazionali attivi nell’industria culturale), rischia di frantumare quel poco che ancora tiene insieme le quattro regioni linguistiche della Svizzera. 

Nel 1960 Giuseppe Lepori, politico democristiano del secondo dopoguerra, Consigliere federale dal 1954 al 1959, lamentava l’assenza, in Ticino, di un’autentica «opinione pubblica che, facendo perno sul patrimonio morale, si aderga [si elevi] ove occorra, a porre dei limiti alle intemperanze della politica». Qualche anno dopo la televisione avrebbe visto la luce anche dalle nostre parti e possiamo dire che, assieme alla radio, alle istituzioni scolastiche, alle reti associative, ai partiti (sì, anche loro, come fucine di cultura politica), alla stampa quotidiana e settimanale, abbia contribuito a colmare quel vuoto.

Certo le «intemperanze» sono rimaste, ma è una tara che fa parte dell’album di famiglia. Perché in buona parte la RSI non fa che rispecchiare gli umori, le irritazioni, le reazioni stizzite per errori d’impostazione e nomine sbagliate che agitano una comunità comunque viva e attenta ai suoi destini. L’allarme politico (il «pericolo rosso») è rientrato da un pezzo, tant’è vero che gli equilibri sono da decenni stabili sull’asse di centro-destra. Insomma, avanzare critiche rilevando omissioni e parzialità è legittimo, fa parte della nostra concezione della democrazia. Staccare l’ossigeno no, perché la RSI è pur sempre figlia nostra, con tutti i pregi e i difetti che ciascun figlio eredita da chi lo ha generato.

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Nell’immagine: la difesa della Svizzera


Affamare la RSI (1)

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Nei confronti del servizio pubblico gli umori stanno mutando. Inclinano verso il fastidio ostentato. Il bersaglio prediletto è la SSR (Società svizzera di radiotelevisione), che nel 2026 dovrà affrontare una votazione che intende affamarla: «200 franchi bastano». Sottinteso: bastano e avanzano. Nel 2018 un’iniziativa analoga è stata bocciata da popolo e cantoni («No Billag»). Ma in quell’occasione la mobilitazione era stata ampia e carica di passione civile, in tutti i settori e in tutte le articolazioni delle società civile. Ora riottenere quel consenso sarà più difficile. «Affamare la bestia»: uno dei princìpi fondamentali delle dottrine liberiste volte a ridimensionare lo Stato e la sua amministrazione, trova da qualche anno larga applicazione nel campo dell’informazione pubblica.

Veniamo a noi. La destra politica non ha mai amato la RSI. L’ha sempre considerata un «covo di rossi» e un «terrario» di intellettualini privilegiati. L’idea di incavezzarla risale agli anni Settanta del secolo scorso: fu uno dei cavalli di battaglia dell’ALS (Alleanza Liberi e Svizzeri), impegnata anche nella scuola per arginare il «sinistrismo dominante», fondato «sull’odio di classe e su rozzi schemi populisti». Il progetto di ridurle il flusso dell’ossigeno che la fa vivere, ossia il canone, permetterà finalmente di raggiungere l’obiettivo, dopo che le altre vie non hanno dato i frutti sperati: rivedere organici, stipendi, palinsesti ritenuti faziosi e troppo favorevoli alla sinistra.

È singolare che, come minoranza, ci si trovi per la seconda volta ad affrontare una campagna dai toni autolesionistici, un’iniziativa che in sostanza chiede alla parte maggioritaria del paese (la Svizzera tedesca) di non più erogare fondi e risorse come in passato attraverso una generosa chiave di riparto.

Fin dalla nascita come «Repubblica e Stato», il Ticino ha sempre dovuto combattere per farsi riconoscere come membro paritario all’interno della compagine federale. Ha dovuto, in altre parole, ricorrere all’arma delle rivendicazioni contro l’arroganza, o semplicemente la sordità, dei «signori» di Berna. Cito a memoria alcune tappe fondamentali di questa vicenda: la politica daziaria dello Stato federale post-1848, considerata discriminatoria; le soprattasse ferroviarie di montagna; l’assenza di ufficiali ticinesi nelle alte sfere dell’esercito e delle dogane; l’insufficiente presenza di italofoni nell’amministrazione centrale; lo scarso rispetto dell’italiano in quanto lingua nazionale nel parlamento e nei programmi scolastici d’oltralpe; lo spettro della germanizzazione del cantone;  la soppressione delle cattedre d’italianistica nelle università; lo scontento per la lentezza con cui il Dipartimento dei trasporti affrontava l’attraversamento delle Alpi (galleria stradale del San Gottardo). Eccetera.

Ora tutto questo sembra sparito dalle coscienze, assieme al senso e all’importanza del servizio pubblico dentro un contesto plurilingue e multiculturale come il nostro. Per la verità, questa sollecitudine per la sorte dei piccoli è in calo da tempo, da quando le due principali regie federali, le FFS e le PTT, hanno cambiato pelle, spogliandosi della loro funzione storica e simbolica di vettori della coesione nazionale. 

Anche l’informazione ha funzionato a lungo come collante tra le culture. Prima negli anni Trenta del Novecento, con l’introduzione della radiodiffusione, mentre buona parte dell’Europa cadeva nelle mani di regimi totalitari. E poi negli anni Sessanta, in epoca di guerra fredda, con la nascita della televisione. Tutte conquiste che inorgoglirono non solo i ticinesi, ma tutti gli svizzeri italiani in quanto rappresentanti della terza Svizzera. E si aggiungeva: in quale altra parte del mondo si poteva beneficiare di un’offerta così ricca e attenta alle sensibilità locali? Quale altra compagine minoritaria poteva vantare una copertura mediatica così capillare? In quale altro cantone la «classe politica» si vedeva garantire un grado di visibilità così elevato e continuo, e senza osteggiare nessuno, nemmeno i «nemici» dichiarati dell’ente? 

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Ringrazio i miei interlocutori, Pino Sergi (Naufraghi/e del 23 agosto) e Martino Rossi (Naufraghi/e del 25 agosto), per aver ripreso alcune osservazioni che avevo formulato (“Sinistra, un vocabolario da rivedere“) a margine del documento del MpS «Per un fronte di opposizione sociale e politica».

A qualcuno questa discussione parrà anacronistica, uno scampolo di antiche dispute dottrinarie, senza ricadute concrete nella pratica politica e sindacale. Non è questa l’intenzione. Sempre più infatti avvertiamo l’esigenza di ritrovare nel marasma attuale un bandolo, una luce sia pur fioca che possa illuminare la via ai partiti di sinistra, in un momento in cui non spira buon vento nella politica e nella società. Già nel 2010 uno storico serio come Tony Judt sosteneva che il mondo si era guastato. Anche Tzvetan Todorov aveva preannunciato, qualche anno prima, nel 2003, l’avvento di un nuovo disordine mondiale. Da quegli anni, tra guerre spacciate come «umanitarie» e tracolli finanziari, il disagio è aumentato, fino a toccare vertici inauditi, con una classe politica che sembra aver perso l’orientamento.

Così anche noi, nelle nostre piccole comunità, ci ritroviamo ad interrogarci sul “che fare?”, mentre tutt’intorno diluvia. Il documento del MpS invoca un «cambiamento di paradigma». In sostanza chiede ai socialisti di riflettere sul loro modo di stare in Consiglio di Stato, visto che nessuno nel PS pensa seriamente che il partito debba passare all’opposizione. Come nessuno chiede a Ghisletta di uscire dall’esecutivo di Lugano (e qui la posizione socialista è ancora più sfavorevole: uno su sette). Il confronto verte dunque sul «come», se limitarsi alla gestione del proprio dipartimento (la pubblica educazione) rispettando diligentemente le regole della collegialità, oppure se tirar fuori le unghie per almeno arginare, denunciandole pubblicamente, magari organizzando manifestazioni di piazza, le derive in corso. Qualcuno rammenterà la ribellione di Patrizia Pesenti nel 2003.

Se tutto questo sia interpretabile come un «cambiamento di paradigma» è dubbio. La Lega ad esempio vìola regolarmente il principio della collegialità a mezzo stampa. Ed è qui che entra in scena il passato, il retaggio del PS, una formazione nella quale la corrente radicale non ha mai avuto il sopravvento, nemmeno ai primi del Novecento, negli anni in cui il partito-guida, la socialdemocrazia tedesca, esercitava in tutto il continente europeo un’indiscussa egemonia, sia per numero di voti, sia per capacità organizzativa. Il programma che nel 1904 il giudice zurighese Otto Lang redasse ispirandosi al marxismo del vecchio Engels già indicava una strada che non poteva certo dirsi rivoluzionaria. E così furono i programmi successivi, di schietto indirizzo socialdemocratico, cioè fondati su riforme incentrate sui diritti politici e sociali, la posizione della donna, la giornata lavorativa, le assicurazioni sociali eccetera. L’integrazione definitiva nel sistema consociativo elvetico avvenne nel 1935, con l’approvazione dei crediti destinati all’esercito e poi ancora nel 1937 con la pace del lavoro nel settore metalmeccanico (su questo si rimanda al volume collettivo Solidarietà, dibattito, movimento, edito dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini nel 1988).

Sergi ricorda che Karl Kautsky, nel suo libello La via al potere [Der Weg zur Macht, 1909], assegnava alla socialdemocrazia una missione rivoluzionaria, «in quanto essa difende gli interessi di classe del proletariato». Lo stesso Kautsky scriveva però più avanti che «la socialdemocrazia è un partito rivoluzionario, non un partito che fa delle rivoluzioni. Noi sappiamo che il nostro fine può essere raggiunto soltanto per mezzo di una rivoluzione, ma sappiamo che è altrettanto poco in nostro potere fare questa rivoluzione, quanto è in potere dei nostri avversari di impedirla. Perciò noi non pensiamo affatto a provocare o a preparare una rivoluzione». A tagliare il nodo gordiano ci pensarono nel 1917 i bolscevichi, con l’assalto armato al Palazzo d’inverno e l’instaurazione del governo dei Soviet, con Lenin ad accusare il suo ex maestro di aver tradito la causa del movimento operaio («il rinnegato Kautsky»). Da quel momento il socialismo cessava di essere una meta ideale o un’aspirazione dei ceti subalterni per diventare un cantiere reale, il socialismo da costruire in un paese solo, modello e faro per tutti i partiti che si riconoscevano in quel grandioso laboratorio, e questo fino al crollo del muro di Berlino e al collasso dell’Unione Sovietica.

Tutto questo, lo sappiamo, ha alimentato un dibattito durato decenni, provocando drammi, delusioni, scissioni, espulsioni, abiure nei partiti fratelli. Ma dopo il 1989 si pensava che la morte del socialismo realmente esistente potesse rialzare le quotazioni della socialdemocrazia che non aveva mai ceduto alle lusinghe del Cremlino. Le cose sono andate diversamente: globalizzazione e rivoluzione tecnologica hanno rimescolato le carte, fino a renderle irriconoscibili attraverso le lenti della tradizione. Il vero «cambiamento di paradigma» l’hanno dunque realizzato i paladini del libero mercato, gli eredi della Thatcher e di Reagan, e i capifila delle nuove tecno-oligarchie slegate da ogni forma di controllo e partecipazione democratica. Basta sfogliare, per comprendere dove soffia l’attuale «Zeitgeist», il libro The Project, l’inchiesta di David A. Graham sul piano che sta ridisegnando l’America e il mondo (ed. Chiarelettere).

Conclusione: gli schemi e i riferimenti con cui sono cresciute intere generazioni di sinistra sono saltati. Resta il desiderio di conoscere, di studiare, di capire, quel «cercate ancora» che sorreggeva le ultime ricerche di un economista eterodosso come Claudio Napoleoni.


La politica viscerale

L'UDC punta sugli effetti speciali contro il "nemico" che sta di nuovo nei palazzi di Bruxelles 

A conforto del cittadino perplesso, proponiamo questo dizionarietto estratto dalle cronache dell’estate politica ticinese.

A come arrocco: s. m. (pl. – chi), dim. arrocchino, ovvero arrocco parziale, al di sotto delle attese, con possibile degenerazione in accrocchio (pasticcio). Voce assai rara perché settoriale, ma che nel linguaggio politico nostrano ha conosciuto un’improvvisa quanto vasta notorietà per iniziativa del volenteroso stratega della Lega Daniele Piccaluga, di sicuro dopo un’intesa con i consiglieri Gobbi e Zali. Obiettivo: scuotere dal torpore i due rappresentanti leghisti e rilanciare la stanca azione governativa. Il risveglio c’è stato, l’accordo in governo pure, ma il parlamento non l’ha presa bene. Di qui la seduta straordinaria del Gran Consiglio dello scorso 25 agosto. E c’è chi giura che non finisce qui. Occorre tuttavia ricordare che nel gioco degli scacchi, arrocco significa muovere il re e la torre in senso difensivo (si rimanda al verbo arroccarsi). Un movimento, quello difensivo, che tradisce lo spirito della Lega, che storicamente si è sempre voluta in prima fila sulle barricate.

Busecca: s. f. sta per trippa. Vocabolo sconosciuto alla scienza politica moderna, che però conosce termini affini come pancia e budella, ed espressioni come rivoltare lo stomaco e simili. Voce anche questa coniata da Piccaluga, il quale sostiene che fare politica significa tener conto dei sentimenti profondi della gente, quelli appunto che si annidano nelle viscere più profonde. Si potrebbe obiettare che la ragione sta in alto (nella testa) e non in basso, nel budellame, e che sarebbe meglio lasciar perdere gli istinti. Ma gli studiosi obiettano che l’intestino è il secondo cervello…

Lupo: s. m. (f. lupa, pl. lupi). Mammifero che, con le sue predazioni, ha avvelenato il clima politico cantonale, con da una parte Udc-Centro e dall’altra sempre lui, Claudio Zali, accusato di inazione e di farsi scudo delle disposizioni emanate dalla Confederazione. Negli altri partiti: silenzio. Anche qui, la Lega delle origini avrebbe fatto fuoco e fiamme. Invocata, perlomeno, la deportazione del predatore nelle sconfinate steppe dell’Europa orientale, una sorta di «remigrazione». Si deportano uomini, donne e bambini, definiti clandestini o irregolari, ma non si possono catturare e trasferire i lupi che stanno occupando le Alpi sotto l’alta protezione di Berna. A ben vedere, una follia, che costa al contribuente-pantalone (ma guarda un po’…) decine di milioni di franchi. Bignasca e Maspoli avrebbero sicuramente organizzato sulla piazza federale una rabbiosa manifestazione contro i balivi animalisti.

Sistema elettorale: locuzione che da duecento anni agita le direzioni dei partiti e il legislativo, generando riformine e riformette, pateracchi e grimaldelli, nonché discussioni infinite sul miglior modo di governare il popolo. Andrea Ghiringhelli ha dedicato alla questione un grosso volume, Il cittadino e il voto. Materiali sull’evoluzione dei sistemi elettorali nel Cantone Ticino 1803-1990 (1995). Dibattito quindi non nuovo e nemmeno circoscritto alle nostre latitudini (si veda, in special modo, l’Italia). L’idea che sta alla base di ogni proposta di modifica è che esista un congegno perfetto in grado di rispecchiare fedelmente la volontà popolare. Meglio il proporzionale o il maggioritario? Gli studiosi avvertono che ogni sistema ha i suoi pregi e difetti, e che gli sforzi vanno semmai profusi nell’opera di estensione della rappresentatività. Ma sta veramente qui il problema? Non sta forse nella qualità del personale politico, giudicata da molti osservatori carente, e nei meccanismi di selezione dei candidati alle elezioni? E che dire del cittadino-elettore, sempre più lontano e schifato, e che al momento del voto getta le schede nel cestino?

Qui, ne siamo consapevoli, il terreno si fa scivoloso e gli interrogativi affollano la mente più delle risposte. Perché il tema si allarga alla democrazia, all’informazione, a come i canali sociali orientano oggi le nostre simpatie e influenzano le nostre scelte, favoriscono la partecipazione oppure invitano alla rassegnazione e di conseguenza alla diserzione. Soffermarsi sulle parole e sui significati che di volta in volta assumono è dunque un esercizio sempre utile per rinvigorire ed elevare il senso civico di una data comunità.

Scritto per laRegione


Sinistra: un vocabolario da rivedere

L'UDC punta sugli effetti speciali contro il "nemico" che sta di nuovo nei palazzi di Bruxelles 

Estate, stagione di incontri, di raduni e di riflessioni… ideologiche e programmatiche. L’ideologia, per la verità, è diventata un anatema. Essere ideologici significa oggi parteggiare in modo fazioso, combattere l’avversario per partito preso. Un tempo l’ideologia serviva invece come sestante per orientarsi nel vasto mare delle credenze e degli indirizzi politici.

Noi siamo rimasti fedeli a questo spirito originario e quindi abbiamo preso sul serio il documento che il Movimento per il socialismo (MpS) ha inviato ai compagni di strada che siedono in parlamento. Ai socialisti, innanzitutto, in quanto forza maggioritaria della sinistra, e poi ai Verdi e ai Comunisti. Non sappiamo se e quando ci sarà un confronto pubblico. Attendiamo. Nel frattempo ci siamo permessi di esprimere alcune considerazioni (Dal palazzo alla piazza, Naufraghi/e del 23 giugno), alle quali Pino Sergi ha risposto con un lungo articolo intitolato Di palazzi, piazze e arrocchi (Naufraghi/e del 21 luglio).

Sergi ricorda che nel 2023 il MpS chiese ai Socialisti non di uscire dall’esecutivo, ma di costituire una lista unica con i Verdi, una sorta di «fronte popolare», sia per il legislativo che per l’esecutivo cantonale. Proposta che però non venne accolta. Respinta perché, per quali motivi? Sergi non lo dice, ma sicuramente gli interpellati avranno motivato il rifiuto con seri ragionamenti di natura politica. O almeno, così ci pare di ricordare, ma la questione andrebbe ricostruita sulla base di testimonianze dirette.

Sergi detesta la «politica concertativa», quella «Konkordanzdemokratie» alla cui costruzione la socialdemocrazia elvetica ha contribuito fattivamente da oltre un secolo, e in alcuni comuni già tra Otto e Novecento. Purtroppo i socialisti, prosegue Sergi, imboccando questa strada sono finiti nella trappola dei ceti dominanti, i quali sono riusciti a far credere che la pace del lavoro e la collaborazione interpartitica avrebbero generato benessere per tutti, risparmiando al paese scioperi e disordini. 

Un’interpretazione, secondo noi, riduttiva. Perché è vero che le forze sociali organizzate in questo paese potevano, in parecchie occasioni, ottenere di più. E il pensiero corre a come è stata edificata la previdenza sociale, con il sistema dei tre pilastri. Ma è anche vero che potevano anche subire brucianti arretramenti, scongiurati soltanto attraverso campagne di mobilitazione. Si pensi alla difesa dei diritti sociali acquisiti, alla tutela del territorio e degli inquilini, alla parità tra i sessi, all’autodeterminazione della donna, alle iniziative di inclusione negli istituti scolastici, alla promozione dei servizi pubblici e delle energie rinnovabili, ecc. In questo paese la destra è sempre potente, ma non è (ancora) onnipotente.

Per conseguire risultati diversi, più ambiziosi, la sinistra (forse sarebbe meglio dire «le sinistre») dovrebbe poter contare sull’appoggio di un largo e battagliero movimento operaio/popolare. Presupposto questo quasi assente in un paese d’impianto federalistico come il nostro, attraversato tuttora da profonde fratture tra città e campagna, tra lingue e culture, e caratterizzato dalla presenza di una elevata quota di manodopera straniera priva di diritti politici. Riunire i gruppi subalterni in un unico «blocco sociale» è sempre stata un’impresa faticosa. Regionalismo e cantonalismo non hanno mai agevolato le iniziative unitarie; anzi, le hanno semmai ostacolate, formando un muro conservatore pressoché invalicabile per i progressisti.

Sia il documento iniziale («Per un fronte di opposizione sociale e politica»), sia la lettera di Sergi hanno come obiettivo la linea del PS. Ai Verdi e ai Comunisti riserva solo qualche rapido accenno, come possibili artefici del programma «rosso-verde». Il cuore della proposta alternativa è dato da un «cambio di paradigma» che finora non ha trovato ascolto nell’area della sinistra istituzionale. E si capisce, osservando le traiettorie storiche dei vari socialismi in campo (almeno tre a livello cantonale). Il PS ticinese è nato all’alba del Novecento; il MpS ha le sue lontane radici nella Quarta Internazionale, ma l’attuale sua configurazione è molto più recente (2002). I Comunisti sono figli del Partito del Lavoro, formazione rinata nel 1944 sulle ceneri delle sezioni filo-bolsceviche che il governo aveva posto al bando. Il PS è presente nella compagine governativa cantonale dal 1922, senza mai uscirne; il MpS è sempre rimasto all’opposizione, per consapevole scelta. Anche le identità corrono lungo un asse di antitesi: PS conciliante, riformista, moderato, istituzionale; MpS intransigente, rivoluzionario, radicale, movimentista. Certo, anche il PS persegue il superamento del capitalismo e l’abolizione dell’esercito. Ma si tratta più che altro di declamazioni, senza conseguenze pratiche.

Il termine del MpS che più intriga è l’aggettivo «rivoluzionario». Il movimento lo sottolinea in più punti nel suo manifesto: «noi siamo rivoluzionari perché il nostro attivismo politico non si ferma ai limiti fissati dalle istituzioni e dalle regole dello Stato borghese. Poiché il capitalismo si basa sulla proprietà privata, un’appropriazione sociale della produzione implica obbligatoriamente una trasformazione radicale delle condizioni esistenti». Come, con quali mezzi, per costruire quale modello di società, con l’aiuto di quali soggetti non si dice. Si pensa ancora a Lenin e alla rivoluzione d’Ottobre, o a qualche altra sollevazione popolare sudamericana? Il fatto è che, anche nella nostra aiuola, varrebbe la pena di precisare una terminologia che continua a fluttuare nell’etere della vaghezza. Riaprire il dizionario e sforzarsi di ridefinire le parole (rivoluzione, socialismo…) sarebbe già un bel risultato e questo per soddisfare un bisogno di chiarezza che riguarda tutta la sinistra, riformista o rivoluzionaria che sia. 

Nell’immagine: illustrazione AI (creata dalla redazione)


Goffredo Fofi sociologo

L'UDC punta sugli effetti speciali contro il "nemico" che sta di nuovo nei palazzi di Bruxelles 

Chi ha vissuto, e vive, la politica dall’esterno, con lo spirito del cane sciolto, non può non provare simpatia per Goffredo Fofi, recentemente scomparso. Intellettuale atipico e ribelle, non inquadrabile negli schemi canonici, Fofi ha percorso la penisola in lungo e in largo, da Milano alla Sicilia, attratto dall’impegno sociale di Danilo Dolci e Aldo Capitini. Della sua attività come maestro degli ultimi, letterato, critico cinematografico e promotore di riviste non occorre insistere (ne ha già parlato su laRegione Enrico Lombardi).

A questi molteplici interessi vorremmo qui aggiungerne un altro, forse meno noto, quello per la ricerca sociologica. L’epoca è quella a cavallo degli anni Sessanta del secolo scorso. L’Italia era entrata nel vortice di una crescita economica senza precedenti, una convulsa corsa verso la modernità, con tutte le contraddizioni di uno sviluppo lasciato al caso. Nel 1962 Giorgio Bocca pubblicò i risultati di una prima ricognizione sotto il titolo Miracolo all’italiana, in cui registrava i profondi cambiamenti che stavano sconvolgendo il Belpaese: spopolamento delle aree alpine e appenniniche, imponenti flussi migratori dal Meridione verso il triangolo industriale del Nord, l’abbandono progressivo delle campagne, e infine gli affollati treni che partivano alla volta del Belgio, della Germania, della Svizzera.

Torino, la città della Fiat, cresceva a vista d’occhio, sull’onda di un afflusso continuo di meridionali, una colonna in marcia di varia umanità alla ricerca di un impiego stabile nell’industria automobilistica. Erano uomini, donne e bambini che provenivano da aree rurali arretrate, con scarsa o nulla formazione di base, richiesti ma soltanto in quanto maestranze di fabbrica, non certo come cittadini con le loro famiglie.


Palermo 1957, doposcuola con Goffredo Fofi

Le indagini su questo fenomeno erano appena agli inizi, e comunque la sociologia accademica non se n’era ancora occupata. In precedenza c’era stata l’iniziativa di Danilo Montaldi e di Franco Alasia, che nel1960 avevano dato alle stampe uno studio pionieristico: Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati (Feltrinelli). «Coree» erano definiti i quartieri cresciuti disordinatamente ai bordi della metropoli lombarda, suburre in cui confluivano i «terroni», e che trovavano alloggio in casermoni eretti in tutta fretta, anonimi scatoloni di cemento privi di servizi e spazi verdi. 

Agli inizi degli anni Sessanta Fofi propone all’editore Einaudi di svolgere una ricerca simile sulla prima capitale d’Italia, sotto il titolo L’immigrazione meridionale a Torino.  Tuttavia l’impresa non va in porto: a volume terminato, alcuni consulenti della casa editrice, tra cui Cantimori e Bobbio, sollevano dubbi sulla metodologia adottata da questo «sociologo non laureato». In realtà il lavoro non piace perché mette in cattiva luce sia il governo della città, sia lo strapotere della Fiat, «padrona e sfruttatrice degli immigrati a più livelli, anche illegali».

A ciò si aggiungeva un’ostilità meno visibile, quella del Partito comunista, che considerava l’emigrazione una iattura per l’Italia e il sottoproletariato che generava un potenziale nemico per le rivendicazioni della classe operaia regolarmente sindacalizzata. Alla fine il volume uscirà da Feltrinelli, ma solo qualche anno più tardi, nel 1964. 

Nel frattempo quel «Lumpenproletariat», condannato dalla scolastica marxista come entità amorfa e priva di coscienza di classe, era insorto in Piazza Statuto, contestando i sindacati ufficiali e scontrandosi duramente con la polizia (luglio 1962). Erano operai, perlopiù giovani, che la stampa filo-padronale ricondusse alla categoria dei teppisti, ma che in realtà esprimevano un moto d’indignazione e di protesta che nessuno, fino a quel momento, aveva saputo cogliere, interpretare e incanalare.

La questione sociale ritornava al centro del proscenio, dopo che per anni soltanto scrittori come Pasolini, Moravia, Zavattini, e cineasti come Luchino Visconti, avevano saputo segnalarne la precaria esistenza nel retrobottega del miracolo economico.

Fofi fu tra i primi indagatori di questa irrefrenabile transumanza umana, una migrazione che ha investito l’Italia con la forza di una tromba d’aria, ribaltandola e ridisegnandola dalle Alpi alle isole. 

Scritto per La Regione
Nell’immagine: Goffredo Fofi