Il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi. E il Papa finisce per sembrare l’ultimo esponente della sinistra
La morte di Papa Bergoglio e l’elezione di Prevost con il nome di Leone XIV hanno occupato per settimane i media in tutte le loro forme espressive: centinaia di servizi radio-televisivi, un numero incalcolabile di pagine di quotidiani e rotocalchi. E già sono uscite le prime biografie (il Vaticano resta sempre un grande affare editoriale).
Perfino testate con una lunga militanza laica alle spalle, come Repubblica, sembravano rivaleggiare, per entusiasmo e ricchezza di dettagli, indiscrezioni e retroscena, con l’Osservatore Romano. Sicuramente ha pesato l’amicizia del fondatore Scalfari con il pontefice argentino «venuto dalla fine del mondo», un dialogo durato a lungo.
C’è però dell’altro: un simile trasporto affettivo-devozionale si spiega soltanto con il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia. Di fronte alle macerie prodotte da guerre, disastri ambientali e carestie, la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi, dispensatrice di resistenza e di speranza. Papa Francesco ha saputo estendere la sua influenza ben oltre l’area dei fedeli. La sua enciclica «Laudato si`» ha avuto un’ampia eco anche nelle cerchie dell’ex sinistra extraparlamentare, tra reduci del ‘68 come Guido Viale.
Il Papa è l’ultimo esponente della sinistra? («Der Papst ist der letzte Linke?»), si è chiesto in sede di bilancio il settimanale tedesco Die Zeit. Risposta: incasellarlo nelle categorie politiche classiche non ha molto senso, dato che la forza del soglio pontificio risiede in una tradizione che non ha eguali nella storia dell’Occidente cristano. Certo, poi le simpatie e i consensi calano, fino a rovesciarsi in aperto dissenso, quando entrano in scena le questioni etiche (aborto e fine vita).
La Chiesa come laboratorio
Rinnovare nella continuità: è questa la formula che ha permesso alla Chiesa di attraversare indenne i secoli. Pensiamo alla sua capacità di dar vita ad una trattatistica sulle questioni che di volta in volta hanno investito e interrogato la società. Nessun’altra agenzia può vantare un patrimonio del genere, tra encicliche, istruzioni, raccomandazioni, lettere ecc. Va comunque ricordato che la prima enciclica sociale della Chiesa cattolica, la «Rerum novarum» promulgata da Leone XIII nel 1891, aveva di mira il movimento socialista e le sue organizzazioni. Nasceva insomma per sottrarre alla predicazione socialista le moltitudini operaie e bracciantili. Diceva l’enciclica fin dalle prime righe: «il socialismo, falso rimedio… i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato… il peggio si è che il rimedio da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà privata è diritto di natura».
In precedenza, Pio IX con il «Sillabo» (1864) aveva condannato il cammino della modernità laica e razionale, identificata con il liberalismo. Sorte non migliore è poi toccata nel corso del Novecento alla Teologia della Liberazione e al marxismo nelle sue varie scuole e tendenze, finché anche questa stella polare è implosa sotto il peso delle sue contraddizioni e inefficienze, lasciando sul terreno soltanto un cumulo di frammenti, non più recuperabili e ricomponibili.
Il Papa rosso del socialismo
Eppure non sono mancati i periodi in cui la classe operaia, o più in generale i ceti subalterni, credettero di potersi riscattare affidandosi ad un modello alternativo, solido e coerente. In una prima fase, tra la fine dell’Ottocento e la guerra del 14-18, il ruolo di guida fu assunto dal partito europeo più forte e strutturato, la socialdemocrazia tedesca: tutte le formazioni sorelle, belghe italiane francesi svizzere, traevano ispirazione dai «camarades d’Allemagne». S’incaricava di dare la linea Karl Kautsky, studioso di riconosciuto prestigio, infaticabile redattore della rivista Die neue Zeit, l’epoca nuova. Non c’era argomento – dalla demografia all’imperialismo, dalla condizione della donna alla questione agraria – che non venisse affrontato e sviscerato sulle pagine del periodico. Per questo suo impegno intellettuale Kautsky si meritò l’appellativo di Papa rosso («der rote Papst»). Ne era risultato un grande castello teorico, costruito pazientemente, ma che nell’estate del 1914 cedette di schianto di fronte al richiamo dei singoli nazionalismi in lotta tra loro. I lavoratori francesi e tedeschi abbandonarono l’internazionalismo predicato per decenni sotto le insegne della seconda Internazionale per scannarsi a vicenda nelle trincee.
La seconda grande fase si aprì nell’ultimo biennio della Grande Guerra, con la rivoluzione d’Ottobre, il primo esperimento riuscito di dittatura del proletariato. Per decenni l’Unione Sovietica ha rappresentato un modello, il sol dell’avvenire, il paese capace di sbaragliare le armate di Hitler durante «la grande guerra patriottica» e di vincere la corsa per la conquista dello spazio. La religione, «oppio dei popoli», era stata espulsa dall’arena pubblica, sostituita dal materialismo dialettico, con tutta la relativa liturgia, una Chiesa rossa con Marx-Engels-Lenin-Stalin quali padri fondatori, l’Accademia delle Scienze dell’URSS in funzione di Sant’Uffizio, il marxismo-leninismo elevato a teologia immanente, l’internazionalismo proletario in sostituzione dell’ecumenismo cattolico, il comitato centrale al posto del Vaticano, il culto della personalità quale forma mondana delle venerazione dei santi…
La fine dell’alternativa
Il collasso del sistema sovietico ha trascinato con sé non soltanto i partiti comunisti d’Occidente (italiano, francese, spagnolo), ma anche l’edificio del «welfare» eretto dalle socialdemocrazie, soprattutto nordiche; ha insomma intaccato anche la prospettiva che si potesse vivere sotto le ali protettive di un capitalismo dal volto umano, attento agli ultimi e volto a mitigare le disuguaglianze sociali. Per un certo numero di anni si è ritenuto che il processo di globalizzazione avrebbe permesso di migliorare il reddito e la qualità di vita anche dei ceti inferiori. Purtroppo le cose sono andate diversamente, con un’accelerazione in negativo dopo le crisi finanziarie del 2008-2009.
La sinistra nelle sue varie articolazioni (moderata, riformista, radicale) si è così ritrovata orfana sia sul piano dell’analisi (tramonto del marxismo), sia sul piano della mobilitazione, alle prese con un’economia non più incentrata sulla grande fabbrica fordista, ma su un pulviscolo di lavori dal profilo cangiante e instabile, con una prevalenza di attività nel settore dei servizi. «La cultura marxista non ha più il suo latino»: così lo scrittore Giovanni Testori scriveva al comunista Giorgio Napolitano il 4 settembre del 1977 sul Corriere della Sera. E si potrebbe aggiungere: non ha più l’energia intellettuale per elaborare una sua enciclica-manifesto sotto forma di un pensiero che sappia cogliere ed interpretare i tempi nuovi, riattualizzando la sua tradizione laica e illuministica.
Verso la nuova enciclica
Nel frattempo la Chiesa sta preparando il terreno per una «Rerum novarum 2.0», focalizzata sull’era digitale. Le coordinate fondamentali sono già state fissate nel documento «Antiqua et Nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana» (14.1.2025) che si avvale degli studi finora svolti dal frate francescano Paolo Benanti. Sicuramente le questioni sollevate in questo scritto promosso dal Dicastero per la Dottrina della Fede saranno riprese e approfondite nella prossima, prima enciclica sociale di Leone XIV. Sarà un’ottima occasione per riavviare il dialogo e instaurare un serrato confronto con le posizioni del nuovo pontefice.
Nell’immagine: una fotografia di Leone XIV modificata dalla redazione (il papa in realtà benedice con la mano destra)
Ernesto Rossi Altiero Spinelli Eugenio Colorni
L’attore Elio Germano in una scena del film