Il Papa e la sinistra

Il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi. E il Papa finisce per sembrare l’ultimo esponente della sinistra 

La morte di Papa Bergoglio e l’elezione di Prevost con il nome di Leone XIV hanno occupato per settimane i media in tutte le loro forme espressive: centinaia di servizi radio-televisivi, un numero incalcolabile di pagine di quotidiani e rotocalchi. E già sono uscite le prime biografie (il Vaticano resta sempre un grande affare editoriale).

Perfino testate con una lunga militanza laica alle spalle, come Repubblica, sembravano rivaleggiare, per entusiasmo e ricchezza di dettagli, indiscrezioni e retroscena, con l’Osservatore Romano. Sicuramente ha pesato l’amicizia del fondatore Scalfari con il pontefice argentino «venuto dalla fine del mondo», un dialogo durato a lungo.

C’è però dell’altro: un simile trasporto affettivo-devozionale si spiega soltanto con il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia. Di fronte alle macerie prodotte da guerre, disastri ambientali e carestie, la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi, dispensatrice di resistenza e di speranza. Papa Francesco ha saputo estendere la sua influenza ben oltre l’area dei fedeli. La sua enciclica «Laudato si`» ha avuto un’ampia eco anche nelle cerchie dell’ex sinistra extraparlamentare, tra reduci del ‘68 come Guido Viale.

Il Papa è l’ultimo esponente della sinistra? («Der Papst ist der letzte Linke?»), si è chiesto in sede di bilancio il settimanale tedesco Die Zeit. Risposta: incasellarlo nelle categorie politiche classiche non ha molto senso, dato che la forza del soglio pontificio risiede in una tradizione che non ha eguali nella storia dell’Occidente cristano. Certo, poi le simpatie e i consensi calano, fino a rovesciarsi in aperto dissenso, quando entrano in scena le questioni etiche (aborto e fine vita). 

La Chiesa come laboratorio

Rinnovare nella continuità: è questa la formula che ha permesso alla Chiesa di  attraversare indenne i secoli. Pensiamo alla sua capacità di dar vita ad una trattatistica sulle questioni che di volta in volta hanno investito e interrogato la società. Nessun’altra agenzia può vantare un patrimonio del genere, tra encicliche, istruzioni, raccomandazioni, lettere ecc. Va comunque ricordato che la prima enciclica sociale della Chiesa cattolica, la «Rerum novarum» promulgata da Leone XIII nel 1891, aveva di mira il movimento socialista e le sue organizzazioni. Nasceva insomma per sottrarre alla predicazione socialista le moltitudini operaie e bracciantili. Diceva l’enciclica fin dalle prime righe: «il socialismo, falso rimedio… i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato… il peggio si è che il rimedio  da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà privata è diritto di natura». 

In precedenza, Pio IX con il «Sillabo» (1864) aveva condannato il cammino della modernità laica e razionale, identificata con il liberalismo. Sorte non migliore è poi toccata nel corso del Novecento alla Teologia della Liberazione e al marxismo nelle sue varie scuole e tendenze, finché anche questa stella polare è implosa sotto il peso delle sue contraddizioni e inefficienze, lasciando sul terreno soltanto un cumulo di frammenti, non più  recuperabili e ricomponibili. 

Il Papa rosso del socialismo

Eppure non sono mancati i periodi in cui la classe operaia, o più in generale i ceti subalterni, credettero di potersi riscattare affidandosi ad un modello alternativo, solido e coerente. In una prima fase, tra la fine dell’Ottocento e la guerra del 14-18, il ruolo di guida fu assunto dal partito europeo più forte e strutturato, la socialdemocrazia tedesca: tutte le formazioni sorelle, belghe italiane francesi svizzere, traevano ispirazione dai «camarades d’Allemagne». S’incaricava di dare la linea Karl Kautsky, studioso di riconosciuto prestigio, infaticabile redattore della rivista Die neue Zeit, l’epoca nuova. Non c’era argomento – dalla demografia all’imperialismo, dalla condizione della donna alla questione agraria – che non venisse affrontato e sviscerato sulle pagine del periodico. Per questo suo impegno intellettuale Kautsky si meritò l’appellativo di Papa rosso («der rote Papst»). Ne era risultato un grande castello teorico, costruito pazientemente, ma che nell’estate del 1914 cedette di schianto di fronte al richiamo dei singoli nazionalismi in lotta tra loro. I lavoratori francesi e tedeschi abbandonarono l’internazionalismo predicato per decenni sotto le insegne della seconda Internazionale per scannarsi a vicenda nelle trincee. 

La seconda grande fase si aprì nell’ultimo biennio della Grande Guerra, con la rivoluzione d’Ottobre, il primo esperimento riuscito di dittatura del proletariato. Per decenni l’Unione Sovietica ha rappresentato un modello, il sol dell’avvenire, il paese capace di sbaragliare le armate di Hitler durante «la grande guerra patriottica» e di vincere la corsa per la conquista dello spazio. La religione, «oppio dei popoli», era stata espulsa dall’arena pubblica, sostituita dal materialismo dialettico, con tutta la relativa liturgia, una Chiesa rossa con Marx-Engels-Lenin-Stalin quali padri fondatori, l’Accademia delle Scienze  dell’URSS in funzione di Sant’Uffizio, il marxismo-leninismo elevato a teologia immanente, l’internazionalismo proletario in sostituzione dell’ecumenismo cattolico, il comitato centrale al posto del Vaticano, il culto della personalità quale forma mondana delle venerazione dei santi… 

La fine dell’alternativa

Il collasso del sistema sovietico ha trascinato con sé non soltanto i partiti comunisti d’Occidente (italiano, francese, spagnolo), ma anche l’edificio del «welfare» eretto dalle socialdemocrazie, soprattutto nordiche; ha insomma intaccato anche la prospettiva che si potesse vivere sotto le ali protettive di un capitalismo dal volto umano, attento agli ultimi e volto a mitigare le disuguaglianze sociali. Per un certo numero di anni si è ritenuto che il processo di globalizzazione avrebbe permesso di migliorare il reddito e la qualità di vita anche dei ceti inferiori. Purtroppo le cose sono andate diversamente, con un’accelerazione in negativo dopo le crisi finanziarie del 2008-2009. 

La sinistra nelle sue varie articolazioni (moderata, riformista, radicale) si è così ritrovata orfana sia sul piano dell’analisi (tramonto del marxismo), sia sul piano della mobilitazione, alle prese con un’economia non più incentrata sulla grande fabbrica fordista, ma su un pulviscolo di lavori dal profilo cangiante e instabile, con una prevalenza di attività nel settore dei servizi.  «La cultura marxista non ha più il suo latino»: così lo scrittore Giovanni Testori scriveva al comunista Giorgio Napolitano il 4 settembre del 1977 sul Corriere della Sera. E si potrebbe aggiungere: non ha più l’energia intellettuale per elaborare una sua enciclica-manifesto sotto forma di un pensiero che sappia cogliere ed interpretare i tempi nuovi, riattualizzando la sua tradizione laica e illuministica. 

Verso la nuova enciclica

Nel frattempo la Chiesa sta preparando il terreno per una «Rerum novarum 2.0», focalizzata sull’era digitale. Le coordinate fondamentali sono già state fissate nel documento «Antiqua et Nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana» (14.1.2025) che si avvale degli studi finora svolti dal frate francescano Paolo Benanti. Sicuramente le questioni sollevate in questo scritto promosso dal Dicastero per la Dottrina della Fede saranno riprese e approfondite nella prossima, prima enciclica sociale di Leone XIV. Sarà un’ottima occasione per riavviare il dialogo e instaurare un serrato confronto con le posizioni del nuovo pontefice.

Nell’immagine: una fotografia di Leone XIV modificata dalla redazione (il papa in realtà benedice con la mano destra)


Dal Palazzo alla Piazza?

Il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi. E il Papa finisce per sembrare l’ultimo esponente della sinistra 

Tra la politica e il gioco degli scacchi c’è un’aria di famiglia, un’evidente affinità. E non è casuale che la Russia sia maestra nello scacchismo, dai tempi remoti fino a Putin, passando per la corte zarista e il bolscevico Lenin mentre sfida a Capri il compagno Bogdanov. Non sorprende quindi che determinate mosse, come l’ormai celebre «arrocco», ispirino anche i nostri leghisti, con il relativo intreccio di tattiche e strategie. A conferma che la politica è movimento, concentrazione, previsione e astuzia machiavellica. E chi si ferma, pago dei risultati raggiunti, presto o tardi esce scornato e sconfitto.

Perciò è da salutare con favore il documento elaborato dal Movimento per il socialismo sotto il nome «Per un fronte di opposizione sociale e politica», fatto pervenire a tutte le forze che si riconoscono nell’area di sinistra (20 maggio 2025). Che ci sia bisogno di una mappa e di una bussola è fondamentale in quest’epoca caratterizzata dalla frammentazione e, come si dice giustamente nel testo, dalla «regressione sociale». Di «poli-crisi» si parla fin dagli anni della pandemia: una compresenza di situazioni negative che dalla salute pubblica si estendono all’economia, all’ambiente e alle relazioni internazionali, con il relativo corredo ferale di guerre e massacri.

Questo a livello globale. Che però ha ripercussioni anche sul piano locale, il nostro «villaggio gallico», perché scuote e interroga le coscienze; ma soprattutto perché obbliga le autorità, governo e parlamento, a «render conto» alla cittadinanza delle loro scelte, del loro silenzio o della loro indifferenza. Non solo il Consiglio federale, ma anche i partiti che lo compongono e lo sorreggono, compreso quello socialista.

Fatto questo inquadramento, il documento si sofferma sul cantone e sul tentativo di ridimensionare gli interventi nel settore pubblico: sanità, scuola, trattamento pensionistico dei dipendenti pubblici, retribuzioni. Tutto questo come conseguenza dell’offensiva neo-liberale che le forze di centro-destra hanno scatenato anche in Ticino, con focus sull’esigenza di comprimere la spesa pubblica (e pure di estromettere i partiti minori dal Parlamento: minaccia per fortuna sventata).

Che fare, allora? I tempi non sorridono a quello spicchio di parlamento che si identifica nell’area di sinistra. Solo i comunisti, nell’aprile del 2023, sono riusciti a mantenere i loro due seggi; tutte le altre forze progressiste hanno subìto perdite: socialisti, Verdi e MPS hanno lasciato sul terreno un deputato a testa. Quindi anziché avanzare, com’era nei voti, hanno perso posizioni. Chiamiamola pure una sconfitta, seppur contenuta.

Questi sono dunque i rapporti di forza in Gran Consiglio. Rapporti sfavorevoli. Ma forse, continuano gli estensori, nel paese che sta fuori, nella società civile e nelle piazze, la situazione è più propizia, più irrequieta, più disposta ad attivarsi e a rivendicare. C’è un potenziale di protesta che va raccolto e interpretato. Il Partito socialista – il principale interlocutore del documento in vista del 2027 – ha sempre cullato l’idea che i risultati migliori sarebbero giunti dal lavoro – ostinato e paziente – nelle istituzioni. Ha quindi privilegiato questo canale a scapito della mobilitazione dal basso: fatto che lo ha reso sordo a quanto succede fuori dal Palazzo.

Non è la prima volta che il MPS incalza il PS, chiedendogli di mutare rotta. Accadde anche alla vigilia delle elezioni del 2023. Allora la richiesta fu di rompere con il «paradigma consociativo», in parole povere di uscire dall’esecutivo e di partecipare alla costruzione di un largo fronte antagonista. Oggi la posizione è più morbida e conciliante: il PS può anche rimanere, in Consiglio di Stato. A condizione però che eserciti «un’opposizione chiara, pubblica e determinata».

Chi conosce, seppur a grandi linee, la storia di queste due formazioni politiche non rimarrà sorpreso. In Ticino i socialisti sono presenti in governo fin dal 1922, sempre con un rappresentante (due nella legislatura 1987-1991, ma fu un’eccezione). Il MPS è invece figlio del ’68, della Lega marxista rivoluzionaria e del successivo Partito socialista dei lavoratori (1980). Due culture, due stili diversi di scendere nell’agone politico. Il PS resta convinto che stare al governo porti comunque maggiori vantaggi ai ceti subalterni che non passare all’opposizione (lo si pensa anche a livello federale… e su questo si discusse animatamente durante lo storico congresso straordinario del 1983, all’indomani della bocciatura di Lilian Uchtenhagen a Consigliera federale). Il MPS è invece sempre rimasto ai margini, non ha accumulato esperienze in un esecutivo, nemmeno a livello comunale. È insomma rimasto «movimentista», come già indica il nome.

Che il PS possa dar seguito, sul piano squisitamente politico, a questo «cambiamento di paradigma» invocato dal MPS appare improbabile. Nel programma politico 2024-2028, intitolato «Coltiviamo insieme il futuro», Laura Riget e Fabrizio Sirica invitano semmai ad andare nella direzione opposta, in uno spazio definito come «social-liberale»: «riteniamo […] che in un partito che si vuole ampio e popolare come il nostro, ci deve assolutamente essere uno spazio importante per posizioni più moderate, che ostinatamente cerchino di creare un dialogo e dei concreti e pragmatici spiragli politici al centro-sinistra». Un linguaggio, come si vede, molto lontano dalla svolta auspicata dal MPS.

Ciò chiarito, non è che sul fronte rosso-verde le cose vadano meglio. Il progetto comune rimane indefinito, mai approfondito in tutte le sue articolazioni. Certo, il PS – a differenza del MPS – può contare sulla piattaforma del PS nazionale, con i relativi documenti programmatici («Positionspapiere»). Ma anche qui urge un aggiornamento, che tenga conto dei mutamenti intervenuti in questi ultimi anni, sia in campo socio-economico, sia in campo strategico. L’ultima versione del programma, risalente al 2010, contiene ancora formule rituali come l’abolizione dell’esercito e il superamento del capitalismo. Obiettivi non proprio prossimi e che rammentano quanto Giorgio Ruffolo scriveva in un suo saggio del 2008: Il capitalismo ha i secoli contati.

PS e Verdi hanno dichiarato che risponderanno quanto prima alle sollecitazioni del MPS. Vedremo. Ma forse è più urgente aggiornare la cartella clinica di questa nostra piccola «terra di mezzo», sempre un po’ chiusa e diffidente: la sua economia in affanno, il mercato del lavoro destrutturato, il ceto medio che scivola in basso, un inverno demografico che rischia di far crollare l’intera piramide previdenziale. Un tempo si aveva l’accortezza di convocare su questi temi delle «conferenze programmatiche». Probabilmente è ancora il metodo migliore per cercare di comprendere come sta cambiando questo nostro micro-cosmo, pedina di coccio sulla scacchiera degli interessi nazionali e internazionali.

Scritto per laRegione


Israele e noi

Il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi. E il Papa finisce per sembrare l’ultimo esponente della sinistra 

La guerra, le guerre ci interrogano. Ci inseguono, accompagnano le nostre giornate, occupano la nostra mente come un tarlo: Ucraina, Palestina e poi altri conflitti sparsi nel mondo. Gli esperti di geopolitica ne hanno censito una cinquantina. Focolai privi di telecamere e giornalisti, drammi di cui non si ha notizia. Tutti noi reagiamo al traino di emozioni contrastanti. Di fronte all’orrore c’è chi spegne la televisione o cambia canale; e c’è chi preferisce chiudersi nel mutismo. Parlarne con i familiari e con gli amici? Sì, l’abbiamo fatto, abbiamo anche dato una mano agli ucraini fornendo medicinali nei giorni dell’invasione russa. Un popolo che si vorrebbe cancellare, umiliare, svuotare della sua cultura va difeso, non c’è storia.

Quando nell’agosto del 1914 le armate tedesche invasero il Belgio, paese neutrale, ticinesi e romandi temettero il peggio. La domanda era: la neutralità ci avrebbe salvato? Oppure no, avrebbe prevalso la violenza, la legge del più forte, del più prepotente? Oggi il Belgio, domani la Svizzera: questo il timore che molti nutrirono in quelle fatidiche giornate, con in prima fila giornali come la Gazzetta Ticinese diretta da Emilio Bossi. I cittadini sono liberi di schierarsi, di parteggiare per l’una o l’altra parte belligerante, si disse allora. Ma questo non valeva per la Confederazione, che invece doveva attenersi alla neutralità come ad un’àncora irremovibile. Una neutralità occasionale o intermittente non sarebbe stata credibile.

Tutte queste vicende sono tuttora materia di ricerca e di dibattito. Ma oggi la questione si ripropone. C’è un aspetto che, forse più di altri, investe le relazioni tra il cittadino e lo Stato: fino a che punto le autorità (il governo con i suoi dipartimenti, parlamento, corpo diplomatico) possono ignorare la voce che sale dal basso, dalle piazze, dalle associazioni, da alcune città e da alcuni cantoni e comuni? Possono permettersi di voltare le spalle ad un’opinione pubblica sempre più frastornata, confusa e angosciata, prigioniera di un crescente senso di impotenza? 

Il Consiglio federale ha giustamente condannato l’aggressione russa all’Ucraina e adottato le relative sanzioni decise dall’Unione europea. Sulla distruzione di Gaza è stato invece molto più reticente; ha preferito assumere una posizione attendista, probabilmente per non esporsi all’accusa di antisemitismo. Meglio aspettare le mosse delle maggiori potenze, meglio la prudenza.

Intanto però la gente muore. Bambini, anziani, donne, personale medico e paramedico, giornalisti, con sullo sfondo un numero imprecisato di feriti e mutilati. Si muore anche di fame e di sete, e di infezioni e contaminazioni. Una distesa di macerie e un deposito di odio che rimarrà conficcato nella memoria per generazioni.

Nel novembre del 1915, Leonhard Ragaz, teologo protestante impegnato a riformulare in senso umanitario la neutralità elvetica, tenne un discorso in cui con profondo rammarico prendeva atto di come la Germania guglielmina avesse mutato pelle, indossando panni militari e l’elmetto a punta: «da qualche decennio, la Germania che abbiamo di fronte non è più quella di una volta, ma una Germania nuova e del tutto differente». Lo stesso si potrebbe dire oggi di Israele, piccola nazione che a lungo ha saputo affermarsi nel vicino Oriente come unico regime democratico senza farsi sopraffare da un’«ira furente» incontrollata, affidata soltanto al linguaggio delle armi. Questa Israele è diventata irriconoscibile, come la Germania imperiale descritta da Ragaz durante la Grande Guerra. 

C’è la possibilità che ritrovi la retta via, senza farsi trascinare nel baratro, senza perdere l’anima? Questo è l’auspicio di tutti coloro che sostengono il diritto di Israele ad esistere e a difendersi, ma a condizione che si tenga lontano dall’ira achillea, generatrice di lutti e barbarie. Aiutare il governo di Israele ad uscire dalla trappola mortale tesagli da Hamas dovrebbe anche figurare tra i compiti precipui del Dipartimento degli affari esteri e della nostra diplomazia. Perché una neutralità silente o balbettante non è degna del nostro paese.

Nell’immagine: striscione alla marcia silenziosa in favore di Gaza di Bellinzona


Intellettuali e potere

Il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi. E il Papa finisce per sembrare l’ultimo esponente della sinistra 

Da secoli il rapporto tra intellettuali e potere oscilla tra complicità e rottura, lusinghe e rifiuti, intimidazioni e dissenso. D’oltre Atlantico giungono ora notizie che non possono non inquietare, ossia il tentativo di incavezzare gli atenei tramite la sospensione dei contributi finanziari. Sono metodi di ricatto che pensavamo fossero estranei alla tradizione liberale degli Stati Uniti, e invece…

Il Manifesto di Gentile

La vicenda, fatta la dovuta tara, ci riporta alla mente un episodio che cent’anni or sono, tra l’aprile e il maggio del 1925, scosse il mondo accademico, e non solo. Prese l’iniziativa il filosofo siciliano Giovanni Gentile, che in coda al Congresso per la cultura fascista tenutosi a Bologna alla fine di marzo si assunse il compito di redigere un documento avente per scopo di far conoscere innanzitutto all’estero quali fossero natura e obiettivi di un movimento che esibiva «l’orgoglio di aver salvato la civiltà dell’Europa». Vedeva così la luce il «Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni», in cui l’estensore esaltava da un lato l’impresa di Benito Mussolini e dall’altro il valore morale del regime, incarnazione vivente e combattente dell’«antico spirito italiano». Il testo celebrava inoltre il carattere «religioso» del fascismo, la vita e la grandezza della Patria, «fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse alla vita, alla grandezza della Patria». Di fronte ai guasti provocati dalla vecchia e decrepita politica «demosocialista» si era reso necessario sospendere le libertà costituzionali per fondare un ordine nuovo, argine «alle forze disgregatrici antinazionali» e propulsore di «fatti audaci di alto contenuto morale». Già in precedenza Gentile si era proposto di illustrare le caratteristiche del regime, in una conferenza intitolata «Che cosa è il fascismo» (8 marzo 1925), ove aveva insistito sullo Stato etico e sull’identità tra sfera privata e sfera pubblica: «Signori – esclamò in quell’occasione – il fascismo è un partito, una dottrina politica», ma questa sua vocazione sussiste «in quanto prima di tutto è una concezione totale della vita. Non si può essere fascisti in politica e non fascista, come ricordavo testè alla Sezione del fascio, in scuola, non fascisti nella propria famiglia, non fascisti nella propria officina». Il fascismo – avrebbe poi precisato nel Manifesto – «è concezione austera della vita, è serietà religiosa, che non distingue la teoria dalla pratica, il dire dal fare, e non dipinge ideali magnifici per relegarli fuori di questo mondo».

La reazione di Croce

L’iniziativa gentiliana non poteva rimanere senza risposta, e difatti il suo ex amico e collaboratore Benedetto Croce si fece interprete dei sentimenti degli oppositori, che in quell’anno erano ancora numerosi e pugnaci. Il contro-manifesto apparve qualche settimana dopo, il primo maggio, pagine in cui gli intellettuali antifascisti elencarono le ragioni della loro contrarietà, evidenziando quanto fosse erroneo contaminare politica e letteratura, politica e scienza, «che quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno errore generoso». Si era in presenza di un «imparaticcio scolaresco» in cui la stracitata «religione» serviva unicamente a legittimare un uso spregiudicato dell’azione politica.

Il duello Gentile-Croce fece scalpore. Ambedue godevano di notevole fama, in Italia e fuori confine: filosofi capifila dell’idealismo si erano proposti di raccogliere l’eredità dei patrioti risorgimentali, così da conferire alla nuova Italia unita onore e prestigio internazionale. Tuttavia le traiettorie avevano preso a divaricarsi già durante la Grande Guerra del 14-18. Croce si era mantenuto fermo sui princìpi liberali, mentre Gentile già inclinava verso una concezione autoritaria della politica, per poi avvicinarsi all’ex socialista Mussolini. Durante il ventennio indossò i panni del «filosofo in camicia nera» (titolo della biografia che gli ha dedicato lo storico Mimmo Franzinelli), dirigendo iniziative editoriali come l’Enciclopedia Treccani e presiedendo varie istituzioni culturali, tra cui la Normale di Pisa. Portava il suo nome una riforma della scuola che aveva nel liceo classico il suo perno.

Il fascismo totale

Quel memorabile scontro, che sanciva la definitiva rottura tra i due, si ripercosse anche sui discepoli, a lungo convinti che gli orizzonti ideali di Croce e Gentile coincidessero. Da quel momento bisognava scegliere da che parte stare: o con l’uno o con l’altro, con scarse vie di fuga (che pur ci furono). Ma ormai la battaglia, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti nel 1924, si era fatta impari di mese in mese, fino a sfociare nelle «leggi fascistissime» che annullavano tutte le garanzie costituzionali, come l’esistenza dei partiti e la libertà di stampa. Il fascismo si faceva totalitario, con l’ambizione di condizionare la quotidianità del popolo italiano, attraverso la scuola, i sindacati, il dopolavoro, le politiche procreative, le colonie per l’infanzia e i raduni ginnici, la stampa, la radiofonia, il cinema.

La ferita tra Gentile e Croce rimase aperta fino al 1943, fino all’adesione del primo al regime criminale e filonazista della Repubblica di Salò. Il filosofo dell’atto puro pagò con la vita quel suo ultimo, estremo gesto di fedeltà al duce. Il 15 aprile del 1944 un nucleo di partigiani comunisti appartenenti al GAP (Gruppo di Azione Patriottica) lo uccise mentre rientrava nella sua dimora fiorentina (l’operazione è ricostruita nel dettaglio nel volume La sentenza di Luciano Canfora).

Fascisti e comunisti

Il rapporto tra gli intellettuali e la politica assunse il carattere di urgenza al termine della guerra, ma dentro una costellazione diversa, questa volta democratica e repubblicana. Tutti i partiti che avevano condiviso la lotta di liberazione ritennero vitale ripristinare i contatti con gli esponenti dell’intellighenzia che il fascismo aveva perseguitato e incarcerato, oppure inviato al confino. Il leader che subito comprese l’importanza di reclutare gli intellettuali fu Palmiro Togliatti, sulla base di un convincimento che risaliva all’esperienza con Gramsci a Torino nell’immediato primo dopoguerra. Era essenziale, per il partito che alla Resistenza aveva dato il contributo maggiore, ricreare su basi solide la relazione tra la politica e la cultura. Emblematico, in proposito, l’editoriale che Togliatti scrisse sul primo numero di Rinascita, nel giugno del 1944: «Non separiamo e non possiamo separare le idee dai fatti, il corso del pensiero dallo sviluppo dei rapporti di forze reali, la politica dalla economia, la cultura dalla politica, i singoli dalla società, l’arte dalla vita reale. In questa concezione unitaria e realistica del mondo intiero è la nostra forza della dottrina marxista». Colpisce la consonanza di temi e di lessico con il Gentile del 1925. Segno che in fondo le differenze tra le due «dottrine» – quella fascista e quella comunista di osservanza staliniana – non erano poi così abissali nella pretesa di concepire un disegno organico e totalizzante della società.

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: Mussolini e Gentile nel 1932


La candela di Amnesty

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Oppositori scomparsi nel nulla, donne lapidate, minoranze perseguitate, diritti negati o irrisi, sentenze delle corti penali internazionali ignorate dagli stessi governi che le avevano patrocinate: decisamente corrono tempi grami per l’architettura fondata sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, promulgata dall’ONU il 10 dicembre del 1948. Una carta fondamentale, sulla quale sono cresciute, nel tempo, altre dichiarazioni, nella speranza – o nell’illusione – che dopo due devastanti guerre mondiali il genere umano avesse finalmente ritrovato il senno e rinnovato il sogno kantiano di una pace perpetua tra le nazioni.

Niente di tutto questo, come sappiamo. Nonostante gli sforzi e gli appelli, le promesse e le assicurazioni, le relazioni internazionali non si sono mai sganciate dalla dottrina del realismo politico, con poche eccezioni. E tuttavia qualche luce è rimasta accesa, a testimoniare la volontà di non cedere alle politiche di potenza, ove conta non il diritto ma la forza, o la prepotenza. Tra le luci che dai primi anni Sessanta del secolo scorso non hanno mai smesso di illuminare i recessi insondabili spicca Amnesty International (AI), associazione fondata da un avvocato londinese, Peter Benenson. Costui, apprendendo dai giornali che il governo portoghese di Salazar aveva arrestato e condannato due giovani colpevoli di reato d’opinione, decise ch’era tempo di reagire contro i soprusi e le carcerazioni illegali, i sequestri e le operazioni segrete contro le quali si è battuto fino all’ultimo Dick Marty. Si trattava insomma di recuperare i princìpi della civiltà giuridica, e questo non solo nell’Europa di Cesare Beccaria. Impresa tutt’altro che facile, in un’epoca in cui il mondo era diviso in due sfere inconciliabili: Usa-Urss, capitalismo-comunismo, democrazia-dittatura. Incunearsi in questa contrapposizione voleva dire sollevare il sospetto di fare il gioco dell’uno o dell’altro, per pregiudizio ideologico o per logiche di schieramento. Rischio che AI voleva assolutamente evitare, pena la perdita di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica.

Sull’origine di AI e sulle sue ramificazioni elvetiche si può ora utilmente consultare un bilancio sotto forma di libro promosso dal Gruppo Ticino 48, a cura di Giacomo Müller: Una voce per i diritti umani. Cinquant’anni di Amnesty International in Ticino (1974-2024). L’iniziativa ha impiegato un po’ di tempo prima di mettere radici nel nostro paese, non senza destare sorpresa da parte di osservatori esteri, che non capivano come mai la patria dell’aiuto umanitario si mostrasse così sorda alla violazione dei diritti umani nel mondo. Colpa della guerra fredda ma anche di una concezione ristretta per non dire meschina della neutralità, sostenuta dagli ambienti che preferivano attendere, non esporsi, manifestare prudenza. Fu così che la Svizzera tergiversò lungamente prima di aderire alle convenzioni internazionali varate dalle Nazioni Unite (per esempio quella riguardante i diritti dell’infanzia).

A fondare la sezione ticinese di AI fu nel 1974 un gruppo di giuristi e di insegnanti, cui seguirono quattro sottogruppi a Lugano, Bellinzona, Locarno e Mendrisio (quest’ultimi due non più attivi). Le prime campagne d’informazione e di pressione si proposero di liberare persone incarcerate per motivi del tutto arbitrari o sconosciuti in Cina, Zaire, Algeria, Kazakistan, Tibet. Per liberarle furono intraprese iniziative come l’invio massiccio di cartoline ai governi ritenuti responsabili e l’attivazione di canali diplomatici. Far rumore, alzare la voce, non demordere: questo il metodo di lavoro adottato da AI. I successi non sono mancati, anche se di molti casi si sono purtroppo perse le tracce.

Negli ultimi anni, il raggio di attività si è esteso alle comunità minoritarie discriminate per ragioni etnico-religiose e sessuale, nonché alle donne vittime di violenza. Un insieme di questioni che ha trovato nelle aule scolastiche disponibilità all’ascolto e all’impegno.

Un fatto è certo: la luce che Amnesty diffonde tramite la sua candela imprigionata nel filo spinato è destinata a rimanere accesa. Troppe «le aggressioni al diritto e ai diritti» (così il costituzionalista Luigi Ferrajoli) che quest’agenzia continua a registrare in tutti gli angoli del mondo, persino nei paesi che avevano giurato di mai più introdurre la pena di morte, la tortura, i rapimenti organizzati dai servizi segreti e la deportazione di migranti.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: la candela di Amnesty reinterpretata da un artista


Il soffio di Ventotene

Il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi. E il Papa finisce per sembrare l’ultimo esponente della sinistra 

Le celebrazioni per gli ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale in Europa (maggio 1945) rischiano di svolgersi in un clima teso e astioso tra le due sponde dell’Atlantico. L’offensiva degli ormai ex amici americani ha scompaginato i ranghi dell’Unione europea, obbligandola da un lato a rivedere le coordinate delle tradizionali alleanze e dall’altro ad interrogarsi sulla sua missione, anche militare, all’interno del riassetto geopolitico in corso. 

Nel corso delle ultime settimane, nel parlamento italiano, governo ed opposizione si sono azzuffati intorno al significato e alla portata di uno dei documenti fondanti dell’Ue, il manifesto di Ventotene, dal nome dell’isoletta tirrenica in cui il regime fascista aveva recluso, tra numerosi altri, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi. Si era nell’estate del 1941, in una fase in cui il nazifascismo avanzava come un rullo compressore, sia ad ovest (resa della Francia), sia ad est, con l’invasione dell’Unione Sovietica (operazione Barbarossa). Anni e mesi in cui non era facile prefigurare un avvenire al continente finito sotto il tallone delle dittature, e men che meno immaginare «un’Europa libera e unita». Eppure questi tre amici antifascisti non cedettero allo scoramento, nella convinzione che i popoli avrebbero prima o poi ritrovato le energie per invertire il corso degli eventi. In questo erano stati buoni profeti.

Ernesto Rossi                      Altiero Spinelli                  Eugenio Colorni

Durante il dibattito è pure emersa la tesi che disconosce al Manifesto ogni onore di primogenitura nell’abbozzo del progetto europeista. In altre parole, la Comunità che ha preso forma negli anni Cinquanta del secolo scorso non si è ispirata alle indicazioni dei tre confinati, ma ha imboccato una via propria, fondata non sul federalismo ma sul funzionalismo dei trattati, prevalentemente di tipo economico-monetario. Il che ha condotto alcuni storici a relegare in soffitta il Manifesto come una pignatta bucata. Emblematica la posizione di Ernesto Galli della Loggia: in un testo del 2014 già anticipava i giudizi che poi sono stati espressi nella Camera italiana dei deputati: «un Manifesto inattuale», osservava; coloro che lo hanno letto veramente «sono in realtà pochissimi… il Manifesto si diffonde a lungo sul nuovo assetto socialista da stabilire sul continente, sì che si direbbe che sia questo, più che il progetto federalista in quanto tale, a costituire il suo vero nucleo politico-programmatico… Sì, il lettore ha capito bene: quello che il Manifesto propone è in sostanza una rivoluzione dall’alto di tipo giacobino-leninista che non stia a curarsi troppo di che cosa pensa il popolo» (v. Europa perduta?, edizioni il Mulino)

In realtà il Manifesto si compone di più capitoli (quattro per la precisione) e non di uno solo, il più riprodotto e citato. L’edizione che abbiamo sott’occhio, introdotta da un pensatore non certamente fazioso come Norberto Bobbio, li riporta sotto i seguenti titoli: «Prefazione a “Problemi della Federazione Europea”», «Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto», «Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche», «Politica marxista e politica federalista». Sono pagine di un lavoro in costante evoluzione e revisione, e che proseguirà anche negli anni successivi, quando Rosselli e Rossi si ritroveranno in esilio in Svizzera dopo l’8 settembre del 1943 (Colorni, rimasto a Roma, sarebbe caduto in un agguato nel maggio del 1944). E sarà proprio a Lugano che Ernesto Rossi darà alle stampe, presso le Nuove Edizioni di Capolago e sotto lo pseudonimo di Storeno, un altro libretto prezioso: Gli Stati Uniti d’Europa.

Siamo dunque in presenza di una riflessione che dopo il primo abbozzo del 1941 inizia a diramarsi, a frondeggiare e ad accogliere nel tronco principale sempre nuovi elementi, politici ed economici, nazionali e internazionali. D’altronde la stessa vita dell’esponente più longevo e attivo, Altiero Spinelli, testimonia un’operosità mai del tutta paga, sempre proiettata verso nuovi traguardi. 

Certamente alcuni passaggi del Manifesto originario ci paiono oggi lontani o caduchi, frutto di contingenze particolari, tra le quali va ricordato, dettaglio non di poco conto, il luogo in cui il testo fu concepito, una «ciabatta» di terra in mare, «d’inverno spazzata dai venti, d’agosto catino infuocato», come scrisse Giuseppe Fiori ripercorrendo la vita di Ernesto Rossi. E tuttavia il Manifesto resta una pietra angolare nella volta dell’europeismo moderno. Demolirlo attraverso volpine estrapolazioni – come quella riguardante la proprietà (dei mezzi di produzione, va precisato) – non ha molto senso. Ma se proprio vogliamo attenerci al testo, ecco un passaggio che merita di figurare nelle bacheche di tutti i parlamenti: «… occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa: per costituire un saldo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali; spezzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari; abbia gli organi e i mezzi sufficienti per far eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli».

Il Manifesto di Ventotene: un seme, un alito di libertà, una luce di speranza nel buio delle dittature, un’utopia in cammino. 

Scritto per laRegione

Nell’immagine: la versione in inglese del Manifesto


Il libro dell’odio

Il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi. E il Papa finisce per sembrare l’ultimo esponente della sinistra 

In un angolo remoto della coscienza europea c’è un libro che non cessa di emettere una lucina sinistra: è il Mein Kampf, la mia battaglia, l’opera maledetta di Adolf Hitler. La prima parte uscì cento anni fa, nel luglio del 1925; la seconda nel dicembre del 1926: due tomi pensati e scritti nella fortezza-prigione di Landsberg am Lech, dove Hitler era stato rinchiuso per aver ordito un colpo di stato a Monaco di Baviera nel novembre del 1923. Condannato a cinque anni, ne scontò poco più di uno, in una condizione che gli storici definiscono «confortevole» (poté infatti contare sulla benevolenza della direzione del carcere).

Il primo tomo era largamente autobiografico: l’autore ripercorreva le diverse tappe della sua vita, dall’infanzia in terra austriaca (era nato a Braunau sull’Inn nel 1889) alle sue ambizioni, rimaste sulla carta, di diventare un artista o un architetto, e dal suo disprezzo per l’impero austro-ungarico alla decisione di arruolarsi nell’esercito del Kaiser Guglielmo II durante la grande guerra del 14-18. Nel secondo tomo gettava invece le basi del suo credo, il progetto nazional-socialista, imperniato sulla superiorità razziale della stirpe germanica.

Il testo, più volte rimaneggiato perché farraginoso e prolisso, di fatto illeggibile, non conobbe agli inizi un’ampia diffusione. Ma poi, con il progressivo acuirsi della crisi politica, economica e monetaria della Repubblica di Weimar, le tesi espresse nel libro divennero parole d’ordine di un’onda destinata ad ingrossarsi anno dopo anno, fino a trasformarsi in una mareggiata inarrestabile. Dopo l’ascesa al potere del Führer nel gennaio del 1933, il Mein Kampf fu elevato dalla propaganda a «Bibbia del nazionalsocialismo», distribuita in centinaia di migliaia di copie nelle scuole e nelle famiglie tedesche. Si è calcolato che le copie stampate tra il 1925 e il 1945 raggiunsero la cifra di dodici milioni, con traduzioni in diciassette lingue.

Due i nemici da combattere e da distruggere. Il primo esterno, ovvero le potenze che avevano umiliato la Germania con il trattato di Versailles, in primis l’odiata Francia. L’armistizio concluso nel novembre del 1918 fu fonte di una prolungata disperazione, «non avevo pianto nemmeno quando m’ero tenuto certo di restare cieco, dopo che i gas britannici m’avevano bruciati gli occhi; perché, allora, si trattava soltanto di me. Ma ora si trattava della Germania! E piansi, piansi, sulle sventure della patria».

Il secondo nemico era interno: i disfattisti, i politicanti di Berlino, la socialdemocrazia retta dai marxisti, il parlamentarismo corrotto e corruttore. E da ultimo l’ebreo, la figura nefasta da estirpare; l’ebreo eterno che, infiltrandosi nei partiti, nei giornali e nell’amministrazione, aveva condotto il Reich sull’orlo del baratro. Il marxismo altro non era che la maschera dell’ebreo che, dietro le quinte, architettava complotti per annientare la razza ariana. Contro gli ebrei e i marxisti non era possibile nessun compromesso: «o sterminarli, o esserne sterminati».

Alla lotta contro il giudaismo doveva seguire tutta una serie di provvedimenti volti a fare di nuovo grande la Germania. Occorreva innanzitutto ricondurre nel grembo teutonico le varie comunità che ancora non si erano ricongiunte con la madrepatria. Un’operazione necessaria, piattaforma da cui avviare la conquista di nuove terre, così da estendere lo spazio vitale («Lebensraum») verso Est, verso la Russia dalle sconfinate pianure. All’interno bisognava poi riformare il sistema scolastico, promuovere l’educazione fisica dei giovani nel quadro di apposite cellule militarmente disciplinate, soffocare con la violenza ogni forma di dissenso, addomesticare la stampa, istituire il partito unico. Le opposizioni avrebbero dovuto, o abbracciare la nuova fede, oppure finire nei campi di concentramento.  Tutto questo in una logica di rigenerazione del sangue tedesco: sangue che purtroppo era rimasto contaminato dagli incroci e dai matrimoni misti con le razze inferiori. Uno dei compiti da perseguire consisteva nell’introdurre l’eugenetica, per fare in modo che gli individui minati nel fisico e nella mente non potessero più procreare: «Se da seicento anni gli individui degenerati fisicamente o sofferenti di malattie mentali fossero messi nell’impossibilità di generare, l’umanità godrebbe di una salute di cui oggi difficilmente ci possiamo fare un’idea». Il paragone con il mondo animale è costante: solo l’esemplare più vigoroso e vitale s’impone, gli altri sono destinati a soccombere o ad obbedire al capobranco: «il ruolo del più forte è di dominare e non di fondersi con il più debole, sacrificando così la propria grandezza». 

Al termine della guerra, nel maggio del 1945, le forze alleate misero fuori legge il Mein Kampf, impedendone ogni ristampa o riproduzione. Questo divieto è rimasto in vigore per settant’anni, quindi fino al 2015. A partire da quell’anno ogni restrizione è caduta, permettendo agli editori di riproporre l’opera liberamente. 

La scadenza dei diritti d’autore ha naturalmente ridestato dubbi e timori. Si temeva che il ritorno di quest’opera incendiaria avrebbe ridato fiato al neonazismo e alimentato nuove ondate di antisemitismo. Per rispondere a queste paure, l’«Institut für Zeitgeschichte» di Monaco ha predisposto un’edizione critica in due grossi volumi di complessive… duemila pagine, accompagnando il testo originale con un minuzioso commento, paragrafo dopo paragrafo: un lavoro encomiabile che nonostante la mole è stato ben accolto dal pubblico non specialista. 

In realtà il Mein Kampf ha sempre avuto edizioni pirata, e comunque negli ultimi decenni era facilmente reperibile in rete. È un libro maledetto, ma certamente inaggirabile per comprendere origini, sviluppo e crimini dell’ideologia nazista; e per risalire alle radici di un fenomeno nato nel cuore della cultura occidentale del Novecento, gemello-antagonista dello stalinismo.

Nel mercato italiano, il Mein Kampf, intitolato La mia battaglia, non è mai uscito dalla circolazione (la versione più nota e attendibile è quella curata da Giorgio Galli per le edizioni Kaos). La prima traduzione, parziale, fu pubblicata dall’editore Bompiani nel marzo del 1934. Sorprendenti quanto inquietanti le righe conclusive della prefazione redatta per l’occasione: «Il Fascismo e il Nazional-socialismo, intimamente connessi nel loro fondamentale atteggiamento verso la concezione del mondo, hanno la missione di segnare nuove vie ad una feconda collaborazione internazionale. Comprenderli nel loro senso più profondo, nella loro essenza, significa rendere servigio alla pace del mondo e quindi al benessere dei popoli». Firmato: Adolf Hitler, Berlino, 2 Marzo 1934.

Scritto per La Regione


Il ritorno della «classe eletta»

Il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi. E il Papa finisce per sembrare l’ultimo esponente della sinistra 

Il cittadino comune (ovvero ognuno di noi, o quasi) osserva con aria smarrita la furia del vento che sta scuotendo come fossero esili canne gli ordinamenti delle cosiddette «democrazie occidentali». Proliferano infatti gli Stati che già hanno svoltato a destra (buona parte dei paesi dell’ex blocco orientale, Portogallo, Italia, Olanda, Austria) o che stanno per farlo (Germania e Francia). Ciascuno di essi ha una stella cometa, o perlomeno guarda con interesse all’ascesa dei regimi illiberali, com’è avvenuto nella Federazione russa, in Cina e da circa un anno in Argentina. Ma gelide brezze in questa direzione stanno soffiando anche negli Stati Uniti, paese che si sta rivelando malfermo anche sul piano delle regole concepite come insieme di pesi e contrappesi («check and balances») per impedire che la parte maggioritaria prenda il sopravvento sulla minoranza sconfitta, schiacciandola.

Le ripercussioni sono già visibili nelle linee strategiche adottate dalla Commissione europea e se nell’anno venturo le due forze trainanti dell’Unione, Germania e Francia, dovessero cadere nelle mani delle rispettive destre nazionali, è molto probabile che il progetto europeista finirà su un binario morto. Marine Le Pen aspetta ansiosamente il suo turno, dopo vari tentativi andati a vuoto di arrivare alla presidenza; sull’altra sponda del Reno scalpita l’Alternativa per la Germania («Alternative für Deutschland»), ormai data come secondo partito dietro i democristiani.

Che tipo di potere sarà quello che vedrà la luce dopo le elezioni? È opinione diffusa che non assomiglierà ai regimi autoritari o totalitari conosciuti nel Novecento, ma assumerà movenze nuove, non ancora del tutto definite. C’è chi, come la storica Anne Applebaum, parla di autocrazie, di «raffinate reti che poggiano su strutture finanziarie cleptocratiche, su un complesso di servizi di sicurezza – militari, paramilitari e polizia – e su esperti di tecnologia che forniscono sorveglianza, propaganda e disinformazione». E c’è chi ha rispolverato la categoria di «plutocrazia», ovvero il governo dei ricchi nella forma specifica di una tecno-oligarchia che si è introdotta per via telematica nelle coscienze di tutti noi, piegandole alla logica del mercato.

Questa terminologia, risalente all’antichità greca, conobbe una larga diffusione tra Otto e Novecento, per merito di pensatori come Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Roberto Michels, economisti e sociologi che nei dizionari ritroviamo sotto la voce «teoria delle élites» o «elitismo». Secondo questa corrente, ogni organizzazione complessa finisce per stratificarsi in senso verticale in governanti e governati, come riflesso di una legge naturale immodificabile. È fatale che al vertice si ponga un’élite, un’aristocrazia dotata di particolari capacità intellettive, competenze, meriti; ed è naturale che alla base della piramide stiano coloro che di queste doti sono sprovvisti, e quindi destinati ad obbedire (con le buone o con le cattive). Tutte le società esprimono uno strato eletto, «una classe superiore che detiene generalmente il potere politico e quello economico» (Pareto). Non è un caso che quasi tutti gli elitisti manifestassero, dopo la Grande Guerra, simpatie per il fascismo nascente e per le imprese di Mussolini, incarnazione vivente del potere energico e spietato, capace di metter fine ai disordini che avevano paralizzato l’Italia durante il tumultuoso biennio 1919-1920.

Oggi la scuola elitista sta risorgendo anche nei paesi di antica tradizione democratica, sfruttando la stanchezza del corpo elettorale e il crescente astensionismo. Avanza ad ampie falcate ricorrendo a batterie propagandistiche raffinate, sorrette dai canali sociali, dalle comunicazioni satellitari e da centrali d’informazione specializzate nel diffondere fandonie travestite da verità. In fondo ci aveva già pensato la polizia segreta zarista nel 1903 confezionando i Protocolli dei savi di Sion, in cui si riversava sugli ebrei l’infamante accusa di ordire un complotto mondiale. La differenza, rispetto a quell’epoca, risiede nella potenza e nella pervasività dell’apparato tecnologico messo all’opera nel propagare le false notizie.

«L’uomo è nato libero, e dovunque è in catene», scriveva Jean-Jacques Rousseau in apertura del suo Contratto sociale (1762). Quale sia la natura, palese o criptica, di queste catene nei nostri tempi calamitosi merita una riflessione che vada al di là delle apparenze dorate e luccicanti in cui siamo quotidianamente immersi, come una sorta di servitù volontaria.   

Nell’immagine: Young-Deok Seo, “Nirvana 37”


Grande ambizione o grande illusione?

Il venir meno di figure di riferimento credibili nel campo della politica e dell’economia la Chiesa è percepita come l’unica autorità morale rimasta in piedi. E il Papa finisce per sembrare l’ultimo esponente della sinistra 

Milioni di persone in piazza, commosse e piangenti, uno straziante commiato, non soltanto da uno dei personaggi più amati della storia recente, ma da un’intera epoca. Il film è stato apprezzato dalla critica, e naturalmente anche dagli ex militanti, poi in buona parte, non senza dolori intestinali, confluiti nelle reincarnazioni successive della sinistra italiana: PdS, Ds, Partito democratico. Molti hanno preso altre tessere, magari quella leghista, oppure hanno dato addio all’impegno, rifugiandosi nell’astensionismo.

L’attore Elio Germano in una scena del film

Al centro del film c’è lui, il segretario, figura tormentata e quasi ascetica, interpretato da un convincente Elio Germano. Si inizia con il colpo di Stato di Pinochet in Cile e si finisce con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, l’interlocutore privilegiato di Berlinguer. Tra i due poli scorrono le battaglie degli anni Settanta, il referendum sul divorzio, la clamorosa progressione elettorale del Pci, il compromesso storico, i rapporti con l’Unione Sovietica, la breve stagione dell’eurocomunismo, la volontà di rimanere sotto l’ombrello della Nato, il clima cupo degli anni di piombo. 

Non è stato un periodo facile. Allontanarsi, sia pure cautamente e senza strappi, dal paese-guida del socialismo reale in piena guerra fredda voleva dire affrontare il mare aperto: rinunciare da un lato al sostegno, anche finanziario, dell’Unione Sovietica e dall’altro esporsi al minaccioso veto degli Stati Uniti. Gli avversari di Berlinguer erano numerosi e sparsi un po’ ovunque. All’Est non era benvoluto, tant’è vero che durante una sua visita in Bulgaria cercarono di eliminarlo, simulando un incidente stradale. Agli occhi della nomenklatura non era tollerabile che il Partito comunista più forte d’Occidente rescindesse il cordone ombelicale che lo legava all’Unione Sovietica sin dagli anni Venti. Fin dove poteva spingersi la «vita italiana al socialismo» di togliattiana memoria? Fino alla completa autonomia? Il comunismo che Berlinguer illustrava ai suoi iscritti operai non si era ancora affacciato in nessuna parte del mondo. Alcuni concetti parevano più liberali che marxisti, sfidando il Gramsci appeso alla parete. L’orizzonte ideologico rimaneva insomma sospeso e indefinito (infine riassunto nella definizione euro-comunismo), alla disperata ricerca di una «terza via», né comunista classica, né socialdemocratica. La questione – non sollevata nella pellicola – fu al centro di un animato dibattito sulle colonne di Rinascita e del mensile socialista Mondoperaio. A proposito: del Partito socialista e di Craxi non si fa cenno.

C’è spazio anche per il Berlinguer privato, accanito fumatore (non l’unico, quasi tutti nel film) e bevitore di latte; i rapporti con la moglie e con i figli, a volte conflittuali, come spesso accadeva in quegli anni segnati da forti tensioni e accese contrapposizioni, soprattutto con le frange extraparlamentari, che consideravano il Pci un pilastro del sistema al pari della Dc, se non peggio. Ma opinioni diverse sulla strategia da adottare circolavano anche all’interno, tra i cosiddetti «miglioristi» (Amendola, Napolitano), i filo-sovietici (Cossutta) e il gruppo critico di Pietro Ingrao.

Osservato con gli occhi e i parametri dell’oggi, quel periodo ci appare dominato più che da una grande ambizione, da una grande illusione. Ma tale giudizio sarebbe superficiale e scorretto. Il mondo era ancora saldamente diviso in due, la passione politica vissuta come un atto di fede, il comunismo una possibile via d’uscita dal capitalismo, sebbene fosse necessario sottoporre il modello canonico a profonde revisioni. Alcuni tratti caratteristici del tempo sono comprensibilmente da rimpiangere: il senso di appartenenza ad una comunità, lo spirito solidale, le cooperative, le feste dell’Unità, le case del popolo. I funzionari non rimanevano rinchiusi nelle loro stanze davanti allo sfarfallio di uno schermo, ma frequentavano le sezioni e le assemblee di base, cercando di illustrare/giustificare le scelte della direzione. Tutto questo è sparito, naufragato assieme al contributo della stampa e delle case editrici, ai congressi e ai convegni. Le facce sorridenti di allora si sono trasformate in maschere tristi e stanche: raffigurazione plastica della solitudine in cui siamo precipitati nell’era digitale.

Il film è attualmente al Cinema Lux di Massagno (fino all’11 dicembre)   

Nell’immagine: Enrico Berlinguer


Melanconia rosso-verde

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L’allarme climatico non gonfia più le vele dei Verdi. È uno dei paradossi dei nostri tempi. A prima vista la sempre più grave sofferenza del pianeta dovrebbe favorire le formazioni ambientaliste, che già negli anni ’70 del secolo scorso avevano messo in guardia l’opinione pubblica sui guasti provocati dall’illusione di una crescita infinita. E invece sta succedendo il contrario: il consenso ai Verdi è in calo. Alle ultime tornate regionali tedesche sono precipitati: nel Land del Brandeburgo al 4,1%, in Sassonia al 5,1, in Turingia al 3,2. Anche in Svizzera tira aria di crisi. Le elezioni federali del 2023 hanno segnato una battuta d’arresto. L’analisi dei flussi ha certificato che solo il 54% di coloro che hanno votato «grün» nel 2019 hanno rinnovato la fiducia, molti altri – un quarto abbondante – ha optato per i socialisti. 

Ogni paese fa storia a sé, sulla base dei propri retaggi e dei propri percorsi politici. Ma il fatto che la flessione sia generale impone una riflessione. È come se ora l’appello ad una reazione realmente incisiva sui meccanismi che riscaldano e avvelenano gli ecosistemi cadesse nel vuoto. Persino l’«European Green Deal» incontra viepiù resistenze, se non addirittura ostilità. La nuova composizione della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen rispecchia questo mutamento di umori e sensibilità, riflesso di un ripensamento in atto.

Nel secondo dopoguerra, la Germania è stata la culla del movimento verde: epiche le battaglie per la chiusura dei bacini carboniferi e per una produzione energetica che non fosse imperniata sulle centrali atomiche, come invece aveva deciso la Francia. La catastrofe di Chernobyl aveva convinto anche i filo-nucleari a puntare su altri vettori energetici, in primis sul gas proveniente dai giacimenti russi, una fonte abbondante e a buon mercato. Sennonché l’invasione dell’Ucraina ha provveduto inopinatamente a rimescolare le carte. Sanzioni e sabotaggi hanno portato alla chiusura dei rubinetti, rincarando a dismisura la bolletta energetica. Vittima illustre è ora l’industria automobilistica, colpita da più tiri incrociati: oltre al rincaro dell’energia, dalla prospettata soppressione dei motori a combustione entro il 2035 e dalla concorrenza delle auto elettriche cinesi.

Al disorientamento per il declino di un modello che ha riservato alla Germania il titolo di «locomotiva d’Europa» si è poi aggiunta la rabbia, il timore di un melanconico crepuscolo, economico ma anche morale, com’era già accaduto negli anni turbolenti della Repubblica di Weimar tra le due guerre.

Ma se la livrea dei Verdi scolorisce, i socialisti non brillano. Anche in questo campo il sol dell’avvenire sta tramontando, fatta forse eccezione per la Spagna. I sondaggi danno la socialdemocrazia tedesca al 14-15%, superata sia dai democristiani sia dall’AfD (Alternative für Deutschland), i cui dirigenti coltivano sentimenti neo-nazisti. Sul fronte opposto è data in crescita la transfuga della «Linke» Sahra Wagenknecht, abile ad intercettare il rancore di una multiforme platea di scontenti. 

L’incertezza del quadro economico, le guerre in corso e lo spettro dell’impoverimento come effetto dell’erosione del potere d’acquisto non sono mai un buon segno per la salute e il funzionamento della democrazia. La prospettiva del declassamento sociale sospinge i ceti medio-bassi nelle braccia dei demagoghi e dei nazional-populisti, figure che giurano di riportare la propria «nazione» agli antichi fasti, ai tempi in cui non c’erano né Bruxelles né Strasburgo, e nemmeno organismi e corti internazionali, sentenze e direttive, ma soltanto un insieme di popoli sovrani, ciascuno padrone in casa propria.

La tentazione del ripiegamento è insomma onnipresente, assieme ad una diffusa sfiducia nei confronti della politica e dei partiti che la innervano. È una bile che circola nelle vene delle generazioni postbelliche che negli ultimi anni sono uscite dal ciclo produttivo (i «boomer»), come pure tra i giovani che si ritrovano gettati in un mercato del lavoro sempre più instabile e competitivo. I movimenti noglobal, le campagne per i diritti civili e da ultimo le azioni spettacolari degli attivisti di «Last Generation» non sembrano in grado di modificare i rapporti di forza che si stanno profilando in mezza Europa (negli Stati Uniti la sterzata a destra è già avvenuta).

La destra promette ordine pubblico, attacco alla libera informazione, filo spinato, blindatura dei confini, deportazione degli immigrati irregolari, riarmo ad oltranza; la sinistra risponde con la difesa dello Stato sociale, lo sviluppo sostenibile, la salvaguardia dell’ambiente e una politica migratoria dal volto umano. In estrema sintesi, il programma rosso-verde mira a tenere assieme l’ecologia con la giustizia sociale. Nei prossimi mesi, con il voto anticipato in Germania, sapremo se questa formula otterrà ancora il consenso dell’elettorato, o se verrà spazzata via come una foglia secca dall’ondata color pece che si preannuncia.

Scritto per La Regione

Nell’immagine: attivisti di “Extinction Rebellion”