Governare stanca

Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili 

Qual è lo stato d’animo della compagine governativa? A detta del presidente del PLRT Alessandro Speziali il «governo è stanco», spossato, privo di energia e povero di iniziative. Ed è pure un filino arrabbiato con il parlamento, giudicato riottoso, che dal canto suo, balcanizzato com’è, non brilla con proposte innovative. Anche per il presidente dalla Camera di Commercio Andrea Gehri si assiste «ad un degrado progressivo della qualità del dialogo che, inevitabilmente, provoca confusione e genera insicurezza diffusa nella popolazione». Sul lato opposto protestano vivacemente i sindacati, agli occhi dei quali il Ticino è diventato un «Far West», una terra di mezzo desolata, funestata da sforbiciate ai sussidi e da salari che restano al palo, dominata da una «visione miope e pericolosa della gestione delle finanze cantonali». 

Dal rinnovo dei poteri cantonali (esecutivo e legislativo) sono trascorsi poco più di sedici mesi, ma già tira una brutta aria. Musi lunghi, smorfie d’insoddisfazione. C’è da chiedersi come mai, visto che le elezioni del 2023 hanno consegnato al paese un Consiglio di Stato immutato nella sua composizione partitica. Di conseguenza la causa del malessere non può risiedere nella (scarsa) qualità dei titolari dei cinque dipartimenti. Sarebbe troppo facile, troppo comodo urlare «piove governo ladro». Ci dev’essere dell’altro, un insieme di fattori più profondi, e quindi più difficilmente risolvibili. Vediamone alcuni.

  1. I premi delle casse malati. Si intravvedono all’orizzonte soluzioni praticabili, in grado di scongiurare un altro doloroso aumento nel 2025? No. Le proposte di riforma sono numerose, ma tutte fanno naufragio di fronte alla falesia degli interessi in gioco, cosicché il volume della spesa sanitaria non fa che crescere ogni anno, accelerando il processo erosivo dei bilanci delle classi medie escluse dai provvedimenti di protezione sociale. A ciò contribuisce notevolmente il calo delle nascite, con il conseguente squilibrio intergenerazionale (rapporto giovani/anziani).
  2. Il traffico. Siamo in un territorio in cui si scava e trivella alacremente. Cantieri ovunque, canalizzazioni e pavimentazioni, svincoli e semafori. Colate di calcestruzzo. Eppure gli ingorghi nelle città e lungo la frontiera non diminuiscono; le colonne al Gottardo sono ormai quotidiane, un calvario snervante e mefitico. Si sa, viviamo in un imbuto, con poche vie di fuga. I veicoli in marcia saturano subito ogni nuova corsia autostradale. Allarghiamo e asfaltiamo, ma tutto resta come prima, anzi peggio. 
  3. I frontalieri. Ottantamila sono troppi, denunciano in molti (specie gli esponenti della destra, che però si guarda bene di puntare il dito contro chi li ingaggia). Ma senza di loro il Ticino collasserebbe: edilizia, ospedali e cliniche, alberghi e ristoranti, servizi alle persone. Settori poco frequentati dai giovani ticinesi, i quali preferiscono l’impiego statale e parastatale, in linea con una tradizione consolidata.
  4. La nuova povertà. Nel 1987 il rapporto Marazzi certificava l’esistenza di una sacca di «nuovi poveri» che si aggirava intorno al 15% della popolazione, a fronte di una media nazionale del 10%. Da allora sono trascorsi 37 anni, la percentuale degli indigenti è calata ma, come hanno evidenziato Francesco Giudici e Alessandra Zanzi nell’ultimo Rapporto sociale disponibile, questo è avvenuto soltanto grazie agli aiuti sociali. Osservano i due sociologi: «le prestazioni sociali contribuiscono a ridurre in maniera importante la percentuale delle persone in povertà: nel 2018, in assenza delle prestazioni sociali come fonti di reddito, la povertà reddituale assoluta sarebbe stata del 14,6%, vale a dire quasi il doppio del valore riscontrato (7,4%)». Insomma, nulla è cambiato in questo lasso di tempo.

Così inquadrata, la «stanchezza» governativa appare in un’altra luce, più comprensibile e giustificabile. Siamo infatti di fronte a questioni radicate, di lunga durata, frutto di ritardi storici che il cantone non è mai riuscito a colmare nonostante sforzi e investimenti. Gli storici dell’economia parlano in proposito di «costanti». I salari inferiori alla media nazionale appartengono a questa fenomenologia, così come la migrazione dei giovani cervelli verso i centri economici e tecnologici d’oltralpe. Il cittadino deluso e scornato chiede alla politica soluzioni rapide e concrete, com’è suo legittimo auspicio. La classe politica vorrebbe intervenire e rimediare, ma allarga le braccia in segno di impotenza. Capisce che gli strumenti di cui dispone non sono più sufficienti. Si rende conto che i problemi che più angustiano la popolazione non hanno soluzione perché generati da dinamiche croniche esterne (v. traffico) o perché gravati da troppe variabili (v. cassa malattia). Di qui la stanchezza (o frustrazione?) che paralizza i nostri rappresentanti, e non solo loro.

Scritto per laRegione


Le valli tra idillio e sconforto

Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili 

Le alluvioni che hanno investito quest’estate prima la Mesolcina e poi la Valle Maggia (Bavona e Lavizzara) hanno riproposto la questione del grado di resilienza delle zone di montagna. Abbandonarle al loro destino, come qualcuno propone ritenendo il loro costo troppo oneroso per l’erario pubblico, oppure trovare il modo di ripopolarle, garantendo ai valligiani sostegno e sovvenzioni? Domande destinate a rimanere sulle scrivanie dei politici, accanto all’altro grattacapo, quello relativo alla presenza del lupo.

Da un lato quindi le disgrazie naturali (non nuove nel vasto bacino imbrifero della Maggia) e dall’altro la scelta di conferire lo statuto di specie protetta a grandi predatori da tempo scomparsi. Una decisione assunta da tutti i paesi limitrofi, ma le cui conseguenze si stanno rivelando funeste per la naturale propensione di lupi, orsi e linci a riprodursi e sconfinare. E a non adeguarsi ai princìpi della «buona educazione», come i loro patrocinatori vorrebbero, umanizzandoli. Bestia scaltra, come si è più volte osservato, il lupo non si accontenta di azzannare un singolo capo (di solito pecore e capre), ma tende ad accanirsi su più esemplari, ferendoli e lasciandoli sul terreno ad agonizzare.

Ciò costatato, occorre allargare lo sguardo del fenomeno, giacché coinvolge altri ambiti, almeno quattro.

L’aspetto economico
Già negli ultimi anni il lupo ha contribuito ad accelerare la desertificazione dei pascoli alti, costringendo alcune aziende a chiudere o a cercare vie alternative. Forse chi abita in città (il cittadino) non si rende conto dei sacrifici di chi abita nelle valli (il montanaro); non conosce quanto tempo e lavoro esige l’allevamento di bestiame grosso e minuto, la manutenzione di strade sterrate e sentieri, le opere di selvicoltura, terrazzamento e arginatura, il recupero di edifici rurali diroccati, eccetera. Il gitante domenicale ammira il grandioso spettacolo della natura ma raramente getta l’occhio sull’aspra quotidianità dei montanari, uomini e donne che restano a presidiare i luoghi anche quando l’ultima comitiva fa ritorno in città. Ama acquistare formaggi a chilometro zero, ma non sa chi li produce, con quali fatiche e in quali condizioni.

L’aspetto sociale
Abbandonare il settore primario, in particolare l’allevamento, vuol dire svuotare i centri di aggregazione, vanificare le iniziative, portare alla chiusura di scuole, uffici postali, condotte mediche, negozi, osterie, campi sportivi e ricreativi. All’esodo delle giovani forze, attratte dal piano, fa da contraltare l’invecchiamento senza speranza di ricambio della popolazione residente. E si sa che senza l’apporto della risorsa umana ogni progetto di rilancio è destinato a fallire. Lo sfibramento demografico rende ardua anche l’amministrazione dei comuni e dei patriziati.

L’aspetto politico
Il ceto rurale un tempo poteva contare sull’appoggio del Partito agrario, fondato in Ticino nel 1920 al fine di «promuovere il benessere morale e materiale delle campagne in generale e della classe agricola in particolare». Ora i suoi eredi – l’Udc e la Lega – guardano altrove. Non paiono interessati a farsi interpreti dei bisogni e delle ansie dei contadini di montagna. Evidentemente contano di più i voti degli animalisti. Le recenti manifestazioni di protesta (prima a Bellinzona di fronte al Palazzo delle Orsoline e poi in valle) testimoniano l’esistenza di un senso di impotenza che in altri tempi avrebbe trovato interlocutori e ascolto.

L’aspetto morale
Confederazione e cantoni hanno pensato di ridurre il danno (la perdita di guadagno da parte degli allevatori) attraverso lo strumento dell’indennizzo (oltre tre milioni di franchi versati dal 1999 al 2022). Soluzione moralmente discutibile, perché legittima un atto di violenza su animali inermi e incapaci di difendersi, allevati come passione e dedizione. La decisione di non corrispondere risarcimenti ai proprietari colpevoli di non proteggere adeguatamente le greggi non convince: giusto il proposito di incentivare un maggiore impegno nelle attività di custodia e prevenzione, ma alla fine si arriva alla stabulazione forzata e ai recinti elettrificati. Il risultato è la mortificazione di capre e pecore, erbivori abituati a vivere sulle creste, gioiosamente liberi tra terra e cielo, e non già in corti simili a colonie penali.

In Trentino le autorità sconsigliano di inoltrarsi in territori in cui è stata segnalata la presenza dell’orso. Da noi il plantigrado non è ancora arrivato, ma potrebbe. Intanto dobbiamo fare i conti con il lupo, che è tra noi e intende rimanerci, difeso dal legislatore sebbene non sia un animale da reddito ma un predatore crudele. La fiaba esopica del lupo e dell’agnello, metafora del forte contro il debole, della prepotenza contro la mansuetudine, è diventata realtà, con all’orizzonte la progressiva sparizione dell’economia alpestre.

L’autore, figlio di contadini di montagna, è stato in gioventù pastore in val Piora

Scritto per laRegione
Nell’immagine: un lupo “catturato” in Ticino da una fototrappola


L’etica perduta

Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili 

Tra i tarli che rodono lo zoccolo della democrazia c’è l’astensionismo. Una disaffezione che sgorga da più stati d’animo: noncuranza per la cosa pubblica, amarezze personali, disgusto per determinati comportamenti, rassegnazione (tanto non cambia nulla) e altri sentimenti meno nobili. E tuttavia è opinione condivisa che la democrazia vada salvata, come pure la rete delle associazioni – con in prima fila i partiti – che ne garantiscono il funzionamento, nel quadro normativo garantito dalla Costituzione.

Rianimarla e rinvigorirla non è però operazione agevole. In primo luogo occorre formulare una diagnosi corretta, prendendo sul serio anche le voci critiche più radicali, anche quelle che vorrebbero affossarla per instaurare un regime da «uomo (o donna) forte». 

Limitiamoci al nostro cantone, un’aiuola che già offre una casistica ricca e variegata. Sono sotto gli occhi di tutti gli episodi che hanno riguardato un’istituzione plurisecolare come la Chiesa. Casi gravi che hanno traumatizzato fanciulli e rovinato rapporti, violenze commesse da educatori (presbiteri) di cui le famiglie e la scuola si fidavano, proprio in virtù della delicata missione che svolgevano come depositari di moralità, di buon costume, di civismo. Secondo caso: la faida che sta lacerando la magistratura cantonale. Anche qui siamo di fronte ad un potere (quello giudiziario, nella tripartizione di Montesquieu) che dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto e di ogni malsana ambizione, istanza superiore in cui il cittadino vittima di reati ripone le sue speranze di giustizia. 

Chiesa e Magistratura: due santuari che in altri tempi garantivano serietà, credibilità e una moralità indiscussa. Oggi il cittadino le osserva con occhio disincantato e freddo, domandandosi se questo cedimento etico rappresenti l’anticamera di una corsa verso il nulla, verso la liquefazione dei princìpi che finora avevano orientato l’azione di entrambe le istituzioni.

Pure i partiti, questi architravi dell’ordinamento repubblicano, che come abbiamo detto reggono l’impalcatura della democrazia, non godono di buona salute. Sia a destra che a sinistra. A destra con la Lega, un partito-movimento nato per rivoltare il Ticino come un calzino e che ora si ritrova invischiato in faccende losche e opache; a sinistra, con un Partito socialista che, ancora alle prese con gli strascichi imbarazzanti del funzionario B, vede nuovamente un suo esponente di spicco, il presidente del Tribunale penale Mauro Ermani, al centro di atti sessisti, non propriamente rubricabili come «goliardate» (e per di più compiuti nelle stanze del Palazzo di giustizia).  C’è un tratto comune: sesso & potere, una coppia che cammina di pari passo. Potere soprattutto maschile, che pretende di esercitare la sua forza sui soggetti che non possono difendersi: i minorenni, i subalterni, le donne. 

Quanta influenza esercitano i canali sociali su questo progressivo degrado della sfera pubblica? Sicuramente parecchia, sebbene sia difficile quantificarla. La Rete tende ad abolire ogni separazione tra pubblico e privato, invadendo capillarmente sia il momento lavorativo che il tempo libero. Un’opinione o una fotografia immessa nel Web prende a circolare alla velocità di un lampo, rendendo vano ogni tentativo di arrestarla. La Rete è uno spazio affascinante per le opportunità che offre, ma è anche uno stagno che raccoglie negli strati più profondi gli scoli di menti criminali o perverse. Rischio che finalmente viene ora riconosciuto e che si tenta di arginare, specie nel campo della pornografia, un’industria di largo successo. Ma è una battaglia solo agli inizi contro un «nemico» subdolo e sfuggevole, non facile da identificare e da perseguire: un’impresa che gli esperti paragonano alle fatiche di Sisifo. 

Potremmo cavarcela condannando i tempi moderni, epoca di nichilismo, di moralità perduta, di eclisse dei valori più autentici. Posizione comprensibile, ma è una «deprecatio temporum» che non porta molto lontano. Qui, per ora, basterebbe un briciolo di buon senso e di correttezza, una ripresa della deontologia professionale, un recupero dei codici morali fondamentali. Mentre ai partiti che hanno perso la bussola consigliamo di riprendere in mano la formazione/selezione del loro personale politico, di riaprire il baule in cui conservano quel poco che resta della loro cultura politica, e di espellere dai ranghi chi interpreta la carica politica come un’agenzia privata di affari. 

Scritto per laRegione
Nell’immagine: il baule della cultura politica sembra ben chiuso


Il ratto d’Europa (di nuovo)

Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili 

Tarlo esistenziale: e se il Parlamento europeo virasse a destra, come molti sondaggi prevedono, il prossimo 9 giugno, avrà ancora un futuro il progetto comunitario? La questione è generale e particolare. Generale perché in tal caso il cammino dell’Ue subirebbe una battuta d’arresto rispetto ai cantieri aperti nell’ultimo quinquennio; particolare perché anche nelle cerchie filo-europee elvetiche – che pur esistono, sebbene in posizione minoritaria – verrebbe meno quel poco di fiducia che ancora sopravvive qua e là nell’opinione pubblica e in qualche testata giornalistica. Insomma, la simpatia nei confronti di un’assise dominata dalle forze nazional-conservatrici che a giorni alterni amoreggiano con l’ultradestra è destinata a svanire anche nello schieramento progressista svizzero. Per la prima volta gli europeisti volterebbero le spalle ad una costruzione (Parlamento di Strasburgo e Commissione di Bruxelles) che finora hanno sempre sostenuto nonostante errori, silenzi, ritardi e riforme mancate. Ritrovandosi così, loro malgrado, fra le folte schiere di coloro che l’Ue l’hanno sempre combattuta (vedi Udc di Blocher e alleati vari). 

I partiti politici che fin qui hanno garantito all’Ue maggioranze più o meno solide – popolari, socialdemocratici e liberali – sono in declino in tutti i paesi dell’Unione. In Germania, per dire, la Spd del cancelliere Scholz è precipitata nelle preferenze di voto al quarto posto, dopo i democristiani della Cdu/Csu, i Verdi e la formazione neonazista dell’AfD (Alternative für Deutschland). L’AfD spopola soprattutto nei Länder dell’ex Ddr, e questo dato la dice lunga su cosa sia maturato nei territori un tempo vassalli del Cremlino. Anzi, si può dire che il nazionalismo sia rinato in tutto l’ex blocco orientale comunista, e in forme particolarmente aggressive e razziste, come ha documentato Tonia Mastrobuoni nella sua indagine pubblicata da Mondadori sotto il titolo «L’erosione. Come i sovranismi stanno spazzando via la democrazia in Europa». 

La situazione non è migliore in Francia e in Italia. Anche qui la destra è in marcia, cavalcando ogni manifestazione di malcontento, non importa se interna o esterna: l’afflusso e la gestione dei migranti, i bassi salari e la caduta del potere d’acquisto, la pletora delle regole, la transizione ecologica, la sicurezza energetica, i diritti civili… L’Unione è l’imputata ideale giacché tutti le possono rivolgere le più diverse accuse: inefficienza, costi stratosferici, elefantiasi burocratica, ingerenze eccessive negli affari delle singole nazioni… Di qui la parola d’ordine che sembra raccogliere un buon numero di consensi: meno Europa, più Stati nazionali, il che si traduce in una netta inversione di tendenza rispetto alla rotta seguita sinora.

Narra il mito che all’origine del nostro continente vi fu un rapimento: quello compiuto da Zeus (Giove) a danno di Europa, la figlia del re dei fenici. Zeus, per rapire la fanciulla, assunse le sembianze di un toro bianco, che se la mise in groppa per poi attraversare il mare fino all’isola di Creta. Ebbene, dopo il 9 giugno Zeus potrebbe ritrovarsi nelle fogge di un gambero, lento e impacciato, e svuotato delle ambizioni ereditate dai padri fondatori. Se questo avvenisse, vedremmo spuntare nella storicamente recalcitrante terra elvetica un nuovo fronte anti-Ue dopo quello costituito dall’Udc alla vigilia della bocciatura dello Spazio economico europeo (6 dicembre 1992). Anzi, se le urne dovessero confermare le previsioni, potremmo assistere al paradosso di una destra meglio disposta verso i «vampireschi funzionari» di Bruxelles di una sinistra che non riconosce più all’Unione quella capacità progettuale, quelle conquiste sociali e civili che per decenni hanno nutrito le sue speranze. Una disillusione, un amaro risveglio dal «sogno europeo» (Jeremy Rifkin) che finirebbe per infoltire le già numerose falangi degli euroscettici. Certo, nulla vieta di immaginare «un’Europa diversa» o «un’altra Europa è possibile», svincolata dall’Unione realmente esistente. Ma si tratta appunto di una visione, nobile e pura ma ininfluente sul piano delle politiche perseguite dalle istituzioni europee.

Nell’immagine: il rapimento di Europa in un mosaico del III secolo (Museo Nazionale di Beirut)

    


Moniti storici per il presente

Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili 

Nell’arena politica anche la storia diventa materia di scontro. Come sosteneva Orwell, controllare il passato vuol dire controllare il presente e quindi porre le basi dell’egemonia, dall’informazione (stampa, radio, televisioni, canali sociali, fondazioni culturali) alle scuole di ogni ordine e grado. In Italia la destra al potere non esita a detronizzare i dirigenti che appartengono al campo avverso, o che semplicemente non manifestano simpatie per questo o quel partito. Ma il passato è coriaceo, non tollera il rovesciamento dei fatti e delle responsabilità accertate dalle testimonianze e dall’ingente archivio delle fonti.

Di qui il continuo tentativo di riscrivere determinati episodi ricorrendo a perifrasi (v. l’uso di libertà al posto di Liberazione), oppure minimizzando il contributo dei repubblichini alle stragi naziste. Ogni fase che ha segnato il ventennio mussoliniano subisce una ripulitura semantica, che si tratti della marcia su Roma, la Resistenza, il 25 aprile. Vedremo tra qualche settimana (la data è il 10 giugno) come verrà ricordato dal governo il delitto Matteotti: non siamo sicuri che gli eredi del neofascismo si aggregheranno alle commemorazioni.

Come detto, la tecnica più efficace consiste nell’occupare in modo sistematico i centri nevralgici. Di qui passa il flusso informativo che permette di orientare umori e preferenze della cittadinanza. La strategia è tanto più efficace quanto più la società è disgregata, frammentata, sfiduciata nei confronti del sistema dei partiti. Anche verso quelle formazioni che un tempo garantivano un collante robusto, fatto di programmi e valori difesi da gente onesta. Un pur breve sguardo alla progressiva ascesa del fenomeno fascista all’indomani della Grande Guerra del 14-18 permette di comprendere come le istituzioni dell’Italia liberale siano precipitate anno dopo anno nel gorgo dell’intimidazione e della violenza.

Il caso Salvemini

Nella scuola il primo passo verso la «normalizzazione» dei rapporti tra corpo docente e autorità avviene del dicembre del 1925, tramite il decreto legge in cui si dispone l’esonero dal servizio di tutti i funzionari statali (e dunque anche degli insegnanti) «che non diano per ragioni di manifestazioni compiute in ufficio o fuori d’ufficio piena garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si ponessero in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del governo». La più illustre vittima di questo decreto sarà lo storico Gaetano Salvemini, che già qualche mese prima aveva scelto di auto-esiliarsi a Londra. Nella lettera in cui comunicava al rettore dell’Università di Firenze la sua rinuncia alla cattedra, Salvemini osservava: «Signor Rettore, la dittatura fascista ha soppresso, ormai, completamente, nel nostro paese, quelle condizioni di libertà, mancando le quali l’insegnamento della Storia – quale io lo intendo – perde ogni dignità, perché deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e ridursi a servile adulazione del partito dominante, oppure a mere esercitazioni erudite, estranee alla coscienza morale del maestro e degli alunni».

Nel 1928 Salvemini avrebbe dovuto far tappa in Ticino per un ciclo di conferenze, dietro invito delle cerchie antifasciste, ma le autorità federali (Motta) e cantonali (Cattori) opposero il veto per non guastare le relazioni con l’Italia. In una lettera inviata ai giornali, uno dei protagonisti della vicenda, lo scrittore Francesco Chiesa, motivò la decisione con queste parole: «Mi sono rifiutato a invitare Gaetano Salvemini, non certo perché io disconosca il suo valore scientifico, ma perché non credo opportuno che la nostra scuola inviti una persona la quale, fuori di patria, ha assunto un atteggiamento così aperto di battaglia contro il Governo del suo paese. Governo che indipendentemente da ogni consenso o dissenso dottrinale, rappresenta per noi l’Italia».

Il giuramento del 1931

Il secondo giro di vite interviene nell’ottobre del 1931. Il regime impone a tutti i professori attivi negli atenei italiani di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele III e al Duce. La formula è la seguente: «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante ed adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concilii con i doveri del mio ufficio». Aderiscono oltre milleduecento docenti, solo dodici rifiutano la firma. Le conseguenze sulle carriere accademiche degli oppositori, come pure sul destino dei loro familiari, saranno pesanti.

Per la difesa della razza

La terza discriminazione, la più nota e probabilmente la più infame, sopraggiunge nel novembre del 1938 e porta il titolo «Provvedimenti per la difesa della razza italiana», 29 articoli in cui i legislatori (sempre il Re e Mussolini) escludono dal consorzio umano tutti gli ebrei e i loro figli, anche coloro che sette anni prima avevano prestato giuramento.

Il Corriere della Sera, nell’edizione dell’11 novembre 1938, riporta la misura in prima pagina a caratteri cubitali: «Le leggi per la difesa della razza approvate dal Consiglio dei ministri». Seguiva una sintesi degli articoli: «I matrimoni misti sono proibiti – La definizione di “ebreo”, le discriminazioni e l’annotazione allo Stato Civile – L’esclusione dagli impieghi statali, parastatali e di interesse pubblico – Le norme concernenti le scuole elementari e medie e gli insegnanti». Danno man forte, sulla base di una presunta scientificità, i cattedratici fieramente razzisti, con notazioni quali «la popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana». E ancora «Esiste ormai una pura “razza italiana”». Farneticazioni, certo, ma che gettarono nella miseria più nera l’intera comunità ebraica presente nella penisola da secoli.

Il lettore, giunto a questo punto, si chiederà se l’attuale destra italiana non sia tentata dall’imboccare strade scivolose, prossime alle «democrature» dell’Est. Noi non vogliamo crederlo. Gli antidoti, benché infiacchiti da un’opposizione spesso scombinata e litigiosa, conservano ancora il loro principio attivo. Tuttavia è meglio stare all’erta, come i casi sopra elencati insegnano.

Scritto per laRegione


Distrazione e stordimento

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Domanda: che cos’è la politica? Risposta: è l’arte dell’intorbidare le acque. Di creare confusione manipolando parole e svuotando concetti, con l’obiettivo di tramortire i cittadini-spettatori-lettori. I quali, alla fine, non sapranno più distinguere il vero dal falso. Siamo ben oltre il «troncare sopire» di manzoniana memoria. Sospinti in un mare di nebbia, vagolano privi d’orientamento, tranne le tifoserie fedeli al leader di turno, aizzate da testate che se ne infischiano dei codici di deontologia professionale. Sciolgono i cani a comando per annientare o ridicolizzare l’avversario ridotto a nemico. I pochi che ancora acquistano e leggono i quotidiani assistono ogni giorno ad una specie di guerra civile combattuta con la penna intinta nel fiele.

Ciò che è accaduto ad Antonio Scurati lascia allibiti. Il suo monologo censurato dalla Rai è rimbalzato nell’opinione pubblica avvolto in accuse, contro-accuse, mezze-verità (o mezze falsità), allo scopo di non far ricadere sull’azienda, e in ultima istanza sul governo che la sta occupando, la responsabilità dell’intervento censorio. Insomma, la colpa è di Scurati stesso, scrittore e divulgatore in cerca di pubblicità, autore fors’anche avido, intellettuale antifascista ovviamente «di sinistra», e questo è probabilmente, nell’Italia odierna, il capo d’imputazione più grave.

Impossibile non provare sconcerto di fronte a queste dispute; sconcerto e delusione per la piega che il dibattito politico-culturale ha assunto negli ultimi anni, con una curvatura autoritaria da quando al governo è giunta una figlia della tradizione neofascista. Dov’è finita la Rai come spazio di innovazione e di sperimentazione intellettuale? La Rai 3 diretta da Angelo Guglielmi, per intenderci, e poi, risalendo gli anni, l’azienda in cui operavano figure come Umberto Eco, Gianni Vattimo, Beniamino Placido?

Conosciamo l’eziologia: l’occupazione della Rai da parte dei partiti che, ad ogni tornata elettorale e sulla base dei consensi ottenuti, avanzano pretese sull’organigramma e sui palinsesti. Una spartizione degli incarichi – definita nel cosiddetto «manuale Cencelli» – che finora nessuno ha saputo o voluto estirpare, nonostante le assicurazioni contrarie. Riguarda la Rai come anche il vasto mondo delle società statali e parastatali. Questa prassi ha fatto – e continua a fare – numerose vittime. La principale è senz’altro la qualità dell’informazione, sacrificata sull’altare degli interessi partigiani; un’altra vittima è la messa al bando delle opinioni dissonanti che non portano al collo la medaglietta di partiti, associazioni, camarille. Chi rappresenta solo sé stesso non troverà mai posto nei salotti televisivi, anche se ha prodotto un’opera importante.

Tutto questo danneggia il patrimonio culturale italiano e la sua irradiazione oltre il perimetro nazionale, nella multiforme area italofona che segue i programmi provenienti dalla penisola. Si vorrebbe poter beneficiare di un’informazione meno schierata, generata e diffusa da giornalisti e non da gladiatori: si vorrebbe meno chiacchiericcio e più competenza; meno urla e più ragionamento. Si vorrebbe… ma probabilmente è solo una pia illusione, dentro un’offensiva mediatica che sta colonizzando sempre più le nostre vite e il nostro immaginario. Con grave danno per la salute democratica di tutta la collettività.

Articolo pubblicato da laRegione


Fratture sociali e spaziali

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«Tutto aumenta, signora mia…», avrebbe esclamato Alberto Arbasino. Luce, gas, nafta, tasse varie, abbonamenti, balzelli inattesi, il lungo corteo delle assicurazioni… Sono numerosi i fattori che concorrono a questo generale rincaro, dalla speculazione interna all’andamento dei mercati mondiali, dai costi crescenti nel settore sanitario alla raffica di offerte di servizi nel campo della telefonia mobile e dell’intrattenimento televisivo (consumi indotti). Di fronte a questa ondata, spesso imperscrutabile da parte degli utenti, i cittadini hanno accolto un’iniziativa, quella sulla 13esima AVS, che in altri tempi sarebbe stata bocciata (com’era già accaduto nel 2016 con AVSPlus). Risultato storico, si è detto, e a ragione, perché finora ogni tentativo sorretto da un robusto afflato sociale non ha mai superato la prova delle urne: settimana lavorativa di quarant’ore, salari equi, sei settimane di vacanze per tutti, pensionamento flessibile… La strada della socialità elvetica è costellata di sconfitte, di ritardi, di rinvii a tempi migliori (che non arrivano mai). Ma per fortuna le nuove generazioni trovano la forza per superare lo scoramento e di riprendere in mano la questione.

Certo, da sola la sinistra non riesce a spuntarla, sul piano elettorale la sua forza è nettamente inferiore a quella di centro-destra. Ma questa volta governo e parlamento hanno sbagliato i calcoli. O meglio: pensavano di liquidare l’iniziativa senza troppi fastidi come nel 2016, facendo leva sullo spettro del dissesto finanziario. Ma sotto sotto il pensiero era un altro: che i ceti popolari dovessero accontentarsi di quello che passava il convento, senza un centesimo di più. La sicumera (parente stretta della protervia) era talmente radicata da rendere superfluo perfino un controprogetto. Tutto doveva restare com’era, come gli ordini durante l’antico regime: «bellatores, laboratores, oratores…». 

Subito è esplosa la battaglia sul finanziamento, con accenti intimidatori. Dove prendere i soldi? Le associazioni padronali hanno già escluso le fonti consuete, come il prelievo sui salari, l’aumento dell’Imposta sul valore aggiunto (Iva), una maggiore tassazione degli alti redditi. La destra sociale (Lega) vorrebbe rastrellare i denari che oggi la Confederazione versa ai rifugiati e alle organizzazioni umanitarie operanti nel Terzo Mondo. Ovvero: aiutare i penultimi (i nostri vecchi bisognosi) aggravando la condizione degli ultimi (i poveracci in attesa di asilo). La contesa ha il sapore della rivalsa, benché non si profili nessuna «punizione» per le classi abbienti, come voleva anni fa uno slogan dell’estrema sinistra italiana: «anche i ricchi piangano». Qui, semmai, a piangere saranno soltanto lo spirito di collaborazione e le politiche redistributive in un’ottica di riduzione delle disparità sociali (una via che il neoliberismo elvetico aborre).

Alla disuguaglianza sociale va aggiunta quella tra le regioni. Il voto favorevole è giunto dai cantoni maggiormente sofferenti, come il Ticino (70,9%) e il Giura (82,5). Il ricco e poco solidale Zugo l’ha invece respinta (58%). Ma oltre agli aspetti sociali, sicuramente decisivi, c’è anche da considerare l’eredità storica e religiosa. Sui sette cantoni che nella prima metà dell’Ottocento dettero vita alla Lega separata (Sonderbund), ben cinque hanno rigettato l’iniziativa. Sono i cantoni «primitivi» cattolici di Lucerna, Uri, Svitto, Obvaldo-Nidvaldo e Zugo. Friburgo e Vallese, cantoni bilingui e quindi maggiormente gravitanti nell’orbita romanda, l’hanno invece approvata. Colpisce inoltre la distanza che separa il Giura (82,5 di sì) dall’Appenzello interno (68,5 di no). Se volessimo rimanere su questi dati, parrebbe davvero arduo immaginare una volontà riconciliativa sotto il manto di Helvetia… [qui tutti i dati]

Che il confronto politico si sia incattivito, è evidente, così come l’asprezza dei toni. Probabilmente è venuta meno l’opera di mediazione delle società civiche che in passato promuovevano il dialogo tra le classi sociali e tra le regioni linguistiche. Sottrarre ruolo e finanziamento a questi luoghi di dibattito non è stata una buona idea. Speriamo che i politici più avveduti se ne siano accorti e che provvedano presto a ricostruirli, per il bene di tutti.


La guerra di Israele e noi

Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili 

L’odio per l’ebreo ha radici remote. Accompagna gli snodi critici e le fratture sociali fin dall’antichità: guerre, epidemie, dissidi religiosi, calamità inspiegabili, recessioni economiche rovinose. L’ebreo diventa ogni volta il capro espiatorio ideale, l’ombra diabolica su cui scaricare cause e responsabilità. Il giudeo rappresenta il diverso da confinare nei ghetti; è per natura avido, profanatore di ostie, fomentatore di disordini, orditore di complotti, avvelenatore di pozzi e sorgenti. Per il nazismo era l’insetto nocivo da estirpare («ausrotten»), per il fascismo un essere «asocievole per costituzione intrinseca». La rivista la Difesa della razza diretta da Telesio Interlandi non esita a farsi soccorrere da Dante: «Sempre la confusion delle persone/ principio fu del mal della cittade». 

Ha nemici ovunque e in ogni ambiente, dal commercio alle banche, dalla politica all’esercito (il caso Alfred Dreyfus, il capitano alsaziano accusato di alto tradimento). Agli occhi di Hitler ebraismo e marxismo camminano mano nella mano («giudeo=bolscevico»), ma l’antisemitismo è presente anche in larghi strati del movimento operaio e sindacale, come incarnazione del grande capitale e della sete di denaro. Il saggista Gadi Luzzatto Voghera, in un suo volumetto pubblicato da Einaudi nel 2007, non ha esitato a parlare di «antisemitismo a sinistra». Talvolta genera cortocircuiti totali, come ben vide Carlo Cattaneo nelle sue Interdizioni israelitiche (1835): «i nostri avi condannavano l’Ebreo a vivere di usura e baratti; e poi lo maledicevano come usurajo e barattiere».

La Svizzera moderna non ha conosciuto la violenza dei «pogrom» e le deportazioni sistematiche attuate dai regimi totalitari. Non per questo la sua politica è stata esemplare nel favorire l’emancipazione delle comunità ebraica, sia in campo civile che religioso. La Costituzione del 1848 non concedeva agli ebrei né la libertà di domicilio, né l’esercizio libero del culto. Solo lentamente, e fra mille titubanze, il legislatore riconobbe tali diritti nella seconda metà dell’Ottocento. Forse non è del tutto casuale che la prima iniziativa votata dal popolo nel 1893 riguardasse una questione collegata ad una pratica semitica, ovvero la macellazione rituale. L’iniziativa, promossa dalla società per la protezione degli animali, dichiarava illecita la recisione della vena giugulare dell’animale («sgozzamento») che non fosse stato preventivamente stordito. La norma, accolta e inserita nella Costituzione federale, non fu approvata dai (pochissimi) cittadini ticinesi che si recarono alle urne. Disinteresse, indifferenza? Gazzetta Ticinese fece sua quest’ultima ipotesi a commento dei risultati: «quali poi siano le conseguenze materiali di questo voto, noi crediamo che sian tali da non farci troppo impensierire, specialmente se sincere erano le proteste delle società protettrici degli animali di esser mosse soltanto da un sentimento umanitario. Ma ben altrimenti gravi sarebbero se la votazione di domenica segnasse un primo passo in una lotta antisemita, in una lotta tra razze, il che non vogliamo credere». Non subito, ma qualche decennio dopo quel presentimento formulato sulle pagine del giornale sarebbe riemerso nella propaganda dell’ultradestra nazionalista («frontismo») e tra i ranghi della ticinese Lega nazionale. A conferma che il veleno che si era insinuato nelle pieghe della società, della politica e dell’informazione non aveva incontrato sufficienti antidoti.

L’antisemitismo che ora sta rialzando la testa non rappresenta quindi una sorpresa; riaffiora non in modo plateale, come un rigurgito di neo-razzismo, ma attraverso episodi di insofferenza e di iniziative dissennate, com’è successo recentemente a Davos. Sta di fatto che lo Stato di Israele non può più contare, come sempre è accaduto nelle democrazie occidentali dal 1948, su un appoggio incondizionato (perfino l’amministrazione americana ha invitato alla moderazione). Certo, guai a cadere nella trappola della generalizzazione. Il mondo ebraico è multiforme e diviso al suo interno. L’attuale classe dirigente è contestata da buona parte dell’opinione pubblica del paese, che non vede l’ora di destituirla. La scelta di affidare la soluzione solo alle armi ha aperto una voragine di orrori, nell’illusione che una volta svanita la polvere dal campo di battaglia potesse nascere una nuova era di pace e concordia. Sappiamo tutti che non sarà così, che l’odio rimarrà conficcato nelle menti per generazioni, pronto a riesplodere alla prima occasione. Ai crimini di Hamas del 7 ottobre è seguita una risposta-vendetta che ha raso al suolo un’intera regione, lasciando sul terreno migliaia di vittime innocenti. Il governo israeliano vincerà militarmente, ma non moralmente. Questa volta il premier Netanyahu ha dissipato il capitale di simpatie faticosamente accumulato nel secondo dopoguerra. 

Articolo pubblicato da “La Regione”
Nell’immagine: Ebrei condannati al rogo, accusati di aver diffuso la peste tramite l’avvelenamento dei pozzi. Stampa tedesca del XV secolo 


Un rivoluzionario esule modello in Svizzera

Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili 

Zurigo, lunedì di Pasqua del 1917. L’Europa è in guerra dall’agosto del 1914. In quel giorno festivo, alcuni cittadini assistono al passaggio di una stravagante comitiva, lungo un itinerario che dal ristorante «Zähringerhof» porta alla stazione principale. Sono uomini e donne, circa trenta, appesantiti da valigie, ceste e pastrani di varia foggia: sono immigrati russi, esuli e fuorusciti, e sono guidati dal bolscevico Wladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin. Il gruppo si appresta a rientrare in Russia attraverso la Germania, la Svezia e il Granducato di Finlandia. Destinazione finale: Pietrogrado. Quel lungo e disagiato viaggio, propiziato dai servizi segreti tedeschi, ha cambiato, come sappiamo, il corso della storia, e non soltanto quello dell’immensa Russia. Oggetto di ricostruzioni varie, spesso fantasiose, quel rientro nella «carrozza piombata» è diventato leggenda, mito fondativo del comunismo sovietico. 

Il giovane e ribelle Ul’janov era giunto a Ginevra già nel 1895 per sottrarsi alla cattura ordinata dalla polizia zarista. In Svizzera soggiornerà più volte, nella città di Calvino come anche a Berna e Zurigo, per una durata complessiva di oltre sei anni. Lo storico Emilio Gentile ha immaginato un possibile incontro tra Lenin e Mussolini in qualche fumosa locanda ginevrina, tra il 1902 e il 1904: eventualità che si sarebbe anche potuta verificare, vista la presenza in città in quel giro d’anni dell’agitatore socialista romagnolo. 

Willi Gautschi, che dei soggiorni svizzeri di Lenin si è occupato in un ampio saggio pubblicato nel 1973 e quasi sempre ignorato dalla storiografia internazionale (Lenin als Emigrant in der Schweiz), sostiene che l’influenza del bolscevico sul movimento operaio e sindacale elvetico fu trascurabile. Assorbito dalle furiose dispute interne che allora laceravano la colonia russa, molto numerosa e litigiosa, Lenin profuse le sue energie intellettuali nell’organizzazione del partito rivoluzionario. Frutto di quelle riflessioni fu un saggio ritenuto fondamentale nel processo formativo di Lenin, il Che fare? pubblicato nel 1902, pugnace piattaforma ideologica del bolscevismo. A giudizio dello slavista Vittorio Strada, che nel 1971 curò un’edizione commentata per l’editore Einaudi, nessun altro libro politico del Novecento aveva «aperto un così vasto e durevole cammino nella storia, trasformando le proprie costruzioni teoriche in azione e in realtà tuttora ricche d’avvenire».

A differenza di Mussolini, più volte incarcerato ed espulso da un cantone all’altro, Lenin visse appartato e senza creare fastidi alle autorità di polizia elvetica. Gautschi, nella monografia citata, parla di un comportamento improntato all’estrema correttezza: «mai qui visse sotto falso nome, come invece gli accadde di fare in Germania e in Inghilterra, ma si fece sempre registrare presso il controllo abitanti come Wladimir Ul’janov».

Anche il suo atto più politico e radicale nel nostro paese, ossia la partecipazione alle conferenze segrete di Zimmerwald (1915) e Kiental (1916) indette dal socialdemocratico Robert Grimm per rianimare lo schieramento contrario alla guerra, non ebbe conseguenze d’ordine pubblico. In quelle riunioni Lenin propose al prostrato movimento operaio europeo di trasformare la guerra imperialista in guerra civile, ma rimase in minoranza. «Non siamo pacifisti», scrisse poi nella lettera tramite la quale si accommiatava dagli operai svizzeri: «siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell’interesse del socialismo». 

Nel 1917 la rivoluzione di febbraio con la successiva formazione di un governo capeggiato da Aleksandr Kerenskij ebbe l’effetto di un lampo al magnesio, e non solo per la comunità russa in esilio. Anche la Germania comprese che l’occasione era propizia per chiudere il fronte orientale, e riversare così le proprie truppe nel teatro bellico francese. Lenin avrebbe potuto incrementare il caos e sparigliare le carte: di qui l’idea di riportarlo in patria in un convoglio sorvegliato, senza immaginare che quel trasferimento avrebbe innescato una reazione a catena inusitata. 

Ci si può chiedere in che misura Lenin s’interessò alle faccende elvetiche, alla storia del paese, alla capacità di mobilitazione del movimento operaio nei vari cantoni. Dalle testimonianze raccolte dai compagni socialisti, tra cui il futuro Consigliere federale Ernst Nobs, sembra che ammirasse l’architettura costituzionale della Svizzera e le soluzioni adottate per favorire la coesistenza pacifica tra le stirpi e i gruppi linguistici. Conosceva anche il percorso del movimento liberale («Freisinn») e le azioni di forza che lo avevano condotto al potere: «ancora nel 1890, dunque molto dopo il 1848, il partito liberale ha preso le armi, assassinato un Consigliere di Stato [il cattolico-conservatore Luigi Rossi, ndr] e rovesciato in Ticino il governo conservatore. Politici liberali e futuri Consiglieri federali hanno assunto le difese degli imputati e riconosciuto loro il diritto alla rivoluzione. I vostri tribunali hanno assolto qui, nel municipio di Zurigo, i rivoluzionari ticinesi liberali. Cose simili possono capitare solo in Svizzera».

L’eco delle iniziative leniniane rimase comunque confinato nella ristretta cerchia dei seguaci. Lenin non voleva correre rischi, l’arresto o l’espulsione. Dopo i raduni di Zimmerwald e Kiental, ove aveva cercato di provocare la spaccatura tra i socialpatrioti (maggioritari) e la sinistra radicale, il suo interesse per il paese che l’aveva accolto venne meno. Altre erano ora le urgenze che eccitavano la sua mente. La moglie Nadežda Krupskaja avrebbe poi smentito i militanti che avevano idealizzato il ruolo del coniuge nell’orientare la strategia dei socialisti svizzeri, sospingendoli magari nelle braccia del bolscevismo: «in Svizzera non esisteva una forte classe operaia, più che altro è un paese con molte stazioni termali, un piccolo Stato che si nutre delle briciole che le grandi potenze capitalistiche lasciano cadere dal tavolo…». 

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: l’arrivo di Lenin a Pietrogrado, sul treno proveniente dalla Svizzera


Bobbio riletto su guerra e pace

Tira una brutta aria, il Consiglio di Stato (ma non solo) sembra privo di energia e povero di iniziative; ma cerchiamo di capire i motivi di diversi problemi ticinesi irrisolti, e anche irrisolvibili 

Vale la pena, in questi tempi calamitosi, di riprendere in mano gli scritti che Bobbio ha dedicato al «problema della guerra e le vie della pace» (titolo di una sua raccolta di saggi edita dal Mulino nel 1979). E questo perché quanto sta succedendo in Ucraina e nella striscia di Gaza non smette di interrogarci sulle ragioni e la legittimità di queste due catastrofi militari e umanitarie. Altri conflitti sono in corso nel mondo, ma non arrivano sui nostri teleschermi e non indignano l’opinione pubblica occidentale. 

Bobbio si dedicò alla questione fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, sull’onda delle discussioni che accompagnavano la corsa agli armamenti e lo sviluppo dell’arma nucleare. In quella fase il professore torinese ritenne che la questione della «guerra giusta» (giusta perché difensiva) non fosse più all’ordine del giorno, poiché la bomba atomica, qualora fosse stata impiegata dall’una o dall’altra parte, avrebbe comportato la distruzione immediata di entrambi i contendenti: «La guerra atomica annulla la distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, perché rende impossibile uno dei due termini: la guerra di legittima difesa. La guerra atomica sembra non ammettere che un solo tipo di guerra: quella del primo attaccante» (1962).

L’«equilibrio del terrore», instabile ma efficace sul piano delle relazioni tra le due superpotenze (Stati Uniti e Unione Sovietica), di fatto riuscì ad impedire lo scoppio di una nuova guerra mondiale, la terza, in base alla formula «pace impossibile, guerra improbabile». Ma dopo il crollo del muro di Berlino le coordinate mutarono, soprattutto all’indomani dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq guidato da Saddam Hussein (agosto 1990). In base al diritto internazionale l’occupazione del piccolo Stato nel Golfo persico rientrava nella casistica della guerra d’aggressione e quindi come tale sanzionabile militarmente. Bobbio aderì ai provvedimenti decisi dalle Nazioni Unite, avendo però cura, com’era suo costume, di porre alcune condizioni: «I problemi sono due: se la guerra sia giusta e, se oltre che giusta, sia efficace. Per quanto riguarda il primo problema la risposta è indubbia: è una guerra giusta perché è fondata su un principio fondamentale del diritto internazionale che è quello che giustifica la legittima difesa. Per quello che riguarda invece il secondo punto, l’efficacia, bisogna tenere conto di alcune condizioni: la guerra sarà efficace innanzi tutto se è vincente; in secondo luogo, se è rapida rispetto al tempo e se è limitata nello spazio, nel senso che sia ristretta al teatro di guerra dell’Iraq».

Queste dichiarazioni, espresse da un filosofo considerato fino a quel momento un pacifista a tutto tondo, sconcertarono la comunità scientifica: molti colleghi ed ex allievi – tra cui Danilo Zolo, Marco Revelli, Luigi Ferrajoli, Domenico Losurdo – non tardarono a manifestargli il loro dissenso attraverso lettere e appelli accorati. Obiezioni («per principio non esistono guerre giuste») che tuttavia non indussero il maestro a recedere dalle sue posizioni. «Mi ha addolorato il dissenso sul caso specifico, il giudizio sulla guerra del Golfo, che per me è da considerare una guerra giusta, anzi un caso esemplare di guerra giusta, nel senso che viene dato a questo termine nel diritto, nel senso cioè che è giusta la guerra che, pur sempre come extrema ratio, ma in questo caso l’extrema ratio era evidente, si oppone a una guerra d’aggressione, in base al principio, che è morale ancor prima che giuridico, valido tanto nel diritto interno quanto nel diritto internazionale, secondo cui l’uso della forza è sempre illecito salvo nel caso in cui la forza è impiegata per rispondere alla forza altrui». 

Compiuto questo passo, inevitabile secondo Bobbio, occorreva ragionare sulle conseguenze: «I governanti non possono attenersi all’etica delle buone intenzioni e dire: la ragione è dalla nostra, quindi siamo liberi di agire. Devono anche obbedire all’etica della responsabilità, valutare le conseguenze delle proprie azioni. Ed essere pronti a rinunciarvi, se queste azioni rischiassero di produrre un male peggiore di quello che si vuole combattere. La riparazione del torto non deve diventare un massacro». Un ragionamento analogo a quello svolto nelle stesse settimane da Jürgen Habermas: «In primo luogo la controversia riguarda la proporzionalità nella condotta di una guerra che già da ora, come si deve ammettere, è causa di migliaia di morti innocenti e di feriti inadeguatamente assistiti. Il Comitato internazionale della Croce Rossa, in una dichiarazione pubblica, si richiama al fatto che il diritto di scegliere metodi e mezzi nella condotta della guerra non è per nulla illimitato» («Guerra legittima, ma…», l’Unità, 20.02.1991).

Ed eccoci, con quest’ultimo passaggio, alle guerre odierne, in particolare all’offensiva israeliana per annientare Hamas nella striscia di Gaza. Una reazione che l’opinione pubblica occidentale ha giustificato come risposta al torto subìto (il pogrom del 7 ottobre) ma che ora lascia interdetti per le dimensioni che ha assunto (oltre ventimila morti palestinesi, tra cui migliaia di bambini). È significativo che anche il già citato Habermas sia tornato sul tema della proporzionalità della risposta armata e sull’ecatombe di vittime civili in relazione ad una possibile pace futura nel vicino Oriente («Grundsätze der Solidarität. Eine Stellungnahme», 13 novembre 2023).

Quest’anno cadono i trecento anni dalla nascita di Immanuel Kant (1724). È un’ottima occasione per riaprire un suo aureo libretto, pubblicato nel 1795 sotto il titolo Per la pace perpetua («Zum ewigen Frieden»). Introducendo una traduzione italiana di questo testo curata da Nicolao Merker (Editori Riuniti, 1985), Bobbio ebbe modo di evidenziare l’acutezza con cui il filosofo di Königsberg aveva affrontato la questione in un’ottica di pacifismo giuridico: «… le sue idee restano fra le più audaci e illuminanti che mai siano state concepite sul grande tema e costituiscono ancora oggi una base di discussione e un sicuro orientamento per chiunque sia convinto che il problema della eliminazione della guerra è diventato il problema cruciale del nostro tempo».

Kant e Bobbio: un buon motivo per rileggere entrambi.  

Le citazioni di Bobbio sono tolte dal volume Una guerra giusta? Sul conflitto del Golfo, Marsilio Editori, Venezia, 1991
Nell’immagine: i pozzi di petrolio del Kuwait incendiati durante la Guerra del Golfo