Giorgio Ruffolo, passione e rigore

Ricordando la figura e l’opera di un importante politico ed economista socialista, dalle tesi e posizioni che ancora dovrebbero essere ricordate 

Riusciva a rendere allegra la «scienza triste», l’economia, attraverso una scrittura ironica e auto-ironica: Giorgio Ruffolo, scomparso lo scorso 16 febbraio all’età di 96 anni, è stato un economista tanto acuto quanto anomalo. Di fede socialista, deputato al Parlamento e al Senato italiani, europarlamentare a Strasburgo e infine, dal 1987 al 1992, ministro dell’Ambiente, Ruffolo non nutriva grandi simpatie per il PSI guidato da Bettino Craxi. S’ispirava piuttosto alla figura e all’azione di Riccardo Lombardi, esponente di una linea minoritaria che all’affarismo e ai compromessi al ribasso anteponeva la coerenza e un buongoverno fondato su un riformismo rigoroso, non equiparabile al moderatismo.

Negli anni ’60 era stato uno dei protagonisti della «programmazione economica», tentativo che s’inseriva nella costellazione ideale del centro-sinistra. Lo scopo consisteva nel conferire un indirizzo alla caotica crescita economica e urbanistica che allora l’Italia stava vivendo, scavando profondi solchi tra le aree industriali e le campagne, e tra il Settentrione e il Mezzogiorno, arretrato e svuotato di manodopera. Quel tentativo – che ebbe qualche eco anche nella politica ticinese – non fece purtroppo molta strada, come Ruffolo poi riconobbe in un gustoso libretto, Il libro dei sogni, pubblicato da Donzelli nel 2007.

Vennero poi gli anni ’70 e qui va segnalato il dibattito, anzi il duello che si sviluppò tra il settimanale del PCI «Rinascita» e il mensile teorico del PSI «Mondoperaio», diretto da Federico Coen. In quegli anni, l’ascesa del Partito comunista capeggiato da Berlinguer sembrava inarrestabile in termini di voti e reputazione; e tuttavia, sul piano delle idee e delle prospettive, il partito rimaneva invischiato nelle panie di un italo-marxismo antiquato, incapace di cogliere le novità che maturavano negli interstizi del capitalismo italiano. «Mondoperaio» seppe, in quel frangente, infilarsi in quelle contraddizioni e in quei ritardi, attraverso le utili provocazioni di una folta schiera di intellettuali «disorganici» come Bobbio, Salvadori, Colletti, Cafagna e, sul versante più pratico-politico, Amato e Giolitti. 

Si era ancora all’interno della guerra fredda e quindi dentro gli schemi ereditati dall’era post-staliniana: democrazia formale/democrazia popolare; mercato/pianificazione; pluralismo politico/partito unico. Mentre Bobbio denunciava l’assenza, in Marx e nei suoi discepoli, di una articolata «dottrina dello Stato», Ruffolo insisteva sulla necessità di aggiornare le carte nautiche per rilevare/decifrare i movimenti dei sistemi complessi che stavano ridisegnando la società aperta occidentale. «Il disagio della sinistra – osservò nel 1978 nel saggio «Per un approccio scientifico alla democrazia socialista» – discende dalla coscienza oscura di una sua inadeguatezza a dare risposte a problemi nuovi con gli strumenti teorici di cui dispone».

Si può dire che quel drappello di intellettuali vinse la sua battaglia contro la paludata «Rinascita», gettando le basi delle successive incursioni nel campo della sociologia, dell’economia del benessere, dell’ecologia. Manifesto esemplare di questo cammino furono i saggi pubblicati da Laterza nel 1985 e nel 1994, prima La qualità sociale e poi Lo sviluppo dei limiti. Punto centrale del ragionamento era la distinzione, in quel periodo ancora incerta, tra «crescita» e «sviluppo». Due categorie simili e intercambiabili soltanto a prima vista; in realtà esprimevano una filosofia assai diversa, per non dire opposta, nel modo di concepire il progresso sociale e civile. 

A metà degli anni ’80 vide la luce un periodico che si pubblica ancora oggi: «MicroMega». Ruffolo ne assume la direzione, condirettore Paolo Flores d’Arcais. Nel primo numero (1/86) riprende il dialogo mai interrotto con il PCI, affacciando l’ipotesi di una fusione tra le due principali famiglie della sinistra italiana. Sarebbe stata questa, finalmente, una «sinistra moderna», capace di «combinare gli impulsi dell’intraprendenza economica con le istanze dell’equità, nell’ambito di una prospettiva progettuale; di un nuovo “compromesso storico” tra capitalismo e democrazia, che si ponga a un livello più elevata di civiltà».

Collaboratore, per lunghi anni, del quotidiano «La Repubblica», Ruffolo è stato, come detto all’inizio, un autore dalla scrittura seducente, estranea al gergo della corporazione. Sapeva muoversi con disinvoltura tra i trattati di Keynes e la sociologia tedesca e americana, senza trascurare il peso della storia nei processi di elaborazione delle teorie. Si veda, in proposito, il bel volume con i ritratti di dodici grandi economisti, da Galiani a Keynes, raccolti in Cuori e denari (Einaudi, 1999), come pure, sempre da Einaudi, Quando l’Italia era una superpotenza (2004), Il capitalismo ha i secoli contati (2008), Un paese troppo lungo (2009). Sono libri che rimarranno sugli scaffali nobili della biblioteca domestica.


Caicchi e portaerei

Ricordando la figura e l’opera di un importante politico ed economista socialista, dalle tesi e posizioni che ancora dovrebbero essere ricordate 

L’ennesimo, disastroso naufragio di un’imbarcazione colma di migranti sulle coste della Calabria lascia interdetti. Si rimane paralizzati, senza parole, ma la tragedia preme e interroga le coscienze. Com’è possibile che ancora, dopo tanti anni di morti assurde, nessun paese, nemmeno un’alleanza sovranazionale come l’Unione europea, sia riuscito ad allestire un programma d’intervento comune che comprenda pure i regimi, invero infidi e instabili, dell’Africa settentrionale? Quest’assenza, venata di disimpegno e spesso di cinismo, grida vendetta al cielo. Chissà se negli europalazzi in vetrocemento di Bruxelles e Strasburgo si sappia cosa succede nei paesi destinatari dei miliardi stanziati per trattenere e rinchiudere in campi speciali i profughi in marcia verso Occidente. Probabilmente deputati e funzionari non hanno mai fermato lo sguardo su una donna incinta già vedova, un bambino orfano, un neonato piangente e disidratato. Alcuni di questi campi sono stati visitati e filmati, soprattutto quelli in Grecia e in Turchia (in Libia sono invece veri e propri Lager, sorvegliati da secondini criminali).

Si sa che il fenomeno migratorio è diventato negli ultimi decenni una formidabile arma politica. Chi chiude, chi alza muri, chi disincentiva, chi srotola filo spinato, chi respinge guadagna consensi (a meno che il postulante sia una persona facoltosa). Corre l’idea che il rifugiato tolga qualcosa, sottragga benessere e alla fine spolpi l’assistenza sociale. L’idea invece che un giorno questo stesso rifugiato possa contribuire a colmare i vuoti di una demografia anemica o possa, dopo adeguata formazione, ridare linfa all’apparato economico, non entra nemmeno in considerazione. «Wir schaffen das», possiamo farcela, disse la cancelliera Merkel accogliendo un milione di fuggiaschi siriani. Certo la Svizzera non è la Germania, ma non sembra che la barca sia piena.

Mentre il caicco turco andava a sfasciarsi come una botte fradicia sugli scogli del mar Jonio, tre imponenti imbarcazioni solcavano le acque del Mediterraneo: tre portaerei – immaginiamo a propulsione nucleare –, una italiana (Cavour), una francese (Charles de Gaulle), una americana (Truman). Un’esercitazione immaginiamo costosissima, per mobilitazione di uomini e risorse. I vertici della Nato hanno spiegato che tale dispiegamento di forze è dovuto alla crescente minaccia russa nell’area, anch’essa sorretta da un numero crescente di navi da guerra e da sommergibili. Non si ha notizia se questi convogli abbiano intercettato qualche barcone e abbiano tratto in salvo qualche profugo in procinto di affogare. Se lo facessero, violerebbero anche loro qualche norma internazionale di recente conio?

Da una parte uno sgangherato caicco stracolmo di disperati, dall’altro una flotta carica di aerei, bombe e missili intenta a scrutare le mosse del nemico. Chi sta nel mezzo, come noi davanti al televisore, osserva non senza angoscia questa folle corsa verso l’abisso di una civiltà che si sta lentamente sciogliendo sotto la cappa dell’indifferenza e della violenza.

Nell’immagine: le tre portaerei


Rileggere «Il Capitale»?

Ricordando la figura e l’opera di un importante politico ed economista socialista, dalle tesi e posizioni che ancora dovrebbero essere ricordate 

Ha ancora senso, è ancora utile riprendere in mano Il Capitale di Karl Marx, un’opera pubblicata nel 1867? La domanda ricorre spesso, soprattutto tra i militanti di sinistra ansiosi di capire come si articola il capitalismo moderno dopo il collasso dell’alternativa sovietica. Le risposte oscillano tra il sì convinto e il no reciso, con in mezzo una vasta e variegata fascia di indecisi e titubanti, popolata da economisti, storici, sociologi, filosofi, antropologi, tutti alla ricerca di possibili chiavi ermeneutiche, magari parziali ma efficaci.

Nel frattempo, la bibliografia sul tema è cresciuta a dismisura e non accenna a rallentare. Affrontare Marx (un po’ meno l’amico Engels) è un’impresa ardua, un’arrampicata che richiede impegno e costanza; insomma, è una «lettura difficile», come ben comprese già nel 1879 Carlo Cafiero presentando il suo Compendio del Capitale, dopo aver constatato, «con sentimento di tristezza», che il libro in Italia rimaneva «affatto sconosciuto». Altri tentativi di natura didattica seguirono negli anni della Seconda Internazionale (1889-1914), soprattutto per opera di Karl Kautsky, il «papa rosso» che dalle colonne della rivista «Neue Zeit» mise in circolazione pagine rimaste inedite, accanto a volumi d’impianto divulgativo come Le dottrine economiche di Karl Marx (prima traduzione italiana nel 1898 presso le edizioni Bocca di Torino).

La grande guerra del 14-18 e la successiva ascesa dei regimi totalitari in mezza Europa provocarono una diaspora degli studiosi, alcuni dei quali costretti a rifugiarsi nell’Unione Sovietica (Lukács) o negli Stati Uniti (Scuola di Francoforte). Una vera riscoperta degli scritti economici di Marx avvenne soltanto negli anni ’60, con la ripresa delle lotte sindacali nelle grandi fabbriche fordiste (in quest’operazione di distinsero gli operaisti intorno ai Quaderni Rossi di Raniero Panzieri) e dei vari movimenti di contestazione attivi sia nei campus americani, sia nelle università europee. 

In questo clima – che comprendeva Black Panther, femministe, antimilitaristi, terzomondisti – usciva a Parigi un volume che racchiudeva le lezioni tenute all’École normale supérieure da Louis Althusser e dai suoi allievi sull’«opus magnum» di Marx. Titolo del seminario: Lire le Capital (1964-65), con contributi di Étienne Balibar, Roger Establet, Pierre Macherey e Jacques Rancière. 

Tradotta in italiano da Feltrinelli nel 1968 (una traduzione parziale, limitata ai contributi di Althusser e Balibar), la ricerca in realtà s’inscriveva in un’operazione di rilancio della riflessione marxista che non poteva dirsi divulgativa, come prontamente fecero notare gli osservatori più accorti, ad esempio Lucio Colletti: «ebbi l’impressione di una prolissa costruzione teorica eretta, per così dire, alle spalle del Capitale. Come tale non mi sembrò particolarmente interessante, e smisi di leggerlo». 

Solo in anni recenti (2006), la casa editrice Mimesis ha riproposto il volume nella sua integrità a cura di Maria Turchetto, basandosi sull’ultima edizione francese del 1996. La strada insomma rimaneva impervia. D’altra parte, Marx stesso aveva avvertito i suoi lettori: «per la scienza non c’è via maestra, e hanno possibilità di arrivare alle sue cime luminose soltanto coloro che non temono di stancarsi a salire i suoi ripidi sentieri». A stancarsi furono in molti, ma non Ernest Mandel, un economista belga aderente alla Quarta Internazionale, che non esitò ad affrontare l’impresa pubblicando alcune sintesi e introduzioni alla teoria economica di Marx (Initiation à la théorie économique marxiste, 1964). Uno sforzo analogo fu compiuto nel 1975 dallo storico della filosofia François Châtelet (Le Capital livre I).

Veri progressi, sul versante didattico, non si registrarono nemmeno in Italia, paese ricco di studi specialistici ma poco interessato a questo aspetto, con due soli eccezioni. La prima risale al 1972 e sono le Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx di Claudio Napoleoni, raccolte in volume dalla Bollati Boringhieri; la seconda eccezione è più recente e riguarda un corso tenuto online da Riccardo Bellofiore, docente di economia politica all’università di Bergamo: ciclo di 14 letture caricate nel sito www.riccardobellofiore.info.  

Più solerte, per contro, la saggistica anglosassone e tedesca. L’inglese David Harvey è il più noto «pedagogo» in lingua inglese: geografo, sociologo e urbanista alla City University di New York, legge e sviscera Il Capitale da cinquant’anni. I suoi corsi si possono ascoltare sul suo sito www.davidharvey.org, ma sono pure disponibili in volume presso le edizioni Verso, nella collana riservata alle guide («Companions»). In febbraio è prevista l’uscita di un «Companion» dedicato ai Grundrisse, brogliaccio di appunti che Hobsbawm definì «una sorta di stenografia intellettuale privata che risulta a volte impenetrabile».  

In italiano un’Introduzione al Capitale in 12 lezioni sul primo Libro è presente nel catalogo della Casa Usher di Firenze, a cura di Filippo Ceccherini (2012). 

E veniamo alla Germania, che nel 2018, in occasione del bicentenario della nascita di Marx, ha proposto una gran numero di iniziative, dalle esposizioni nella città di Treviri ai simposi in tutto il paese, con il relativo accompagnamento di cataloghi e monografie. Di una rinnovata «Kapital-Lektüre» si sono distinti studiosi come Michael Heinrich (il quale ha in corso una biografia in tre volumi: Karl Marx  und die Geburt der modernen Gesellschaft), Michael Berger (Karl Marx: “Das Kapital”) e soprattutto Wolfgang Fritz Haug, autore di una serie di Vorlesungen zur Einführung ins «Kapital» pubblicate dalla casa editrice Argument in due tomi (2005-2006). Haug è pure co-editore del Dizionario storico-critico del marxismo (un’opera prevista in quindici volumi) e curatore dell’edizione in lingua tedesca dei Quaderni del carcere di Gramsci (dieci tomi).

 Un accenno, infine, ai viatici più ludici, per chi non ama versare sudore sulla pagina scritta. Il primo Capitale a fumetti fu pubblicato dall’editore Giulio Savelli nel 1975: si trattava di una traduzione-adattamento di un album tedesco curato da K. Plöckinger e G. Wolfram nel 1974 per il Verlag für das Studium der Arbeiterbewegung (VSA). In Germania questa tradizione è stata mantenuta in vita, come provano i disegni realizzati dal vignettista d’origine finlandese Jari Pekka Cuypers, in arte Jari (Das Kapital in Farbe, VSA 2018). E non è finita: in Francia è pure uscito Le Capital in formato manga giapponese: due tomi illustrati prefati da Olivier Besancenot (Parigi, 2011). 

E con il Capitale stesso, come stiamo? In italiano l’edizione di riferimento è stata per decenni quella curata da Delio Cantimori e dalla moglie Emma Mezzomonti per gli Editori Riuniti (versione poi ripresa da Einaudi). Oggi quest’edizione è fuori commercio, ma si può utilmente ripiegare su quella approntata da Eugenio Sbardella per la Newton Compton (a dire il vero, «un’ integrale» non molto invitante per via della mole), sui tre volumi della UTET (a cura di Aurelio Macchioro e Bruno Maffi) e sull’edizione critica curata da Roberto Fineschi per la Città del Sole (due tomi, non facili da trovare).

Ma torniamo, in conclusione, alla domanda iniziale: vale la pena sì o no gettarsi nell’impresa? Risposta: proviamoci (magari – come suggeriva sempre Althusser – «saltando» la prima sezione che tratta di «merce e denaro»). Il fatto, comunque, che si continui a leggerlo/rileggerlo – in tutto o in parte – dimostra che l’opera conserva inalterato un suo fascino. Ogni lettore (lettrice) troverà sicuramente passaggi e spunti illuminanti e, perché no, motivi capaci di ravvivare il fuoco dell’impegno politico. 

Domani, 5 febbraio, alla Filanda di Mendrisio (ore 14.30), Christian Marazzi, Virginio Pedroni e Paolo Favilli cercheranno di rispondere alla domanda «Cosa significa sinistra oggi»? a partire dal volume di Favilli uscito nel 2021 da Franco Angeli e intitolato «A proposito de Il Capitale. Il lungo presente e i miei studenti. Corso di storia contemporanea». Il dialogo sarà moderato da Damiano Bardelli.


L’uovo del serpente

Ricordando la figura e l’opera di un importante politico ed economista socialista, dalle tesi e posizioni che ancora dovrebbero essere ricordate 

Nella primavera del 1938, Adolf Hitler scese in Italia per incontrare l’amico Mussolini, il quale allestì un programma sontuoso, con al centro una visita guidata alle bellezze artistiche e architettoniche del Belpaese. Ad accompagnare i due dittatori nel loro itinerario culturale, i ministeri romani chiamarono uno studioso illustre, l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli. 

Quell’esperienza, accettata con riluttanza, fu poi raccontata nel 1948 in un libro intitolato Dal diario di un borghese, edito da Mondadori. Nel frattempo, Bianchi Bandinelli aveva aderito al Pci. 

I tratti fisici e caratteriali del Duce non gli erano evidentemente ignoti, il ritratto è sarcastico: «cammina come un burattino, con curve e mosse oblique del capo, che vorrebbero mitigare la sua massiccità, ma sono soltanto goffe e sinistre. Chiude gli occhi, sorride, fa continuamente una commedia puerile». Il Führer invece non spicca per brillantezza; anzi, l’impressione che trasmette è quella di un personaggio dimesso, «composto, ordinato; quasi modesto. Quasi servile, anche. Una personalità di aspetto subordinato: qualche cosa come un controllore del tram. Viso vizzo».

Nel 1938 Mussolini era al potere fin dall’ottobre del 1922; più breve la carriera di Hitler, la cui ascesa era stata però molto più fulminea e spietata. Nominato cancelliere del Reich il 30 gennaio del 1933, dunque giusto novant’anni fa, l’«imbianchino» d’origine austriaca fece strame delle istituzioni liberali in un battibaleno, liquidando nel giro di pochi mesi quel che restava della Repubblica di Weimar. Già dopo l’incendio del Reichstag, nel febbraio del 1933, Hitler emanò norme che mettevano fuori legge non solo l’opposizione (comunisti, socialdemocratici, repubblicani), ma tutto il corredo di diritti presenti nella costituzione weimariana promulgata nel 1919, a cominciare dalla libertà di stampa e di riunione.

Da decenni gli storici si interrogano sulle ragioni di questa rapida e pressoché incontrastata presa del potere da parte dei nazisti, in una Germania che poteva vantare, negli anni Venti, una serie di primati invidiabili, sia nel campo delle scienze (teoriche e applicate), sia nel vasto universo delle arti, della musica, della letteratura, del teatro, della filosofia. Molti osservatori consideravano Berlino, e non più Parigi, la vera capitale della cultura europea. Una vitalità espressa anche dalla società civile, nei raduni popolari e nelle iniziative sportive che mobilitavano migliaia di cittadini, con in prima fila i giovani e le donne. 

Ma tutto questo non bastò per impedire il tracollo e l’inizio di una nuova era sotto la croce uncinata del partito nazionalsocialista. Evidentemente in un angolo buio della repubblica un rettile velenoso aveva deposto un uovo («das Schlangenei») che pian piano avrebbe sovvertito l’ordinamento democratico. Cosa conteneva quest’uovo? Diversi elementi. In primo luogo l’esercito, uscito sconfitto dalla grande guerra ma ancora capace di condizionare la classe politica d’ispirazione monarchica e antisocialista; poi gli industriali e la nobiltà di antico lignaggio, assieme a larghe fasce della popolazione piagate da un’inflazione che divorava i magri redditi; poi governi che non riuscivano a dare stabilità al paese, squassato peraltro da continui disordini e scontri nelle piazze; e infine un proletariato esposto alla propaganda che addossava alla comunità ebraica tutti i mali che affliggevano il paese.

Sappiamo com’è andata, e com’è finita, con un continente in macerie. Per questo è importante continuare a chiedersi come sia stata possibile questa caduta nella barbarie. Raccogliere le testimonianze dei superstiti della «soluzione finale», come accade ogni 27 gennaio (liberazione del campo di Auschwitz), è dovere di ogni coscienza civile, ma non basta: l’uovo del serpente va esplorato e sezionato in tutte le sue parti, per capire come funzionano gli enzimi della crescita e per isolare le proteine malate. 

Fuor di metafora, è compito di tutte le componenti della società – dalla scuola ai media, dai partiti alle associazioni civiche – segnalare i pericoli che minano alla base le istituzioni liberal-democratiche. Quelli palesi e quelli più subdoli. Ripassare la «lezione di Weimar» è fondamentale, con un occhio alla storia e l’altro alle derive contemporanee, alle quali non sfuggono nemmeno le democrazie più mature che tutti noi credevamo immuni da ogni tentazione autoritaria.   


Duelli a sinistra

Ricordando la figura e l’opera di un importante politico ed economista socialista, dalle tesi e posizioni che ancora dovrebbero essere ricordate 

Il cammino del PS verso il Congresso, in programma domenica 13 novembre, si è rivelato più accidentato del previsto. L’esclusione dalla lista rossoverde di Amalia Mirante – giunta due volte seconda nella corsa per il governo nel 2015 e nel 2019, dietro Manuele Bertoli – ha irritato la minoranza che si riconosce nelle sue posizioni. Nel frattempo i frondisti del Forum Alternativo hanno fatto sapere che non appoggeranno la lista, frutto di un compromesso al ribasso. Mentre scriviamo non sappiamo quali iniziative intraprenderà il gruppo dissidente se non otterrà soddisfazione.

Un morbo antico

La vocazione alla divisione nella sinistra è una malattia endemica, mai eradicata. La storia del socialismo è costellata di lacerazioni, scissioni e adii colmi di astio e rancori. Il contrasto prende avvio con la Rivoluzione francese per ramificarsi poi nei secoli successivi, intrecciandosi con le vicende dei singoli paesi: giacobini/girondini, bolscevichi/menscevichi, massimalisti/riformisti, radicali/moderati, stalinisti/trotzkisti, idealisti intransigenti/realisti un po’ liberisti… Insomma, uno spettro variopinto e dedito agli azzuffamenti intestini, che spesso ha favorito l’ascesa al potere delle forze avverse, anti-democratiche, fasciste e naziste, come avvenne in Italia, Germania e Spagna dopo la Grande Guerra.

Anche in Ticino la contesa inizia assai presto, tredici anni dopo la nascita del Partito. Nel 1913 il giovane Guglielmo Canevascini rivolge pesanti accuse al compagno avvocato Mario Ferri, colpevole di inazione e di collusione con i poteri dominanti. «Contro la reazione poliziesca che in questi ultimi anni è andata inferocendo nella nostra “libera” Svizzera, il Partito Socialista Ticinese non ha saputo opporre neanche la protesta platonica», annota su Libera Stampa, giornale fondato in polemica con l’organo ufficiale, L’Aurora (che poi chiuderà, sconfitta ed esausta, nel 1916). 

La lunga militanza di Canevascini è nota: entrato in Consiglio di Stato nel 1922, rimarrà spesso l’ago della bilancia della politica ticinese fino alla conclusione, nel 1959, della sua carriera nell’esecutivo. Solo nell’anno della sua morte, nel 1965, inizierà a formarsi intorno al periodico Politica Nuova un robusto dissenso sulla linea che aveva innervato l’intesa ventennale con i liberali-radicali, degenerata nell’«immobilismo» e nel «clientelismo». Naturalmente, al fondo, c’è dell’altro: circola un’aria nuova, si rilancia il marxismo attraverso le teorie della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse), i movimenti giovanili e femminili reclamano ascolto e considerazione, e anche nei partiti storici emerge il bisogno di svecchiare apparati e retaggi legati al passato, arrugginiti e refrattari al cambiamento. Proteste e rivolte che nel 1969 porteranno alla nascita del Partito Socialista Autonomo.

Due socialisti in governo

Da quell’anno prende avvio, sia nelle istituzioni che nelle organizzazioni sindacali, la lunga marcia dei socialisti autonomi, prima «anticapitalisti» e «rivoluzionari» e poi «razionali» e «progettuali». Inevitabile, ancora una volta, lo scontro con la vecchia guardia del PST, ostile alla riunificazione (propugnata, tra l’altro, dall’espulso Dario Robbiani con la sua Comunità). Nel dicembre del 1986 una risoluzione del Comitato cantonale del PSA chiude ogni spiraglio: «Lo sviluppo del processo di rinnovamento unitario dei socialisti, con tutto ciò di positivo che comporta per il rafforzamento della sinistra ticinese, passa attraverso la sconfitta politica ed elettorale del gruppo dirigente del PST».  Si arriva così al «terremoto elettorale» del 1987, che porta in governo, per la prima volta nella storia, due socialisti: Rossano Bervini e Pietro Martinelli. I due coabiteranno per quattro anni senza prendersi a cornate ma nemmeno senza accordarsi su una visione comune. La sconfitta di Bervini nel 1991 apre infine la strada all’agognata ricomposizione (formazione del Partito Socialista Unitario). 

Un amalgama incompleto

Lieto fine, acqua passata? Nemmeno per sogno. L’amalgama tra le due correnti riesce solo in parte, sottotraccia sopravvivono divergenze sui metodi e gli obiettivi, tant’è vero che nel 2001 Rossano Bervini vara il «Manifesto Liberalsocialista», in cui si delinea «una visione del mondo fondata sulla capacità umana di generare idee e di realizzarle, agendo in modo volontario e responsabile».

Le diverse sensibilità sono tuttora rintracciabili anche sul piano nazionale, tra una scuola «socialista» d’impronta francese e una tradizione «socialdemocratica» d’ispirazione tedesca, fondata sull’«economia sociale di mercato». Nel 2021 alcuni esponenti di questa linea si sono riuniti nell’associazione «Piattaforma riformista», mossi dall’idea che il PS dovesse «tornare ad essere pragmatico» e quindi guardare più al centro che alle ali estreme inclini alla mobilitazione e alla lotta. In particolare la Piattaforma chiedeva un maggior impegno su tre questioni fondamentali: un ulteriore sviluppo di un’economia di mercato sociale; un rafforzamento delle relazioni istituzionali con l’Unione europea; un’efficace difesa nazionale. 

Questa divaricazione nel modo di intendere il socialismo moderno è riaffiorata anche nel recente congresso di Basilea e con tutta probabilità ricomparirà anche nelle assise dei socialisti ticinesi di domenica 13. Finora ha prevalso, nei diversi raduni organizzati dai due co-presidenti Riget-Sirica, l’ala «radical-socialista» sulla frazione «liberal-socialista». Gli iscritti decideranno.

Programmi e persone

Molti militanti non amano anteporre al programma il ruolo del leader, il nocchiero che indica la rotta. Si è sempre sostenuto, almeno in linea di principio, che ciò che contava veramente era la piattaforma ideologica e non le singole ambizioni personali. «Prima i contenuti, poi i candidati». In realtà questo primato dell’elaborazione teorica si è rivelato, e non solo in Ticino, assai illusorio. Il citato caso del «padreterno» Canevascini è significativo: trentasette anni di ininterrotta presenza in governo, personalità solida e carismatica, punto di riferimento per l’intero movimento operaio fin dall’epoca della prima guerra mondiale. Il passaggio all’opposizione non è mai stato preso in seria considerazione, sebbene non siano mancati, in determinate fasi critiche, arrabbiature e tentazioni di rottura (ad esempio nel 1978, con il varo del Progetto di alternativa socialista). Questo per dire che i programmi non camminano da soli: per farli avanzare occorrono testa, cuore e gambe. Insomma, storicamente la figura del Consigliere di Stato è stata centrale e rimane tale non solo per i socialisti, ma per l’intero sistema dei partiti che sorregge l’impalcatura della nostra piccola repubblica. 

Il sistema, com’è noto, è fondato sulla collegialità; nel caso specifico, sulla collaborazione tra quattro formazioni: Lega, Partito liberale-radicale, Il Centro e PS (un tempo erano soltanto tre). Nessuno detiene la maggioranza assoluta per imporre il proprio programma al paese, ognuno deve muovere le proprie pedine su una scacchiera mobile, fatta di dialogo, alleanze e compromessi, senza mai poter dire di aver raggiunto pienamente gli obiettivi elencati nelle risoluzioni congressuali.

Un ultimo punto: che ne sarà del seggio al Consiglio degli Stati attualmente occupato da Marina Carobbio? Il partito tiene in serbo una candidatura di sicuro prestigio, oppure si darà per rassegnato? Forse varrà la pena di sollevare anche questo argomento, perché Berna non è meno importante del Ticino.

Scritto per “laRegione”
Nell’immagine: il convegno socialista del Ceneri del 1928 (Fondazione Pellegrini-Canevascini)


L’inverno degli scontenti

Ricordando la figura e l’opera di un importante politico ed economista socialista, dalle tesi e posizioni che ancora dovrebbero essere ricordate 

Ci sarà singolar tenzone per il Consiglio di Stato, il 2 aprile 2023, ma solo per uno dei due seggi attualmente occupati dalla Lega. Sugli altri fronti le sorprese sono altamente improbabili, salvo cataclismi provocati da fattori esterni. I liberali-radicali confermeranno Christian Vitta, il Centro Gabriele De Rosa, mentre i socialisti hanno blindato la candidatura di Marina Carobbio, neutralizzando preventivamente la concorrenza (Greta Gysin e Amalia Mirante). Dunque, lo scontro avverrà solo nel campo della destra, visto che l’Udc intende gettare nella mischia Piero Marchesi. La contesa tra centristi e leghisti non sarà priva di interesse, dato che spesso l’elettorato fatica a distinguere gli uni dagli altri. 

L’inverno innanzi viene

Certo, bisognerà superare l’inverno, con tutti i relativi imprevisti. Non è detto che i disegni strategici dei partiti, che ora scommettono sull’«usato sicuro», troveranno conferma. Le incognite socioeconomiche si stanno infatti moltiplicando. La prima è data da un corpo elettorale sempre più fluttuante e umorale, intimamente insofferente, ossia meno ubbidiente di un tempo alle consegne dei partiti. Il fenomeno della disaffezione è universale e in atto da tempo, anche nelle democrazie di più solida tradizione. L’esercito degli astensionisti cresce ovunque; riconquistarne la fiducia per ricondurlo alle urne è sempre più arduo da parte degli stati maggiori. 

Tramontato il fideismo ereditato dal Novecento, il secolo delle ideologie, i partiti hanno puntato sui leader dal profilo muscoloso. Hanno insomma creato dei «partiti personali»: «stiamo assistendo – spiega il politologo Mauro Calise – ad un ritorno del potere patrimoniale e carismatico ai danni di quello legale-razionale sul quale si erano fondate le antiche burocrazie di partito». Il passo successivo è stato quello di trasferire la cultura politica delle principali famiglie politiche nella sfera impalpabile della Rete: è così nato il «partito digitale», radicato non più in una comunità concreta di uomini e donne, ma in piattaforme telematiche poco trasparenti. Le esperienze avviate all’estero non hanno funzionato; o meglio, hanno figliato nuove oligarchie, spesso imperscrutabili e incontrollabili da parte della platea degli iscritti (v. piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle). Fissare uno schermo non è come guardarsi negli occhi.

Ceti medi sotto pressione

Ma le insidie maggiori, per la politica organizzata, provengono dalla società, dai suoi mutamenti e dai suoi timori. Tra qualche mese la situazione che oggi fotografiamo sarà molto diversa. Dalla pandemia e dalla siccità, ma soprattutto dall’invasione russa dell’Ucraina, assistiamo ad un generale impoverimento dei ceti medi, l’architrave sociale che finora ha assicurato la stabilità del sistema. È la fascia numericamente più folta, in grado di autosostentarsi senza aiuti statali, ma che ora sta scivolando, rincaro dopo rincaro, verso l’anticamera da cui si intravede la porta della nuova povertà. Il tasso d’inflazione «ufficiale», dato intorno al 3,5%, ha tutta l’aria di una percentuale edulcorata per non alimentare ansie. 

Sappiamo dalle scienze sociali che la nozione di «ceto medio» si presta a varie classificazioni e interpretazioni; anche il solo parametro dei redditi (lordi, netti, disponibili) genera confusioni e obiezioni. Purtuttavia, nel caso ticinese, ci pare legittimo includere in questa categoria tutti coloro che sono attivi nel settore pubblico e para-pubblico, dunque funzionari, insegnanti, impiegati, paramedici, la classe dei «creativi» e gli operatori dell’informazione. Insomma «colletti bianchi», il popolo del terziario che non appartiene né all’agricoltura (primario), né all’industria (secondario). Un grande polmone, si badi bene, che non è fondamentale solo come contribuente, ma anche come soggetto civile, come motore di iniziative associative, ricreative, assistenziali, sportive, culturali.

Voti in cambio di posto di lavoro

Lo scivolamento di questi ceti, sospinto dall’inflazione, è evidente. «L’esplosione dei prezzi minaccia ora anche il ceto medio», ha titolato il «Tages-Anzeiger» (edizione del 19 settembre). Le recenti proteste dei dipendenti statali circa il loro avvenire pensionistico rappresentano una spia significativa, un primo campanello d’allarme. Sono categorie, quelle suddette, che fino all’altrieri erano considerate privilegiate, garantite, protette, sulle quali il potere poteva contare al momento di elezioni e votazioni. Consenso in cambio dell’impiego sicuro, meglio se «federale». Su questo patto, più o meno tacito, si è retta buona parte della politica ticinese dall’Ottocento ai giorni nostri: un blocco sociale che i movimenti di contestazione degli anni Sessanta e Settanta avevano sì intaccato, ma non disgregato. Nemmeno l’ingresso nell’arena delle donne e successivamente della Lega descamisada avevano ribaltato i tradizionali equilibri. 

Ora invece questi ceti minacciano di rompere il blocco sociale e di ritirare la fiducia fin qui assicurata alle formazioni storiche. Detto altrimenti, non sono più disposti, come un tempo, a firmare cambiali in bianco. I prossimi mesi saranno decisivi, dato che il maggior afflusso di voti proviene da questo bacino. Non dai vertici della piramide (i ricchi sono influenti ma poco numerosi), non dallo zoccolo (tra precari e bisognosi il senso civico è generalmente scarso e quindi anche la partecipazione al voto: hanno altri grattacapi). Da ricordare poi che una robusta quota della popolazione attiva non beneficia dei diritti politici, perché straniera o formata da frontalieri (75mila secondo gli ultimi dati). 

Sbocchi incerti

La partita si giocherà dunque qui, in questo ampia fascia intermedia della piramide sociale. Un tempo docile e fedele alle parole d’ordine, il ceto medio si ritrova oggi scosso e smarrito («verunsichert»), alle prese con un regresso sociale che mai aveva ritenuto possibile né immaginabile. Quale ne sarà lo sbocco elettoral-politico è difficile prevedere. Come detto, molto dipenderà da come si uscirà dall’imminente stagione fredda. Sappiamo che le crisi danno luogo a reazioni differenti, la storia politica del XX secolo insegna per esempio che il crack del ’29 ridiede spazio e fiato alle dittature in Europa ma non negli Stati Uniti di Roosevelt («New Deal»). A proposito del ruolo dei ceti medi sarebbe bene non scordare quanto disse Renzo De Felice nella sua Intervista sul fascismo del 1975: «Il fascismo movimento… è stato in gran parte l’espressione di ceti medi emergenti, cioè di ceti medi che cercano – essendo diventati un fatto sociale – di acquistare partecipazione, acquistare potere politico».

La democrazia elvetica dovrebbe possedere gli anticorpi per resistere all’assalto delle forze populiste e alle tentazioni autoritarie estreme, come già fece negli anni Trenta, pur con qualche cedimento, di fronte al frontismo filonazista. Ma chi ritiene che tutto correrà sui binari prestabiliti da qui alle elezioni del prossimo anno (Cantonali e Federali) temo che dovrà ben presto ricredersi e rivedere i piani.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: “Quinto Stato”, dell’illustratore argentino Hernán Chavar


Politica e previsione

Ricordando la figura e l’opera di un importante politico ed economista socialista, dalle tesi e posizioni che ancora dovrebbero essere ricordate 

Dobbiamo augurarci un inverno breve e mite oppure un inverno lungo e rigido? Nel primo caso risparmieremmo gas, corrente, nafta e sale sulle strade; nel secondo caso, vedremmo schizzare alle stelle le bollette per le energie anzidette e avvicinarsi lo spettro del razionamento. Dunque meglio il primo auspicio? No, dicono gli esperti; un no deciso: quattro mesi con scarse precipitazioni di neve e pioggia potrebbero trasformare le stagioni successive, primavera ed estate, in una fornace, una bolla di siccità peggiore di quella che abbiamo appena vissuto.

Nei Paesi confinanti l’allarme è da mesi sul tavolo dei governi. Si parla di aiuti alle imprese energivore, si cercano affannosamente fonti alternative in aree africane o mediorientali, qualche partito riabilita il nucleare, qualcun altro avvia trattative con regimi prima esecrati perché antidemocratici e nemici dei diritti umani. Da noi la discussione ha preso avvio solo in agosto: “Gli svizzeri si alzano presto ma si svegliano tardi”…

Eppure i segnali preoccupanti circolavano da tempo. La pandemia da Covid – assieme al riscaldamento climatico – avrebbe dovuto insegnare che le emergenze non sono più un fenomeno raro e occasionale, ma uno stato ricorrente, in parte prevedibile. Dal “lockdown” al “blackout”, il passaggio è sempre più probabile. Perché allora questo ritardo da parte delle autorità federali? Abulia del governo centrale oppure incapacità di individuare i fattori di rischio che minacciano la vita di imprese e famiglie?

La Svizzera, che sia durante la Seconda guerra mondiale sia dopo, dagli anni Cinquanta in poi, ha armato la sua neutralità con un capillare dispositivo di difesa, militare e ideologico, si ritrova ora disorientata e priva di strumenti d’intervento efficaci. La Confederazione si è persino scordata di istituire una cellula di crisi permanente con il compito di monitorare la situazione energetica del Paese, così com’è stato il caso, dopo qualche titubanza, con le diverse ondate pandemiche.

La politica, si dice, è l’arte del possibile, affermazione che i manuali di storia attribuiscono al cancelliere Otto von Bismarck. Seconda metà dell’Ottocento, altro clima, altre esigenze. Ora la politica dovrebbe passare dall’orizzonte della possibilità (ovvero della “Realpolitik”) a quello della previsione: sguardo lungo; allestire scenari e attrezzarsi di conseguenza; ascoltare con maggiore attenzione quanto vanno affermando, e non da ieri, intellettuali attivi nei vari campi del sapere: gli scienziati, in primo luogo, ma anche gli studiosi delle relazioni internazionali.

Una politica sorda agli appelli della scienza è una politica disarmata, miope, balbettante. Berna esorta a non cedere all’ansia, invita a ignorare la voce dei catastrofisti. Per ora si limita a diramare raccomandazioni incentrate sul “risparmio”. Effettivamente il potenziale del risparmio è enorme, ovunque si volga lo sguardo, dagli edifici privati e pubblici ai negozi, dalle aziende ai comuni urbani. Rischiarare le notti è diventata la missione delle società occidentali impaurite dal buio. Acqua ed energia sembravano inesauribili, un pozzo senza fondo, tanto da giustificare qualsiasi uso sconsiderato delle stesse. Nessuno, in Occidente, le riteneva “risorse scarse” da amministrare con oculatezza. Ma ora la fatina dell’elettricità (“Fée Électricité”), che all’Esposizione nazionale del 1896 a Ginevra inghirlandava di lampadine l’alba della nuova era, si appresta a spegnere le luci.

Nel frattempo nel dibattito pubblico sono riemerse le parole appartenenti all’economia della scarsità: sobrietà, austerità, parsimonia, frugalità… il vocabolario dei nostri nonni. Passi piccoli, gesti minimi, ma comunque in grado di ridurre gli sprechi, e non in misura trascurabile. Poi bisognerà accelerare la tanto declamata «transizione ecologica» per gradualmente svincolare il fabbisogno energetico dai combustibili fossili. Ma sarà un processo che richiederà tempo e investimenti cospicui. Per il momento siamo al paradosso di pagare di più pur consumando di meno.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: secondo le previsioni di Severe Weather Europe le precipitazioni il prossimo inverno nell’Europa centrale saranno scarse soprattutto sulle Alpi