Diplomatico nella mente leone nello spirito

La scomparsa di Cornelio Sommaruga, storico presidente del CICR 

Un leone diplomatico. Cornelio Sommaruga era diplomatico nella mente, ma leone nello spirito. Lontanissimo da quei diplomatici piuttosto guardinghi per la propria reputazione. Al comando di una delle più efficienti Organizzazioni umanitarie internazionali, il Presidente, a tempo pieno, senza mai riposo, gestisce le crisi umanitarie più gravi del Pianeta. Il Presidente Sommaruga padroneggiava il diritto umanitario internazionale, la diplomazia e anche l’economia, perché con lui il contributo finanziario degli Stati occidentali crebbe in modo astronomico. Da entusiasta trascinatore, estese la missione del CICR, forzando l’interpretazione delle Convenzioni di Ginevra, la Magna Carta del CICR: non più soltanto i conflitti internazionali, ma anche i conflitti interni, non più soltanto il sostegno ai prigionieri di guerra, la medicina di guerra e gli ospedali, bensì anche per tutte le necessità attorno al soccorso delle vittime di conflitti. In 27 anni di attività nell’organo supremo del CICR, con funzioni simili a quelle del consiglio di amministrazione, ho vissuto quattro diversi presidenti. Tutti e quattro, per statuto, di nazionalità svizzera. Quale orgoglio: seppure con un “vivaio” numericamente ristretto di diplomatici, la capacità svizzera, però, di sempre individuare personaggi anzitutto disinteressati e coraggiosi e capaci. Quattro personalità diversissime. Sommaruga, sempre a gareggiare con il dinamismo dei membri della Direzione, forzati a risolvere problemi sempre diversi. Ad una seduta del Consiglio ci propinò un incontro con due generali americani, sulla cyberwar, decenni orsono; inventammo il pronto soccorso giuridico: da tutto il mondo i delegati potevano in tempo reale rivolgersi alla centrale di Ginevra per la soluzione immediata ai problemi giuridici più disparati. Nella “reggenza Sommaruga”, aumentarono i delegati non svizzeri, privilegiati giovani, ma specialmente l’accesso femminile in tutti i settori fino alla Direzione generale. Promosse la campagna mondiale contro l’esportazione delle mine anti-uomo. Quando a Ginevra lo si “preparava” al suo intervento annuale per il discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si “dimenticò” tutte le cautele, gridando in Assemblea con la sua voce stentorea “We want the total ban”. Ne nacque la Convenzione di Ottawa contro le mine anti-uomo. Svizzerissimo, Cornelio Sommaruga, come spesso lo sono gli svizzeri all’estero, promosse contributi dalle città e cantoni, battendo cassa anche a Berna, ma sempre sottolineandone la totale indipendenza del CICR. Imperativo, ma anche rispettoso: per le crisi più acute, lunghe discussioni preliminari a casa sua, la sera. Commosso, Caro Cornelio: hai speso bene la tua esistenza, per la tua cara famiglia, ma quanti leoni coraggiosi hai forgiato per continuare la tua missione, dentro e fuori la tua amata Svizzera.

Paolo Bernasconi, già membro del CICR
dal  Corriere del Ticino

Nell’immagine: Cornelio Sommaruga

 


Finma, confessione di impotenza

La scomparsa di Cornelio Sommaruga, storico presidente del CICR 

Il 19 marzo 2023 l’Ubs ingoia il Credit Suisse. Il 19 dicembre 2023 la Finma pubblica la propria autodifesa: 89 pagine per descrivere i problemi del Credit Suisse, le misure adottate dalla Finma e le soluzioni future. Trattasi di uno strumento indispensabile per i partiti politici i quali, confrontati con l’Ubs come rischio sistemico raddoppiato dopo il marzo 2023, dovrebbero adottare misure di urgenza. Attendere i risultati della Commissione parlamentare d’inchiesta, che in ogni caso saranno comunque colorati secondo le maggioranze politiche, potrebbe rivelarsi tragicamente tardivo. Questo rapporto della Finma è stato qualificato da parte di un commentatore del Centre de Droit Bancaire dell’Università di Ginevra come una confessione di impotenza. In effetti, la Finma proclama di aver fatto tutto il possibile e di avere esaurito tutti i mezzi previsti dalla legge. Ma è proprio la Finma che ha il compito di proporre, mediante intermediazione del Consiglio federale, tutte le riforme legali necessarie per garantire l’efficacia della sorveglianza sulla piazza bancaria e finanziaria svizzera.

Oggi la montagna partorisce il topolino: torna il ritornello di ottenere il potere di infliggere le multe, benché, in questo settore, le multe non avranno mai nessun effetto di prevenzione, né generale, né speciale, poiché in ogni caso vengono pagate dalle banche e non dal banchiere che è responsabile di errori e negligenze. Prova: le colossali multe pagate dal Credit Suisse negli Stati Uniti non ebbero nessun effetto e non hanno minimamente ridotto l’appetito al rischio dei suoi manager: infatti, a causa delle perdite e delle multe, durante gli ultimi 15 anni il Credit Suisse aveva fruttato soltanto 800 milioni di utili, pagando però, nello stesso periodo, circa 40 miliardi di bonus a favore di questi medesimi manager.

Le misure fortemente annacquate da parte del parlamento conseguenti alla volontà popolare espressa mediante l’approvazione dell’iniziativa Minder, garantiscono in realtà l’inefficienza di qualsiasi intervento da parte degli azionisti del Credit Suisse e, allo stato attuale, dell’Ubs. Si vedrà nel bilancio e nel Rapporto sulle remunerazioni del 2023 a quanto ammonta l’importo colossale dei bonus incassati dai quadri superiori dell’Ubs, proprio nell’anno in cui hanno decretato il licenziamento di migliaia di dipendenti.

Da parte sua, la Finma continua a dimostrare il suo timore reverenziale: avrebbe potuto ordinare la confisca (art. 35 della Legge federale sulla Finma) di tutti i bonus incassati dai manager colpevoli, che erano già stati identificati grazie alle 14 procedure di enforcement condotte negli ultimi anni nei confronti del Credit Suisse proprio da parte della stessa Finma. Purtroppo, il rapporto Finma non prevede nessuna misura legale per almeno calmierare il sistema dei bonus. Ma non facciamoci illusioni: da decenni, la maggioranza liberal-populista delle Camere federali ha fatto di tutto per limitare i poteri della Finma. In realtà è il sistema svizzero, cosiddetto dualista, della sorveglianza sia pubblica che privata, che ha mostrato i suoi limiti, come già constatato dal Fondo monetario internazionale in un suo rapporto del 2019.

Ma quali sono le responsabilità delle società di audit incaricate della revisione ordinaria e straordinaria del Credit Suisse? Quali sono stati gli interventi da parte dell’autorità federale di sorveglianza sulle società di revisione bancaria? Questa autorità, che deve cooperare mano nella mano con la Finma, presenterà anch’essa un rapporto con le lezioni che deve tirare dal disastro del Credit Suisse? E c’è di peggio: fra il 2018 e il 2022 la Finma ha inoltrato ben 16 denunce penali riguardanti manager del Credit Suisse, un record che avrebbe dovuto comportare la sospensione immediata dei manager denunciati, applicando loro il divieto di esercitare l’attività bancaria, con il medesimo rigore che la Finma ha già applicato nei confronti di banche più piccole, fra le quali, notoriamente, anche qualche banca ticinese. Ma qual era l’autorità destinataria di tutte queste denunce penali? Il Dipartimento federale delle finanze oppure il Ministero Pubblico della Confederazione, oppure entrambi? E quale è stato il seguito che queste due istanze penali hanno attribuito alle 16 denunce inoltrate da parte della Finma? Un simile record di denunce penali non avrebbe dovuto comportare l’estensione d’ufficio anche ai crimini finanziari previsti dal Codice penale? “Una banca come la Svizzera” sta cartellonando dovunque Ubs drappeggiandosi nella bandiera svizzera. “Prudenza, tradizione e rigore”. Ma il parlamento svizzero, il Consiglio federale, la Finma, l’autorità di vigilanza sulle società di revisione, l’autorità giudiziaria penale e le società di revisione, quando pubblicheranno se e come saranno in grado di sorvegliare efficacemente il rispetto di questi buoni propositi da parte dell’Ubs, ossia del maggior rischio sistemico della storia bancaria svizzera?

Articolo pubblicato da La Regione e apparso in francese su La Tribune de Genève


Mafia, criptovalute e zone grigie

La scomparsa di Cornelio Sommaruga, storico presidente del CICR 

Sequestri di cocaina nel porto di Rotterdam: luglio 2023, 8 tonnellate, valore 600 milioni di euro; 2021: 3,6 tonnellate; 2020: 4,6 tonnellate. Secondo le autorità di Rotterdam, questi sequestri riguardano soltanto la metà della cocaina importata nei Paesi Bassi. Sequestri di cocaina nel porto di Anversa: 110 tonnellate durante il 2022, 40 tonnellate nel novembre 2023, di cui 7,5 il 3 novembre 2023. Un chilo di prodotto base in Colombia è venduto a 500 euro, a Bruxelles a 70’000 euro. La dose tradizionale di 0,8 grammi a 50 euro è stata diminuita a 0,2 grammi al prezzo di 20 euro per facilitarne il commercio al dettaglio. Conseguenze: l’Olanda e il Belgio sono sempre più disastrati dalle guerre fra narcotrafficanti. La massa di milioni disponibili per queste organizzazioni, gestite in modo aziendale, permette loro di controllare tutta la filiera della produzione fino al commercio al dettaglio, di mantenere al loro servizio gruppi armati in America Latina e in Europa, disponendo di un inventario a magazzino di merce che non viene neutralizzata nemmeno dai suddetti sequestri.

Come si incanala questa massa di denaro nell’economia legale? Attraverso le zone grigie della finanza, il cosiddetto Finanzunterwelt. Nicoletta Della Valle, capo dell’Ufficio federale di polizia, si lamenta per il fatto che le comunicazioni fra la polizia dei Cantoni e la Fedpol sono meno efficaci e più lente che le comunicazioni di polizia tra la Svizzera e l’estero. I parlamentari che le fanno eco, domandano al Consiglio federale soltanto misure di repressione. Ma le gravi lacune si trovano nella prevenzione. Infatti la legislazione finanziaria svizzera, messa in vigore tardivamente il primo gennaio 2020, colpisce solamente gli intermediari finanziari che domandano l’autorizzazione presso la Finma.

Ma chi controlla le migliaia di società finanziarie e fiduciarie che gli Uffici del Registro di Commercio continuano a registrare, senza domandare loro se abbiano ricevuto un’autorizzazione da parte della Finma? Sarebbe un bell’esempio di autodisciplina bancaria: aprire relazioni d’affari solamente con quelle società finanziarie che dispongono dell’autorizzazione della Finma. E qual è lo scopo economico di centinaia di migliaia di società di sede che non hanno altro, oltre a cospicui conti bancari, che una bucalettere nei Paesi non cooperativi? Un tempo si diceva “evasione fiscale”. Ma oggi non più, visto che ormai funziona lo scambio automatico di informazioni finanziarie (salvo che con gli Usa). Quali sono le misure di prevenzione realizzate nei confronti di questi strumenti che sono stati svelati mille volte come strumenti utilizzati dalle organizzazioni criminali? Quali sono le misure di controllo effettuate dalle autorità svizzere nei confronti di questi montaggi di società che mettono a disposizione i loro servizi a chiunque, senza nessuna autorizzazione?

Non abbiamo ancora cominciato a colmare queste lacune, che già la lotta antiriciclaggio, condotta soprattutto da qualche Paese dell’Ue, è costretta a ritornare alla casella di partenza: Binance, la più importante piattaforma di scambio di criptovalute al mondo e il suo direttore generale, in uno storico accordo con le autorità americane, hanno appena pagato più di 4 miliardi di dollari di multa, dichiarandosi colpevoli per omissione delle misure antiriciclaggio. Secondo il Tesoro americano “avendo omesso di applicare le misure antiriciclaggio, Binance ha permesso a un ampio ventaglio di attori criminali di realizzare degli scambi attraverso la sua piattaforma”; tra gli altri, movimenti come Al Qaida e il braccio armato di Hamas. È quello che rammenta anche l’organizzazione mondiale Iosco nelle sue raccomandazioni del 6 novembre 2023, puntando il dito accusatorio specialmente sulle cosiddette criptovalute stabili (stablecoins).

A livello di sicurezza, il Municipio di Lugano ha finora avviato campagne contro l’accattonaggio, la sporcizia sulle strade e la cacca dei cani. D’altra parte, il Municipio continua a promuovere l’iniziativa “Lugano capitale mondiale delle criptovalute” con il sostegno dello stablecoin Tether. “Forti con i deboli, deboli con i forti”. È proprio ciò che deplora il 4° Rapporto del Gafi, agenzia antiriciclaggio dell’Ocse, dell’ottobre 2023 nei confronti della Svizzera: “Non esiste, per tutti gli intermediari non bancari, l’obbligo di valutare il loro rischio prima di utilizzare le nuove tecnologie”.

Articolo pubblicato da laRegione e apparso in francese sulla Tribune de Genève
Nell’immagine: la campagna del Comune di Lugano contro la cacca dei cani. Per questioni molto più importanti occhio non vede, coscienza non duole


UBS/CS, la grande abbuffata

La scomparsa di Cornelio Sommaruga, storico presidente del CICR 

29 miliardi di dollari: questo il beneficio netto per il gruppo Ubs alla fine del secondo trimestre 2023. Questa performance riflette il reddito contabile consecutivo all’acquisizione del Credit Suisse. È normale: Ubs deve curare gli interessi dei suoi azionisti. Ma è altrettanto normale che il Consiglio federale, imponendo le sue istruzioni alla Finma e alla Banca nazionale svizzera, abbia messo tutto quanto in opera con l’obiettivo di favorire proprio Ubs? Ma è normale e giuridicamente corretto imporre alla Finma e pertanto al Credit Suisse di azzerare 16 miliardi di obbligazioni (i cosiddetti AT1 bonds) e ciò, malgrado che ancora il 17 marzo 2023, ossia due giorni prima della decisione della Finma di azzerare queste obbligazioni, il Cs avesse deciso di riscattarle allo scopo di riguadagnarsi la fiducia del mercato?

La famosa conferenza stampa del 13 marzo era stata preceduta da intensi negoziati ad alto livello fra i rappresentanti del Consiglio federale, della Bns e della Finma con i dirigenti del Cs e dell’Ubs, proprio allo scopo di finalizzare la transazione in favore di Ubs. Quest’ultima poteva contare sulle informazioni raccolte durante la preparazione che era già stata avviata da parecchi mesi. Ora la descrizione delle garanzie della Bns a favore di Ubs è addirittura contenuta nei dettagli del Memorandum di un centinaio di pagine del 9 giugno 2023, che il gruppo Ubs ha dovuto sottoporre all’Autorità di vigilanza degli Stati Uniti (Sec). Quel che è peggio è che, proprio durante gli intensi negoziati con Ubs, ancora il 15 marzo 2023, non soltanto le autorità federali ma anche lo stesso Cs, per tranquillizzare gli investitori, pubblicarono notizie rassicuranti riguardanti il rispetto dei requisiti di capitale e di liquidità del Credit Suisse.

Gli azionisti del Cs, che a seguito di queste dichiarazioni tranquillizzanti che sottacevano i negoziati in corso con Ubs e che in definitiva hanno subìto una perdita di almeno il 70%, potrebbero renderne responsabile il Consiglio federale? Qualche azionista, negli Usa, già lamenta questa disparità di trattamento nella scelta dell’opzione Ubs, dato che altre banche svizzere erano pronte a pagare un prezzo ben superiore per acquisire almeno la clientela del ramo svizzero del gruppo Cs. La Commissione parlamentare d’inchiesta (Cpi) che pubblicherà un rapporto soltanto fra qualche anno, sarà in grado di giungere a un risultato che non sia offuscato dal filtro di parlamentari preoccupati di evitare l’emergere delle responsabilità di Ueli Maurer oppure di Keller-Sutter? Perché non hanno applicato la legislazione prevista per il fallimento delle banche? Così si chiede il Financial Stability Board (costituito dalle autorità politiche e monetarie delle prime 25 piazze finanziarie mondiali) nel suo recente rapporto sul salvataggio del Cs. Per fortuna la nostra Costituzione federale ci mette a disposizione degli organi imparziali: il Tribunale amministrativo federale e successivamente anche il Tribunale federale, potranno e dovranno far luce in modo indipendente nel quadro delle procedure riguardanti i ricorsi presentati da migliaia di detentori delle suddette obbligazioni AT1. Forse anche la giustizia civile, in Svizzera e in altri Paesi, potrebbe essere chiamata in causa anche da parte degli azionisti del Cs.

Ma c’è di peggio: numerosi investitori procedono contro la Confederazione davanti ai tribunali Usa e al Centro arbitrale di Washington, fondato sui Trattati bilaterali di protezione degli investitori contro il rischio di espropriazioni e nazionalizzazioni. E il Ministero pubblico della Confederazione? Fino a oggi non si ha notizia di qualsivoglia iniziativa, malgrado le aspettative degli investitori danneggiati, dell’opinione pubblica e del mercato. Intanto i responsabili avranno tempo di concertare le loro versioni, di nascondere prove e specialmente di esportare i milioni incassati a titolo di bonus, mentre la loro banca stava crollando. Per intanto, infatti, le autorità giudiziarie penali della Confederazione non hanno ancora ravvisato nemmeno un indizio delle responsabilità dei manager del Cs. Nessuna iniziativa giuridica riguardo al rimborso dei bonus milionari che vennero incassati proprio da quei manager del Cs che furono oggetto delle numerose procedure di inchiesta avviate dalla Finma durante questi ultimi anni.

In occasione della perdita milionaria da parte del Cs di Chiasso, scoperta nell’aprile 1977, il Ministero pubblico di Lugano (due magistrati senza nessuna équipe finanziaria) aveva avviato d’ufficio una procedura penale che condusse all’arresto di due dirigenti della banca e, due anni dopo, alla condanna degli stessi insieme a tre altri professionisti di un importante studio di avvocatura ticinese. A quell’epoca la comunità bancaria aveva saputo reagire, sotto pressione di Fritz Leuwyler, allora presidente della Banca nazionale, adottando la Convenzione di diligenza delle Banche. Oggi la pletora dei candidati per le Camere federali si astiene prudentemente dal promuovere quelle riforme che permetterebbero di impedire un nuovo intervento forzato della Confederazione a favore di una banca in dissesto. “Da uno zombie è nato un mostro”: così la Neue Zürcher Zeitung definì la nuova Ubs. Infatti parecchi e parecchie preferiscono, grazie alla compiacenza di qualche giornalista, imbonirci con le fotografie dell’album di famiglia, con i loro cani e con i loro gatti. Così nessuno fra i candidati e le candidate deve esporsi per parlare dell’effetto criminogeno dei bonus milionari a favore dei manager delle banche svizzere, di cui ci ricordiamo che, in occasione della votazione sull’iniziativa popolare Minder (una grande vittoria poi annacquata dal partito degli Affari), i banchieri avevano motivato i bonus a loro favore con lo slogan: “Senza i bonus si perdono i migliori”.

Articolo pubblicato da laRegione e, in francese, dalla Tribune de Genève


La lobby per i diritti dell’uomo

La scomparsa di Cornelio Sommaruga, storico presidente del CICR 

Di lobby nel Parlamento svizzero non ne mancano. Quella che manca ancora è la lobby delle vittime, delle persone di cui sono violati i diritti fondamentali. Ovviamente, il nostro sistema giudiziario dispone di Tribunali che devono applicare le convenzioni internazionali, in particolare la Convenzione europea della salvaguardia dei diritti dell’uomo (Cedu, quella stessa cConvenzione che il Mattino della Domenica ha recentemente chiesto di denunciare, affinché i Tribunali svizzeri non la debbano più applicare). Ma tutti sappiamo che i gradini degli scalone dei palazzi di giustizia sono molto alti, per cui ci vuole parecchio denaro per accedere alla giustizia. Ed è anzitutto alle vittime delle violazioni dei diritti fondamentali che manca questo denaro.

23 maggio 2023: una data fondamentale per la protezione dei Diritti dell’Uomo in Svizzera. Infatti, quel giorno, a Berna si è riunita l’assemblea costitutiva dell’Istituzione Nazionale per i Diritti Umani (Indu), come corporazione indipendente di diritto pubblico. La sua missione è molto chiara. Nella sua qualità di istituzione svizzera indipendente per i Diritti Umani, ha per scopo di contribuire alla protezione e alla promozione dei Diritti Umani in ogni settore della vita e a tutti i livelli dello Stato. Ecco il suo preambolo: “I Diritti Umani fanno parte dei fondamenti dell’ordine pubblico e della vita nella società. La Costituzione federale e le Convenzioni ratificate dalla Svizzera obbligano tutte le autorità federali, cantonali e comunali a rispettare, proteggere e mettere in opera i diritti fondamentali e i diritti umani. I Principi di Parigi, adottati dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Risoluzione 48/134) nel 1993, come pure le Raccomandazioni formulate dal Consiglio d’Europa nel 1997 n. R (97) 14) e nel 2021 (CM/Rec (2021) 1) precisano che le istituzioni nazionali indipendenti per i diritti umani (Indu) possono apportare un contributo essenziale per la promozione e la protezione dei diritti umani. Questi testi stimolano gli Stati membri a creare simili istituzioni e a dotarle delle risorse e delle competenze necessarie. Adottando gli artt. 10a, 10b, 10c della Legge federale per le misure di protezione civile della pace e per il rafforzamento dei Diritti dell’Uomo, in vigore dall’1.1.2023, il Parlamento federale ha deciso di creare una simile istituzione. Queste disposizioni costituiscono la base legale per l’Istituzione svizzera indipendente per i Diritti Umani”.

Ma i fondi sono minimi

Una missione titanica: informazione e documentazione, ricerca, consulenza, promozione del dialogo e della cooperazione, educazione ai Diritti dell’Uomo e sensibilizzazione, scambi a livello internazionale. Tutto ciò rappresenta un considerevole impegno a favore delle vittime delle violazioni dei Diritti dell’Uomo residenti in Svizzera, in particolare i bambini, i malati, le persone in situazione di handicap, i poveri, le vittime di discriminazione razziale ecc. Si tratta di compiti d’importanza inversamente proporzionale all’importanza dei finanziamenti. Infatti, il preventivo annuale di un milione di franchi corrisponde appena al contributo federale che era stato stanziato precedentemente al progetto pilota dell’Istituto. Un preventivo di cinque milioni di franchi all’anno costituirebbe una base minima per finanziare il lavoro dell’Istituto, con sede a Friburgo.

Nel 2023, in occasione del recente Esame Periodico Universale (Epu) della Svizzera davanti al Consiglio per i Diritti dell’Uomo dell’Onu (quello che il Mattino della Domenica definisce il BidOnu), numerosi Stati hanno criticato questo finanziamento insufficiente. Bisognerà quindi convincere i cantoni, le città, le fondazioni e le associazioni private della necessità di finanziare questo nuovo Istituto. Anche l’economia privata dovrà capire che ne potrà trarre un profitto incommensurabile, allo scopo di rispettare i propri obblighi che derivano dai principi di responsabilità sociale dell’impresa, fra i quali, fino a oggi, a fianco dei settori “ambiente” e “buon governo”, il settore dei Diritti dell’Uomo figura ancora come il parente povero.

Un patrimonio d’esperienza

Fortunatamente il nuovo Istituto potrà contare sul formidabile patrimonio di esperienza della piattaforma delle Ong svizzere per i Diritti Umani, in modo da evitare che la sua attività rimanga una riserva di caccia per poche categorie di giuristi. A questo scopo la lobby dei Diritti Umani dovrà trasformarsi nella “lobby dell’empatia”. Ci si preoccupa della mancanza di energia, di materie prime, di competenze, ma la preoccupazione maggiore è in realtà la mancanza di empatia. Se i nostri parlamentari, uomini e donne, dimostrassero maggiore empatia con i genitori dei bambini ucraini deportati in Russia e coi bambini imprigionati nelle caserme del Partito Comunista Cinese nello Xinjiang e in Tibet, non avrebbero ratificato quell’Accordo di libero scambio con la Cina, dal quale vennero cancellate le clausole di protezione dei Diritti Umani e contro i lavori forzati. Altro esempio: maggiore empatia da parte dei funzionari della Segreteria di Stato per la Migrazione (Sem) limiterebbe il numero delle deportazioni nei Paesi dittatoriali e farebbe comprendere che il visto umanitario non è sottoposto a condizioni burocratiche, ma, al contrario, deve aiutare persone in pericolo di vita che continuano a credere alle tradizioni umanitarie del nostro Paese, benché siano ormai sempre più sbiadite. 

Articolo pubblicato in francese sulla “Tribune de Genève” e pubblicato in italiano da “laRegione”


Il parlamento ha perso un’altra occasione

La scomparsa di Cornelio Sommaruga, storico presidente del CICR 

Alberto Petruzzella riguardo al Credito Svizzero: “Non ditemi che al Credit Suisse non c’erano segnali di una gestione dei rischi che faceva acqua, soprattutto in investment banking, dove nonostante anni di gestione scellerata (“scelus”, crimine) si è andati avanti imperterriti, come il Titanic, fino a trovare un iceberg abbastanza grande da affondare la nave”. Il Presidente dell’Associazione bancaria ticinese parlava il 12 maggio 2023. Grave crisi che era già emersa nell’ambito dell’inchiesta (enforcement) avviata dalla Finma nel marzo 2021. Sarà davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta che la Finma dovrà spiegare perché non ha allarmato prima il Consiglio federale, in modo da evitare che quest’ultimo dovesse far capo ai poteri straordinari di emergenza. Si dovrà verificare, fra l’altro, l’efficienza dei nuovi obiettivi strategici approvati dal Consiglio federale il 17 novembre 2016, fra i quali “la problematica del Too big to fail, affrontando il cambiamento strutturale nel mercato finanziario per tutelare i creditori e gli assicurati” (Obiettivo 3 e Obiettivo 4).

“Historia magistra vitae”: questa regola varrà anche per regolamentare il sistema bancario? In caso affermativo, si possono rileggere le conclusioni formulate dalla Commissione Federale delle Banche (la Finma dell’epoca) riguardo alla perdita di 2,2 miliardi del Credito Svizzero sfociata nella condanna dei responsabili da parte della Corte delle Assise Criminali, a Chiasso, due anni dopo il loro arresto:

“L’anno 1977 passerà alla storia del settore bancario svizzero. Le perdite subite da un’importante banca hanno dimostrato ai responsabili che non ci si può permettere nessun allentamento nell’organizzazione della direzione e del controllo. L’adeguamento delle banche svizzere alle nuove condizioni e l’enorme sviluppo della piazza finanziaria svizzera devono essere accompagnati dal rafforzamento dei settori di controllo e revisione. (…) Nei Paesi in cui le banche operano in regime di concorrenza, è l’economia a dover sostenere le eventuali perdite. I risparmiatori e i titolari di depositi appartengono anch’essi a questa economia e non si può seriamente contestare che possano pretendere un adeguamento e un miglioramento della loro protezione qualora la vigilanza non sia riuscita a raggiungere il suo scopo”. (cfr. Rapporto di gestione 1977, pagina 33). 

Correva l’anno 1977, era anche l’anno del fallimento della Banca Leclerc di Ginevra e della Banca Weisscredit di Chiasso, che furono parimenti oggetto di procedure penali. Fino ad oggi, riguardo al disastro del Credito Svizzero, nessuna procedura penale: Too big to jail. A Berna, in occasione della prossima sessione parlamentare, bisognerà evocare Zurigo: “È scomparso uno zombie (Credito Svizzero, ndr), ma è nato un mostro” (Ubs+Cs, Neue Zürcher Zeitung, 19.03.2023). “È semplicemente l’intera regolamentazione che non funziona”. E ancora: “Nessuno può escludere che possa ripetersi un disastro come quello del Credito Svizzero”. Questa la cronaca del dibattito fra esperti, organizzato la settimana scorsa dal Tages Anzeiger. “Perché nell’ottobre scorso nessuno ha tirato la corda del paracadute?”, ha domandato il prof. Tobias Straumann. Il Consigliere nazionale Thomas Matter si è precipitato al salvataggio del suo correligionario Ueli Maurer, già direttore del Dipartimento federale delle finanze: questo sarà l’obiettivo dell’Unione Democratica di Centro nel quadro delle ricerche “politicizzate” della futura Commissione d’inchiesta parlamentare. Ancora Matter: “Negli Stati Uniti le banche (Cs compreso) hanno già pagato multe per decine di miliardi: non è servito a nulla”. Questa la risposta alla richiesta della Finma di dotarsi dello strumento della multa. 

E lo strumento degli stress-test, quali risultati? E gli Accordi di Basilea? Male applicati oppure da rafforzare? Il Berufsverbot (ossia la cacciata del manager dal mercato) è lo strumento con la migliore efficacia preventiva. La Finma l’ha applicato frequentemente ai manager di banche ticinesi. L’ha applicato altrettanto frequentemente anche ai manager del Credito Svizzero? Il comunicato stampa della Finma del 24 maggio 2016 aveva silurato a morte la Banca della Svizzera italiana (Bsi). Questo strumento (name, shame and blame) è stato utilizzato anche riguardo al Credito Svizzero? In particolare riguardo ai sette manager del Credito Svizzero di cui la SonntagsZeitung ha appena rivelato bonus segreti milionari? È stata colpa degli azionisti del Credito Svizzero avere tollerato queste pratiche? Fra i grandi azionisti si trovavano anche fondi di prima classe, per esempio Black Rock, nonché Fondi sovrani, quelli dell’Arabia Saudita e del Qatar e tante casse pensioni. Non hanno mai reagito. Non incorrono in nessuna responsabilità all’interno del Credito Svizzero, perché giuridicamente gli azionisti non possono essere responsabili (semmai, questi Fondi sono responsabili nei confronti della loro propria clientela, che potrebbe rimproverare loro questa attitudine di tolleranza all’interno delle assemblee del Credito Svizzero). Ma la recente “grande” revisione del diritto azionario, per le assemblee degli azionisti ha previsto soltanto modifiche di semplice logistica: esecuzione virtuale e ibrida oppure per corrispondenza. Niente di più. La maggioranza del parlamento ha perso un’altra occasione. Perderà anche la prossima? Too big to save: “Ci rimane una cosa sola: sperare” (Finanz und Wirtschaft, 13 maggio 2023).

Articolo scritto per la Tribune de Genève e ripreso da laRegione
Nell’immagine: Willy Stöwer,
L’affondamento del Titanic (1912)