Ucraina due anni di guerra – Il conflitto «a pezzi» ha una storia di trent’anni

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

«È una gran cosa essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso. Di solito non lo facciamo, ma è un grande talento da coltivare». Si tratta di un’affermazione espressa nell’immediato dopoguerra dal grande saggista Dwight Macdonald, ripresa poi da Noam Chomsky nel suo Le conseguenze del capitalismo del 2021. Per comprendere la «guerra mondiale a pezzi» che si sta svolgendo sotto il nostro naso bisogna cercare di vedere quello che sotto il nostro naso era già evidente agli inizi degli anni Novanta del Novecento. 

Zbigniew Brzezinski, nel 1993 (Il mondo fuori controllo) e poi soprattutto nel 1997 (La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana), aveva costruito il quadro teorico entro il quale doveva muoversi, in maniera articolata, tutta l’immensa forza di cui disponeva la potenza vincitrice della guerra fredda. Il nuovo ordine mondiale, il modo in cui la globalizzazione doveva essere governata, non sarebbero stati il frutto della naturale espansione del libero mercato, bensì di una realtà da plasmare in maniera tale che l’affermazione del Washington consensus potesse svolgersi in piena sicurezza. 

Per plasmare il nuovo ordine mondiale occorreva una politica internazionale che non si limitasse alla difesa di uno statu quo, che pure era il risultato di una vittoria epocale sull’Urss, il nemico storico del Novecento. Occorreva una politica costante di intervento in tutte quelle aree del mondo in cui il momento unipolare potesse essere messo in pericolo dal sorgere di attori competitivi. In questa visione ogni area del mondo è considerata solo per la sua funzione geostrategica sul piano di una scacchiera nella quale il primum movens dei pezzi rimane il mantenimento dell’American Superpower. Persino la vecchia Europa appare sulla scacchiera come «l’essenziale testa di ponte geopolitica dell’America» (A Geostrategy for Eurasia, «Foreign Affairs», September 1, 1997). E l’Ucraina come territorio da sottrarre in ogni modo ai residui di influenza russa. 

Tale sistematica «teorica» si è successivamente articolata in numerosi elaborati di ogni livello prodotti da centri studi e da centri operativi statunitensi. Una ricca documentazione del tutto sotto il nostro naso. E si è articolata, soprattutto, nella guerra continua che, a partire dai bombardamenti Nato di quella che era, seppure in dimensioni ridotte, ancora la repubblica Federale di Jugoslavia, ha progressivamente interessato tutte le aree dell’intervento attivo indicato da Brzezinski. 

Questo insieme di relazioni, che è davvero sotto il nostro naso, ha nella guerra il suo principio dinamico. Nell’esercizio teorizzato e praticato della guerra confluiscono tutti gli aspetti contraddittori dei modi di accumulazione caratterizzanti le diverse forme di capitalismo che si confrontano. Gli imperialismi conflittuali di oggi si manifestano in forma assai diversa rispetto a quella considerata come l’età classica dell’Imperialismo. Necessario dunque operare per distinzioni, avendo ben presente, però, che la meccanica della centralizzazione del capitale accomuna nel profondo tanto la belle époque, che l’età, da poco alle spalle, dell’euforia globalizzante. A ognuna il suo 1914? Meccanica della centralizzazione e meccanica della competizione sono elementi strutturalmente compenetrati nel «nuovo conflitto imperialista», come recita il sottotitolo di La guerra capitalista, (Brancaccio, Giammetti, Lucarelli, 2022): un «libro da leggere» (copyright Piergiorgio Bellocchio, «Quaderni Piacentini»). 

I pezzi della guerra mondiale in atto, se lasciati alle loro dinamiche naturali, hanno possibilità di saldarsi tutt’altro che esigue. Perciò la realtà intrisa di bellicismo così pervasiva nel momento attuale, è la questione del nostro tempo. La stessa questione sociale, così dipendente dai rapporti di dominio che la guerra ridefinisce continuamente, deve esserne pensata come aspetto. 

L’orrore che ci sovrasta non può essere combattuto solo con posizioni ireniche, che pure sono ammirevoli e indispensabili. In Italia, in questo momento, si sta discutendo della presentazione alle prossime elezioni europee di una lista non tanto pacifista, bensì contro la guerra. Il che significa contro le ragioni della guerra. È essenziale che l’iniziativa in corso abbia esiti positivi. È anche il modo di rifiutare l’immagine dell’Occidente che la retorica bellicista imperante agita come condizione necessaria per la vittoria. Il nostro Occidente non è quello di Pizarro e di Cortés così intrinseco al sistema teorico di Brzezinski, ma quello fecondo di umanismo e giustizia evocato da Erasmo da Rotterdam. 

Nell’immagine: Erasmo da Rotterdam (1466-1536) e una sua massima: i mali che non si avvertono son i più pericolosi


«Gonnella buffone» nel tempo del nuovo fascismo

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

Gonnella Buffone è il titolo di un breve saggio pubblicato su «Belfagor» nel gennaio del 1949 da Luigi Russo, dimissionato «con brutalità» (N. Ajello, 1994) dalla direzione della Scuola Normale Superiore di Pisa tramite editto del ministro democristiano Guido Gonella.

Il grande italianista rispose con un esercizio di raffinata ironia a base rigorosamente filologica, tratteggiando il ritratto di un Gonnella vissuto nel tardo medioevo e diventato un «simbolo della buffoneria». Ritratto di uno che «era insieme birbante e gaglioffo».

Il recente episodio di «cialtronismo kafkiano» (T. Di Francesco, «il manifesto», 14 maggio) concernente la presenza del fisico Carlo Rovelli alla Buchmesse di Francoforte, ci pone davanti alla difficile scelta tra un numero ampio di «Gonnella buffoni».

Il ministro della Cultura, ad esempio, si sarebbe accontentato (dice ora) che alla Buchmesse, di fronte ai maggiori esponenti della civiltà globale del libro, Carlo Rovelli non si fosse presentato da solo. Alla lettura, certamente magistrale del fisico, si sarebbe potuto affiancare, magari, in nome del pluralismo, una lettura del «patriota», e formatore di «aspiranti patrioti», Francesco Borgonovo. L’insigne scienziato, conosciuto e stimato nella comunità scientifica internazionale, e il giornalista, noto soprattutto nei talk-show nazionali, sullo stesso piano a rappresentare la cultura italiana nel mondo.

E il Commissario italiano alla Buchmesse avrebbe voluto «assaporare il fascino della ricerca» e, «guidato dalle parole» di Rovelli, «lanciare uno sguardo ai limiti della conoscenza». Ciò non sarebbe stato possibile, però, per l’«imbarazzo» che la presenza del fisico avrebbe causato alla rappresentanza politica italiana presente, in quel giorno, «al massimo livello istituzionale». Untuosità e soggezione al potere in carica: il «gonnellismo» dei nostri tempi. Due episodi lontanissimi e che hanno protagoniste forze politiche differenti, ma che tuttavia sono legati dal filo di forme molteplici di un fascismo che non se ne è mai andato dalla storia dell’Italia repubblicana.

Il 31 ottobre 1948 l’«Osservatore Romano» dava notizia della rimozione di Luigi Russo dalla direzione della Scuola Normale Superiore di Pisa e della sua sostituzione con il biologo Ettore Remotti, indicato dal giornale del Vaticano come «nostro illustre collaboratore». La pubblicazione dell’«Osservatore Romano» precede quella della comparsa del decreto ministeriale in Gazzetta Ufficiale, e questo è un indicatore importante. Al proposito, Piero Calamandrei chiese ironicamente a Gonella se non fosse il caso d’introdurre nella legge concernente i modi della pubblicazione dei decreti ufficiali della Repubblica «un articolo che dic[esse] che i decreti del Ministro della pubblica istruzione si pubblica[ssero] prima che sulla «Gazzetta Ufficiale» della Repubblica italiana, sull’«Osservatore Romano» della Città del Vaticano».

Un settimanale cattolico / clericale non aveva nessuna remora a chiarire le ragioni dell’editto: «O che pretendeva il prof. Luigi Russo (…) che un Ministro democristiano gli mantenesse la propria fiducia?». Il popolo italiano aveva votato il 18 aprile «appunto perché figuri come Luigi Russo non potessero più impancarsi a giudici e maestri nei posti d’onore della cultura italiana» («Brancaleone» 7 novembre 1948). Il «figuro» era considerato in ambito scientifico come uno dei più prestigiosi studiosi di letteratura italiana del periodo. Il settimanale ostentava come epigrafe la scritta: «Viva l’Italia! E così vedano i traditori rinnegati.».

La distinzione tra italiani «patrioti» e non italiani non patrioti continua ad essere una delle costanti dell’affabulazione politica di Giorgia Meloni. Quello della cacciata di Luigi Russo dalla Normale era il tempo di un clerico-fascismo profondo e radicato, che, consolidatosi negli anni Venti, prima intorno al progetto, poi alla realizzazione, nel 1929, dei Patti Lateranensi, era transitato nel clima culturale e politico del dopoguerra, con immutata pervasività. La sua forza consisteva, appunto, nell’essere ramificato in un contesto che andava molto al di là dei confini del MSI, del partito neofascista ufficiale. 

«La Costituzione fu per lungo tempo una gemma solitaria sopra una distesa di continuità» (A. Capussela, 2018). Ancora oggi il rapporto tra cesure e lunghe continuità appare assai problematico. Anzi le lunghe continuità riappaiono nei modi innovativi delle «riforme costituzionali», naturalmente «moderne». Nel nostro presente l’evidente diffusione  dei «Gonnella buffoni» deve essere considerato un indicatore di superficie. La comprensione storica del momento attuale acquista consapevolezza solo se l’adesso non è semplicemente il punto d’arrivo di un continuum storico, bensì il momento essenziale di una correlazione tra uno o più momenti del passato particolarmente significativi per dare senso al presente, per esserne rivelazione.

Nell’immagine: Jean Fouquet, Ritratto del buffone Gonnella (1447-1450, particolare)


Chi riscrive la storia?

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

Dobbiamo «riscrivere» la storia del fascismo e dell’antifascismo nell’Italia repubblicana in nome della «pacificazione» nazionale. In vista della celebrazione di un 25 aprile che non si vuole più «divisiva», questa sorta di invocazione viene continuamente ripetuta, non solo, com’è ovvio, nell’ambito dell’area neofascista attualmente al governo, ma anche in un’area più vasta di «pacificatori». 

Ci si appella alla necessità di una comune riflessione ispirata alla pietas per le giovani vittime della violenza negli anni di piombo. Questo atto doveroso, però, non ha nessun bisogno di riscritture della storia, né, tantomeno, di «pacificazione» tra forme fascismo e antifascismo. Nessuno dei pacificati/pacificatori si è posto alcune domande essenziali concernenti il carattere della conoscenza storica: che cosa significa «riscrivere» la storia? Chi la riscrive e con quali strumenti analitici? I politici che vogliono la «riscrittura» a quale tipo di studi pensano di fare riferimento? Con chi intendono «parlare», insomma?

Giorgia Meloni, ad esempio, parla con un’immagine di storia, un’evocazione di nebulose atmosfere intessute di memoria a sfondo revanscista. Non parla assolutamente con la storia come frutto del lavoro degli studiosi di mestiere. 

«Riscriviamo pure la storia e facciamolo come un rifiuto della violenza e dell’odio»: afferma il senatore del Pd Walter Verini («Corriere della Sera», 17 aprile). Con chi «parla» Verini»?
Possiamo escludere ch’egli, proprio come la Presidente del Consiglio, «parli» con i risultati e i metodi della storiografia professionale.

Per i cultori della «fiamma» tale pratica è elemento costitutivo di un’agenda politica assunta a partire immediatamente dopo il 1945. Altrettanto costitutiva una prospettiva del tutto inversa da parte della tradizione politico-culturale da cui molti dei parlamentari Pd  dicono di fare un qualche riferimento. Per i parlamentari del Pci degli anni Settanta e Ottanta ogni discorso sulla storia non poteva che partire dai risultati raggiunti dalla storiografia sull’oggetto considerata pertinente dalla comunità scientifica. Per costoro un’affermazione come quella di Verini sarebbe stata causa di un penoso stupore.

Ovviamente il deputato Renato Zangheri o il senatore Giuliano Procacci, due tra i più autorevoli storici europei del secondo dopoguerra, l’avrebbero giudicata priva di qualsiasi fondamento storico e politico. Però, anche il deputato Rolando Tamburini, prima operaio siderurgico, poi segretario di Camera del Lavoro, poi sindaco di Piombino e infine parlamentare, l’avrebbe sentita del tutto estranea ad una cultura politica, la sua, per la quale la storia era elemento fondamentale della conoscenza di una realtà ch’egli voleva cambiare radicalmente. E proprio per questo doveva essere conoscenza reale, scritta secondo le metodologie più critiche e innovative.

Non si «riscrive» la storia per  «rifiutare odio e violenza». La «riscrittura» è elemento consustanziale del lavoro storico. La riscrittura è il frutto continuo della ricerca e dell’innovazione metodologica, è elemento essenziale di ampliamento e approfondimento conoscitivo. La conoscenza storica è esplicativa delle fratture profonde, come quella del 25 aprile 1945, non certo di una loro immaginaria ricomposizione.  Anzi il fatto che molte delle nuove ricerche mettano in rilievo il legame tra la guerra civile 1919-1921 e quella 1943-1945 (in non pochi casi le stesse persone ne furono protagoniste) spinge a riflettere ulteriormente sul carattere dirimente del 25 aprile.
Si tratta, infatti, di una data che apre alla possibilità del rovesciamento di aspetti fondamentali di un ordine sociale del quale il fascismo del ventennio era stato il massimo garante. Sappiamo bene come il rapporto tra cesure e continuità sia complesso, e come, dopo il 1945, le nuove forme di ricomposizione dell’ordine sociale si ritrovino ad incrociarsi con le nuove/vecchie forme fascismo.

Nel novembre 1921 Emilio Lussu fu testimone del Congresso in cui i Fasci italiani di combattimento divennero Partito Nazionale Fascista. Assistette al Congresso appartato nell’angolo di un palco. L’aveva fatto entrare uno squadrista figlio di un ricco agrario della valle padana che era stato sottotenente nel battaglione comandato dal capitano Lussu e che conservava nei suoi riguardi sentimenti di rispetto e ammirazione. Lo squadrista aveva una mano lacerata.

– Quei briganti mi hanno ferito durante un attacco notturno.
– Quali briganti?
– I contadini.
– Ma i contadini attaccavano o erano attaccati?
– No, attaccavamo noi. E siamo riusciti a stroncarli. È finita la cuccagna. Pensi che ogni contadino guadagnava persino quaranta lire al giorno.
– E adesso?
– Ah, ora le cose sono cambiate.
– Ma quanto guadagnano ora?
– Quattordici lire. E sono anche troppe.
(Marcia su Roma e dintorni, 1933)

Nella nostra riflessione sul rapporto tra la frattura del 25 aprile e le lunghe continuità è da questa consapevolezza che dobbiamo sempre ripartire.


Con chi «parla» Giorgia Meloni?

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

«Hai visto il re francese?» chiese una volta Federico il Grande a d’Alembert.
«Sì, ho visto Sua Maestà» rispose il filosofo.
« Che cosa ti ha detto?».
« Non mi ha parlato».
«E con chi parla?» chiese stizzito il re. 

Questa annotazione tratta da «fogli volanti» di Petr Andreevič Vjazemskij, acuto, ironico e disincantato osservatore/protagonista della vita politica e letteraria russa dell’Ottocento, è aspetto di uno dei lasciti più importanti della cultura illuminista. La convinzione, cioè, che l’esercizio del potere politico, in particolare quello ai livelli apicali, non possa prescindere dalla coniugazione con un’intelligenza delle cose elaborata, anch’essa, ai livelli apicali. 

È un fatto che, nella fase attuale di consolidamento del «capitale totale» in tutte le su espressioni, tale esercizio sia diventato irrilevante per un ceto politico al quale non sono più delegati reali poteri d’intervento sui meccanismi di fondo dei processi di accumulazione. Tuttavia un capo di governo il cui pensiero sulla società e sull’economia prescinda dall’esigenza di «parlare» non tanto con i «d’Alembert» (peraltro in giro non se ne vedono molti), ma con coloro che hanno conoscenza reale dell’oggetto su cui esercita il  flatus vocis, è indicatore sostanziale della qualità del suo governo politico.

«Non è lo Stato che genera lavoro …», afferma in continuazione la signora presidente del Consiglio italiano. «Falso», per dirla con il titolo di una preziosa collana di Laterza. Se la signora Meloni avesse «parlato» con qualche libro di storia economica relativo ai modi dello sviluppo del capitalismo in età moderna e contemporanea, sarebbe stata colta da qualche dubbio? Gli studi in proposito ci dicono che agli inizi degli anni Sessanta, quando l’Italia ridusse drasticamente la disoccupazione, la spesa in innovazione tecnologica ed in investimenti nella ricerca (condizioni fondamentali della creazione di lavoro) fu sostenuta per il 50% del totale dall’impresa pubblica.

Se la Presidente avesse «parlato» con quei libri si sarebbe risparmiata di dire sciocchezze?

No, quelle sciocchezze non se le sarebbe rispamiate. Il progetto governativo della signora Meloni non sfiora nemmeno la sfera economico-sociale, regolata in automatico  secondo l’agenda neoliberista. L’accettazione in toto di quell’agenda e delle sue narrative permette, però, di non mettere in pericolo il sostegno al suo governo dei poteri economico-finanziari dominanti. 

La retorica sui padroni come unici job creators, sebbene storicamente falsa, non è però indicativa di alcuna forma di fascismo. Tuttavia  resta essenziale per mettere in sicurezza le politiche derivanti da ciò che i governanti, esponenti dell’attuale «forma» fascismo, «ascoltano» davvero. Infatti il solido ancoraggio all’ordine sociale neoliberista, nazionale ed internazionale, scongiura qualsiasi intervento dei custodi di tale ordine nella sfera che Fratelli d’Italia  considera l’area privilegiata della propria vocazione governativa.

La Presidente del Consiglio «parla» con la «fiamma» che campeggia nel simbolo del suo partito, «parla» cioè con la lunga storia (dal 1946) del neofascismo italiano e dei suoi motivi ispiratori e fondanti.  Parlare con una storia di lunga durata e sentirsene erede, impegnarsi a fondo perché i suoi valori costitutivi siano ancora rilevanti nelle condizioni molto mutate del nostro presente, è cosa assai seria. A Meloni va dato atto di averne perseguito e di perseguirne con coerenza e pertinacia il lascito: cancellare la cesura che una Costituzione fatta contro il fascismo, nata dalla sconfitta del fascismo, aveva introdotto nella storia d’Italia.

L’antifascismo della Costituzione non consiste tanto nelle norme transitorie che riguardano il divieto di ricostituzione di un partito fascista sotto ogni forma,  quanto nei numerosi articoli che affrontano il nodo di un nuova democrazia economica, di un nuovo ordine sociale. Per questo la storia dell’applicazione della Costituzione italiana è stata un processo tormentato, contraddistinto da profonde oscillazioni.  Il testo promulgato il 27 dicembre 1947 ha quasi sempre dovuto convivere con un ordine sociale che le era contraddittorio, un ordine sociale che veniva da lontano, che il fascismo storico non aveva rotto bensì consolidato. Da subito si aprì un divario tra le istituzioni formali e quelle informali dello Stato, e fu l’insieme informale che «annacquò, distorse, o sovvertì» (A. Capussela, Declino. Una storia italiana, Luiss, 2019) quello formale indicato nella Costituzione. E in quelle vicende di «distorsione» e «sovvertimenti» molti di coloro che «parlavano» con la «fiamma», come dimostrano studi seri e sentenze della magistratura, non ebbero certo parte secondaria.

Ora Meloni, e la confraternita dei «parlatori» con lo spirito della «fiamma», sono convinti di essere arrivati alla fase finale della partita: la riduzione dell’antifascismo ad elemento episodico in una continuità della storia italiana dove le «forme fascismo», invece, sarebbero componente ineliminabile.

Nei modi odierni di una declinazione superficiale dell’antifascismo, ci sono tutti i motivi perché le loro speranze possano non andare deluse 

Nell’immagine: l’inquietante continuità della “fiamma”


L’«antiamericanismo» è questione di «valori» e di «mutata sensibilità etica»?

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

Qualche giorno fa ci è toccato leggere sul «Corriere della sera» che quella che si combatte in Ucraina è una guerra tra «potere occidentale» come filosofia della libertà e «potere orientale» come filosofia del dispotismo. Una glorificazione della Nato, l’ho ricordato in un recente intervento su «Naufraghi/e», identificata con lo «spirito a cavallo» evocato da Hegel. La filosofia dalla scala di servizio.

In questi giorni, sempre sul «Corriere», ci tocca leggere che i critici di questa rappresentazione sono pervasi da un antiamericanismo che non tiene conto del «sistema di valori» incarnato da un’America ontologicamente first (A Polito, 23 febbraio). Le «risorse naturali», il controllo sulle filiere internazionali della creazione di ricchezza, veri e solidi «valori» per il rigoglio del «giardino occidentale» (L. Kamel, «il manifesto», 5 marzo), non sono degne di essere citate quando in gioco c’è la lotta tra il Bene e il Male.

Ci tocca anche leggere che l’opposizione alla politica Nato d’intervento in Ucraina è frutto di una «mutata sensibilità etica», di «un altruismo perduto» (E. Galli della Loggia, 27 febbraio). La storia dalla scala di servizio. Chi ha un po’ di dimestichezza con la letteratura di storia socioculturale relativa alla Grande guerra, ai modi in cui si è combattuta sulla carta e non solo nelle trincee, trova nella diffusione iperbolica di parole altisonanti ispirate ai suddetti principi assiomatici, un’atmosfera già vissuta nel clima della catastrofe che apre il secolo XX.  

Genesi e svolgimento della I guerra mondiale sono i luoghi dove trovano conferma e nuova linfa analisi di altissimo livello (Hobson, Hilferding, Luxemburg…)  sulla configurazione dell’imperialismo in quella fase storica. Sul rapporto tra nazionalismi, (nuovi micro, vecchi macro) e le tendenze conflittuali tra i modi di accumulazione dei diversi capitalismi. Per dirla con Labrousse, tra congiuntura e struttura. L’unico metodo serio per la comprensione, anche politica, dell’evento in corso. 

Poi, dopo che l’invasione austro-ungarica della Serbia avrà dato inizio alla catastrofe, la giustificazione ideologica sarà dominante nella pubblicistica delle potenze coinvolte. Ed allora si dovrà ricorrere all’empireo dei grandi e nobili ideali. La Francia invocherà la difesa della sua Civilisation minacciata dal militarismo tedesco. La Germania la difesa della sua Kultur minacciata a occidente dalla Civilization francese ed a oriente dalla barbarie asiatica della Russia. La Russia la difesa della sua specificità slavo-ortodossa minacciata dal pangermanesimo. L’eterogeneità delle alleanze è dimostrazione evidente del carattere del tutto propagandistico del ricorso a categorie morali o astrattamente culturali. E la propaganda diventa momento consustanziale dell’attività bellica.

Marc Bloch, colui che nel pantheon degli storici del Novecento occupa, a mio parere, il primo posto, già nel 1921 rifletteva sulle logiche della propaganda e della creazione e diffusione di false notizie di guerra. «In questa materia, – asseriva – le osservazioni veramente preziose sono quelle che provengono da persone use ai metodi critici e abituate a studiare i problemi sociali».

Critica come funzione fondamentale della comprensione, critica tramite strumentazione tecnico-analitica densa di storia e di specificità intrecciate all’oggetto dell’indagine, critica necessariamente connessa alla dimensione pratico-trasformatrice. Critica come momento centrale di uno degli aspetti costitutivi della tradizione «occidentale». Non esiste, infatti, un solo «occidente».

La critica dell’economia politica, cioè l’analisi delle meccaniche del modo di produzione capitalistico, viene assimilata negli editoriali del «Corriere» a «critica, o addirittura [a] rifiuto, della democrazia parlamentare, considerato a ragione il regime politico ideale per lo sviluppo capitalistico» (Polito). Commentare l’aderenza di queste affermazioni alla realtà dei processi storici che innervano anche il nostro presente sarebbe imbarazzante.

La comprensione di una guerra in cui convergono elementi di tensione maturati in una dimensione temporale assai differenziata al proprio interno, in una dimensione spaziale che è quella mondiale, non può che passare attraverso l’indagine accurata della forma assunta dagli imperialismi (quello russo ben compreso) dopo la dissoluzione dell’Urss. Uno degli editorialisti cui ho fatto riferimento, quando, molto tempo fa, era ancora del tutto interno al «mestiere di storico», sosteneva che le temporalità caratterizzate dall’imperialismo non potevano essere spiegate concentrandosi su «processi di natura sostanzialmente politico-ideologica», ma che bisognava indagare all’interno dell’«inscindibile […] nesso capitalismo-imperialismo» (Galli della Loggia, «Quaderni Storici», 20). 

Del resto di questo tipo di indagine egli aveva dato un esempio nella ricerca relativa a La fondazione della Banca italiana di sconto, pubblicato sulla «Rivista Storica Italiana». Uno studio dei migliori sull’imperialismo italiano, argomentato con taglio metodologico che non è diventato obsoleto. Oggi ecco di nuovo il ricorso a categorie etico-politiche. 

Marc Bloch sarebbe assai severo con coloro che, accademicamente storici, spiegano il presente con categorie derivanti dalla spuma di superficie delle scelte politiche.


Ucraina: l’«aggiustamento spaziale» del mondo in una «spanna di terra»

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

«Oggi, a Bakhmut, si combatte edificio per edificio, scala per scala, cantina per cantina» (il manifesto, 9 febbraio). «Nella casa fortezza (civico 6 sbarra 2) dove Grekov è il “capocasa”» si combatte in pochi metri (Grossman, Vita e destino). Bakhmut come una Stalingrado su scala ridotta?

A Stalingrado gli ucraini dell’Armata Rossa ebbero un ruolo assai rilevante. Non solo i comandanti di divisione Batjuk, Denisenko, il comandante del fronte Eremenko erano ucraini, ma centinaia di ufficiali superiori e subalterni e migliaia di soldati. Sul Donec operava un’intera divisione costituita da minatori del Donbass i cui resti confluirono a Stalingrado. Soldati che «con il tipico umorismo ucraino, si da[va]no l’un l’altro dei codardi, mangiando lardo, miele, aglio, pomodori. Ce n’[era]uno che sa[peva] imitare alla perfezione il sibilo e lo scoppio delle bombe tedesche (Grossman, Uno scrittore in guerra).

A Bakhmut, invece Grekov e Batjuk si sparano vicendevolmente in una orrenda guerra le cui fondamenta furono poste già negli anni Novanta del secolo scorso, quando il problema della nazionalizzazione delle masse diventò elemento fondamentale per la legittimazione delle oligarchie affaristiche che si trovarono a governare le repubbliche ex sovietiche.

Nelle scuole russe e ucraine storia nazionale e storia generale utilizzarono due manuali diversi. Quello della storia nazionale aveva, ha, come funzione principale la rielaborazione di tale storia in chiave nazionalistica ed etnica. Se per la manualistica russa era relativamente facile riferirsi ad una identità forte che nel lungo periodo aveva anche espresso lineamenti culturali, in particolare letterari, patrimonio mondiale, per una «terra di confine» di complessa e variegata composizione etnico-linguistica, la costruzione della «nazione» ha comportato, e comporta, il ricorso ad un tasso assai elevato di invenzione della tradizione. Le oligarchie governanti il nuovo Stato avevano la necessità di legittimarsi tramite la costruzione di una ucrainità, intesa come un dato naturale e astorico. Un’ucrainità che non è facile far coincidere con la «nazione» (?) casualmente interna ai confini del 1991.

Si tratta, insomma anche di una guerra tra identità asimmetriche. In tale contesto la decisione di Putin di tagliare un nodo così ingarbugliato con la spada dell’invasione non poteva che avere esiti tragici, catastrofici. Indipendentemente da come la guerra vada a finire, Grekov e Batjuk resteranno per decenni divisi da un fiume di sangue. Altro che confine «naturale, del Dniepr.

Questo, però, è un conflitto dove le dinamiche nazionaliste, pur importanti, sono solo una componente della violenta contrapposizione tra i progetti diversi dei signori della guerra-mondo per un nuovo «aggiustamento spaziale» dopo la fine dell’Urss.

C’è una relazione fondamentale fra strutture territoriali di potere e le ragioni del controllo delle catene del valore, le ragioni dell’accumulazione che vedono in competizione non pacifica i modelli di capitalismo che possono contare su un potente retroterra statual-militare. L’«aggiustamento spaziale», lo «spatial fix» analizzato da Harvey, è il prodotto inevitabile di una conflittualità tra chi vuole restare the first, e chi vuole partecipare non in maniera subordinata ai profitti garantiti dalla partecipazione alla fluidità del mutamento continuo nel capitale totale.

Il fronte ucraino, il fronte tritacarne su «una spanna di terra», è solo uno di «altri fronti in futuro, come la Cina, l’Indopacifico (…) quello che dovremo combattere in Africa (…) dove la Cina in silenzio sta occupando sempre più pezzi di economia reale e di risorse». Il ministro della guerra italiano (ingenuamente?) lo ha confermato con insolita chiarezza (Crosetto, «La Repubblica», 9 gennaio).

Ci troviamo, insomma, in un contesto bellico che è, contemporaneamente, risultante, specchio e irradiamento di guerre e temporalità molteplici. Credo che, tra le diverse temporalità, dovremmo riflettere anche su quella che risulta più lontana: le relazioni internazionali nella fase imperialistica conclusasi nell’agosto 1914. Le logiche che emergono dalle affermazioni di Crosetto, come da numerose dichiarazioni di autorevoli esponenti del fronte «occidentale», hanno analogie impressionanti con quelle dei «sonnambuli» che trascinarono l’Europa e il mondo nella catastrofe della «grande guerra».

Poi naturalmente c’è la retorica propagandistica sullo scontro di civiltà, allora come oggi. Qualcuno ha addirittura interpretato la guerra in corso come «scontro carico di filosofia», nel quale «non c’è mediazione possibile». Uno scontro tra «potere occidentale», filosofia occidentale come filosofia della libertà, e «potere orientale», filosofia orientale come filosofia del dispotismo (B. de Giovanni, «Corriere della sera», 7 febbraio). Un qualcuno che, al di fuori di qualsiasi analisi concreta e specifica dell’oggetto specifico, tramite miseria della filosofia, identifica la Nato con lo «spirito a cavallo» di hegeliana memoria.

Nell’immagine: distruzione a Bakhmut, nell’Est dell’Ucraina


Un «nuovo» Pd? 

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

Il discorso -chiacchiera che, a parte rare eccezioni, è la cifra dominante dell’ipertrofico dibattito congressuale, è intessuto dalla continua evocazione del termine «nuovo». Senza alcuna concreta determinazione, peraltro, ma solo nella sua suggestiva aura di pensiero desiderante.  Certuni lo pronunciano ad alta voce come segno di ultima speranza per cambiamenti non cosmetici. Altri lo sussurrano sottovoce nella speranza che abbia a passare presto la nottata che li ha costretti a confrontarsi con la sospetta polisemia della parola. Qualche giorno fa si è potuto leggere su un giornale che la «trasformazione di una zucca in un cocchio» (cito a memoria) appartiene al regno delle favole. Una nota di realismo.

Non è vero che il Pd è un partito senza identità. L’identità di un partito è la sua storia e quella del Pd non è di breve periodo. È la storia di una identità forte: neoliberista nella cultura politica, neoliberista nella pratica politica. Niente è più forte oggi di una identità neoliberista. Il neoliberismo, cioè la struttura di pensiero e azione istituzionale fondamentale nella logica dell’attuale fase di accumulazione, è una razionalità governante, si esprime tramite processi normativi. Ed i processi normativi di cui è stato protagonista il Pd si sono mossi sempre all’interno di tale razionalità governante. 

Perfino il cammino della «autonomia differenziata» è stato reso più agevole da una normativa voluta dal Centrosinistra quando non portava ancora il nome Pd, ma si muoveva secondo i lineamenti connessi a questa sua identità assunta già nei primi anni Novanta. D’altra parte, Bonaccini si è ben ritrovato in quel percorso, fino a che le necessità di posizionamento nella gara per la segreteria non l’hanno consigliato di inserire una diversa posizione nel fiume del discorso-chiacchiera. Una posizione che, del resto, dell’«autonomia differenziata» continua ad accettare il principio, rifiutandone la stesura Calderoli.

«Normative neoliberiste? – direbbe Bonaccini – Tutta filosofia». L’«uomo del fare», infatti, ha interiorizzato l’identità neoliberista tramite naturalizzazione dei suoi presupposti e di un insieme naturale non si fa critica. Inoltre, direbbe ancora Bonaccini, il termine «critica» sa troppo di «filosofia».  

In un universo identitario di così compatta coerenza, condiviso da quasi tutti i dirigenti del partito che occupano posizioni di potere istituzionale, la candidata alla segreteria Elly Schlein può introdurre una soluzione di continuità?  Alcuni commentatori delle posizioni della Schlein nel dibattito in corso le hanno considerate come una versione che non intende mettere in discussione i fondamenti di quella continuità. Una versione giovanile, pop, suggestivamente scoppiettante, allusiva a nuovi orizzonti, senza per questo abbandonare i vecchi. Hanno messo l’accento sul suo ruolo di vicepresidente della Regione, un ruolo nel quale non è apparsa alcuna opposizione rispetto alla pratica politica tradizionale del Presidente. Hanno messo in evidenza il suo schierarsi con la Nato sulla questione Ucraina e il significato di tale scelta sull’analisi della logica del neoimperialismo nelle dinamiche spartitorie necessarie alla fase di accumulazione in corso. Dati di fatto di grande peso che, però, forse, possono non rimanere statici se lo scontro con Bonaccini si approfondirà per la necessità di affrontare il nocciolo duro della questione identitaria. È certo una possibilità remota, ma non da escludere a priori.

In un recente libro (La nostra parte, Mondadori, 2022) la Schlein mostra con chiarezza le difficoltà a sciogliere il nodo della contraddizione. L’autrice resta estranea, infatti, alla critica della meccanica fondamentale del processo di accumulazione del capitale, ma nello stesso tempo indica nella «svolta neoliberista», cioè nella forma attuale di tale meccanica, la «radice delle disuguaglianze» (p. 80). Solo se la lotta contro le disuguaglianze diventasse davvero la stella polare di una forza politica che nasce come rottura della continuità neoliberista, la contraddizione si scioglierebbe.  Finora alla leader dei «coraggiosi», che è ormai da tempo una politica navigata, questo coraggio è mancato.

Molti tra coloro che nella fase attuale appoggiano la candidatura di Schlein, sono stati del tutto estranei alle vicende di autopromozione e autoperpetuazione dei gruppi dirigenti Pd, delle loro collocazioni correntizie, dei loro personalismi locali. Non credono che il Pd abbia fatto «errori» e che si tratti di correggerli. Il Pd ha semplicemente estrinsecato la propria identità. 

Il mutamento ha bisogno di ben altro, a partire proprio dalla profondità della «critica» e della sua traduzione in politica. Elly Schlein un tempo, come ricordo bene, eccelleva in quell’operazione culturale che consiste nell’utilizzazione di strumenti concettuali forti («filosofia»?) per comprendere la vicenda storica, quindi, anche il presente come storia. Chissà che la forza delle cose e i suoi nuovi seguaci non la spingano a riprendere l’unico metodo che possa dare senso reale al termine «nuovo».

Articolo scritto per Il manifesto
Nell’immagine: Stefano Bonaccini, Elly Schlein, Paola de Micheli e Gianni Cuperlo, candidate/i alle primarie

Un incontro con Elly Schlein, candidata alla segreteria del Partito Democratico, e Marina Carobbio, candidata al Consiglio di Stato del Canton Ticino, si terrà questa sera, lunedì 6 febbraio, alle ore 20.30 al Salone Cosmo di Massagno (anche in streaming sul canale YouTube del PS)


Bad-Godesberg e la «vera» socialdemocrazia

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

A pochi giorni dal Congresso del partito socialista ticinese, Amalia Mirante, in una intervista rilasciata al «Corriere del Ticino», ha rivendicato di riconoscersi «nei metodi della vera socialdemocrazia svizzera ed europea» (il corsivo è mio). Ed ha precisato: «Da Bad Godesberg in poi si sa benissimo cos’è la socialdemocrazia».

Pur tenendo conto che queste affermazioni sono state fatte nel contesto di una battaglia politica interna al PS, questione sulla quale chi scrive non intende assolutamente  intervenire, e che, dunque, scontano una qualche accentuazione propagandistica, si tratta pur sempre di una chiarissima professione di identità socialdemocratica. Anzi di vera identità socialdemocratica.

La dott.ssa Mirante è una studiosa professionale e, giustamente, sottolinea spesso  tale dimensione del suo lavoro. Una delle caratteristiche della socialdemocrazia storica è sempre stata quella di tenere ben stretta l’elaborazione storico/teorica a quella delle scelte politiche.

No so se si tratti di un carattere distintivo della vera socialdemocrazia, anzi ho difficoltà a definire il tasso di verità in fenomeni storico-politici di lunga durata.

Studio le culture economiche del socialismo da qualche decennio, quindi anche di quell’oggetto poliforme che chiamiamo «marxismo», eppure non so davvero in che cosa consista il vero «marxismo». Oggetti-universo, come «marxismo, socialdemocrazia»… sono definibili solo come storicamente determinati.

La socialdemocrazia europea, di cui lo svolgimento tramite i lineamenti paradigmatici della SPD è aspetto essenziale, ha dietro di sé più di un secolo e mezzo di storia. È possibile che la socialdemocrazia sia diventata vera solo a partire dagli anni Ottanta del Novecento, dal new labour di  Blair e dalla neue mitte di Schröder?.

Mirante  la definisce vera a partire da Bad Godesberg. L’analisi storica, invero, ci mostra una diversa realtà

Il Bad Godesberg Grundsatzprogramm  non è assolutamente inseribile nella temperie in cui lo colloca Mirante nel programma del 1959, vista la peculiarità della situazione tedesca, il silenzio su Marx è scontato. La figura di Marx campeggia sulle insegne del nemico, ed il clima è quello nell’ambito del quale, appena due anni dopo, verrà edificato il muro di Berlino. Il Programma, però, al di là delle necessarie vaghezze «filosofiche» sulle quali si basa assai spesso il giudizio odierno, è estremamente chiaro per quel che concerne l’idea di società della SPD ed i compiti che la socialdemocrazia intende assumersi.  Per i socialdemocratici tedeschi nel 1959 le tendenze in atto nel mercato autoregolato portano a una concentrazione economica che si accompagna ad una concentrazione del potere politico, del «potere sugli uomini». La proprietà privata dei mezzi di produzione «ha diritto ad essere protetta» ma solo «fintanto che essa non ostacola la costruzione di un ordine sociale giusto». Compito della socialdemocrazia è quello di «impedire il controllo privato del mercato», e dunque, a tal fine «la proprietà collettiva è una forma legittima di controllo pubblico». Tutto questo per un obbiettivo di società in cui «da subalterno dell’economia, il lavoratore [si trasformi] in cittadino dell’economia».

Un’attenzione particolare alla terminologia usata è essenziale per comprenderne i caratteri. In tale ambito parole come emancipazione (Emanzipation) si collegano ad altri termini come alienazione (Entfremdung), bisogno (Bedürfnis), critica (Kritik), Un lessico che connette il concetto di liberazione / emancipazione alla necessità di superare «la tensione e la contraddizione fra l’eguaglianza nel cielo del citoyen e l’ineguaglianza sulla terra del bourgeois» (S. Veca). E quindi alludono alla necessità di processi di modificazione radicale della società (modi di produzione e distribuzione, democrazia reale, ecc.). I soli che possono trasformare le realizzazioni astratte in concreto «recupero dell’uomo» alla propria umanità. Per i socialdemocratici del Grundsatzprogramm questo è un compito storico, vale a dire il fine da perseguire per tutta l’epoca storica in cui tali tensioni e contraddizioni prevalgono.

Naturalmente si può sostenere che a partire dagli anni Ottanta si sia entrati in una nuova epoca, e che la socialdemocrazia vera sia quella che butta a mare le categorie storico-teoriche di un’epoca precedente, ben comprese anche quelle del programma di Bad Godesberg. È difficile che tale tesi possa reggere ad analisi storica. Un nuovo ciclo di accumulazione fondamentalmente diverso da quello precedente è, certo, nei suoi aspetti sostanziali, un «nuovo» capitalismo. Ma ciò  non implica un mutamento di epoca.

Nella fase del «capitale totale» che stiamo attraversando, senza riferimenti alla «critica dell’economia politica» lo sguardo  non può che posarsi solo sulla superficie dei fenomeni in atto.

Una fase in cui, come recita il titolo di un acuto editoriale di Silvano Toppi (laRegione, 17 novembre 2019), Il capitalismo è in forma. E il mondo?

Nell’immagine: il Programma fondamentale dell’SPD adottato durante il Congresso di Bad Godesberg in diverse traduzioni


Sonnambuli lucidamente folli

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

«Dopo la fine della guerra fredda un sistema globale di stabilità bipolare ha lasciato il posto  ad una più complessa  e imprevedibile varietà di forze, ivi compresi imperi in declino e potenze in ascesa, una situazione che invita al confronto con l’Europa del 1914» (C. Clark, I sonnambuli, 2013). Nota ancora Clark: «Coloro che ebbero la responsabilità delle principali decisioni (…) camminarono verso il pericolo con passi guardinghi e calcolati».

Oggi si può leggere sulla stampa che l’UE potrebbe sparire  prima dell’ingresso dell’Ucraina  (Medvdev); che l’esercito inglese deve prepararsi a combattere in Europa (Capo dell’esercito britannico);  che saranno ripresi i sacri confini del 1991 (Zelensky); che la Lituania blocca i treni per Kaliningrad dopo aver sentito Bruxelles; che la Russia avrà operativi entro la fine dell’anno i missili ipersonici Sarmat, armi di incredibile potenza distruttiva (Putin); che la Russia è il nemico e la Cina è avvertita (Ambasciatore italiano alla Nato). Dove stanno i limiti della «cautela»?

I «sonnambuli» del 1914 non erano a conoscenza degli effetti che il salto di qualità delle tecnologie belliche avrebbe avuto sui caratteri catastrofici della guerra verso cui si stavano incamminando. L’ultimo conflitto tra potenze europee nel continente risaliva al 1870. I decisori attuali ne hanno, invece, piena contezza e avanzano con calcoli ottenebrati da una lucida follia.

L’odierna crisi, è ovvio, si sta svolgendo in  un contesto assai diverso rispetto a quella del 1914, e non solo per la presenza della variabile nucleare, ma anche perché è cambiato il rapporto Europa-mondo, e di conseguenza i caratteri dei diversi imperialismi. In particolare il rapporto tra imperialismi continentali e concezione di dominio imperiale del mondo, anche se i due aspetti s’intrecciano nel viluppo costituente la crisi. Non è cambiata, però, la logica della relazione imperialismi / nazionalismi come componente essenziale di tale viluppo. 

La «nazione» come valore assoluto, con tutto ciò che comporta sul piano dei rapporti con nazioni altre, in particolare con quelle con le quali si è condivisa parte essenziale della propria storia tanto da avere spazialità e culture sostanzialmente indistiguibili, diventa quasi naturalmente il terreno di conflitti difficilmente mediabili proprio alla luce della sua assolutezza.

D’altra parte tali esiti erano scontati nel caso delle statualità nate dalla dissoluzione dell’Urss. Le oligarchie che si trovarono al potere nei nuovi organismi altro non erano che lacerti della vecchia nomenclatura sovietica, del tutto screditati dalla gestione corrotta del tardo stalinismo che aveva contraddistinto l’epoca brezneviana e i suoi trascinamenti. Proposte di rinnovamento come aggiornamento di ipotesi socialiste non avrebbero avuto alcuna credibilità. Perciò gli oligarchi non avevano altra scelta che mettersi a capo delle latenti pulsioni nazionalistiche.

Si è trattato, però, di una operazione da apprendisti stregoni. Tali pulsioni quando entrano in un contesto di conflittualità aperta diventano facilmente incontrollabili. I confini, anche se fortuiti, diventano sacri custodi di una naturalistica e antistorica «ucrainicità», «uzbekicità», ecc. 

Oggi, quelle logiche pulsionali s’intrecciano con un sistema di relazioni internazionali già conflittuali alla fine del secolo scorso e giunte ad un punto in cui la tentazione di sciogliere nodi globali nel locale (per ora) del martoriato terreno ucraino viene apertamente sostenuta. È difficile, quindi, confidare in «passi guardinghi e controllati». 

La sinergia tra gestione militare del mondo e del dollaro da parte degli Stati Uniti e della loro appendice Nato, l’imperialismo territoriale della tradizione della Grande Russa, il micronazionalismo assoluto dei nuovi stati che si definiscono come entità basate sulla monodimensionalità di una nazione, formano un composto instabile e tendenzialmente esplosivo.

Nella manifestazione dei nuovi nazionalismi seguiti alla dissoluzione dell’Urss non c’è nessuna traccia di progettualità concernente la sfera della democrazia sociale, e dunque anche politica. Il nazionalismo ha sostituito, con successo, il programma di emancipazione dei subalterni. Il nazionalismo ha assunto la stessa funzione avuta dall’antisemitismo al tornante dei secoli XIX e XX. Giustamente, allora, fu definito come «il socialismo degli imbecilli».

«Il manifesto» dell’8 giugno ha pubblicato sulla guerra in Ucraina uno degli interventi più incisivi per definire il punto di vista del campo che intende esser erede della storia del movimento operaio e socialista, quello del destino dei subalterni (F. Contini, Il conflitto nel racconto della badante). Ecco, è di lì che bisogna ripartire, dalle ragioni di coloro, i subalterni appunto, che saranno gli sconfitti di questa guerra, chiunque tra i belligeranti finisca per risultare vincitore sul campo di battaglia. Ammesso che un campo dove misurare la vittoria o la sconfitta ci sia ancora.

Nell’immagine: un recente lancio di prova del mostruoso missile russo Sarmat


Nazionalismo: vizio d’origine degli stati-nazione – 3

Per provare a comprenderne un po’ di più gli sviluppi basta essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso 

I falsi, gl’inganni della storia rimangono chiusi come un seme nella terra per decine d’anni, chiuso e sepolto, e nessuno si accorge di quanto quel seme è impuro; poi finalmente spunta il germoglio velenoso e allora soltanto la scabra verità appare. Sempre troppo tardi, ad ogni modo, quando l’altissimo prezzo di tanti giovani morti è già stato pagato. (Fausta Cialente, Le quattro ragazze Wieselberger, 1976)

Lo stato-nazione dei «popoli senza storia»

«È evidente che il problema della costruzione se non dell’invenzione di un’identità nazionale si pone in termini di particolare acutezza ed urgenza quanto più labile ne sia il contenuto e quanto più recente è l’acquisizione dell’indipendenza o anche la rivendicazione della medesima. In certi casi tale processo segue anzi e non precede l’acquisizione dell’indipendenza e della dimensione statuale» (si veda G. Procacci, Carte d’identità. Revisionismi, nazionalismi e fondamentalismi nei manuali di storia , 2005).  

Giuliano Procacci anticipa in questo modo i lineamenti conclusivi della sua accurata ricerca concernente l’insegnamento della storia tramite i manuali scolastici adottati in recenti stati-nazione, in particolare in quelli nati in seguito alla dissoluzione dell’Urss.

Strumento essenziale di questa forma di nazionalizzazione delle masse è il manuale di storia nazionale distinto da quello di storia generale. Un manuale che fa proprio della «distinzione» e della «contrapposizione» nei confronti di realtà nazionali e/o statuali «altre» criterio portante della propria narrazione. La preoccupazione identitaria, infatti, costituisce il tratto dominante di tutti i libri di testo studiati da Procacci. Una forma di nazionalizzazione, quindi, che proviene dall’alto e che s’incontra con costruzioni identitarie provenienti dal basso che però, a seconda delle diversità storiche dei differenti neo-stati, quelle reali non quelle inventate, si concretizza in composti diversi.

Il quadro di sistema in cui la nazionalizzazione dall’alto ha inserito istanze identitarie provenienti dal basso e mantenenti un notevole grado di indeterminazione è, nelle sue linee generali, lo stesso per tutta la manualistica in oggetto: a) il legame per la terra dei «padri» da cui deriva che i confini, quelli attuali del tutto casuali, sono sacri e inviolabili; b) il legame di sangue versato per conquistare e difendere la terra; c) la lingua come elemento discriminante dell’appartenenza piena allo stato-nazione; d) l’amore di patria come valore primario e assoluto.

La declinazione di tale quadro di sistema può variare anche in tempi molto brevi a seconda delle variazioni concernenti gli interessi politici delle oligarchie che hanno governato e governano le repubbliche ex-sovietiche, Russia ben compresa. Il nazionalismo grande-russo, naturalmente, è elemento determinante nella tensione tra le identità con la manipolazione costante della storia «patria». Un’identità manipolabile e manipolata, ma costruita su basi storiche reali.

Nel 1991, al momento della fondazione delle nuove statualità (il termine «indipendenza» è del tutto fuorviante rispetto al risultato di uno scioglimento consensuale gestito dagli stessi gruppi dirigenti delle repubbliche sovietiche), la strada di coltivare le pulsioni nazionalistiche era pressoché obbligata. D’altra parte, in tale contesto, il nazionalismo più spinto era, ed è, l’unica forma di legittimazione su cui quelle oligarchie possano contare con sicurezza.

I casi estremi di un’invenzione dal nulla di nuovi stati-nazione è quello verificatosi delle repubbliche asiatiche.

Nelle steppe dell’Asia centrale appartenenti all’impero russo assai spesso la popolazione non sapeva nemmeno in che cosa consistesse una frontiera. Paradossalmente, «fu il regime comunista a creare delle “unità nazionali amministrative” su base territoriale etnico-linguistica (…) in aree dove nulla del genere era mai esistito e neppur vagheggiato, come nel caso delle popolazioni musulmane dell’Asia (…). L’idea di repubbliche sovietiche basate sulle “nazioni” kazhaka, kirghisa, uzbeka, tagika e turkmena fu un’elaborazione teorica degli intellettuali sovietici» (Hobsbawn).

Nonostante che tale elaborazione teorica portasse a «unità nazionali amministrative» in cui la base etnico-linguistica era fortemente parziale e necessariamente convivente con altre realtà dello stesso genere, nessuna delle neonate formazioni che intendono essere stati-nazione mette in discussione i confini ereditati dalla costruzione sovietica. Anche il revisionismo storiografico ha dunque i suoi limiti e le sue astuzie.

Quei confini, disegnati secondo una progettualità del tutto interna alla logica di una statualità in cui l’interdipendenza di tutte le componenti era la condizione necessaria per quella che, non a caso, si è chiamata «Unione». Dopo il 1991, in un contesto che negava alle radici la razionalità della suddetta logica, quei confini sono divenuti comunque «sacri», «inviolabili», segni di identità assoluta per i quali dulce et decorum est mori.

Le oligarchie che hanno governato l’Ucraina a partire da 1991 hanno avuto con le oligarchie russe un rapporto più complesso e contraddittorio. Lo Stato ucraino del 1991 era disegnato nei confini di una repubblica sovietica, con i confini già modificati dalla «donazione» della Crimea da parte di Krusciov, l’ucraino segretario generale del Pcus, nel 1954, trecentesimo anniversario di quel trattato di Periaslav che aveva rappresentato l’unione dei popoli slavi: ucraini, bielorussi e russi. La «donazione», quindi, era stata fatta in una logica che niente aveva a che fare con una nazione basata su una qualsivoglia identità etnico-linguistica. Proprio per questo i governanti del nuovo Stato avevano la necessità di legittimarsi tramite la costruzione di una «ucrainità», intesa come un dato naturale e astorico. I manuali scolastici «nazionali» diventano, allora, lo strumento privilegiato di questa operazione. 

Un’ «ucrainità» che si vuol far coincidere (a forza) con la «nazione» (?) casualmente interna ai confini del 1991.

È una situazione per molti versi simile a quella dell’Europa dopo i trattati di Versailles del 1918: «La maggior parte dei nuovi Stati edificati sulle rovine dei vecchi imperi risultarono altrettanto “multinazionali” delle vecchie “prigioni delle nazioni” che avevano sostituito. (…) Il cambiamento più rilevante consistette nel fatto che gli Stati erano adesso mediamente più piccoli, e che i “popoli oppressi” al loro interno, adesso li si chiamava “minoranze oppresse”» (Eric J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi, 1991). E si scoprì che il nazionalismo delle piccole nazioni mal tollerava le minoranze proprio come quello che Lenin aveva chiamato «sciovinismo da grande nazione».

Così nella costruzione della «nuova nazione» non più imprigionata nell’unità statuale da cui ha, peraltro, mutuato confini e realtà etnico-linguistica eterogenea, non è possibile permettere a minoranze di avere condizioni politico-culturali che possano portarle a rivendicare, a loro volta, l’«autodeterminazione». 

Per evitare che le minoranze possano considerarsi «popoli» è necessario imporre l’ufficializzazione a tutti i livelli dell’esercizio politico-amministrativo della lingua in cui si esprime la maggioranza. È necessario imporre la discriminazione su basi linguistiche, diffondere la glottofobia, cioè alimentare uno stato di guerra civile prima latente, poi a seconda delle contingenze politiche, interne ed internazionali, passibile di trasformarsi in guerra civile armata. 

Il lungo percorso analizzato da Hobsbawm di questo tipo di nazionalizzazione dall’alto delle masse in periodi storici diversi ci permette di cogliere analogie e differenze. La vicenda della costruzione non di una ucrainicità storicamente reale, ma mitologicamente astorica, può ritrovarsi bene nella seguente osservazione del grande storico inglese: «Nella misura in cui questi sentimenti non erano creati dal nulla bensì adottati e accuratamente coltivati dai governanti, i governi che realizzarono questo tipo di operazione diventarono specie di apprendisti stregoni». 

Poteva succedere, come è successo, che nello spirito del battaglione Azov e assai vasti dintorni, ci si vedesse la furia combattiva dei supposti «protoucraini», dei «colonnelli» alla Taras Bulba, così come descritti da Gogol (ucraino? russo?).  Nella cosacca Sič di Zaporižžja si diceva: «Che razza di zaporozets può essere [un giovane] se non le ha mai suonate ad un miscredente? Il «miscredente» è, naturalmente, la personificazione dell’alterità assoluta. Continuità di quello spirito materializzatasi tramite il medium Stepan Bandera, non casualmente insignito dell’Ordine della Stella d’oro e proclamato Eroe  dell’Ucraina nel 2010 con decreto del presidente Viktor Juscenko, «per aver difeso le idee nazionali». 

Nell’immagine: Alighiero Boetti, Mappa (dettaglio), 1983