Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Ruth Dreifuss – Essere umani è la cosa più importante
Pubblicità sessista: si usino almeno gli strumenti a disposizione per contrastarla
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Durante la prossima sessione parlamentare sarà discussa una mozione sulla pubblicità sessista, razzista e omofoba. Del tema me ne sono occupata in diverse occasioni quando ero presidente della Commissione consultiva per le pari opportunità. L’attuale proposta chiede che sia introdotta la vigilanza contro la pubblicità sessista, proposta a più riprese dal 2015, attraverso il controllo degli impianti pubblicitari di competenza del Cantone (i manifesti stradali, per intenderci) inserendo un ulteriore articolo nella Legge sugli impianti pubblicitari. Il rapporto di maggioranza a firma dei deputati Filippini e Censi si lancia in disquisizioni “filosofiche” per contrastare la proposta che lasciano perlomeno basite per superficialità e confusione, accusando di censura le persone che pongono la questione degli stereotipi sessisti nelle pubblicità, stereotipi che altre leggi federali vogliono contrastare.
Quindi precisiamo. Non si tratta di agire secondo le modalità della cosiddetta “cancel culture” che utilizza forme di pressione organizzata per far rimuovere persone, libri, o altro considerati discriminatori rispetto a una minoranza. Non si tratta neppure di “politicamente corretto”, accusa reiterata verso chi ritiene doveroso utilizzare concetti e parole inclusive, capaci di descrivere e comprendere la complessità del reale
Era il 25 novembre 2018, Philipp Plein con gusto macabro promuoveva i suoi prodotti con una pubblicità online riproducendo un femminicidio. Come Coordinamento donne della sinistra ci siamo mobilitate con un presidio e una petizione online che ha raccolto più di 3000 firme in 48 ore indirizzate al Comune di Lugano e al Consiglio di Stato. Nulla si mosse. La libertà di commercio è sacra, probabilmente più sacra del corpo delle donne.
Nel Messaggio del Consiglio di Stato e nel rapporto di maggioranza si invita a rivolgersi alla Commissione svizzera per la Lealtà (CSL). Peccato che il tempo medio di esposizione della cartellonistica sia di quattro settimane, e le risposte arrivino decisamente dopo e non abbiano alcun effetto pratico o sanzionatorio.
Nell’anno in cui Philipp Plein pubblicizzava con un femminicidio i suoi prodotti, il Parlamento svizzero adottò la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica che invita gli Stati a “promuovere i cambiamenti nei comportamenti socioculturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini (art. 12)”.
Come fare se nello spazio visivo della nostra quotidianità ci confrontiamo con pubblicità – che non cerchiamo – che ci propongono pregiudizi e stereotipi?
La Spagna nella sua Legge organica sulle misure di Protezione contro la violenza di genere dedica il capitolo II al settore della pubblicità e dei mezzi di comunicazione, quale strumento indispensabile di prevenzione, vietando in modo esplicito la “pubblicità che utilizza l’immagine della donna in modo vessatorio o discriminatorio”. Nella Convenzione di Istanbul chiede che si incoraggi “il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”.
Purtroppo la pubblicità è pervasiva in ogni contesto di vita offline e online, ma al momento agire secondo le richieste della mozione è l’unico mezzo per limitare l’inquinamento visivo sessista a cui siamo sottoposti.
È un piccolo passo per dire chiaramente che la dignità della vita umana vale più di un prodotto in vendita.
Nell’immagine: uno degli annunci pubblicitari della Philipp Plein (dettaglio)
La chimica che sottomette: ma che uomini siete?
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
In questi giorni ad Avignone si sta celebrando un processo che ha suscitato un’enorme risonanza in tutta Europa. Già nel 2020, durante un viaggio in auto, sentii alla radio francese la notizia di un’indagine in corso nel piccolo villaggio di Mazan. Si parlava delle violenze subite da una donna settantenne, drogata con sonniferi e ansiolitici mescolati ai suoi pasti serali. Una volta stordita, il marito la “metteva a disposizione” di altri uomini, reclutati online. I dettagli di questa vicenda, che sono emersi in questi anni, sono scioccanti, non solo per numero e la brutalità degli abusi, ma anche per la durata: dieci anni. Inoltre, il numero di persone coinvolte è impressionante: 83 uomini, di cui una trentina non sono ancora stati identificati e perseguiti nonostante la presenza di prove video. Le testimonianze documentali, infatti, sono inconfutabili: 20.000 filmati e fotografie testimoniano gli abusi, organizzati dal marito, subiti dalla vittima.
Nonostante l’evidenza, in aula è stato insinuato il dubbio sulla sanità mentale della vittima, con la tesi che potesse trattarsi di un “gioco sessuale consensuale”. Un esempio lampante di come il sessismo sistemico continui a non riconoscere l’autodeterminazione femminile, perpetuando una cultura dello stupro. Le Monde, alla vigilia del processo, ha pubblicato parte degli interrogatori condotti su 51 uomini coinvolti, oltre al marito (leggi l’articolo di Giulia Siviero su Il Post). Questi uomini, in modo allarmante, non si percepiscono come stupratori, e giustificano i loro atti in quanto consentiti dal marito. Questo atteggiamento rivela una grave ignoranza sui concetti di consenso e rispetto, che le femministe chiedono di contrastare, sia a livello legale con il principio “sì è sì”, sia sul piano culturale, attraverso una maggiore educazione sessuale e affettiva a partire dalla prima infanzia, e una lotta contro gli stereotipi di genere.
Nel frattempo, Gisèle Pelicot, la persona vittima, ha chiesto che il processo fosse pubblico e che fossero resi disponibili alcuni dei video come prove. Inizialmente la richiesta è stata respinta dal presidente del tribunale per motivi di “pubblica decenza”, giudicando i contenuti dei video troppo scioccanti. Questa iniziale decisione sottolinea il paradosso di come si possa considerare più “offensiva” la visione di una violenza piuttosto che la violenza stessa. Gisèle ha dovuto combattere per dimostrare che nessuno dei 52 uomini coinvolti può sottrarsi alla responsabilità personale. “Perché nessuno mi ha salvata?” ha chiesto loro durante il processo, ancora incredula. Mostrandosi pubblicamente, Gisèle ha voluto trasferire il peso della vergogna – che spesso accompagna le sopravvissute – alle persone che l’hanno stuprata. Non è lei a doversi vergognare per ciò che ha subito: “La honte change de camp” – la vergogna cambia campo.
Questa vicenda, per quanto appaia eccezionale, non è isolata. Rappresenta un caso emblematico che tuttavia non si discosta dalle migliaia di abusi e stupri che avvengono quotidianamente nel mondo. L’UNICEF, nel 2017, ha stimato che circa 15 milioni di adolescenti (tra i 15 e 19 anni) siano stati costrette/i a rapporti sessuali forzati.
La vicenda di Avignone ci permette di focalizzare un aspetto sul quale si hanno pochissimi dati, ovvero l’uso di medicamenti (benzodiazepine, sonniferi, oppiacei, antistaminici), alcol e droghe per sottomettere la persona, generalmente conosciuta, e abusarne. La figlia della vittima, Caroline Darian, ha pubblicato un libro dal titolo eloquente “Et j’ai cessé de t’appeler Papa. Quand la soumission chimique frappe une famille” e ha lanciato la campagna #MendorsPas, stop à la soumission chimique, insieme alla deputata Sandrine Josso, anche lei drogata da un collega senatore.
Questo fenomeno non si limita all’uso di droghe da stupro nelle discoteche o ai tentativi di ubriacare giovanissime per abusarne. I dati statistici indicano come la maggioranza dei casi, le violenze sono inflitte da persone vicine alle persone vittime di violenza di genere: colleghi, amici, familiari. Anche nella sottomissione chimica mariti, partner e amici sono i principali autori: drogano le persone a loro vicine per abusare di loro. Un quadro allarmante che rivela quanto l’affermazione di potere nelle relazioni necessiti di controllo sulle donne, sfiancandone la volontà, distruggendone la credibilità.
Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il sesso o il piacere, ma riguarda esclusivamente il potere. Un potere che si manifesta in una struttura patriarcale che utilizza ogni mezzo per affermarsi.
Ricordo il primo caso di stupro che seguii in un tribunale ticinese più di vent’anni fa: anche in quel caso si trattava di sottomissione chimica, perpetrata in un contesto medico. Facevo parte di un gruppo di femministe che a turno partecipavamo alle udienze, in solidarietà con la vittima e la sua famiglia, ma il sistema giudiziario fallì. L’imputato con la celebrazione del secondo processo guidato dal giudice Zali venne assolto, dopo la condanna a due anni riconosciuta in prima istanza, e chiese addirittura un importante risarcimento. La giustizia non fu in grado di interpretare correttamente i segnali simbolici di esercizio di potere esercitati sul corpo femminile, dimostrando una profonda ignoranza dei meccanismi di violenza di genere e degli stereotipi sessisti.
Si continua a incoraggiare le donne a denunciare, ma se non si impara a riconoscere i meccanismi alla base della violenza di genere, si finisce per colpevolizzare le vittime per quella stessa violenza subita.
Polizia 117
Ambulanza 144
Aiuto alle vittime di violenza (24h/24) 142
violenzachefare.ch (consulenza anonima e gratuita)
Sono anch’io un’esponente della “ideologia gender”?
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
A sentire gli esponenti della destra ultracattolica, quella che chiamano “ideologia gender” è una cosa terribile. Sarebbe il morbo della fluidità che si insinua nelle scuole per trasformare i nostri figli e le nostre figlie in omosessuali e transessuali, e – in età adulta – in pedofili. Per confonderli e ossessionarli. Non sia mai che il preteso “ordine naturale” raffigurato da Adamo e Eva venga stravolto.
Secondo questa narrazione le donne hanno meritato già in tempi biblici la condanna perpetua all’inferiorità, così come l’omicidio di Abele per mano del fratello Caino sembrerebbe aver sancito la nascita della nostra civiltà. Eh sì, maledette noi femministe, che abbiamo osato ribaltare il tavolo e opporci a questa visione delle cose.
Siamo state accusate di essere racchie, con i peli sulle gambe, isteriche, di voler castrare (simbolicamente e non) gli uomini. Adesso siamo accusate di propagandare questa misteriosa ideologia o teoria “gender”.
Da dove nasce questa propaganda ideologica, che a ondate sempre più lunghe sta attraversando il mondo occidentale, compresa la Svizzera?
Nel 2018 una inchiesta del Forum Parlamentare Europeo sulla Popolazione e lo Sviluppo (EPF) ha raccolto documenti che rivelano una dettagliata strategia estremista chiamata Ristabilire l’Ordine Naturale: un’Agenda per l’Europa, che dal 2013 mira ad abolire le leggi esistenti sui diritti umani fondamentali legati alla sessualità e alla riproduzione. Come il diritto al divorzio; per la donna l’accesso alla contraccezione, alle tecnologie di riproduzione assistita o all’aborto; l’uguaglianza per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali o intersessuali (LGBTI); o il diritto di cambiare genere o sesso senza temere ripercussioni legali.
Tutto ciò con azioni congiunte contro le legislazioni dei singoli Paesi (ad esempio la messa a punto di argomentazioni contro l’adozione della Convenzione di Istanbul), la creazione di organizzazioni capillari (con sede principale a Bruxelles [1]), finanziamenti garantiti a più di 100 organizzazioni da miliardari di ogni dove legati ai partiti conservatori di USA, Regno Unito e Messico, da duchi e arciduchi, da oligarchi russi… Tutti intenzionati a indebolire le democrazie dall’interno e senza dare troppo nell’occhio.
Javier Cercas in un articolo [2] scrive a proposito del nazionalpopulismo (legato alla medesima rete ultraconservatrice): “ha imparato che è un’ingenuità proclamare il proprio odio per la democrazia, aggredendola brutalmente, e che è molto più efficace difenderla in teoria e attaccarla in pratica, minandola dall’interno, distruggendo le sue istituzioni e i suoi meccanismi”.
Ma questi crociati dell’intolleranza conoscono le sofferenze dei/delle giovani che sentono il proprio corpo inadeguato ai propri desideri profondi, e che troppo spesso arrivano a togliersi la vita per il terrore di dichiarare e vivere pienamente la propria omosessualità o transessualità [3]?
Questi nuovi “benpensanti” sanno che la cultura dello stupro inizia nella convinzione di poter disporre simbolicamente e fattualmente del corpo dell’altro? Che inizia già quando un giovane uomo si sente autorizzato a fischiare dietro a una ragazzina, alle bambine viene prospettato un mondo tutto rosa, o ai bambini viene chiesto di essere sempre coraggiosi e intrepidi?
Certo che lo sanno. Ma per loro è più importante conculcare modelli preconcetti di comportamento che hanno fatto soffrire per secoli una parte non indifferente della popolazione.
La campagna di comunicazione destabilizzante di questi gruppi d’odio è lucidamente orchestrata. La citata Agenda definisce quattro strategie principali, le stesse che vediamo applicate da qualche tempo in Italia, e ora anche in Ticino [4].
La prima è “Usiamo le armi dei nostri avversari e rivolgiamole contro di loro. Ci accusano di essere omofobi? Noi diremo che si tratta di una calunnia contro i cristiani ultraortodossi”. E a conferma di questo hanno creato l’Osservatorio sull’Intolleranza e la Discriminazione contro i cristiani in Europa.
“Rivoltare completamente il quadro concettuale” è la seconda strategia. Consiste nell’utilizzare lo stesso linguaggio dei difensori dei diritti umani, adattandolo però ai propri obiettivi. Come evidenzia l’inchiesta di EPF, l’Agenda “include una tabella con una lista di 14 parole ambigue, dove una colonna comprende che cosa i nostri avversari intendono con essa ed un’altra colonna è intitolata cosa significa realmente. Incoraggia inoltre la creazione di un significato alternativo per i diritti umani stabiliti e l’utilizzo di questi in lavori accademici, così da influenzare il dibattito universitario.”
“La violenza è intrinseca al programma dei nostri avversari”, dichiara poi il documento. È la terza strategia. Di colpo i violenti, gli usurpatori (con la complicità delle istituzioni) sono coloro che non condividono le loro idee. Qualsiasi argomentazione venga portata per contrastare il loro concetto di “ordine naturale” è considerata discorso d’odio.
Naturalmente per sostenere tutto questo impianto è necessario apparire rispettabili e occupare posizioni di potere (quarta strategia), e così una schiera di avvocati, medici obiettori e politici vengono fatti accedere a posti chiave nelle istituzioni attraverso liste di “posizioni di alto livello che diventeranno vacanti”.Davvero questi nuovi “difensori della morale” pensano di poter ancora dominare i corpi attraverso rituali di controllo della procreazione? E a costo di quali sofferenze vogliono farlo?
A me fanno paura loro, che vorrebbero un mondo di persone ingabbiate in rigidi codici di comportamento. Inquieta il loro tentativo di negare le ricerche scientifiche che rivelano quanto la binarietà sessuale in natura sia molto meno binaria di quanto vogliano far credere (come ha mostrato bene la premiata esposizione “Queer” del museo di storia naturale di Berna).
E anche la sistematica diffusione di informazioni false su quanto viene realmente svolto nelle scuole in ambito di educazione sessuale e affettiva rientra nei loro piani. In realtà di questa educazione ce ne vorrebbe molta di più, affinché ognuno/a conosca meglio il proprio e altrui corpo, impari a rispettarlo, impari a nominare le emozioni, a esprimere i sentimenti, a governare i conflitti, a prendersi cura di sé e degli altri. Ad amare sé stesso/a e il prossimo.
Per fortuna le persone continuano a riconoscersi, ad amarsi, a trovare i modi migliori per stare assieme e prendersi cura dei bambini e delle bambine (che siano o no frutto della propria procreazione), anche se a volte in forme famigliari mutevoli e non convenzionali.
Pepita Vera Conforti fa parte del Coordinamento donne della sinistra
Nell’immagine: una delle illustrazioni della mostra “Queer”
[1] Il blog di riferimento di Agenda europea così come altri documenti citati nell’inchiesta del Forum Parlamentare Europeo sulla Popolazione e lo Sviluppo non sono più visibili. Wikileaks ha raccolto più di 17’000 documenti che dimostrano (nell’articolo The Intolerance Network) gli intendimenti, gli strumenti e i finanziamenti di questa rete dell’intolleranza che svolge parte delle proprie attività anche a Bruxelles, nel cuore dell’Europa.
[2] Javier Cercas, Nazionalpopulismo e democrazia, citato in Colpi alla cieca, ed. Le Fenici rosse, 2023, p.123
[3] Le risque de suicide parmi les personnes LGBT e La salute delle persone LGBT in Svizzera – Riassunto del rapporto finale 2022 su incarico dell’Ufficio federale della sanità pubblica.
[4] Si pensi solo alle polemiche suscitate dalla pagina dell’agenda scolastica 2023-2024, quando il DECS è stato accusato di “diffondere un messaggio che piace alla propria area e cerca di impostare una certa idea di società” (chissà, azzardo una risposta: forse democratica e inclusiva?), al cartellone UDC in occasione del 1° agosto che, con l’”immigrazione di massa”, vuole sparare con un razzo anche la “follia gender”, o all’evento organizzato dagli Amici della costituzione e HelvEthica Ticino in occasione delle elezioni cantonali, dal titolo esplicito “La distruzione della libertà in nome della libertà? Ideologia del gender: parliamone”. Sicuramente anche la serata prevista per il 13 maggio 2024 a Giubiasco si inserisce nel medesimo filone. Il titolo è: “Cosa mi sento oggi? Gli errori della teoria gender tra i banchi di scuola”.
Empatia, compassione, rabbia. Ma alle donne perseguitate non basta
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Oggi 8 marzo, Giornata internazionale delle donne, sarò alla manifestazione di solidarietà con le donne e ragazze iraniane e con quegli uomini che le hanno sostenute nella loro battaglia di liberazione. Uomini consapevoli che il controllo dei corpi femminili imprigiona anche le loro possibilità di vivere nel mondo.
Sento già le voci che non hanno mancato di esprimersi in più occasioni: “ma dove sono le femministe, quelle che erano contro il divieto del velo?”
Appunto contro il divieto, contro ogni forma di esercizio di controllo delle scelte femminili governate da stati e religioni. Mai sostenuto che il velo fosse simbolo di libertà, e neppure che lo fossero i tacchi a spillo. Nella storia ogni parte del corpo femminile ha turbato i sonni di chi si arrogava il diritto di controllo della vita delle donne: in particolare i capelli da coprire con veli o cuffiette, o tagliati pubblicamente per punire, o ancora i piedi, bendati fino a deformarli.
Ma il velo è stato anche il simbolo delle Madri argentine di Plaza de Mayo. Il problema non è quindi l’indumento, ma sempre e comunque la libertà di scelta, anche quando ai nostri occhi sembrano scelte non in linea con le nostre convinzioni.
Abbiamo bruciato crinoline, corpetti, reggiseni, veli in nome della libertà. Continueremo a bruciare ogni simbolo che concretamente limita la nostra libertà di donne, ma anche questa è una scelta, non un obbligo sancito da chi ci vorrebbe diverse.
Partecipare oggi al sostegno della coraggiosa lotta delle donne iraniane è anche un monito all’immobilismo politico del nostro paese, è chiedere ancora con forza che i delitti di genere siano riconosciuti come motivo di richiesta d’asilo in Europa: stupri sistematici, rapimenti, coercizione da parte di ogni tipo di guardiano della morale, impedimento violento alla scolarizzazione, sono solo alcune delle forme di persecuzione specifica di genere.
Greta Gysin lo scorso 8 marzo 2022 ha chiesto al Consiglio federale se viene effettivamente tenuto in conto il Cpv 2 dell’art. 3 della Legge sull’asilo che recita “Sono pregiudizi seri segnatamente l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché le misure che comportano una pressione psichica insopportabile. Occorre tenere conto dei motivi di fuga specifici della condizione femminile.”
La risposta del Consiglio Federale sembrerebbe rassicurarci, ma al momento non abbiamo dati specifici per capire se e come la specificità della condizione femminile venga presa in considerazione.
Oggi centinaia di donne afgane con i loro figli sono imprigionate nelle carceri pakistane per essere scappate da un regime che le vuole morte, non istruite, senza lavoro. Oggi centinaia di studentesse iraniane sono gassate nelle scuole, imprigionate, picchiate.
Bella ciao è ancora un canto di libertà che commuove il mondo. È fondamentale provare empatia, compassione, rabbia. Ma non potremmo offrire qualcosa in più, come ad esempio garantire una protezione provvisoria alle ragazze e le donne iraniane e afgane? A loro è stata mossa una vera e propria guerra per il fatto di essere nate femmine.
Il Manifesto dello Sciopero femminista del 2023, che sarà presentato al Collettivo di sciopero femminista a Bellinzona questa sera, ribadisce la necessità di una migliore protezione e dell’accesso a tutti i servizi di aiuto alle vittime, perché la pratica della solidarietà si deve concretizzare in politiche di inclusione e di parità. Sarà il mio terzo sciopero nazionale organizzato dalle donne e non mancherò all’appuntamento.
Nell’immagine: bambini e donne afghane rifugiate in Pakistan, arrestate dalla polizia e in attesa di deportazione (fotografia di Jamaima Afridi)
Perché il femminismo è necessario, specialmente oggi
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Dirsi femminista sembrerebbe ancora essere un atto trasgressivo. In generale non ti rende simpatica, sui social attiri il peggio degli insulti e in talune cerchie politiche evochi fantasmi di castrazione.
È anche vero che non esiste “il” Femminismo. Piuttosto ci sono diversi femminismi che possono essere ricondotti a teorie differenti. Alcuni si occupano soprattutto degli aspetti egualitaristici ed emancipatori, ad esempio con le battaglie sui diritti o quelle per la rappresentanza nei governi e nei parlamenti; altri femminismi sono invece fondati sulla differenza costitutiva dell’esperienza di genere, e tendono a dare una lettura più radicale e partecipativa dell’azione femminista. Inoltre, a partire dall’attivista americana Angela Davis il femminismo ha forzatamente dovuto confrontarsi con la dimensione dell’intersezionalità, con la quale si intende che la stessa donna può subire diverse forme di oppressione, come quelle di genere, razza, classe, orientamento sessuale, disabilità. L’esperienza di oppressione e discriminazione di una donna povera, di colore, migrante e disabile non può certo essere profondamente compresa e inclusa nelle istanze paritarie di una donna bianca eterosessuale e di estrazione borghese.
Nonostante forme organizzative e approcci differenti, non si può tuttavia misconoscere il potente influsso che l’attivismo femminista ha prodotto nella quotidianità negli ultimi 50 anni.
Non mi riferisco unicamente alla dimensione dei diritti che, seppur fondamentali e frutto di lotte collettive ancora oggi necessarie, non possono rappresentare l’unico orizzonte dell’azione politico-sociale. La capacità delle pratiche femministe è piuttosto quello di dare visibilità a fenomeni in precedenza misconosciuti o tollerati, e di fornire cornici di comprensione di manifestazioni umane complesse.
Termini come femminicidio, intersezionalità, consenso (nelle relazioni sessuali), sessismo in tutte le sue declinazioni, violenza di genere, molestie, stalking, violenza strutturale, sopravvissuta, sono diventate forme per enunciare “cose del mondo” troppo spesso tollerate. Queste nuove parole all’inizio sembravano anomale, inopportune. A volte venivano addirittura rifiutate, ma hanno reso riconoscibili fenomeni che in precedenza passavano inosservati. Altri termini, soprattutto inglesi, si sono poi fatti strada nel panorama femminista. Oltre a #METOO, che ha segnato l’avanzata di un’onda d’urto internazionale a tutti i livelli, a corollario sono arrivati catcalling per indicare le molestie per strada e una serie di termini per raccontare gli abusi perpetrati tramite social, come il revenge porn (inteso come forma di vendetta per la rottura di una relazione attraverso la condivisione pubblica di immagini o video intimi). Quello che preferisco però è mansplaining, parola coniata dalla scrittrice e giornalista Rebecca Solnit per indicare (o smascherare) la tendenza paternalista di alcuni uomini (e non solo) che vogliono spiegare a una donna, in modo condiscendente e semplificato, qualcosa di ovvio, o addirittura qualcosa di cui l’interlocutrice è esperta. È riconoscibile da frasi del tipo “lascia che ti spieghi…” oppure il più generico “voi donne dovreste capire che…”. E quante volte mi/ci è capitato di sentire frasi del genere durante la preparazione dello sciopero del 1991, ma anche di quello del 2019. Succede anche, per estensione, quando comitati completamente maschili (con al massimo una rappresentante alibi) spiegano a noi donne i vantaggi dell’aumento dell’età pensionabile, oppure cercano di convincerci che non è necessario adottare sanzioni contro la disparità salariale, o quando i Consiglieri di Stato, tutti uomini, ci spiegano come combattere la violenza sulle donne.
Tutte quelle elencate non sono solo parole, e neppure “dettagli in cui non rimanere impantanati”, come ha affermato Ueli Maurer durante il discorso del 1° agosto di quest’anno, ma sguardi e modi di agire nel mondo. Le resistenze che suscitano ci mostrano la loro forza rivoluzionaria, di cui possiamo andare fiere. Nel contempo dobbiamo continuare ad essere vigili, affinché non venga sottratta loro densità di significato.
Se a termini come violenza strutturale non segue la consapevolezza della disuguaglianza di poteri nelle relazioni abusanti, l’ascolto e l’accompagnamento di una vittima resterà solo una misura, e non una pratica di liberazione. Comprendere la complessità è necessario per rendere giustizia ai racconti delle vittime, perché dobbiamo ricordare che è proprio la paura di non essere credute, se non addirittura colpevolizzate per non aver agito prima, che congela la capacità di cambiare rotta alla propria vita.
Le nuove parole quindi contano, specialmente oggi.
- Segnaliamo che a partire da oggi sono previsti in Ticino “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere“, con una serie di eventi e manifestazioni sul tema. In particolare, il 10 dicembre presso il Teatro Sociale di Bellinzona andrà in scena lo spettacolo teatrale «Doppio Taglio. Come i media raccontano la violenza sulle donne».
- Ricordiamo inoltre che il 21 novembre scorso Amnesty International, Opération Libero e altre organizzazioni partner che la sostengono hanno consegnato alla Cancelleria federale la petizione con la quale più di 40’000 persone chiedono al Parlamento di iscrivere la soluzione del consenso (“Solo Sì significa Sì “) nel nuovo codice penale in materia di reati sessuali.
Non diventiamo ricche, ma solo più stanche!
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Siamo più povere perché dopo quarantuno anni dall’iscrizione nella Costituzione del principio della parità di diritto e di fatto (dove si afferma che “Uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore”), la disparità salariale si attesta ancora al 19, 6% nel settore privato. Quindi le donne possono contare su di 1/5 in meno di salario.
Siamo più povere perché nei settori meno remunerati dell’economia i 2/3 degli occupati sono donne.
Siamo più povere perché – anche in considerazione del fatto che in famiglia l’uomo ha più risorse economiche – siamo ancora coloro che diminuiscono la propria percentuale di lavoro per sostenere gratuitamente l’accudimento della propria economia domestica, e conciliare lavoro e famiglia. I dati del 2021 dell’Ufficio federale di statistica indicano che circa 8 donne con figli su 10 attive professionalmente (contro 1 uomo con figli su 8) lavorano a tempo parziale.
È una povertà femminile qualificata come “Gender Pension Gap”[1]. Le donne ricevono in totale (sommando il primo e, in particolare, il secondo pilastro) il 37% in meno di pensioni di vecchiaia rispetto agli uomini.
Vi sembra che diamo i numeri?
Certo. L’economista Mascha Madörin con il team della Facoltà femminista FEM! ha indagato i flussi di denaro di donne e uomini a livello macroeconomico, arrivando alla conclusione che si tratta di una frode perpetrata ai danni delle donne, un MACROSCANDALO.
Le ingiustizie economiche tra i sessi, secondo il loro studio, si riassumono in tre numeri:

Infografica MACROSCANDALO, adattamento a cura del Coordinamento donne della sinistra sulla base dei dati FEM!
Tutte le evidenze statistiche indicano quanto poco paritaria sia questa “armonizzazione”, e come ci siano altre strade per stabilizzare davvero l’AVS: con un contributo stimato a 825 milioni annui se i salari femminili raggiungessero la parità, a cui si potrebbe aggiungere un ulteriore apporto economico se il tasso di occupazione delle donne aumentasse davvero grazie a una migliore ripartizione di compiti, e a misure efficaci per la conciliazione tra lavoro e famiglia per i genitori.
Ecco perché il prossimo 14 giugno parte la campagna contro la riforma AVS21. Le donne non ci stanno ad aumentare l’età pensionabile, che perpetua l’ingiustizia economica che vivono da sempre. La rete nateil14giugno.ch ci mette la faccia e invita tutte e tutti a farsi fotografare con una cornice che esprime il dissenso contro la riforma a Mendrisio, a Lugano e a Bellinzona (in mattinata)[2].
[1] “Gli effetti del lavoro a tempo parziale sulla previdenza vecchiaia (sintesi)” Giuliano Bonoli (IDHEAP, Losanna) e Eric Crettaz (Haute école de travail social, Ginevra), studio su mandato della Conferenza svizzera delle delegate per la parità tra donne e uomini.
[2] Cosa succede in Ticino il 14 giugno 2022 nateil14giugno.ch
Il vaso di Pandora è aperto
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
La vicenda dell’ex funzionario DSS permette di discutere dei diversi aspetti che riguardano la violenza contro le donne. Gli abusi a carattere penale sono stati giudicati dai tribunali, ma emergono anche le insufficienze dell’amministrazione cantonale, che avrebbe dovuto indagare in modo puntuale e corretto sulle molestie, e reagire tempestivamente. Gli accertamenti interni svolti già a fine anni ’90, che hanno evidenziato l’inadeguatezza del funzionario nello svolgere le proprie mansioni, non sono stati sufficienti a rimuoverlo dal lavoro diretto con i giovani e le giovani. Nemmeno lo sono state quelle di metà degli anni 2000.
Chi come me milita nel partito socialista da diverso tempo ha probabilmente conosciuto le persone citate dall’inchiesta-testimonianza di Anna Bernasconi. Rompere il silenzio è un lavoro prezioso per qualità dei documenti e rispetto per le troppe vittime di aggressioni sessuali perpetrate da chi avrebbe avuto il compito di sostenerle nella loro crescita personale e civica.
Intendiamoci, quando parliamo di abusi, di molestie o del contesto generale è necessario distinguere gli ambiti nei quali ci muoviamo. Non vanno confusi tra loro, altrimenti si rischia di sbagliare obiettivo. Detto questo, anche se abbiamo militato nel medesimo partito, dobbiamo affermare con forza che chi sapeva degli atteggiamenti sbagliati o eccessivi (non posso immaginare che qualcuno avesse realmente conoscenza degli abusi) avrebbe dovuto approfondire. Sicuramente fare di più. Forse non ci sono stati errori procedurali, ma umani sì. L’inazione ha prevalso sul dovere morale.
Tutta una catena di maschi in posizioni di potere gerarchico non si è occupata e preoccupata adeguatamente delle molte segnalazioni. Magari incomplete, accennate, sussurrate, ma che meritavano maggiore ascolto.
Prima del #METOO qualcuno – a parte noi femministe e alcuni ambiti specialistici – riteneva che fosse davvero un problema molestare una donna, ad esempio per strada, negli uffici, nelle aziende, nelle fabbriche, sui settimanali o nelle organizzazioni di ginnastica? La non consolante espressione “cosa ci vuoi fare, è fatto cosi, ridiamoci sopra” è stata sentita da troppe donne vittime di molestie e violenze sul posto di lavoro. Una banalizzazione talmente interiorizzata dalle stesse vittime da offuscarne la gravità e la portata (come mostrato bene in “Rischio e diffusione delle molestie sessuali sul posto di lavoro”, uno studio rappresentativo realizzato nella Svizzera tedesca e nella Svizzera romanda nel 2016).
Ancora nel 2019 l’Organizzazione internazionale del lavoro dichiarava che “La violenza e le molestie nel mondo del lavoro restano diffuse e riguardano tutti i paesi, tutte le professioni e tutte le condizioni di lavoro”, e questo nonostante l’adozione di diverse leggi già a partire dal 1996 (qui le basi legali in Svizzera).
Ha però ragione l’ex funzionario che in occasione della sentenza ha dichiarato di non essere un mostro ma un essere umano. Perché sono esseri umani (prevalentemente di sesso maschile) a produrre violenza nei confronti delle donne. È tutta una cultura della prevaricazione, condivisa da uomini e donne, che va modificata affinché si possa affrontare seriamente il problema. Un problema che ha attinenza con l’esercizio del potere. Un potere strutturalmente patriarcale che, da destra a sinistra, è fatto anche di sessismo, aggressività e prepotenza.
Per quanto riguarda il caso specifico a mio parere è stato un bene non dare seguito alla proposta di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta, poiché i politici, specialmente in questo caso, l’avrebbero usata solo a fini partitici, ricalcando la logica patriarcale dello scontro muscolare come misura di virtù.
È invece più opportuna una vera inchiesta, svolta da specialisti/e esterni che faccia luce non solo sulle possibili responsabilità e disfunzioni del DSS nel caso specifico, ma esamini l’adeguatezza degli strumenti e delle misure oggi adottate per evitare che situazioni di molestia, e naturalmente di abuso, possano ripetersi (ad esempio come ha fatto l’Università di Losanna).
Nell’amministrazione cantonale è stata recentemente distribuita a tutte e tutti i collaboratori la direttiva contro le molestie sessuali, ed è in arrivo anche un codice di comportamento. Benissimo, sono passi avanti. Ma tutte sappiamo che non bastano direttive e codici a cambiare la capacità di ascolto e la responsabilità di chi è chiamato per ruolo (e stipendio) a intervenire con decisione.
Il #METOO ha aperto il vaso di Pandora, ha dato voce a un fenomeno diffuso e pervasivo, che intossica i rapporti di lavoro, e che può portare, nei casi più estremi, a traumi come quelli raccontati dalle vittime dell’ex funzionario. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per diffondere una cultura del rispetto e della responsabilità, accompagnata da procedure chiare, e promuovendo persone che le sappiano far rispettare.
I giudici non sempre sono la Giustizia
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Blando, dalla Treccani:
Temperato, mite, dolce: il notturno zeffiro Blando sui flutti spira (Foscolo); una blanda punizione; maniere blande; fuoco blando, luce blanda; un purgante blando, che non ha azione drastica.
Applicato a uno stupro: non ti ha uccisa!
Abbiamo per troppo tempo presunto che il linguaggio giudiziario, forse proprio perché specialistico, fosse orientato a stabilire la veridicità dei fatti; e ci siamo illusi che bastasse cambiare le leggi per garantire una giustizia più giusta.
Eppure proprio due recenti sentenze su reati di natura sessuale mostrano quanto profondamente pregiudizi e stereotipi plasmino i verdetti e rivelino la crudeltà giuridica ereditata dal patriarcato.
Queste sentenze ci fanno capire quanto sia necessario rivedere le rappresentazioni di chi è chiamato a interrogare, condurre dibattimenti, confrontarsi con le vittime di reati ed emettere sentenze. In agosto quella della Corte d’appello di Basilea, che ha ridotto la pena allo stupratore perché la vittima “ha giocato con il fuoco”. Recentemente quella di Soletta, che definisce “blando” uno stupro in quanto commesso “con la minima violenza necessaria”.
Verdetti del genere denotano stratificazioni di pregiudizi che anche gli uomini e le donne dentro ai tribunali continuano a riprodurre. La vittima, secondo loro, dovrebbe sempre essere una sorta di angelo asessuato, che non indossa nulla che potrebbe attirare lo sguardo, non beve, non flirta, non segue un uomo in albergo, è guardinga e si difende con i denti. Modello Santa Maria Goretti, per intenderci.
L’autore, invece, se non usa troppa violenza, non è poi così colpevole. Suvvìa, avrebbe potuto massacrarla come hanno fatto le bestie del Circeo (di cui proprio quest’anno si è nuovamente parlato in occasione dell’uscita di un film, a 46 anni dai tragici fatti). Noi donne non vogliamo più restare in silenzio, non accettiamo più di essere vittimizzate ulteriormente quando chiediamo giustizia. Perché il tragico risultato è che spesso chi subisce violenza non denuncia, non si fida delle istituzioni, non sente di essere creduta e ha paura di essere giudicata.
Ma nulla è immutabile e anche i linguaggi della giustizia possono essere rivisti. È l’intento – ad esempio – del Progetto Step, dell’Università della Tuscia (Viterbo), che vuole produrre un “cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nel racconto dei media”. Un progetto presentato lo scorso 7 maggio dalla docente ordinaria di sociologia Flaminia Saccà, responsabile di progetto, nel corso del ciclo “Nomen omen, la verità delle parole” promosso dalla rete nateil14giugno.
In seguito a questo progetto è stata inviata al Consiglio di Stato ticinese la proposta di analizzare le sentenze emesse da tribunali di vario grado – anche a livello nazionale – per capire se (ma su questo punto ormai non sembrano esserci più tanti dubbi) e soprattutto come agiscono pregiudizi e stereotipi in ambito giudiziario. Il presidente del Governo Bertoli ha dato seguito alla richiesta, e recentemente è stata avviata una collaborazione con l’Istituto di diritto dell’Università della Svizzera italiana. I risultati non saranno per domani, ma potranno certamente contribuire, come è stato il caso per la ricerca promossa in Italia, alla necessaria eliminazione di pregiudizi e stereotipi sessisti dalla pratica giudiziaria.
Il nostro lavoro merita pensioni dignitose
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Sulla Piazza federale, oggi, 15’000 cittadine e cittadini hanno fatto sentire forte e chiaro il loro no alla prevista riforma dell’AVS (AVS 21), che danneggerebbe ulteriormente una categoria già penalizzata e discriminata. Tutte le ragioni di questo no nella sintesi di una conversazione con Chiara Landi, presidente delle donne USS (Unione sindacale svizzera).